The Project Gutenberg EBook of Le Amanti, by Matilde Serao

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Title: Le Amanti

Author: Matilde Serao

Release Date: March 4, 2006 [EBook #17909]

Language: Italian

Character set encoding: ISO-8859-1

*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LE AMANTI ***




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  MATILDE SERAO

  LE AMANTI


  LA GRANDE FIAMMA--TRAMONTANDO IL SOLE
  L'AMANTE SCIOCCA
  SOGNO DI UNA NOTTE D'ESTATE.




  MILANO

  FRATELLI TREVES, EDITORI

  1894.




OPERE di MATILDE SERAO,

(_Edizioni Treves_).



  _All'erta, Sentinella!_ racconti napoletani, 3. ed.  L. 4--
  _Il romanzo della fanciulla_, 4. edizione               2--
  _Il paese di cuccagna_, romanzo, 2. edizione            5--
  _Il ventre di Napoli_ (1885), 3. edizione               1--
  _L'Italia a Bologna_. Con 15 incisioni                   2--
  GLI _Amanti_, pastelli, 2. edizione                     4--
  LE _Amanti_                                              4--




  MATILDE SERAO



  LE AMANTI



  LA GRANDE FIAMMA--TRAMONTANDO IL SOLE
  L'AMANTE SCIOCCA
  SOGNO DI UNA NOTTE D'ESTATE.


  MILANO

  FRATELLI TREVES, EDITORI

  1894.




PROPRIET LETTERARIA.

_Riservati tutti i diritti._



Milano. Tip. Treves






LA GRANDE FIAMMA.

_A Rocco Pagliara._



I.

Nell'ora tarda della sera, partita l'ultima persona amica o
indifferente, per la quale essa provava l'orgogliosa e invincibile
necessit di mentire, chiuse tutte le porte ermeticamente, piombata la
casa nel profondo silenzio notturno, interrogate con lo sguardo
sospettoso fin le fantastiche penombre della sua stanza solitaria,
dove sola vivente era una pia lampada consumantesi innanzi a una sacra
immagine, prosciolto il suo spirito dall'obbligo della bugia e le sue
labbra dall'obbligo del sorriso, ella si lasciava abbruciare dalla
grande fiamma. Immobile, con le palpebre socchiuse e le mani
abbandonate lungo il corpo, ritta come un bianco fantasma nel mezzo
della sua stanza, sentiva un flusso di calore salire alle guancie
delicatamente brune e smorte, un flusso di calore vivificarle il
cervello, un'onda di lacrime calde pungerle i bellissimi grandi occhi
bruni. Scorrevano taciturnamente, senza singhiozzi, le lacrime calde
sulle guancie e le avvampanti guancie se le ribevevano: dal cuore e
dal cervello che ardevano, si diffondeva per tutta la persona
l'impetuoso torrente di quel calore ed ella sentiva tutte le sue
piccole vene palpitare nella fiamma che le dilatava. Lo scoppio della
passione lungamente represso, in quel generoso organismo, assumeva la
forma di febbre ad altissima temperatura: ed essa, vacillante, come se
avesse smarrito il senso di ogni altra cosa che la sua febbre non
fosse, si lasciava cadere sul letto, rigida, con la vestaglia bianca
che si stendeva come un sudario sul broccato scuro della coltre. Cos,
sola, con gli occhi sbarrati ove si disseccavano le estreme lacrime,
guardando il soffitto pieno di ombre, col petto sollevato da affannosi
sospiri come i febbricitanti, ella abbruciava di passione per
l'assente, per il lontano: n le sue labbra convulse osavano
pronunziarne il dolce nome, temendo che le fatali sillabe pronunziate
in quel silenzio, in quella solitudine, rivelassero a tutto il mondo
il suo segreto. Sopra un fondo di fiamma, nella sua fantasia che
vampeggiava, ella vedeva scritte le sillabe divoratrici di quel nome,
in lettere nere e vive, talvolta immobili, talvolta confondentisi in
una bizzarra danza; ma non osava pronunziare quelle sillabe
seduttrici; temeva di struggersi, dicendole; temeva di morire di
dolcezza, pronunziandole.

Quell'entrata cos vibrante di febbre appassionata, nelle prime ore
della notte, si ripeteva due o tre volte; pareva che ella si assopisse
in un soave abbruciamento di sangue, in un seguirsi di fiammeggianti
visioni, dove talvolta, accanto al nome adorato, si veniva a delineare
vagamente un fiero profilo maschile, dove uno sguardo superbo e
amoroso lampeggiava; ed ella sentiva tutto il suo spirito carezzato,
cullato da questa visione; la veglia si tramutava in sopore febbrile e
in sogno. Ma, ogni tanto, la visione diventava cos vera, cos viva,
cos fremente di amore che ella udiva, s, udiva, una voce sommessa
pronunziare il suo nome: ella trabalzava, ripresa da un soffocante
impeto di passione, cercando con le mani, nell'oscurit, quelle calde
mani amate; soffocava, bruciava. Si levava come un'anima errante,
andava al balcone, sollevando la pesante tenda di broccato, schiudendo
le imposte di legno, appoggiando l'acceso volto sul gelido cristallo.
Era alta la notte; nella strada non passava alcuno; spesso, il freddo
vento notturno agitava le fioche luci dei lampioni, riempiendo la via
di bizzarre forme oscure; o qualche viandante in ritardo, ignoto, a
capo basso, passava senz'accorgersi di quel balcone quietamente,
mitemente, illuminato, dietro il quale stava un'ombra immobile;
qualche malinconica carrozza notturna, vuota, dal cocchiere
sonnacchioso, dal sonnacchioso cavallo, veniva lentamente dall'alta
ombra della via, si perdeva lentamente, lontana, nella bassa ombra
della via. Ella guardava questo spettacolo di oscurit e di pace, con
gli occhi intenti, sentendo il freddo esteriore penetrare dalla
fronte, dalle guancie, dalle labbra che quasi baciavano il cristallo:
la sua febbre si calmava; le vene battenti si chetavano; il petto,
oppresso, respirava pi liberamente; macchinalmente ella si staccava
dai cristalli, richiudeva le imposte, lasciava ricadere le molli,
strascicanti tende di broccato, faceva un paio di giri nella sua
stanza, guardando talvolta nell'alta e stretta specchiera la sua
figura bianca e i suoi occhi che bruciavano sempre. Come tutti quelli
che soffrono d'insonnia, per una forte causa morbosa o per una forte
causa morale, ricoricandosi, ella sentiva come un grande refrigerio,
dolcissimamente parea che si dovesse addormentare nel ricordo, nella
speranza del suo amore. La passione consumatrice nell'ora che fuggiva,
si faceva tutta tenerezza letificante, diventava un fresco soffio che
le alitava sulla fronte, sugli occhi, sulle labbra, sulle mani, come a
vincerne il bruciore, ed ella si assopiva, nuovamente, con le labbra
che si muovevano a una benedizione. Ma, ad un tratto, un incubo
mostruoso, senza nome, qualche cosa come un'orribile paura, la
scuoteva, la faceva balzare sul letto, come cercando soccorso, non
sapendo, non conoscendo, non pensando pi nulla, vinta da uno spavento
folle. Era allora che, levatasi, nella penombra, in preda a un
delirante bisogno di soccorso, ella andava a buttarsi innanzi alla
sacra immagine, prostrandosi sul gradino dell'inginocchiatoio,
abbassando il capo sul duro legno di quercia, dicendo rapidamente le
preghiere, per non pensare, per non sentire, pregando, pregando,
pregando, con un fervore di anima disperata, restando l, attaccata a
quel legno, come se fosse quello della sua salvazione. Ma sia che
l'alba la sorprendesse dietro i cristalli del suo balcone, o distesa
sul letto con gli occhi spalancati, o sonnecchiante malamente, o
immersa in preghiere con le labbra frementi sui grani di legno del suo
rosario, certo che, a quell'ora gelida, la sua febbre era domata, era
caduta: ella tremava di freddo, pallida, con le labbra violacee, con
la bocca amara, con le ossa rotte, quasi uscisse dal terribile
abbraccio della terzana; il viso le si era allungato e come
pietrificato in un'espressione di sofferenza; i capelli le ricadevano
sul collo, disciolti, prendendo certi profili tragici, che solo le
chiome delle donne appassionate hanno. Invano cercava di riscaldarsi,
buttando sul letto una pelliccia, facendo un gran fuoco nel caminetto,
accendendo tutti i lumi della sua stanza: fra quel grande calore
esteriore ella batteva i denti, si addormentava rabbrividendo,
rabbrividendo, livida, con la fiamma del caminetto che crepitava, con
le candele la cui fiammella strideva nel calore, col sole mattinale
che entrava, scintillando, fra i velluti, i broccati e le pelliccie,
non giungendo a riscaldare quel gelido corpo di donna dormiente, dalle
palpebre scure e fredde come il granito, dalle labbra assottigliate e
tremanti ancora di freddo. Come la mattinata scorreva, entrava la
cameriera, trovando le candele che si consumavano, le legna arse che
si coprivano di cenere, il sole che invadeva tutta la stanza
gaiamente, e quel cadavere dormiente, che riaprendo gli occhi,
rabbrividiva ancora, come se ritornasse dal gelo di un sepolcro. Ogni
mattina, sopra un piatto di argento, la cameriera porgeva una lettera.
Ma gi la maschera umana aveva velato la sembianza della povera
febbricitante: ed ella stendeva la mano, con indifferenza, a prendere
quella lettera, aspettava che la cameriera avesse spento i lumi,
riacceso il caminetto, spalancato le imposte al sole, aspettava,
intorpidita e immobile.

--Si sente male?--diceva la cameriera, guardando il volto bruno e
smorto della sua padrona che ella amava.

--No: ho freddo--mormorava la padrona, stringendo la lettera d'amore
nella mano sottile e agghiacciata, senza neppure guardarne la busta,
come se fosse inutile aprirla.

La fanciulla devota le riassettava le molli coltri scomposte
dall'insonnia, le rialzava i cuscini disordinati su cui era
abbandonata la foltezza dei capelli neri, la interrogava con una umile
occhiata: ma vista la padrona tutta perduta in un pensiero, usciva
discretamente dalla stanza, chiudendone la porta, aspettando di esser
chiamata per ritornare. Allora soltanto, con un atto breve, quasi
convulso, la smorta signora faceva saltar via la busta lacerata e
leggeva la lettera tutta bruciante di passione che il suo amore le
scriveva.

Lettera incoerente e puerile, balbetto talvolta bizzarro, talvolta
monotono di frasi stravaganti che si ripetevano, si accavallavano, si
confondevano, si affannavano sulla carta, come nell'anima malata di
chi le scriveva. Eppure egli non era n un fanciullo, n un pazzo, n
un infermo; era un uomo di trent'anni, vigoroso, completo nella sua
manifestazione morale, che aveva saputo vivere, amare, soffrire. Era
un forte lottatore che le aveva coraggiosamente combattute le sue
battaglie, talvolta vinto, spesso vincitore, mai domato: era un sagace
conoscitore di s stesso, delle cose e degli uomini, capace di grande
scetticismo e di grande entusiasmo, poich questa  la vita, e saggio
chi sa apprezzarla e viverla cos. Eppure quell'amore nato tardi, nato
improvvisamente, come quei misteriosi e voluttuosi fiori del tropico
che germogliano ricchi e violenti, in una notte, quell'amore impetuoso
destinato a essere soffocato sotto le apparenze fallaci della
cortesia, gli faceva tremare i polsi come se lo assalisse, a ogni suo
nuovo tumulto, il ribrezzo tragico dell'agonia. In certe ore di
pensiero, quando gli era concesso di dialogare con l'anima sua, egli
si stupiva della brevit di quella passione, della sua semplicit,
mentre sentiva dentro s scardinato ogni senso della realt, mentre si
sentiva preso per la vita e per la morte. Una sera, in un ballo, egli
aveva scambiato poche parole con la bruna e pallida signora che ancora
portava il nero vestito del lutto, dopo tre anni di vedovanza, che
bizzarramente trascinava al ballo il nero vestito e la persona stanca,
senza sorrisi, senza gioia: e come per un'attrazione ipnotica, egli
aveva seguito dovunque il nero strascico di velluto ondeggiante, cupo
velluto bruno, simile alle acque nere di un lago che gli alberi
coprono: egli aveva fissato gli occhi sedotti sopra la mezzaluna di
opali lattee, scintillanti in riflessi siderali azzurrini, che mettea
una luce selenitica fra i neri capelli di donna Grazia: e come la
snella persona muliebre si muoveva, indolentemente, da un salone
all'altro, egli sentiva di doverla seguire, come un'ombra. Levando
lenta lenta le palpebre, essa lo guardava, ogni tanto, tacendo: e una
irradiazione di fascino partiva da quei grandi occhi neri, arrivava
sino a lui, intensa, vibrante, conquidendolo, a poco a poco, ma
continuamente, ma sicuramente. N egli tentava difendersi. Aveva, in
quell'ora, il cuore arido e la vita fatta deserta, se non libera da
una secreta catastrofe famigliare: la donna cui avea dato il suo nome
era assente, lontana, nemica, egli era solo, in tutta la sua lunga
giornata, solo. Perch difendersi? Si sentiva debole e misero come un
fanciullo abbandonato, mentre tutti applaudivano alla sua fermezza di
carattere, al suo coraggio virile, alla dignit fiera che gli aveva
suggerito la risoluzione pi confacente al suo onore; egli si sentiva
timido e fragile come lo stelo secco, che nelle mattinate di autunno
va in cenere sotto il piede brutale del viandante, e lo sguardo di
quella donna parea tremasse di tenerissima piet, parea che gli
dicesse:

--Vieni.

Breve romanzo e intenso, condotto fuor di loro da una mano invisibile:
un giorno si erano incontrati fuori Roma, in quella umida, lugubre via
Angelica, lungo il fiume tragico che ogni giorno ha il suo morto. Chi
aveva strappato la dama ai suoi convegni aristocratici per mandarla a
contemplare i vortici traditori del Tevere? Chi aveva preso l'uomo
alla sua ambizione, alla sua politica, ai suoi affari? Esiste dunque
una fatalit nella passione; o il cuore ha la sua seconda vista, che 
anche qualche cosa di fatale; o vi  nell'anima una seconda vita
latente, incosciente, sopra cui nulla pu la volont?

-- vero che mi ami?--le aveva chiesto lui, arrossendo e impallidendo,
come se quella fosse la prima volta che parlasse di amore.

--S--ella aveva detto, senz'altro.

La virile mano dell'uomo aveva sfiorato la sottile mano guantata di
nero. Si guardavano e si sentivano bruciare di passione; una uguale
grande fiamma li ardeva. Pi la reprimevano e pi essa divampava
internamente, consumando le loro forze in una febbre singolare.
Temevano il mondo, malgrado che fossero liberi; lo temevano con una
paura di tutti i momenti, con un tremore come d'imminente catastrofe.
Niuno aveva il diritto di muovere loro un rimprovero, eppure essi
temevano tutto, l'uomo che passa e sogghigna, la donna che passa e
sorride, l'impiegato postale che consegna la lettera con uno sguardo
d'intelligenza, il servo che domanda permesso prima di entrare,
l'amico che assume un'aria discreta, l'amica che interroga con un
cenno: la pi umile, la pi sciocca creatura li faceva fremere di
spavento. Forse, amandosi in quella forma cos rovente, sentivano di
abbandonarsi a una passione tanto diversa dai miseri e fallaci amori
quotidiani, da dover meritare l'invidia, il biasimo e la calunnia;
forse, il segreto  la grande condizione dell'intensit. Cos si
vedevano, alla sfuggita, ogni tanto, avendo messo nella rapida ora
tanti sogni, tante speranze, tanto fuoco d'amore, che non trovavano
parole, soffocati, come coloro che hanno le vertigini degli altissimi
pinnacoli; in tre o quattro mesi, fra la primavera e l'estate, vivendo
egli a una villa sui colli albani, essa nella palazzina campestre fra
gli aranci di Sorrento, si erano incontrati due volte, per due
giornate, in un villaggio presso Milano, la prima volta, a Baia la
seconda volta. Tutta la loro vita era sospesa a quei due giorni di
passione ardente; tutto l'intervallo fra quei due giorni non era che
una lunga aspettazione di giorni aridi e annoiati, di notti vegliate,
in una rivoluzione del cuore e dei nervi. Ad ambedue, quando, per
consolare le ore di lontananza, essi evocavano quelle due giornate,
appariva come una grande fiamma lieta e alta e divorante; il ricordo
era vasto, immenso, vago, quale un oceano di fuoco, sopra cui qualche
punta appariva, come estremo albero di nave sommersa. Insistentemente
egli si rammentava il volto smorto di lei, quando ella si affacci al
vagone fermato nella stazione di Monza e, malgrado ogni suo impeto di
evocazione, pur volendo fermamente rivederla col suo delicato e
profondo sorriso delle ore pi felici, egli continuava ad avere
innanzi quella faccia pallida di donna morente. Egli cercava di
rianimare tutti i suoi ricordi, di quei due giorni, come ella era
vestita, la foggia della sua acconciatura, le parole che aveva dette,
il tono della sua voce: ma una sola sensazione, acuta, squisita, gli
ritornava, con la persistenza di un martello sull'incudine: il profumo
che avevano i guanti morbidi di Grazia e le mani sottili profumate.
Quando le scriveva di quei giorni, confusamente, egli ritornava sempre
a dire di quella faccia pallida allo sportello e di quelle mani
odorose, di quei guanti cos profumati "...che  quel profumo, dimmi,
dimmi, amore, perch io l'ho confitto nell'anima e ogni tanto mi fa
piangere, come un fanciullo, perche il mio amore  lontano e io non
posso avere, sotto le mie labbra, le sue mani inebrianti?..." Ed ella
nella fiorita campagna sorrentina, quando i villeggianti vicini, o i
suoi ospiti, ritirandosi, l'avevano lasciata sola, libera, ella voleva
far riapparire fantasticamente quei due indimenticabili giorni di
oasi; ma armandosi con la stessa forza, con la stessa intensit, lo
stesso inesplicabile fenomeno psicologico avveniva in lei ed ella non
poteva che ricordare qualche scintilla della grande fiamma. Fra un
turbine roteante d'impressioni, rammentava soltanto, Grazia, un
sorriso enigmatico alla sua domanda: e tu, perch mi ami? S, egli
aveva avuto un sorriso bizzarro, lungo, pieno di un segreto profondo:
ella rivedeva sempre innanzi agli occhi quel sorriso acuto, crudele,
che parea le nascondesse la verit, tormentosamente. E nelle orecchie,
nel cervello di Grazia restava una sensazione fissa, continua,
invincibile, il ricordo della _sua_ voce, quando la chiamava
sommessamente, teneramente, dolorosamente, come se chiedesse amore e
soccorso, come se invocasse piet: Grazia, Grazia, Grazia!...

Cos identica era la loro passione nel carattere, nella profondit,
nella misura che il grande sogno da realizzare nacque nelle loro
fantasie esaltate, contemporaneamente, germogliando nello stesso
pomeriggio autunnale, nella stessa ora di disperazione, mentre erano
lontani lontani, per molte miglia. Ambedue furono colpiti dal
medesimo, irresistibile desiderio, contro cui nulla pi poteva
difenderli; ambedue arsero di tale desiderio come se fosse il pi
alto, l'estremo delle loro anime. L'immenso avvenire innanzi, alle
loro esistenze ancora giovani, li sgomentava con la sua solitudine
arida, mentre essi portavano in cuore di che riempirlo per sempre, di
una strabocchevole felicit. Al punto in cui la grande fiamma che li
ardeva era giunta in entrambi, era loro insopportabile vivere ancora,
divisi, lontani, estranei: lo stesso cupo dolore li abbatteva. La
paura del mondo, delle sue ciarle, delle sue calunnie veniva man mano
scomparendo innanzi a questo bisogno di amore, di felicit che  in
fondo a tutti i temperamenti umani, pi freddi e pi silenziosi, e che
nell'ora della passione parla di una voce che nulla fa tacere. Per chi
si sacrificavano? In nome di quale principio, di quale idea, di quale
persona? Su quale altare sconosciuto deporre l'olocausto della loro
passione?

--Io non posso pi soffrire, la mia vita finisce--scriveva Grazia.

--Io non posso pi soffrire, il mio coraggio  esausto--scriveva
Ferrante.

In tale ardente impazienza, la loro sensibilit sentimentale raffinata
dai sogni, dalle insonnie, dalle lettere incoerenti, si era fatta cos
acuta, cos squisita, cos fremente alla minima impressione, che
quanto li circondava era complice del loro abbandono. Quando donna
Grazia passeggiava sotto gli ombrosi viali della sua villa di Sorrento
e fra gli aranci odorosi le arrivava il canto sottile di qualche voce
innamorata, un improvviso fiotto di lacrime la inteneriva: e coloro
che l'accompagnavano, si meravigliavano. Quando ella vedeva, nella
sera, dalla sua terrazza, levarsi la luna sul golfo napoletano e tutte
le case intorno soffondersi di bianca luce molle, una collera le
saliva alla gola, di non essere via, di non essere con lui, in
quell'ora di dolcezza, una collera contro il tempo che fuggiva, contro
gli ostacoli che si frapponevano al suo amore e contro s stessa che
non sapeva vincere gli ostacoli. E a Roma, l'autunno  apportatore di
novi, profondi turbamenti alle anime gi turbate: quando Ferrante
portava il suo vagabondaggio a Villa Borghese, dove ancora i viali
pare che conservino la appassionata fantasima di Beatrice Cenci, ogni
ombra femminile, snella, dal volto pallido e bruno dietro la veletta,
lo facea trasalire; quando egli portava il suo vagabondaggio serotino
a uno dei teatri, bastava che dietro alla nuca bionda di una donna, in
un palchetto, si profilasse il volto di un uomo innamorato perch egli
si sentisse, a un tratto, immerso in una disperazione inguaribile.
Allora, lontani, divisi, si tendevano le braccia come creature
anelanti, che sanno un posto solo dove appoggiare il capo stanco: ed 
questo il petto della persona che adorano, assente, lontana.

E allora, confusamente, nella crisi fatale di questa passione, si
venne delineando un piano di amore, imperfetto, vago, ma che conduceva
a un sol desiderio: quello di rivedersi, di stare insieme, lungamente,
per sempre. Ognuno di loro, invece di perdere la propria forza in vani
conati di dolore, avrebbe cercato di adoperarla a vincere tutti gli
ostacoli morali e materiali per potersi riunire, fra quindici, fra
otto giorni, in un paese solitario, tranquillo, in un ambiente di
poesia e d'amore, dove potessero passare sconosciuti o indifferenti
alla folla, o ravvolti in una comune indulgenza. Chi di loro due disse
la parola: Venezia? Chiss! Fu cos, naturalmente, che i loro cuori si
fermarono su quel mite orizzonte di arte e di quiete, su
quell'ambiente di case mute e sommerse nel languore che la morte
precede, su quella citt dove l'amore pare abbia la sua naturale
atmosfera di pensiero, di lirica umana. Venezia, Venezia! Fu il nome
amabile, seducente, che videro brillare ogni giorno, ogni ora; innanzi
alla loro immaginazione; parola magica che fece scomparire tutte le
altre; sillabe ravvolgenti e incantatrici da cui le loro anime prese,
legate, non si potettero svincolare mai pi. E man mano le loro
lettere andarono perdendo tutto quel carattere d'indefinito, tutta
quella vaghezza di contorni, quel continuo agitarsi errabondo dello
spirito, quella incoerenza di anime deliranti: la passione addossata
al muro della realt, era entrata in un periodo positivo, pratico,
preciso. Ogni giorno, sotto la volont inflessibile, sotto la doppia
inflessibile volont, il loro piano acquistava linea, colore, cifra;
il suo aspetto di fatto si veniva cos minutamente facendo reale, che,
gi quasi quasi, per Grazia e per Ferrante, parea di vivere in quella
realt. Accanto a questi particolari definiti, matematici, dove la
loro insofferenza si appagava, come per il fatto compiuto, ogni tanto,
ma sempre pi scarsamente, si veniva allogando qualche scoppio
improvviso di frase amorosa: oppure una parola soltanto: Venezia.
Anche l'aspetto degli amanti era mutato. Si eran fatti,
nell'esteriore, freddi, risoluti, distratti in un pensiero o in
un'azione, sempre occupati in qualche cosa, schivando, con la
freddezza, la folla degli estranei e anche quella degli amici.
Parlavan poco, brevemente. Non pi le belle passeggiate della penisola
sorrentina vedevano comparire il bruno volto pensoso di donna Grazia:
ma in una stanza accanto alla sua erano aperti tutti i bauli, tutte le
valigie della casa e la cameriera, che le voleva bene, ignorava ancora
la destinazione che prendeva la sua signora. Ella vedeva che ogni
giorno donna Grazia veniva chiudendo, in quei bauli e quelle valigie,
tutto quanto aveva di prezioso come valore e come ricordo: ella vedeva
che donna Grazia si aggirava per la casa, in vestaglia di lana bianca
stretta alla cintura da un mistico cordone di seta nera, guardandosi
intorno come trasognata, considerando le pareti vuote e i cassetti
aperti, come se volesse portare via ancora qualche cosa.

--La signora parte per un lungo viaggio?--chiese timidamente, un
giorno, la fanciulla devota.

--Lungo, lungo....--mormor vagamente, donna Grazia.

--E io debbo venire?

--No.... Meglio che non veniate--soggiunse donna Grazia.

--Tutta sola, un lungo viaggio?--os chiedere ancora la ragazza.

Donna Grazia chin il capo e non rispose: un velo di tristezza le
pass sulla faccia. Tacquero.

E Ferrante, come il giorno della partenza si approssimava, non andava
pi nei soliti ritrovi di Roma autunnale: male o bene, ma con una
febbre di uomo preoccupato, aveva cercato di risolvere alcuni affari
stringenti, assorbito, distratto, accettando qualunque peggiore
risoluzione, purch fosse immediata. Quando i suoi intimi lo vedevano
ricomparire, per un momento, gli domandavano, sorpresi:

--Ma che fai, dunque?

--Parto--rispondeva lui, pensando ad altro.

--Dove vai?

Egli faceva un cenno vago, come di paese molto lontano. Per
discrezione, gli intimi non chiedevano altro: sapevano quale tragedia
morale avesse sconquassata la sua famiglia e molti supposero qualche
improvvisa, bizzarra decisione. Anzi, la voce ne corse, avvolta in
veli misteriosi. Una sera, un amico pi affettuoso, pi insistente,
and a casa di lui: e lo trov solo, fumando, con le finestre aperte,
ma col caminetto acceso dove buttava delle carte, dopo averle lette.
Sul tavolino vi erano altri pacchi di lettere, un grosso portafoglio
di pelle, tutto sdrucito, due o tre libri dalla legatura usata e un
paio di minute pistole nella loro scatola che pareva quella di un
gioiello.

--Che fai, ti vuoi ammazzare?--domand ridendo l'amico.

--Forse--rispose Ferrante, ridendo un poco, ma poco. N dissero altro,
mentre nel caminetto le lettere avvampavano allegramente.

Cos, nell'alba bigia in cui donna Grazia part da Sorrento per
Napoli, mentre aveva detto ai suoi amici che sarebbe partita solamente
la sera, in quell'alba bigia, la sua devota cameriera, vedendola andar
via, avvolta nel grande mantello bruno, avvolta nel bruno velo che le
circondava il capo, il viso, il collo, si chin, commossa, a baciarle
la mano:

--Io la rivedr, nevvero?--chiese, cercando di trattenere le lacrime.

--Forse--disse donna Grazia, andandosene, senza voltarsi.

Tanto la fatalit li aveva vinti, ambedue.

Donna Grazia non vedeva n il mite sole che rallegrava le vie di
Napoli, n le azzurrit fini del cielo e del mare, n la folla lieta
che si godeva quel giorno soave: chiusa nella carrozza da nolo,
guardando ogni istante il piccolo orologio sospeso alla cintura pur
senza vederne l'ora, ella divorava lo spazio con la mente, cercava di
ripetere per la millesima volta il calcolo del tempo e dello spazio,
per chetare la propria impazienza. Sarebbe partita da Napoli per Roma
alle due e cinquantacinque, col treno pi celere, tutta sola nel suo
compartimento; sarebbe giunta a Roma alle otte e trentacinque della
sera; alla stazione avrebbe ritrovato Ferrante e dopo un'ora e mezzo,
in cui non sarebbero neppure entrati in Roma, sarebbero ripartiti, via
Firenze e Bologna, per Venezia, insieme. Insieme! Pensando,
ripensando, pronunciando sottovoce questa parola, ella vedeva
scomparire l'ora, il tempo, lo spazio tutto, una nebbia le scendeva
sugli occhi, una lieve vertigine le confondeva ogni moto. Insieme! Fu
macchinalmente che pag il cocchiere, scendendo alla _partenza_, nella
stazione, stringendo fra le mani il sacchetto dove erano i suoi valori
pi preziosi. La grande galleria coperta dove si prendono i biglietti
era quasi vuota. Ella non vi bad.

--Di prima, per Roma--disse, affannando un po' al bigliettinaio.

--Ecco--fece quello--ma si affretti, perch il treno parte.

Improvvisamente, presa da una orribile paura, ella si mise a correre,
vedendo appena la sua strada, urtando le persone, lasciando appena il
tempo alla guardia di tagliare il biglietto, arrivando sul terrapieno,
appena a tempo per vedere il treno delle due e cinquantacinque
allontanarsi lentamente. Ella tese le braccia e grid, come se avesse
potuto fermarlo. Un facchino sorrise; mentre gli impiegati della
stazione, raccolti in gruppo, la guardavano con curiosit. Alla paura
ella sent subentrare una grande angoscia e una grande vergogna:
rientr nella sala di aspetto, deserta, si and a buttare in un
cantuccio, stringendo le labbra per non singhiozzare dietro il velo,
stringendo nelle mani nervose, convulsamente, il manico di cuoio della
borsetta. Perdere il treno, che miseria, che disgrazia ridicola, che
tragedia buffa! Le pareva un'avventura cos sciocca, cos volgare che
non sembrava possibile fosse capitata proprio a lei, nel momento
supremo in cui si decideva la crisi del suo amore; era fremente di
sdegno e di onta. Tanta forza di volont, tanto impeto vincitore,
tanto magnetismo trionfante di amore, tanta elettricit condensata...
e farsi buttare a terra da un orologio che non va, o da un cocchiere
che non ha saputo sferzare il suo cavallo. Avrebbe pianto di collera.
Vediamo, quale era la piccola, meschina causa, la causa stupida per
cui tutto l'edifizio era crollato? E cercava, invano, di ricordarsi:
se era stata la propria lentezza nell'annodarsi il velo in casa sua, a
Napoli, nel suo appartamento solitario; o l'esser tornata indietro, un
momento, per aver dimenticato un taccuino da cui non si separava mai;
o il non aver trovato immediatamente la carrozza da nolo; o perch il
cocchiere avea prescelto la stretta, difficoltosa e ingombra via di
Forcella alla via della Marina, per andare alla stazione. Chi lo sa!
Si trattava di cinque minuti, di soli cinque minuti, cinque
piccolissimi, cortissimi, brevissimi minuti, che si perdono cos
naturalmente, cos facilmente un po' qui, un po' l, senza saper come:
e la loro perdita, poi, equivale alla rovina di tutto un sogno!

Fu solamente dopo un'ora di riflessioni amarissime, che ella sent un
soffio di rassegnazione penetrarle nel cuore: ma pur essendosi
calmata, un'amaritudine gliene rimase. Si lev, risolutamente: and a
leggere l'orario, sulla parete stuccata di bianco. Avrebbe potuto
partire soltanto la sera, alle dieci e quarantacinque. Circa sette ore
di attesa! Pure, non ebbe il coraggio di rientrare in citt, a Napoli;
le sarebbe parsa una rinunzia completa. Avrebbe aspettato nella
stazione. Non l'avrebbero mandata via, da quella sala d'aspetto? Non
aveva mai viaggiato sola: non sapeva niente. Il guardiano le si
accost, guardandola curiosamente. Ella gli don subito cinque lire:
si sent meno timorosa. Cercava di ricostruire il suo piano.
Bisognava, innanzi tutto, telegrafare a Ferrante--e tal pensiero la
faceva arrossire, pensava che avrebbe egli detto, trovandola cos
sciocca, cos distratta da perdere il treno. Che dir, che dir?--si
andava domandando, mentre girava intorno alla stazione, senza
ritrovare l'ufficio telegrafico. Alla fine lo trov. E allora non
seppe dove indirizzare il telegramma; non seppe che cosa dire, si
sentiva cos irritata e umiliata, con s stessa, col caso, che lacer
i fogli, senza riescire. Alla fine, mettendo l'indirizzo della
stazione di Roma gli telegraf, cos confusamente, che le riesciva
impossibile partire prima delle dieci e quarantacinque, senza
aggiungere le ragioni di questo _impossibile_ e soggiunse, umilmente:
_perdonami_. Lo soggiunse, poich non potea resistere all'idea del
dolore di lui, Ferrante, non vedendola giungere alla stazione di Roma,
trovando un telegramma invece della sua persona. Oh quelle sette ore
di attesa! La pallida signora, vestita di un grande mantello bruno,
tutta chiusa in un grande velo di garza bruna, snella e flessuosa
nella persona, dall'andatura un po' lenta, un po' stanca, fu vista da
per tutto, ripetutamente, nella stazione, per quel pomeriggio e per
quella sera. Innanzi alle lunghe vetrine del libraio e nella sala
gelida dei bagagli, camminando, fermandosi, sfogliando distrattamente
un libro, aprendo un giornale illustrato; di nuovo alla sala del
telegrafo, donde telegraf a Sorrento, a due o tre persone che non la
interessavano punto; verso le sette nella sala del _buffet_, dove
prese un brodo e una tazza di caff, malgrado che non avesse fame,
seguendo con l'occhio distratto i multicolori avvisi della _macchina
Singer_, della _Coca Buton_ e della ferrovia lombarda ai _Tre laghi_;
fu vista finanche fuori stazione, passeggiare in gi e in su, facendo
voltare tutti quelli che la incontravano, mentre essa guardava, certo
senza vederli, il malinconico giardinetto della piazza, e le carrozze
da nolo disposte intorno come i raggi di un cerchio, e le insegne
dondolanti degli equivoci alberghi dal fanale verde o rosso; e da
capo, come se ella non potesse stare ferma, fu incontrata al
telegrafo, alla posta, nei terreni incolti della Piccola Velocit,
presso il venditore di libri e di giornali, su e gi, su e gi per
tutte le gallerie. Questo irrequieto fantasma muliebre vide empirsi e
vuotarsi le sale di aspetto dei viaggiatori che partivano
successivamente per le linee di Salerno, di Castellammare, di Foggia,
di Aquila: vide fermarsi e andarsene i treni carichi di uomini, di
donne, di borghesi e di contadini, che se ne andavano ai loro affari,
al loro lavoro, alle loro cure. E nella ultima ora di attesa la invase
una stanchezza profonda; rincantucciata in un angolo della sala di
aspetto, silenziosa, immobile, col sacchetto sulle ginocchia, ella
guardava le ondeggianti fiammelle del gas che il vento della sera
agitava, e fu il guardiano della sala che l'avvert della
partenza--tanto in lei si era fatta la convinzione che era inutile pi
partire, che Ferrante non l'amava pi, che tutto era finito. Tutta la
notte del viaggio, lunga, lenta, con le sue numerose, monotone
fermate, ella la pass in una veglia dolorosa alternata da qualche
torpore doloroso, tutta sola nel suo compartimento, tremando di freddo
malgrado le coperte e le pelliccie. L'alba si lev sulla severa
campagna romana; donna Grazia dormiva, ora, pallida pallida, e solo i
tre lunghi, striduli fischi del treno che entrava in Roma la
riscossero. Le parve di uscire da un sogno triste: il sole illuminava
le prime case di Roma, e la nebbia romana, e il fumo del treno, una
felicit di calore e di luce l'avvolse, scendendo dal vagone,
poggiando la sua mano sottile guantata sempre di nero in quella
tremante di Ferrante. Si guardarono, cos, lungamente, fra la folla,
tenendosi per mano, camminando quasi portati.

--Sei venuta, poi....--mormor lui, cercando di dominare la propria
emozione, intensa, soffocante.

--Credevi che non venissi pi?--chiese lei, con uno sguardo
scrutatore, fermandosi un minuto.

--S, l'ho creduto--soggiunse lui, chinando gli occhi, confessando con
quelle parole tutte le angoscie della sua serata e della sua nottata.

--Mi perdoni?--domand lei, umilmente, dolorosamente, sentendo bene
che fra loro era gi sorto e consumato il primo dolore.

--Non dir cos: tu ti puoi dare e ti puoi ritogliere--disse fermamente
lui, guardando altrove, per non far vedere che sforzo questa fermezza
gli costava.

Essa non rispose. Poteva dirgli che il proprio ritardo non era stata
una crudele esitazione, l'idea novamente feroce di spezzare
quell'amore: poteva semplicemente dirgli che era stata la perdita di
cinque minuti, per annodare il velo del cappello, o per prendere il
taccuino dimenticato e che quindi ella aveva perduto il treno. Le
parve, questa ingenua narrazione, cos ridicola, cos volgare, che non
os farla; e lasci, per vilt, che perdurasse quell'amaro malinteso,
quel senso triste di sfiducia che era nato nell'animo di Ferrante.

Adesso, col facchino dietro, erano in piazza della stazione.

--Dove andiamo?--ella chiese.

--Non so....--rispose Ferrante, incerto.--Avremmo dovuto partire ieri
sera. Stanotte, io non sono rientrato in casa mia, ero cos
turbato....

--Quando parte, il prossimo treno, per Firenze?--diss'ella,
brevemente.

--Alle dieci e mezzo, fra tre ore.

--Tre ore, tre ore....--mormor Grazia, come pensando.

--Vuoi che ti accompagni a casa mia.... non vi  nessuno.... o in
albergo?--E il verbo _accompagnare_ era stato molto sottolineato.

--No, no, a casa tua--rispose subito Grazia, con una paura nella voce.

--Allora, in albergo?--soggiunse lui, pazientemente.

--.... S,... ma senza entrare in Roma--e abbass gli occhi, come
vergognandosi.

--Vi  il _Continentale_ qui dietro, in Piazza Margherita, non ti
stancherai molto.

Seguti dal facchino che portava le loro robe, vi andarono; sottovoce
come se indovinasse le intenzioni di Grazia, Ferrante chiese due
stanze al segretario dell'albergo; sottovoce costui gli domand se le
voleva vicine, e Ferrante gli disse subito che non importava. Grazia
saliva innanzi, chinando il capo; alla porta della sua stanza, il
segretario li salut. Ella rest ferma, guardando Ferrante, con la
mano appoggiata sulla maniglia della porta.

--Rammentati,  alle dieci e mezzo: verr a prenderti alle
dieci--disse Ferrante, gelidamente.

Le fece un saluto corretto e si allontan subito.



II.

Ella entr nella sua stanza e vi si chiuse, buttandosi pesantemente
sopra una poltrona: si sentiva morire di tristezza, sentiva di essere
disamorata, crudele con Ferrante, eppure non trovava ancora uno
slancio di tenerezza, un impeto di passione per fargli dimenticare
tutte quelle noie, quelle punture, quei disinganni, quelle amarezze.
Ma tanta gente era loro intorno, dovunque, alla stazione, in piazza,
nell'albergo, gente estranea,  vero, ma curiosa, dall'orecchio teso,
dallo sguardo acuto! Ella si era chiusa nella sua stanzetta, stanzetta
piccola, linda, ma banale come tutte le stanze di albergo, ma fredda
con tutto il lieto sole autunnale che vi entrava; Grazia si era chiusa
l dentro, e un profondo pentimento le veniva in cuore, pel modo come
aveva trattato Ferrante; la propria ingiustizia verso quel forte e
docile amante che nulla chiedeva, che non si lagnava, che cercava di
allontanarsi, di ecclissarsi sempre, onestamente, correttamente,
mentre nell'anima gli ardeva la grande fiamma, questa propria
ingiustizia, le faceva orrore, le sembrava un egoismo mostruoso, la
crudelt di una donna glaciale che pospone sempre il mondo all'amore.
Rivoltata contro s stessa, si lev per chiamare, per far avvertire
Ferrante di venire da lei: voleva buttarglisi alle ginocchia per farsi
perdonare, poich egli solo era buono e giusto. Ma mentre era l per
premere il campanello elettrico, ud parlare sommessamente, nella
stanza attigua. Si ferm: non era sola dunque, malgrado che si fosse
chiusa a chiave? Aveva dei vicini, a destra e a sinistra, forse da
tutte le parti, che, come ella udiva la loro, avrebbero udita la voce
di Ferrante e la sua, parlando d'amore? Oh questi alberghi, che
realt, che realt meschina, sconfortante, nauseante! Torn alla
poltrona, vi si sedette, senza far rumore, aspettando che le voci
cessassero; forse i vicini sarebbero usciti, partiti: allora ella
avrebbe chiamato Ferrante, per farsi perdonare. Ma le voci dopo
qualche intervallo di silenzio, brevissima pausa, si udivano di nuovo:
erano quelle di un uomo e di una donna, che discutevano pacatamente;
si afferrava ogni tanto una parola, facevano il conto del loro
viaggio. Ella fremeva, si agitava sulla poltrona, sperando sempre, a
ogni momento di silenzio, che i vicini se ne fossero andati: ma
quietamente essi ricominciavano a chiacchierare, con un'intonazione
monotona, senza stancarsi. Per un momento Grazia si tur le orecchie
quasi piangendo, al colmo di un urto nervoso che le poche ore di
cattivo riposo del treno non avevano calmato: malediceva questi vicini
che le rubavano quelle altre ore di felicit. And ad aprire la
finestra della stanzetta, per sottrarsi a quell'incubo: il sole
allietava tutto il piazzale della stazione, la giornata era dolce e
bella, Grazia, stette guardando come un fanciullo che un nulla
distrae, le persone che passavano sulla piazza. Cos assorta, non ud
che la seconda volta, quando bussarono alla sua porta. Era Ferrante:
ma non entr, rispettosamente.

--Andiamo?--diss'ella sorridendogli.

--S--disse lui, sentendo e vedendo la luce di quel sorriso, per la
prima volta.

Ella mise il suo braccio sotto quello di lui: si appoggiava
lievemente. Non potea dirgli nulla: ma vi era nei suoi occhi, nella
sottile mano guantata, in ogni movimento della persona tanta femminile
tenerezza, una cos affettuosa domanda di perdono che egli dovette
intenderla, in tutta la sua manifestazione: due volte, per le scale in
penombra, si ferm a guardare il volto della sua donna, quasi volesse
imprimersi nel cuore quella espressione cos viva. Chi li vide passare
di nuovo, sulla piazza, per la stazione, andando a mettersi nel
vagone, in quella bionda mattinata di autunno, intese, certamente, che
passava sul capo di quei due felici una silenziosa ora celestiale. Di
quanto intorno ad essi avveniva, quei due pi non sapevano: una
macchinale coscienza, memore di altri viaggi, di altre partenze li
guidava nella loro vita esteriore: una coscienza meccanica che si
chet, anch'essa, quando il treno fu partito da Roma. Erano soli. Una
parte delle tendine color di legno erano tirate, contro il sole che si
avanzava; solo da due cristalli si vedeva il paesaggio fuggente.
Ferrante si era seduto accanto a Grazia: la mano di lei era fra le
sue, stretta mollemente: a un certo momento ella la ritir, ma
soltanto per sollevare il suo velo bruno; la picciola mano fedele
ritorn subito fra quelle dell'amor suo. N dicevano nulla. La delizia
di due amanti, soli nel vagone fuggente per la campagna, fuggente
innanzi ai villaggi e alle piccole citt, ha poche delizie che la
eguaglino: tanto  acuto il senso di libert, di amore inconturbato,
di oblo terreno che d quella fuga. Non esistono pi n lo spazio, n
il tempo, n l'uomo, n la vita: esiste solamente l'amore, nella sua
massima condizione d'indipendenza, trasportato lontano, lontano, dove
non vi sia che amore. Che dirsi? Ogni tanto ella sentiva che Ferrante
la chiamava per nome, ripetendone due o tre volte le sillabe
incantatrici: ma forse non la voce di Ferrante, era l'anima che
parlava e l'anima di Grazia stava a sentire. Due o tre volte, a un
lembo di paesaggio illuminato di sole, a un piccolo paese sospeso
lungo i fianchi di una collina, innanzi a una grande pianura maestosa,
i due volti si accostavano, dietro allo stesso cristallo, per vedere
come era bello il mondo esteriore, non quanto quello che portavano nel
cuore. Tacevano. Sentivano che era quella l'ora invocata tante volte,
nelle insonnie della notte, nelle vuote mattinate, nelle sere
affannose; sentivano che era quella la realt del loro infinito
desiderio, l'amore nella solitudine suprema; e sembrava loro che
qualunque parola dovesse turbare questo sacro raccoglimento, questa
concentrazione di felicit. Niuno sapeva pi nulla di loro: essi non
sapevano pi nulla, di niente: e poteano dire che il mondo era
scomparso, o era stato assorbito nella incommensurabile dolcezza del
loro amore. Solo quando il sole cominci a discendere sulla poetica
campagna toscana, un senso di malinconia si mescol, naturalmente, a
tanta dolcezza. Era una mestizia fuor di loro, che veniva dalle cose:
il paesaggio verde, i colli cos pittoreschi, e le bianche case, e il
fiume mormorante sul greto, e i campanili dei villaggi si fecero prima
rossi, poi violacei, poi bigi: tutti i veli avvolgenti, misteriosi,
malinconici del tramonto salirono dalla terra al cielo. Parve che il
treno corresse meno rapidamente, come preso anch'esso da una
fiacchezza; le voci delle stazioni erano meno vivaci, meno allegre,
alcune sembravano rauche, altre fioche; il fiume, apparendo,
riapparendo, assunse un aspetto tragico, di acqua traditrice
gorgogliante; la stretta di mano di Ferrante che teneva nella sua
quella sottile di Grazia, si allent, come se lo cogliesse una
improvvisa, crescente debolezza e la mano sottile si raffredd sotto
il guanto. Videro un cimitero: un piccolo cimitero di paesello a mezza
costa, con quattro o cinque cipressi e poche lapidi bianche.

--Beati i morti--ella disse sottovoce quasi parlasse a s stessa.

--Chiss!--le rispose lui, sul medesimo tono.--Forse amano ancora.

--Tu hai tombe, per il mondo?--gli domand lei, piegandosi a
guardarlo, in quella penombra crepuscolare.

--No: ma tutti abbiamo delle tombe, in noi.

--Molte cose hai veduto morire?

--Molte cose e molte persone che son vive.

-- triste,  triste--diss'ella ributtandosi indietro, sulla
spalliera.

--La tristezza  in fondo alle anime: non bisogna andarla a
cercare--soggiunse Ferrante, come se pronunziasse una sentenza.

Tacquero. Ella aveva abbassato il velo sul viso di nuovo e il capo sul
petto. Egli si lev, guard dallo sportello opposto, nella penombra,
per qualche tempo; poi ritorn vicino ad essa, sedendosi.

--Grazia?

--Ferrante?

--Che hai?

--Nulla--fece lei, con un gesto largo.

--Dimmi, dimmi che hai.

--Quello che hai tu--rispos'ella, enigmaticamente.

--Non parlare di me: io sono una quercia fulminata. Tu non puoi essere
come me; sei cos giovane, e cos bella, Grazia, e cos destinata alla
felicit!

--Io ho paura.... paura....

--Di che, amore, hai paura?

--Della vita.

--Fole!--egli esclam, sorridendo nella penombra.

--E della morte, della morte, assai pi.

--La morte  lontana--fece lui.

--Taci, taci--mormor Grazia--forse passiamo innanzi a un altro
cimitero.

Quasi presa da un vago ma forte terrore, ella si era stretta a lui,
infantilmente, poggiandogli la guancia sulla spalla, chiudendo gli
occhi. Quei due sportelli su cui non erano tirate le tendine di lana,
quegli sportelli oramai neri, nella sera fitta, affascinavano la
donna, come se fossero aperti sull'infinito. Egli se ne accorse,
vedendola immobile, estatica, con gli occhi sbarrati sul nero
orizzonte che fuggiva dietro i cristalli: volle fare un moto per
levarsi, per tirare le altre due tendine.

--No, no--lo supplic lei, stringendosi ancora, socchiudendo gli
occhi.

Restarono cos: il lumicino ad olio del vagone tremava, pareva dovesse
spegnersi ogni momento. Bizzarre ombre danzavano. sui divani:
tenendola stretta a s, bimba spaurita, Ferrante sentiva che Grazia
affannava un poco. L'aria si era raffreddata. Una angoscia li
opprimeva, entrambi, angoscia ignota, angoscia di chi ha intravvisto
il negro problema dell'infinito. Due o tre volte egli volle muovere
una mano per carezzarle i bruni capelli: ma ella temendo che Ferrante
la lasciasse, rabbrivid di paura. Due o tre volte egli disse,
sottovoce, come un soffio amoroso:

--Grazia! Grazia!

Ma ella fremeva, fremeva, e gli diceva:

--Taci, taci, taci.

Tanto che il lungo, sonoro fischio, triplicato fischio della
vaporiera, le fece gittare un grido di spavento.

-- il fischio di allarme, nevvero--domand, piena di ambascia, quasi
che non fosse possibile, in quel momento, altro che una grande
catastrofe.

--No, no,  Firenze.

--Tre fischi, grave pericolo--balbett lei ostinata.

-- Firenze,  Firenze, cara.

L'arrivo spezz l'incubo. La carrozza in cui essi viaggiavano avrebbe
proseguito sino a Venezia, attaccandosi, al treno in partenza da
Firenze; ma per la partenza ci voleva un'ora e mezzo.

--Scendiamo?

--S, s, s--disse lei, levandosi, subito, avida di moto, di luce.

