Project Gutenberg's Gli duoi fratelli rivali, by Giambattista Della Porta

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Title: Gli duoi fratelli rivali

Author: Giambattista Della Porta

Editor: Vincenzo Spampanato

Release Date: June 5, 2007 [EBook #21683]

Language: Italian

Character set encoding: ISO-8859-1

*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK GLI DUOI FRATELLI RIVALI ***




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  GIAMBATTISTA DELLA PORTA



  LE COMMEDIE


  A CURA
  DI
  VINCENZO SPAMPANATO


  VOLUME SECONDO



  BARI
  GIUS. LATERZA & FIGLI
  TIPOGRAFI--EDITORI--LIBRAI
  1911





GLI DUOI FRATELLI RIVALI




PROLOGO.


Ol che rumore, ol che strepito  questo? Egli  possibil pure che
fra persone di valore e di sangue illustre ci abbia a venir mischiata
sempre questa vilissima canaglia? la qual per mostrar a quel popolazzo
che gli sta d'intorno, che s'intende di comedie, or rugna di qua, or
torce il muso di l. Par che le puzzi ogni cosa:--Questa parola non 
boccaccevole, questo si potea dir meglio altrimente, questo  fuor
delle regole di Aristotele, quel non ha del verisimile;--pascendosi di
quella aura vilissima popolare, n intende che si dica, e alla fine
viene a credere agli altri. E altri pieni d'invidia e di veleno, per
mostrar che la comedia non dia sodisfazione agli intendenti e che
l'hanno in fastidio, empiono di strepito e di gridi tutto il teatro. E
che genti son queste poi? qualche legista senza legge e qualche poeta
senza versi.

Credete, ignorantoni, con queste vostre chiacchiere far parere
un'opera di manco ch'ella sia, come il mondo dal vostro bestial
giudicio graduasse gli onori dell'opere? O goffi che ste! ch l'opre
son giudicate dall'applauso universal de' dotti di tutte le nazioni:
perch si veggono stampate per tutte le parti del mondo, e tradotte in
latino, francese, spagnolo e altre varie lingue; e quanto pi s'odono
e si leggono tanto pi piacciono e son ristampate, come  accaduto a
tutte l'altre buone sue sorelle che in publico e in privato comparse
sono. Vien qua, dottor della necessit, che con sei tratti di corda
non confessaresti una legge, che non sapendo della tua prosumi saper
tutte le scienze: certo che se sapessi che cosa  comedia, ti porresti
sotterra per non parlarne giamai. Ignorantissimo, considera prima la
favola se sia nuova, meravigliosa, piacevole, e se ha l'altre sue
parti convenevoli, ch questa  l'anima della comedia; considera la
peripezia, che  spirito dell'anima che l'avviva e le d moto, ch se
gli antichi consumavano venti scene per far caderla in una, in queste
sue senza stiracchiamenti e da se stessa cade in tutto il quarto atto,
e se miri pi adentro, vedrai nascer peripezia da peripezia e
agnizione da agnizione. Ch se non fossi cos cieco degli occhi
dell'intelletto come sei, vedresti l'ombre di Menandro, di Epicarmo e
di Plauto vagar in questa scena e rallegrarsi che la comedia sia
gionta a quel colmo e a quel segno dove tutta l'antichit fece
bersaglio.

Or questo  altro che parole del Boccaccio o regole di Aristotele, il
qual, se avesse saputo di filosofia o di altro quanto di comedia,
forse non arebbe quel grido famoso che possiede per tutto il mondo. Ma
tu, che sei goffo, non conosci l'arte. Or gracchiate tanto che
crepiate, ch il nome vostro non esce fuor del limitar delle vostre
camere; n per ci voi scemerete la fama dell'autore, la qual nasce da
altri studi pi gravi di questo, e le comedie fr scherzi della sua
fanciullezza. Or tacete, bocche di conche e di sepolcri de morti: ch
se provocarete la sua modestia, come or amichevolmente qui vi
ammonisce, far conoscer per sempre chi voi ste.

Ma questi ignorantoni per la rabbia m'han fatto tralasciare il mio
officio che era qui venuto a fare con voi. Or questo serva in vece di
prologo, ch l'argomento della favola lo vedrete minutamente spiegato
da questi che vengon fuora.