--Vuoi pranzare, nevvero, cara?--chiese lui, trattandola
infantilmente.

--S, subito, subito--fece ella, attaccandosi al suo braccio, con
un'improvvisa disinvoltura.

Ora, per il livido chiarore del gaz, nella calda sala del Doney,
seduta di fronte a lui, togliendosi lentamente, con un moto
seducentissimo, i lunghi guanti neri, raddrizzando i numerosi anelli
delle sue mani gemmate, appoggiando le lunate spalle a un seggiolone e
distendendo i piedini sopra uno sgabello, ella era ridiventata la
bella, vivace signora dei convegni aristocratici, dei balli
inebbrianti, dei folleggianti _pique-niques_. Anzi, mentre i nervi le
si chetavano nel senso di riposo che d una sala lucente, tiepida, con
qualche mazzo di fiori sparso qua e l, con una folla rumorosa che si
rallegra nell'apprestamento del cibo, a questa sua bella serenit si
mescolava la maliziosa soddisfazione della donna che gusta la libert,
il piacere bizzarro e pericoloso della prima, audace avventura di
amore. Essere in compagnia di Ferrante che l'amava, che ella amava,
guardandosi negli occhi, sorridendosi, innanzi a molta gente e senza
punto curarsi della gente, pranzando insieme, come due sposi
innamorati, parlando pianissimamente, a fior di labbro, ci costituiva
per lei una nuova, acre, vivida, soddisfazione umana, quasi, che ella
esercitasse una lungamente meditata vendetta, di tanti pranzi di
cerimonia, noiosi, banali, fra persone indifferenti e antipatiche. Una
novella impensata trasformazione si faceva in lei: ella si sentiva
fatta di umana argilla, si sentiva donna, si sentiva felice di quella
libert conquistata a prezzo di tante lacrime, assaporava con lentezza
raffinata la sua parte di felicit terrena. Ferrante, con lo sguardo
profondo dell'amore, le leggeva nell'anima; uno strano sorriso di
conquista gli vagava sulle labbra; ed ella che vedeva questo sorriso
di conquista, non se ne offendeva, no, anzi ne pareva singolarmente
orgogliosa. Un senso segreto ma traboccante di sfida le saliva dal
cuore, ribellatosi al cervello: una sfida contro tutto quello che
aveva venerato, di cui aveva avuto, sino allora, rispetto e paura:
parevale sentire, in quell'ora, la inutilit dell'abnegazione, la
vacuit del sacrificio, la ingratitudine del mondo a qualunque
privazione morale fatta per esso. E come questi superbi e acri
pensieri le passavano nell'anima, corrodendone il buon metallo lucido
del carattere, Ferrante seguiva questo passaggio e nel suo orgoglio di
uomo si gloriava del cangiamento. Donna Grazia prese dei fiori, una
grossa manciata di fiori, dalla fioraia che glieli offriva non senza
timidezza: i morti fiori autunnali di cui ella adorn il suo grande
mantello bruno, fra occhiello e occhiello: e dopo aver aspirato
lungamente il fiore, quasi impercettibile profumo di una rosa thea, lo
offr a Ferrante con un muto cenno, con uno sguardo pieno di amore,
sguardo cos vibrante di elettricit che l'uomo impallid. Adesso
passeggiavano su e gi, nella galleria di aspetto, coperta di
cristalli, e curiosamente donna Grazia si fermava a tutte le piccole
botteghe, dove si vendevano dei nonnulla, piccoli ricordi fiorentini,
chincaglieria povera di viaggiatori sentimentali ed economici. Essa
volle comprare le noci intagliate che raffigurano la cupola di Santa
Maria del Fiore, le scatolette di legno d'ulivo che vengono da Lucca e
portano sul coperchio le due rondinelle fuggenti, col motto francese;
_je reviendrai_, le scatole da guanti, di paglia, foderate di raso
azzurro o rosso. Pareva una bimba bizzarra e ingenua, al suo primo
viaggio; essa risal nel vagone, ridendo, ridendo, buttando sui sedili
i fiori, gli oggettini, andando e venendo, con le guancie un po' calde
e le belle mani che sembravano farfalle gemmate, volitanti di qua e di
l. Siccome non si partiva ancora, Ferrante le chiese permesso di
passeggiare sul terrapieno, per fumare una sigaretta.

--Fuma pure--disse lei, crollando il capo, ridendo ancora sottovoce.

Egli accese la sigaretta e si appoggi a uno dei pilastri della
tettoia, fumando silenziosamente, immobile, guardando il vagone,
fisamente, come se l fosse tutta la sua vita, come se gli fosse
impossibile di perderlo d'occhio. Improvvisamente ella si era fermata,
nel vano dello sportello aperto, appoggiando la testa allo stipite di
legno, e guardava Ferrante che fumava. Attorno a loro i viaggiatori si
arrabattavano per trovare i migliori posti, per la notte: qualcuno si
fermava innanzi al vagone, di cui donna Grazia sbarrava l'entrata, ma
si ritirava subito, tanto quell'alta e snella figura di donna pareva
lei posta a guardia della carrozza. Ferrante prese ancora un'altra
sigaretta bionda, l'accese, la fum, imperturbabile fra il chiasso di
quella partenza per la linea Bologna-Venezia. Donna Grazia si era
seduta dietro lo sportello, ma teneva il busto un po' inclinato, per
guardare ancora il suo compagno di viaggio: quando gli vide gittare
met della seconda sigaretta, spenta, mormor sommessamente:

--Non vieni?

Egli dovette pi che udire, intendere, tanto era fioca la voce
seduttrice: fu nel vagone in un attimo, tirandosi dietro lo sportello.

--Fuma anche qui: non mi fa male--disse lei, mettendosi di nuovo i
guanti, mollemente.

--No, no, tu devi dormire--rispose lui, con una tenerezza quasi
fraterna.

Ma fra le pelliccie, gli scialli, le coperte, al caldo, ella si
addorment assai tardi. Teneva gli occhi chiusi, per, lasciandosi
prendere da tutta quella dolcezza dell'amore e delle cose; ogni tanto,
con un moto adorabile di stanchezza, li schiudeva e trovava gli occhi
di Ferrante fissi su lei, cos teneri, cos amorosi che la
magnetizzavano di nuovo, nella dolcezza.

--Non dormi?--chiedeva ella, vagamente, come se parlasse in sogno.

--Non ho sonno--diceva lui facendole cenno di chetarsi, sorridendo
tacitamente.

Solo nel mezzo della notte, ella trabalz, scossa da un grande
fragore, vedendo una gran luce rossastra.

--Che ?--grid, levandosi a met.

--Niente, non aver paura: passiamo sul Po.

Sulle rive nere del fiume, nella notte, grandi cataste di legna secca
bruciavano: attorno ad esse i guardiani del fiume vegliavano e si
riscaldavano, temendo l'inondazione autunnale.

--Dormi, non aver paura--soggiunse lui, lasciando ricadere la tendina,
sedendosi accanto a lei, passandole lievemente la mano sui capelli,
per chetarla.

Quando ella si risvegli di nuovo, all'alba, avevano gi oltrepassato
Mestre, erano sulla stretta lingua di terra che attraversa la laguna.
E non si vedeva altro, da tutte le parti, che una grande estensione di
acqua immobile, senza che un solo soffio ne agitasse la tinta
argentina, opaca. Ogni tanto una pianta acquatica, senza fiori, senza
foglie, cio un cespuglio di rami nudi e neri, irti come spini, usciva
dall'acqua: o un pilone nero, un po' inclinato, sorgeva dal fondo. Una
lieve nebbia argentina ma senza luccicori fluttuava sull'acqua, e
tutto l'orizzonte era della stessa tinta, senza che si potesse
distinguere dove l'acqua finisse, dove cominciasse il velo di nebbia.
Un vento umido e molle alitava. E il vagone parea molle di umidit,
tutto il treno pareva andasse sull'acqua dormiente, attraverso la
nebbia, fra il fiato umido e soffocante.

--Ecco Venezia--disse Ferrante, un po' ansioso, guardando pi il viso
di Grazia che il paesaggio.

--Non vi --diss'ella, vedendo solo la laguna e la nebbia, tremando un
po' nella voce, pallidissima.

Si risedette; due volte mise la testa fuori del cristallo, guard
attorno, lungamente; si pass le dita sulla manica, come per sentire
se fosse molle di umidit. Alla fine, fra la laguna e la nebbia, sorse
qualche profilo bigio di una massa pi oscura.

--Ecco Venezia--ella mormor, quasi fra s.--Pare una tomba.

.............................................................
.............................................................

Come tutte le altre mattine, fosse avvolto nella bigiastra velatura il
Canal Grande e la chiesa della Salute, e lontano, laggi, scomparisse
addirittura il canale della Zuecca; o la lenta pioggia di ottobre
piovesse solingamente su quell'acqua dormiente, su quella chiesa
dormiente, su quei palazzi dormienti; o il biondo sole illuminasse i
tenui azzurri del cielo e le sagome fini della chiesa e circondasse
l'isola di San Giorgio in un'aureola di luce; come in qualunque
mattinata, Ferrante entrando nel salotto pieno di fiori, trov donna
Grazia seduta, nel vano dello stretto e lungo balcone a ogiva,
guardando vagamente il paesaggio. Ella portava sempre una delle sue
vestaglie di lana bianca, dalla forma di peplo, che odoravano di
violetta, poich fra le arricciature di merletto del collo, fra le
morbide pieghe del petto, alla cintura, spuntavano dei freschi
mazzolini di violette. Ella guardava, con gli occhi fatti quasi pi
grandi e un po' vitrei dalla lunga contemplazione.

--Che hai?--disse Ferrante, baciandole le mani.

--Nulla--fece lei, con un piccolo sorriso.

--Mi ami sempre?

--Sempre, sempre.

E un cenno largo, come ad accennare un fatto ineluttabile, accompagn
la monotonia di quella voce dove pareva si fosse infranta ogni corda
di vivacit.

--Sei triste, mi pare--disse lui, chinandosi a guardarla meglio.

Ella sorrise ancora, senza rispondere, gli dette, con un atto gentile,
uno dei suoi mazzolini di violette; egli lo prese, l'odor e poi lo
rigir fra le dita, senza parlare.

--Anche tu sei triste?--chiese ella, levando su la testa, con un gesto
affettuoso.

--No, cara. Venivo a chiederti se volevi uscire.

--.... S--disse lei, dopo una pausa,--Dove andiamo?

--In giro--fece lui.--Dove tu vuoi.

Invece, la voce di lui era un po' stanca. Senza dire altro, ella si
lev e pass nella sua stanza a vestirsi. Occupavano un vasto
appartamento mobiliato, in uno dei magnifici palazzi del Canal Grande,
dirimpetto alla chiesa di San Giorgio: appartamento mobiliato con
qualche traccia del lusso antico, a cui si mescolava tutta la
confusione fra comoda ed elegante del lusso moderno. Ma le stanze
erano tanto grandi che parevano vuote, sempre; le finestre, i balconi
erano cos piccoli che la luce vi entrava scarsamente, anche nelle pi
limpide giornate; e malgrado i fiori di cui Grazia riempiva tutte le
stanze, tutti gli angoli, tutti i tavolini, i saloni non si
rianimavano, restavano freddi e muti come se fosse impossibile farvi
risuscitare anche una finzione di vita. Grazia e Ferrante stavano
sempre insieme; spesso, lui, per discrezione, si ritirava nella sua
camera, lasciava Grazia libera; ma dopo un poco, era preso da tale
insoffribile malinconia, che cercava di lei, e la trovava cos
insoffribilmente malinconica, che si tendevano le mani, come se l'uno
dovesse salvare l'altro. Quando erano insieme, certo, di fronte a quel
paesaggio grandioso ma dormiente, in quell'ambiente di cose morte e di
cose moribonde, fra quei colori che erano stati vivaci ed erano
pallenti, fra quel silenzio grande di uomini e di fanciulli, certo,
non avevano la grande giocondit delle anime intensamente felici; ma
si teneano per mano, quieti, silenziosi, senza sussulti e senza
tristezza. Si ricercavano, dunque, ansiosamente, come se dovessero
sempre partire per un lungo viaggio, come se dovessero iniziarsi ad un
altissimo diletto spirituale, come se dovessero raccontarsi tutto un
romanzo misterioso, il romanzo del proprio cuore: ma, essendo insieme,
parean subito appagati, senza bisogno di dire nulla, anime che gi
l'ambiente aveva impregnate di s. Cos quel giorno, come tutti i
giorni, solo dopo pochi minuti di assenza, donna Grazia ritorn per
uscire, vestita tutta di nero, come sempre, mentre in casa era sempre
vestita di bianco: sul nero vestito, qua e l, dai merletti, dalla
cintura, facevan capolino i freschi mazzolini di violette.



III.

Andarono, per i grandi saloni, per la scalea scuriccia: un servo apr
loro il portone che dava, per tre scalini, sulla laguna. L'acqua
appena appena fiottava, contro il marmo corroso. Il barcaiuolo che
sedeva a prora della gondola, senza far nulla, aspettando, si lev
subito e domand qualche cosa, nel suo dolce dialetto:

--Ha detto--spieg Ferrante a Grazia, interrogandola--se deve togliere
il _felze_.

--S, s--rispose ella subito--lo tolga pure; l sotto si soffoca.

E aspettarono: il gondoliere, con un certo moto bizzarro, essendo
entrato nella negra cabina dagli ornamenti di ferro lucido, ne sollev
con le spalle tutta la parte superiore, simigliante alla gobba nera di
un dromedario, al coverchio di una lunga bara di ebano dalle
intarsiature artistiche e dalle finestrine microscopiche: sempre
portandola sulle spalle, la depose innanzi al portone, raccomandando
al servo questo negro _felze_. La gondola ora aveva la sua aria di
barca da passeggiata, con l'elegante rostro lucido a prora, i due
posti di divano, a poppa, foderati di panno nero, adorni di cordoni e
di fiocchi di lana nera, sgabelli neri su cui appoggiare i piedi.
Grazia e Ferrante vi si sedettero, senza dire nulla: e il gondoliere
cominci a remare verso il Rialto, senza aver loro chiesto nulla. Quel
giorno lo scirocco era pi pesante del solito e dava pena al respiro.
Delle zttere cariche di carbone andavano per il Canal Grande, con un
moto cos lento che pareva quasi indistinto; l'uomo della zttera
puntava sul fondo del canale con una lunga pertica e, facendo forza, e
camminando sulla zttera in senso inverso della corrente, la faceva
avanzare. Era tutto bruno, arcuato, quasi piegato in due, e passando
vicino, Grazia ud uscirgli dal petto un gemito rauco e cadenzato,
quello che esce dal petto dello spaccalegna.

--Questo non canta certo le ottave di Torquato Tasso, come dicono i
poeti di Venezia--osserv Ferrante, nel cui cuore lo scetticismo
soverchiava ogni tanto il sentimento.

--Eppure questa laguna avrebbe dovuto esser fatta solo per l'amore e
per l'arte--mormor ella, aspirando il profumo di un mazzolino di
violette--non per il duro lavoro e per la miseria.

--Gli uomini guastano tutto--osserv sentenziosamente Ferrante.

--S--approv lei, chinando il capo.

La gondola andava lentamente, fra il gorgoglo delle acque smosse; a
un certo punto, lasciando il Canal Grande, infil un piccolo canale,
fra due alti palazzi grigio-verdastri. Cos faceva sempre il
gondoliero che li conduceva in giro, senza chieder loro dove volessero
andare. Due o tre volte lo aveva chiesto: ma essi si erano guardati in
faccia, esitanti, non sapendolo. Ora, non domandava pi. A ogni
voltata di piccolo canale gli usciva dal petto un grido gutturale di
avvertimento; a cui spesso rispondeva un altro grido, simile,
dall'altro gondoliere che gli veniva incontro, con la sua gondola.

--Perch le gondole sono cos nere, nere dappertutto, nel panno, nel
legno, nei cordoni, nei fiocchi?--domand distrattamente donna Grazia.

--Portano il lutto della repubblica--rispose Ferrante, che aveva
accesa una sigaretta e fumava.

--Veramente?--fece ella, guardandolo.

--Veramente.

-- triste,  triste--susurr lei, colpita.

Ma sbucavano in Cannaregio, il quartiere popolare, le cui case sono
piccole, le cui finestre sono adorne del bucato familiare, le cui
_fondamenta_ sono continuamente battute dai vivaci zoccoletti delle
donne: ed  un andirivieni, al sole, di bimbi biondi, di donnine dai
capelli neri e ricci, a ondate fulve, di uomini piccoli e tarchiati
dai mustacchi folti, ispidi e rossastri, mentre l'allegro e lezioso
dialetto forma un bruso, dovunque. Anzi, dinnanzi a una casa, vi
erano certi suonatori di chitarra, seduti per terra, mentre una donna
in piedi, sotto l'arco del portone, cantava una bizzarra melopea,
gutturale, quasi orientale, chiamata la _strega_, che un coro di donne
e di bambini riprendeva, a ogni ritornello, con voce sorda e grave.

--Qui sono allegri, almeno--disse donna Grazia, un po' rinfrancata,
sollevandosi sui cuscini.--Restiamo qui, un poco.

Sotto l'arco di un ponticello, accanto al traghetto, la gondola si
ferm. I due amanti tacevano, mentre il gondoliere si riposava. La
canzone della _strega_ continuava, grave, come una canzone di
Costantinopoli o di Algeri: ma i suonatori e i cantanti sogguardavano
spesso i due signori della barca, intimiditi, mentre la musica, a poco
a poco andava diventando pi debole, pi bassa, come scoraggiata dalla
presenza di quegli estranei. Una ragazza snella, dallo sciallino di
lana rossa, che distendeva una fune da un anello ad un altro sulle
_fondamenta_, per mettervi ad asciugare delle matasse di seta tinta,
si ferm nel suo lavoro, facendo solecchio con la mano, per vedere se
quei signori se ne andavano.

--Andiamo via, non disturbiamo questa buona gente--disse Grazia.

--Sono poco abituati ai forestieri: il Cannaregio  un quartiere di
poveri, di operai--rispose Ferrante.

La barca si allontan, mentre, alle spalle, ricominciava l'allegro
bruso del dialetto, ricominciava il ticchetto degli zoccoletti sulle
_fondamenta_ di pietra levigata, ricominciava la canzone
costantinopolitana della _Strega_. Andarono innanzi molto tempo,
incontrando pochissime gondole, trovandosi a un tratto in un largo
canale deserto: un canale cos vasto, cos torbido nelle sue acque
immobili, cos malinconicamente intonato che donna Grazia, per
vincerne l'impressione, ne chiese il nome al gondoliere.

-- il Canale Orfano, eccellenza.

E la gran leggenda tragica, che era durata, sinistra e tetra, per
centinaia di anni, la leggenda di tutti quei condannati, innocenti o
rei, che dopo aver agonizzato per giorni e mesi nelle carceri
soffocanti della Repubblica, in una notte oscura, facevano l'ultimo
loro viaggio sotto il _felze_ opprimente della gondola, per essere
strangolati tacitamente e gittati nelle acque profonde del Canale
Orfano, si par innanzi alla fantasia dei due amanti, con tutti i
fremiti di sgomento che tale visione truce pu dare.

--Il fondo deve essere coperto di scheletri--disse donna Grazia,
guardando fissamente l'acqua.

--Torniamo indietro--soggiunse Ferrante con voce alterata.

Tornarono: e come il gondoliere affrettava il movimento dei suoi remi,
donna Grazia gli fece cenno, con la mano, di far piano: pareva che
temesse di disturbare quei morti. Ancora, silenziosi, vogarono per i
canali, muti, quasi stanchi, non guardandosi neppure. Il movimento
della gondola, a lungo, li gittava in un intorpidimento di tutti i
sensi; tanto che neppure l'ora fuggente aveva pi valore per essi.
Canali seguivano canali: l'acqua era, dove verdastra, dove bigia, dove
semplicemente torbida, dove con un'opaca oscurit di carbone: palazzi
seguivano i palazzi, portoni pesanti chiusi come da secoli, gradini
corrosi dalla salsedine, alti pilastri piantati nelle acque per
legarvi le gondole e che s'inclinavano come se fossero presi da una
inguaribile debolezza, finestre senza cristalli, ma le cui imposte
verdi sembravano sbarrate per sempre. Ogni tanto un monastero, una
chiesa, una bottega d'infilatrice di perle; di nuovo portoni chiusi a
catenaccio e finestre serrate sino all'ultimo piano. La linea era
pura, bella, artistica: la poesia che traspirava da tutto l'ambiente
era grande, ma portava un profumo di fiori morti. E i due cadevano in
un languore di mestizia che ne domava ogni entusiasmo, che ne
annullava ogni impeto di vitalit.

--Qui, dicono fuggisse Bianca Cappello, per andarsene con l'amante a
Firenze--disse Ferrante indicando una finestra bassa di un grande
palazzo.

--Oh!...--fece Grazia, senza aggiungere altro.

E dopo un poco, sogguardando l'uomo che amava, facendo cadere le
parole, ad una ad una, gli chiese:

--Tu sei stato un'altra volta, a Venezia?

Egli intese la profondit della domanda e il pericolo della risposta:
una rapida emozione gli scompose il volto. Ma fu incapace di mentire.

--S: un'altra volta--rispose nettamente, buttando nel canale la
sigaretta spenta.

--.... Molto tempo fa?--aggiunse ella, con la freddezza e la tenacit
di un giudice che interroga.

--.... Non molto.

Ella tirava, macchinalmente, ad una ad una, le violette dal mazzolino
che teneva nelle mani e dopo averle fatte girare intorno al dito, le
buttava in acqua, seguendole un momento con l'occhio. Poche ne
rimanevano, smorte, quasi appassite nella larga foglia verde che le
accartocciava, penzolanti sugli stelucci.

--Eri solo?--fin d'interrogare lei, sempre tenendogli piantati gli
occhi sul volto.

Egli non rispose, n prima, n dopo, sentendo la crescente crudelt di
quel dialogo. Non rispose e volse il capo altrove. Allora ella, con
l'aria di una persona perfettamente convinta, guard un'altra volta le
sue ultime violette e con un atto risoluto, le butt in laguna, tutte.
Ostinatamente, per nascondere il rivolgimento del suo spirito, egli
guardava dall'altra parte; e anch'essa si mise a fissare un punto
qualunque dell'orizzonte. Una brutta gondola pass: le finestrine del
_felze_, senza i soliti delicati ornamenti di ferro lucido, erano
chiuse coi lucchetti, come una cassa forte. E sulla porticina del
_felze_, a guardia, stavano seduti due carabinieri in tenuta di
viaggio e coi fucili fra le gambe, immobili, in quell'attitudine
seria, pensosa, che d loro come una nova aureola di rispetto. Era la
gondola del carcere che avendo preso alla stazione i carcerati e i
carabinieri, li conduceva per la laguna, alla tetra dimora. Grazia
segu con l'occhio il nero convoglio filante sulle acque; poi abbass
il capo sul petto, reprimendo le ardenti lacrime che le salivano agli
occhi. Fu pi innanzi, in un canale laterale che si lega al Canal
Grande nel sestiere di Dorsoduro, che incontrarono la pi tetra barca
della laguna. Era tutta nera, come le altre, ma mancava di quella
grazia civettuola della gondola di passeggiata: non aveva, a prua, il
rostro lucido; era pi larga, pi piatta; si dondolava goffamente
sulle acque: e i due gondolieri, invece del solito gabbano fra
cittadino e marinaro, invece del solito berretto, portavano una
giacchetta nera e un cappello a cilindro, con una coccarda nera. Stava
ferma, la gondola, innanzi a un portoncino aperto; due o tre donne
erano sotto il portoncino.

--Che  quella gondola?--disse Grazia al gondoliere, scattando in
piedi.

-- la gondola dei morti, eccellenza: quelli sono i becchini.

--Andiamo via, andiamo via, Grazia--disse Ferrante rompendo il
silenzio, dolcemente, volendo infrangere il malo incantesimo di quella
giornata.

--No, no, voglio vedere--disse lei, duramente--gondoliere, fermati un
poco.

-- meglio andare, cara,  meglio--ribatt lui, umilmente, crollando
il capo.

Ma ella non gli dette retta. In piedi, appoggiata al divanetto di
destra, guardava nel portoncino nero, donde arrivava un confuso
mormorio.

--Voglio vedere questo morto--disse a s stessa, senza distogliere gli
occhi dal portoncino.

E quasi la sua anima desiosa di dolore, avesse avuto una forza
magnetica, un tumulto si fece nell'ombra del portoncino, e fra un
piccolo gruppo di donne e di uomini, portata da due altri becchini,
comparve la bara; dietro le persiane di una finestra, al primo piano,
si udiva un singhiozzo disperato e si vedeva una mano convulsa che
tentava di aprirle, mentre qualcuno si opponeva, tenendole ferme.
Questi volevano vedere la bara, che veniva caricata nella gondola
funeraria: la piccola bara, la sottile bara, poich era la bara di un
bambino, e lass, era certamente la madre del bimbo che singhiozzava e
tentava disperatamente di aprire la finestra. A un tratto, con un moto
svelto di gente pratica, i becchini gondolieri ficcarono la piccola
bara sotto il _felze_ e ne richiusero con un colpo secco la porticina.
Il picciolo morto era solo, l sotto. Ai quattro lati del _felze_
furono sospese delle povere e pallide corone di sfatti crisantemi, che
una fanciulla piangente in silenzio aveva porto ai becchini.

--Andiamo via, presto, presto--disse nervosamente Grazia al
gondoliere, ricadendo a sedere sul divanetto.

A un tratto era stata presa dall'orribile paura di dover fare la
stessa via del morticino; e soggiungeva, mentre si allontanavano,
senza voltare il capo indietro, _presto_, _presto_. Alle spalle il
singhiozzo della persona che si disperava dietro la gelosia si era
fatto pi forte, pi alto: la barca funeraria si metteva in moto. Ma
era cos lenta, che la gondola di Grazia e di Ferrante scomparve
subito. Quando ebbero camminato per un pezzo, allora soltanto ella si
volt a guardare Ferrante, ma lo vide cos travolto, cos pallido, che
ne ebbe orrore e piet. E dopo un minuto di intensa riflessione, ella
intu, ella indovin il pensiero di lui:

--Tu pensi al tuo bambino?--gli disse, sottovoce, nella faccia.

Ah, questa volta, questa volta, egli non ebbe il coraggio di negare:
disse di s, semplicemente, senz'altro. Ed ella, allargando le
braccia, fece un atto di persona vinta, che lascia andare la sua vita
al vortice soverchiante.

Pure, nella serata, ubbidendo alla sua natura buona e generosa, ella
and a lui, nella pace fredda del grande salone e lo preg che le
perdonasse. Si umiliava, tutta confusa, sentendo sempre pi grande
farsi la lontananza fra loro, cercando, con la bont, con la piet, di
riavvicinare le loro anime, nuovamente. E lo vide tremare, come essa
tremava, di dolore, di tenerezza, di compassione: egli le carezz
lievemente i capelli, con quel moto affettuoso, famigliare,
aggiungendo qualche vaga parola di conforto: e l'uno voleva consolar
l'altro, a forza, come di una grande sventura ignota, di cui nessuno
dei due voleva pronunziare il nome. Nell'ombra del salone che solo la
vampa del caminetto spezzava, gittando spruzzi sanguigni di luce sul
vecchio tappeto veneziano, essi si tenevano per mano, frementi di
dolore, balbettando incerte parole di consolazione e sembravano,
insieme, in quell'ora bruna, in quella camera, la rovina di una grande
cosa, i superstiti di un naufragio dove tutto avessero perduto.

N il sole novello, n le miti giornate di ottobre, n gli sforzi dei
loro cuori coraggiosi e onesti, n la paura della catastrofe che
vedevano avvicinarsi e pure volevano scongiurare, potevano ridonare a
Grazia e a Ferrante, ci che era irreparabilmente fuggito. Ancora per
vari giorni Venezia che tanti amori e tanti amanti ha visti e dovr
ancora vedere, per vari giorni la soave citt languente di morte, vide
questi due amanti nelle sue _calli,_ nelle sue piazze, nelle sue
chiese, sempre insieme, tenendosi sempre per mano, come se volessero
comunicarsi un fluido che li legasse per sempre, come se volessero
vincere un potere ignoto che aspirasse al dissolvimento. Incapaci di
reggere alla solitudine della loro stanza segregata, della loro casa
cos piena di tristezza, incapaci di prolungare un dialogo solitario
senza che li conducesse, istintivamente, inconscientemente, a una
fatale conclusione, essi cercavano di mettere il mondo esteriore fra
loro, desiderosi di quanto potesse distrarre i loro occhi e le loro
anime. Quella semplice e bonaria vita esterna veneziana, li seduceva,
non in s, ma perch li toglieva alla tetra domanda della loro
coscienza; le lunghe stazioni sotto le Procuratie, innanzi ai piccoli
tavolini del caff Florian, dove si ripetono, meno ingenue e meno
piacevoli, le scene goldoniane; le lunghe stazioni, in piazza,
guardando il volo dei colombi che discendono a mangiare il miglio,
buttato dalle candide mani di una fanciulla inglese, ammalata di
nostalgia e di anemia; le lunghe stazioni nella basilica dove, sotto
le arcate che pare abbiano profondit infinite, i lumicini delle
lampade moresche brillano innanzi alle sacre immagini cristiane,
innanzi ai santi e alle sante dalla faccia nera e dal vestito di
argento; le lunghe stazioni sulla riva degli Schiavoni, nell'ora del
tramonto, in una luminosit cos fine, cos trasparente che nessun
paese possiede, che nessun poeta ha saputo descrivere e nessun pittore
dipingere; le lunghe passeggiate per le straduccie strette che
sembrano corridoi di una immensa casa, la compra di gingilli, di
ricordi nelle microscopiche botteghe di Merceria e di Frezzeria; le
lunghe contemplazioni artistiche nei musei e nelle gallerie, innanzi
ai capolavori umani e divini di Carpaccio e di Gian Bellino, del
grande Paolo e del superbo Tiziano. Qui erano pi lunghe e intanto pi
pericolose le loro dimore, poich la sublime arte veneziana  cos
fatta di amore supremo e di amore terreno, che  impossibile non amare
o non parlare di amore, per essa. Queste manifestazioni cos potenti
della passione, mentre li attraevano, li lasciavano turbati sino agli
strati imi del cuore. Pi di una notte, levandosi nella veglia
affannosa, uscendo dalla sua stanza nella bianca vestaglia come un
fantasma che non avr mai requie, Grazia andava fino alla porta della
stanza di Ferrante e sentiva che anche lui vegliava, passeggiando,
fumando, schiudendo la sua finestra per guardare il negro Canal
Grande. Due volte sent che egli scriveva, che scriveva tanto
concitatamente che la penna strideva sulla carta. E a chi scriveva?
Ella non os mai chiamarlo, mai chiederglielo. Due volte Ferrante era
uscito, solo, forse per impostare queste sue lettere; mai era giunta
una lettera di risposta. L'angoscia che li ardeva, adesso, non era pi
che dolorosa: era una vampa che li consumava in una lotta contro un
nemico sconosciuto che prendeva sempre pi terreno, che ogni giorno
guadagnava una piccola o una grande battaglia; era una fiamma che li
devastava da cima a fondo, facendo il vuoto in essi, senza che le
lacrime alla tenerezza valessero a smorzarne l'incendio. N l'uno
diceva all'altro il segreto di queste veglie ardenti e desolate; ma
ognuno lo indovinava questo segreto, sul volto dell'altro, senza
parlare, anzi temendo di parlare. Ancora camminavano accanto, nella
vita, tenendosi per mano: ma a un motto, a un gesto, tremavano di
veder sparire l'amata figura daccanto. La solitudine, la solitudine a
cui nessun segreto resiste, la solitudine che risolve a rilento o
bruscamente tutti i grandi problemi morali dello spirito, era quella
che li sgomentava. Avevano deserta la casa, ora. Un giorno, sul finire
di ottobre, non sapendo dove portare il loro bizzarro tormento,
s'imbarcarono sul vaporetto che porta all'isola del Lido, un'isola
tutta verde, piena di piccole ville, che da una sponda d sulla
laguna, sul mare immobile, dormiente, dall'altra sponda sullo
squillante, fragoroso, tempestoso Adriatico.  su quella sponda che si
erge il bello stabilimento di bagni marini, dove accorre tutta Venezia
e vengono italiani da tutte le parti, e anche stranieri, tanta  la
gaiezza estiva di quel ritrovo. Ma nulla  pi stranamente malinconico
della citt di svernatura al mese di agosto, e delle spiaggie di bagni
quando l'estate  fuggita via, da tempo. I viali dell'isola erano
deserti e il piccolo _tramvai_ andava e veniva, pian piano, vuoto,
tanto per fare le sue corse di quel giorno. Lo stabilimento aveva
tutte le porte dei suoi camerini aperte; alcune sbattevano contro le
pareti, per il vento forte del mare, le onde schiumavano rabbiose
contro i pali, frangendosi. Nel grande salone-terrazza, non un'anima;
solo il custode sonnecchiava nel suo casotto, malgrado il cattivo
tempo. Grazia e Ferrante andarono ad appoggiarsi alla ringhiera,
guardando quel grande mare burrascoso che li aspergeva di minute
stille gelide. A un tratto una voce amica li riscosse dalla triste
contemplazione: un altro solitario era, col, un amico di entrambi, un
gentiluomo meridionale, cuore profondo sotto apparenze un po'
leggiere, un po' scettiche. Era il solo che aveva intravveduto la loro
passione: e trovandoli col non mostr n meraviglia n freddezza. Per
una stranezza Grazia e Ferrante oppressi dalla solitudine e dalle loro
segrete torture morali, per quanto prima avevano odiato ogni contatto
umano, per tanto in quel giorno furono contenti di trovare
quell'amico, quel terzo. E la conversazione, sui banchi umidi di
salsedine del vuoto stabilimento, fu insolitamente cordiale, come se
un misterioso vincolo legasse spiritualmente quelle tre persone. E
anche Giorgio, il gran signore ricercato dei balli e delle caccie,
lontano da Roma, in quel posto cos deserto, in quella giornata di
temporale, pareva avesse dimenticato il suo leggiadro scetticismo,
pareva che una nota pi sentimentale, pi tenera, vibrasse nel suo
cuore e nella sua voce. Grazia che lo conosceva da anni glielo disse.

-- il contagio--disse Giorgio, con una velatura di sorriso.

--Della persona?--gli domand Ferrante, serio serio.

--Anche. Ma  Venezia, sovra tutto. Io non posso ritornare in questo
paese, senza sentir rinascere in fondo al cuore tutte le onde
soffocate di tristezza.

--Anche voi?--mormor Grazia, abbassando gli occhi.

--E perch ci vieni?--chiese Ferrante.--Perch scavare in s questi
strati cos amari? I saggi sanno dimenticare.

--Sei un saggio, tu?--gli chiese ironicamente Giorgio.

--No--fece l'altro, con un senso di umilt nella voce.

--E io neanche. Ogni anno vengo qui per un pellegrinaggio

--Religioso?--chiese Grazia.

--.... pietoso--rispose Giorgio.--Quando la vita esteriore pi mi ha
inaridito tutte le fonti del sentimento, quando pi mi sento un freddo
egoista capace di sacrificare tutto al mio piacere, quando pi mi
corrode la pazza vanit e la folle ambizione, allora io lascio Roma,
lascio Parigi, lascio Londra e vengo qui, solo, a guarirmi, a diventar
pi umano, pi buono. Voi ridete di me, forse?

--No, non rido--soggiunse Grazia, pensosa, guardando il mare coperto
di bianca spuma.

Ferrante taceva, pensando.

--Venezia mi contrista e mi guarisce--disse il bel gentiluomo, con la
contrizione di un penitente, passandosi la mano sulla fronte, a
scacciarne le ombre che la offuscavano.

Stettero in silenzio, tutti tre: ognuno era preso dal proprio pensiero
e il mare mugghiante accompagnava i voli di quelle fantasie. Fu
Ferrante che si risolse a rompere il silenzio per il primo, sospirando
chiedendo all'amico:

--Dicci questa istoria, Giorgio.

Giorgio guard Grazia: e bench ella non parlasse, lesse negli occhi
di lei una preghiera.

--Che vi pu importare, una storia d'amore?--domand Giorgio ad
ambedue, guardandoli.

Ma nuovamente vide in ambedue tanto ardente e doloroso desiderio di
sapere, di conoscere, di misurare, che intravvide financo, dietro il
desiderio, l'angoscia di ambedue. Intravvide, non si spieg: intese
che come a lui era necessario, in quel momento, uno sfogo, ad essi era
necessario, in quello stesso momento, l'appagamento di quel tormentoso
desiderio.

--Sentite--disse.--Io ho conosciuta quella soave donna a Livorno,
quattro anni fa. Era una polacca; si chiamava Anna; aveva un marito
brutale, e che ne era molto, molto geloso. Ella era piccola, delicata,
con certi lunghi e folti capelli fulvi e una salute cos delicata, che
il pi piccolo soffio di vento la faceva tossire. Cos leggiadra e
cos debole, io l'ho amata pi di tutte le donne opulente, trionfali,
maestose, l'ho amata pi di qualunque donna abbia mai incontrata, pi
di qualunque donna potr mai incontrare sul mio cammino....

--Ella vi ha amato?--chiese ansiosamente donna Grazia.

--S--disse Giorgio con semplicit,--Era buona e pia; ma mi ha amato,
con tanto ingenuo trasporto, che io consumato alle esaltazioni della
passione, fui scosso per la prima volta. Era cos geloso il marito,
che non le lasciava un'ora di libert: qualche volta soltanto, quando
ella andava in chiesa, poich ella era cattolica e lui ateo. Bene, la
cercai in chiesa: ella tremava, povera piccola, poich diceva che
questo era un sacrilegio, un'offesa a Dio, il quale ci avrebbe puniti,
nell'amore nostro. Ma non poteva fuggirmi come io non potea
trattenermi dal seguirla dovunque, dovunque....

Ferrante e Grazia, ora si guardavano.

--Tanto che--soggiunse Giorgio, preso dall'amarezza eccitante della
sua narrazione--tanto che qualche cosa fu detta al marito; e da un
giorno all'altro egli decise di partire. Oh quella notte! Coi piedi
nudi nelle pianelle, ravvolta in uno scialle, tremando di freddo e di
paura, Anna ebbe il coraggio di lasciare la sua stanza, senza
svegliare suo marito e di venire da me, disperata, soffocando i
singhiozzi. Ogni minuto che passava, di quella notte, poteva metterci
in pericolo di morte, entrambi, eppure non sapevamo dividerci,
delirando di amore e di dolore. Quando dovette lasciarmi, ella
s'inginocchi per terra e disse una breve preghiera, e sempre
inginocchiata, giur sopra un piccolo crocifisso di argento che le
pendeva dal collo, che per il giorno venti di ottobre, alle dieci di
sera, ella si sarebbe trovata a Venezia, ad aspettarmi: e che solo la
morte avrebbe potuto impedirglielo....

--Venne?--domand Grazia.

--S--riprese Giorgio--venne.--Aveva giurato. Io era da dieci giorni
all'albergo _Danieli_, nascosto, inquieto, folle talvolta di paura,
talvolta di speranza. Venne. Ma era morente, la piccola adorata; n io
seppi mai come aveva potuto sfuggire alla sorveglianza del marito, e
quale lotta l'aveva ridotta in quello stato. Pure fingeva di star
bene, per amarmi, per amarmi assai, sempre meglio, sempre pi, mentre
discendeva precipitosamente alla morte....

--Una breve stagione d'amore?--chiese Ferrante.

--Diciotto giorni.--Una sera che era andato fuori, costretto da un
dovere inrecusabile, trattenendomi due o tre ore, al ritorno, non la
ritrovai pi. Era venuto il marito, improvvisamente, e l'aveva portata
via. Per due giorni girai Venezia come un pazzo, cercandola. Non
credevo a una immediata partenza. Poi mi misi disperatamente in via
per la Polonia....

--E la raggiungeste?--disse Grazia, quasi affannando.

--No--fece Giorgio--era morta per viaggio.

.............................................................

I tre amici, come si avanzava l'ora pomeridiana, uscirono dallo
stabilimento e si avviarono lentamente verso la spiaggia lagunare dove
ancorava il vaporetto che doveva ricondurli a Venezia.

--Voi avete dovuto molto soffrire di quella morte--osserv mestamente
Grazia che camminava fra i due uomini, rivolgendosi a Giorgio.

--Molto: ma per poco tempo. Sapete che il mondo dove viviamo e la vita
che facciamo, non ci permette di soffrire che intensamente.

-- vero--disse Ferrante.

--Per--soggiunse Giorgio--quella poveretta  stata per me la grande,
fuggente, sparente, idealit, buona e pura di cui tutti abbiamo
bisogno per vivere, sia essa una finzione o una realt, una donna o
un'idea. Intendete ora perch chiamo Venezia un pietoso
pellegrinaggio; perch Venezia mi sembra la tomba dove  sepolta tutta
la poesia della mia vita; e perch quando mi sento divenire perverso a
furia di frivolezze e di scetticismo, io vengo qui a ricordare la
dolce creatura vissuta e morta solo per l'amore.

S'imbarcavano, soli, sul vaporino; poich niuno faceva pi il tragitto
dal Lido a Venezia. Rosso, rotondo, come disco di rame arroventato, il
sole tramontava, basso sull'orizzonte. Erano seduti tutti tre sulla
terrazzina di prora e tacevano. A un tratto Grazia, scuotendosi,
disse:

--Povera donna! Avrebbe potuto vivere, amare, esser felice....

--Chiss!--disse profondamente Giorgio.--Se non fosse morta lei,
sarebbe morto l'amore.

-- vero---disse Ferrante.

-- vero--disse Grazia.

N pi sino alla sera riparlarono di tal soggetto: tennero compagnia a
Giorgio fino a che egli ripart, alle dieci e mezzo per Roma,
discorrendo quietamente e freddamente di arte, di poesia, di viaggi,
della societ romana e napoletana, cui appartenevano. Invece di
prendere la gondola, per ritornare alla loro casa, in quell'avanzata
ora notturna, essi, per un tacito accordo, se ne andarono per le
strette vie, a piedi, ombre rasentanti le alte muraglie dei palazzi
patrizii, salienti e discendenti per i ponticelli, fermantisi ogni
tanto, per tacito accordo, a contemplare le nere acque dei canali. Non
si davano il braccio, non si tenevano per la mano, non si parlavano:
andavano col capo chino, senza neanche guardarsi, quasi l'uno non si
accorgesse pi della compagnia dell'altro. La stazione era assai
lontana, dalla loro casa; il tragitto era lungo e camminando cos vi
misero pi di un'ora. Arrivati innanzi alla piccola porta di terra,
con una chiave Ferrante la schiuse. Ma non entrarono: si guardarono,
immobili, con una gelida occhiata.

--Addio, Ferrante--ella disse, glacialmente.

--Addio, amore--egli disse, glacialmente.

E si allontan, nella notte. La porticina si richiuse subito. In
ambedue, la grande fiamma era spenta.





TRAMONTANDO IL SOLE.

_A Enrico Nencioni._





I.


--Chiarina, ti presento un amico, Giovanni Serra--disse la padrona di
casa, mentre Serra faceva un grande inchino.

--Oh Anna, ma io lo conosco!--esclam Clara Lieti, vivacemente,
stendendogli la mano con un atto famigliare.

--Veramente? E come?--soggiunse Anna, con quel falso interesse
mondano, che copre di amabilit la perfetta indifferenza.

--Da vari anni.... da moltissimi anni.... da un numero infinito di
anni, lo conosco--e Clara fin con una risatina squillante.

--Non tanti, poi, signora Lieti--osserv Giovanni Serra, quasi facendo
una correzione di pura cortesia.

--Allora, tutto va bene, vi lascio insieme--concluse la gentile e
frettolosa padrona di casa, allontanandosi verso gli altri gruppi che
popolavano il suo salone.

Serra rest in piedi, presso la signora Lieti: e taceva. Malgrado la
luce bonaria dei suoi occhi azzurri, la sua fisonomia aveva qualche
cosa di austero, che contrastava con la mondanit dell'ambiente.

--Non sedete?--chiese Clara, reprimendo un breve moto d'impazienza.

Egli ebbe una fugace esitazione; poi, si sedette in una poltroncina,
accanto a lei. A poca distanza da loro, tre signorine chiacchieravano
e ridevano con due giovanotti.

--Perch vi siete fatto presentare?--domand Clara a Serra, rompendo
il silenzio, parlandogli con una intonazione pi intima nella voce.

--Non sono stato io. Mi ha detto, la signora Anna: venite, vi presento
a una donna di spirito.

--Sono io, disgraziatamente....

--Come, disgraziatamente?

--Lo spirito  una gran disgrazia, per una donna--ella sentenzi, con
una di quelle tetraggini improvvise che le oscuravano la sorridente
faccia.

--Perch, signora? E un dono affascinante, un dono conquistatore....

--Per conquistare che?

--I cuori degli uomini.

--Bella conquista!

--Non l'apprezzate pi?

--No, Serra--ella disse, profondamente.

Egli la guard, ma senza stupore. Si vedeva che non le credeva. Ella
abbass le palpebre, per celare un lampo d'ira passeggiera nei suoi
dolci, ma anche fieri occhi castani.

--Mi duole, che vi abbiano presentato....--mormor, poi, quasi
parlando a s stessa.

--Lo ripeto, non  colpa mia.

--... come se foste un estraneo--ella soggiunse, vagamente--mentre io
ho pensato a voi.... spesso....

--Oh!--disse lui, con una incredulit modesta e cortese.

--... molto spesso--ella termin, senz'aver l'aria di accorgersi della
sua negazione.

--E come mai?--domand lui, con un po' d'ironia, niente altro.

--Cos--disse Clara tristemente e brevemente.

Giovanni Serra abbass gli occhi, quasi celando una domanda che si
potea forse leggere nel suo sguardo. Di lontano, mentre attraversava
il salone per pregare una signora di cantare, Anna mand loro un
sorriso: li vedea discorrere, era contenta di aver bene collocati due
suoi ospiti.

--Voi non credete alle voci interne dello spirito?--ella gli chiese,
guardandolo fiso, con quei suoi occhi che il pensiero rendea pi
oscuri.--Voi non avete inteso che io pensava a voi?

--No, signora.

--Non credete a queste voci, o non ne avete inteso?

--Io ci credo, come credo purtroppo, a tutte le cose sentimentali: ma
nulla mi ha detto nulla--e sorrise.

--Peccato! peccato!--ella soggiunse, a bassa voce.

Cantavano, adesso. Era una signora bionda e fine che, in giovinezza,
si destinava al teatro e che un felice matrimonio aveva tolta al
palcoscenico. Ma ella cantava dovunque, sempre, appena le domandavano
di cantare, posando il suo manicotto o il suo ombrellino, levando la
testolina dal colletto di pelliccia che ornava la sua mantellina, come
un uccelletto canoro che vive del suo canto e morrebbe, se non
cantasse. Tutti tacevano, nel salone: donna Clara Lieti ora guardava
la cantatrice, quasi non volendo perdere una espressione di quel
volto, sereno nella soddisfazione del canto. Poi, voltandosi verso
Serra, pianissimo, gli disse, con un sorrisetto malizioso, tutta
mutata nel viso:

--Non vi siete ammogliato, poi?

--Io? E perch avrei dovuto ammogliarmi?

--Dicevano....

--Voi ci avete creduto?--egli le chiese, mostrando per la prima volta
una ansiet nel viso.

--No, mai.

--Volevo dire--replic lui, tranquillizzato.

--Mai creduto, mai--riprese Clara, sorridendo.--Poteano passar gli
anni, potevate viaggiare, cambiar paese, cambiar viso, dimenticare la
patria, ma ammogliarvi, no!

E le balen il trionfo, nel viso. Egli si ritrasse: una espressione di
austerit, di nuovo, gli chiuse il volto.

--Siete fedele, voi--esclam lei, ridendo.

--Io, s--replic, a occhi bassi, duramente.

--Fedele, _quand mme_--e rideva sempre pi.

--_Quand mme_, no, signora Lieti.

--Vale a dire?

--Vale a dire che il fedele _quand mme_,  l'uomo che seguita ad
amare, anche se  schernito, o vilipeso, o abbandonato. A me non 
accaduto nulla di questo.

--Come?--diss'ella, diventata grave.

--Io non ho amato nessuna donna frivola o perfida....

--Oh s, Serra, voi avete amata la pi frivola e la pi perfida fra le
donne!--ella esclam, pianissimo, con un velo di lacrime negli occhi.

--Che importa _quella_? Io ne ho amata _un'altra_--egli dichiar
pianissimo, guardando innanzi a s, come se vedesse la visione di una
creatura incorporea.

--Ahim, sono la medesima persona--Clara disse, pianissimo, con una
mortale tristezza.

--Per me, no.

-- una illusione, Serra. Ella era cattiva, e voi avete gittato il
vostro cuore.

--Il mio cuore serba un divino ricordo, un ricordo ideale a cui resta
fedele: e giacch tutto si riassume e si risolve in illusione,
signora, io preferisco la mia.

--E la donna umana, la donna terrena, quella fatta di ossa, di carne e
di nervi, quella che vi ha fatto soffrire e vi ha fatto piangere,
l'avete dimenticata, Serra?

A questa domanda cos diretta, cos limpida, che Clara gli faceva, con
voce pianissima, ma tremante, egli rispose subito, pianissimo, ma
senza tremare:

--No, per molto tempo.

--Per quanto tempo?

--Per cinque o sei anni, credo, portai questo tormento. Dopo, ebbi una
grave malattia. Quando guarii, ero guarito anche del mio segreto
tormento.

--Guarito? Completamente?

--S, signora, completamente.

--Felice? Felice?

--Sono come un uomo liberato da una grave e crudele croce. Quando la
depone, egli si sente mortalmente stanco: e, forse, si domanda, se
quella croce non era la sua vita.

--Non so che farei, per vedervi felice, Serra--essa gli mormor,
pianissimo, con tenerezza.

--Quando volete, sapete anche esser buona.

--Non siate cos amaro.  da un'ora, che vi parlo con la pi grande
dolcezza.

-- cos strana, per me, la cosa, che non la capisco.

--Perch siete cos ironico? Non sentite che vi parlo a cuore aperto?

--Quale cuore, donna Clara?

--Il mio cuore.

--Quello di dieci anni fa?

--Quello di oggi, Serra.

--Io non lo conosco, donna Clara.

-- un cuore pieno di umilt e di tenerezza.

--E perch?

--Cos. Perch la gente si stanca di essere cattiva, si disgusta della
propria perfidia, ha la nausea di s stessa!

--Pare impossibile, donna Clara.

--Non mi chiamate cos!

--Non  il vostro nome? Il vostro bel nome luminoso e glorioso?

-- il duro nome di altri tempi; chiamatemi: Chiarina.

--Vi chiamer: signora.

--Non siate cos duro, Serra, ve ne prego.

--Io non sono che rispettoso.

--Il vostro rispetto  freddezza,  sarcasmo. Sapete che odio questa
battaglia di freccie avvelenate.

--Signora Lieti, perdonatemi, se vi ho irritata.

--Non mi avete irritata, mi avete addolorata.

--E da quando in qua voi soffrite, signora?

--Ah il dolore  delle pi trionfanti creature, sappiatelo!--ella
disse, battendo le palpebre per diradare le sue lacrime.

Giovanni Serra tacque.

--Scusatemi, se vi ho detto qualche parola pungente--egli riprese,
sottovoce.--Ma la vostra dolcezza, inaspettata, improvvisa, mi ha
sconvolto. Perdonatemi. Nessun cuore vi  pi devoto del mio, signora.

Ella lo guard. Il pallore e la tristezza di quel bel volto di cui
egli aveva adorato la gaiezza, lo colpirono. Anna si avanzava, tutta
contenta, attraverso la gente che discorreva un po' qua, un po' l, ma
riunita secondo le simpatie o gli interessi.

--Ebbene, sono rifioriti i ricordi?--chiese, mostrando i suoi bei
denti bianchi di donna grassottella, elegante, fredda e felice.

--Rifioriti, certo--disse, levandosi, Clara.

--Viole mammole? Rose bianche?

--Crisantemi, crisantemi, Anna!--e sulla tetra parola fece una gran
risata, si licenzi con un sorriso da Serra, con una stretta di mano
da Anna, attravers il salone, salutando ancora qualcuno ed esc.

Donna Clara Lieti, sotto l'atrio del gran portone magnatizio, in
piazza Santi Apostoli, sent un gran freddo. Erano gli ultimi di
febbraio: ma sovra, nel salone, il caminetto era acceso, tanta gente
vi si agitava, sotto le lampade coperte dai larghi paralumi rosei. Gi
la via era fredda, nella prima ora della sera: n via Santi Apostoli 
molto frequentata. Ella affrett il passo, chiudendosi meglio nella
sua giacchetta di lontra, abbassando la faccia sotto la veletta,
stringendo le mani nel manicotto. Tutto quello che era accaduto,
sopra, da Anna, le appariva molto confusamente in questo primo momento
di solitudine; ma a traverso il tumulto delle sue sensazioni, ella
sentiva, nitidamente, tutta l'amarezza di una delusione. Come, perch?
Avrebbe forse preferito che Giovanni Serra le avesse parlato del
passato, scherzando, come qualunque altro uomo avrebbe fatto,
violando, nella realt del presente e dell'oblio, tutta la
sentimentalit di un grande e violento amore? No, lo scherzo l'avrebbe
offesa intimamente, dandole una delusione. Avrebbe ella preferito che
Giovanni Serra, l'uomo che ella avea ragione di stimare come il pi
leale che avesse incontrato mai, fingesse, innanzi a lei, un rimpianto
che non sentiva? No, ella avrebbe inteso l'ipocrisia e ne sarebbe
stata tristemente delusa. Avrebbe ella preferito che egli le facesse
una scena violenta, come nei tempi in cui ella infliggeva a un amore
giovane, onesto e ingenuo le torture di una glaciale civetteria e le
perfidie di una fantasia muliebre mobilissima? Chi sa! Ella non sapeva
bene che cosa avrebbe preferito, in quell'incontro con l'antica sua
vittima, se l'oblo assoluto, o la menzogna gentile, o il rinfocolarsi
della passione: ma quello che era accaduto, non le piaceva. Era
scontenta e triste. Sentiva di aver fatto troppi passi sovra un
terreno infido, su cui aveva vacillato varie volte: e si pentiva della
via intrapresa, cos, obbedendo a non so quale segreto impulso del
cuore. E dire che da tanto tempo, nel mistero della sua anima, ella si
preparava a un incontro con Giovanni Serra; dire che aveva tanto
desiderato, mitemente desiderato questo incontro e pensato con umilt,
con tenerezza, tutte le cose umili e tenere che gli avrebbe dette;
dire che ella aveva tanto creduto all'effetto della bont e della
dolcezza, sovra un cuore che ella aveva abbeverato di fiele!
L'incontro vi era stato, ma stupidamente combinato, senza poesia; ella
aveva detto le cose umili e le cose tenere, ma le aveva dette male ed
egli non le aveva credute; era stata buona e dolce, e non aveva fatto
che tentarlo dolorosamente, rammentandogli i dolori passati. Ah come
era triste, e scontenta, e affaticata, e infinitamente delusa, di
tutto quello che era accaduto!

--Queste cose del passato, _forse_, bisogna lasciarle stare--pens fra
s, e un sospiro le usc dal petto.

Per andare al Corso ella non aveva osato, a quell'ora, prendere la via
dell'Archetto che  deserta e male illuminata: cos, aveva
attraversato tutta la via Santi Apostoli, sul marciapiede, uscendo a
piazza Venezia. Pens se non fosse meglio, per rientrare in casa sua,
in via Babuino, prendere una carrozza. Ma la folla, di quell'ora, al
Corso, la rincor: la sua vivace immaginazione ricevette una
impressione, immediata, di distrazione.

--Non ci pensiamo--disse ancora fra s, sentendo in fondo all'anima
una delusione infinita.

Cos, cammin lungo le botteghe fulgidamente illuminate, guardando con
occhio distratto le vetrine. Quanto si pentiva di essere stata cos
affettuosa e cos dolce, con Giovanni Serra! No, non avrebbe mai
voluto apparirgli leggiera, frivola e schernitrice, come dieci anni
prima; ma avrebbe dovuto trattarlo con disinvoltura, ecco, come se
nulla fosse stato. Come un altro indifferente qualunque. Quasi quasi
aveva tentato di farsi fare una dichiarazione d'amore, da lui! Quasi
quasi gliene aveva fatta una, lei! E quello, intanto, glielo aveva
detto cos chiaramente, che non l'amava pi! E tutto lo scetticismo
naturale e giusto, che egli aveva alimentato nel cuore dieci anni, non
era sgorgato, quando quasi quasi ella gli aveva detto di amarlo! Ora,
nella via, Clara Lieti, soffriva atrocemente nell'orgoglio. Quasi
aveva chiesto e non aveva ottenuto: quasi si era abbandonata ed era
stata respinta. Un'ira si mescolava alla delusione; ella camminava pi
presto, internamente esaltata dalla ferita che aveva scoperto alla sua
superbia. Poi, camminando, ad un tratto, l'ira cadde:

--Bene mi sta--pens.--Raccolgo quel che ho seminato. Giovanni ha
ragione.

Un uomo la raggiunse: erano in piazza San Marcello.

--Signora, buonasera....--e si cav il cappello, mettendosele accanto.

Era Giovanni Serra. Un po' pallido, niente altro.

--Buonasera--ella rispose, con voce stanca.--Siete venuto via?

--S: avrei voluto scendere con voi di l.... ma siete fuggita,
cos.... e poi, si poteva notare....

--Oh, non importa!--diss'ella con un sorriso amaro.

--A me, importa.

La voce di Giovanni pareva meno breve, meno secca. Evitava di guardare
Clara.

--Posso accompagnarvi, un poco?--le chiese, frenando il tremore di
emozione che lo vinceva.

--S, s, anche molto.

--Non seccher nessuno?

--Chi, _nessuno_?

--Qualcuno che vi ami e che voi amiate.

--Io non amo nessuno e nessuno mi ama, Serra--ella rispose,
freddamente.

--Non  possibile, signora.

--Oh  possibilissimo, credetelo.

--Voi mi parete una donna degna dell'amore di tutto il mondo--e la
guard con un impeto di ammirazione, in cui parve risorgesse l'uomo di
dieci anni prima.

--Siete stato sempre molto esagerato, per me, Serra--continu ella a
dire, con un freddo e triste sorriso--e mi avete abituata male. Vi
assicuro che la gente fa di meno di amarmi, senza nessuno sforzo.

--Non vi conoscono--egli disse, a bassa voce.

--Anche chi mi conosce. Specialmente chi mi conosce.

--Siete in un periodo di pessimismo, signora.

--In verit, Serra, niuno pensa di me tutto il male che io ne penso. E
s che tutti mi giudicano assai mediocremente.

--Non parlate cos--egli mormor.

--Voi stesso, Serra.

--Io ve ne domando perdono. Ero tanto turbato.... mi avete parlato in
un modo cos strano....

--Gi:  la mia nuova maniera, quella di esser buona--disse Clara, con
un sorrisetto amaro e gelido--ma mi riesce poco, come vedete.

--Fare il male, vi piaceva di pi?--egli le chiese, chinandosi a
guardarla attentamente, come quando gli parea intravvedere la verit
di quell'anima femminile.

Ma ella schiv la confessione. Rispose, di scatto:

--Piaceva di pi agli altri.

--La perfidia? A chi, dunque?

--A voi.

--A me?

--Proprio. Se io fossi stata una buona e affettuosa donnina e non una
civetta infernale, se fossi stata un'anima pia e tenera e non una
beffarda e arida creatura, mi avreste amata ben poco, credetemi--e le
lampeggiarono gli occhi, come in quei tempi in cui egli delirava per
quegli occhi.

--Se voi foste stata non buona, ma umana, semplicemente umana,
Clara--egli disse, a voce bassa--allora, voi non avreste disfatta la
mia vita.

--Veramente, disfatta? Mi sembra che stiate benissimo--e sogghign.

--Io non mi lagno, signora--rispose Serra, semplicemente, ma senza
durezza--e non vi rimprovero.

Ella lo guard, in silenzio. Veramente, in quel momento, mentre
attraversavano piazza Colonna tutta fulgida di lumi, Giovanni Serra le
parve invecchiato. Su quegli occhi azzurri che ogni tanto aveano
qualche cosa d'infantile, parea che veli e veli di lacrime fossero
passati, nell'ombra e nella solitudine, quando l'uomo pu lasciar
erompere il suo dolore, oltre le dighe della fierezza. Su quelle
labbra si era posata una stanchezza che ella soltanto ora scorgeva, la
stanchezza di aver invano chiamato un nome, di aver invano invocato un
bacio, di aver invano singhiozzato, nelle ore solinghe dell'abbandono.
Per la prima volta, e con una intensit profonda, ella sent che vi
hanno ferite che non si chiudono mai, e sent che il tempo pu portare
via una vita, ma non pu portare via un dolore da un uomo vivente.

--Quanti anni avete, ora, Serra?

Ella lo chiedeva, cos, vagamente, tristemente.

--Trentaquattro, signora.

--Un uomo  giovane, a questa et.

--Anche una donna--egli disse, cortesemente.

Clara ebbe un lieve moto della testa. E con una infinita tristezza,
soggiunse:

--Io non ne ho pi trentaquattro, amico mio.

--No? Non eravamo coetanei?

--Eravamo? Non siamo pi. Io ho centotrentaquattro anni, credo. 
incalcolabile quanto io sia vecchia, Serra.

E mentre ella si abbandonava a quest'asserzione, piena di un vero
dolore--ella soffriva moltissimo d'invecchiare--tendeva l'orecchio, a
raccogliere la contraddizione. Ma egli non contraddisse; disse, con un
ritorno di candore ammirativo:

--Per me, non sarete mai vecchia.

--Vecchissima, vecchissima!--insistette lei, a denti stretti.

--Non dite questo, non lo credete: io non lo credo.

--Io ho dei capelli bianchi, fra i neri.

--Ma non si vedono: io non li vedo.

--Perch li nascondo o li mostro con disinvoltura. Se mi guardate
bene, di giorno, ho una quantit di piccole rughe, accanto agli occhi
e accanto alle labbra.

--Non si vedono; io non le vedo.

--Perch rido sempre. Ma se sono triste, non so come, i miei capelli
bianchi appariscono subito e le mie rughe si vedono tutte, sottili,
che tagliano leggermente la pelle, visibilissime. Che orrore!

Aveva detto questo in fretta, eccitata, come una persona che si
confessa di un suo grave errore, piena di dolore, con una brutalit di
particolari, che le rendean fischiante, quasi flagellante la voce.

--Io vi vedr sempre come vi ho amata, Clara--egli le rispose, con la
sua buona voce consolante.

--Ah io sono vecchia, Serra: nessuno mi ama pi e nessuno mi amer
pi!--gemette ella, levando il manicotto, sino alla bocca, a soffocare
un singhiozzo.

Turbato sino al profondo del cuore, egli non trov parole per
esprimere il suo pensiero. Forse non ne aveva neppure uno preciso, in
quell'agitazione di sentimenti. Delicatamente, con una tenerezza
paterna, egli le prese una mano guantata e la carezz fra le sue:

--Poveretta, poveretta!

--Se sapeste, se sapeste!--ella balbett, al massimo dell'emozione.

--So.... so qualche cosa....--e il calore della piccola mano che egli
sentiva, dall'apertura del guanto, aumentava immensamente la sua
confusione.

--Se potessi dirvi.... amico mio.... se potessi dirvi tutto--ed
affannava, come se i pi terribili segreti la soffocassero.

--Tacete.... non dite niente--egli le susurr, all'orecchio.

--Che bene mi farebbe il parlare, amico mio! ah io mi sento affogare.
Da anni e da giorni, io vorrei gridare, urlare, pur di gittar via la
mia pena.

E lo guardava con occhi cos dolorosi e cos interrogativi, cos
invocanti un orecchio pietoso alle confidenze, che egli si arretr.
Era pallidissimo: ma Clara, nell'egoismo della sua angoscia, non se ne
accorgeva.

--Non potrei ascoltarvi, Clara.

--E perch, e perch?

--Cos: non potrei.

--Non mi siete amico, allora?

--S, vi sono amico--e parlava con un evidente sforzo.

--E non vorreste confortarmi?

--Vorrei, vi giuro che lo vorrei; ma cos, non posso.

--Che crudele siete! Voi sapete che se io potessi dirvi la mia croce,
essa sarebbe meno schiacciante, meno pesante; voi sapete che se io
potessi piangere accanto a voi, a lungo, a lungo, piangere
immensamente, infinitamente, queste lacrime mi laverebbero da ogni
torbido proposito: e mi negate questo sollievo. Ah siete un crudele!
Non eravate, crudele!

Si erano fermati all'angolo di via Babuino, dopo aver attraversata
piazza di Spagna. Egli la guardava, immobile, con gli occhi pieni di
dubbio.

--Ma che donna siete voi, Clara, che non dovete intendermi n prima,
n poi? Io, vi debbo consolare, quando tutto il tempo della vostra
gioia  stato dato ad altri? Io? Chi sono io? Niente, nessuno Cos
avete voluto che io fossi: niente e nessuno.

--Avete ragione--ella disse, domata a un tratto, caduta nella
rassegnazione e nell'umilt.

--Non vi rammentate che vi ho adorata come uno schiavo e che avete
battuto sul mio cuore, come si batte sul dorso di uno schiavo? Non vi
rimprovero, non mi lamento: ma voi mi domandate anche della piet, voi
che non ne avete avuta mai!

--Avete ragione--Clara ripet, umilmente.

--Vi rammentate, Clara, che vi ho voluto bene cos teneramente e che
non me ne avete voluto mai? Vi ricordate che avete lasciato che io vi
amassi, incoraggiandomi talvolta, talvolta avvilendomi, facendomi
passare dalla gioia alla disperazione, in un giorno, e non volendomi
bene mai, mai, n prima, n dopo, n mai?  vero, o no?

-- vero,  vero--ella annu, chinando il capo, fatta quasi pi
piccola dall'annichilimento, in cui la gittavano il rimorso e il
rimpianto.

--Vi rammentate, Clara, che ne avete amato un altro, me presente, che
avete voluto che io lo sapessi, che me lo avete detto, ridendo?

--S, s,  vero.

--E ora, Clara, ora che sono passati dieci anni, ora che voi avete
mutato il vostro cuore, come dite, ora voi siete come allora, voi
volete che io vi conforti, perch un altro vi ha lasciata. Voi siete
crudele come in quel tempo, Clara: allora ridevate, adesso piangete,
ecco la differenza!

--Scusatemi--ella mormor, nel colmo dall'avvilimento.

--Ma io sono un uomo, Clara, e se posso avere spezzato il mio cuore,
se posso aver vinto ogni desiderio e ogni speranza, sono sempre un
uomo, e voi non mi potete raccontare i dolori, che vi ha dato l'amore
di un altro!

--Perdonatemi!

E fece l'atto di volergli prendere la mano. Ma egli la ritrasse.

--Non mi avrete capito, mai, Clara. Morir, ma non saprete nulla di
me--concluse egli, pi freddamente, essendo giunto quasi a vincere la
sua emozione.

Cos camminarono in silenzio verso la casa di Clara. Ella andava a
capo basso, sentendo di avere errato ancora, di avere inutilmente
violato la fierezza del proprio cuore, mostrandone il segreto dolore,
a un uomo che non poteva avere piet di lei: sentendo di avere
nuovamente offeso quel cuore che era stato cos intieramente suo e che
ora non aveva pi forza pel desiderio, avendone solo per la dignit.
Pi amaro crebbe in lei il rimpianto, comprendendo di essere passata
accanto all'amore, alla devozione, alla dedizione pi completa, senza
accorgersene, abbandonando alla solitudine, all'angoscia questo cuore
inutilmente devoto e inutilmente affezionato. Era troppo tardi,
oramai, anche per far risorgere in questo cuore una mite affezione:
troppo tardi, per ridare a questo cuore la bella luce della fiducia.
Due volte, quasi fosse sola, ella fece un piccolo cenno definitivo,
con la mano aperta che pendeva lungo la gonna e le cui dita pareva
avessero lasciato andare un piccolo e prezioso tesoro. Camminavano
accanto: ma ella che non aveva mai capito chi egli fosse, intendeva
che le loro strade erano diverse. Quando furono innanzi al portone, si
fermarono. Egli aveva l'aspetto pi stanco che mai; ma niuna durezza
vi fu nello sguardo con cui la fiss.

--Buonasera--ella disse, con un'intonazione monotona.

--Buonasera--egli rispose, cavando il cappello e facendole un grande
saluto.

Ma non si lasciarono subito. Parea che si dovessero dire qualche altra
cosa. Parea che ambedue sapessero di non doversi veder pi e che una
qualche cosa, pi intima, pi misteriosa, si dovessero dire. Ella gli
stese la mano: egli la rattenne un poco fra le sue, ma senza
stringerla. Ambedue sedavano a stento il tumulto delle loro anime.
Poi, a un tratto, egli le domand una cosa strana, impensata:

--Che fate ora, sopra?

--Io? Nulla.

--Qualcuno vi aspetter?

--No. Nessuno.

Il tono era della pi perfetta franchezza.

--E voi, che fate?--chiese ella con eguale incoscienza.

--Vado a casa.

--A casa! E che ci farete?

--Non so.

--Buona sera, Giovanni--ella mormor, facendo per andarsene.

Ah, quale sussulto, lo scosse! Ella che aveva sempre trovato
antipatico, brutto, volgare il suo nome di battesimo, tanto che egli
aveva finito per odiarlo, ella lo pronunciava adesso, dopo dieci anni,
con tanta soavit! Egli s'inchin e le baci la mano, leggermente. Si
guardarono: ella volse le spalle; pian piano entr nel portone,
cominci a salire le scale. Non era forse incerto il passo della
donna, salendo per quelle scale, alla sua casa deserta? Il passo
dell'uomo era incerto, andando alla sua casa deserta.




II.


Ella lo ricerc, dopo soli tre giorni: ed egli che l'aveva fuggita per
quattro o cinque anni, da quando Clara, dopo un lungo viaggio, era
ritornata in patria, egli si lasci ricercare e tenne l'invito.
Fatalmente, Clara era troppo sola e troppo libera, adesso. Gli aveva
scritto un biglietto fra il malinconico e scherzoso, per dirgli che la
sera istessa sarebbe andata al vecchio teatro Argentina, dove
cantavano una vecchia musica, l'_Armida_, di Glck. Ella vi arriv
prima. Vi era un gran ballo, quella sera, all'Ambasciata
d'Inghilterra, e tutta la grande societ romana era col: l'Argentina
era quasi vuota, male illuminata, freddina: pochi amatori di musica
antica stavano nelle poltrone, immobili, a pregustare le melodie
incantatrici. Clara era vestita di nero: stava in un palco di terza
fila, di fianco, scelto apposta: una veletta nera le scendeva dal
cappellino molto semplice e molto carino. Cos, sembrava pi piccola e
pi giovane. Serra tard. Due o tre volte, ella pens che non sarebbe
venuto e si pent di avergli scritto. Aveva la pi ferma volont di
essere umile e schietta, ma il suo amor proprio dava dei sobbalzi
all'idea di un rifiuto sprezzante. Per, quando egli entr, senza far
rumore, ella chiuse gli occhi, a nascondere la gioia del suo sguardo.
Ella si volt, gli sorrise e gli stese la mano:

--_O ma belle tnbreuse_....--egli disse, con una certa disinvoltura.

Il tono disinvolto dur cos, un pochino. Poi, a lui sfugg una frase
pericolosa:

--Io non voleva venire....

--E perch?

--Mah.... per paura.

--Paura di chi?

--Di voi.

--Di me? Paura?

--Me ne avete sempre fatta un poco, Clara.

--Io sono una povera scema--diss'ella, con la pi perfetta umilt--io
non faccio paura a nessuno.

Ed era umile e semplice, nello stesso tempo: e una gran bont le si
leggeva negli occhi, nel sorriso, trapelava nella sua voce. Gli parve
piccolina, cos giovane e sempre cos cara! Pure, volle dire
quest'altra cosa lui:

--Credevo che non sareste venuta....

--Io? E perch?

--Per farmi soffrire....

--Io vorrei che foste l'uomo pi felice della terra, amico
mio--esclam ella, con una sincera convinzione.

Giovanni ebbe un sorriso malinconico. Disse, di nuovo:

--S, s, ho creduto che non sareste venuta....

--Come avete potuto credermi cos cattiva?

--Il mio animo  cos combattuto dai dubbi, Clara--e il volto gli si
turb.

--No, no, non parliamo di ci--ella replic, subito,
interrompendolo.--Fa male ad ambedue.

-- vero--egli consent. Un sospiro di sollievo gli usc dalle labbra.
Ma il pessimo demonio che si annida nelle anime buone e le fa
tormentate e tormentatrici, gli fece soggiungere:

--Mancavate cos spesso ai convegni, allora!

Ella guard sul palcoscenico, un momento. Lo chiam, poi:

--Giovanni?

--Che volete?

--Mi fate un piacere?

--S, subito.

--Vogliamo lasciare in pace il passato? Vogliamo non amareggiarci
qualche ora graziosa, che possiamo passare insieme? Vogliamo essere
anche per un mese, anche per una settimana, anche per una sera, due
cari amici che si ritrovano, che non ricordano pi i torti comuni, i
torti di uno,  pi giusto, e che si dnno, ingenuamente, alla
serenit e alla letizia di un colloquio senza ira e senza malintesi?
Vogliamo?

--Potremo noi far questo?--chiese Giovanni ansiosamente.

--Se voi lo volete, s.

--Io lo voglio, Clara.

E quetamente, tirandosi un po' indietro, i due si posero a discorrere
sottovoce, guardandosi con dolcezza, l'uno prendendo la parola
dall'altro, senza mai alterarsi, senza mai alzare il tono della voce,
mentre la soave musica glckiana che culla l'incantesimo del cavalier
Rinaldo, pareva cullasse quel dialogo cos mite e cos dolce. In
verit, Clara fu perfetta, quella sera. Giustamente malinconica, ella
seppe a tempo sorridere, perch il loro colloquio non cadesse nella
tetraggine, dove sarebbero risorti gli amarissimi ricordi del passato:
e tutta una dolcezza fioriva dalla sua malinconia e dal suo sorriso,
dalle sue parole come dal suo silenzio. Pi, dal suo silenzio. Giacch
ella lasci molto che parlasse lui, con le manine inguantate di nero
congiunte sul suo ventaglietto a stelline d'argento, con il viso
intento dietro il sottil velo nero, con gli occhi placidi e dolci, con
la bocca tranquilla e dolce che approvava, con un gentil motto delle
labbra. Sovra tutto, ella non rise mai. Si rammentava che egli, dieci
anni prima, nei tempi dell'amore e del tormento, detestava quel suo
riso squillante e clamoroso che le scopriva tutti i denti bianchi, che
dava un non so che di feroce alle labbra rosee e che le riempiva gli
occhi di scintille. Lo aveva tante volte visto fremere e impallidire,
dieci anni prima, a quel mal riso beffardo e aveva sempre pi riso,
per ucciderlo a forza di risate, come in una leggenda! Non rise mai,
quella sera, mentre Armida cantava le sue magiche canzoni, che davano
le visioni ineffabili al sonno di Rinaldo. Lo ascolt, serena,
raccolta, con un'attenzione cos dolce, che l'animo di Giovanni,
restato in grande trepidanza sino all'entrata in teatro, si venne
rassicurando, rianimando, rallegrando. Due o tre volte,
involontariamente, egli alluse al passato, giacch troppo il suo amore
mancato aveva influito sulla sua esistenza, deviandola, torcendola ad
altri ideali dello spirito, pi alti, pi inaccessibili e pi
tormentosi. Ma ella, dolcemente, non rispose alle allusioni che con un
cenno di umilt, abbassando il capo: ed egli si riprese subito,
commosso da tanta dolcezza. Solo a vederla cos, ascoltatrice intenta
e cheta, tutta data alle parole che, egli le diceva, coi begli occhi
limpidi nella loro nerezza, piccola, vestita di nero, senza gioielli,
senza nulla che sfolgorasse, senza nulla che stridesse, egli si sent
invadere da una tale letizia dell'anima che giammai gli parve di
averne provata una simile. Ella fu, in questo, perfettissima: giacch
lasci svolgersi quell'alta consolazione spirituale, senza avere
l'aria di sospingerla, di provocarla, di goderne come di un trionfo: e
quando lo spettacolo fin, si lev in piedi, pian piano, prendendo il
suo mantello. Egli fu pi lesto di lei: ed ella sent che mentre
l'aiutava ad indossarlo, le sue mani tremavano. Allora, ella ebbe un
pensiero orgoglioso, muliebre. Pens:

--Ora mi d un bacio.

Egli s'indugi a metterle questo mantello ed ella sent il suo
respiro, sulla sua nuca: ma Giovanni non le dette il bacio. E come
Clara aveva nascosto la sua subitanea ambiziosa idea, cos nascose la
sua pronta delusione. N fu una delusione fortissima. La dolcezza di
quella serata, aveva ingannato anche lei. Ella sapeva bene di fare uno
sforzo su s stessa, per reprimere gli impeti del suo temperamento
bizzarro e per essere assolutamente dolce: ma sperava di poter
continuare cos, sempre che lo volesse seriamente. E come lui credeva
di aver innanzi una creatura trasfigurata, che gli avrebbe dato le
fredde, tranquille e ultime tenerezze senz'amore, ma tenerezze sicure
di un'amicizia muliebre, cos ella si lusingava di poter essere questa
amica gelida, affettuosa e quieta.

Per, ambedue, chiudendo gli occhi, si lasciarono andare a questa
consolante fiducia. Egli cominci a vederla pi spesso. Ella era molto
stanca, invincibilmente stanca della vita mondana che aveva fatta
sempre: e si appartava volentieri. Se andava a una passeggiata, era in
ore strane e in posti deserti: lo avvertiva, egli ci veniva. Se andava
in un teatro era alle terze rappresentazioni, in serate vuote; e dieci
minuti dopo il suo arrivo, entrava lui, nel palco, si sedeva in fondo,
ella si tirava indietro, un poco. Vestiva di scuro, sempre; sapeva di
piacergli cos. Si pu essere una semplice amica, ma si deve piacere
all'amico. Parlavano con fredda tenerezza. Molto ella ascoltava: ma
quando diceva qualche parola, era sempre sapiente, detta con la pi
squisita cautela sentimentale. Giammai un'allusione al proprio cuore,
al proprio stato, n diretta, n indiretta: sempre la massima piet
per gli altri, la massima indulgenza per ogni peccato, come chi sa che
 impossibile non peccare, quando si deve peccare. Egli si era mutato,
per. Non poteva tenere il patto di non evocare il passato. Era la sua
vita, il suo amore di dieci anni prima, e ricompariva sempre pi
spesso, fino a che divenne il solo soggetto dei suoi discorsi. Taceva
da tanti anni e con tutti, che ora la verit di quella mortale
passione sgorgava infrenabile. Ella ascoltava, stupefatta; ma non
interrompeva mai. Veramente, egli aveva ragione: Clara non aveva mai
capito quanto era stata amata: ora, lo capiva. Ogni tanto, quando egli
le diceva una delle sue torture ineffabili di gelosia, di allora, ella
faceva un atto come per chiedere perdono, un atto in cui ella si
dichiarava colpevole, s, ma incosciente, ma ignorante, ma degna di
perdono. Egli la guardava con tanta tenerezza, che, senza parlare, le
diceva di averle perdonato. Quando egli si meravigliava che ella
avesse potuto essere cos atroce, essa gli diceva di esserne stupita,
di stupirsene, lei stessa: e ci come se si parlasse di una donna
assente, di cui si compatissero gli errori. E quando egli giungeva a
narrare certe ore terribili in cui avrebbe voluto morire, pure di
strapparsi dal petto questo amore, ella aveva una frase di piet
profonda, intima, raumiliata, la frase del carnefice pentito innanzi
alla sua vittima:

--Voi siete buono.

Niente altro, diceva. Ella non si difendeva mai, n si accusava:
quando egli l'accusava, gli dava ragione, con un'occhiata, con un
triste sorriso, con un cenno espressivo della bella bocca. Vi era un
ritornello, che egli pronunziava sempre, nervosamente, a traverso i
suoi racconti scuciti; un ritornello che rivelava l'attossicamento
della sua vita, in tutte le sue pi pure sorgenti, l'avvelenamento
crudele di un sangue giovane e di un'anima, resa inetta a vivere e
incapace di morire cos. Il ritornello:

--Che veleno mi avete dato, che veleno!

Quando ella lo udiva, aveva un moto cos pessimista della testa e
della persona, sulla crudelt muliebre, che egli si commoveva.
Talvolta, tornava la frase:

--Quanto veleno, Clara, quanto veleno!

Ella diceva, allora, umilissimamente:

--Avete ragione.

Ma da questa sua umilt voluta, e poi quasi fatta naturale, nei loro
colloqui, da questo suo abbassarsi nella coscienza dei suoi gravi
torti, da questo non difendersi giammai, da questo dargli ragione,
sempre, da questo racconto triste e violento di un amore
infelicissimo, ella trasse una nuova sensazione e un nuovo sentimento.
Il senso della sua colpevolezza, verso Giovanni, giganteggi ai suoi
occhi: e il sentimento della riparazione divenne acuto e ardente,
quanto era stata la colpa.

Cos, mentre Giovanni risaliva tutta la piena della sua grande
sciagura sentimentale e con la sua sensibilit fine e tenera ne
approfondiva, narrandoli, tutti i dolorosi particolari, Clara che
aveva un temperamento pi fantastico che sensibile, esagerava, con una
dura volutt di abbassamento, contro s stessa, la propria aridit
passata e l'atroce perfidia. Tanto che, alla fine, secondandolo e
sorpassandolo ella, ambedue sembrarono accanirsi contro una persona
assente, lontana, morta, che ad ambedue avesse commesso i pi gravi
torti. Anzi quella lunga istoria intima, tenuta chiusa nel cuore per
dieci anni di esistenza triste, priva di spirituali conforti,
traboccando dalle labbra di Giovanni perdeva molta amarezza, nello
sfogo: e la naturale indulgenza di quel cuore virile che non sapeva
dimenticare, ma sapeva perdonare, trovava delle misteriose scuse alla
donna che era stata con lui senz'amore, senza carit, senza piet.
Invece, quella medesima istoria, a Clara sembrava pi lugubre e pi
ignobile che mai, quando ella pensava il come e il perch della sua
perfidia e della sua durezza. Internamente, ella si maltrattava, molto
pi che Giovanni l'avesse maltrattata mai, nei momenti di maggior
furore. Ogni tanto, quando egli le aveva descritto una delle sue sere
tragiche, di quel tempo, quando egli passeggiava le serate intiere
sotto la sua casa, non per vederne le finestre illuminate, giacch
ella era fuori, a ridere, a divertirsi, ma per aspettarla quando
tornava, per vedere con chi tornasse, per vedere il suo bianco volto
nella oscurit, per udire quel riso alto e beffardo e per
allontanarsi, non salutato, non riconosciuto, non visto, non
rammentato, egli, col pi tenero dei rimproveri, le prendeva le mani e
le chiedeva:

--Come avete potuto essere cos cattiva?

Ella non s'inteneriva, col viso chiuso, con le sopracciglia
aggrottate, piena d'ira e di disprezzo contro questa Clara tanto
colpevole, e rispondeva, duramente:

--Io sono stata sempre cattivissima.

--Chi sa....--mormorava lui, nella semplice clemenza del suo
animo--chi sa per quali strane ragioni....

--Non v'illudete, Giovanni: per nessuna misteriosa ragione. Non vi
fate di me una figura romantica. Io ero civetta, volgare e cattiva
come l'ultima delle donne, ecco tutto.

--No, no, cara donna, non vi avvilite cos--soggiungeva lui, colpito
dai pi bizzarri sentimenti, in contraddizione--io non voglio che vi
avviliate. Forse, io fui ingiusto: forse, sono ingiusto ancora adesso.
Chi soffre, chi ama,  cos facilmente ingiusto.

--Voi siete il pi onesto e il pi buono fra gli uomini--ella
rispondeva, con gli occhi velati dalle lacrime.

Tacevano. Spesso, in quel periodo acuto di reminiscenze, mentre
Giovanni si lasciava andare alla immensa consolazione di parlare del
suo amore passato, egli intravedeva confusamente, in queste tenere e
tristi confidenze, non so quale pericolo. L'intensa attenzione con la
quale Clara lo ascoltava, la squisita furberia sentimentale con cui lo
interrogava, i suoi silenzii pieni di una repressa emozione, a un
tratto facevano risorgere tutti i suoi dubbii e la sua anima
sofferente si rigettava indietro, sgomenta di essersi troppo
abbandonata. Spesso, diffidente vagamente, egli tentava di togliere il
discorso, dicendo che questi ricordi lo turbavano troppo: ma ella
l'obbligava, prima con la dolcezza, poi con una certa energia di
volont coperta di dolcezza, a ritornare alla triste istoria. Una
sera, in una passeggiata al chiaro di luna, gli disse:

--Ditemi tutto. Forse mai pi ci potremo vedere cos liberamente e
cos spesso: forse, fra una settimana, fra un giorno, non ci vedremo
pi. Dite, dite, che io sappia, che io non muoia senza aver saputo,
che qualcuno mi ha veramente amata.

--Potremmo non vederci pi, Clara?

--La vita  oscura--ella rispose, profondamente.

Forse, per questo, ella moltiplicava gli incontri, dandogli sempre dei
nuovi convegni, ansiosa, affannosa, come se il tempo le fuggisse, come
se ella avesse qualche misteriosa chiamata altrove e che la
presentisse. Ella arrivava pi presto, portando dei fiori nelle mani,
come era il suo costume, un po' pallida sempre, sotto le fini velette
nere, vestita quasi sempre di nero, piccola, con un viso che si levava
verso lui, esprimente una immensa ansiet negli occhi dolci che egli
aveva adorato, nella bocca ancora fresca e vivida che era stata la sua
adorazione. Si stringevano appena la mano e si mettevano accanto,
passeggiando piano, non vedendo nessuno, andando per le vie pi strane
e pi remote, perdendosi per ore intiere, parlando di quel passato che
ella evocava, con un motto, con un gesto. E pi il tempo trascorreva,
pi cresceva in lei, in duplice corrente spirituale, un infinito
rimpianto per il passato e un acuto rimorso. Di lontano, questo amore
di cui ella aveva riso, in pubblico, questo amore di cui ella si era
burlata, come una pessima femminetta, questo amore per cui ella aveva
avuto il pi palese disprezzo, questo amore si faceva pi alto, pi
puro, pi spirituale, staccato dal tempo e dallo spazio, sciolto dalla
realt dei fatti. In certe sere, in cui lui la riaccompagnava a casa,
sino al portone, non volendo mai salire sopra--non voleva salire, era
inflessibile, non voleva metter piede in casa sua--dopo aver ancora
chiacchierato a lungo, nell'ombra, ella saliva sopra, cos smorta che
pareva svenisse. Nella casa non vi era che un sol lume, nella sua
stanza da letto; ed ella l'attraversava, questa muta e deserta casa,
all'oscuro, a tentoni, guardando nell'ombra. Ma quando giungeva nella
sua stanza da letto, ella si gittava sul letto, col capo nascosto nei
cuscini, piangendo, singhiozzando, sull'irreparabile:

--Che ho fatto, che ho fatto! Che amore ho perduto, per sempre, per
sempre!

Acuto rimpianto e acuto rimorso! Essa, forse, nel furore contro s
stessa, esagerava, dipingendosi come l'anima femminile pi turpe
comparsa nella gran falange muliebre; ma non era men vero che la
esistenza di Giovanni Serra era stata infranta da quella passione
infelice, tanto che egli non aveva raggiunto, come il suo cuore e il
suo talento meritavano, n la gloria, n la felicit: non era men vero
che egli era un essere senza molla interna che lo spingesse, senza
desiderii e senza speranze: non era men vero che, per questo amore,
egli aveva gittato la sua salute, la sua giovent e la sua fortuna:
non era men vero che egli possedeva la pi preziosa qualit umana, che
 l'onest, e la sublime virt che  la bont. Come non doveva Clara
piangere, nella solitudine della sua stanza, tutte le pi ardenti e le
pi amare lacrime su questo amore perduto e su questo cuore infranto?
Come non doveva sentire in s, temperamento mobile e violento,
assetato di amore, assetato di felicit, la ribellione contro
l'irreparabile?

Invero, si trovava di fronte all'irreparabile: ed era quello che le
faceva torcere le braccia, nella notte, quando per tutta una serata
ella aveva udito il mormorio dell'amore, al suo orecchio, ma di un
amore finito, morto. Giacch ogni parola, ogni frase di Giovanni
Serra, pur restando nella pi fine gentilezza da uomo a donna, pur
avendo la poesia della tenerezza, diceva a Clara, che egli non l'amava
pi. Invano ella, con l'animo ansioso--era questa, la sua
ansiet--interrogava ogni tono di voce, scrutava il senso riposto di
ogni motto, rifaceva, da sola, tutto il loro dialogo, per scoprirvi
una sottil luce presente. No, non l'amava pi, malgrado la commozione
che egli aveva, sempre, nel lasciarla, nel rivederla, malgrado il
fascino che subiva, malgrado la gran tenerezza che dominava ogni suo
atto. Amore vissuto tanto tempo e cos ardentemente e ora sepolto
sotto un mucchio di gelida cenere che una mano andava smovendo, mano
sapiente che conosceva la storia di quel fuoco e di quella vampa e che
la rievocava, sulla fredda cenere. Giovanni non parlava quasi mai del
presente, con un atto di finezza d'animo, quasi dolendogli di non
poter ancora ardere come prima, quasi sembrandogli un'offesa al suo
idolo, la fiamma spenta e le ceneri gelate. Non diceva nulla, ma si
capiva cos chiaramente, che nulla pi, pi nulla, non la pi piccola
scintilla ardeva innanzi alla cara donna, simulacro vano della
passione, morto, come la passione era morta. Ed ella, s, singhiozzava
nelle sue notti senza sonno su quella grande fiamma spenta, sentiva di
essere passata accanto alla felicit senza vederla, allontanandosene
per sempre, ma esclamava, fra l'inutile pianto:

--Ha ragione, di non amarmi pi, ha ragione: egli soltanto ha ragione,
egli che ha amato!

Ma da queste nascoste battaglie dello spirito che Clara combatteva,
con tutto l'impulso di una natura appassionata, sebbene fugace; da
questa umiliazione in cui la sua anima era caduta, tanto che parea si
prostrasse innanzi a Giovanni Serra; da questo indicibile rimpianto
dell'amore, acutissimo in una donna che aveva amato l'amore sovra
tutte le cose umane e a cui l'et non calmava l'anima; da questo
tormentoso rimorso che si sollevava da tutti gli istinti di giustizia
e di equit offesi, sorse dentro Clara una impetuosa volont di
correggere e di vincere il destino. Ella pens, questo: che era suo
dovere morale amare Giovanni Serra, di un amore profondo e devoto che
fosse l'estremo della sua vita, e in cui ella prodigasse tutte le
ultime e supreme dolcezze del suo cuore; che non solo era suo dovere,
ma che era questo il suo desiderio sentimentale pi forte, pi
immediato, pi irresistibile; che non solo era un desiderio
irresistibile, ma che era, questo amore, la pi cara speranza del suo
cuore che voleva lavarsi, che voleva purificarsi e diventar nuovo e
candido come il cuore del Salmista; che non solo era la sua pi cara
speranza, ma che era la salvazione della sua dignit di donna,
l'assoluzione dei suoi errori trascorsi, la vecchiaia percorsa senza
pi sentire rimorsi, aspettando serenamente la morte. Sorto dalle ire
soffocate e dai profondi disprezzi di s stessa, questo pensiero di
amore l'avea in un baleno soggiogata e tutta l'anima ebbe il calore
del metallo in fusione. Nessuna voce interna l'avvert di non mettersi
a questo periglioso passo, nelle sue condizioni, alla sua et, con un
uomo come Giovanni Serra: e se talvolta, un nero presentimento la
colp, a traverso le esaltazioni del suo entusiasmo, se il negro
presentimento le susurr che ella si avviava a un errore anche pi
fatale e anche pi irrimediabile degli altri, ella ebbe il cenno
disperato di coloro che sono ebbri di sacrificio.

Giovanni non l'amava pi:  vero. Che importava? Il suo cuore di donna
che ella aveva sentito morto, duro come una pietra, per tanti anni,
dentro il suo petto, ardeva di un sentimento dove tutto era elemento
di ardore, il rimorso, il rimpianto, la piet, la tenerezza, il
bisogno di devozione, il bisogno di darsi, il bisogno di abbandonarsi.
Che importava che Giovanni Serra non l'amasse pi? Ella voleva amarlo
cos profondamente, cos piamente, con tanto completo abbandono di
ogni amor proprio e di ogni orgoglio, con tanto perfetto oblio di ogni
vanit e di ogni altro istinto mediocre umano, che tutto il dolore
passato sarebbe pagato da questa immensa abnegazione amorosa. Ella
voleva espiare il suo passato, soffrendo come egli aveva sofferto,
dando il suo cuore a un essere che non poteva pi amarla; voleva
espiare di non avere amato, amando senza speranza, solitaria anima che
recitava un monologo appassionato e doloroso. In fondo, come per tutti
i grandi penitenti, la sua espiazione sarebbe stata anche il pascolo
della sua anima. Oramai, la sua esistenza di donna era deserta. Aveva
trentaquattro anni: e nell'abbandono in cui era caduta, si sentiva
assai pi vecchia, incapace di tentare un'altra volta l'ignoto
dell'amore. Era stata molto amata, due o tre volte: ma fatalmente,
questi amori si erano dileguati, come se mai fossero esistiti: e due
volte ella aveva dato il suo cuore, e due volte era stata abbandonata.
Esistenza finita, dunque, giacch le illusioni non risorgono mai dalla
loro tomba: e le stanchezze morali sono pi forti di quelle fisiche.
Che restava a Clara, se non questa ultima speranza di potersi dare a
un sentimento vivido e duraturo, a null'altro simile, senza fallacie e
senza disfatte? La sua espiazione, quella di voler amare Giovanni
Serra, era anche la sua salvazione, giacch ella sapeva di non poter
vivere senza l'amore, un amore qualunque, ma un amore, un amore!
Meglio, meglio, se ci non era un'avventura in un cuore sconosciuto,
innanzi a un'anima misteriosa, un'avventura di incerto risultato, ma
portante con s, forse, una disperazione e un'onta novella: meglio, se
era l'amare una creatura nota, stimata, ammirata per le sue
nobilissime virt, una creatura senza amore,  vero, ma che aveva
saputo amare, ma che si sarebbe lasciata amare, dolcemente,
teneramente. L'espiazione sarebbe stata la vita della sua anima ed
ella vi si sarebbe buttata con ebbrezza, giacch quello che pi
temeva, per s e intorno a s, non era il dolore, ma era l'aridit,
non era la tortura, ma era il silenzio, non era la passione infelice,
ma era l'indifferenza. Un mese prima, ella era immersa nel marasma pi
profondo, moralmente cos misera che non osava neppur dire a nessuno
la sua miseria: ella si vedeva gi finita, senz'amore, senza amicizia,
coi soli legami frivoli mondani, ritenuta per una donna senza
cuore--giacch questa, fatalmente, era la sua reputazione--e gemente
intanto nel desiderio dell'amore. Ora, ora, da quel pomeriggio in casa
di Anna, ella aveva dato una sublime ragione alla sua esistenza.

Dai grandi occhi spiranti uno strano turbamento, dai subitanei pallori
che le coprivano il volto, quando egli appariva, dalle mani che si
facevano fredde nelle sue, da certi pi prolungati silenzii che
regnavano fra loro, dall'imbarazzo crudele di certi momenti, dai
sussulti che ella non sapeva reprimere, a certi atti, a certe parole,
Giovanni intravide che accadeva qualche grave fatto nell'anima di
Clara. Una o due volte, la interrog:

--Che avete?

--Nulla--ella diceva, chinando gli occhi, mordendosi lievemente il
labbro, come quando non pronunziava la parola che voleva pronunciare.

Egli credette che Clara gli nascondesse un fatto dispiacevole, forse
una lettera dell'uomo che l'aveva abbandonata, o il suo ritorno,
forse. Divent pi freddo, pi riservato. Manc a un appuntamento.
Ella lo rimprover assai, quando lo rivide.

--Io vi disturbo, Clara--diss'egli, malinconicamente.

--Che vi fa pensare ci?--gli chiese ella, precipitosamente.

--Sono stato sempre cos superfluo, nella vostra vita.  sempre
l'ultimo venuto, che mi ha scacciato. Almeno, confessatemi la verit.

--Non ho nulla da confessarvi, Giovanni.

--Ma voi siete agitata, molto, da qualche tempo.

--S,  vero.

--E non volete dirmi perch?

--No, non ve lo voglio dire.

--Non me lo merito?

-- inutile.

--Non vi posso metter rimedio?

--No--ed ella volt la testa in l.

--N consolazione?

--Consolazione? Forse.

--Ditemi come e lo far.

--Non qui, Giovanni.

--Dove, dunque?

--Nella mia casa--ella rispose, tendendo a s stessa, e a lui,
inconsciamente, il pi terribile tranello.

--Sapete che non ci verr mai--egli, disse, sgomento, sentendo il
pericolo.

--Ebbene, io non vi narrer le mie pene, Giovanni--diss'ella,
tetramente.

--Scrivetemi....

--No.

--Parlate qui, altrove....

--Nella via, in teatro? No, no.

--Io non posso venirci, lo sapete, in casa vostra--egli mormor, gi
pi debole, gi affascinato.

--Perch?

--Non mi obbligate a dirlo.

--Ditelo.

-- la casa dove avete amato _un altro_.

--Che ve ne importa, se non mi amate pi?--ella disse, levando le
spalle, amaramente.

--Ah io soffro sempre, Clara, anche non amando!

--Quante volte, lo ripetete, che non amate, Giovanni!  troppo--e il
suo tono fu cos lamentoso che egli s'intener.

--Verr.... forse.... una sera....

Ella sorrise, nel fondo dell'anima.




III.