  PERSONE DELLA FAVOLA

  DON IGNAZIO giovane innamorato
  SIMBOLO suo camariero
  DON FLAMINIO giovane suo fratello
  PANIMBOLO suo camariero
  LECCARDO parasito
  MARTEBELLONIO capitano
  ANGIOLA vecchia
  CARIZIA giovane
  EUFRANONE vecchio
  POLISSENA sua moglie
  CHIARETTA fantesca
  AVANZINO servo
  Birri
  DON RODERIGO vicer della provincia.

  Il luogo dove si rappresenta la favola  Salerno.


[Nota di trascrizione: il personaggio elencato qui come DON RODERIGO 
in seguito chiamato DON RODORIGO o DON RODORICO, ed il personaggio
POLISSENA  chiamato POLISENA. Abbiamo conservato l'incongruenza
dell'originale.]




ATTO I.



SCENA I.

DON IGNAZIO giovane, SIMBOLO suo cameriero.


DON IGNAZIO. Egli  possibile, o Simbolo, ch'avendoti commesso che
fussi tornato e ben presto, che m'abbi fatto tanto penar per la
risposta?

SIMBOLO. A far molti servigi bisogna molto tempo, n io poteva caminar
tanto in un tratto.

DON IGNAZIO. In tanto tempo arei caminato tutto il mondo.

SIMBOLO. S, col cervello; ma io avea a caminar con le gambe.

DON IGNAZIO. Or questo  peggio, farmi penar di nuovo in ascoltar le
tue scuse. Che hai tu fatto?

SIMBOLO. Son stato al maestro delle vesti.

DON IGNAZIO. Cominci da quello che manco m'importa.

SIMBOLO. Cominciar da quello che pi vi piace: sono stato a don
Flaminio vostro fratello, per saper la risposta che ave avuto dal
conte di Tricarico della vostra sposa.

DON IGNAZIO. Che sai tu che questo mi piaccia?

SIMBOLO. Ve l'ho intesa lodar molto di bellezza, pregate don Flaminio
che tratti col conte ve la conceda, passegiate tutto il giorno sotto
le sue fenestre, e il pregio che guadagnaste nella festa de' tori
mandaste a donar a lei.

DON IGNAZIO. E ci m'importa manco del primo.

SIMBOLO. Sono stato a madonna Angiola.

DON IGNAZIO. Ben?

SIMBOLO. Non era in chiesa, ch non era ancor venuta; ed io, per
avanzar tempo per gli altri negozi, non l'aspettai.

DON IGNAZIO. Perch non lasciasti tutti gli altri per aspettar lei?

SIMBOLO. Che sapeva io che desiavate ci? Se potesse indovinar il
vostro cuore, sareste servito prima che me lo comandaste; e se a voi
non rincrescer comandarmi, a me non rincrescer servirvi. Vi fidate
de me de danari, argenti e gioie, e non potete fidar parole o secreti?

DON IGNAZIO. Ho celato il desiderio del mio cuore in sino alla camicia
che ho indosso; ma or son risoluto fidarmi di te, cos per obligarti a
consigliarmi ed aiutarmi con pi franchezza, come per isfogar teco la
passione. Ma un secreto s grande sia custodito da te sotto sincera
fede de un onorato silenzio.

SIMBOLO. Vi offro fedelt e franchezza nell'uno e nell'altro.

DON IGNAZIO. Io ardo della pi bella fiamma che sia al mondo; e
accioch tu sappi a puntino ogni cosa, cominciar da capo.--Quando
venne il gran capitano Ferrante di Corduba nel conquisto del regno di
Napoli, venner con lui molti gentiluomini e signori spagnuoli per
avventurieri, tra' quali fu don Rodorigo di Mendozza mio zio e noi
fratelli; e dopo la felice conquista di questo regno, noi e nostro zio
fummo molto largamente rimunerati da Sua Maest di molte migliaia di
scudi d'entrada e de' primi uffici del Regno: fra gli altri fu fatto
vicer della provincia di questa citt di Salerno....