Tre volte Giovanni Serra manc alla sua promessa. Le diceva: verr
domani sera, alle nove. Clara lo aspettava in preda a una emozione
nervosa, a cui la sua fantasia dava un carattere passionale. Ella dal
pomeriggio dava ordine che nessun altro venisse introdotto e ripeteva
le sue raccomandazioni, alla cameriera, con insistenza: quando l'ora
si appressava, per frenare la sua torbida impazienza, ella si metteva
a riordinare delle carte, prendeva un libro, forzandosi a intendere
ci che leggeva. Giovanni non veniva. Le fresche rose che ella aveva
messe nei vaselli nitidi, rientrando a casa, parea che declinassero e
languissero, quasi per morte; il fuoco si covriva di cenere, nel
caminetto; ed ella, discesa dalle esaltazioni sentimentali, cadeva in
uno snervamento profondo. Alla fine di queste serate d'inutile attesa,
la parte pi sincera di lei pensava che era meglio, lasciar finire,
senza finirla, questa singolare avventura, che le cose morte non si
vivificano e che anche per lei, Clara, cos innamorata dell'amore, era
troppo tardi per tentare un ultimo fatto del cuore. Ma l'istinto della
vanit muliebre, mediocre istinto, ma che non isbaglia mai, tanto 
finemente esercitato, le diceva che quegli appuntamenti mancati erano
tante vittorie negative,  vero, ma vittorie, sul cuore di Giovanni:
che chi non va, ha paura di andare; e chi ha paura di andare, ha
sempre il cuore debole e facile a essere trascinato, in un impeto
dell'altrui energia. Cos, ella, nelle immense prostrazioni di una
vivacissima speranza delusa, trovava novelle forze per ritentare
l'anima di Giovanni. Egli balbettava, inventava delle scuse magre, per
colorire la sua assenza: ma ella lo vedeva molto confuso. Dietro il
pretesto di un impegno dimenticato, di un ostacolo improvviso, il
freddo istinto della vanit intravedeva il combattimento del cuore di
Giovanni; ed ella se ne compiaceva, dimenticando il suo nobile
divisamento di amare Giovanni, senza domandargli il ricambio. Alla
terza sera, ella lo aspett dietro i cristalli del balcone; pi
nervosa, pi triste, pi esaltata che mai, ella fin per aprire il
balcone, malgrado il freddo della serata. Ebbene, all'ora indicata,
ella lo vide giungere frettolosamente, a capo basso, fermarsi due
minuti sotto il portone, ed uscire di nuovo, lentamente
allontanandosi. Non aveva avuto la forza di salire. Era un gran freddo
nell'aria, quella sera: ma ella rientr con le guancie brucianti. E
l'indomani non gli fece nessun rimprovero. Sentiva che Giovanni aveva
subto una tortura segreta.

Egli venne, al quarto appuntamento, quando ella non lo aspettava pi,
alle dieci e mezzo, invece che alle nove. Il suo orecchio fine ud il
suono timido e debole del campanello, ud la voce bassa con cui egli
domandava di lei, in anticamera, e il passo cheto con cui egli si
avanzava, a traverso l'appartamento. Clara soffocava per il battito
del suo cuore: e l'accoglienza che gli voleva fare, disinvolta e
serena, come a un amico che venisse sempre, e le parole che gli voleva
dire, tutto sparve, ed egli la trov in mezzo alla stanza,
aspettandolo con troppo palese ansiet e porgendogli una mano glaciale
e tremante. Sedettero ambedue non accanto, ma dirimpetto: taciturni,
imbarazzati. Clara non osava aprir bocca; intendeva che la sua voce
l'avrebbe tradita. Egli guardava, come trasognato, i galloni rossi e
azzurri che adornavano il vestito di lana bianca di Clara.

--Mi volevate:--eccomi--egli disse, con un sospiro, chinando gli
occhi.

--Grazie--mormor ella, semplicemente.

--Chiederete voi che io faccia qualche altro sacrifizio, al vostro
fascino?

--Tanto vi  costato, questo?--Clara interrog, ansiosamente,
piegandosi verso lui.

Egli si arretr, quasi temendo la vicinanza di quel volto. Disse:

--Mi  costato moltissimo.

--Ma perch?--e aveva un tono cos ingenuo, chiedendo ci, ella!

--Proprio, non lo capite?

--No.

--Questa casa mi  odiosa.

E un riflesso di tetraggine gli si diffuse sul volto. Clara si guard
intorno.

--Non capisco--disse.--Siamo soli....

--Siamo soli?

--Dubitate di ci?--ed ebbe, sulle belle labbra un riso forzato.

--Io credo che vi sia possibile fare tutto--egli soggiunse,
guardandola con quel misterioso terrore, come quando gli parea veder
sorgere un mostro nella donna.

--Tutto, che?

--Non mi domandate troppe cose, Clara: io sono molto turbato. Parlate
voi, piuttosto.

--S--ella annu, cercando di vincere, prima di tutto, s stessa.--Lo
vedete, siamo soli. Nessuno pu venire e nessuno ha diritto di
entrare. Qui vi  la vostra amica, che vi aspetta da tanto tempo, che
 cos felice di passare un'ora, con voi, in una stanza chiusa....

Egli guard le porte, con una lieve ombra di diffidenza e di paura
negli occhi.

--Anche a voi, fanno terrore le porte socchiuse?--ella soggiunse,
infantilmente. E si lev, and a chiudere le due porte, fra le tende.

--Voi temete di vedere entrare qualcuno, sempre,  vero, Clara?

--S, da bimba, l'ho sempre temuto. Se qualcuno saliva alle mie
spalle, nelle scale, se qualcuno mi seguiva, in un appartamento, se
una porta restava aperta, con un vano oscuro, io era assalita da uno
sgomento folle, e, sentite, adesso--soggiunse, dandogli la mano--solo
a parlarne, io tremo tutta....

Egli trattenne quella mano fra le sue, ma mollemente.

--Sono sempre cos sola!--ella soggiunse, e gli occhi le si velarono
di lacrime, mentre il volto, le si tramutava.

Giovanni guard quello scoloramento e quei begli occhi velati:
impallid leggermente.

--Non sempre siete stata sola--mormor, con un'intonazione ironica, ma
non aspra.

--Oh!--e Clara fece un gesto largo, per dire che tutto era finito.

--Lo avete gi dimenticato, Clara?

--Intieramente--ella rispose, con un cenno tagliente.

--Dimenticate presto, mi pare.

--S, tutto quello che non merita di esser ricordato.

--Ma che merit di essere amato, per.

--Oh chi non ha errato, nelle cose del cuore? Chi ha mai preso la via
giusta, amando?

--Nessuno, avete ragione--diss'egli, malinconicamente.

--Io ho sbagliato sempre, io--e il bel volto ebbe un fremito di
dolore.

--Sempre?

--Sempre. Mi hanno amata poco: o male: o niente. Sar una bella burla,
alla fine della mia vita per me, che porto la reputazione di avere
ispirato delle passioni folli, l'accorgermi che nessuno mi ha amata,
mai.

E un doloroso, amarissimo ghigno le contrasse il viso. Clara era
immensamente sincera, in quel momento. Aveva tenuto solo all'amore,
nella vita e, probabilmente, non lo aveva, n visto n provato mai.

--Quanto siete ingiusta, Clara!

--Con chi?

--Con me.

--Ah gi,  vero, voi pretendete di avermi adorata---ella soggiunse
eccitata, ma schiettissima, sempre.--Chi ne sa nulla!  una leggenda:
tante leggende sono false.

--Perch dite questo? Perch volete negare il passato?

--Bella istoria, il passato! Ognuno se ne inventa uno, a propria
convenienza, quando il passato  passato. Chi conosce la verit? Voi
intanto, no: e io, neppure. Forse non mi avete amata mai; e tutta la
leggenda non  che una cosa buffa--e rise clamorosamente, offendendolo
anche col suo riso.

--Clara, io non sarei qui, se non vi avessi amata--egli disse
seriamente.

--Vale a dire?

--Che ci vuole una grande tenerezza, per dimenticare quello che mi
avete fatto: e una grande tenerezza non viene che da un grande amore.

--Bella rovina, illuminata a chiaro di luna--ella disse, non ridendo,
tetramente.

--Ognuno d quello che pu--Giovanni rispose, con una tristezza
semplice.

Clara tacque. Scherzava con un tagliacarte giapponese e se ne pungeva
le dita. A un tratto, si rivolse tutta mutata:

--Perdonatemi, Giovanni: ho avuto un accesso di cattiveria.

--Tanto, per non cambiare--ed egli ebbe un pallido sorriso.

--Sono cose che restano, a filoni, nell'anima. Ma l'anima  cos
cangiata!

--Cos?--e la tenerezza velava l'incredulit.

--Tutta quanta. Non ve ne siete accorto? Vi sono sembrata la stessa,
in questo tempo, la stessa di dieci anni, ditelo, in coscienza?

--No, non mi siete sembrata la stessa. Ma non vedo la causa del vostro
cangiamento e non so lo scopo.

--Al solito, voi mi supponete qualche infernale progetto? No,
Giovanni, disilludetevi. Nulla vi  di pi complicato in me--e
sorrise, con una mesta semplicit.

--Nulla?

--Nulla: a che? Per sedurre chi? Voi siete inseducibile.

--Vi piacerebbe sedurmi?

--S, moltissimo--ella esclam, impetuosamente, con la verit sulle
labbra e nel cuore.

Giovanni fu scosso, da questo colpo diretto.

--La cosa  gi fatta--egli disse, piano, cercando una via obliqua,
per ischermirsi.

--La seduzione passata, Giovanni, non conta--soggiunse subito, la
terribile e infelice donna, riportandolo al duello.--Era una pessima
seduzione, fatta da una donna perfida e fallace, una seduzione fondata
sull'inganno, che partiva dalla malvagit e arrivava alla perversit.
Non quella, non quella! Mi sarebbe piaciuto sedurvi, mi piacerebbe
sedurvi, con una seduzione nobile e alta, quella della schietta anima
femminile, che si d in tutta la sua naturale bont, con una seduzione
fondata sull'amore, profondo, umile, segreto e pure sgorgante da ogni
atto e da ogni parola!

Si era avvicinata a lui, chinata verso lui, parlandogli: e gli parlava
con una voce tremante, roca, come egli non aveva mai inteso uscire da
quelle labbra. Egli ebbe un atto di smarrimento:

--Tacete, Clara, tacete!

--No, amico mio, non mi fate tacere, non vi ho mai detto nulla, in
questo tempo, e ora muoio, se non vi dico tutto....

--Io non posso udirvi....--e cercava sciogliere le sue mani da quelle
di lei che le tenevano, nell'affanno dell'emozione, strettissime.

--S, s, potete udirmi, giacch io nulla debbo dirvi che vi turbi,
che vi offenda! Giacch io non voglio niente da voi, Giovanni, niente!
Voi mi avete amata,  vero, nel passato e io sono sacrilega, quando lo
nego, ma anche il sacrilegio  una forma della passione, anche il
calpestare  una volutt dell'amore! E ora voi non mi amate pi e
avete ragione; io sono stata crudele, io sono stata infame, con voi,
vengono dei momenti in cui mi faccio orrore, ve lo giuro....

Mentre parlava ella, cos, singhiozzava e il suo petto si sollevava,
nel singulto. Qualche rara lagrima le usciva dagli occhi e Clara
l'asciugava rapidamente, col fazzoletto. Giovanni l'ascoltava, la
guardava, stupefatto, incapace di difendersi pi, e incapace di
sottrarsi al pericolo estremo in cui si trovava.

--Ma, sentite, Giovanni, sentite con pazienza, poich queste cose mi
soffocano, sino a morirne, e le debbo dire, giacch sono le ultime
parole di passione che mi usciranno dalla bocca, in questa vita. S,
s, le ultime, poich io ho trovato in questa mia anima, cos
maltrattata, cos ingiustamente maltrattata da chi non doveva mai
farlo, ho trovato una sublime speranza, Giovanni, quella di poter
essere un'altra donna, quella di poter amare con un infinito
entusiasmo e una infinita devozione, quella di poter essere in una
estrema tenerezza, una donna leale, pia, umile, vivente solo per voler
bene, cos, come una povera creatura ammalata e convalescente si
innamora della vita, di nuovo!

--Illusione, illusione--balbett lui, tentando reagire contro quella
esaltazione sentimentale, che gli si comunicava, fatalmente.--Voi non
potrete mai far questo, Clara!

--Io posso fare tutto quello che voglio, io lo far--ella rispose
energicamente, altieramente.--Ah ho ben visto, io, in questo tempo,
nella mia anima, io vi ho letto come in un libro aperto, io so tutto,
io so che una sola cosa pu farmi rivivere ed  un affetto schietto e
saldo, senza altri interessi morali che l'affetto istesso, senza altro
desiderio che dare uno slancio di purezza a quest'anima, senz'altro
ideale che la redenzione di uno spirito malato e corrotto.

--Non vi riescir, non vi riescir--egli esclam, in preda a tale
un'agitazione e a una confusione, che gli pareva di non aver parlato
lui, ma un altro.

--Se questo non mi riesce, io sono perduta, Giovanni--ella soggiunse,
cupamente,

--Ma perch, perduta?

--Perduta, perduta! Questo  l'ultimo anello che mi lega alla vita: se
si spezza, cessa la ragione della mia esistenza. Ebbene, io non posso
perdermi, Giovanni, io non posso morire, io sono vecchia, perch ho
vissuto troppo,  vero, ma non ho che trentaquattro anni, e sono
troppo pochi per rinunziare, per morire! Io non voglio rinunziare, io
mi abbranco a questa speranza, essa mi deve aiutare a vivere, io
voglio amare cos, se no, sono perduta e niuno, niuno pu desiderare
la perdita e la morte di una creatura come me!

--Ma chi, chi volete amare?--grid lui, levandosi, volendo fuggire, ma
non trovandone la forza.

--Voi--esclam ella, guardandolo con gli occhi sfolgoranti, con le
labbra schiuse che mostravano i bianchi denti minuti, che egli aveva
adorato.

--Me? me? E perch?

--Perch voi solo ne siete degno--diss'ella, aprendo le braccia,
chinando il capo, con un atto di umilt.

--Clara, io sono uno sciocco, un malato, un infelice, io non merito
questo--disse lui, turbatissimo, dando indietro, cercando fuggire.

--Voi siete l'anima pi buona e pi nobile che io abbia mai
incontrata--ella disse, con un accento profondo di amore, che fin di
sconvolgere Giovanni.

--Clara, voi avrete con me le maggiori delusioni. Io ho sofferto, io
sono stanco, sono vecchio, oh quanto pi di voi, cos piena di vita,
di vivacit! Clara, Clara, se sapeste quanto sono vecchio, e quanto
sono stanco, non dareste al mio cuore questa tortura, questa
nostalgia....

L'ultima parola era cos imprudente! Superbamente, realizzando il suo
invincibile bisogno di espiazione, ebbra di sacrificio, folle di
sacrificio, ella grid:

--Che importa? Fosse anche cos, cos mi piacete: fosse anche peggio,
voglio amarvi cos!

-- un inutile amore, Clara--egli replic, tristissimamente.

--Perch, inutile? L'amore non  mai inutile!

--Inutile, lo vedrete, Clara: io non debbo ingannarvi. Io non vi amo.

--Lo so: non importa--diss'ella, crollando orgogliosamente le spalle.

--Ci che  fuggito, non ritorna pi. Io non posso amarvi di nuovo.

--Non importa--replic ancora lei, giunta al culmine della superbia e
dell'umilt sentimentale.

--Clara, Clara, questo  un romanzo: io non ho le forze morali per
seguirvi in questo romanzo.

--Non importa: camminer sola. Il mio cuore  saldo, quando l'amore lo
regge.

--Oh Clara mia, mia amica buona, voi v'illudete, voi non mi amate
punto, voi siete in preda a un accesso di infinita bont, voi
v'ingannate, sul vostro cuore!

--Io vi adoro--ella disse, semplicemente, sorridendo.

--Non  vero.

--Provate--ella soggiunse, subito, con una tal luce nello sguardo, con
un tal sorriso di offerta sulle labbra, che il poveretto vacill.

--Sentite, Clara, io sono il pi saggio, fra i due, e invece vi sembro
il pi scortese e il pi crudele. Clara, restiamo amici, non tentiamo
la Provvidenza, non prepariamoci un avvenire di amarissime delusioni.
Guai, se vi credessi!

--Mi crederete--e sorrise, fiduciosissima di s e dell'amore.

--Io non vi vedr pi!--grid lui, sentendo sfuggirgli l'estremo suo
lembo di coraggio.

--Perch, Giovanni? Non mi amate,  vero: ma non  una dolce
consuetudine di vedermi, per voi?

--S, s, purtroppo....

--Non mi amate, lo so: ma non sono io, la donna che pi avete amata?
Non sono io la donna con cui pi avete desiderato di vivere, la sola
con cui abbiate desiderato di vivere!

--La sola, la sola!

--Ebbene? perch mi dovreste fuggire? Dite che siete stanco, ammalato,
vecchio, e che non mi potete amare? Quale pericolo correte, dunque?
Voi avete la gran sicurezza; che temete?

--Nulla.... infatti.... ma dovr fuggirvi.

--No. Restiamo amici, voi volete cos? Restiamoci. Solamente,
solamente io non sar amica, ma innamorata di voi.

--Clara, sarebbe una condizione insopportabile!

--Io sola, la debbo sopportare! Che fa, a voi? Vi amer cos
quietamente, cos segretamente, che quasi quasi non ve ne accorgerete
neppure. Sarete buono con me, ecco tutto: mentre io fui cos cattiva!

--Voi, non siete fatta per questo orribile stato di animo, che 
l'amore non corrisposto. Voi siete stata sempre una vittoriosa....

--Lasciatemi provare la dolcezza di esser vinta--disse ella
tenerissimamente.

--Voi finirete per odiarmi, Clara, io lo so!--e fece un atto di
disperazione.

--Ma perch combattete questa lotta inutile e inefficace, Giovanni,
contro me, contro voi stesso? Perch mi negate il permesso di volervi
bene, quando ci non vi costa nulla e quando ci pu anche piacervi?
Perch rinunziate, quando non vi si domanda altro che di lasciarvi
amare, Giovanni? Che vi fa? Perch dite di no, quando nessuno vi
chiede di dir s? Lasciatevi amare, lasciatevi amare,  una cosa tanto
confortante, tanto consolante, credetelo!

Egli non le rispose nulla.

--Vedrete, amico mio, vedrete che questo mio amore, mentre sar il
segreto della mia esistenza, non turber la vostra. Fidate in me. Io
vi sapr amare cos bene, che non ne avrete n preoccupazione, n
noia. Verrete a vedermi, quando vorrete. Io non vi dar le mie ore: vi
aspetter, sempre. Sar profondamente felice, quando vorrete darmi
qualche ora del vostro tempo: e se non vi vedr, ebbene, non uscir un
lamento dalla mia bocca. Vi scriver. Mi permetterete di scrivervi, 
vero? Le lettere sono uno sfogo cos dolce a chi ama: e non turbano
colui che non ama. Giovanni, Giovanni, lasciate che io vi ami, non mi
togliete questo amore, se vi sono stata cara una volta.

E pian piano, dalla sedia in cui era seduta dirimpetto, gli scivol
inginocchiata, innanzi, levando il volto trasfigurato verso Giovanni
Serra. Egli la sollev, nelle sue braccia, dicendole forte,
violentemente come se volesse convincerne s stesso, mentre la
stringeva a s:

--Io non ti amo.... non ti amo!

--Ne sei certo?--ella chiese, misteriosamente, con la testa sul suo
petto, col volto proteso a lui.

--Non lo so--balbett il poveretto, in un impulso di luminosa verit.

E la baci, sulle labbra. Tutta la virt di quel cuore d'uomo, in quel
bacio, cadde.



IV.

Infelicissimo amore! Immediatamente Giovanni Serra prov il confuso
avvilimento della sua caduta e Clara la delusione della sua prepotenza
sentimentale. Passata l'ebbrezza singolare e pur triste della grande
serata, ella si trov di fronte a Serra, nella condizione tormentosa e
misera, di una donna che ama troppo, che vuole amar troppo e che,
sovra tutto, pensa e dice di amar troppo, mentre non  riamata
abbastanza. Infelicissimo amore! Giacch nello speranzoso e baldanzoso
animo di Clara, restituito ai consueti trionfi della sua belt e della
sua grazia, tolto dal fittizio ambiente di umiliazione morale, in cui
ella si era collocata con amara volutt di punizione, rimesso nella
posizione solita ed orgogliosa di una donna che ha conquistato un uomo
o che lo ha riconquistato, in questo animo in cui gli impeti della
immaginazione erano il fondamento della passione e dove la vanit si
nascondeva sotto le forme pi semplici, in questo animo tramont
subito quel purissimo e inaccessibile ideale di un amore che
volontariamente rinunzia alla corrispondenza, di un amore che
volontariamente invoca di esser dolore e di essere espiazione.
L'imperioso cuore che si voleva dare in un immenso sacrificio, privo
di premio, ritir subito la sua offerta, quando negli occhi smarriti
di Giovanni Serra vide la follia dell'amore, quando egli si curv a
baciare quelle labbra col trasporto di un uomo che non ha mai finito
di amare, che ricomincia ad amare, con la forza di dieci anni di
ricordi, accumulata e repressa. Clara pass la notte seguente nella
veglia deliziosa, e indescrivibilmente deliziosa di chi ha trovato,
nell'amore, quello che cercava, il gran segreto che tutte le anime
sentimentali e passionali cercano: un amore eguale al proprio, la
corrispondenza perfetta e l'armonia sublime. La vita, infine, aveva
dato, con dieci anni di ritardo,  vero, ma con pi potenza di
concentramento, alla donna innamorata dell'amore, ci che ella non
aveva mai provato, ci che pochi uomini e poche donne provano sulla
terra: un amore schietto e profondo, cos sentito e cos corrisposto.
Immensa delusione: e infelicissimo amore!

Poich, quando ella rivide Giovanni e guard nei suoi occhi, ella vi
scorse un imbarazzo mortale, una tristezza mortale, come ne nascono
nelle pure coscienze di coloro che caddero per una inesplicabile
debolezza della volont. Clara credeva, era certa di vedersi apparire
innanzi un uomo felice, ringiovanito, ridato alla forza vincitrice
degli ostacoli e ridato agli entusiasmi dell'et pi bella: e invece,
Giovanni aveva l'aspetto di un uomo che ha errato e che sente
amaramente tutto il peso del suo errore. Clara era lieta e dolce,
aveva rialzato i suoi capelli in un grosso nodo attraversato dagli
spilloni di tartaruga, come dieci anni prima, aveva un vestito chiaro
e gaio: e Giovanni la guardava, con certi occhi distratti e stupiti,
dove, ogni tanto, si abbassava il velo di una malinconia intensa,
dove, ogni tanto, passava la nuvola dello sgomento.

--Come siete gioconda, questa sera!--le disse, come trasognato.

--Perch ti voglio tanto bene--ella gli rispose, dolcissimamente,
prendendogli le mani.

Egli si turb sempre pi.

--Non parliamo di questo, Clara.

--Perch? Non mi credi? Non mi credi?

Egli tacque. Non le credeva, infatti. Ella intese perfettamente questa
sfiducia.

--Che debbo fare, perch tu creda?

--Nulla, Clara: non fare nulla. Io sono uno sventurato.

--E perch? Non ti voglio bene, io, malgrado la tua incredulit? Non
mi vuoi bene, tu?

--Io!--grid lui.--No, no, non ti amo!

--E che mi hai detto ieri sera, allora? Hai mentito? Sei diventato
bugiardo, ora? Non eri bugiardo, prima.

Giovanni Serra non rispose. Era cos pallido, cos disfatto ed evitava
tanto di guardarla!

--Amore mio, amore mio--ella riprese, tenerissimamente, carezzandogli
una mano--non tormentarti, te ne prego. Non ti dico nulla, non ti
domando nulla: la mia voce e le mie parole ti agitano, lo vedo. Lascia
ch'io stia vicino a te, cos, in silenzio.

Era, difatti, seduta accanto a lui, sul divano, e gli aveva passato un
braccio sotto il braccio; aveva appoggiata lievemente la testa sulla
sua spalla. Un lungo silenzio: ma ella, a occhi bassi, sentiva che il
respiro di Giovanni diventava affannoso. Allora, pian piano, lev gli
occhi, lo guard, gli mormor:

--Mi vuoi bene?

Una cos grande espressione di dolore, negli occhi di quell'uomo! Ella
tacque, ancora un poco, legata a lui, cheta, respirando appena: poi le
parve che egli le sfiorasse con le labbra i capelli:

--Mi vuoi bene, amore?--chiese, sorridendo nel fondo del cuore.

Giovanni sospir profondamente e rispose:

--No.

Attraversata da un impeto d'ira, ella si stacc bruscamente da lui, si
lev, esclamando:

--Sei cattivo e scortese.

Una scena dolorosa avvenne fra loro, dove tutta la violenza e tutta la
natural tenerezza del cuore di Clara--tenerezza repressa nel periodo
d'isolamento in cui era stata--sgorgarono in parole precipitose,
ardenti, innamorate e pure ingiurianti: e dove tutta la mitezza e
tutto il profondo scetticismo di Giovanni si manifestarono, pi dolci
e pi freddi, pieni delle grandi timidit di chi, avendo amato invano
per tanto tempo, ha oramai una paura invincibile di amare. Due o tre
volte, durante questa penosissima scena, ella lo offese in un modo
crudele, poich era avvezza a calpestare i cuori che adorava, per poi
adorarli pi profondamente, dopo; ed egli sent l'offesa, con un amaro
piacere, giacch essa lo autorizzava non a reagire, ma ad andarsene,
per non ritornare mai pi. Questo, questo, era il suo intimo
desiderio, innanzi a quella donna che lo affascinava e che lo
terrorizzava coi tumulti strani della sua fantasia, con le singolarit
di un temperamento fuggevole e pericoloso, con l'impensato di
un'anima, nella quale la inconscienza assumeva degli aspetti terribili
e dolcissimi. Nel momento in cui ella pi gravemente lo ingiuri, egli
pens che era giunta la salvazione per lui, se partiva. Ma quando ella
lo vide arrivato alla soglia, quando intese che lo perdeva, cos,
miseramente, irrimediabilmente, lo chiam con una voce cos spezzata
dal pianto, che egli si volse, venne a lei. Clara piangeva, Piangeva!
Mai l'aveva vista piangere, Credeva che non potesse piangere, tanto il
gran riso clamoroso, e il riso breve, e il sorriso, e il sogghigno le
eran particolari. Clara piangeva, soffocando dai singhiozzi, con un
lamento che le usciva dalle labbra, continuo. Il cuore di quell'uomo
buono s'infranse, ed egli intese sul suo petto quel povero corpo
femminile scosso dai singulti, ed essa intese da quella voce tremante
e fievole la parola d'amore, strappata dall'essenza di quell'anima,
dolorosamente.

Tali furono, sempre, le amarissime vittorie di Clara; e procedendo
oltre, il combattimento fu diversamente aspro, con forze maggiori o
minori dall'una parte e dall'altra, ma concedenti sempre il pi triste
dei trionfi al soldato pi energico e pi ardente, pi abituato alla
guerra dell'amore, pi multiplo nelle sue risorse di attacco e di
difesa. Giacch appena Giovanni Serra si allontanava da Clara, dalla
sua casa, dal cerchio magico in cui ella lo rinserrava, rinasceva in
lui il desiderio della fuga ultima, della liberazione. Quando ella non
era presente ed egli non ne vedeva le grazie delicate, e la novissima
incantatrice dolcezza, e tutta la seduzione muliebre potente, Clara
gli appariva come l'aveva sempre considerata, da dieci anni: una donna
attraente, perfida e fallace, a cui egli aveva gittato inutilmente il
suo cuore e per la quale aveva perduto ogni fede in s stesso e nella
vita. La figura di una creatura quasi mostruosa, senza piet
femminile, senza alito di sentimento nell'anima, senza coscienza pel
bene, come pel male, formatasi in dieci anni nel suo spirito, lo
signoreggiava, di nuovo, con novello impulso di ribrezzo, di orrore.
Mutata, forse? Forse. Ella era capace di tutto, anche di vestire
l'aspetto della maggior tenerezza della maggiore nobilt spirituale, e
di essere, forse, tenera e nobile veramente, per un certo tempo per
ordine della propria volont, sino a che la natura sopita si
risvegliasse, e l'onda della perfidia e della menzogna trasportasse
via il bel sogno di bont e di dolcezza. Mutata? E che, perci?
Anch'egli s'era mutato purtroppo, e dove la lava incandescente della
passione aveva gorgogliato, schiumando, del fuoco, si stendeva il
lapillo grigio e freddo delle devastazioni vulcaniche: dove aveva
vissuto la fede nell'anima umana e nella sua purezza, vi era il gelo
di un dubbio tranquillo e non pi torturante: dove avevano balzato di
gioia e di volutt gli entusiasmi giovanili, vi era l'inazione e
l'aridit. La lealt, il rispetto, la bont virile rimanevano intatte
in quell'uomo che aveva avuto in dono, nella giovinezza, le qualit
pi nobili dello spirito: ma ci che restava, non bastava all'amore.
Una parte di quel cuore, era veramente finita. E tutta la sensibilit
che ancor viveva in lui, fremeva di sgomento all'idea di essere stato
ripreso da quel fascino; non si sentiva pi la forza morale per quelle
lotte e il risultato non gli sembrava pi la sua grande ambizione.
Cos, di lontano, egli formava sempre il disegno di non vedere mai pi
Clara. Ella gli scriveva delle lettere lunghe e bizzarre, con
un'incoerenza sentimentale che sarebbe stata molto interessante e
molto seducente per un uomo pi giovane e pi vivace, meno provato dai
dolori della vita, ma che gli produceva un senso di ripulsa, di
maggior distacco: non rispondeva alle lettere. Ella gli mandava degli
appuntamenti; Giovanni vi mancava, due o tre volte. Perch, alla
quarta volta, egli non resisteva pi e vi andava, riluttante, pieno di
tutte le incertezze? Egli non se lo spiegava: e nella sua timida
immaginazione, il fascino di Clara assumeva un aspetto onnipossente;
Giovanni aveva bisogno di credere a un potere ascoso, rarissimo,
unico, per spiegare la mollezza della sua volont. Perch, tante
volte, quando egli andava da lei, ben deciso, ben risoluto, a
dichiararle che quell'amore cos povero di gioie, cos dubbio, cos
squilibrato non aveva ragione di essere e di durare, perch Giovanni,
innanzi al bel volto tranquillo e sorridente di Clara, a quelle mani
che gli si tendevano affettuosamente, al suono di quella voce che ella
rendeva cos insinuante, per lui, perch egli non diceva pi niente,
lasciandosi andare alla corrente di quel sentimento, illuso per un
poco, credendo di essere amato, credendo di amare? Perch, nelle loro
grandi scene, scoppiate improvvisamente, egli aveva provato a
proclamare la sua libert, la sua indifferenza, sempre pi duramente,
meravigliandosi anzi talvolta della propria durezza, ed era riescito
soltanto ad esasperare Clara; ma non aveva svincolato il proprio
cuore? Perch, mentre egli era dei due quello che meno pensava
d'amare, che meno diceva d'amare, che non scriveva, che rinunziava ai
convegni, perch, poi, era lui quello che pi cedeva, che pi si dava,
che pi rientrava in servit, con ritorni di affetto che costituivano
le pochissime soavit di quell'amore? Perch, una volta, quando
stettero quindici giorni senza vedersi ed ella continuava a
scrivergli, egli non ebbe la forza di non aprire, come aveva
dichiarato, le sue lettere? E una sera, ella passava, sola, triste,
pallida, per una via, rientrando nella sua casa deserta con aspetto di
tale abbattimento ed infelicit, che Giovanni, vedendola innanzi a s,
non visto da lei, prov uno schianto indicibile. Ritorn a lei,
subito, senza che lo avesse chiamato: e Clara stessa si stup di
questo ritorno inatteso, mentre il suo cuore si era immerso gi
nell'amarezza dell'abbandono. E ingenuamente, puerilmente, Giovanni
non sapendo come spiegarsi la sua debolezza e la sua disfatta, pensava
a qualche cosa d'insolitamente affascinante, e diceva, come un bimbo:

-- una strega.

Ma per colei che misteriosamente lo riconduceva a s, ogni volta,
questi trionfi erano un tossico. Fermentavano dentro il suo spirito
indomito le ribellioni pi profonde contro questo stato di lotta che
avviliva l'idea ch'ella si era fatta di quell'amore e che la
mortificava in tutte le sue vanit muliebri. Ella, infine, lo amava, 
vero, come poteva e come sapeva, con un senso immensamente egoistico
che aveva sempre dominato in quell'anima: lo amava, perch le faceva
piacere di amare, perch il suo stato migliore era l'amore, perch
ella non sentiva la vita che quando era innamorata: l'amava perch
cos aveva voluto ed ora la sua volont era pi forte di lei. Ci che
la sconvolgeva, era di non sentirsi amata abbastanza, mentre ella
sapeva di dare a Giovanni il meglio che restava di lei: ci che la
esasperava, era questa battaglia quotidiana che ella sosteneva, per
conservare, se non l'amore, la larva di amore che le portava
quest'uomo: ci che la faceva delirare di collera, segretamente, era
di avere ancora sbagliato, anche in quest'ultima volta e di non potere
in nessun modo metter rimedio al suo errore. Per il passato, coloro
che l'avevano amata, erano stati tipi soliti, comuni, non pi buoni e
non pi cattivi di qualunque altro uomo, in modo che il mondo
psicologico di Clara non aveva avuto sviluppo che nelle ombre della
sua anima, assai pi grande e assai pi complessa di quelle che ella
aveva avuto ai suoi piedi. Ella aveva sofferto per loro, non gi per
le complicazioni sentimentali, ma perch questi due o tre erano esseri
limitati, non meschini, ma limitati, a cui ella aveva creato una
luminosa e inesistente aureola. Aveva sofferto di non essere amata
abbastanza, disprezzando coloro cui mancava la potenza spirituale,
rimpiangendo sempre Giovanni, Giovanni, ch'ella aveva disdegnato e di
cui si rammentava la violenza giovanile di passione: e lentamente,
nella sua coscienza, si era formato il criterio che solo Giovanni
l'avesse amata e che solo lui, cos profondo, cos intimo, cos
squisito, avrebbe potuto amarla come ella desiderava. Gli altri,
erano, infine, poveri diavoli, ai quali ella aveva dato il manto di
porpora della sua immaginazione e uno scettro d'oro, sotto cui ella
medesima si era curvata; ma l'anima bella per s, grande per s, unica
nella tenerezza come unica nella passione, era quella di Giovanni.
Ella aveva creduto a una fatalit del destino quando, finendo la sua
giovinezza, prima del tramonto, s'erano incontrati nuovamente ed egli
le aveva parlato dell'amore passato. E in lei si erano dileguate le
profonde stanchezze, mentre pi vivo, pi forte rinasceva il desiderio
di amare eccezionalmente, di essere eccezionalmente amata. Ella si
rammentava un Giovanni Serra tutto pieno di un ingenuo e vibrante
ardor giovanile, che faceva dell'amore non un breve episodio, come
tutti gli altri, ma il grande affare dei suoi giorni e delle sue
notti, che dava all'amore un tesoro di intima mestizia e di gioie
delicate, che portava l'immagine dell'amata come la sola visione degna
della sua fantasia, e che ne pronunziava il nome con una emozione
vivissima e candidamente mal repressa. Aveva creduto, quando egli le
narrava i suoi dolori passati con s grande senso di amarezza, che
egli fosse sempre il medesimo: e che era giusto e umano l'amarlo; e
che era una volutt dolorosa l'amarlo senza conforto; e che, infine,
infine, egli l'amasse ancora, malgrado i tentativi di fuga, malgrado i
dinieghi, malgrado i terrori che gli si dipingevano sul volto,
malgrado che egli restasse freddo e confuso, nelle ore pi calde, in
cui ella pi si abbandonava a questa estrema passione. E dall'antico
concetto e dal novissimo errore suo, ella traeva un veleno interno di
delusione, un seguito di sconfitte inavvertite da lui, ma di cui ella
provava il colpo nel fondo dell'anima, un ricadere continuamente sulle
proprie speranze e un soffrire per tutte le parti, dall'amore all'amor
proprio, dalla delicatezza all'orgoglio, dalla sensibilit femminile
bonaria alla sensibilit femminile maligna. Come si torturava ella,
per un ritardo di un'ora, per una parola detta con troppa
disinvoltura, per un _voi_ apparso improvvisamente nel pi intimo
discorso: e il suo umore si cangiava, per la sottile ferita ricevuta,
ed egli, che non sapeva di aver ferito, si stupiva del cangiamento, e
arretrandosi, pallido, come se avesse visto un fantasma, le diceva la
tetra e monotona frase:

--Voi siete sempre la stessa.

S, Clara era sempre la stessa, con un carattere mobile e pure
ostinato, con una energia breve e caduca, con un disprezzo intimo e
cordiale di s, con un egoismo a cui dava le forme nobili dell'amore,
con un desiderio di vivere e di godere che non si saziava mai; e su
tutto questo fondo stravagante, e spesso perfido, e spesso capace dei
pi alti sagrificii, il ricordo di una vita vissuta mediocremente, il
ricordo di sciocchi errori e di delusioni meschine. Era sempre la
stessa, lei, ma da tutti i pianti versati nella solitudine della sua
casa, da tutte le angoscie soffocate sotto la sua maschera di donna
mondana, da quell'abbandono in cui aveva passato un anno, le era
venuta innanzi alla mente la grande verit, che tutti i calcoli
dell'egoismo sono sempre sbagliati, e che bisogna vivere per gli
altri, per poter essere felici. Non era fatta per questo, la sua
natura capricciosa ed esaltata: ma la sua volont le imponeva di
assuefarsi alla pi semplice verit umana, che  la felicit altrui:
ed ella giungeva con uno sforzo supremo l dove altre creature
arrivano naturalmente e la sua bont calma, la sua dolcezza ragionata,
la sua serenit esteriore avevano, forse, maggior merito, poich ella
affogava in esse tutto il clamore di un'anima ribelle. Soffriva
profondamente, perch non era amata abbastanza, perch non era neppure
certa di essere amata: dentro le vene ardeva il sangue per collere
improvvise: cento volte ella sentiva la tentazione di scacciare
Giovanni da s, di non vederlo mai pi. Ma il pensiero che egli,
veramente, la credesse ancora una perfida femmina, capace del male per
la volutt del male, ma l'idea di desolare ancora Giovanni, con una
catastrofe spirituale, tale che per sempre ne restasse violata la sua
memoria, la rigettavano nell'amore e nel sacrificio.

E pi il suo spirito spasimava per la battaglia che sosteneva, pi
ella prodigava a Giovanni Serra i tesori della pi squisita affezione.
Egli, talvolta, ne restava avvilito. Ora, non le diceva pi di non
crederle; n, d'altra parte, la fiducia nasceva in lui, bens uno
stupore malinconico. Quando ella gli dava qualche novella pruova, non
chiesta, di amore, egli restava confuso e rammaricato:

--Io non merito questo, Clara. Tu esageri sempre: e che sar il nostro
avvenire, cos?

--Io ti amer sempre egualmente--diceva ella, esaltata.

--Quante volte l'hai detta la parola _sempre_?

--Ah tu sei crudele!--esclamava lei, abbassando il capo per nascondere
il suo pallore.

S, quell'onest'uomo, quell'uomo onesto e buono era spesso crudele,
con lei. Non s'accorgeva di colpirla, cos duramente: o non la credeva
sensibile: o credeva che fosse necessario di colpirla, per guarirla da
questo morbo spirituale che la teneva. Certi giorni, dopo un'assenza
di una settimana, le appariva innanzi quietissimo, avendo l'aria di
non vedere che ella era disfatta dall'attesa, non dando nessuna scusa
alla sua mancanza. Un dialogo freddo si stabiliva fra loro due: le
labbra di lei fremevano leggiermente, perch reprimevano lo sdegno:
egli non capiva ci e dopo un'ora trascorsa, cos, in uno strazio fine
e pur terribile, egli si levava per andarsene:

--Vieni domani?--ella diceva, a occhi bassi, pallida come uno spettro,

--Non so.

--Dopodomani, allora?

--Non ti saprei dire: ho delle faccende noiose da sbrigare.

--Ah!--diceva lei, senz'altro, sentendosi morire.

--Ti scriver, quando posso venire.

--Va bene.

E lentamente lo seguiva, mentre si avviava alla porta: gli porgeva una
mano gelida ed immota. Talvolta, egli le chiedeva:

--Che hai?

--Nulla--ella rispondeva con voce cos mutata che egli avrebbe dovuto
capire. Ma, temendo una scena, egli se ne andava, senz'altro. Come
ella correva nella sua stanza, gittandosi sul letto, mordendo i
cuscini, ingiuriando la freddezza di Giovanni, imprecando alla propria
vilt, esalando tutta l'ira della sua delusione, soffocando le grida
del suo cuore che insorgeva contro un dolore cos atroce! La crisi
durava una notte intiera: ella si addormentava all'alba, con gli occhi
rossi di lacrime, con il petto ancora esalante sospiri. Egli non
sapeva nulla di ci. Ella temeva che Giovanni la fuggisse per sempre,
se diventava troppo insistente e troppo noiosa. L'altiera donna era
giunta a credersi una seccatrice. Pure, qualche sera, quando pi
l'onesto e buon'uomo era stato crudele, ella sentiva cadere le forze
della sua rassegnazione. Allora gli appariva infelice, cos
accasciata, cos perduta in un abisso di delusioni, che l'oscuro
mistero della sua tenerezza per Clara, si svelava. Una volta, egli era
andato via. Appena fuori, sulle scale, egli intese, dietro la porta
ancora chiusa, un tale scoppio di singhiozzi che torn indietro, buss
e la trov smarrita, incapace di affogare i suoi lamenti, incapace di
dominarsi pi. Qual notte! Egli le parlava ed ella, perduta in un
oceano di amarezza, non gli rispondeva, mentre, come se fosse sola, si
raccomandava alla Madonna ed ai santi, perch la liberassero da quelle
torture. Egli le prendeva le mani, ma ella le ritraeva, come
inorridita, convulsa, per rivolgerle al cielo, per chiedere la pace,
la pace, niente altro: egli cercava di abbracciarla, ma quel corpo
fremente gli sfuggiva; essa passava da un divano all'altro, camminava
al buio, per le altre stanze, parlando sola, gemendo, tutto il suo
male, gemendo di dover amare cos, gemendo di essere cos poco amata.
Notte fatale, invero: giacch fu allora soltanto ch'egli cap tutta la
gravit del loro caso: giacch fu in quella scena di lacrime, di
convulsioni, in cui ella pareva avesse dimenticata persino la sua
presenza, che egli le parl, per una volta, come dieci anni prima,
come un innamorato, come un amante. Egli s'inginocchi innanzi a lei e
le chiese perdono della sua condotta, e la preg che avesse piet di
lui; la scongiur di credergli, quando le diceva che nessun essere le
era devoto come il suo, e di compatirlo se egli non sapeva amarla, se
egli non sapeva ritrovare in un'anima stanca, malata, vecchia, gli
accenti e gli entusiasmi dell'amore; che per quanto egli poteva amare,
l'amava; che era poco, s, era poco, per una donna appassionata come
lei; che ella meritava un miglior innamorato, un miglior amante; ma
che lui non poteva amar meglio, ma che egli le aveva dato tutto, dieci
anni prima, e che quella devastazione era opera sua. Mentre ella,
sfinita, esausta, si passava ancora sugli occhi aridi il fazzoletto
bagnato di lacrime, Giovanni, ai suoi piedi, le narrava ancora la sua
miseria sentimentale presente, la sua morbosa sensibilit che aveva
paura dell'amore, la sua impotenza spirituale, tutta la rovina
irreparabile che gli impediva di esser per lei il perfetto innamorato,
il perfetto amante. Alle sue ginocchia, in una evocazione straziante,
di quello che era stato il suo passato d'amore e nello strazio della
presente realt, egli vers poche, cocenti lacrime, le pi dolorose
che avesse versate mai. Smorta, con gli occhi spalancati su lui,
reggendosi la testa con le mani, ella che aveva gridato tutta la sua
desolazione, udiva ora le parole di una ben diversa miseria, di un
disfacimento umano assai pi tragico del suo; e mentre l'alba faceva
il cielo di un freddissimo biancoverdino, i due amanti si guardarono,
presi da una piet immensa, per s stessi, e sentendo che nessuno dei
due poteva consolare, giammai, giammai l'altro.

Ella, folle oramai di sacrificio, fu dimentica di s, e si rassegn a
una forma qualsiasi dell'amore, purch Giovanni non l'abbandonasse.
Rinunziava alla passione, chiudendo gli occhi: ella che adorava solo
la passione! L'amasse Giovanni, come voleva, come poteva, quando
voleva: purch quel residuo di tenerezza fosse suo! Oramai ella
diventava simile ai malati che, giorno per giorno, vanno rinunziando
alle dolcezze che godono i sani e fanno un ragionamento malinconico a
ogni rinunzia. Diceva, ella:

--Tu, che non mi scrivi mai....

E se egli annuiva, ella frenava il suo spasimo. Giovanni, un tempo, le
aveva troppo scritto: adesso non ne aveva pi la forza. Altre volte
diceva:

--Tu non vieni;  vero, domani sera?

Ed era perch soffriva troppo, a udirlo dire da lui che non sarebbe
venuto. Parlando dell'amore, ella soggiungeva, con un debole sorriso:

--Tu che mi vuoi bene cos poco....

E lo sogguardava, ansiosamente, per osservare anche l'espressione pi
fugace. Egli sorrideva, acconsentendo al fatto di amarla poco: Clara
indietreggiava, disperata internamente della pruova. Qualche volta,
bonariamente, ella gli tendeva un tranello:

--Perch mi ami cos poco? Io ti voglio troppo bene.

--Perch non posso di pi.

--Non puoi, non puoi? Tenta.

--Oh no!--esclamava, con un tono di stanchezza, di sfiducia, di paura.

--Io ti amo troppo--ella diceva, affogando di dolore, ma non
mostrandolo.

-- ci che mi trafigge. Io sono un indegno, Clara.

--E se non ti amassi pi?

Giovanni impallidiva e taceva. Quel pallore, la rincorava.

--Se non ti amassi pi, di'?

--Mi rassegnerei malinconicamente. Sono stato un grande sventurato,
sempre.

--Ti rassegneresti?--e fremeva, ella.

--Mi rassegnerei.

--Mi riesce impossibile di non amarti, Giovanni!--ella esclamava.

--Se tu volessi, ti sarebbe facile. Credimi, non ti ho meritata prima:
non ti merito adesso. Era destino!

--Parliamo d'altro--diceva lei, brevemente, vinta.

Ma si rinnovava ogni giorno, ogni sera, il duello, sopra una ben
semplice frase cos cara a tutti gli amanti. Quando ella era di umore
pi lieto, gli diceva:

--Gi, non ti domando se mi vuoi bene. Sarebbe inutile.

--Sarebbe inutile--mormorava lui, sorridendo, cercando di scherzare.

--Non mi ami affatto?--e la voce lievemente le tremava.

--Affatto.

Clara taceva, incapace di scherzare pi.

--Che hai?--chiedeva Giovanni.

--Nulla.

--Nulla? Ti ho rattristata?

--Un poco.

--Sono un infelice--diceva Giovanni, cos schiettamente addolorato,
che Clara non osava proseguire la discussione.

Ma, talvolta, la domanda era diretta:

--Mi vuoi bene?

E se lui era tranquillo, senza fremiti nella sua sensibilit, le
rispondeva:

--Tu lo sai.

--Non so nulla. Ripeti un poco,

--Quante volte lo vuoi sentire, Clara!

--Gli  che non lo dici mai, mai, mai!

--A che serve?

--Mi serve: mi serve immensamente. Te ne prego, Giovanni, Giovanni
mio, mio amore, dimmi se mi vuoi bene!

--Ti voglio bene--diceva lui, a occhi bassi, quasi per forza.

--Quanto?

--Quanto posso.

--E poco,  vero,  poco?

--Perch mi ricordi che sono un poverello, in fatto di amore? Perch
mi rinfacci la mia miseria? Perch mi rimproveri se non ho pi lena,
se non ho pi una scintilla di entusiasmo? Clara, Clara, tu mi uccidi,
cos!

--Perdonami--diceva lei, scivolandogli inginocchiata innanzi, con un
moto che le era familiare.

--Io non debbo vederti pi--diceva lui, come se parlasse a s stesso.

Oppure, la frase cara agli amanti riappariva in altri modi tormentosi.
Talvolta, dopo un lungo silenzio, vagamente, distrattamente, come per
un moto delle labbra, ella chiedeva:

--Mi vuoi bene?

Giovanni non rispondeva. Immediatamente, ella diventava trepida e
ansante:

--Giovanni, mi vuoi bene?

Allora egli usciva dalle sue riflessioni e vagamente, distrattamente,
diceva:

--No.

--Giovanni?

--Clara!

--Hai detto che non mi ami?

--L'ho detto.

--Ed  vero?

-- vero.

Silenziosamente, ella curvava il capo, e le lacrime le discendevano
sulle guancie. Giovanni la guardava, desolato: poi, le andava vicino,
le carezzava una mano, le baciava le guancie bagnate di lacrime.

--Ho scherzato--diceva.

--Tu non ischerzi mai.

--Ho scherzato.

Tutto finiva, cos: ma le lacrime erano state versate. E infine, sulla
frase cara agli amanti, avveniva ancora questo:

--Tu non mi chiedi mai, Giovanni, se ti voglio bene!

--Perch chiedertelo?

--Non ti piace saperlo?

--No, non mi piace.

--Ti tormenta, il mio amore?

--S, mi tormenta tanto.

--Ma perch, ma perch?

--Perch mi hai amato troppo tardi--esclamava lui, per la centesima
volta;--perch io non sono pi il giovanotto appassionato di dieci
anni fa, ma un uomo arido e stanco, senza speranze e senza desiderii!
 tardi,  tardi, Clara.

--Mai tardi, per l'amore.

--Siamo vecchi, Clara: il nostro sole tramonta.

--Dio mi salvi dalla notte--ella mormorava, avvilita, senza pi
energia.

Vi fu un giorno, per, in cui tutte le ombre malinconiche, e le
incertezze, e i timori parvero dileguati. Era nella calda estate ed
ella era andata ad Albano, sui colli, per fuggire l'aria soffocante di
Roma. Col, lo aspettava pazientemente, per giornate intiere, ma egli,
pur promettendo di venire a trovarla, pur scrivendole, non veniva mai.
Per tre o quattro volte ella era andata alla stazione, inutilmente.
Una grandissima tristezza adesso opprimeva la donna superba; giacch
le pesava sulle spalle tutto l'irreparabile del suo errore
sentimentale. Volontariamente ella si era ingolfata in questo amore;
con ostinazione di passione ella ne aveva abbracciata la croce; la sua
fantasia l'aveva spinta ai pi duri sacrificii; e adesso erano
impegnati il suo cuore e il suo onore. Stando sola, nella freschezza
dei colli albani, ella approfondiva l'immensit del suo ultimo fallo e
quel verde riposato tutt'intorno, e quella serenit la crucciavano.
Infine, un giorno egli giunse, quasi inaspettato. Era cos lieto! Le
disse, subito che non era venuto, ma che aveva sofferto molto, a non
venire: che l'aveva molto amata, nella sua assenza: e le domand, se
ella lo amasse ancora. Cos lieto! Ella divent lietissima. Andarono,
insieme, sotto l'ombrellino di Clara, a una lunga passeggiata, a
braccetto, a traverso i sentieri di campagna, fra i prati fioriti.
Clara aveva un vestito di seta leggiera, di un bianco avorio: e un
gran cappello di merletto avorio come una cuffia. Pareva molto pi
giovane e cos delicata che egli la chiam, ridendo: _Madame la
marquise_. Ella era raggiante. Si sedettero sull'erba, all'ombra di un
elce secolare, famoso in quelle campagne, e le loro anime furono cos
assolutamente e perfettamente armoniose, in quella solinga e serena
campagna, che essi si guardavano e indovinavano l'un l'altro i
pensieri. Si dispersero, due volte, per la via, ridendo, scherzando,
baciandosi, dietro l'ombrello abbassato di Clara: e _Madame la
marquise_ arrossiva finemente di gioia, sotto l'ombra bianca del suo
grande cappello. Non un motto del passato: non un pensiero del domani:
non un velo di amarezza, mai. Egli aveva l'aria di un fanciullo;
strapp dei fiori di campo, odorosissimi, ne fece un gran fascio, lo
portarono all'albergo in trionfo. L pranzarono soli, soli, in un
angolo della stanza da pranzo, guardandosi negli occhi, sorridendosi,
toccandosi le mani nel porgersi un bicchiere, un piatto, ebbri di una
gioia di vivere che li faceva impallidire di piacere. Andarono sulla
terrazza dell'albergo, soli sempre, tenendosi per mano, tacendo,
dicendosi nello sguardo innamorato quelle cose profonde e intime, che
l'amore pensa e non dice. Ogni tanto, ella chiedeva:

--Mi vuoi bene?

--S--rispondeva lui, semplicemente, senza reticenze.

--Quanto?

--Molto.

--Io ti adoro--ella concludeva, arrossendo.

Alla sera, ella lo ricondusse alla stazione, attaccata al suo braccio,
innamoratissima di lui, mentre lui non sapeva staccare lo sguardo da
quei cari occhi: si baciarono nella penombra della stazione, senza
pensare a chi li guardava. Il treno si mosse, ella restava a guardare
e lui si sporgeva dallo sportello, salutando.

Ella gli scrisse, nei giorni successivi, otto o dieci lettere, folli:
egli non rispose. Aveva giurato di ritornare: non ritorn. Ella
ripart per Roma, prima che la villeggiatura finisse.



V.

Vestita di bianco, con un leggiero scialletto di crespo bianco sulle
spalle, Clara, in quelle ultime lunghe sere di estate, aspettava
Giovanni al balcone. Prima, la solinga donna leggeva un poco, si
aggirava come un fantasma per la casa deserta; poi, verso le nove,
approssimandosi l'ora dell'arrivo, ella esciva sul balcone,
interrogando le penombre di via del Babuino. Malgrado che l'afa di
quella fine d'agosto togliesse la gente alle case soffocanti e la
spingesse per le vie, in cerca di un fantastico fresco, via del
Babuino era spopolata.  lontana dal centro: ed  via di forestieri,
che la popolano solo nell'inverno. Pochissima gente l'attraversava;
avanzandosi la sera, non pi un viandante. Clara guardava l'alto della
strada, verso piazza di Spagna, donde giungeva sempre Giovanni, quando
giungeva: e appena una persona svoltava l'angolo, essa si piegava sui
ferri, cercando distinguere l'alta figura e il passo un po' lento, a
lei cos noti. L'ora serotina si svolgeva, calda, spesso attraversata
da un molle soffio sciroccale; Giovanni non compariva. Affaticata
dallo stare in piedi, ella si sedeva sovra uno sgabello di legno, che
era fuori sul balcone; appoggiava la testa ai ferri, in atto di
pazienza e di riposo; talvolta, un lieve sonno la coglieva; alle
undici e mezzo, che ella sentiva suonare a Santa Maria del Popolo, si
levava, rientrava, poich Giovanni non sarebbe venuto pi. Un brivido
di freddo la coglieva, in casa: e si accostava alla sua scrivania, per
scrivergli un biglietto, una lettera, lagnandosi che egli avesse
ancora mancato alla promessa. Ma, sedutasi, si rialzava subito: a che
lagnarsi? Su sette sere della settimana, egli mancava cinque: e la
lasciava, cos, in una interminabile aspettativa, fuori su quel
balcone, in una solitudine e in una malinconia grande, sapendo
benissimo che ella lo aspettava ogni sera e che era sola, solissima.
Adesso, ella non si lagnava pi, giacch le scene la stancavano e la
impaurivano, perduta di energia, precipitata e giacente nella inazione
spirituale di chi ha troppo amato inutilmente: e non lamentandosi lei,
egli non si scusava neppure e aveva l'aria di non rammentarsi che ella
non esciva, non vedeva nessuno, per lui soltanto. Oramai, Clara non
aveva pi quelle crisi di violenza, in cui malediceva l'aridit del
cuore di Giovanni e la vilt del proprio cuore che non sapeva
infrangere un legame cos fittizio e cos torturante: ella era in
preda a quelle sonnolenti rassegnazioni, che abbattono tutte le
persone di carattere impetuoso, dopo un periodo di passione. Sul viso
altiero di Clara, dove sempre aveva brillato il sorriso trionfale
della donna padrona del proprio destino, ora sedeva l'espressione
stanca e paziente della vittima. Quando Giovanni le riappariva
innanzi, ella sorrideva tenuemente, gli si sedeva accanto, ma non
troppo vicino, non gli faceva un rimprovero, gli parlava a voce bassa,
senza ridere mai. Egli la guardava curiosamente: scrutava tutte le
impressioni di quel volto mobile, di quegli occhi vivacissimi, e
scorgendovi come disteso un velo d'inesorabile e quieta tristezza,
crollava il capo, senza dire nulla. Egli stesso era profondamente
triste. Forse, s'imponeva di non andare da Clara, pi spesso. Forse,
per una singolare contraddizione del suo spirito, quell'aspetto di
vittima, quel silenzio, quella mancanza di sorriso, lo tormentavano
pi di una scena furiosa. Nel settembre, egli part per Napoli,
senz'avvertirla neanche; ella gli scrisse, tre o quattro volte, delle
lettere pacate, ma senza rampogna; delle lettere dove tutto il fuoco
dell'anima di Clara parea fosse stato smorzato dalle lacrime. Ritorn,
Giovanni, dopo dieci giorni: ed ella non gli fece nessuna
interrogazione, fredda e tenera, fredda e triste, fredda e oppressa da
una fatica morale che le traluceva, torbidamente, dagli occhi.

--Che hai? Che hai?--le chiese lui, quel giorno, con ansiet, andando
volontariamente incontro a una spiegazione.

--Sono stanca--ella disse, chinando gli occhi.

--Di me?

Ella esit, un minuto. Disse:

--No.

--Finirai per odiarmi, io lo aveva preveduto--egli soggiunse,
desolatamente.

--E perch, Giovanni? Tu non hai nessuna colpa.

--E tu neanche, poveretta!--replic lui, prendendole le mani.

Ella si svincol, dolcemente e freddamente.

--Oh io, s!--e un vero accento di convinzione, la dichiarava
colpevole di quel malinconico ultimo peccato, pieno di tante
delusioni.

--La colpa  delle cose,  degli anni,  della fatalit--egli spieg.

--La fatalit  la scusa dei deboli e degli sciocchi--diss'ella
brevemente.--Io ho voluto che questo fosse; la colpa  mia.

--Poveretta, poveretta!--mormor lui, con voce di pianto.

--Mi sono ingannata, anche questa volta--ella replic, con una
freddezza di ghiaccio.

L'accenno agli amori passati, il primo che ella facesse durante un
anno e mezzo di relazione con lui, la comunanza del suo amore con gli
altri, nella mente di Clara, gli fece una impressione pessima.

--Io non ti ho ingannata--esclam lui offeso, contristatissimo.

--Chi sa!--ella disse.--Hai creduto di dirmi la verit: ma quando 
che l'hai detta?

--Mai, mai ti ho ingannata!

--Eppure un giorno mi dicevi d'amarmi e un giorno lo negavi. Quando 
che mentivi?

--Mai, mai, Clara!

--Vedi bene che tu stesso ignori la verit. Tu non sai niente!

--So che soffro, ecco tutto.

--Anche io, molto, Giovanni, molto.

--Non pi di me!

--Pi di te, pi di te, in un modo diverso, con una intensit maggiore
e diversa. Niuno ha mai espiato un peccato pi immediatamente e pi
rigorosamente di me, credilo.

--Povera Clara, io ti ho portato sfortuna!--e la pi grande tenerezza
vibrava in lui.

Ma queste gelide consolazioni non arrivavano a riscaldare il cuore
della donna.

--La fortuna o la sfortuna  in noi--rispose ella, recisamente.

--In me, in me! Sono un essere malaugurato e sventurato.

--E perch? Non hai amato?

--Troppo presto e troppo male, Clara!

--Non sei stato amato?

--Troppo tardi, troppo tardi.

--I tuoi ricordi saranno dolci, nella vecchiaia--ella soggiunse, con
una glaciale tenerezza.

--Io non giunger alla vecchiaia degli anni, lo so.

--Fortunato te!

Fu l'unica parola profondamente disperata che le usc di bocca, in
quello strano duetto. Ma, adesso, i loro scarsi e rari colloqui
diventavano penosi; vi aleggiava una tristezza infinita, i loro volti
erano distratti e assorbiti, un soffio di gelo chiudeva la coppia
amorosa. Amorosa? Niuna parola d'amore, pi. Ella, a poco a poco, gli
scriveva meno. Egli se ne lagn:

--Perch mi scrivi cos poco?

--Ti affliggerei, scrivendoti.

--Tu puoi dirmi tutto, lo sai.

--Non ho da dirti nulla.

Anche quando si vedevano, la conversazione si rallentava fra loro.
Prima, Clara si interessava a tutta l'esistenza di Giovanni
lasciandosi narrare le sue noie e le sue soddisfazioni: adesso, ella
non lo interrogava pi. Se egli voleva dirle qualche cosa, lo
ascoltava, ma con gli occhi velati, quasi non intendendo.

--La tua anima  lontana, Clara--le disse, una sera.

--Non  che malata, tanto malata--ella si lament.

--Non speri di guarire?

--Sperare di guarire? Questa guarigione  anche la morte.

--La morte  di tutte le anime che hanno amato.

-- vero--ella concluse, a capo basso.

Adesso, ogni tanto, guardandola, mentre essa lo guardava, gli pareva
di vedere delle lacrime negli occhi. Ma esse si dileguavano. Talvolta,
ella si alzava dal suo posto, andava verso un balcone, andava
nell'altra stanza: egli indovinava che Clara rasciugava queste poche
lacrime: l'avanzo dei grandi pianti antichi,

--Perch ti viene da piangere, guardandomi?--le domand, infine,
turbato assai di ci, intravvedendolo.

--Io? No, non piango.

--Perch me lo nascondi? Non sono il tuo migliore amico?

--Amico? Io non ho amici.

--Il tuo amante, allora?--ribatt lui, dopo una esitazione.

--Io non ho amanti, Giovanni.

--L'uomo che ti ama?

--Nessuno mi ama.

Profondo silenzio. Le lagrime erano inaridite negli occhi di Clara: ma
egli vi ritorn sopra amaramente:

--Non vuoi dirmi, perch mi guardi e i tuoi occhi si orlano di
lacrime? Ci  cos triste! Mi pare che tu pianga un morto.

--Sono tanti i modi di morire.

Cos, in questo ambiente di gelido dolore, di amarezze quiete e
infinite, di grandi veli bigi e fitti che li avvolgevano in una nuvola
di orrenda e intima malinconia, evitavano di vedersi in casa, dove
soffrivano anche pi. Non si davano convegno, ma si incontravano
randagi pallidi, vagabondi delle vie remote di Roma, camminando
accanto senza parlarsi, o scambiando qualche motto insignificante. Una
volta andarono al Colosseo; era un chiarore plenilunare bianchissimo,
con un freddo vivido d'ottobre; ella era tutt'avvolta in un mantello
col cappuccio. Si sedette, Clara, sovra uno scalino dell'anfiteatro;
Giovanni, si sedette pi gi, vicino a lei, toccandole le ginocchia
con la testa. Il grandioso circo era tutto molle e candido, sotto il
raggio lunare. Ella fece un atto, e la sua mano si pos, lievissima,
sulla testa di Giovanni. Tacevano: la mano restava l, lieve, fredda,
immota. Egli si volse un poco, prese la mano e la baci sulle dita,
appena appena, con una carezza casta, fugace; la mano ricadde lungo la
persona. Si guardarono negli occhi, in quella solitudine, in quella
notte chiara, e quello sguardo infinitamente e rassegnatamente
desolato fu inteso, da ambedue, per quel che era, per quel che diceva.

L'indomani, nelle ore tarde pomeridiane, si videro al Pincio, dove
ella gli aveva dato convegno. Ella era vestita di un abito di seta
grigia e aveva una giacchetta di velluto nero; sul cappellino di
velluto nero era una fine veletta nera. Egli pens, vedendola, a
quella sera di _Armida_, oramai lontana, nelle sensazioni e nelle
memorie. Ma si forz a scacciare ogni debolezza, tanto temeva di s.
Clara cammin un poco accanto a lui: poi guardando gli alberi di villa
Borghese, dalla terrazza, gli disse la gran frase:

--Dunque, si finisce?

Ah egli si era creduto pi forte! Si sent vacillare, non pot
rispondere. Che avveniva, dunque, in lui, di contradittorio, di
bizzarro, che questa soluzione tanto da lui invocata, ora gli faceva
orrore?

--Non mi rispondi, Giovanni?--ed ella alzava, ogni tanto, il manicotto
sino alla bocca, come a reprimere un singhiozzo, un grido.

--Tu non hai piet di me, Clara?

--Tu pensi troppo alle tue miserie, e non a quelle altrui; io non ti
chieggo piet.

--Tu sei forte.

--Ero forte.

--Tu sei forte.

--La mia unica forza mi ha abbandonata--ella soggiunse, sempre
guardando altrove.

--Quale era?

--L'amore.  finita, Giovanni--ed ebbe un cenno largo, definitivo,
verso la campagna.

--Non ci vedremo pi, dunque?---egli chiese, debolissimo, tremante,
come un fanciullo disperato.

--A che servirebbe? A maggiori dolori?

--Come amici.... qualche volta?

--Io non ti sono amica, Giovanni: ti ho troppo amato per esserti
amica.

--Io sono il pi sventurato fra gli uomini--egli grid, gittandosi
sovra un banco, non reggendo pi.

Ella gli sedette accanto: aveva gli occhi bassi, dietro la veletta.

--Giovanni, sii buono, non diminuire il mio coraggio. Vedi.... per
giungere a questo, la mia anima ha dovuto fare un cos lungo viaggio!
Ho detto io, la parola estrema: io! Che ho innanzi, io? Sai che
esistenza di solitudine, d'inutili e tardi rimpianti, di pentimenti
postumi, di lacrime senza conforto? Sai che lungo e deserto viaggio io
intraprendo, sino alla morte, sola?

--Il pi sventurato fra gli uomini!--gemeva lui, con la faccia fra le
mani, come un fanciullo abbandonato.

--Eppure.... io, io stessa rinunzio. Tutto  stato inutile, fra noi:
il tuo amore, prima; il mio amore, dopo.

--Almeno, almeno, non mi avessi amato!--esclam lui, in un ingenuo
scoppio di dolore.

--Ti ho amato, invece, molto, alla mia maniera, che  certo
imperfetta, poich tutti siamo degli esseri imperfetti. Ti ho
amato.... cos teneramente, cos passionalmente.... ma era tardi, era
tardi, era tardi!

--Ma io ti voglio bene, Clara!--egli balbett, smarrito, vedendo che
ella era per levarsi, per andarsene.

--Ne sei certo?--gli chiese ella, duramente, come nella prima sera del
loro amore.--Ne sei certo?

--Non lo so--rispose lui, annientato, ricadendo sul banco.

--Addio, Giovanni!--ella disse, innanzi a lui, pallida come una morta.

--Non te ne andare, non mi lasciare!--e tese le mani per rattenerla.

Ella si trattenne in piedi, innanzi a lui. Si vedeva che non aveva la
forza di fare un passo. Guardandola disperatamente negli occhi,
tenendole una mano, egli la supplicava ancora, confusamente, di non
lasciarlo, cos, in quell'ombra; ed ella non rispondeva, levando il
volto, mordendosi le labbra.

--Giovanni, perch vuoi che io resti? Che ci porter di nuovo questa
sera, o il domani? Non saremo sempre gli stessi? Che si muta, per un
discorso o per un giorno? Avevamo strade diverse e ci siamo voluti
amare: questo amore  stato il tuo cruccio, allora;  stato il mio
cruccio, adesso. Riprendiamo la via, pi stanchi e pi delusi di
prima: Dio benedica la tua strada!

--Non te ne andare, non te ne andare!

--Addio, Giovanni--e gli tocc la mano, con la mano guantata,
allontanandosi subito.

Per l'uomo che singhiozzava, lass, sul banco del giardino solitario,
come per la donna che discendeva alla citt, senza vedere il sentiero,
poich le lacrime l'acciecavano, il sole era tramontato. Intorno ad
essi era la grande, lunga, infinita notte dell'anima. [Blank page]




L'AMANTE SCIOCCA.

_A Luigi Gualdo._



I.

Paolo Spada aspettava la sua nuova innamorata, con una vivace
curiosit mescolata a una certa tenerezza piena d'indulgenza e a
movimenti improvvisi e insoliti di buon umore. Egli aveva realizzato,
finalmente, dopo alcuni anni vissuti fra i tormentosi piaceri di amori
inconsciamente complicati, dopo aver adorato delle bizzarre e
inquietanti creature che eran tali, naturalmente, o che si
affrettavano a diventare bizzarre e inquietanti al suo contatto, dopo
essere stato adorato nelle forme pi turbolenti, pi folli e pi tetre
dalle medesime creature, finalmente, egli aveva realizzato un suo
antico desiderio: desiderio fluttuante sempre in quell'anima, ora
sommersa in fondo al naufragio di qualche stravagante passione, ora
galleggiante sul mare cheto che segue le tempeste, il desiderio, cio,
di amare una donna semplice e di esserne amato. Anzi, nei suoi momenti
di accasciamento passionale, quando il pi perfido ingranaggio
psicologico e le mistificazioni dei sensi avevano esaltato i suoi
nervi e il suo cuore, quando pi egli aveva provato le stanchezze
supreme e le nausee profonde di qualche amore complesso, impreciso ed
enigmatico, egli non diceva di desiderare una donna semplice, diceva:
una donna stupida. Era tale la sua ribellione a nuove avventure
d'amore dove il cuore e la persona avessero dei misteri da rivelare,
delle ombre da indagare, che egli arrivava alla volgarit di certi
uomini comuni, i quali vantano, per aver inteso vantare ad altri,
l'amore umile delle donne che non conoscono l'ortografia. Paolo Spada,
l'artista squisito, narratore di storie sentimentali e crudeli,
cesellatore, di versi ora sonori, ora dolenti, sempre alti, sempre
nobilissimi, rassomigliava, in queste sue rivolte, a un qualunque
farmacista di provincia, che dica il suo avviso sull'amore e sulle
donne, a tre o quattro amici, al lume azzurro di un boccale
illuminato. E, certo, egli l'aveva cercata, spesso, questa donna
semplice, anzi questa donna stupida, per ripetere il suo sincero e
brutale aggettivo: e due o tre volte egli aveva creduto di trovarla e
aveva avuto dei sussulti di gioia, un senso generale di pace nel suo
spirito, come un addormentamento di tutti i sottili dolori che
stridevano sui suoi nervi. Era stato deluso, sempre: giacch nella
semplicit apparente e ingannatrice di queste donne, egli aveva presto
ritrovato quei segreti moti, quelle illogiche azioni, quelle
incoerenze talvolta leggiadre, talvolta repulsive, che danno all'uomo
innamorato l'acuto e torturante segnale di non so quale mistero
racchiuso in un carattere, in un temperamento muliebre. Fresco e
lieto, egli si era abbandonato alla dolcezza di trovarsi con una
creatura limpida, cristallina: invece, quasi per una ironia, troppe
volte ripetuta, perch non paresse fatta apposta, egli si trovava
innanzi a un'enigma fisiologico e psicologico. In fondo, alcune di
queste donne erano forse semplici, o meno complicate: ma appena
elevatesi all'onore di essere amate da Paolo Spada e di amare Paolo
Spada, subito vi era in loro, come per magica influenza, un annodarsi
di pensieri, d'idee, di sentimenti, un ravvolgersi di circostanze e di
fatti, un concentrarsi di veli e di ombre, per cui pareva che
cangiassero di natura. Freddamente furibondo per l'inganno, Paolo
Spada rodeva il freno di un giogo spirituale e sensuale, che lo
opprimeva con una monotonia scorante. Quando veniva la liberazione,
quando, cio, l'amore finiva, egli giurava di essere pi cauto, pi
sagace in un'altra prova.

Cos, a furia di sagacia, di cautela, di gelida pazienza, egli aveva
ritrovata in Adele Cima la donna semplice, a cui il suo cuore stanco e
disfatto anelava. Oh egli l'aveva sottoposta a una quantit di prove,
la giovane donna, dai belli e lunghi capelli castani che si
ammassavano sulla testina, dai grandi occhi lionati che guardavano con
tanta tranquillit e tanto candore, e avevano il fascino della
tranquillit e del candore, dalle fini sopracciglia nere e dalla
fronte un po' breve; e nelle prove, molto lunghe, convincenti,
esaurienti, era risultato che Adele Cima era una donna assolutamente
semplice e anche stupida, un pochino, non molto. La sua belt mancava
di finezza, la sua persona non aveva n flessuosit n opulenze, i
suoi vestiti non erano elegantissimi: e, sovra tutto, ella non sapeva
nulla di ci, era giustamente persuasa di essere una donnina
piacevole, era convinta di vestire come si conveniva, decentemente,
era contenta di s senza alterigia, e non aveva occhi per vedere n il
peggio, n il meglio di quello che essa rappresentava. A Paolo Spada
ella era piaciuta subito, per la sua freschezza, per non so che di
nuovo e di fragrante, che era in lei, per questi indizii fisici di
semplicit e anche di una certa stupidaggine, gentile, non soverchia,
non urtante; quando ebbe fatti tutti gli assaggi per conoscerne
l'anima, egli si abbandon subito ad amare questa piccola Adele Cima.
In quanto a lei, lo aveva amato immediatamente. Paolo Spada aveva
fatto su lei un effetto folgorante. Il suo imbarazzo, la sua
confusione, innanzi a lui, avevano qualche cosa di commovente. Le
avevan detto che Paolo Spada era un illustre artista, che era un uomo
celebre: ma ella non aveva letto di lui neppure una riga, e si era
innamorata di lui, cos, in un minuto secondo, senza rimedio. Ella si
vergognava molto di questo subitaneo amore e non se lo sapeva
spiegare.

--Io vi amo molto: ma non so il perch--ella gli diceva, guardandolo
coi suoi buoni occhi, che ingenuamente indagavano.

--Cercate bene--rispondeva lui, sorridendo teneramente.

-- inutile: non so perch vi voglio bene. Lo sapete voi, forse, che
conoscete tutte le cose?

--Io? Neppure per sogno.

--Allora non vi , questo _perch_--soggiungeva lei, subito convinta.

Pure, malgrado questo fulminante amore, Adele Cima era ancora la sua
innamorata e non ancora la sua amante. Ella si rifiutava, debolmente,
con argomenti vaghi, gi quasi sedotta e trattenuta da uno sgomento
che, ogni tanto, appariva nei suoi grandi occhi spalancati.

--Vi faccio paura?--le diceva Paolo Spada, un po' scherzando, un po'
rattristandosi,

--S--rispondeva Adele.

--E perch?

--Perch siete una persona cos diversa da me--ella diceva, con una
umilt sincera.

--Non importa, non importa--era la parola indulgente e carezzosa del
seduttore.

Ella aveva finito per promettere di andare da lui, in quel giorno,
alle due; e Paolo Spada, in un rinnovellamento pacifico di tutte le
sue forze morali, in un rigoglio di tutte le sue energie fisiche,
aveva inteso una viva gioia dilatarsi in lui. Nessun dubbio lo
tormentava, come in tutti gli altri primi convegni, in cui mille volte
aveva temuto che l'amata non giungesse--e gli era bene accaduto, di
aspettare invano!--che un capriccio, un caso la trattenessero: egli
era certo che Adele Cima sarebbe venuta al convegno. Era troppo
semplice per mancare.

--Ed ella verr anche a tempo, alle due, non prima e non dopo: forse,
si tratterr per via; per non giungere troppo presto--egli pens,
leggendo a distanza nell'anima della sua dilettissima stupida, come
gi la chiamava.

In onore della semplicit di Adele Cima, egli non fece nessun
preparativo nella sua casetta di via San Sebastianello, che guardava
piazza di Spagna e le prime vette degli alberi del Pincio: altre volte
egli bruciava dei profumi, egli comperava dei gigli, delle orchidee
per piacere alle sue raffinate amanti. Un fascio di rose in un vaso di
cristallo gli parve che bastasse. Del resto, le sue stanze che
formavano il suo quartierino da scapolo, da amante e da scrittore,
avevano in s tale accumulamento di bizzarrie, nei mobili, nelle
stoffe, nella disposizione, in ogni oggetto, che egli guardava tutto
ci, con occhio compiaciuto, pensando allo stupore della cara piccola
donna sorridendo, da prima, all'effetto che avrebbe prodotto su lei
ogni cosa, dai tappeti di Smirne, a un idolo di bronzo e avorio
panciuto, orribile; dal letto che era dissimulato sotto una grande
stoffa di chiesa, ai ritratti delle donne amate che guardavano dalle
loro cornici di argento inglese e di cuoio impresso. E una crescente
tenerezza lo invadeva, all'idea di quella buona giovane creatura, cos
attraente e cos nuova per lui, che veniva col suo passo quieto e
misurato a dargli dell'amore senza enigmi, senza misteri, senza noie e
senza scene. Egli si decideva ad amarla molto e bene, questa povera
Adele Cima, senza mai darle un dispiacere, senza mai farle intendere
da quali altezze di pensiero e di sentimento egli discendesse, per
raggiungere l'umilt di quell'amore, senza mai comunicarle la febbre
che lo ardeva, nelle sue ore di lavoro e di doloroso lavoro. Voleva
amarla moltissimo e bene, giacch egli sentiva quale grande refrigerio
alle sue vene ardenti sarebbe venuto dalla freschezza di quell'amore,
quale equilibrio sereno avrebbe messo nei suoi nervi quella mitezza
d'anima muliebre, quale pace forte e vivificante avrebbe data al suo
mobile e inquieto pensiero, la lentezza, la semplicit, la piccolezza
del pensiero di Adele Cima. S, quella stupida gli sarebbe stata
infinitamente cara, giacch sarebbe stata infinitamente utile al morbo
del suo spirito!

Ella venne alle due, precise. Paolo Spada che aveva gli occhi
sull'orologio, come giuocando con s stesso, sorrise, udendo suonare
alla porta. And ad aprire egli stesso. Adele Cima gli apparve innanzi
e gli sorrise, cos innamoratamente, che l'uomo sent vincersi da una
emozione. Invece di baciarla sulle labbra, molto finemente, egli si
inchin e le baci la mano. La trattava come una duchessa: egli si
accorse subito che ella era meravigliata e confusa di ci, cominciando
a non capir nulla, da quel primo bacio. Poi, Adele Cima si distrasse
immediatamente: egli l'aveva condotta a sedere sopra un divano, dove
era gittato uno scialle turco, e le toglieva lentamente un guanto,
scherzando con le dita: essa stringeva ogni tanto la mano di lui,
mentre si guardava intorno, incantata. Mai, aveva visto nulla di
simile: e tutto le sembrava strano e incomprensibile, producendole
esattamente l'impressione che egli aveva preveduta. In s, egli
sorrise di aver perfettamente indovinato quell'effetto. Adele Cima era
come egli la vedeva, la intendeva, la supponeva, di una facilit
d'interpretazione tale, come se egli rileggesse un libro imparato a
memoria nell'infanzia e tutti i brani gli si ricostruissero nella
mente.

--Vi piace, qui?--le domand lui.

--.... S--ella rispose, dopo un minuto di esitazione.  sempre cos
oscura, la casa?

--Sempre. Io odio la luce, in citt.

--Ah!--ella disse, senza chiedere altro.--E ci state solo, qui?

--Ho un servo: l'ho mandato via.

--Non vi annoiate, solo!

--No, mai. Salvo quando vi aspetto.

--Io sono venuta puntualmente--ella soggiunse, subito, volendosi
difendere.

--S, s, cara--e le baci le due mani.

Paolo Spada era innamorato molto, in quell'ora, e la piccola donna
vestita di un bigio comune, di un vestito che egli le conosceva gi,
gli piaceva moltissimo: ella era in casa sua: lo amava, ella, perch
era venuta a lui, senza maggiori indugi, senza pretese, senza domande
di fedelt, senza patti: lo amava, tutto lo diceva in lei: eppure egli
indugiava a chiederle di esser sua, cos, per prolungare quei minuti,
cos tranquilli, sicuro oramai di lei, come della luce del sole. Adele
Cima guard le rose. Egli si alz, e gliene dette due, le pi belle.
Essa non le odor, non le mise alla cintura, le tenne mollemente fra
le dita, quasi senza guardarle.

--Non amate le rose?--le chiese Paolo Spada.

--.... S.

--Forse amate qualche altro fiore, specialmente?

--No, nessun fiore, specialmente.

--Io ho amato molto il giglio, una volta, poi le violette di Parma,
poi le orchidee....

--Che sono, le orchidee....

--Certi fiori molto rari, molto strani....

--Non li conosco--mormor ella, distratta.

Pure, un lieve pallore l'aveva scolorita. Egli non se ne accorse. Ora,
ella si era levata e avvicinatasi a un tavolino, ne aveva preso un
ritratto di donna.

--Chi  questa signora?

--Quale? Ah!... una russa.

--Una straniera? Siete stato in Russia, voi?

--S, una volta.

-- lontano,  vero?

--Lontano: vi fa molto freddo.

--Perch vi andaste allora?

--Mah!... per seguire questa signora....

--Voi l'amavate?

--S.

Un silenzio si fece. Adele Cima si morsic il labbro inferiore: poi
domand:

--Come si chiamava?

--Questa russa? Natalia.

--Che bel nome!

--Vi pare?

--Il mio  cos brutto, non  vero?--disse ella venendo a lui, con una
espressione di malinconia che lo turb.

--Adele? Ma Adele vale mille volte pi di Natalia--egli esclam,
volendo consolarla subito.

--Eh, no!--diss'ella, tristemente-- un brutto nome.

--A me piace immensamente, cara.

--Perch mi volete bene.

--Forse per questo.

--Ma  un brutto nome, non dice nulla.

Si allontan nuovamente da lui, and a guardare gli altri ritratti;
egli la seguiva, tenendole una mano, lusingato e intenerito da quella
semplicit, da quella ingenuit. Ella prese un altro ritratto e glielo
porse:

--Era bionda, questa?

--S, bionda.

--Vi piacciono le bionde?

--Mi piace la donna che amo.

--Pi le bionde o pi le brune?

--Quella che amo, quella che amo!--replic lui, lietamente, felice di
essere amato cos e di amare cos,

--Il castagno  uno sciocco colore di capelli--ella dichiar a occhi
bassi, come mortificata da questa inferiorit sua.

--Ma no.

--Me lo hanno detto, lo so. Avrei voluto esser bionda, io.

--I vostri capelli sono belli.

--Ma biondi, sarebbero stati bellissimi--replic lei, ostinatamente.

Egli le volt, con un gentile atto, la testa verso lui e la baci sui
capelli. Ella sorrise, innamoratissimamente: e subito dopo, gli
chiese:

--Tutte queste signore sono state vostre amanti?

--Quasi tutte.

--Sono molte--ella disse, abbassando gli occhi.

--Io non sono pi un giovanotto.

--Avete avuto molte amanti; tutti gli uomini ne hanno tante?

--Sapete.... nella nostra professione.... le occasioni sono pi
facili....

--Gi....  vero, voi siete uno scrittore. Siete anche un poeta?

--S, cara--disse lui, sorridendo.

--Scrittori e poeti pare che abbiano molte amanti--e gli occhi grandi
e belli le si velarono di lacrime.

A quello schietto dolore, egli non resse. Le prese le mani,
l'abbracci, cerc di consolarla con una quantit di parole vaghe,
come si dicono ai bimbi per farli finire di piangere, per farli
addormentare; ella ascoltava, gi subito confortata, guardandolo negli
occhi, credendogli come il bimbo crede alla mamma. Egli le soggiunse
che tutti quelli erano stati amori effimeri, che ella sola era
l'amata, la vera, l'unica: e una immensa fede in queste proteste di
amore si leggeva nel volto di Adele Cima. Pian piano egli l'aveva
condotta di l, nella sua stanza. Sovra una scansietta di legno
scolpito, sostenuta da una gran mano di bronzo, erano, in legature
fini di pergamena, tutti i volumi di prose e di poesie di Paolo Spada.
L'innamorata ne prese uno e l'apr:

--Che bella carta....--disse, passandovi sovra, lievemente, le
dita.--Voi avete scritto tutto questo?

--S, cara.

-- un romanzo?

--S, anima mia.

--Deve essere bello. Io ho letto pochissimi romanzi--ella concluse,
posando il libro.

Guard nuovamente i volumi nello scaffale:

--Ci mettete molto tempo per scriverne uno, di libro?

--Per lo pi, molto tempo.

--Ah!--ella disse, chinando nuovamente gli occhi.--E siete solo quando
scrivete?

--Solissimo. Qualunque rumore mi turba. La presenza di una persona,
anche silenziosa, non mi fa scrivere.

--S?--ella disse, con un accento fra sorpreso e sgomento.--E perch
questo?

--Cos--egli rispose, un po' brevemente, non volendo darle altre
spiegazioni.

Ella ebbe il contraccolpo di quella piccola durezza. Si sollev verso
lui, lo guard, gli chiese:

--Mi volete bene?

--S, tanto, cara.

--Vi ho seccato con quella domanda sciocca?

--No, no, non potete seccarmi.

--Io stessa sono una sciocca, compatitemi.

--Io vi voglio bene, non posso compatirvi.

--Mi volete bene, malgrado la mia stupidit?--domand, fra il riso e
il pianto.

--Malgrado la vostra stupidit, vi adoro--disse lui, lietamente e
crudelmente.

--Ah! grazie.

Come l'ora cadeva, continuando a guardarsi intorno con stupore e con
paurosa ammirazione, Adele Cima divent l'amante di Paolo Spada; e fu
senza lacrime e senza spasimi, senza proteste e senza giuramenti. Egli
si sent felicissimo, come mai. In quelle ore d'amore egli non si
torment a sorvegliarsi e a sorvegliare l'anima dell'amata: egli non
s'inchin a misurare il pallore dell'amata e non tese l'orecchio a
raccogliere il balbetto della passione erompente: egli non pens ad
esser guardingo, in quell'eterno e terribile istinto di diffidenza,
che, nei maggiori trasporti, divide le anime degli amanti,
insuperabilmente. Il suo cuore e i suoi nervi si trovarono di pieno
accordo in un abbandono giovanile e semplice, singolare in un uomo che
aveva molto e bene e male vissuto, che aveva vissuto, infine. Il
beneficio che egli aspettava dall'amore di Adele Cima, gli venne largo
e completo, giacch un cordiale, un morbidissimo senso di riposo
avvolse tutte le sue forze, fece tacere ogni stridore, vers balsamo
su tutte le vecchie cicatrici inciprignite: e quando ella fu per
partire, e lui s'inginocchi innanzi a lei per baciarle devotamente la
mano, un verace, un grande impeto di riconoscenza animava Paolo Spada.
E lei? Innamoratissima e timida, adorandolo gi e sentendo una ignota,
invincibile confusione in s, ella fu felice e taciturna, piena di
sorrisi ineffabili--il suo sorriso era pi intelligente dei suoi occhi
larghi e limpidi--piena di dedizioni semplici e complete, obbedendo
alla legge dell'amore con una immensa umilt che la inebbriava.
Solamente, dopo, ella continu a dargli del _voi_; e teneramente, egli
la riprese di ci:

--Dammi del _tu_, cara....

--Non mi riesce.

--E perch?

Non oso.



II.

L'improvviso e soggiogante amore di Paolo Spada per Adele Cima aveva
preteso che ella venisse ad abitare con lui nella casa di San
Sebastianello. La resistenza della donna era stata debole e vaga:
l'amante con facilit le aveva dimostrato che essendo ella libera e
sola, nulla di meglio le restava a fare che unirsi a lui.

--Io ti dar grande noia: tu sei abituato alla solitudine--aveva ella
opposto, timidamente, due o tre volte.

--Tu sei incapace di annoiarmi, cara--aveva sempre risposto lui, con
quella tenerezza indulgente che era la nota principale del suo amore
per Adele.

Ella era rimasta interdetta e pensosa, come se cercasse una idea,
ancora oscura nella, sua mente, e, forse, la forma per esprimerla.
Finalmente, alle reiterate richieste dell'amante, perch si decidesse
a venire da lui, definitivamente, ella ebbe il coraggio di dire
questo:

--E se tu, un giorno, non mi ami pi?

--Io? Ti amer sempre, diletta. Capisci che non vi  una ragione al
mondo, perch io finisca di amarti.

--Pure.... se non mi ami pi?--aveva ella replicato, incapace di
entrare in nessuna delle sottigliezze, talvolta crudeli, del suo
amante.

--Non  possibile. Se accadesse.... rimarremmo egualmente insieme....

--Come?

--I mariti e le mogli non ci restano, forse, anche quando non si amano
pi?

Adele tacque: ma non era convinta. Con una espressione di rammarico,
soggiunse:

--Senza l'amore, non ci vorrei restare.

Ma queste brevi e innocue discussioni non potevano portare che a un
sol risultato: alla vittoria della volont di Paolo Spada su quella di
Adele Cima. Ella lo amava profondamente, in una forma tutta
rudimentale, cio cieca e assoluta. Venne a stare con lui. L'artistico
quartierino non fu guastato in nulla, giacch vi furono unite altre
due stanze, accanto, che erano disponibili e dove Adele Cima trasport
i suoi semplici mobili. Un tappeto di Smirne messo innanzi a una porta
della camera di Paolo, nascondeva la comunicazione tra il quartierino
e le due stanze di Adele, tanto che per molto tempo, tutte le visite
di Paolo Spada, amici, ammiratori, seccatori, ignorarono l'esistenza
della donnina dai morbidi e lunghi capelli castani, dai grandi occhi
lionati, cos sempre pieni di meraviglia. Appena ella udiva il
campanello, diventava inquieta. Invano Paolo cercava di trattenerla:
se un passo si avanzava, indicando che la persona era stata ammessa
dal cameriere, ella si levava, spariva dietro il tappeto, senza far
rumore, come un'ombra. Gli amici di Paolo Spada le davano una
soggezione grande. Dalla sua stanza, involontariamente, poich ella si
sarebbe vergognata di origliare, ella udiva elevarsi il tono della
conversazione, molto forte: le dispute si accendevano da un minuto
all'altro, ed ella, non intendendone n la causa n lo scopo, non
udendone bene le parole che non arrivavano precise sino a lei, finiva
per avere una paura orribile di queste liti, di questi scoppii di
voce, di questi urli. Poco a poco esse si chetavano: le voci si
facevano pi fioche: tacevano: passava un tempo di silenzio.
Timidamente, ella sollevava il tappeto, faceva capolino: o Paolo Spada
era uscito e la casa era deserta: o lo trovava sdraiato sopra un
divano, sprofondato in quei trenta o quaranta piccoli cuscini di raso
ripieni di piume, che gli formavano un letto di riposo, fumando una
sigaretta, a occhi socchiusi, tranquillissimo:

--Che avevate, a gridar tanto?

--Parlavamo d'arte.

--Ah! e si grida cos?

--Cos, cara.

Del resto, quando non vi era nessuno, Adele Cima stava sempre accanto
a Paolo Spada. Essi pranzavano assieme; un cuoco mandava loro il cibo,
da fuori, giacch Paolo Spada odiava l'odore della cucina, in casa; il
cameriere li serviva a tavola. Questo pranzo fatto di pietanze
cucinate alla francese, sempre un po' fredde, un po' monotone nella
loro voluta bizzarria, servite in fretta e in silenzio, nella piccola
stanza da pranzo, sotto il chiarore azzurrino, come acquitrinoso, di
una gran lampada sospesa e coperta di uno strano paralume, era una
delle cose che pi spostava i gusti e i costumi di Adele Cima. Tutte
quelle conserve, quelle mostarde di gusto inglese che Paolo Spada
sovrapponeva alla cucina francese, finivano di stordirla nelle sue
quietissime inclinazioni culinarie. Per far piacere al suo amante,
ella gustava di tutto, con un certo coraggio, giacch molte di quelle
cose non le piacevano punto: e sorrideva a lui, con quel luminoso
sorriso dove ella trasfondeva tutta la sua adorazione per Paolo. A
furia di dominarsi, ella aveva quasi finito per amare il fegato d'oca
di Strasburgo, e per tollerare il caviale: ma non le riesciva di
sopportare il roseo salmone, di cui egli era cos ghiotto, pranzando
solo con quello, talvolta, e con una tazza di t. Egli capiva
perfettamente lo stordimento di Adele, e ne godeva, e ogni volta che
l'amore compiva un'altra di queste sorprese e un altro di questi
miracoli, egli aveva un senso di trionfo nel suo animo. Non solo egli
era riconoscente ad Adele Cima, che essendo una povera cara scema,
cercava di seguirlo in tutte le naturali anomalie della vita delle
persone di talento, ma le era anche grato che, malgrado lo stupore,
malgrado l'impressione cattiva, ella restasse quel che era, cos
tenera, cos adorabile nella sua adorazione per lui. Egli pensava:

--Ella non ama questa cosa: ama me, per: e per questo si sforza di
amare la cosa che odia; forse, non ci riesce: ma a me, che importa?
Vedo il risultato, io. Essa mi adora e divorerebbe i carboni ardenti,
per me.

Uscivano insieme, sempre. Ella avrebbe preferito di andare per il
Corso: anzi, ella trovava via Nazionale la pi bella delle vie.
Viceversa, egli era un appassionato, come tutte le anime artistiche,
dell'antica Roma e pi della sua solenne e poetica campagna romana.
Egli non si stancava mai di ritornarvi, sebbene da anni ed anni vi
andasse, figliuolo devoto dell'augusta citt, ma pi delle sue vaste
solitudini. Col, egli pi si raccoglieva e pensava. Quelle estensioni
di terra brunastra, qua e l appena appena sparse di qualche striscia
di erba, quelle ondulazioni singolari del terreno, come per
sommovimento tellurico, quelle alte barriere, che dividono, non si sa
perch, quei campi infecondi, l'uno dall'altro, quelle rive cretose
che discendono al fiume giallo inclinandovi i neri bracci stecchiti
dei salici, erano il miglior orizzonte per il suo gran sogno di arte e
di poesia. E, amando Adele Cima, volendola insieme, sempre, come
emblema di amore e di pace, come compagnia di equilibrio e di
serenit, egli la conduceva seco, spiegandole benignamente tutta la
grandiosit e la bellezza di quel paesaggio, che non rassomiglia a
nessun altro. Ella lo ascoltava, incantata dal suono di quella voce
cos toccante nella sottile velatura che la rendeva un po' roca,
incantata da quella luce di entusiasmo che rendeva pi seducenti i
bellissimi occhi di Paolo Spada, incantata dall'armonia di quello che
egli diceva: e chinava il capo, assentendo, diceva un monosillabo,
stringendo la mano del suo amante. In verit, quella campagna romana
la sgomentava; quella solitudine, quella sterilit, quel gran fiume
torbido, quei neri carri di pozzolana su cui passavano lunghi distesi,
sonnecchiando, pipando, fischiando lugubremente, talvolta, i
carrettieri, le opprimeva i nervi. Per, piaceva a Paolo: ci bastava.
Lo seguiva, docilmente, ogni giorno, in queste passeggiate: anche
quando il tempo era bigio, plumbeo e il gran cielo cos tragicamente
si abbassava sulla campagna: ogni tanto egli esclamava:

--Guarda, Adele, quanto  bello....

--Bellissimo--rispondeva lei, subito.

Viceversa, il suo cuore era pieno di tristezza, per quell'ambiente.
Fra le altre cose, ella temeva per Paolo e anche per lei, di prendere
la febbre in quei giorni di autunno, in quelle ore crepuscolari. Ella
che non aveva l'abitudine di fumare, gli chiedeva una sigaretta. Le
avevano detto che la sigaretta  eccellente, contro l'infezione della
febbre romana:

--Tu fumi, cara?

--S, s--diceva lei, con un pallido sorriso.

Ma presto la sigaretta, spenta, le cadeva dalle dita. Ella si
stringeva nel suo mantello. Aveva i piedi gelati e non osava mai
portare un _plaid_, per non dare fastidio a Paolo. Costui, assorto,
taceva. Giacch, nella consuetudine che aveva dapprima di andar solo
nella campagna romana e nel gran fascino che quell'ambiente esercitava
su lui, egli si dimenticava di avere accanto Adele Cima e lasciava
trascorrere il tempo, nel pi profondo silenzio. Il cocchiere
seguitava a far trottare il cavallo, pigramente: la carrozza andava,
andava, lontano, punto nero sopra la via giallastra; e Adele,
obbliata, era presa da una voglia irresistibile di piangere. Allora,
quando non ne poteva pi, si voltava a Paolo, lo guardava coi suoi
belli occhi grandi, sorpresi e un po' supplici. Egli la guardava, ma
non aveva l'aria di vederla. Ella lo chiamava, piano:

--Paolo....

--Che vuoi?

--Dimmi qualche cosa.

--Che cosa?

E la voce sua era cos strana, come di un dormiente che sogna, una
voce di persona lontana, una voce di anima distaccata dal minuto
presente, dallo spazio presente. Adele trasaliva:

--Mi ami, Paolo?--gli chiedeva, per il bisogno di parlare, di
sottrarsi all'incubo dell'ambiente.

--Ti adoro--rispondeva lui, con un tono di maggior sonnambulismo.

Poi, un silenzio. La carrozza andava sempre.

--Torniamo, Paolo?

--Ancora un po'.

-- tardi, amore....

--Non  tardi.

Ma spesso, queste interruzioni dei suoi pensieri, dei suoi sogni lo
turbavano molto.... Senza durezza, poich egli amava Adele, le diceva:

--Taci: lasciami pensare.

--A che pensi, amore?

--Penso; lasciami stare.

--Dimmi a che....

-- inutile che tu lo sappia--rispondeva, inasprito, a un tratto.

Ella aveva pianto, la prima volta che le parl cos; ma, peggio, egli
non si era accorto di quel pianto. Da allora, si era rassegnata a
subire tutte le interminabili e tristi passeggiate nella campagna
romana, senza parlare che quando lui la interrogava. Moriva di freddo
e di tristezza, ma soffriva tutto questo per amore di Paolo. Quando
rientravano in citt, man mano, si veniva riscaldando: Paolo esciva
dal suo silenzio. Ella sorrideva, di nuovo: e un'altra prova era
passata.

D'altronde, a questi profondi assorbimenti di Paolo ella doveva
cercare di assuefarsi, poich, in casa, lo coglievano spesso.
Loquacissimo e beffardo, insieme, ma graziosamente beffardo, egli
cadeva, ad un tratto, in una mestizia taciturna che scombussolava,
subito, tutto l'umore sereno e dolce di Adele Cima. Sdraiato, con la
sigaretta spenta fra le dita, immerso in quei molli cuscini che erano
cos cari alle sue ore di riposo e di malinconia, Paolo Spada aveva
l'aspetto immobile e triste, l'aria disfatta e triste, gli occhi
socchiusi lasciavano errare uno sguardo vago e triste. Subito, Adele
gli chiedeva:

--Hai sonno?

--No.

--Sei stanco?

--S.

--Di che sei stanco? Non sei uscito.

--Sono stanco--mormorava lui, con quella sua voce lontana.

Ella faceva trascorrere un po' di tempo in silenzio. Indi ritornava a
lui:

--Ti senti male?

--No.

--Vuoi qualche cosa?

--No.

--Debbo andarmene?

--Resta pure: ma taci.

Adele chinava gli occhi per non piangere. Le riesciva impossibile
d'intendere la causa della tristezza di Paolo Spada, sfuggendole
assolutamente tutto il lavorio dell'anima di costui. Ella non vedeva
che l'immobilit, il pallore, la taciturnit; ella non capiva, che la
risposta indifferente, o quella dura, nella loro durezza esteriore:
ella intravedeva un mistero superiore dello spirito, arcano, avvolto
in tali veli che giammai la sua piccola mente avrebbe potuto
sollevare, e una pena acuta, intimissima, nascosta con gelosa cura la
torturava, senza che ella volesse mai esprimerla, o trovasse mai
parole per narrarla. Andava a prendere un suo lavoro all'uncinetto,
una di quelle interminabili coltri a rosoni, bianche, e seduta in una
poltroncina, lavorava nel pi grande silenzio. Talvolta, la stanchezza
la sorprendeva. Ella sonnecchiava. Il capo le si abbassava sul petto.

--Tu dormi?--le dicea lui.

--No, non dormo--rispondeva lei, trasalendo, scuotendosi.