SIMBOLO. Tutto ci sapeva bene, ch son stato a' vostri servigio

DON IGNAZIO.... Or ei, volendo rallegrare la citta di Salerno sotto il
suo governo, il carnescial passato ordin giochi di canne e di tori in
piazza per i gentiluomini, e un sollenne ballo nella sala di Palazzo
per le gentildonne. Venne il giorno constituito, venner e canne e tori
in piazza e le gentildonne in sala: fra le altre vennero due
giovanette sorelle. Ma perch dico giovanette, ch non dico due
angiolette? Elle parvero un folgore che lampeggiando offusc la
bellezza di tutte le altre. E se ben Callidora, la minore, fusse
d'incomparabil bellezza, posta incontro al sovran paragon di bellezza,
a Carizia, restava un poco pi languida, perch la maggiore avea non
so che di reale e di maraviglioso. Parea che la natura avesse fatto
l'estremo suo forzo in lei per serbarla per modello de tutte l'altre
opere sue, per non errar pi mai. Ella era s bella che non sapevi se
la bellezza facesse bella lei o s'ella facesse bella la bellezza;
perch se la miravi aresti desiderato esser tutto occhi per mirarla,
s'ella parlava esser tutto orecchie per ascoltarla: in somma tutti i
suoi movimenti e azioni erano condite d'una suprema dolcezza. Un s
stupendo spettacolo di bellezza rap a s tutti gli occhi e cuori de'
riguardanti: restr le lingue mute e gli animi sospesi, e se pur se
sentiva un certo tacito mormorio, era che ogniuno mirava e ammirava
una mai pi udita leggiadria. Io furtivamente mirava gli occhi di
Carizia, i quali quanto erano vaghi a riguardare tanto pungevano poi,
e quanto pi pungevano tanto pi ti sentivi tirar a forza di
rimirargli; e riguardando non si volean partire come se fussero stati
legati con una fune, talch non sapeva discernere qual fusse maggiore
o la dolcezza del mirare o la fierezza delle punture: al fin conobbi
che l'uno era la medicina dell'altro. E bench io prevedessi che quel
fusse un principio d'una fiamma nascente, dalla quale ogni mio spirito
dovea arderne crudelissimamente, pur non potea tenermi di non mirarla:
onde per non esser osservato da mio fratello, il prendo per la mano e
lo meno nello steccato....

SIMBOLO. Perch dubbitavate di vostro fratello?

DON IGNAZIO. Tu sai, da che siamo nati, avemo sempre con grandissima
emulazione gareggiato insieme di lettere, di scrima, di cavalcare e
sopra tutto nell'amoreggiare, ch ogniun di noi ha fatto professione
di tr l'innamorata all'altro. Il che s'avenisse cos di costei, si
accenderebbe un odio maggiore fra noi che mai fusse stato; sarebbe un
seme di far nascer tra noi tal sdegno che ci ammazzaremmo senz'alcuna
pietade.

SIMBOLO. Seguite. E poi?

DON IGNAZIO.... Appena entrammo nello steccato, come in un famoso
campo di mostrar virtude e valore, che fr stuzzicati i tori, i quali
furiosi e dalle narici spiranti focoso fiato vennero incontro noi.
Onde se mai generoso petto fu stimulato da disio di gloria, fu il mio
in quel punto; perch sempre volgea gli occhi in quel ciel di
bellezza, parea che da quelle vive stelle de' suoi begli occhi
spirassero nell'anima mia cos potentissimi influssi, cos infinito
valore ch'io feci fazioni tali che a tutti sembrarono meraviglie,
ch'io non solo non andava schivando gli affronti e i rivolgimenti de'
tori, ma gli irritava ancora, accioch con maggior furia
m'assalissero. Di quelli, molti ne destesi in terra e n'uccisi; ma in
quel tempo ch'io combatteva con i tori, Amor combatteva con me. O
strana e mai pi intesa battaglia! onde un combattimento era nello
steccato apparente e un altro invisibile nel mio cuore: il toro alcuna
volta mi feriva nella pelle e ne gocciolavano alcune stille di sangue,
e il popolo ne avea compassione; ma ella con i giri degli occhi suoi
mi fulminava nell'anima, ma perch le ferite erano senza sangue, niuno
ne avea compassione. De' colpi de' tori alcuni ne andavano vti
d'effetto; ma quelli degli occhi suoi tutti colpivano a segno. Pregava
Amore che crescesse la rabbia a' tori, ma temperasse la forza de'
guardi di Carizia. Al fin io rimasi vincitore del toro, ella
vincitrice di me: ed io che vinsi perdei, e fui in un tempo vinto e
vincitore, e restai nella vittoria per amore. Del toro si vedea il
cadavero disteso in terra, il mio vagava innanzi la sua bella imagine;
il popolo con lieto applauso gradiva la mia vittoria, ed io piangeva
la perdita di me stesso. Ahi quanto poco vinsi! ahi quanto perdei!
vinsi un toro e perdei l'anima....

SIMBOLO Faceste tanto gagliarda resistenza a' fieri incontri de' tori
e non poteste resistere a' molli sguardi d'una vacca?--Come si port
vostro fratello?

DON IGNAZIO. Fece anch'egli grandissime prodezze.--... In somma ella
fu l'occhio e la perfezione de tutta la festa. Finito il gioco,
fingendomi stracco e altre colorite cagioni, ritrassi don Flaminio
dallo steccato, il quale avea gran voglia d'uscirne, e ci reducemmo a
casa; ma prima avea imposto ad un paggio s'avesse informato chi fusse.
Andai a letto avendo il cuore e gli occhi ripieni della bellezza della
giovane e l'anima impressa della sua bella imagine; onde passai una
notte assai travagliata. Intesi poi la matina che era una gentildonna
onestissima, dotata di molte peregrine virt, di casa Della Porta; ma
povera per essernole state tolte le robbe per caggion de rubellione,
ch Eufranone, il padre, avea seguite le parti del principe de
Salerno.

SIMBOLO Se state cos invaghito di costei, perch trattar matrimonio
con la figlia del conte de Tricarico e ci avete posto don Flaminio
vostro fratello per mezano?

DON IGNAZIO. Quando piace a' medici che non calino i cattivi umori ne'
luoghi offesi, ordinano certi riversivi: io per ingannar mio fratello,
ch non s'imagini che ami costei, lo fo trattar matrimonio con la
figlia del conte.

SIMBOLO Ben, che avete deliberato di fare?

DON IGNAZIO. Per dar fine alle tante volte desiato e non mai
conseguito desiderio, trla per moglie.

SIMBOLO Avetici molto ben pensato prima?

DON IGNAZIO. E possedendo lei non sar un terreno iddio?

SIMBOLO Avertite che chi si dispone tr moglie, camina per la strada
del pentimento: pensatici bene.

DON IGNAZIO. Ci ho tanto pensato ch'il pensiero pensando s' stancato
nell'istesso pensiero.

SIMBOLO Che sapete se vostro fratello se ne contenta, o vostro zio che
vi vol maritar con una figlia de grandi de Ispagna? Poi, povera e
senza dote! Si sdegnar con voi e forsi vi privar di quella parte di
eredit ch'avea designato lasciarvi: perch gli errori che si fanno
ne' matrimoni, dove importa l'onor di tutta la famiglia, si tirano gli
odii dietro di tutto il parentado e principalmente de' fratelli e de'
zii.

DON IGNAZIO. Purch abbia costei per moglie, perda l'amor del
fratello, del zio, la robba e ogni cosa, fin alla vita. Che mi curo io
di robba? son altro che miserabili beni di fortuna? L'onest e gli
onorati costumi son i fregi dell'anima; ricchezze ne ho tante che
bastano per me e per lei. Or non potrebbe essere che, trattenendomi,
don Flaminio mi prevenisse e se la togliesse per moglie, ed io poi per
disperato m'avesse ad uccidere con le mie mani? Ho cos deliberato; e
le cose deliberate si denno subbito esseguire.

SIMBOLO Ecco don Flaminio vostro fratello.

DON IGNAZIO. Presto presto, scampamo via, ch non mi veggia qui ed
entri in sospetto di noi.

SIMBOLO. Andiamo.



SCENA II.

DON FLAMINIO giovane, PANIMBOLO suo cameriero.


DON FLAMINIO. Panimbolo, quando vedesti Leccardo, che ti disse?

PANIMBOLO. Voi altri innamorati volete sentire una risposta mille
volte.