--Poverina, ti annoio.

--Non mi annoi.

--Le mie _ore d'inchiostro_ sono cos odiose!

--Nulla di te,  odioso--ella replicava, a bassa voce.

Ma questa frase _ore d'inchiostro_ le faceva l'effetto di un gran buco
nero nero, dove precipitassero Paolo Spada e l'amor suo, donde ella
non potesse cavar pi fuori n l'amante, n l'amore. Giacch la paura
pi umile, pi comune, che la teneva sempre, che la tormentava in
segreto, era che Paolo Spada l'amasse poco, o non l'amasse punto. Non
sapeva, ella, per quale paese dei sogni egli partisse, in queste sue
ore tetre; neppur supponeva che vi fosse un immenso, interminabile,
infinito paese dei sogni dove se ne vanno le anime dei poeti, degli
artisti, dei sognatori: ma intuiva, cos, semplicemente che Paolo
Spada era ben lontano, lontano da lei e dal suo amore in quei momenti,
e che quel corpo, abbandonato fra i cuscini, quel volto smorto e
chiuso non avevano n sentimento, n volont. Ella lo adorava con
tutto il suo piccolo e serio cuore, con la sua piccola e limitata
mente, e oltre l'amore, per natura, per temperamento, per carattere,
non poteva vedere. Beninteso che, sempre, Paolo Spada usciva da una di
quelle crisi di tetraggine, per gittarsi in impeti di folle gaiezza.
Allora egli colmava la sua amante di liete carezze, di adorazioni
gioconde e quasi infantili: la obbligava ad entrare nei magazzini di
mode, dove le comperava pazzamente delle cose che non le servivano
punto; la costringeva a seguirlo nelle grandi trattorie dove ordinava
dei pranzi squisiti, sostenuti da vini generosi: la conduceva ai
teatri, nelle grandi serate: e, sovra tutto, parlava con lei, rideva
con lei, la corteggiava gaiamente, divertendosi di tutte le inveterate
timidit della donna, delle sue ritrosie, del suo terrore del
pubblico. Dappertutto, ella andava a malincuore, poich ella
preferiva, infine, la loro casa, in cui sempre l'ambiente la
sconvolgeva, ma dove, almeno erano soli. Adesso, a poco a poco Paolo
Spada la veniva presentando ai suoi amici, senz'altro nome che questo:
_la mia Adele_, e al primo movimento di consolazione e di orgoglio che
questo nome le produceva, detto cos, da lui, ne subentrava uno di
malinconia, sentendosi ricacciata nell'anonimo, senza personalit,
pi, come una povera cosa appartenente a lui, come gli apparteneva un
bastone o un fazzoletto. Questi amici di Paolo Spada erano cos
singolari, anche essi! Le parevano tutti affetti da una leggiera o pi
grave pazzia, manifestantesi nei modi o familiari troppo, o
fittiziamente freddi, nelle voci bizzarre che pronunziavano parole
anche pi bizzarre. Nelle loro conversazioni che ella si ostinava a
voler intendere, ella non afferrava che le prime frasi, e subito la
sua mente si confondeva in quei paradossi sull'amore, sull'arte, sulla
vita, e non ci si raccapezzava pi. Nei caff, per le vie, le
discussioni si prolungavano, accanite, rinascenti, giranti intorno
all'argomento, col ritorno di certi nomi, di certe frasi, di certi
intercalari; ella ascoltava, fingendo l'attenzione, ma senza capire
pi nulla. Talvolta, queste discussioni erano nelle vie, di sera:
Paolo Spada e qualche suo amico andavano lentamente, fermandosi ogni
tanto, accalorati, ardenti, e Adele Cima imitava il loro passo, si
fermava con loro, sempre taciturna, levando ogni tanto il suo bel
volto bianco e sorpreso verso Paolo, quasi a pregarlo di finire, di
rientrare. Ma egli non vedeva lo sguardo timido e pregante dei bei
grandi occhi limpidi e semplici, e la disputa si prolungava, mentre
ella cadeva dall'oppressione in un sonno, per cui andava a casa come
una sonnambula. Una notte, cos, girarono per due o tre ore, intorno a
piazza Navona, Paolo Spada e Massimo Dias, slanciati in una feroce
discussione sull'Ariosto ed ella, alla fine, mezza morta, non osando
dire nulla, si lasci cadere a sedere sullo scalino, presso la
fontana. Fu allora che egli si decise a metterla in carrozza ed a
portarla a casa, invaso da una improvvisa piet che lo rese dolcissimo
e amorosissimo verso la donna.

Questi amici di Paolo Spada la trattavano anche singolarmente. Alcuni
la salutavano correttamente, ma non le dirigevano la parola; altri le
indirizzavano delle frasi galanti in istile letterario; altri la
riguardavano come un camerata e usavano familiarmente con lei, a
grosse strette di mano, chiamandola Adele. Con quella intuizione delle
persone semplicissime, ella sentiva che sotto la correttezza di alcuni
si nascondeva il disprezzo; le galanterie in frasi fiorite la
imbarazzavano e la facevano arrossire; le familiarit la turbavano.
Qualche volta, malgrado la sua timidit, aveva sorpreso qualche parola
che suonava caricatura per lei e certi sorrisi le sembravano dubbi. Ne
aveva parlato a Paolo Spada:

--I tuoi amici mi ritengono per una stupida.

--No, cara.

--Credilo,  cos.

--Da che te ne accorgi? Saresti diventata furba, per caso?

--Non lo so: ma per loro, sono un'oca.

--Per loro, come per me, sei una bella, buona, cara donnina, ecco
tutto. Vuoi dei complimenti, a quanto pare.

--Se sono un'oca per te, non voglio essere un'oca per gli altri--ella
soggiungeva, assai pi triste, convinta che Paolo Spada si vantasse
della sua ocaggine.

--O cara ochetta sentimentale e mesta, cara piccola oca bianca e
malinconica, finirai per rassomigliare a un cigno--diceva lui, con la
sua voce sonora e pure velata che la seduceva, toccandone le fibre pi
recondite del cuore.

Avrebbe ella, forse, voluto allontanarlo, da queste conversazioni, da
queste dispute con questi amici dagli occhi stralunati, dalle ciere
malaticcie, che fumavano la pipa, talvolta, o che erano in una
perfetta tenuta da gentiluomo, in marsina, con la pelliccia aperta,
col fiore all'occhiello, ma che avevano egualmente la ciera morbosa e
gli occhi sognanti, quasi allucinati. Ma era un desiderio, niente
altro: ella era fatta per seguire Paolo Spada in ogni suo
vagabondaggio e per obbedirgli in ogni suo capriccio. Gli faceva
qualche obbiezione, soltanto:

--Ti diverti tanto, in compagnia di Massimo Dias, di D'Arcello, di
Lamberti?

--Non mi diverto punto.

--E allora, perch li cerchi tanto?

--Mi sono necessarii.

--Oh!

--Le dispute riscaldano il sangue ed eccitano i nervi....

--E fan male alla salute,

--Del corpo, forse. Viceversa, fanno bene alla salute dell'anima, che
 la sola interessante.

--La salute dell'anima? La vita eterna, cio?

--No, cara--concludeva lui, con quel sorriso d'indulgente amore che
gli spuntava. sulle labbra, quando ella diceva una sciocchezza.

Bens arrivava il tempo in cui Paolo Spada abbandonava lui gli amici,
non uscendo, chiudendo la sua porta, vivendo in casa per intiere
settimane, fra le sigarette, il caff e il lavoro. Questi furori di
prosa e di poesia lo assalivano improvvisamente, dopo una gita nei
dintorni, dopo la lettura di un libro, dopo aver ritrovato un vecchio
pacchetto di lettere, ed egli si dava tutto a quel lavoro della
composizione d'arte e della successiva scrittura, sommergendosi negli
abissi della creazione e della forma, come chi da un altissimo picco
si getta nel mare. Non conosceva pi, Paolo Spada, in quelle
sommersioni, n misura di tempo e di spazio, n fatti o circostanze,
n necessit o capricci, egli dimenticava l'ora del sonno come quella
dei pasti, egli volentieri restava, in pieno meriggio, con le imposte
sbarrate e la lampada accesa; inchiodato nel suo seggiolone di cuoio,
chino sulla carta, levando ogni tanto, da essa, un par d'occhi
nuotanti nelle visioni, o passeggiante per la stanza da studio,
rapidamente, da un capo all'altro, a testa china, o leggendo ad alta
voce, anzi declamando dei versi o della prosa, gettandosi, talvolta,
da una sedia a una poltrona, ritornando al seggiolone, e, talvolta,
cedendo al sonno, sul gran tavolino da scrivere, con la testa sulle
braccia, come un fanciullo. L'amore? sparito, morto. L'artista si
trovava nel gran tumulto interno che sconvolge ogni altro affetto e
che trasporta nelle ansie e nelle ebbrezze della concezione e della
procreazione d'arte, la febbre che lo ardeva aveva invaso e incendiato
tutto il suo sangue, e le sue fantasime d'arte erano pi vive, innanzi
agli occhi della sua fantasia, pi belle, pi vive, pi desiderate,
pi amate della vivente Adele Cima, che gli sembrava un'ombra vana e
fredda.

Ella si rendeva un'ombra. Girava intorno a Paolo Spada con un passo
cos lieve che non si udiva, non urtava un oggetto, non faceva
stridere una chiave, spariva dalle porte come se si dileguasse
nell'aria. Cos ella faceva, un tempo, quando aveva assistito sua
madre gravemente inferma: le pareva di essere presso un malato, tanto
lo stato fisico e morale di Paolo Spada le sembrava scombussolato,
tumultuario, perduto ogni senso di realt. Obbediente come un bimbo
buono, ella lo aspettava con pazienza alle ore dei pasti, non andava a
letto, talvolta, che tardissimo, vegliando accanto a lui, leggendo un
libro qualunque il cui senso le sfuggiva, o dicendo il suo rosario, o
stando immobile, oramai abituata a questa vita di statua. Lui, che
giammai aveva potuto lavorare con una persona presente nella stanza o
anche nella casa, tollerava perfettamente quella di Adele Cima, tanto
ella si rendeva piccola, minuta, inesistente. Anzi, la voleva presso a
lui. Era come un mobile che si ama, su cui si posano gli occhi
volentieri e le cui linee corrispondono a non so quale bisogno
estetico interiore. Talvolta, in un brevissimo, lucido intervallo, era
vinto dalla compassione:

--Va a letto, cara,

--No, ti aspetto.

--Io ho molto da scrivere, va, va.

--Che importa? aspetto.

--Creperai di noia e di sonno.

--No, niente. Aspetto. Tu hai molto da scrivere?

--Moltissimo: enormemente.

--Non importa, non importa.

Di amore, in lui, non un atto, non una parola. Questo ella vedeva
bene, e un morso le afferrava il cuore. La febbre del lavoro e di quel
lavoro la colpiva solo per i suoi fenomeni morbosi; ella non ne
comprendeva n la purissima fiamma, n il nobile tormento, n
l'ebbrezza del travaglio. Non si spiegava perch un uomo giovane, sano
e bello, amato, amante come Paolo Spada si desse a quella passione
singolare che ne consumava i giorni, la salute, la belt, che lo
toglieva, sovra tutto, all'amore. Ah questo, questo, ella non se lo
spiegava ed era il suo cruccio pi intimo e pi costante! Nel suo
giudizio stretto e poetico della vita, le pareva che un'altra donna le
potesse togliere Paolo Spada, ma non gi un foglio di carta bianca e
una penna intinta nell'inchiostro. Che egli scordasse i suoi baci, le
sue carezze, il suo amore cos saldo e cos affascinante nella
semplicit, per restare i giorni e le notti nella sua stanza di studio
scrivendo, lacerando carte, riscrivendo, passando la penna a grandi
colpi sulle linee scritte, per cassarle, leggendo, declamando,
fumando, bevendo caff, senza sole, senza luce, senz'amore, proprio,
senz'amore, le sembrava una cosa tanto folle, tanto ingiusta e tanto
crudele che, spesso, sparendo nella sua povera cameretta, se ne andava
a piangere in un cantuccio, solitariamente. Per lei l'amore era la
sola passione, la sola occupazione, il solo pensiero e il solo affare,
e tutto questo, molto semplicemente, in vero temperamento muliebre
nato per il ristretto campo dell'amore. Giammai, in queste sue ore di
desolazione, ella trovava un pensiero contro l'egoismo artistico di
Paolo Spada, giammai ella si pentiva di essersi data a lui, di esser
venuta a vivere con lui, ma si sentiva ed era una creatura
perfettamente infelice.

Quando era stata lungamente assente, egli la chiamava. Ella si lavava
in fretta gli occhi, riappariva quasi sorridente ed egli non vedeva
punto il rossore delle palpebre.

--Perch te ne vai, Adele?

--Ti disturbo, forse.

--Non mi disturbi. Non ti vedo neppure.

--E allora, perch mi vuoi?

--Cos, per consuetudine.

Ella crollava il capo, mentre si faceva pallidissima. Paolo Spada non
se ne accorgeva. Nell'orgoglio fugace dei momenti di creazione, le
diceva, esaltatamente:

--Sai? Sto scrivendo un capolavoro.

--Lo credo, Paolo.

Ma non gli chiedeva che fosse. Temeva di dire una stupidaggine,
chiedendo.

-- una novella, una lunga novella: ma un capolavoro. Si chiama: _il
vincitore della morte_. Ti piace il titolo?

--S, mi piace.

--Veramente, ti piace? Di' la verit.

--Mi piace moltissimo.

--Ora te ne leggo un pezzo. Ti secchi?

--No, amore, no.

Egli dava di piglio alle molte cartelle dove scriveva col suo
carattere lungo e sottile, e con voce tremante, mentre le dita che
tenevano il manoscritto tremavano, egli cominciava la lettura. La voce
si facea pi ferma e ondeggiava nei periodi che si legavano l'uno
all'altro, e si abbassava mollemente, s'innalzava violenta.
Attentissima, ella non batteva palpebra. Pure, quest'attenzione non
gli bastava:

--Tu, non mi ascolti?

--T'ascolto.

--Hai l'aria distratta.

--Non  cos. Leggi.

Paolo riprendeva la lettura. Si arrestava, per vedere se sul volto di
Adele Cima passasse qualche impressione: e la vedea mutar di colore.
In verit, era quella voce dell'amante, quella esaltazione, il rombo
della lettura, che la commovevano.

--Ti piace? Ti piace?

--Moltissimo.

--Dici sul serio?

--Sul serio.

--Non gi perch mi vuoi bene?

--Non so: mi piace.

Egli finiva la lettura, entusiasmato.

--Ti piace?

-- bellissimo.

--S, credo di aver fatto una cosa buona--diceva lui, gi un po'
smontato.

--Quante cartelle ne hai scritte?--domandava Adele, dando un'occhiata
obbliqua al manoscritto.

--Sessantacinque.

--E quante altre te ne restano?

--Centocinquanta, pi, forse.

--Ah!

Si voltava in l, per non fargli osservare il suo viso, dove la pena
che questa febbre ancora molto, troppo durasse, si dipingeva.
L'indomani, lo trovava tetro e disfatto.

--Ho scritto delle corbellerie ignobili--le dichiarava lui.

--Come? Non ti sembravano un capolavoro?

--Mi sembravano. Ero esaltato. Sono corbellerie.

--A me piacevano.

--Naturalmente.

--Paolo!--era la sola rimostranza dolorosa.

--Mia cara, che vuoi capire tu? Quando piace a te,  segnale di
ignobile corbelleria.

--E allora, perch leggi a me?

--Cos, per sfogare: niente altro.

--Perch mi domandi il giudizio?

--Perch gli scrittori sono delle bestie inconcludenti, deboli e
vigliacche--esclamava lui, nella brutalit delle giornate di
abbattimento.

--Non dire questo, Paolo.

--Taci, Adele. Vattene.

Ebbene, ella si accorgeva che negli accasciamenti della sua febbre
d'arte, in quegli accasciamenti in cui tutti i mortali chiedono soccorso
di tenerezza, ella non poteva consolarlo. Sensibilissima
sentimentalmente, ella misurava col cuore timido e trepido questa sua
impotenza e la esagerava. Quel male ignoto e quel dolore ignoto traevano
origine da radici di profonde e sconosciute infermit morali e forse
fisiche: ella poteva bene piegare il volto su quell'ombra, il suo
inesperto sguardo nulla vi potea mai distinguere. Adele si ritraeva, con
un senso vivo di umiliazione sempre rinnovantesi e che le aveva omai
aperto nell'anima una fine ferita sempre sanguinante e sempre frizzante.
Il silenzio era il suo rifugio, dove naturalmente, le pi semplici e
anche le pi tormentose supposizioni la facean dubitare di s stessa, di
Paolo Spada, dell'amore. Forse, egli era stanco di lei e non glielo
diceva per gentilezza d'animo; forse, questo suo amore che era niente
altro che amore, offerto con tanto abbandono, ma con tanta monotonia,
aveva gi nauseato Paolo; forse egli pensava a quelle sue donne cos
raffinate, cos squisite, che lo amavano in una forma complicata e
straordinaria, che gli scrivevano quei pacchi di lettere da lui
conservate preziosamente, da lui spesso rilette, spesso giacenti in
confusione sul tavolino da scrivere--talvolta, egli si serviva di quei
documenti per la sua storia d'amore--mentre ella non aveva mai osato di
scrivergli un biglietto, temendo di commettere degli errori di
grammatica e di ortografia; forse, egli gi ne aveva trovata
un'altra.... ella era cos sciocca, cos infelicemente sciocca! Con
cura, ella nascondeva i suoi sospetti, per non torturarlo, giacch ella
gli risparmiava, amorosamente, qualunque puntura; ma, senza volerlo,
trapelavano.

--Anche oggi, sei cos triste, Paolo?

--Anche oggi.

--Ma a che pensi?

--Mi  impossibile di narrartelo:  troppo lungo.

--Dimmi, almeno, a chi pensi?

--A chi? A nessuno, cara.

--A nessuno, proprio? A nessuna donna?

--.... No. Che pensi?

--Nulla, m'immagino. Credevo.... perdonami. Non sei stanco di me?

--No, non ancora.

--Dimmelo, quando sei stanco.

--Te lo dir, non dubitare.

Ognuna delle risposte di Paolo Spada la meravigliava e la faceva
soffrire. Lo credea sincero. Non amava un'altra donna: non era stanco
di lei: ella gli piaceva ancora. Ma dunque era proprio per questo
terribile lavoro dello scrivere, che il suo amante l'abbandonava, si
dimenticava di lei come se non esistesse, la guardava in volto
trasognato come se non l'avesse mai vista, non le prendeva una mano,
non la baciava? Cos sono, dunque, questi uomini che scrivono? E
quest'_arte_, questa parola che ella udiva ripetere continuamente,
senza intenderla, quest'_arte_ pronunziata ora enfaticamente, ora a
bassa voce in tono pauroso, quest'_arte_ le cui quattro lettere
escivano, pronunziate dalla bocca di Paolo Spada, con un ardor amoroso
meglio di qualunque amorosa parola, ella aveva finito per odiarla in
silenzio, con tutta la muta ribellione del suo cuore. Non era una
donna l'arte, n aveva i capelli neri, biondi o rossi, diversi dai
suoi; non era una persona slanciata dagli occhi grandi e bruni e
scintillanti, mentre i suoi erano limpidi e tranquilli e la sua
persona era piccola e graziosa; non era una donna intelligente e
sapiente, mentre ella era una povera buona, ignorante: eppure Adele
era gelosa di quest'_arte_ e la detestava, con tutto il cuore, come se
fosse una creatura viva. A poco a poco i libri, le carte, il calamaio,
l'inchiostro e la penna, e tutto quello che  il corredo di chi
scrive, le cominciarono a fare orrore: e gli accessi di lavoro feroce,
o gli assorbimenti lunghi in vaghe contemplazioni di Paolo Spada, le
davano l'impressione d'una sua sciagura personale, sempre respinta e
sempre ricadente sul suo cuore. Un giorno, quasi fosse presa da una
curiosit puerile, gli domand:

--Come ti  venuto in mente, di scrivere?

--A me? Non me ne ricordo.

--Ma infine, hai dovuto cominciare?

--S, ho cominciato.... non potevo far di meno di cominciare.

--Perch?

--Era il destino, cara.

--Non hai mai pensato a fare un'altra professione?

--Mai. Non avrei saputo farla.

--Tu sai far tutto. Perch non hai tentato?

--E perch dovevo tentare?--gli disse lui, un po'meravigliato.

--Cos.... per fare quel che fanno tutti gli altri--diss'ella,
penosamente.

Egli intese qualche cosa:

--Ti piacerebbe, eh, che io fossi un medico? O un impiegato? O un
ufficiale di cavalleria?--e una lieve ironia era nella sua voce.

Ella impallid e arross. Subito, neg tutto:

--Mi piaci come sei, Paolo.

--Ma saresti pi felice con un medico, m'immagino: felicissima, con un
ufficiale di cavalleria: arcifelicissima, con un impiegato, Adele.

--No, no, no--esclam lei, disperatamente--non posso esser felice che
con te.--Temo.... temo che tu sia infelice.... sono cos incapace di
capirti....

--Non vi  bisogno, che tu mi capisca--soggiunse lui--nessuna donna
capisce mai un uomo e viceversa. Io sono perfettamente felice, del
resto, con te che non mi capisci: te lo assicuro. Amami e basta.

Infatti, in quell'amore, cos quieto e cos uniforme, in quel
sentimento rudimentale che di nessun altro si addoppiava e si facea
difficile, in quell'espansione semplice quotidiana, senza grandi scene
tragiche come senza troppo fini scene di commedia, in quella bont
costante e suadente, in quell'affetto dove mancava qualunque sorta di
enigma, egli trovava l'ambiente migliore per il suo spirito stanco e
per il suo cuore disgustato di eccentricit. Per troppo tempo, la
donna era stata per lui elemento di curiosit vivacissima nella vita e
nell'arte ed era, quindi diventata sorgente di disordine e di
squilibrio: per troppo tempo, egli aveva errato per i paesi dove il
peccato era anche romanzo e dove il romanzo conduceva al peccato: per
troppo tempo, egli aveva cercato nella donna il pascolo della
immaginazione artistica e l'urto obliquo e complicato dei sensi. Adele
Cima era il riposo della sua stanchezza, era l'equilibrio dell'asse
della sua vita, era la relazione posata e lunga, lunga e sicura, dove
il peccato perdeva ogni tinta turpe e acquistava gentilezza mite
coniugale. Mentr'ella era fuori centro, spostata, messa a contatto di
una esistenza che aveva capovolte tutte le sue poche idee, messa a
contatto con un uomo cento volte a lei superiore, della cui
superiorit ella era un'adoratrice ma anche una vittima, mentre Adele
Cima non giungeva pi a riunire le sue forze per vivere, disperse in
un'atmosfera troppo alta per i suoi polmoni, Paolo Spada si
sprofondava nella beatitudine egoistica di colui che ha trovato, per
una rarissima fortuna, lo strumento pi adatto alla propria felicit.
Per pensare, per leggere, per lavorare, egli aveva bisogno di non aver
pi n lettere amorose da scrivere o da andar a prendere alla posta;
di non aver pi convegni da chiedere o da aspettare; di non aver pi
sciarade da sciogliere o drammi da annodare, tutte cose che
impediscono, a uno scrittore, il pensiero, la letteratura, la
scrittura. Adele Cima, in quei tempi di travaglio, mentre era intorno
a lui, non vi era, camminava piano, non urtava gli oggetti, non
chiudeva i libri, non muoveva le carte, spariva, riappariva, senza
domandare di uscire, di pranzare, di dormire: nella sua semplicit o,
piuttosto, nella sua stupidaggine, era un arnese umile e perfetto di
pace amorosa e di paziente tenerezza.



III.

A un tratto, nel cuore innamorato di Adele Cima, e battuto e
mortificato dal sentimento di non essere una donna degna dell'amore di
Paolo Spada, surse una volont improvvisa, che si matur nell'ombra e
nel silenzio, che fu covata e si schiuse al calore della passione, di
cui ella ardeva per il grand'uomo. Ella si decise, cos, senz'altro, a
diventare una donna intelligente e colta; perch, almeno, non tutto il
mondo dove l'artista viveva le fosse vietato; perch ella, almeno,
potesse seguirlo in un discorso, in una divagazione, perch ella non
restasse pi sola e abbandonata ad amarlo, mentre egli se ne andava
negli orizzonti dei sogni e delle visioni a cui ella, misera, non
partecipava. Ella concep questo audace disegno nelle ore di
solitudine e anche d'infinita mestizia in cui cadeva, quando Paolo
Spada lavorava e si scordava assolutamente di lei: ella accarezz
entusiasticamente il suo disegno, nel tempo in cui maggiormente
l'esistenza con Paolo le diventava grave e tormentosa, sentendovisi
come una povera creatura perduta e senza guida; ella ostinatamente
studi questo disegno, quanto pi amara e pi insopportabile le pareva
la sua inferiorit. Non disse nulla a Paolo. Era taciturna, sempre: e
non avendo mai trovato modo di raccontargli la sua lunga miseria, la
miseria della sua stupidaggine e della sua ignoranza, non volle
neppure rivelargli il rimedio che il suo cuore aveva trovato o credeva
di aver trovato. Con l'eroismo muto dei cuori che sanno amare e amare
soltanto, ma che dall'amore traggono ogni coraggio e ogni luce, ella
si accinse allo scopo, sebbene lo sentisse arduo, lontano, forse
inaccessibile.

La prima cosa che ella tent, per aprire la sua intelligenza, fu la
lettura dei libri di Paolo Spada. Dopo pranzo, quando egli, fumate
nervosamente quattro o cinque sigarette, si levava come mosso da un
impulso automatico, per sedersi a scrivere, ella si levava e spariva.
Nella sua borsa da lavoro, accanto al merletto all'uncinetto, delizia
borghese di altri tempi, ella aveva sempre un volume, dei varii fra
romanzi e novelle scritte da Paolo Spada: e in camera sua, si metteva
a leggere. Lo stile prezioso, ricercato con quella tortura mentale che
era una delle grandi qualit di Paolo Spada, le produceva la prima
impressione d'incomprensibilit: vi erano delle parole che non aveva
mai lette o udite e dei giri di frase, il cui senso le sfuggiva:
talvolta, delle frasi ripetute le davano fastidio, come il ronzo di
un moscone nell'orecchio. Non so come, ella aveva udito a parlare del
vocabolario: e fin per ricorrervi, per conoscere il senso vero delle
parole strane adoperate da Paolo Spada. Con molta gravit, teneva il
libro aperto sul tavolino e con l'altra sfogliava il vocabolario: alla
ricerca della parola, lasciava perdere il filo del racconto e, dopo,
non si raccapezzava pi. E, spesso, il vocabolario non le spiegava
bene, tutto: ella restava sospesa, pensando troppo per la sua piccola
mente, affaticata, e non trovando pi nulla. Se contrariamente, erano
i soggetti di quei romanzi, di quelle novelle che la turbavano
immensamente. Ella aveva letto, come tutte le donnine della sua
levatura, dei romanzi di Montpin e di Ponson du Terrail, qualche
romanzo di Dumas padre e qualcuno, italiano, di Guerrazzi: ma le
istorie di Paolo Spada erano cos stranamente diverse da quanto era
stato il poco pascolo della sua fantasia! Tutti i protagonisti di
Spada le sembravano degli ammalati o dei pazzi: spesso la inorridivano
per il cinismo: e quando s'interessava a qualcuno, pi simpatico,
ecco, egli moriva. In quanto alle protagoniste, ebbene, ebbene,
malgrado che qualcuna di esse fosse buona e virtuosa, malgrado che
quasi tutte fossero immensamente infelici, per le lotte con s stesse,
col mondo e con l'amore, ebbene, Adele Cima le odiava, tutte! La
innamoratissima donna leggeva i romanzi e le novelle, pi col cuore
che con la mente: e la sua curiosit d'ignorante, era anche fatta di
gelosia. Con quanta carezzosa volutt Paolo Spada dipingeva certe
figure di donna e Adele Cima vi ricercava, quasi, i ritratti delle
donne che egli aveva amate: con quanta crudelt egli ne disegnava
delle altre ed erano forse quelle che lo avevano respinto, o,
accettandolo, lo avevano reso infelice! Ella aveva troppo partecipato
alla vita di Paolo Spada e dei suoi amici artisti, per non avere
capito, a forza di udirlo dire, che quanto essi raccontavano nei loro
libri, era loro accaduto: non aveva visto Paolo Spada copiare le
lettere di amore, nelle novelle? Cos, la lettura di questi volumi
lenta, ma continua, produsse sullo spirito di Adele Cima, come una
rivelazione sempre pi triste, sempre pi torturatrice, del passato di
Paolo Spada. Ah egli aveva palpitato, e pianto, e sofferto, e
spasimato, il suo amante, non per lei, ma per altre donne, egli aveva
molto e troppo vissuto, il suo amante, e non con lei; egli aveva avuto
delle scene di passione e di disperazione come giammai con lei! Quante
volte in quelle eterne veglie, in cui ella aspettava che Paolo Spada
si levasse dal tavolino e, chiamandola, le dicesse che era ora di
riposarsi, quante volte ella pos il libro, pallida, disgustata,
avvelenata, sentendo di essere giunta troppo tardi, quando gi la vita
aveva detto tutto al suo amante! Quante volte ella si sent inutile,
inutile a quest'uomo, adesso pi che mai, adesso che conosceva o che
le pareva di conoscere tutto il passato, e come pens, spesso, che
sarebbe stato meglio liberarlo della sua sciocca presenza! Le si
ripeteva, nell'anima, fatidicamente, l'impressione della prima visita,
quando aveva trovato le fotografie delle altre amanti e aveva tanto
sofferto: perch non era fuggita via, in quel giorno? Pure, un
accanimento la teneva, di legger tutto, di saper tutto.
Involontariamente, qualche parte del suo segreto le sfuggiva:

--Perch hai fatto morire quel povero Attilio Venturi?--ella chiese un
giorno, al suo amante.

--Attilio Venturi? Chi?

--Il protagonista del tuo racconto: L'_ucciso_.

--Tu hai letto il racconto?

--.... s--diss'ella, profondamente sconvolta.

--E perch l'hai letto?

--Mah.... perch era scritto da te....

--Non vi era obbligo, anima mia.

--Ho fatto tanto male? Sono dunque cos sciocca, da non poter aprire
un tuo libro?--e quasi piangeva.

--Non importa, cara--diss'egli, indulgentemente--se ci ti diverte, fa
pure. Ti  proprio dispiaciuto tanto, che Attilio Venturi sia morto?

--Oh, tanto!

--Egli _doveva_ morire--pronunzi Paolo Spada, col tono dogmatico
dello scrittore.

--Oh!--mormor ella, senz'altro, sentendo il peso della sua ignoranza
pi forte, sulle spalle.

Altri dialoghi simili, consecutivamente, accaddero. Un giorno, un
amico di Paolo Spada aveva elogiato vivamente il volume delle _Storie
crudeli_, in presenza di Adele Cima: e Paolo Spada aveva sorriso alle
lodi. Ella riprese il discorso e arrossendo, disse:

--Tutti i tuoi libri sono cos belli e mi piacciono tanto, Paolo! Ma
perch sei cos cattivo, nelle _Storie crudeli_?

--Perch la vita  cattiva, mia cara--disse lui, con un lieve
rammarico nella voce.

--Oh no, Paolo!

--Che ne sai, tu? Tu non sai nulla.

--Hai ragione--ella disse, soffocando un singhiozzo.

E un'altra volta:

--Non pensavi che la vita era cattiva, Paolo, quando hai scritto
_L'amore di Maria?_

--Quella storia  bruttissima.

--Oh, no!

--Bruttissima, ti dico.

--A me  piaciuta--soggiunse ella, con timidit.

--Questo  il segnale pi certo della bruttezza--disse lui, duramente.

Poi quando la vide piangere, cerc di consolarla, carezzandola,
baciandola.

--Tu leggi troppo, ti fa male, Adele.

--Perch, mi fa male?

--La tua testa  debole, non leggere tanto.

--Come, neppure i tuoi libri?

--I miei meno degli altri. Gi, non valgono niente.

--Non dire questo, non dirlo. Perch li hai scritti, se li disprezzi?

--Cos, Adele--rispose lui, enigmaticamente, chiudendosi nel suo
silenzio.

Ma, oramai, il male era fatto. Nel cervello confuso di Adele Cima
turbinavano le frasi e i fatti in disordine: ed ella non afferrava pi
il nesso delle cose, ella imbrogliava i nomi dei personaggi e delle
citt, ella spesso faceva a Paolo Spada delle domande, dove appariva
anche pi chiaramente che ella aveva letto e non aveva inteso nulla.
Due o tre volte, egli la redargu, vivamente offeso nel suo amor
proprio di artista: ed Adele che non conosceva la sensibilit sempre
raccapricciante delle vanit di scrittore, due o tre volte giunse a
ferirlo: e il modo come egli le si rivolt contro, modo insolito, di
animale irritato e ingiusto, la sgoment talmente che, per un pezzo
ella smise di parlargli delle sue letture. Ma il male era fatto. La
serenit della mente di Adele Cima era smarrita, per sempre. Ella era
entrata in una via d'intrichi e di spine che la pungevano e la
soffocavano: n conosceva pi il sentiero per tornare indietro. In
quella confusa e incerta rivelazione di un mondo per lei
incomprensibile e in cui ella intravedeva le perfidie della menzogna,
le malvagit del cuore freddo e duro, le perversit dei sensi non
governati da nessuna delle schiette e fluide correnti del sentimento,
la ingenua anima di Adele si arretrava, compresa di spavento: ma i
suoi occhi avevano intravisto e il fiore del suo candore sentimentale
era per sempre appassito. Sovra tutto, il maggior tossico le veniva da
quelle donne ignote a lei, che Paolo Spada aveva conosciute e amate,
che erano rimaste cos impresse nella memoria dell'uomo, che l'artista
aveva voluto renderle nelle sue storie.

Tutte diversamente belle e attraenti sotto la viva penna dello
scrittore, tutte dotate del fascino della vita che vibra, pi forte,
nei ricordi e par vita, tutte variamente strane e seducenti, tutte
quante davano al cuore innamorato di Adele Cima le trafitture, e i
sussulti, e i pallori, e gli scoramenti di una gelosia invincibile.
Con curiosit tormentatrice, ella ritornava a rileggere quelle pagine
dove la natural poesia dell'arte ingrandiva e affinava quelle creature
muliebri: e nella loro essenza, nella loro forma, Adele Cima le
invidiava, sentendosi da loro cos diversa, cos lontana, sentendosi a
loro tanto inferiore da soffrirne come per persone umane che
l'avvilissero con la loro superiorit, ogni giorno, ogni ora:

--Tu hai conosciuto quell'Angelica, del tuo romanzo?--disse, in uno
dei momenti di pi forte pena.

--S.

--L'hai amata?

--S.

--Era molto seducente?

--Molto.

La povera semplice donna tacque. Ah che egli era una persona troppo
sincera, mentre avrebbe potuto risparmiarle queste verit cos atroci!

--Perch hai finito di amarla?

--Mi ha tradito.

--Ah! E se non ti tradiva?

--Io tradiva lei.

--Cos.... tutti questi vostri amori.... finiscono col tradimento?

--Quasi tutti.

--Finir anche il nostro, cos?--chiese lei, desolatamente, mordendosi
le labbra per non iscoppiare in singhiozzi.

--Speriamo di no.

--Speriamo? Non  che la speranza?

--In fatto di amore, tutto  fallace. Ma perch continui a chiedere di
cose spiacevoli? Che ti importa? A che scavi nel passato? Quando mai
tu hai scavato? Amami e basta.

--Anche io ho un cuore e una mente--ella mormor, mortificata di
essere sempre respinta nelle sue umili e taciturne funzioni di donna
innamorata.

--Credilo, il cuore ti  sufficiente--egli concluse, un po' sul serio,
un po' ironicamente.

Ella sent l'ironia e non sent la seriet del consiglio. Una gran
voglia di rassomigliare a qualcuna di quelle donne, di essere meno
monotona, meno semplice, meno limpida, adesso le sconvolgeva l'anima.
I suoi vestiti, dapprima graziosi e carini, ma di una grande povert
d'invenzione, cominciarono a diventare pi ricercati: ella ebbe una
vestaglia di lana bianca, con merletti pioventi e un grosso cordone di
seta bianca che la serrava: ella port delle camicette insaldate, da
uomo, con una cravatta maschile: ella tent di tagliarsi i capelli, ma
il parrucchiere la consigli di non farlo. Queste nuove fogge, per,
la mettevano in imbarazzo e la rendevano goffa. Alle pareti quasi nude
delle sue due camerette ella attacc dei vecchi ventagli giapponesi,
dei pezzetti di stoffa antica racimolati fra le cianfrusaglie del
quartierino di Paolo Spada e vi sospese dei quadretti che erano stati
donati a lui, e che egli aveva dichiarati orribili; e questo scemo
tentativo di adornamento artistico contrastava con la semplicit e
anche con la volgarit del resto dei mobili. Adele Cima non aveva mai
voluto fumare; anzi il fumo della sigaretta e dei sigari di Paolo
Spada, dei suoi amici, le dava gran fastidio. Si forz a imparare:
ebbe tre o quattro emicranie feroci, accompagnate dal mal di stomaco,
ma fum. Soltanto si scolorava come una morta, fumando: e faceva
sforzi enormi per esser disinvolta. Non aveva mai bevuto liquori, con
un disgusto tutto borghese: ella prov il _cognac_, e siccome aveva
inteso parlare del _gin_, come di un liquore singolare, assaggi anche
quello. Paolo Spada, malgrado le sue profonde distrazioni, i suoi
egoistici assorbimenti, not a poco a poco tutte queste fittizie
manifestazioni di bizzarria: e il sorriso con cui le accoglieva, aveva
della bont compassionevole. Due o tre volte, egli rise della
goffaggine di Adele Cima: ed ella fu colpita da quel riso come da una
pugnalata. Una sera, quando pi ella era stata tentata di essere
eccentrica e raffinata, e quando meno vi era riescita, quando pi era
stata ridicola nei suoi esperimenti, Paolo Spada, le aveva detto, con
durezza:

--Smetti.

Ella si era fatta di mille colori e aveva abbassato gli occhi.

--Non fumare pi, smetti; smetti di vestirti come ti vesti; non bere
_cognac_ e non parlare di amore col terzo e col quarto. Smetti,
smetti, Adele.

--Che ho fatto di male?

--Nulla: ma sei ridicola. Chi te lo fa fare?

--Cos--diss'ella, con voce fievole, a capo basso.

--Vi  una ragione, a queste stravaganze. Dilla subito.--replic
improvvisamente.

--L'idea di piacerti....--balbett l'infelicissima.

--Hai sbagliato. Mi dispiaci enormemente.

--La paura del tuo disprezzo.... hai amato tante donne intelligenti e
fini.... io sono una creatura volgare....

--Mi sei piaciuta come eri: non ti guastare. Smetti tutte queste
buffonate. Tu non ti puoi cangiare.

--Oh Dio!--singhiozz la poveretta.

--E ringrazia il Signore, invece, che non ti cambia. Se ti cambiasse,
non ti amerei pi.

--Perch mi dici questo?

--Perch  la verit. Ritorna alla tua semplicit, mia cara, o ci
lasciamo per sempre.

Come ritornarvi totalmente? Ella obbed, con la devozione della
persona assolutamente innamorata, a quanto le aveva detto Paolo Spada;
ella ritorn, tristemente, alle sue vesti di gusto borghese e ai suoi
cappellini insignificanti: ella lasci le sigarette e il _cognac_:
ella schiod tutti i ventagli vecchi e tutti i brandelli scoloriti
delle stoffe, dalle pareti delle sue stanzette. Ma tutti questi atti,
consecutivi, le rammentavano la inanit della sua persona: le
ripetevano, mandando il rosso della vergogna al viso, che ella non
poteva elevarsi, in nessun modo, dalla mediocrit dove era sempre
vissuta: le replicavano, in tutte le forme, che una donna semplice o
anche sciocca, sempre tale rimane e che non vi era speranza, per lei,
di essere considerata da Paolo Spada salvo che per una donnetta di
casa, scema, ignorante, che gli dava dell'amore senza fantasia e senza
drammi, quando egli aveva voglia di essere amato. Lo scorno
dell'esperimento fatto e mancato le ritornava sempre, massime quando,
era sola: ed ella chiedeva al Signore, nelle sue preghiere, per qual
ragione era stata slanciata e poi chiusa in un amore dove tutte le sue
facolt soffrivano, dove soffocava nel silenzio ogni suo dolore e dove
ella non avrebbe mai pi trovato la felicit, giammai.

Le sue sofferenze si acuivano. Ella frequent molto la chiesa, in quel
tempo. Cercava la liberazione, o cercava la pace; ma non otteneva n
l'una, n l'altra, giacch ella era legata a Paolo Spada per la vita e
per la morte, giacch ella era sempre in un profondo spostamento
morale e materiale. Paolo Spada, giusto in quel tempo, fu preso da un
accesso di mondanit. Ogni sera indossava la marsina, metteva un fiore
all'occhiello, arricciava e profumava i suoi baffi e partiva. Ella lo
aiutava a vestirsi, avendo per lui le cure minute di una madre: non
gli chiedeva neppure dove andasse e a che ora ritornasse. Lo
aspettava. Quando aveva chiusa la porta; alle sue spalle, cominciava
per Adele una lunga veglia. Ella riordinava la casa, tutta quanta,
dandole il suo assetto notturno; lavorava all'uncinetto, alla coltre
fatta a disegno di stelle, poich aveva rinunziato alla lettura:
sonnecchiava; si addormentava sulla sedia. Talvolta si svegliava, di
soprassalto, a un rumore: non era nessuno. Talvolta lo stridore della
piccola chiave inglese di Paolo Spada che schiudeva la porta del
quartierino, la scuoteva. Lo vedeva riapparire bene spesso pallido e
stanco, senza voglia di aprir bocca.

--Fai male ad aspettare--le diceva, brevemente.

--Non importa, Paolo.

Non le diceva pi nulla, lui, assorto nella stanchezza: non le faceva
una carezza non le dava un bacio: si addormentava di un sonno pesante.
Ella restava sveglia, nervosa, piangendo chetamente talvolta. Vi erano
notti in cui egli rientrava eccitatissimo. Le raccontava tutto,
mettendo in burletta i tipi ridicoli della societ, ridendo dei buffi
spettacoli, elogiando fugacemente qualche donna incontrata. Adele
tendeva l'orecchio, a queste lodi:

--Era molto bella, donna Maria Vargas?

--Bellissima: pareva Monna Lisa del Giocondo.

L'amante sciocca, dai capelli castani insignificanti, dai grandi occhi
limpidi e meravigliati, ammutoliva. Egli continuava a chiacchierare,
fumava, si faceva fare del t che ella aveva imparato ad apprestare
benissimo, mentre le mani le tremavano, nel suo ufficio di donnetta di
casa. E, spesso, tornando da questa casa luminosa, da questi teatri
scintillanti, dove aveva visto delle donne bellissime, dove il suo
animo di artista aveva esaltato la sua ammirazione di uomo, egli era
con Adele Cima cos carezzoso e cos appassionato che, malgrado la
piccola intelligenza di lei, ignara delle mistificazioni umane
dell'amore, ella intendeva donde venisse questo rinnovellamento
passionato; e tutto il suo essere inorridiva alla mistificazione.
Vagamente, ma ostinatamente, ella era gelosa di tutte queste donne
mondane, signore e attrici, grandi dame e grandi avventuriere che,
preso da un furore di esteriorit tutto estetico, Paolo Spada
ricercava ogni giorno e ogni sera: ma Adele Cima non arrivava a
precisare la propria gelosia. Non diceva nulla: ma fiotti di veleno le
inondavano le vene. Si consumava, dentro, e non voleva dare un sol
dolore a Paolo, sentendo anche che era inutile e dannoso fargli delle
scene. Qualche indizio di tradimento, molto tenue, forse ancora
ingiusto le s'ingrandiva nel cuore appassionato, col dubbio di qualche
fatto compiuto. Paolo Spada aveva cambiato fiore all'occhiello: era
una rosa bianca, adesso, quella che portava ogni giorno. Una copia
dell'_Amore di Maria_ era partita, avvolta in una stoffa medievale, a
rose bianche su fondo rosa pallido, e diretta a un indirizzo
sconosciuto. Un giorno, uscendo per alcune spesuccie, aveva incontrato
Paolo Spada sotto l'atrio della Posta, a San Silvestro: egli aveva
avuto innanzi ad Adele Cima, una leggiera fiamma al viso. Poi,
finalmente, un giorno, Adele ebbe la prova precisa e netta del
tradimento: un biglietto di convegno, di donna Maria Vargas: un
biglietto cascato dalla tasca di Paolo Spada. Era impossibile il
dubbio. Egli rientr: trov Adele Cima gittata sul letto, vestita, col
viso verso la parete.

--Che hai? Ti senti male?

--S.

--Dove hai male?

--Alla testa.

--Ora ti do l'antipirina. Vado a chiamare il medico?

-- inutile:  un male che passa.

Veramente, egli aveva udito qualche cosa di cambiato nella voce di
Adele Cima: ed aveva esitato a ritornare nella sua stanza. Prima di
uscire, and da lei, di nuovo:

--Come vai?

--Meglio: grazie.

--Vuoi qualche cosa?

--.... No

--Io torno subito.

--Va bene.

Veramente non si era voltata a lui e la voce era pi tronca e pi
velata che mai. Ma egli attribu alla nevralgia tutti quei fenomeni e
usc. Quando rientr, alle undici di sera, la trov ancora sul letto,
supina, in uno stato di abbattimento immenso, con orribili crampi allo
stomaco. Aveva bevuto della morfina per avvelenarsi: l'aveva trovata
in una boccettina che Paolo Spada teneva in serbo, per iniettarsi ogni
tanto. Egli non le strapp questa verit che a furia di affannose
domande, di richieste strazianti, giacch tutto l'essere di Paolo era
trangosciato all'idea che una povera creatura umana avesse potuto
morire per lui. Ella lo guardava, con occhi cos disperati e amorosi,
insieme, che egli non resisteva a quello sguardo. Al medico accorso
Paolo non disse nulla, non seppe neppure ricordarsi la misura della
morfina che Adele aveva potuto ingoiare: e tutta la notte la sciocca
amante che tutto aveva sopportato, ma non aveva saputo resistere al
tradimento, tutta la notte ella fu in pericolo mortale, attaccata al
collo di Paolo Spada, guardandolo con gli occhi stralunati dal male e
dall'amore, toccandolo con le mani gelide e bagnate di sudore, senza
poter pronunziare una parola sola, quasi strozzata, soffrendo come una
dannata o cadendo in prostrazioni che parean simili alla morte.
Accanto a lei, egli agonizzava. Aveva ritrovato il biglietto perduto
di donna Maria Vargas, sotto l'origliere di Adele Cima ed aveva inteso
la ragione di quel suicidio, la ragione immediata e invincibile.

--Perch hai fatto questo? Perch?--le grid, indignato contro s
stesso, contro i capricci mondani e contro tutte le donne mondane.

La inferma non rispose, ma lo guard con tale espressione di silenzio!

--Non dovevi farlo. Non ne valeva la pena--le disse ancora lui,
esaltatissimo.

Alla morente gli occhi si sbarrarono in un infinito stupore, come se
ella si meravigliasse, sentendo che un tradimento non  un tradimento.

--Sei una scema; non capisci niente; io non amo che te; sei una
scema--le continu a dire lui, in preda a una indomabile agitazione.

Adele Cima, a quell'aggettivo che si veniva ripetendo, con tanta
ostinazione e tanta crudelt, insieme a tanto amore, nella sua agonia,
chiuse gli occhi per morire.

Ma non mor. La salvarono il medico e Paolo Spada. Fu molto tempo
malata, ma guar. Il suo fu un suicidio mancato, come erano state
mancate varie altre cose della sua vita. Spesso, nella convalescenza,
in un effluvio di tenerezza, innamorato pi che mai della sua
stupidina, Paolo Spada le veniva ripetendo:

--Perch hai voluto morire?

--Per donna Maria di Vargas.

--Ti giuro che non ne valeva la pena, anima mia.

--Oh s!

--No, no, sei sempre la stessa, non capisci nulla. Se morivi, vedi,
Adele, era perch non hai mai capito niente.

-- vero--mormorava lei, assorta.

Dopo quel tentativo di suicidio, inutile, che non le aveva dato la
liberazione, ella non domand a Dio neppure pi la pace. Il suo
destino era di vivere, di amare, e di soffrire per l'amore, giacch il
Signore le aveva inflitto il castigo di amare un uomo diverso da lei
per istinti, per temperamento, per carattere, giacch sul suo amore
pesava la fatalit del dissidio intellettuale, lo stato di oppressione
della creatura meno nobile e meno spirituale, accanto a un'anima che
saliva nei cieli dell'arte. Ella doveva soffrire e non doveva trovare
rimedio alle sue sofferenze, giacch le anime alte e squisite trovano
mille vie per isfuggire ai contrasti della vita quotidiana, mentre le
piccole anime li subiscono tutti, senza scampo e senza rifugio.

Poi, pi tardi, quando ella fu bene guarita e Paolo Spada fu bene
sicuro che quella donna gli fosse vincolata per sempre, egli scherz
anche sul tentato suicidio. Chi manca un suicidio, non corre
un'avventura buffa? L'amante sciocca ne rise anche lei, per celare la
vergogna di quella ridicolaggine. Pi tardi ancora, Paolo Spada torn
a tradirla, come si tradisce una buona moglie fedele, con altre donne:
ella lo seppe, ma non trov la forza di voler morire, temendo troppo
di esser chiamata la pi scema fra le donne. Anzi, egli fin per
confessarle le sue scappate, convincendola che erano necessarie alla
sua vita d'arte, ma che egli amava sempre la sua cara sciocca. La
quale sciocca donna non si convinse punto, di questa necessit del
tradimento: vi si rassegn, piuttosto, poich voleva il suo destino,
cos, che ella, che sarebbe stata felice con un uomo limitato e buono
e onesto come lei, fosse infelicissima con un grande artista.




SOGNO DI UNA NOTTE D'ESTATE.

_A Roberto Bracco._


Massimo era solo. L'amico d'infanzia, non veduto da anni e poi
incontrato improvvisamente per la via, dopo il lieto riconoscimento
era venuto, alle sette, a pranzare in casa di Massimo. E costui che
trascinava pesantemente il fardello di un'estate cittadina, mentre
tutti gli altri anni era partito nel mese di giugno, si riprometteva
una buona serata di ricordi, in compagnia dell'amico ritrovato.
Avevano, infatti, passato due ore insieme fra il pranzo, la sigaretta
e i liquori, chiacchierando dei tempi antichi, cominciando tutti i
loro discorsi con un _ti ricordi_, sorridendo vagamente alle care
memorie che si affollavano alla mente, interrompendosi talvolta, dando
in qualche esclamazione di rimpianto, di nostalgico desiderio. Ma
nella amichevole giocondit che aveva dilatato i loro cuori, si era
presto infiltrato un senso di malinconia; avevano fatte vie diverse ed
erano diventati assai diversi, in tutto; partiti dal medesimo punto,
avendo fatto gli stessi studii, l'amico era adesso un illustre
avvocato di provincia, con moglie e figli, con idee pratiche e
semplici, un po' appesantito di fibre e di spirito; e Massimo se ne
era andato per dieci o quindici anni all'estero, di legazione in
legazione, diplomatico senza passione, indolente, non facendo carriera
per la sua pigrizia, contento o non malcontento del suo posto di
segretario, bello come un meridionale bello, ma gi appassito, coi
capelli che si facevano radi sulla fronte e gli occhi smorti, non
ricchissimo, ma abbastanza ricco, e adesso inchiodato da un anno a
Napoli, in licenza--in penitenza, dicevano gli amici. Massimo era
fine, originale, ma gi consumato dalla sua esistenza, e segretamente
oppresso da altre cure: l'amico era pieno di talento, ma forte e
tranquillo, rimasto un po' grossolano, chiuso nel buon senso
provinciale che chiama follia l'originalit, e che si mortifica nel
presente, per godere in un troppo tardo avvenire. Cos, mentre l'uno
raccontava all'altro la propria vita, colui che ascoltava, apprezzava,
giudicava, freddamente giudicava, senza dire il suo giudizio in forma
cruda, mitigando,  vero, per riguardo all'amicizia d'infanzia, ma
facendo intendere come si trovassero lontani: e a un certo punto si
guardarono in viso, perch pensarono di essere, oramai, due estranei;
ma non lo dissero. E forse, in fondo, Massimo invidiava all'illustre
avvocato di provincia la sua limitata ambizione e il suo assiduo
lavoro, e la famiglia grassa, pacifica, al sicuro delle tempeste, e la
casa messa alla buona, ma la casa degli avi, la casa dei figliuoli, e
quel senso di praticismo, di seriet, di equilibrio, tutte le cose,
infine, che gli mancavano; mentre l'avvocato invidiava a Massimo la
vita vagabonda ma aristocratica nelle Corti straniere, e l'avvenire
che potea essere splendido, e la libert di scapolo, e tutte le
avventure di quella esistenza fantastica, e quella casa di giovanotto
elegante e squisito, visioni che avrebbero oramai turbato i suoi sonni
di provincia. A un certo momento, sospirarono ambedue. La serata era
calda: dal balcone aperto del salotto dove fumavano, non spirava un
soffio di aria: solo un acuto profumo di gelsomini veniva di fuori. Si
accorsero di essere diventati malinconici. Troppe cose del passato
avevano ricordate, troppe pietre sepolcrali di persone care perdute,
di amori morti avevano rimosse: tutto questo non si fa senza un triste
piacere, e il piacere poi fugge, e la tristezza resta. Fumavano in
silenzio, con la testa rovesciata sulla spalliera della poltroncina;
poi l'avvocato aveva guardato l'orologio. Per cortesia, disse a
Massimo:

--Vieni via con me?

Ma non si eran forse detto tutto? E non avevan forse fatto male, a
dirsi tutto? Massimo rispose vagamente che doveva scrivere alcune
lettere urgenti; che si sarebbero veduti pi tardi, alla Villa, verso
le undici, senz'altro. Freddamente, l'avvocato promise di esserci, e
si divisero, convinti che non si sarebbero riveduti quella sera, e
forse mai pi. Per dolce che sia il passato, esso  morto; e fantasmi,
anche soavissimi, turbano l'animo dei pi coraggiosi. Quando fu solo,
Massimo si pent di essersi condotto a casa quell'amico: tante chiuse
cicatrici avevano stillato sangue, in quelle due ore! Mentre egli
seguitava a fumare, nel salotto, udiva il suo servitore che riordinava
la piccola stanza da pranzo; e poco dopo, il giovanotto gli venne a
chiedere se avesse bisogno di lui, in quella sera, ch avrebbe voluto
andarsene a trovare certi amici, per fare una passeggiata, con quel
caldo cos grande. Massimo, con una parola, lo licenzi: la porta si
richiuse; egli era perfettamente solo. Ma la sua serata era perduta,
postoch aveva voluto risalire imprudentemente il fiume del passato,
in compagnia di una persona che aveva amata: il viaggio lo aveva
scoraggiato, facendogli perdere quell'ultimo resto di morale pazienza,
che lo aiutava a tirare innanzi quella solitria e fastidiosa estate
napoletana. In queste ore di ribellione, sdraiato, abbandonato a una
mortale spossatezza esteriore, mentre dentro gli si sollevava il
cuore, egli fumava assai certe stupefacienti sigarette egiziane, che
per lo pi finivano per stordirlo: ma in quella sera di estate le
sigarette gli si sfacevano fra le labbra strette ed egli le buttava
via, semispente, a pezzetti. And al balcone: era al terzo piano di un
gran palazzo di via Gennaro Serra, ed essendo pi basse le case
innanzi alla sua, pel livello della via, vedeva un po' di mare e un
grande arco di cielo stellato.

La notte era bellissima, con un gran palpito luminoso della Via
Lattea; ma la brezza non veniva e l'aria opprimeva. Sentendosi
avvampare la testa, solo, stanco e pure non potendo restar fermo,
prese la penna e volle scrivere: ma improvvisamente, innanzi alla
carta bianca, si fece in volto pi bianco della carta stessa, quasi
che avesse veduto apparire non so quale visione, fra le penembre della
stanza. Dalla via Gennaro Serra, un continuo rumore di carrozze si
udiva: tutti uscivano dalle loro case, tutti se ne andavano per le
strade, a respirar meglio, a guardare le stelle, a godere la notte
napoletana bella, fresca nelle ore alte. Egli si fece di nuovo al
balcone, soffocando: ritorn alla scrivania, si rimise a scrivere, ma
non vi riusc. E perch avrebbe dunque scritto? A che servono le negre
parole scritte sulla candida carta, nella effervescenza della
solitudine, quando il parente, o l'amico, o l'amante che le riceve, le
legge forse dinanzi a estranei, freddamente, ridendone? Troppo tempo e
troppe cose passano fra il momento che si scrive e quello che si
legge, fra chi scrive e chi legge, perch una lettera serva a qualche
cosa. Un organetto si ferm in piazza Monte di Dio, a suonare, con un
metro largo, con un tempo largo, una canzonetta assai allegra, la
quale cos diventava bizzarramente triste; Massimo s'impazient contro
quel sentimentale o stanco suonatore di organino, che mutava una
tarantella in marcia funebre. Forse il suonatore era vecchio; forse
aveva fatto una magra giornata; forse era un infelice, perci usciva
dalla sua mano quella nenia cos stravagante. Massimo si abbass sulla
ringhiera del balcone, e da quell'altezza butt a caso una moneta da
due lire al suonatore. La musica, dopo un poco, tacque: e Massimo se
ne dolse; ora si sentiva pi solitario, pi annoiato, pi insofferente
che mai della sua dimora in Napoli. Che fare, dove andare, dove
portare il suo corpo e il suo spirito, con quali sciocchi? con quali
indifferenti, con quali esseri detestabili andare? Come passare quella
notte di estate? Non avrebbe avuto riposo, lo sentiva: e sentiva che
non vi era rimedio alla sua agitazione. Andava e veniva dalla
scrivania al balcone, macchinalmente, quando un, sottile canto vicino
lo colp. Si ferm, ascoltando. Il canto veniva da un balcone poco
discosto dal suo, anch'esso al terzo piano: aguzz gli occhi, vide
un'ombra bianca, era una donna che cantava una vecchia romanza del
Tosti, poco nota, che  piuttosto un recitativo e che comincia cos:

    Il gallo canta; e i sogni lieti o tristi
    Fuggon nel grande oblo.
    Torna al mondo dei sogni, onde venisti,
    Larva dell'amor mio........

La voce era tenue e un po' tremula, ma le parole si udivano
distintamente. Massimo tese l'orecchio, guard acutamente, e si
accorse che la donna si dondolava sopra una sedia, cantando, come se
si cullasse; aspett che ella avesse finito, poi, piegandosi sulla
ringhiera, chiam:

--Luisa, Luisa?

--Che volete?--rispose una fresca e lieta voce femminile.

--Buona sera: vi sto ascoltando, ma la vostra canzone  troppo triste.
Perch non ridete un poco?

--Cos, per ordine vostro?

--Ve ne prego: ridete.

--A che servirebbe?

--Per rallegrare la mia infinita malinconia.

--Voi, malinconico?--e diede in uno scroscio di risa fresco e limpido.

--Brava, brava!--egli esclam, applaudendo.

Lei, per parlare con lui, si era alzata dalla sedia, si era messa
all'angolo del balcone, curvandosi per veder meglio, e non li divideva
che lo spazio di una stanza; le due case erano vicine.

--Vi basta?--chiese Luisa ridendo ancora.

--Mai abbastanza. Sono un uomo morto, Luisa. Ma quando sar da quattro
giorni nella tomba come Lazzaro, veniteci voi e ridete; io
risusciter, ve lo prometto.

--Ci vedremo allora, non mancher--diss'ella ridendo.

Poi tacque improvvisamente. Massimo, per ringraziarla, si mise a
cogliere dei gelsomini bianchi, odorosissimi, li raccolse in pugno,
tent due volte di buttarglieli sul balcone: ma erano cos leggieri
che caddero in istrada, candidi, roteanti.

--Peccato, peccato!--grid lei, che aveva indovinato il grazioso
pensiero.

E rest a guardare, gi, come se potesse ancora scorgere quella
pioggerella di gelsomini odorosi. A un tratto, ella diede un piccolo
grido:

--Che ?

--Ne ho trovato uno, per terra. Grazie! Sul balcone di Luisa un'ala di
ventaglio si agitava ed egli ne vedeva luccicare le stelline:

--Siete voi, che avete quel ventaglio?

--S; perch?

--Perch pare un pezzo di firmamento.

--Non mi burlate--disse lei un po' seria.

Parlavano cos tranquillamente, come se stessero in un salotto di
conversazione: ma le notti estive sono cos belle a Napoli, ed  cos
naturale stare al balcone, o sulla terrazza o nelle vie,  cos
naturale la chiacchiera all'aria aperta! Certo l'elegante addetto non
avrebbe fatto cos a Bruxelles, o a Copenaghen, dove le notti sono
gelide, e i balconi hanno triplici imposte: n con le dame della
societ sua, si sarebbe permesso una simile famigliarit. Appunto per
questo egli trovava gusto in questa conversazioncella borghese con una
semplice ragazza, da un balcone all'altro, dimenticando la profonda
noia e il disgusto che lo avevano assalito mezz'ora prima. Adesso,
sorgendo da quel poco di mare che si vedeva dai balconi, un globo
rossastro si levava nel cielo, e ascendendo, impallidiva, diventava
roseo....

--.... ecco la luna, signor Massimo--mormor lei, piano.

Eppure egli ud.

-- una bellissima luna, Luisa--le rispose, con convinzione.

--Fra poco si nasconder dietro quelle case, e non la vedr pi--disse
la fanciulla, sempre piano.

Egli udiva benissimo. A un tratto, chiam:

--Luisa?

--Che volete?

--Volete uscire, a veder la luna?

--Sola?

--Con me.

--.... nossignore--disse lei, dopo aver esitato.

--Perch nossignore?

--Per questo--replic Luisa, enigmaticamente.

--Venite, via. Torniamo presto.

--No, non posso.

--Siete cattiva, sapete.

Luisa non rispose.

--Se non vi decidete, vado via solo. La notte sar magnifica e voi non
la vedrete. Peggio per voi! Sono abbastanza vecchio, per non
compromettervi. Volete venire?

--.... non posso.

--Buona sera.

--Buona sera--mormor ella, lentamente.

In verit, rientrando nella sua stanza, per prendere il cappello e i
guanti, Massimo era indispettito. Aveva trovato un diversivo alle
tristezze supreme di quella serata; la compagnia di Luisa come quella
di un buon camerata, di un buon amico, lo avrebbe distratto. Ed ecco
che quella sciocchina faceva la ritrosa, mentre era libera,
indipendente, mentre egli non si era mai sognato di farle una linea di
corte, da un anno che si conoscevano. Nervoso, abituato a superare
facilmente tutte le difficolt, il pi piccolo inciampo lo inquietava:
non and di nuovo al balcone, spense tutti i lumi, e batt fortemente
la porta, uscendo sul pianerottolo; anche Luisa era una sciocca! Ma
passando innanzi a un'altra porta che dava sullo stesso pianerottolo,
la vide schiudersi un poco e il profilo bruno di Luisa apparve:

--Signor Massimo?--fece ella, guardandolo coi neri e dolci occhi,
chiedendogli scusa col tono della voce, con lo sguardo.

--Andate l, che non capite niente!--esclam lui, nascondendo un
sorriso, fingendo di essere ancora in collera.

--Io.... capisco--disse lei, schiudendo addirittura la porta.

Ora si vedeva tutta la sua snella e alta figura, rivestita di un abito
bianco di semplice mussola, con un nastro di velluto nero alla
cintura: si vedeva il delicato volto ovale e bruno, dove la piccola
bocca rosea si schiudeva come un fior di granato; e le sottili
sopracciglia nere e arcuate davano agli occhi neri, per s buoni e
soavi, un'aria d'infantile meraviglia.

--Perch avete detto di no, Luisa? Avete cos poco spirito? Vi ho
forse mai fatto la corte, io, perche dobbiate temere la mia compagnia?

-- vero, non me l'avete mai fatta--rispose Luisa, senza sorridere,
abbassando gli occhi.

--O dunque? Andiamo, prendete un cappello e una mantellina, fate una
collezione di risate, e venite con me. Sar un'opera di misericordia
spirituale: sono cos infelice!

--S? Tanto?--interrog lei, ansiosa.

--Infelicissimo--conferm lui, fra il tragico e il burlesco.

--Per amore, eh?--chiese ella, arrossendo della domanda.

--Nossignora, ragazza curiosa. Naturalmente, nessuna donna mi ama e
io, naturalmente, non ne amo nessuna. Andate a vestirvi e fuggiamo....

Ella volt le spalle, ubbidendo. Massimo rest appoggiato allo stipite
della porta aperta, col cappello in mano, rigirando il suo bastoncino
di ebano fra le dita, tranquillo adesso, abbandonandosi al minuto che
passava, senza pensare ad altro. Dopo un poco, brevi passi discreti si
riudirono e Luisa apparve, infilando i morbidi guanti lunghi di
camoscio: aveva messo una mantellina di merletto nero a perline nere
sul suo vestito bianco e un gran cappello di velo nero, una di quelle
scuffie ampie e caratteristiche che stanno divinamente solo a un volto
giovanile. Sorrideva, con le labbra, con gli occhi, guardando Massimo,
cos fresca, cos luminosa di giovent e di spirito, che egli espresse
immediatamente la sua opinione.

--Siete una creatura incantevole--disse, con un tono fra la galanteria
e la verit, tanto che ella non seppe n adontarsene, n
rallegrarsene.

Per nascondere il proprio imbarazzo, Luisa si volt a chiudere la
porta di casa sua, mettendosene la chiave in tasca. Si avviarono,
accanto, per le scale, senza che Massimo le offrisse il braccio: ella
aveva un modo di camminare leggiero e spedito che le veniva dalla
estrema giovinezza.

--Sentite--le diceva lui, scendendo--ognuno di noi si secca....

--Io non mi secco mai.

--.... non mi contraddite, voi vi seccate, come me, della solitudine.
Quando state sola, che fate?

--Penso....

--E non vi viene voglia di uccidervi?

--Neppur per sogno. I miei pensieri sono dolci.

--A che pensate?

Ella fu l l per rispondere, con sincerit: ma fortunatamente si
rattenne.

--Che v'importa?--mormor invece, con una certa malinconia.

--Ma insomma, se deviate sempre il discorso, non lo finir mai. E vi
assicuro che  grazioso, che vale la pena di udirlo, Dunque, che voi
vi possiate seccare o no nella solitudine, questo non preme, ma nella
solitudine mi secco io, e voi siete allegra, voi cantate, voi suonate
l'arpa, voi ridete cos bene. Uniamoci insieme, fraternamente, cos io
non mi seccher pi, e voi, credo, vi divertirete meglio.  deciso,
eh? Come fratello e sorella, naturalmente. Un giorno o l'altro, poi,
vi mariterei a un amico che amassi molto.  deciso?

Ella rideva, rideva, sommessamente, mentre attraversavano l'ampio
portone. Una risata, per, che aveva qualche soverchio trillo nervoso.

--Non volete saperne?--disse lui, seriamente, fermandosi, sul
marciapiede.--Non  mica una cattiva offerta. Sono vecchio, io, ma
sono sempre un buon figliuolo: ho viaggiato, vi posso raccontare delle
storielle interessanti.... pensateci bene....

--S.... s.... combineremo, un giorno o l'altro--e la fanciulla volt
la faccia in l, per non farsi scorgere.

Massimo e Luisa scendevano per via Gennaro Serra incontrando una
quantit di gente che saliva e scendeva, ondeggiando, a coppie, a
gruppi, a crocchi, a file, con la mollezza estiva della folla
napoletana. Malgrado che fossero le dieci, molte botteghe erano ancora
aperte e illuminate: non vi si lavorava; delle donne in giacchettina
bianca prendevano il fresco sulla porta, chiacchierando, e
dall'Egiziaca veniva un suono di chitarre e di mandolini. La birreria
Dreher, sotto i marmorei portici di San Francesco di Paola, aveva
messo fuori tutti i suoi tavolini di marmo, e le tazze di birra, dalla
cima schiumosa e nevosa, apparivano alte sui vassoi, portati dai
camerieri, mentre i pesanti piattini di cristallo si accumulavano
innanzi agli avventori. Adesso, sorgendo pallida e mancante sul lato
sinistro, elevandosi sopra l'arsenale di marina, la luna illuminava
tutta piazza Plebiscito. La facciata della Prefettura, tutta chiara
sotto il raggio lunare, aveva delle persone che si muovevano sui suoi
grandi veroni: il Gran Caff e i suoi tavolini, allargantisi sulla
via, e i molti avventori erano avvolti in un chiarore fantastico, e le
donne recavano con lentezza il cucchiaino del sorbetto alle labbra, o
agitavano il ventaglio pian piano, con gli occhi sgranati, quasi
sognassero. Nella piazza Plebiscito, andando lentamente nella morbida
luce lunare, la gente passeggiava, sulla striscia di pietra bianca,
innanzi alla fontana: e il grande getto d'acqua, alto, sottile, pareva
una piuma bianca, immobile, tutta penetrata dalla luminosit della
luna.

--Che bella notte!--susurr Luisa, affrettando il passo.

--Vi  troppa gente--disse lui, buttando la sigaretta, diventato a un
tratto pallido e pensoso.

Luisa se ne accorse. Affettuosamente gli tocc la mano con la sua mano
guantata, interrogandolo con lo sguardo; egli non rispose, ma le fece
un cenno che non chiedesse, che non voleva parlare. Per temperare
questo silenzio, graziosamente le prese la manina guantata e se la
passo sotto il braccio, e camminarono pi presto, andando verso Santa
Lucia. Qualcuno si voltava a guardare la fanciulla biancovestita, i
cui occhi brillavano soavemente sotto la nera e trasparente aureola
del cappello; ma ella non vedeva nulla, si piegava ogni tanto a
guardare il suo compagno, per osservare se l'umor torvo si fosse
allontanato.

--Ma che avete?--chiese, alla fine, agitata.

--Vorrei.... vorrei non essere qui--proruppe lui, esprimendole tutta
la sua nostalgia inguaribile.

--Ah!---disse ella, senz'altro, chiudendo gli occhi, mentre le labbra
le tremavano.

E Massimo non seppe, o gli manc la forza di spiegare, di modificare
la sua scortesia. Alta gi sopra Capri, la luna imbiancava tutta la
via marina di Santa Lucia, dove mille lumicini si agitavano, dove i
_trams_, carichi di gente che andava verso Posillipo, passavano, ogni
cinque minuti a suono di cornetta, dove le venditrici ambulanti di
acqua sulfurea davano il loro richiamo, dove i pescatori accovacciati
nelle nasse, fumavano la pipetta corta che aveva lo stesso colore
della loro pelle. Appoggiati al largo parapetto che d sulla via
inferiore di Santa Lucia e sul mare, uomini e donne godevano la prima
brezza notturna che si era messa al sorgere della luna; si udiva
suonare il pianoforte nel salone all'_Hotel de Rome_, il salone che d
sul mare; laggi, laggi, verso il _Wermouth di Torino_, dei cantori
ambulanti cantavano. Negli equipaggi signorili, passavano le donne in
abiti chiari, coi diamanti che scintillavano alle orecchie; Dovunque
gente, dovunque suoni e canti, dovunque la vitalit di un popolo che
lentamente sorbisce la felicit di una notte estiva lunare.

Senza dirle nulla, invece di andare verso il Chiatamone, portandosi la
fanciulla a braccetto, egli le fece discendere la scala che porta alla
via inferiore di Santa Lucia, donde si va ai bagni la mattina; dove i
vaporini approdano, dove approdano i barcaiuoli, con le barchette,
dove sono le sorgenti dell'acqua sulfurea: ivi, su quella lingua di
terra, brulica una folla di marinai, di pescatori, di donnette
popolane, e una trattoria ha le sue tavole, quasi quasi sino all'acqua
nera della riva; i bevitori di acqua sulfurea vi mettono le loro sedie
di paglia, e i bimbi vi vendono le ciambellette brusche. Pure, in
quella notte, quel brulichio bruno si rallentava, quasi che il placido
lume della luna quietasse tutti i movimenti, rammutolisse tutte le
voci, e desse tutta la sua dolcezza alla vivace scena. Quando furono
sull'ultimo scalino dell'ampia gradinata, Massimo e Luisa si
arrestarono un minuto.

--Andiamo a cena?--domand lui, distratto.

--Oh no!

-- vero, sono una bestia. Eppure dobbiamo far qualche cosa....
andiamo per mare, allora?

--S--rispose lei, pensosa--andiamo.

--Ma vi piace di andarvi? non lo dite per compiacenza? Io vi annoio
terribilmente, lo so.... Ma, non  colpa mia. E poi, voi siete buona e
perdonate. Se non volete andare in barchetta, rinunziamoci.

--Andiamoci subito.

Ed egli intese, in quelle parole, una preghiera cos spontanea, che
chiam subito un barcaiuolo. Entr prima Massimo e invece di dar la
mano a Luisa, per farla discendere, mentre ella esitava, vedendo quel
baratro nero, le stese le braccia, la sollev leggermente e la
deposit sul cuscino di cotonina, accanto a s. Il barcaiuolo che
aveva avuto ordine di andare verso Mergellina, vogava tacitamente.
Massimo fumava: ma ogni tanto, dando uno sguardo a Luisa, la vedeva
cos tranquilla, cos serena, cos intimamente felice; ella era cos
bella in quell'abito bianco, sotto la trasparente ala del suo
cappello, con le mani abbandonate in grembo, che egli non osava dire
una parola, non volendo turbare quel soave spettacolo. La barchetta si
allontanava in linea retta, per poi girare intorno al forte Ovo: e le
case di Santa Lucia, e la collina di Pizzofalcone parea che
crescessero verso il cielo, verso la luna, come attirate da quel
morbido chiarore. Massimo e Luisa non scambiavano una parola, solo
egli la guardava con insistenza; tutto il delicato volto e la persona
candidamente vestita, avevano in quell'ora e in quel paesaggio un
effluvio di poesia che avrebbe inebriato il cuore pi freddo. Ella gli
sorrideva, cos, naturalmente, quasi che il suo destino, nella vita,
fosse di sorridergli sempre; e l'ingenuo, giovanile fascino del
sorriso rammentava a lui altri tempi, altre cose, vagamente, dandogli
un infinito e indefinito sentimento di tenerezza. Allora, sottovoce,
egli prov il bisogno di chiamarla:

--Luisa.

--Che dite?--rispose ella, piegandosi per udir meglio.

--Niente.

Ma ancora, pi tardi, mentre si allontanavano sempre pi verso l'alto
mare, nel candore immacolato della luna, verso l'orizzonte; che si era
fatto chiarissimo, egli la chiam per nome, assai piano, come se
pronunciasse quel nome per s stesso, evocandolo, invocandolo, emblema
di dolcezza nelle sue sillabe, nelle sue lettere, nel musical suono,
in quello che era, in quello che rappresentava. Quando quel lieve
soffio l'animava, come una carezza, Luisa s'inchinava, attratta,
vincolata dalla voce e dalla musica; e Massimo vedea che il viso le si
tramutava, onde di sangue le fiottavano alle guancie, onde di pallore
le salivano alla fronte. E non so quale acuta, spirituale volutt lo
teneva, di vedere scolorare, al suono della sua voce, quel purissimo
volto giovanile: e tutta la tenerezza ch'egli poneva nella parola
_Luisa_, si facea pi profonda, sgorgava pi larga, per circondare,
avvolgere, abbracciare quella persona di donna. Ma fu un punto, e la
emozione di Luisa era cos intensa, egli vide tale smarrimento negli
occhi della fanciulla, che si ferm, e riaccendendo una sigaretta:

--Perch non cantate?--le disse.--Voi dovete cantare, me lo avete
promesso.

Scherzava con quella ironia cortese che serviva a nascondere il
proprio pensiero. Luisa croll il capo, tristemente: l'incanto si
dileguava; ella udiva un'altra volta, mentre Massimo parlava, quella
velatura di sogghigno che guastava quante affettuose cose egli
dicesse. Tent di riafferrare un minuto di dolcezza:

--Chiamatemi ancora--gli disse pregandolo.

--Oh Luisa, Luisa, Luisella, piccola fanciulla cara, se non cantate,
io vi riporto a terra.

A lei gli occhi si riempirono di lacrime; il sangue ascese
impetuosamente dal cuore agli occhi; nonostante schiuse la bocca e con
la sottile voce tremula, diede alle fragranti aure marine una vecchia
canzone. Con le mani congiunte in grembo, con la testa un po' levata,
guardando il gran cielo intorno, ella cantava; la fine bocca rosea si
schiudeva ad arco, mostrando i denti bianchi, scintillanti, e ogni
tanto i soavi occhi seguivano quasi il movimento molle della musica,
aprendosi pi grandi sul paesaggio. Massimo si era voltato verso lei,
appoggiando il braccio sul bordo della barchetta, seguendo il ritmo
della canzone che pareva si cullasse nel ritmo del mare. A un tratto,
la voce le si vel; ella tacque.

--Che avete?

--Nulla, nulla.

--Perch siete cos triste, Luisa?

--V'ingannate, non sono triste.... sono anzi cos contenta di esser
qui.... credetelo....

Una emozione era in tutto quello che diceva, cos sincera!

--Vi credo, Luisa. Dite un'altra canzone....

--Sono tutte cose vecchie!

--Non importa....

--E non tutte sono liete.

--Non importa.... Mi basta che le cantiate voi.

--Non volevate che io ridessi?--insist lei.--Raccontatemi una delle
vostre storielle interessanti e rider!

--Se vi racconto una storiella, io, vi faccio piangere--e butt la
sigaretta in mare.

--Allora tacete.  cos dolce questa notte.

Mentre il barcaiuolo vogava verso Mergellina, con un cenno largo Luisa
indic a Massimo le carezzose linee delle colline che vanno da San
Martino al capo di Posillipo, tutte bagnate dalla luce lunare, con le
loro case chiarissime dalle mille finestre aperte e illuminate, coi
lumi che cingono l'arco della marina napoletana come una linea di
fuoco, con uno scintillio dovunque, per le vie e sulle colline. Essi
attraversavano, tagliandola, la grande striscia fredda, lucente come
metallo, che la luna alta metteva sul mare, dall'orizzonte alla riva,
lunghissima, occhieggiante, come mille specchietti moventisi nel
raggio lunare. Massimo guard intorno, ma i suoi occhi tornavano al
purissimo viso di Luisa, come se da esso partisse quel fascio di
dolcezza. Ella sostenne un minuto lo sguardo di Massimo, poi le
palpebre le batterono, ammaliate, non reggenti a quel fascino:

--Siete voi che siete dolce--le disse lui, all'orecchio.

Adesso avevano voltato l'angolo di Mergellina, costeggiavano, lungo la
via di Posillipo, tutta piena di ville, di osterie, di _trams_ che
passano continuamente, in tutte le ore della sera, specialmente in
estate. Talvolta, tendendo l'orecchio, si udivano dei canti venire
dalla terra, affievoliti; e le ville, piene di gente sulle terrazze,
sembravano quei castelletti di carta, dai cento bucherelli, che i
bambini illuminano con un solo cerino interno, giocattoli frastagliati
o trasparenti dai personaggi minuscoli. Passando rasente una di esse
dal giardino pensile tutto fiorito arrivarono delle risate, degli
allegri strilli femminili.

--Abbiamo un pubblico cortese--disse Massimo--ci prendono, per due
amanti.

--Ah!--rispose lei, niente altro.

Il palazzo di Donn'Anna si delineava, nero, avanzandosi sul mare: sul
suo lato destro e sul sinistro, delle trattorie popolari erano piene
di banchettatori e di bevitori, ma la facciata che d sul mare serbava
il suo carattere di rovina disabitata, col mare che entrava chetamente
nei suoi portoni, ormai trasformati in grotte, come quelle di Sorrento
e di Capri. La luna batteva sulla facciata del palazzo, che la
ricchezza e la superbia di donn'Anna di Medina Coeli non aveva potuto
finire, prima di ritornare alla Spagna nata: e i finestroni e le
finestre prendevano il chiaror lunare, fantasticamente; la rovina
pareva meno aspra, meno tetra, sotto il placido raggio.

Il barcaiuolo che remava pi lentamente, per riposarsi, chiese a
Massimo se voleva entrare in una di quelle grotte, con la barca.

--Avete forse paura?--chiese lui a Luisa, prendendone distrattamente
la mano appoggiata al bordo della barchetta.

--No, non ho paura--ella rispose: eppure la voce era velata di
emozione.

L'apertura della grotta era tutta bianca e l'acqua vi fiottava
sordamente, gorgogliando: ma quando la barca s'intern in quel chiuso
laghetto di acqua marina, la oscurit si fece profonda. La barca stava
immobile, in un gorgoglio fresco di onda che batte alle pareti di
pietra, in una gran tenebra. La mano di Luisa era restata in quella di
Massimo: egli la sentiva molle, abbandonata, nella sua, quasi che non
vi fosse miglior sorte, miglior destino per essa. Involontariamente,
egli la strinse, e intese che la mano rispondeva alla sua stretta,
fiaccamente, ma dicendo sempre: s. Allora egli si pieg; in
quell'ombra, per distinguere la faccia di Luisa; il barcaiuolo remava,
per uscire dalla grotta e quando furono di nuovo sull'aperto mare, al
lume della luna, egli vide due lunghe lacrime scendere da quei belli
occhi e disfarsi sulle guancie. Ah! egli non poteva veder piangere n
un bimbo, n una donna, foss'anche di gioia: e fu pi turbato di lei.

--Che avete? Avete avuto paura, avete freddo?--chiese
precipitosamente, tenendole le mani, che erano gelide, invero, nei
guanti.

--No, no....

--S, s, sbarchiamo, questo viaggio in mare, alla luna, vi ha gelato.
Sbarchiamo, cammineremo a piedi, per riscaldarci.

Presso il palazzo Donn'Anna vi  spiaggia. Sbarcarono, in fretta, egli
pag il barcaiuolo e lo licenzi: quello gli disse delle parole di
augurio; anche lui li prendeva per due amanti. Per salire alla strada
dovettero passare presso una di quelle trattorie, fra le tavolate dei
mangiatori e dei bevitori, senza guardare n a dritta n a sinistra,
egli sempre un po' agitato, ella che lo seguiva senza badare a nulla,
quasi che il suo fato fosse quello di seguirlo sempre, dovunque, senza
sapere dove si andasse. I bevitori e i mangiatori ridevano e
gridavano: la bianca figura di donna non ne fece voltare nessuno,
tutti erano ebbri del vino, della notte, o delle chiacchiere dette,
con la tanto bella e felice esaltazione meridionale. Massimo e Luisa
scesero per la stretta scaletta, uno presso l'altro, e quando si
trovarono sulla via di Posillipo stettero, esitanti.

-- forse tardi per voi? Volete rientrare?

--Non so.... Voi rientrate?

--Vi accompagnerei, s, ma senza rientrare. Non dormir, io,
stanotte....--e volt la faccia in l.

--Allora.... allora rimarr ancora un poco--disse fievolmente lei.

--Grazie, siete buona--e le strinse la mano.

Cos, camminarono, senza darsi braccio, verso Posillipo, sul piccolo
marciapiede rasentato dai _trams_ che vanno e vengono: imbattendosi in
gente che tornava a piedi, in piccole comitive schiamazzanti, in
coppie solitarie appoggiate al parapetto, guardanti il mare. Massimo e
Luisa, avanzando lentamente, non parlavano, divisi sempre da coloro
che transitavano. Le ville a mezza costa, e quelle gi, al mare,
avevano innanzi ai portoni delle carrozze che aspettavano: i balconi
lasciavano udire la musica che vi si faceva, il sottile e immemore
concerto delle notti estive napoletane: degli equipaggi, di ritorno,
passavano; le donne erano avvolte in lievi scialli bianchi.
Senz'accorgersi della via, Massimo e Luisa andavano innanzi, innanzi:
la linea dei _trams_ fin; si fecero rare, poi sparvero, le osterie;
la gente s'era diradata, a poco a poco, e quando ebbero voltato
l'angolo della villa Dini, la solitudine fu perfetta. Solitudine
bianca, senza terrori di ombre, senza la tetraggine che ispirano la
campagna e il mare, di notte. Solo un alto, lontanissimo cielo;
solitudine mite, piena di giardini in fiore tutti candidamente
frastagliati dalla luce lunare, piena di parchi dai grandi alberi
immersi nel chiarore, piena di vigne folte che l'autunno aspettava,
per la vendemmia, piena di orti dove ancora, come un po' dappertutto,
si udiva l'odore del gelsomino notturno. La via era deserta, l'ora era
tarda, ormai: e solo, ogni tanto, qualche rara carrozza ritornava da
villa Postiglione: tutto Posillipo, con le sue campagne, col suo mare,
coi suoi rotondi piccoli golfi che sembrano, in fondo alla riva, un
grande occhio azzurro divino, coi suoi profumi, pareva che
appartenesse a Massimo e Luisa, Egli camminando con la testa bassa,
con gli occhi bassi, giuocava con la mazzettina di ebano, urtando le
pietruzze della via; Luisa andava accanto a lui, fissando gli occhi
sul mare: ma i suoi occhi avevano un velo innanzi, il suo sguardo
aveva la fissit di chi non vede. Ogni tanto levava una mano alla
fronte, per respingere da parte una ciocca dei suoi neri capelli che
ricadeva sempre: e quel movimento aveva qualche cosa di assai
leggiadro. Quanto tempo camminarono, cos, senza scambiare un detto?
Nessuno di loro avrebbe potuto dirlo: presi dal loro mondo interiore,
presi dall'ambiente che li aveva vinti, mancava oramai a loro la
nozione del tempo e dello spazio, erano in quell'oblo quieto,
addormentatore, che vince tutti i cuori, dopo le emozioni che d il
sentimento, o che danno le cose. Massimo si riscosse pel primo:

--Che cattivo compagno son io!--esclam.--Saranno due ore che non vi
dico una parola.

--.... Forse non avevate nulla da dirmi--azzard lei, con un timido
sorriso.

--V'ingannate: se vi dicessi tutto quello che dovrei dirvi, sarebbe un
opera in-folio, in ventiquattro volumi!

--Dite, allora....

--Ci vorrebbero alquanti anni della vostra vita, per udirmi, cara:
e.... credo che sia meglio non farne niente.

--Ditene qualcuna, di queste cose....--insist lei, con un tremito
nella voce.

--No, no--replic Massimo, recisamente.

Ella lo guard, cos triste, che egli non potette celare un moto di
dispetto.

--Ma Luisa! Ma che siete una sensitiva? State ridendo, il che  una
cosa graziosa per tutti, graziosissima per me, e basta guardarvi
perch la risata vi si spenga sulle labbra! Sorridete, e basta che vi
si dica una parola perch sparisca il vostro sorriso! Figliuola mia!
Vi avverto che di questo passo, ci vuol poco a essere la donna pi
infelice di questa terra.

--Non importa, la felicit--ella rispose, con un sorriso estatico.

--Bugia, bugia! Bisogna esser felici, bisogna avere il cuore di
bronzo! Di bronzo, cara ma bella!

--Non importa, meglio averlo aperto a ogni tenerezza--replic con la
forza del suo innocente animo.

--Vi preparate un brutto avvenire, Luisa,--disse lui, glacialmente.

--Non importa--ella ribatt, per la terza volta, con il supremo
coraggio dei cuori buoni.

Ed era cos bella della sua giovent, del suo candore, della sua
abnegazione, cos bella per s, e per quello che confusamente ma
fortemente sentiva, tanto nobile abbandono, tanto alto sacrificio da
lei traspariva, che egli si arrest, un po' smarrito, ammirando quella
creatura semplice e sana, che si gittava nel precipizio a occhi
chiusi, sorridendo.



I.

--Povera Luisa--mormor soltanto lui, carezzandole la manina
inguantata che si appoggiava fidente al suo braccio.

--Non mi compatite--ella rispose, crollando il capo, sorridendo a una
idea--io sono pi felice di voi,

--Forse--disse lui, con voce breve.

Adesso, dopo avere oltrepassato il ponte di Posillipo, quel largo
poggiuolo che da una parte si affaccia alla collina folta di vigneti,
e dall'altra sopra, una valle che discende al mare, mollemente,
lasciato il lastricato del ponte che suonava sotto i loro passi, nella
notte, erano entrati in un sentiero oscuro, fra una siepe alta di more
spinose, e una muraglia alta, tappezzata di edera, che serra le due
ville ultime sul mare di Posillipo, la villa Postiglione e la villa
_Sans souci_. Era sparita la luna dietro la muraglia, e sullo stretto
sentiero che discendeva, essi non vedevano che un'altissima striscia
di cielo, tutta chiara, dove le pie stelle avevano un tremolo bianco
e languido. Dagli orti, di nuovo, un confuso olezzo di fiori e di erbe
odoranti arrivava, dove pi acuto signoreggiava il profumo del
gelsomino: ed essi andavano in quell'ombra, in quel fresco notturno,
ignari della loro strada, sul molle terreno umido di brina che si
faceva elastico sotto i loro passi. A un tratto, levando gli occhi,
un'immensa linea di paesaggio si schiuse loro innanzi, tutta candida
sotto la luce lunare. Erano al Capo, in quel posto che la fantasia
popolare ha chiamato il _Paradisiello_: e il gran golfo di Napoli era
come una immensa conca chiarissima, cinta da lumi vividi, scintillante
fin nelle borgate, scintillante fino laggi, laggi all'estrema punta
di Massalubrense, dove l'abbraccio si chiude; e da qui tutto il gran
mare che bagna i Campi Flegrei e Pozzuoli e Cuma, in una curva
nobilissima e poetica, in un silenzio di cose e di uomini, quasi che
niuno pi, dopo i greci e i romani, fosse venuto ad albergare in quel
bellissimo e felice paese. Lo scoglio del Capo si avanzava fra i due
golfi, bagnato di luce da una parte, oscuro dall'altra, ma tutto il
mare, dovunque, qui sotto lambente la pianura vasta dei Bagnoli,
laggi, sotto l'isola di Nisida, e lontano lontano, era un chiarore
immenso, immobile e quieto.

--Dio, quanto  bello!--ella disse, con la voce velata dalla emozione.

L innanzi, creata dalla natura,  una piattaforma quasi rotonda, una
terrazza messavi dal Signore, a cui gli uomini hanno aggiunto un
muretto rotondo per appoggiarvisi, per sedervisi; di l tutto si vede.
Di giorno su quella terrazza vi sono tre o quattro mendicanti, vecchie
e piccine, che chiedono fastidiosamente l'elemosina agli stranieri
estatici; ma di notte non un'anima, non un passo. Sulla terrazza,
lungo il muretto e dietro ad esso, pei greppi, cresce l'erba selvatica
odorosa e qualche piccolo fiore agreste. Essi si fermarono col
silenziosi, appoggiati al muretto, senza lasciarsi, penetrati dalla
poesia ineffabile di quell'ora, in quel paesaggio: poesia intima e
profonda che misticamente li avvolgeva.

-- tutta dolcezza--disse la fanciulla, la cui voce si era velata,
affievolita.

--Infinita dolcezza--rispose lui come un'eco.

--Chi abita in quell'isola, lass?--chiese ella, levando la mano,
indicando Nisida.

--Una gente trista....--e pareva non volesse continuare.

--Che gente?--insist lei, piegando il suo bel viso chiaro verso di
lui.

--I galeotti: l v' il bagno penale.

--Una gente infelice--ella corresse, umilmente.--Ma le belle notti
estive, le belle notti lunari, si levano anche per essa.

--Cara Luisa....--ripet lui, vagamente.

Ella lo guardava pronunziare il suo nome, non solo assaporandone la
musicalit, ma sentendone acutamente tutto il tono, tutta la
intenzione. Ogni volta che questo nome usciva dalle sue labbra, ella
aveva un piccolo tremito interno: quando gi il nome era stato portato
via dalle onde dell'aria, ancora in lei, nel suo cuore si allargavano
pi grandi, pi grandi i cerchi di quel tremore.

--Guardate quelle casette, laggi?--continu ella, per sfuggire alla
sua crescente commozione, accennando alle casette dei Bagnoli.--Son
tutte chiuse, non un lume. Tutti riposano felici, senz'aver bisogno di
ammirare la notte e la luna.....

--Gli abitanti di quelle casette videro un giorno un orribile
spettacolo--rispose lui, macchinalmente-- qui che hanno fucilato
Misdea.

--Qui?

--Laggi, in quella pianura.

--In una notte come questa?

--No, in un'alba freddissima.

--Perch lo hanno ucciso?

--Perch aveva ucciso.

--Voi mi dite sempre delle cose tristi--ella osserv malinconicamente,
con un lagno infantile.

--Ho torto--confess lui--anche questa bell'ora dev'essere guastata.
Scusate, cara. Vi assicur che sono molto infelice.

--E perch?--ella chiese, curvandosi a interrogare il suo volto.

Ma gli aveva sfiorato con la guancia la spalla.

--Ho scherzato--rispose Massimo, con la voce un po' alterata.--Volete
sedervi?

E le lasci il braccio, si sedette sul parapetto e accese una
sigaretta. Ella, in piedi, un po' triste di essere stata abbandonata,
con le braccia pendenti lungo la persona, lo guardava.

--Volete fumare?

--No--ella disse.

--Peccato! una sigaretta  deliziosa, qui, a quest'ora.

--Se vi piace, la fumer.

Egli le offerse il portasigarette russo, di argento, aperto: ella ne
prese una, di sigarette, con le dita sottili: ma mentre gli chiedeva
del fuoco, Massimo, preso da un subitaneo moto di collera, le strapp
la sigaretta e la butt gi, pei greppi.

--Non fumate,  una brutta cosa, somigliereste a tante donne che
fumano.... tante donne....

--Come volete--disse ella, rassegnatamente.

Ma avendolo visto restar torvo, seccato, cogli occhi bassi, battendo
col tacco contro il muretto, ella volt le spalle e si allontan un
poco, girovagando, discendendo verso i Bagnoli, risalendo,
affacciandosi alla vallata. Egli la seguiva con lo sguardo, ombra
bianca attraverso il chiaror bianco della luna, camminare senza
rumore, con appena un fruscio del vestito fra le erbe; e quando ella
ritorn a lui, portava dei ramoscelli fioriti di menta selvatica.
Picciolissimi fiorellini lilla sopra minutissime foglioline verdi;
ella ne odor un ramoscello e glielo porse.

Il viso di Massimo parve si rischiarasse: egli prese il ramoscello,
l'odor lungamente e poi, invece di metterlo all'occhiello, lo nascose
nell'apertura del soprabito, dentro, dentro, in modo che non si
vedesse pi, deposto e serrato sul petto. Allora ella fece un passo e
con un salto leggiero gli si sedette accanto sul parapetto. Tacevano.
Adesso voltavano un po' le spalle al paesaggio marino e avevano
innanzi solo la via donde erano venuti e le campagne basse di
Fuorigrotta. Ma guardavano, forse, senza vedere. Erano seduti proprio
accanto, le spalle e le braccia si sfioravano, ad ogni lieve
movimento. Sempre fumando la sua sigaretta, egli le sollev la mano
guantata e ne arrovesci lentamente il morbido guanto di camoscio.
Pallida e sottile apparve la manina della fanciulla, col braccio
rotondo e bianco.

--Avete una bella mano, Luisa--disse.

Le sue labbra, delicatamente si posarono sulle dita piegate della
bella mano: un bacio che era un soffio. E rest a giocherellare con le
dita, senza poter lasciare quella mano. Ella non poteva parlare.

--Perch non portate tutti quei cerchiolini di oro, di argento, di
platino, quei braccialettini che tintinnano, salgono e scendono,
continuamente, quando la donna si muove? Sono carini,  vero?

Ella lo fiss, trasognata, come se non avesse udito che l'armonia
della sua voce, senza intendere il senso delle parole.

--Sono carini....--egli ripet--ve li doner io, se li volete da me;
mi piacciono tanto.

Ancora scherzava con la mano, quasi attirando a s la persona e
l'anima della fanciulla: e la bella persona e la povera e cara anima,
non sapeano che piegarsi a lui. La testolina si appoggi con la
guancia alla spalla di lui, socchiudendo gli occhi; e pian piano,
delicatamente, quasi a sorreggerla, Massimo le pass un braccio dietro
alla cintura, abbracciandola, reggendola.

--State bene cos?--le domand, con voce roca.

Ella accenn di s, con le palpebre, non potendo parlare.

--Non vi addormentate alla luna, almeno, Luisa. La luna fa impazzire
chi si addormenta al suo chiarore.

Ella ebbe un sorriso cos profondo, cos enigmatico che lo scosse.
Poi, tacquero. Pass del tempo, cos. Confusamente, ogni tanto, nella
mite e intima delizia di quella solitudine, di quella vicinanza, ella
sentiva tremare, talvolta, nella sua, la mano di Massimo; e talvolta,
sentiva il respiro di lui affannarsi. Allora levava le palpebre a
guardarlo: lo trovava intento a fissare il suo volto, intensamente,
con tale un ardore concentrato di visione e di attenzione, che non
aveva ella mai scorto. Il tempo passava, sulle loro teste vicine,
sulle mani dalle dita intrecciate, immobilizzati in
quell'atteggiamento. E ad essa sembrava d'immergersi in un sogno
lungo, senza fine, che ricominciava sempre dal principio, dove
passavano sulle sue mani dei baci leggieri come un soffio, dove
carezzava i suoi capelli una mano molle e lenta, dove un acuto profumo
di fiori che si appassivano, le saliva al cervello, dove una voce
ripeteva il suo nome, sempre, con la profondit dell'amore: un sogno
tutto chiaro di luce lunare, in un divino paesaggio, un sogno
ammorbidito dalla rugiada, dai fremiti della campagna, dal palpitare
del mare sotto la luna. Invero, Massimo, reggendo la bella persona,
tenendone la manina nella sua, sentendo tutta la seduzione di Luisa e
delle cose, dell'ora e del tempo, restava immobile, con gli occhi
socchiusi, cercando di riunire tutti i suoi pensieri, per essere
forte, per vincere il fascino immortale che ha la belt della donna e
la belt delle cose, la innocenza della giovent e la solenne purit
della notte, nella campagna, innanzi al mare. Non lui sognava, che era
uomo, che aveva vissuto, che sapeva; ma quasi vedeva, dietro le tenui
palpebre abbassate di Luisa, negli occhi pronti di dolcezza che si
schiudevano levandosi a lui, vedeva il sogno d'amore, il sogno di
quella notte d'estate distender la sua sottile e salda rete d'argento
sull'anima della fanciulla. E ogni tanto, come il fascino di tanto
muliebre candore, di tanta fede, di tanta giovinezza fragrante si
faceva pi alto, pareva anche a lui di smarrir la testa, partito per
sempre, per la siderale, per la selenica regione del sogno. Cerc di
riaversi, di riaccapezzarsi, parlando:

--Dormite?--volle dire, scherzando, a Luisa.

Ma egli stesso non riconobbe la propria voce. Chi aveva pronunziato
quella parola? Ella scosse il capo, con un sorriso cos dolce, che
egli non vi potette reggere:

--Vogliamo andar via?--le susurr all'orecchio. La luna fa impazzire,
Luisa, Luisa....

--Ancora un poco--ebbe la forza di dir lei, nella innocenza della sua
passione.