DON FLAMINIO. Pur, che ti disse?

PANIMBOLO. Quel che suol dir l'altre volte.

DON FLAMINIO. Non puoi redirmelo? non vi dar un gusto al tuo padrone?

PANIMBOLO. Cose di vento.

DON FLAMINIO. E udir cose di vento mi piace.

PANIMBOLO. Che Carizia non stava di voglia, che raggionava con la
madre, che ci era il padre, che venne la zia, che sopraggionse la
fantesca, che come ar l'agio parlar, far, e cose simili. Ben sapete
che  un furfante e che, per esser pasteggiato e pasciuto da voi di
buoni bocconi, pasce voi di bugie e di vane speranze.

DON FLAMINIO. Io ben conosco ch' un bugiardo: pur sento da lui
qualche rifrigerio e conforto.

PANIMBOLO. Scarso conforto e infelice refrigerio  il vostro.

DON FLAMINIO. Ad un povero e bisognoso come io, ogni piccola cosa 
grande.

PANIMBOLO. Anzi a voi, essendo di spirito cos eccelso e ardente, ogni
gran cosa vi devrebbe parer poca.

DON FLAMINIO. Il sentir ragionar di lei, di suoi pensieri e di quello
che si tratta in casa, m'apporta non poco contento; e mi ha promesso
alla prima commodit darle una mia lettera.

PANIMBOLO. O Dio, non v' stato affermato per tante bocche di persone
di credito che non sieno persone in Salerno pi d'incorruttibil onest
di queste, e che invano spera uomo comprarse la loro pudicizia? n voi
in tanto tempo che la servite ne avete avuto un buon viso.

DON FLAMINIO. Tutto questo so bene. Ma che vi che faccia? non posso
voler altro, perch cos vuole chi pu pi del mio potere.

PANIMBOLO. Chetatevi e abbiate pazienza.

DON FLAMINIO. La pacienza  cibo o de santi o d'animi vili.

PANIMBOLO. E voi amate senza goder al presente ci n sperar al
futuro.

DON FLAMINIO. Almeno, se non ama me, non ama don Ignazio, e non la
possedendo io non la possiede egli. Quella sua onest quanto pi
m'affligge pi m'innamora: io non posso odiar il suo odio, godo del
suo disamore. Ch s'alle pene ch'io patisco s'aggiungesse il sospetto
di don Ignazio, sarebbono per me troppo aspre e insopportabili.

PANIMBOLO. Io dubbito che don Ignazio avendo tentata la via ch'or voi
tentate ed essendoli riuscita vana, ch'or ne tenti una pi riuscibile.

DON FLAMINIO. Don Ignazio non vi pensa n la vidde.

PANIMBOLO. Son speranze con che ingannate voi stesso.

DON FLAMINIO. Facil cosa  ingannar un altro, ma ingannar se stesso 
molto difficile. Io in quel giorno, perch non avea altro sospetto che
di lui, puosi effetto ad ogni suo gesto e conobbi veramente che non
s'accorse di lei: perch dove girava gli occhi, li girava io; dove
mirava, mirava io; non diceva parola che non la volesse ascoltare; e
accioch non s'accorgesse di lei, il tolsi dalla sala e il condussi
allo steccato; e finito il gioco venne meco a casa, cenammo e ce
n'andammo a letto e raggionammo d'ogni altra cosa che vedemmo quel
giorno, eccetto che di quelle giovani. Ch s'egli si fusse accorto di
s inusitata bellezza, non l'arebbe tratto tutto il mondo da quello
steccato, da quella sala, dalle sue faldi; e quando t'imposi che ti
fussi informato chi fusse, usai la maggior diligenza del mondo ch non
se ne fusse accorto. Io non sono cos goffo come pensi. E se Leccardo,
che abita in casa sua, n'avesse inteso altra cosa, non me l'arebbe
referito?

PANIMBOLO. Il parasito Leccardo? state fresco, ch delle ventiquattro
ore del giorno ne sta imbriaco o ne dorme pi di trenta. Vostro
fratello tanto pu star senza far l'amore quanto il cielo senza stelle
o il mar senza tempesta.