Ancora un poco. Egli abbassava il capo, soffocando le parole che gli
sgorgavano dalle labbra, interdicendosi persino di carezzare pi le
fredde dita della fanciulla, non volendo udire il profumo di
gelsomino, che veniva da lei, di quell'unico gelsomino che ella aveva
raccolto sul balcone e messo in petto, non volendo cedere alla voce di
tenerezza infinita che emanava da lei e da tutte le umane cose,
intorno. S, Massimo vedeva bene che ella sognava, oramai, il suo
grande sogno, l'unico e ultimo sogno, sotto la gelida e allettatrice
luce della luna, simile a Elena, la bionda: sentiva che vincendo la
ragione dell'et, del pericolo, dell'esperienza, che vincendo finanche
il profondo segreto del suo cuore, egli stesso, per la ignota forza di
sentimento che rinasce dalle sue ceneri anche nei cuori inceneriti
dalla passione, egli stesso sarebbe stato trascinato dolcemente in
quel sogno, perduto anche lui, come una volta, come sempre. E facendo,
in quell'atto, una delle pi dolorose rinunzie della sua vita, il
braccio che sosteneva Luisa si rallent, un poco: pian piano le lasci
la mano. Ella trasal, comprese: si lev, col volto cos pallido che
pareva vi si fosse infiltrato il raggio lunare, a raffreddarne per
sempre il sangue e le fibre, si lev con le palpebre battenti, gli
occhi smorti, come coperti da una nebbia torbida.

--Andiamo--ella disse, voltandosi ancora a salutare il mare, la
campagna e il cielo.

Camminarono presto, vicino, senza darsi braccio; Massimo pareva oramai
colto dal freddo, con un desiderio di rientrare in casa. La via era
assai lunga, mentre, al venire, non se ne erano neppure accorti: a
ogni nuovo gomito che faceva la via, egli si piegava, con una certa
ansiet, per vedere se erano vicini; ella lo guardava di sottecchi,
camminando presto anche lei, non osando dirgli nulla. Alla fine gli
espresse il suo pensiero.

--Speriamo di trovare una carrozza.

--Speriamo--ripet ella.

Ma per un pezzo non ne trovarono; la notte era altissima, tutte le
ville erano chiuse e silenziose, la strada di Posillipo era deserta,
la luna, salita gi allo zenit sul cielo, vi batteva a picco, dandole
oramai un aspetto un po' spettrale. Egli osserv che la fanciulla si
stringeva nella mantellina, trasalendo.

--Avete freddo,  vero?

--Un poco.

--Siamo stati troppo tempo.... laggi....

Luisa non rispose: camminava a occhi bassi, senza voltarsi n a
destra, n a sinistra.

--Forse avete paura, cara?

--Un poco.

--E di che?

--Di tutto.... la via  cos deserta.... gli alberi sembrano
fantasmi....

--Abbiate paura degli uomini e non dei fantasmi, cara.

-- vero--ella soggiunse, umilmente.

Forse egli stesso, in quell'ora cos tarda, in quella deserta
campagna, dove sboccavano tante grotte di tufo dalle immani bocche
nere aperte, aveva come un leggiero brivido di confuso sgomento. Erano
presi dal malessere di chi ha vegliato una notte intera, in preda a
una sovraeccitazione spirituale e fisica, e che ne esce stanco e
infelice, malcontente di s e del tempo che  trascorso. Ma dur
questo sino a che furono arrivati alla dogana di Posillipo; ivi una
carrozza da nolo, di quelle sgangherate con un vecchio ronzino
sciancato, una carrozza di notte, infine, stazionava. Dormivano il
cocchiere e il cavallo; non si risvegliarono che a met, quando
Massimo e Luisa vi salirono.

--Portaci a Monte di Dio--disse Massimo al cocchiere.

Costui, sempre sonnecchiando, domand se doveva alzare il soffietto.

--S: fa freddo--rispose secco secco Massimo.

Il viaggio in carrozza si comp pure lentamente, poich il cavallo si
riaddormentava, ogni tanto: e quando era sveglio, andava con un
trotterello affannoso di sciancato, facendo dei passetti corti corti.
Nella carrozza Massimo e Luisa non scambiavano una parola: ma ella
sentiva che l'ora precipitava e ogni tanto i suoi occhi si rivolgevano
a quelli di Massimo, interrogando. Essa voleva sapere da lui una cosa,
voleva sentirgli dare risposta alla domanda che le ferveva nell'anima,
da quando erano andati soli, per le vie di Napoli, per mare, sotto la
luna. E tacitamente, nell'ombra, con gli occhi, lo pregava di
dirgliela, la parola; e lui intendeva la interrogazione continua,
supplichevole, di quei cari occhi amorosi che volevano essere amati,
niente altro, e si voltava in l, come distratto, cercando di sfuggire
a quella muta domanda. Una amarezza, un'inquietudine lo teneva
agitato, non potendo neppure pi fumare le sue eterne sigarette: ed
ella sentiva che il suo sogno non era completo, se Massimo non
parlava. Passava l'ora, fuggiva l'ora, essi ritornavano con la
carrozza per la via fatta, e lui non voleva, non voleva dire....

--Che avete?--fin per domandare lei.

--Sono stanco.

--Vi siete annoiato?--chiese timidamente Luisa.

--Sapete bene di no: non domandate, dunque--disse recisamente.

Ella si scosse al tono un po' duro: e con quanta tenerezza di amore
poteva esservi in lei, dopo qualche minuto di silenzio, non seppe fare
altro che chiamarlo:

--Massimo.

Che fu l'effetto di quella voce, di quella parola? Che gli mise
innanzi, che gli ricord?  certo che egli quasi quasi si lev,
parendo volendo buttarsi dalla carrozza, fuggendo alle prese di uno
spettro: poi ricadde e con una voce fievole le disse:

--Luisa, non mi chiamate pi cos, non pronunziate il mio nome, ve ne
prego, se mi volete bene....

Ella trem, non intese che l'ultima frase, sorrise, con le lagrime
della gioia agli occhi. Erano giunti. Salirono presto, l'uno dietro
all'altro: si fermarono sul pianerottolo, prima di dividersi.
Appoggiata al muro, come esausta, ella lo interrogava ancora con gli
occhi, perch le rispondesse. Ma egli, turbatissimo, la salut: ognuno
entr nella propria casa, lentamente, le porte si richiusero con un
rumor sordo. Faceva un po' di freddo. Albeggiava. La notte di estate
era finita.



II.

Per un mese di seguito Massimo e Luisa si erano riveduti spesso, ma
per pochi minuti, sempre. Quando egli si affacciava al balcone, alla
mattina, la trovava lavorando dietro alla persiana, e vedeva, al
brillare di quegli occhi, che essa lo aspettava: quando egli rientrava
alla sera, trovava la porta di Luisa socchiusa, ella dietro la porta,
sorridendo, e si scambiavano qualche parola. Due volte, attirato da
quell'irresistibile fascino di giovinezza, da quella irradiazione
simpatica che mette attorno a s l'amore, egli era andato a farle
visita e contando di restar poco, era poi restato molto, tanto
l'ingenuo e profondo amore della fanciulla lo commoveva. Egli la
trattava con una tenera cortesia, con un'affettuosit repressa, e
vedeva scintillare nei begli occhi tanta gratitudine, che la sua
cortese tenerezza cresceva. Ma come i primi temporali di settembre
ebbero spezzata, l'aria calda, egli sparve per qualche giorno, e
invano, ansiosa, impaziente, infelicissima, ella lo aveva atteso sera
e mattina. Infine, una sera, a met settembre, ella lo vide rientrare;
dalla porta socchiusa ella spiava: non os chiamarlo, tanto le sembr
tetro il suo volto. Ma dopo un'ora, ella non ebbe pi ritegno, e and
pian piano a bussare all'appartamento di Massimo. Il servitore, senza
domandare nulla, la introdusse nel salotto: ivi, dietro la scrivania,
sotto il gran paralume di seta rossa trasparente con merletti bianchi,
Massimo scriveva. Era grave, pensoso, e si fermava ogni tanto a
riflettere, con la penna appoggiata alle labbra: in una di queste
pause, vide Luisa.

--Oh cara, cara--disse, levandosi e stringendole le mani--giusto....
vi scrivevo.

--A me?

Si era seduta dall'altra parte della scrivania e lo fissava,
pallidissima.

--Mi scrivevate? perch?

--Per.... nulla--disse vigliaccamente lui. Poi, vergognandosi,
soggiunse presto:

--Per salutarvi. Parto.

--Partite?--esclam lei, alzandosi a met sulla sedia.

--S. Parto.

--Per poco?

--Per molto, invece.

--Quanto tempo?

--Quattro, sei anni.

--Ah!--disse ella, chiudendo gli occhi, come se svenisse. Anche lui
era smorto; ma aveva una nervosit che lo ringiovaniva.

--Dove andate?--soggiunse ella, pigliando fiato a stento.

--A Pietroburgo.

--Tanto lontano, tanto....--mormor ella, con voce di pianto.

--Gi--fece lui, con indifferenza--lontano assai.

--E.... non vi fa pena.... non vi dispiace andarvene?

--No--disse lui, brutalmente, sperando guarirla con la crudelt.

Ella appoggiava la testa a una mano, col gomito sulla scrivania: si
nascose gli occhi coll'altra mano e si mise a piangere zitto zitto, a
lagrime lunghe che le piovevano sulle guancie, sul collo,
continuamente.

--Perch piangete?--domand lui, nervosissimo.

Essa gli fece cenno di non domandare; seguitava a piangere,
tacitamente.

--Non  mica morto qualcuno....---tent di scherzare lui.

--S, s,  morto qualcuno---rispos'ella, a bassa voce--veramente,
veramente,  morto qualcuno.

E, levando il capo, con la santa audacia della passione, gli disse:

--Non ve ne andate: io vi voglio bene.

--Io non merito il vostro bene, cara; fate male a volermene.

--Non posso fare diversamente; vi voglio bene, non ve ne andate.

--Io sono stanco e vecchio, e laggi il dovere mi chiama.

--Non m'importa: se non potete restare, verr con voi.

--Cara Luisa, voi perdete la testa, figliuola mia....

--S, s,  da quella notte che l'ho perduta--ella rispose con aria
smarrita.

--Da quale notte?--chiese lui, inconsciamente.

Ma si pent subito. Presa da un impeto di disperazione, essa scoppi
in singhiozzi, torcendosi le mani, battendo la testa sulla scrivania,
gridando fra il pianto:

--Oh Dio.... egli ha tutto dimenticato.... Signore, Signore, egli ha
potuto dimenticare.... Oh Dio mio, ha dimenticato, ha dimenticato....

Sgomento innanzi all'opera che egli aveva fatta, non trovava parole
per consolarla, come il malvagio monaco medievale del poeta, che
evocato il demone, non aveva poi pi il motto magico per rimandarlo
all'inferno. La lasciava farneticare, impaurito e dolente, pentito e
amareggiato, sentendo tutta la verit di quel dolore, sentendo ancora
una volta la fatalit dell'amore aggravarsi nella sua vita. Poi, non
reggendoci pi, si lev, le and vicino, le prese le mani, la chiam
per nome e allora un novello fiotto di tenerezza invase l'anima
dell'infelice; ella si mise a domandargli, con una desolazione, con
uno strazio di far piet:

--Oh Massimo, Massimo mio.... perch mi lasci, perch te ne vai?...
come posso stare, senza di te, come posso restare sola, se ti voglio
bene.... Massimo, Massimo, non andartene, non essere senza cuore....

--Luisa, ti prego, non piangere, non dirmi queste cose....

E le tenne le mani, la guard negli occhi, ipnotizzandola, tenendola
sotto la sua volont.

--Massimo.... Massimo....--ripeteva lei, calmandosi dolcemente, come
se una speranza le rinascesse nel cuore.

--Se  vero che mi vuoi bene, devi farmi una promessa....

--Prometto.

--.... Di esser buona, di non piangere, di ascoltare con pazienza, con
rassegnazione.

--Prometto--mormor lei.

--Senti, senti--riprese lui, tenendole le mani, guardandola, sempre
negli occhi--te lo debbo ripetere, tu fai male ad amarmi: io non
merito questo tesoro cos prezioso, della tua giovinezza, del tuo
cuore, io sono un uomo senza giovent, senz'entusiasmo e senza
illusioni. Io so tutto, io ho conosciuto tutto, io ho cento anni come
Faust e non vi  pi Margherita che possa farmi ringiovanire. Io sono
un uomo morto, Luisa. Perch ti sei innamorata di me?

--Cos--diss'ella, con la voce monotona della disperazione.

--Senza una ragione?

--Cos.

--Non basta, Luisa....

--Credevo..., s, credevo che tu mi amassi....

--Ti sei ingannata--le disse.--Io non ti ho mai amata.

--Mai amata!--fu l'eco desolata della infelice.

--Perch hai tu creduto questo, Luisa! Non sai tu dunque che cosa sia
l'amore?

--Ho creduto.... ho creduto.... che vuoi, ho creduto!--disse ella,
aprendo le braccia, con un gesto desolatissimo.

--Tu non sai nulla, cara.

--Forse non so nulla, hai ragione--replic ella, con la umilt dei
vinti, dei perduti.

E chinando il capo, volendo almeno trovare una scusa alla sua follia,
cercando ancora un barlume di speranza nei ricordi, riand tutto quel
sogno di una notte di estate per cui ella aveva fissata la sua vita. E
a ogni dolce particolare, a ogni piccolo e pur grande fatto che le si
presentava alla memoria, ella trasaliva, ella ricadeva nella sua
illusione e alla fine, rendendo tutto il suo pensiero:

--Eppure tu mi hai amata, quella notte, Massimo.

--Si ama sempre un poco la donna che abbiamo accanto--mormor lui, con
un'ombra di sorriso.

--Qualunque sia?

--Qualunque sia.

--E dopo?

--Dopo, si dimentica subito.

--Ed essa?

--Se  savia, gode del fugace momento e.... non lo rimpiange.

--E se ama, se ama?

--Luisa, tu mi hai promesso di esser calma....

Ella si era alzata e gli parlava concitatamente:

--Ma che ne so, io, di questa vostra ipocrisia sociale, di questa
vostra galanteria mondana; la chiamate galanteria, non  vero? Io sono
una fanciulla semplice, una sciocca, una illusa, io ti amavo gi,
quando, quella sera mi hai detto di venir teco. Ma quando si porta
via, di notte, una donna, con le dolci parole che tu mi dicesti,
costei deve credere che tu l'ami! Ma tu, nella barchetta, te ne
ricordi? hai passato un'ora a chiamarmi sottovoce, come se solo le
sillabe del mio nome esistessero! Te ne rammenti? E dopo, dopo, tu non
devi averlo dimenticato, hai preso le mie mani, nell'oscurit della
grotta di donn'Anna, tu le hai strette, domandandomi cos qualche
cosa, io ho risposto s, stringendoti le mani, questo, certo, neppure
lo puoi avere obliato, io l'ho nell'anima, quella stretta di mani....
e laggi, laggi, ti rammenti, ti ho dato il fiore di menta, lo hai
baciato perch aveva toccato le mie labbra, lo hai conservato
gelosamente, lo hai chiuso sul tuo petto, come se volessi che
appassisse col, al calore del tuo cuore: io ho il tuo gelsomino, dove
 dunque andato il fiore di menta? Ma tu hai baciato la mano, questa
qui, in questo punto, lentamente, dolcemente, con una lentezza e una
dolcezza che mi parve mi facessero morire: ma tu hai tenuto la mia
testa sulla tua spalla, ma tu mi hai abbracciata te ne ricordi,
certamente, te ne ricordi, chi pu avere scordato queste cose? ma
insieme, insieme a me tu hai sognato, abbiamo sognato laggi, nel
paradiso, il nostro paradiso. Oh angeli santi, voi stessi avete dovuto
sorridere, poich quello era l'amore buono, l'amore bello, l'amore
santo, poich io amava e tu mi amavi, Massimo, non mentire, non
mentire, non togliermi questa fede....

--Vi sono una quantit di cose che somigliano all'amore e che l'amore
non sono--disse lui, glacialmente.--La sera  chiara, vi  una buona e
bella fanciulla, vi  il mare, vi  la gran poesia di questo paese
nostro, la notte  lunga, il cuore  malinconico--e allora un nome,
chi non lo pronunzia, un fiore chi non lo chiude sul petto, un bacio
chi non lo d? Sciocco colui che lascia sfuggire questi purissimi
brevi piaceri dell'anima e dei sensi, puri piaceri che non hanno la
macchia del peccato, che non debbono portare alle lacrime, alla
tragedia e che vi fanno egualmente cara una notte, un giorno! Tutto
questo non  affatto l'amore nel suo immenso turbamento, con le sue
lotte quotidiane, con la sua gelosia feroce, con la sua insaziabilit
crudele e con la sua saziet scorante!  invece un'altra cosa che
all'amore rassomiglia, una cosa carina, graziosa, che resta dolce
nella memoria, che non lascia ferita e che imbalsama poi, col suo
profumo, le ore della vecchiaia. Amore no: tenerezza, simpatia,
fascino, eterna attrazione del femminile, una cosa mite e tanto cara,
senza dolori, senza singhiozzi.... Luisa, Luisa, l'amore  un'altra
cosa,  una vampa,  una vertigine,  uno sconquasso, Dio vi salvi....

--Io sono perduta--ella disse, brevemente,--perch vi amo e non mi
amate.

Come egli parlava, pianamente, con quella velatura d'ironia che
rendeva triste la sua voce, con quel senso di disdegno che rivelava
l'uomo esperto delle tempeste, come egli le veniva dolorosamente
dimostrando la inanit delle sue illusioni, ella aveva inteso a poco a
poco mettersi fra loro due una grande distanza, quasi che Massimo
fosse gi partito, gi in viaggio per il gelido paese nordico. Ogni
parola che infrangeva le sue speranze, le s'imprimeva nella mente, col
lieve sogghigno che l'avea accompagnato, con la intonazione sprezzante
che era stata pronunziata: e un lavoro di distruzione si operava in
lei, la parola di lui spegneva tutta la cieca fiducia che ella aveva
avuto nel suo sogno. Illusione, illusione, il bacio, il fiore, il
nome, la voce tremante, la carezza, l'abbraccio, illusione tutto,
morto tutto, finito tutto, finito. Una luce fredda le si era fatta
dinanzi agli occhi della mente: egli aveva ragione, tutto quel sogno
di una notte di estate, sotto il pallido, morbido raggio lunare, era
una cosa graziosa, carina, niente altro, da dimenticare
immediatamente, da ricordare poi pi tardi, molto pi tardi, con una
certa soavit, anche con un po' di gratitudine. Ella vedeva, vedeva
bene, adesso. La scienza della vita le arrivava di un colpo solo,
netto e preciso come quello di una mannaia che recide una mano: tutto
sanguinava, ma, ella vedeva la verit. E si sentiva, perduta.

Egli taceva. Era tornato al suo posto e giocherellava con la sua penna
di avorio bianco: ma era scomposto nel volto. Affettava una calma che
non aveva: capiva che la crisi non finiva l e soffriva per s e per
lei, immensamente. Ma le sue burrasche passate gli davano la forza di
combattere ancora. La fanciulla taceva e pensava, quasi che nulla pi
le restasse da dire: anzi si alz, come per andarsene. Ma arriv sino
al balcone chiuso e appoggi ai vetri la fronte febbricitante. Stette
qualche tempo cos. Poi, ritorn. Pareva tranquillizzata. Ma si
passava ogni tanto la mano sulla fronte, con un gesto che faceva pena.
Si sedette di nuovo. Massimo la guardava, con una certa ansiet. No,
tutto non era ancora finito....

--E.... ve ne andate?--chiese ella, cercando di rafforzare la propria
voce.

--S.

--Quando?

--Domani mattina: o anche stasera.... meglio stasera.

--Infatti.... meglio stasera--rispose lei, monotonamente.--E.... non
mi avreste salutata?

--Vi scrivevo....

--Lasciatemi vedere--diss'ella, pregando.

Egli obbed, dandole la carta, dove erano scritte soltanto queste
poche linee.

"Cara, cara Luisa--io debbo lasciare, per forza, questo caldo e bel
paese, per un paese freddo e brutto. Me ne vado, pieno di ricordi
della vostra bont, me ne vado, addio, pregandovi di volermi un po' di
bene, da lontano, per quanto bene vi voglio io...."

--Come potete mentire cos?--diss'ella, fieramente, levando la testa.

--Non mento: vi voglio bene: vi ho una gratitudine immensa, mi siete
carissima....

--E partite, partite?

--Parto.

--Ah io non so pi nulla, non so pi nulla, io ho perduta la testa. Da
quella notte....--mormor ella, nascondendosi il viso fra le mani. Ma
dopo qualche minuto, ella si lev, and vicino a Massimo, si sedette
accanto a lui, con una espressione di ansiet, di angoscia sulla
faccia che avrebbe impietosito il cuore pi duro.

--Sentite, sentite, voi non avete nessuna colpa,  vero, io non posso
dire nulla contro di voi, voi non mi avete ingannata, sono io che ho
voluto ingannarmi, lo confesso. Ma pure.... io vi amo, io non posso
levarmi dal cuore questo amore, io non resisto al pensiero di restare
sola, qui, mentre voi ve ne andate, cos lontano; morirei; sentite,
non ho mai mentito, morirei. Bisogna pur concedere qualche cosa agli
illusi, agli esseri semplici. Il mio destino  di amarvi, Massimo, non
vi  altro, per me. Che volete, il mio sogno continua, io non mi
sveglier che per entrare nella tomba. Sentite. Lasciatemi venir con
voi: andate solo, andate triste, laggi, in un paese ove non avete n
amici n parenti. Io, qui, non lascio nessuno. Posso disporre della
mia persona, della mia vita. Direte che vi sono sorella, nipote,
governante, direte che sono la vostra serva, mi contento. Purch io
possa seguirvi, vi servir, laggi. Non mi vedr nessuno; non uscir,
non andr in chiesa, rinunzier al mondo, a Dio, a tutto, pure di
vivere accanto a voi. Non importa, se non mi amate: portatemi via, vi
amo, non posso restare qui. Laggi, non importa se mi tratterete male,
non importa se mi dimostrerete, che vi secco: io avr pazienza,
rassegnazione, come voi mi comanderete di avere. Forse, vedete, non vi
nascondo la mia speranza, mi amerete un giorno; lontano, ma pu
giungere, il gran giorno! Lasciatemi aspettarlo al vostro fianco,
segretamente, umilmente, piamente, con la fede degli antichi
cristiani; lasciate che io possa spendere la vita mia per voi, non
posso farne altro, della mia vita. Voi siete spesso triste, una volta
le mie risate vi piacevano; vi piacevano le mie canzoni, io rider, e
canter per voi, tacer a una vostra parola, aspettando. Voi non mi
amerete mai, forse, ma io vi amer, sempre. Ah non mi respingete, non
mi lasciate; se incontrate di notte, un povero cane senza padrone che
vi segue, malinconicamente, voi non lo cacciate via,  vero? Perch
caccereste me? Siete uomo, siete cristiano, avete cuore, avete piet,
non mi riducete alla disperazione, portatemi con voi, voglio morire
accanto a voi, non qui, sola, non sola, per carit, portatemi con voi.

E la disgraziata scivol dalla sedia a terra, cadendogli ginocchioni
davanti, con la testa convulsa fra le mani.

--Luisa, Luisa, che fate?--grid lui, vivamente, cercando di
sollevarla.

--No, no, rester qui, sino a che mi avrete fatto questa
grazia--diss'ella, resistendo.

--Luisa, ve ne scongiuro, voi mi fate disperare....--E la sollev
sorreggendola, aiutandola a risedersi: ella lo guard supplichevole.

--Ditemi la parola--mormor abbattuta.

Egli cap che l'ora era giunta.

--Non posso, Luisa.

--Perch non potete?

--Non posso tenervi n come moglie, n come amante.

--A me non importa della mia riputazione: vi voglio bene, voglio venir
con voi.

--Non posso.

--Ma perch?

--Perch non vi amo di amore...

--Non importa, vi amer io.

Egli la guard, smarrito: l'ora era giunta, l'ora incalzava.

--Io amo un'altra donna!--proclam lui, a voce chiara.

--Oh!--ella disse, come soffocando. Egli si alz a met, come se
volesse aiutarla. Fredda, muta, Luisa lo ferm con un gesto. E solo
nel guardarla in viso con gli occhi dove il cerchio nero, intorno, era
diventato cos largo, con le labbra bianche e con due pieghe alle
labbra, dove prima si disegnava la curva del sorriso, con dieci anni
di pi, infine, con quella giovent che pareva sfiorita per sempre,
egli si sentiva torturare dai rimorsi. Ah, che egli non avrebbe mai
voluto pronunziarla, la fatale parola, il segreto profondo del suo
cuore, la nascosta angoscia di tutta la sua esistenza! Aveva esitato
un'ora, arretrandosi davanti agli intimi recessi dove il suo amore
viveva, non sapendo violare quel mistero impenetrabile, non sapendo
ferire cos mortalmente quel giovane cuore s amoroso e disperato.
Giammai, giammai, egli avrebbe confessato ad alcuno che amava, se
quella desolazione di anima buona appassionata, non lo avesse spinto a
tentarne cos una disperata salvezza: il suo segreto sarebbe rimasto
chiuso nel cuore, noto solo a Dio e a colei che aveva ispirato
quell'amore, bocca umana non lo avrebbe ripetuto, orecchio umano non
lo avrebbe udito, morto con lui, il segreto. Ma innanzi a quelle
lacrime, a quei singhiozzi, innanzi a quella esistenza perduta, egli
aveva finito per chiedersi se non era un poco colpevole, se non doveva
espiare, tentando di togliere al naufragio quell'anima, con un rimedio
estremo. E aveva dischiuso il tempio dove il suo idolo si ergeva,
fiero e implacabile, aveva mostrato alla disgraziata fanciulla che
l'altare aveva la sua dea, invitta, immortale. Egli, il pi mistico
fra i sacerdoti dell'amore, che stava a guardia, silenzioso, immoto,
del tabernacolo che niun occhio d'uomo doveva rimirare, aveva adesso
sollevato i veli sacri e mostrato all'occhio di Luisa la immagine
divina. Si sentiva adesso fiacco, senza coraggio, senza forza, come se
quella parola di rivelazione, avesse vuotato a un tratto le sue vene.
Aveva detto.

Luisa non piangeva, non singhiozzava, non sospirava: era seduta al suo
posto, con la faccia nascosta fra le mani sovrapposte, non dando segno
di vita: anche le mani che avevano tremato sempre, ora erano ferme,
bianche come quelle di una statua. Quando le abbass, quando rialz il
capo e Massimo potette vedere la sua faccia, egli sent il danno
fatto. Oramai la luce di quegli occhi dolci e amorosi si era
intorbidata per sempre, e li opprimeva la inguaribile mestizia delle
speranze infrante: oramai le traccie del riso erano cancellate da
quella delicata e giovanile fisonomia, mentre fra le sopracciglia si
creavano quelle due rughe dolorose delle lunghe cogitazioni
malinconiche; oramai il sangue era fuggito da quelle fresche,
fragranti labbra e il pallore della viola, fiore esangue, fiore
dolente, vi si era impresso, per sempre. La disgraziata aveva parlato,
nella sua ansia, nel suo abbandono, di risa, di canzoni: ma bastava
guardare la seriet oramai incancellabile del suo viso, per intendere
che eran finite, per sempre, le canzoni e le risate. Ah veramente,
veramente, come l'antico audace che tent disollevare la cortina del
tempio, come a Salammbo, figlia di Amilcare, che pose sul suo capo il
velo di Tani, cosparso di stelle e commise il sacrilegio, cos la
povera umile fanciulla era stata fulminata perch aveva tentato di
schiudere un cuore, perch aveva voluto entrare nel sacrario della
dea. Invero, egli aveva in s una piet immensa e sterile, una piet
fiacca e triste, per quella creatura fulminata: non sapeva dirle pi
nulla, la fatalit sfugge alla discussione, e non ha conforti che
l'attenuino. Infatti, fu essa la prima a parlare. Era una voce senza
dolcezza, senza tristezza, non velata, non roca, ma veramente
spezzata: nessun sentimento vi vibrava pi: infranta. Adesso le
domande che faceva, stanche, lente, sembravano l'appagamento di una
mesta curiosit, un riandare sulla sventura, cos, per sapere: senza
che la conoscenza novella potesse mai pi cangiare nulla di quello che
era stato.

--Voi l'amate.... molto?

--L'amo: quando si ama, si ama.

--Lo so---replic ella, sempre senza fremito nella voce, sempre senza
luce negli occhi.--Lo so: domandavo.... cos.... per sapere.

Il braccio di Luisa era disteso sulla scrivania e la mano sottile
aperta sul panno scuro. E pareva cos abbandonata, cos bianca, che a
lui sembr vedere, veramente, una mano di persona morta. Ma salvo ad
averne una infinita compassione, che cosa ci poteva fare, lui? Ambedue
soffrivano, e malgrado tutto, l'uno non poteva aiutare l'altro nella
propria disgrazia; essa lo amava, egli, aveva di lei una piet grande,
ma l'uno non poteva tergere neppure una lacrima dell'altro. Cos ,
l'amore. La divina armonia di due cuori che si scelgano e che si
amino, non risuona che assai raramente, nelle anime umane. E non ,
invece, che una catena, l'amore, di cui gli anelli sono di metalli
diversi, male appaiati, di forme diverse, che si corrodono e si
contorcono, senza potersi spezzare. Che ci poteva fare, lui? Tutto era
inutile, tutto.

--Voi l'amate da molto tempo?--ricominci lei, con quella intonazione
d'indifferenza, che faceva pi male di uno straziante singhiozzo.

--Da molto tempo.

--Da quando?

--Da.... sempre.

--Non avete mai amata alcun'altra?

--No: mai. Vi  un amore che altri non ne ammette.

-- vero: lo so--ella disse, chinando gli occhi.

Poi, tacque, pensando. Sembrava che riflettesse a un'altra domanda da
fare, e che temesse di farla, di cui non potesse ritrovare la forma.
Difatti, due o tre volte fu l l per parlare, quasi che la parola
volesse fuggirle irresistibilmente dalle labbra; ma si rattenne. Egli
aspettava, oramai deciso a dir tutto, sempre pi debole, sempre pi
esausto di forze morali. Invero erano due infelici creature: ma non vi
era nessun rimedio. Alla fine, ella, si decise e disse:

--Voi l'amerete.... sempre?

Prima di rispondere egli si raccolse e nei brevi minuti del silenzio,
ritorn su quello che era stato, su quello che era la sua passione,
prov a misurare il valore e la durata di quel vincolo che gli anni,
la morale e material consuetudine avevano reso profondo e non
risolvibile che dalla vecchiaia o dalla morte.

--Credo.... credo--egli mormor, esaurito--che l'amer sempre. Sono
vecchio, Luisa: e la vita non si ricomincia. Voi siete giovane.... e
potete obbliare....

--Voi non avete diritto di parlarmi cos--ella disse, con un amaro
sorriso.--Non vi accuso, non mi lagno; ma non cercate di consolarmi
con queste vaghe parole. Io valgo meglio di questi banali conforti.

--Scusatemi--egli soggiunse, inchinandosi a quell'altero dolore, che
non soffriva di essere turbato da nessuna voce, fosse pur quella della
persona amata.--Era un augurio che vi facevo: vi auguro di
dimenticare.... con tutto il cuore, ve lo auguro.

Ella scorse il capo, senza rispondere.

--Voi la raggiungete, col?

--S--egli disse, a bassa voce.

--Vi aspetta?

--No, non mi aspetta: ma mi ha chiamato--soggiunse lui amaramente.

--E voi obbedite?

--Obbedisco sempre. Ella mi ha detto di venir qui, nell'estate,
lasciandomi senza notizie, senza lettere, senza neppure farmi sapere
dove viaggiava: e sono stato qui, tre mesi per obbedirla.

--Ah, va bene, ho inteso--ella disse, senz'altro.

--Adesso mi scrive due parole, dicendomi di raggiungerla, dandomi il
suo indirizzo: e io parto, io attraverso l'Europa, vado dove ella ,
poich questo, capite,  il mio destino.

--Essa vi ama?

--No.

--Non vi ama?

--No, niente.

--Non vi ha amato?

--Mai.

--N avete speranza?

--Nessuna.

--Ma perch non vi ama?

--Perch vie della gente che non ama mai, Luisa--grid lui,
subitamente esaltato.

-- vero,  vero--ella rispose, vagamente.--Vi  molta gente che non
ama ed  forse felice.

--Forse.

--Ma perch vi chiama?

--Perch le fa piacere di avere un servo.

Un lugubre silenzio si fece intorno: le due vittime si guardarono,
smorte dello stesso pallore, esauste dallo stesso morbo morale; e fu
lei che per la prima, con una infinita dolcezza, gli disse:

--Voi siete come me.

--Come voi--mormor l'uomo forte, l'uomo scettico, umilmente,
dolentemente.

Niente altro. Ella si sollev dalla sedia, rimase ritta davanti alla
scrivania.

--Adesso me ne vado; buona sera.

--Ve ne andate?--chiese lui, un po' affannoso.

--S, s, me ne vado; buona sera, Massimo.

--Restate ancora un poco--balbett lui.--Ditemi....

--Noi ci siamo detto tutto: non vi  nulla nel vostro cuore che io non
sappia: voi sapete tutto del mio, non vi  pi nulla, pi nulla; buona
sera.

--Ma che farete?--egli disse.--Voglio sapere che farete!

--Niente--disse lei, voltandosi, facendo un gesto largo con le
braccia.--Niente.

--Non ci possiamo lasciare cos--disse lui, tutto
agitato.--Restate....

--Sarebbe inutile. Non _dovete_ voi andare?

--S.

--E io _debbo_ restare. Addio, Massimo.

--Addio, Luisa.

Ella se ne and senza voltarsi, un po' curva, ombra tacita e dolente.
Egli la vide sparire: ud aprire e chiudere due porte. E pensando che
in quel minuto, rientrata nella sua casa deserta, sola col suo dolore,
ella piangeva come tutte le misere creature umane, lui, misera umana
creatura pieg il capo, nel silenzio, nella solitudine, nel dolore e
pianse, di piet, di rimpianto, su Luisa, su Massimo.



FINE.



INDICE.

La grande fiamma,            pag.  1
Tramontando il sole,          "   91
L'amante sciocca,             "  217
Sogno di una notte d'estate,  "  301






MILANO--FRATELLI TREVES, EDITORI--MILANO

_ USCITO_

     TRIONFO
     DELLA
     MORTE

NUOVO ROMANZO DI

GABRIELE D'ANNUNZIO


Questo nuovo e tanto aspettato romanzo costituir un vero avvenimento
letterario. Ecciter le pi vive polemiche, gli entusiasmi e gli
anatemi, come tutte le opere di questo potente scrittore. La sua fama
 volata tant'alto, che la pi celebre delle riviste, la _Revue des
Deux Mondes_, ha acquistato il diritto della traduzione francese. Il
romanzo si divide in sei parti:


  Libro I: _Il Passato_.
  Libro II: _La Casa Paterna_.
  Libro III: _L'Eremo_.
  Libro IV: _La Vita Nuova_.
  Libro V: _Tempus destruendi_.
  Libro VI: _L'Invincibile_.


La quarta parte, che descrive un pellegrinaggio ad un santuario
d'Abruzzo,  per s solo un capo d'opera. Mai il D'Annunzio fu cos
grande coloritore e poeta come in questo nuovo e importante lavoro,
ch'egli dedica al pittore Michetti.



_Un elegante volume in-16 di 500 pag_., Lire Cinque.


DEL MEDESIMO AUTORE.


  IL PIACERE, romanzo. 6. edizione             L. 5--
  POESIE (l'Isotto, la Chimera), ediz. diamante   4--
  POEMA PARADISIACO; ODI NAVALI. 2. ed.           4--


Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori.
MILANO--FRATELLI TREVES, EDITORI--MILANO




GIOVANNI VERGA

Don Candeloro e C.^i


SECONDA EDIZIONE


Era molto aspettato questo nuovo volume del celebre
autore della _Storia d'una Capinera_, di _Eva_, della _Cavalleria
Rusticana_, dei _Malavoglia_. Sar un nuovo trionfo.

L'elegante volume comprende 12 novelle:


  Don Candelore e C.^i
  Le marionette parlanti.
  Paggio Fernando.
  La serata della diva.
  Il tramonto di Venere.
  Papa Sisto.
  Epopea spicciola.
  L'opera del Divino Amore.
  Il peccato di donna Santa.
  La vocazione di suor Agnese.
  Gli innamorati.
  Fra le scene della vita.


L. 3,50.--_Un volume in-16_--L. 3,50


DELLO STESSO AUTORE:

  _Storia di una capinera_ (13. ediz.)              2--
  _Eva_ (9. ediz.)                                  2--
  _Eros_ (5. ediz.)                                 2--
  _Tigre reale_ (8. ediz)                           1--
  _Il marito di Elena_ (6. ediz.)                   1--
  _I Malavoglia_ (3. ediz.)                         3 50
  _Mastro Don Gesualdo_ (3. ediz.)                  5--
  _Novelle_ (4. ediz.)                              2 50
  _I ricordi del Capitano D'Arce_ (3. ediz.)        2 50
  _Per le vie_, nuove novelle (2. ediz.)            2 50
  _Cavalleria Rusticana_. Vita dei Campi (6. ediz.) 3 50


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FISIOLOGIA DELLA DONNA

DI

PAOLO MANTEGAZZA


  INTRODUZIONE. La donna  un angelo o un demonio?
  I. Anatomia generale della donna.
  II. Frammento di biologia della donna.
  III. La donna nel tempo.
  IV. La donna nello spazio
  V. Deformazioni artificiali della donna.
  VI. Il vestito della donna.
  VII. Una pagina di psicologia generale.
  VIII. Sensibilit, emozioni e sentimenti nella donna.
  IX. La donna nell'amore.
  X. La donna madre.
  XI. La donna nutrice.
  XII. Le bellezze della donna.
  XIII. Il sentimento religioso della donna.
  XIV. Il carattere morale nella donna.
  XV. La donna nel vizio e nel delitto.
  XVI. I caratteri sessuali del pensiero femminile.
  XVII. La donna nella gerarchia sociale. La contadina e l'operaia.
  XVIII. La donna agiata e la donna ricca.
  XIX. Educazione della donna. La donna professionista.
  XX. L'educazione della donna d'una volta.
  XXI. La donna dell'avvenire.
  XXII. Il concetto del bello femminile attraverso i tempi.


_Due volumi in-16 di complessive 700 pagine_.

TERZA EDIZIONE--LIRE OTTO--TERZA EDIZIONE


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  L'ARTE
  di prender Marito

  DI

  PAOLO MANTEGAZZA

  --TERZA EDIZIONE--


  _Parte Prima_.--IL RACCONTO.

  I. La bambina diventa donna.
  II. Sogni e realt.
  III. Il primo amore.
  IV. Compaiono sull'orizzonte due altri pretendenti al cuore di Emma.
  V. La fanciulla consulta un'amica e la mamma.

  _Parte Seconda_.--IL MANOSCRITTO DEL BABBO.

  I. Consigli di un babbo alla sua figliuola per la scelta del marito.

    Il marito tiranno.
    Il marito geloso.
    Il marito avaro.
    Il marito debole.
    Il marito brontolone.
    Il marito libertino.
    Il marito fannullone.
    Il marito stupido.

  II. Le professioni rispetto alla felicit nel matrimonio.

    Il marito negoziante.
    Il marito artista.
    Il marito letterato.
    Il marito banchiere.
    Il marito ingegnere.
    Il marito scienziato.
    Il marito industriale.
    Il marito medico.
    Il marito politico.
    Il marito proprietario.
    Il marito avvocato.
    Il marito militare.

  III. Altri consigli del babbo nella scelta del marito.

  IV. Frammento di un codice di diplomazia matrimoniale.

  _Parte Terza_.--LA CONCLUSIONE DEL LIBRO.



_Un volume in formato_ bijou _stampato a colori._

LIRE QUATTRO.


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L'ARTE

DI prender Moglie

DI

PAOLO MANTEGAZZA

--QUINTA EDIZIONE--


  Fra Scilla e Cariddi.
  Il matrimonio nella societ moderna.
  L'elezione sessuale nel matrimonio. Dell'arte di sceglier bene.
  L'et e la salute.
  Le simpatie fisiche. La razza la nazionalit.
  Le armonie del sentimento.
  Le armonie del pensiero.
  La questione finanziaria nel matrimonio.
  Gli incidenti e gli accidenti del matrimonio.
  L'inferno.
  Il purgatorio.
  Il paradiso.


_Un volume di 280 pagine in formato_ bijou.

LIRE QUATTRO.


DELLO STESSO AUTORE:


  _Il secolo tartufo_ (4. ediz.)                          2--
  _Un giorno a Madera_ (15. ediz)                         1--
  _Testa_, libro per i giovinetti (18. ediz)              2--
  _India_, edizione illustrata (4. ediz,)                 3.50
  _La Natura_, 3 volumi in-8                               30--
  _Gli amori degli uomini_ 2 volumi (11 ediz.)              6--
  _Le estasi umane_ 2 volumi (5. ediz.)                   7--
  _Fisiologia dell'odio_ (3. ediz.)                       5--
  _Igiene dall'amore_ (4. ediz)                           4--
  _Epicuro_, saggio d'una fisiologia del bello (2. ediz)  3.50
  _Dizionario delle cose belle_ (2. ediz.)                4--


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EDMONDO DE AMICIS


  _La vita militare_ (24. ediz.)                          4--
  ----Edizione illustrata (3. ediz.)                     10--
  _Marocco_ (14. ediz.)                                   5--
  ----Edizione illustrata (3. ediz.)                     10--
  _Costantinopoli_ (16. ediz.)                            6 50
  ----Edizione illustrata                                 10--
  _Olanda_ (13. ediz.)                                    4--
  ----Edizione illustrata                                 10--
  _Novelle_ (11. ediz.)                                   4--
    Gli amici di collegio.--Camilla.--Furio.
   --Un gran giorno.--Alberto.--Fortezza,
   --La casa paterna.  ----Edizione illustrata            10--
  _Ricordi di Parigi_ (7. ediz.)                          3 50
  _Ricordi di Londra_ (21. ediz,)                         1 50
  _Poesie_ (8. edizione--1. in formato bijou)            4--
  _Ritratti letterari_ (2. ediz.)                         4--
    Alfonso Daudet.--Emilie Zola, polemista.--Emilie
    Augier.--Alessandro Dumas.--L'attore Coquelin.
    --Paolo Droulde.  _Gli amici_ (9. ediz.)            7--
  ----Edizione illustrata (16. ediz.)                     4--
  _Cuore _(158. ediz.)                                    2--
  ----Edizione illustrata                                 10--
  _Alle porte d'Italia_ (6. ediz.)                        3 50
  ----Edizione illustrata                                 10--
  _Sull'Oceano_ (19. ediz.)                               5--
  ----Edizione illustrata                                 10--
  _Il Vino_, illustrato da Arnaldo Ferraguti, Ettore
    Ximenes ed Enrico Nardi, _nuova edizione_              2 50
  _Il romanzo d'un maestro_ (10. ediz.)                   5--
  ----Edizione economica in 2 vol. (17. ediz.)            2--
  _Fra scuola e casa_ (5. ediz.)                          4--


IN PREPARAZIONE:

I. MAGGIO


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CORDELIA


PICCOLI EROI

LIBRO PER I RAGAZZI

_In-8 grande con 36 illustrazioni di A. Ferraguti_.

Lire Quattro.



  _Mondo Piccino_, illustrato (5. ediz.)                     1--
  _Mentre nevica_, illustrato (4. ediz.)                     2--
  _Il Castello di Barbanera_, ill. da D. Paolocci.            2--
  ----Edizione di lusso (2. ediz)                            4--
  _I nipoti di Barbabianca_, illustrato da Edoardo
    Matania (2. ediz.)                                       4--
  _Nel regno delle Fate_, ill. da E. Dalbono (3. ed.)        7 50
  _Alla Ventura_, con disegni di G. Amato (2. ed.)           4--
  _All'aperto_, racconti illustrati da A. Ferraguti,
    E. Nardi e G. Amato (2. ediz.)                           4--

  _Il regno della donna_ (7. ediz.)                          2--
  _Dopo le nozze_ (3. ediz.)                                 3--
  _Vita intima_ (7. ediz.)                                   1--
  _Prime battaglie_ (3. ediz.)                               2--
  _Catene_, romanzo (2. ediz.)                               3 50
  ----Edizione illustrata (3. ediz.)                         4--
  Per la gloria, romanzo (2.^ ediz.)                          3 50
  _Casa altrui_, con 24 disegni (2. ediz.)                   3--
  ----Edizione economica (6. ediz)                           1--
  _Racconti di Natale_ (2. ediz)                             3 50
  ----Edizione illustrata                                     4--
  _Il mio delitto_, romanzo (2. ediz.)                       3 50
  ----Edizione illustrata                                     3--
  _Forza irresistibile_, romanzo (2. ediz.)                  3 50
  _Per vendetta_, romanzo                                     3 50
  Piccoli Eroi, in-i6, ill. da A. Ferraguti (27. ed) 2--
  _I nostri figli_ (in preparazione).



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PREZZO DEL PRESENTE VOLUME: Lire 4.



NEL MEDESIMO FORMATO:

_POESIA_


  BALOSSARDI. _Giobbe_ (3. ediz.)                        L. 4--
  D'ANNUNZIO. _L'Isotto e La Chimera                        4--
  ----Poema Paradisiaco--Odi navali_ (2. ed.)               4--
  DE AMICIS. _Poesie_ (8. ediz.)                            4--
  GRAF. _Dopo il tramonto_                                   4--
  MARRADI. _Nuovi canti _                                    4--
  ----Ricordi lirici                                         4--
  SARFATTI. _Rime Veneziane e Minuetto_                      4--
  VIVANTI (Annie). _Lirica_                                  5--
  NEGRI (Ada). _Fatalit_ (5. ediz,)                        4--
  ZENA REMIGIO (G. Invrea). _Le Pellegrine_                  4--


  _PROSA_


  GIACOSA. _La signora di Challant_. Dramma
    in 5 atti (2. ediz.)                                    4--
  MANTEGAZZA. _L'arte di prender moglie_ (5. ed.)           4--
  ----_L'arte di prender marito_ (3. ediz.)                 4--
  PANZACCHI. _I miei racconti_                               4--
  RAGUSA MOLETI. _Memorie e acqueforti_                      4--
  ----Miniature e filigrane                                  3--
  SERAO (Matilde). _Gli Amanti_ (2. ediz.)                  4--
  VERGA. _Storia di una Capinera_ (13 ediz.)                3--


  _Sotto i torchi_


  COLAUTTI (Arturo). _Carmi virili_.
  CORDELIA. _I nostri figli_.


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written explanation to the person you received the work from.  If you
received the work on a physical medium, you must return the medium with
your written explanation.  The person or entity that provided you with
the defective work may elect to provide a replacement copy in lieu of a
refund.  If you received the work electronically, the person or entity
providing it to you may choose to give you a second opportunity to
receive the work electronically in lieu of a refund.  If the second copy
is also defective, you may demand a refund in writing without further
opportunities to fix the problem.

1.F.4.  Except for the limited right of replacement or refund set forth
in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS', WITH NO OTHER
WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT LIMITED TO
WARRANTIES OF MERCHANTIBILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.

1.F.5.  Some states do not allow disclaimers of certain implied
warranties or the exclusion or limitation of certain types of damages.
If any disclaimer or limitation set forth in this agreement violates the
law of the state applicable to this agreement, the agreement shall be
interpreted to make the maximum disclaimer or limitation permitted by
the applicable state law.  The invalidity or unenforceability of any
provision of this agreement shall not void the remaining provisions.

1.F.6.  INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the
trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in accordance
with this agreement, and any volunteers associated with the production,
promotion and distribution of Project Gutenberg-tm electronic works,
harmless from all liability, costs and expenses, including legal fees,
that arise directly or indirectly from any of the following which you do
or cause to occur: (a) distribution of this or any Project Gutenberg-tm
work, (b) alteration, modification, or additions or deletions to any
Project Gutenberg-tm work, and (c) any Defect you cause.


Section  2.  Information about the Mission of Project Gutenberg-tm

Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of computers
including obsolete, old, middle-aged and new computers.  It exists
because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from
people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need, is critical to reaching Project Gutenberg-tm's
goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
remain freely available for generations to come.  In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations.
To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
and the Foundation web page at http://www.pglaf.org.


Section 3.  Information about the Project Gutenberg Literary Archive
Foundation

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service.  The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541.  Its 501(c)(3) letter is posted at
http://pglaf.org/fundraising.  Contributions to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
permitted by U.S. federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S.
Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
throughout numerous locations.  Its business office is located at
809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email
business@pglaf.org.  Email contact links and up to date contact
information can be found at the Foundation's web site and official
page at http://pglaf.org

For additional contact information:
     Dr. Gregory B. Newby
     Chief Executive and Director
     gbnewby@pglaf.org

Section 4.  Information about Donations to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation

Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
spread public support and donations to carry out its mission of
increasing the number of public domain and licensed works that can be
freely distributed in machine readable form accessible by the widest
array of equipment including outdated equipment.  Many small donations
($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
status with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States.  Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements.  We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance.  To
SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any
particular state visit http://pglaf.org

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States.  U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses.  Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations.
To donate, please visit: http://pglaf.org/donate


Section 5.  General Information About Project Gutenberg-tm electronic
works.

Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg-tm
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone.  For thirty years, he produced and distributed Project
Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support.

Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S.
unless a copyright notice is included.  Thus, we do not necessarily
keep eBooks in compliance with any particular paper edition.

Most people start at our Web site which has the main PG search facility:

     http://www.gutenberg.org

This Web site includes information about Project Gutenberg-tm,
including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
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