DON FLAMINIO. Egli sta invaghito e morto della figlia del conte de
Tricarico--ed io sono mezano del matrimonio e mi ci affatico molto per
trmi da questo suspetto,--e m'ha dato parola che, volendo dargli
quarantamila docati, sposaralla; ma egli non vol darne pi che
trentamila.

PANIMBOLO. Come pu starne invaghito e morto s'ella  brutta come una
simia? n credo che la torrebbe per centomila; ed essendo egli di
feroce e magnanimo spirito, poco si curarebbe di diecimila ducati, ch
se li gioca in mez'ora. Ma dubbito che essendo gran tempo esercitato
negli artifici della simulazione, che tutto ci non dica per
ingannarvi; e vi mostrarei per chiarissime congetture ch'egli aspiri a
posseder Carizia.

DON FLAMINIO. Non piaccia a Dio che ci sia! ch se per altre
cortigianucce di nulla ci siamo azzuffati insieme, pensa tu che
farebbomo per costoro; e questa ingiuria io la sopporterei pi
volentieri da ogni uomo che da mio fratello.

PANIMBOLO. Egli da quel giorno della festa  divenuto un altro. Parla
talvolta, sta malinconico, mai ride, mangiando si smentica di
mangiare, dove prima mangiava per doi suoi pari, la notte poco dorme,
sta volentieri solo, e standovi sospira, s'affligge e si crucia tutto.

DON FLAMINIO. Io ho osservato in lui tutto il contrario.

PANIMBOLO. Perch si guarda da voi solo; n mai lo veggio ridere o
star allegro se non quando  con voi. Di pi, non  mai giorno che non
passi mille volte per questa strada dinanzi alla sua casa.

DON FLAMINIO. Io non ve l'ho incontrato giamai.

PANIMBOLO. Deve tener le spie per non esservi clto da voi; e quella
arte, che voi usate con lui, egli usa con voi. Ma io vi giuro che
quante volte m' accaduto passarvi, sempre ve l'ho incontrato.

DON FLAMINIO. Oim, tu passi troppo innanzi, mi poni in sospetto e
m'ammazzi. Ma come potrei io di ci chiarirmi?

PANIMBOLO. Agevolissimamente: subbito che l'incontrate, diteli che il
conte  contento dargli li quarantamila scudi purch la sposi per
questa sera; e se non trover qualche scusa per isfuggir o prolungar
le nozze, cavatemi gli occhi.

DON FLAMINIO. Dici assai bene; e or ora vo' gir a trovarlo e fargli
l'ambasciata.

PANIMBOLO. Ascoltate: dateli la nuova con gran allegrezza e mirate nel
volto e negli occhi, osservate i colori--ch ne cambier mille in un
ponto: or bianco or pallido or rosso,--osservate la bocca con che
finti risi; in somma ponete effetto a tutti i suoi gesti, ch
troverete quanto ve dico.

DON FLAMINIO. Cos vo' fare.

PANIMBOLO. Ma ecco la peste de' polli, la destruzione de' galli
d'India e la ruina de' maccheroni!



SCENA III.

LECCARDO parasito, PANIMBOLO, DON FLAMINIO.


LECCARDO. Non son uomo da partirmi da una casa tanto misera prima che
non sia cacciato a bastonate?...

PANIMBOLO. (Leccardo sta irato. Ho per fermo che non ar leccato
ancora, ch niuna cosa fuorch questa basta a farlo arrabbiare).

LECCARDO....  forse che debba soffrir cos miserabil vita per i
grassi bocconi che m'ingoio: una insalatuccia, una minestra de bietole
come fusse bue? bel pasto da por innanzi alla mia fame bizzarra!...

PANIMBOLO. (Ogni sua disgrazia  sovra il mangiare).

LECCARDO.... Digiunar senza voto? forse che almeno una volta la
settimana si facesse qualche cenarella per rifocillar i spiriti!...

DON FLAMINIO. (L'hai indovinata: non ha mangiato ancora).

LECCARDO.... Per non  meraviglia se mi sento cos leggiero: non
mangio cose di sostanza....

DON FLAMINIO. (Lo vo' chiamare).

PANIMBOLO. (Non l'interrompete, di grazia: dice assai bene, loda la
largit del suo padrone).

DON FLAMINIO. Volgiti qua, Leccardo.

LECCARDO. O signor don Flaminio, a punto stava col pensiero a voi!

DON FLAMINIO. Parla, ch la tua bocca mi pu dar morte e vita.

LECCARDO. Che! son serpente io che con la bocca do morte e vita? La
mia bocca non d morte se non a polli, caponi e porchette.

PANIMBOLO. E li di morte e sepoltura ad un tempo.

DON FLAMINIO. Lasciamo i scherzi: ragionamo di Carizia, ch non ho
maggior dolcezza in questa vita.

LECCARDO. Ed io quando ragiono di mangiare e di bere.

DON FLAMINIO. Narrami alcuna cosa: racconsolami tutto.

LECCARDO. Ti sconsoler pi tosto.

DON FLAMINIO. Potrai dirmi altro che non mi ama? lo so meglio di te.
L'incendio  passato tanto oltre che mi pasco del suo disamare: di'
liberamente.

LECCARDO. Vedi questi segni e le lividure?

DON FLAMINIO. Tu stai malconcio: chi fu quel crudelaccio?

LECCARDO. La tua Carizia me l'ha fatte.

DON FLAMINIO. Mia? perch dici mia, se non vuoi dir nemica?--Ma
pur com' passato il fatto?

LECCARDO. Oggi, perch stava un poco allegretta, lodava la sua
bellezza; ella ridea. Io, vedendo che sopportava le lodi, prendo animo
e passo innanzi:--Tu ridi e gli assassinati dalla tua bellezza
piangono e si dolgono, ch quel giorno che fu festa de' tori
innamorasti tutto il mondo!--Ella pi rideva ed io passo pi
innanzi:--E fra gli altri ci  un certo che sta alla morte per amor
tuo!...

DON FLAMINIO. Tu te ne passi troppo leggiermente: raccontamelo pi
minutamente.

LECCARDO.... A pena finii le parole, che vidi sfavillar gli occhi come
un toro stuzzicato, e la faccia divenir rossa come un gambaro. Tosto
mi die' un sorgozzone che mi tronc la parola in gola; e dato di mano
ad un bastone che si trov vicino, lo lasciava cadere dove il caso il
portava, non mirando pi alla testa che alla faccia o al collo. Cadei
in terra; mi die' colpi allo stomaco e calci che se fusse stato un
ballone me ara fatto balzar per l'aria, ingiuriandomi roffiano e
che lo volea dir ad Eufranone suo padre.

DON FLAMINIO. Non spaventarti per questo, ch le donne al principio
sempre si mostrano cos ritrose: si ammorbider ben s. Ma abbi
pazienza, Leccardo mio, ch de' colpi delle sue mani non ne morrai.

LECCARDO. Le tue belle parole non m'entrano in capo e mi levano il
dolore e la fame.

DON FLAMINIO. Faremo che Panimbolo ti medichi e ti guarisca.

PANIMBOLO. Io ho recette esperimentate per le tue infirmit.

LECCARDO. Dimmele, per amor de Dio!

PANIMBOLO. Al gorguzale ci faremo una lavanda di lacrima e di vin
greco molte volte il giorno.

LECCARDO. Oh, bene! ho per fermo che tu debbi essere figlio di qualche
medico. E se non guarisce alla prima?

PANIMBOLO. Reiterar la ricetta.

LECCARDO. Almeno per una settimana! Che faremo per li denti?

PANIMBOLO. Uno sciacquadenti di vernaccia di Paula o di vin d'amarene.

LECCARDO. Tu ti potresti addottorare. Ma per far maggior operazione
bisognarebbe che i liquori fusser vecchi.

PANIMBOLO. N'avemo tanto vecchi in casa c'hanno la barba bianca.

LECCARDO. E per lo stomaco poi?

PANIMBOLO. Bisogna tr quattro pollastroni e fargli buglir ben bene, e
poi colar quel brodo grasso in un piatto e porvi dentro a macerar
fette de pan bianco, e accioch non esalino quei vapori dove sta tutta
la virt, bisogna coprir ch venghino ben stufati, poi spargervi sopra
cannella pista, e sar un eccellente rimedio. All'ultimo, un poco di
caso marzollino per un sigillastomaco.

LECCARDO. Veramente da te si devriano trre le regole della medicina.
Andamo a medicar presto, ch m' salito addosso un appetito ferrigno,
e tanta saliva mi scorre per la bocca che n'ho ingiottito pi de una
carrafa. La medicina n'ha reinfrescato il dolor delle piaghe e m'ha
mosso una febre alla gola che mi sento mancar l'anima.

PANIMBOLO. Con certe animelle di vitellucce ti riporr l'anima in
corpo.

LECCARDO. Se fussi morto e sepellito resuscitarei per farmi medicar da
voi. Don Flaminio, avessi qualche poco di salame o di cascio
parmigiano in saccoccia?

DON FLAMINIO. Orbo, questa puzza vorrei portar adosso io?

LECCARDO. Ma che muschio, che ambra, che aromati preziosi odorano pi
di questi?

DON FLAMINIO. Leccardo mio, come io so medicar i tuoi dolori, cos
vorrei che medicassi i miei!

LECCARDO. Non dubitar, ch quando toglio una impresa, pi tosto muoio
che la lascio.

DON FLAMINIO. Vieni a mangiar meco questa mattina.

LECCARDO. Non posso: ho promesso ad altri.

DON FLAMINIO. Eh, vieni.

LECCARDO. Eh, no.

PANIMBOLO. (Mira il furfante! se ne muore e se ne vuol far pregare).

DON FLAMINIO. Fa' ora a mio modo, ch'una volta io far a tuo modo.

LECCARDO. Son stato invitato da certi amici ad un buon desinare, ma
vo' ingannargli per amor vostro.

DON FLAMINIO. Va' a casa e ordina al cuoco che t'apparecchi tutto
quello che saprai dimandare, e fa' collazione; tratanto che sia
apparecchiato, ser teco, ch vo per un negozio.

LECCARDO. Ed io ne far un altro e sar a voi subbito. (Vedo il
capitan Martebellonio. Non ho visto di lui il maggior bugiardo; sta
gonfio di vento come un ballone e un giorno si risolver in aria. Ha
fatto mille arti, prima fu sensale, poi birro, poi aiutante del boia,
poi ruffiano; e pensa con le sue bravate atterrire il mondo, e stima
che tutte le gentildonne si muoiano per la sua bellezza). Ben trovato
il bellissimo e valorosissimo capitan Martebellonio!



SCENA IV.

MARTEBELLONIO capitano, LECCARDO.


MARTEBELLONIO. Buon pro ti faccia, Leccardo mio!

LECCARDO. Che pro mi vol far quello che non ho mangiato ancora?

MARTEBELLONIO. So che la mattina non ti fai coglier fuori di casa
digiuno.

LECCARDO. E che ho mangiato altro che un capon freddo, un pastone, una
suppa alla franzese, un petto di vitella allesso, e bevuto cos alto
alto diece voltarelle?

MARTEBELLONIO. Ecco, non ti ho detto invano il buon pro ti faccia.

LECCARDO. Quelle cose son digeste gi e fatto sangue nelle vene; ma lo
stomaco mi sta vto come un tamburro. Ma voi adesso vi dovete alzar da
letto e far castelli in aria, eh?

MARTEBELLONIO. Ho tardato un pochetto, ch ho atteso a certi dispacci.

LECCARDO. Per chi?

MARTEBELLONIO. Per Marte l'uno e l'altro per Bellona.

LECCARDO. Chi  questo Marte? chi  questa Bellona?

MARTEBELLONIO. Oh, tu sei un bel pezzo d'asino!

LECCARDO. Di Tunisi ancora.

MARTEBELLONIO. Non sai tu che Marte  dio del quinto cielo, il dio
dell'armi? e Bellona delle battaglie?

LECCARDO. Che avete a far con loro?

MARTEBELLONIO. Non sai che son suo figlio e son lor luogotenente
dell'armi e delle battaglie in terra, com'eglino tengono il possesso
dell'armi nel cielo? per il mio nome  di Marte-bellonio.

LECCARDO. E per chi gli mandate il dispaccio?

MARTEBELLONIO. Per un mozzo di camera.

LECCARDO. Come? gli attaccate l'ale dietro per farlo volar nel cielo?

MARTEBELLONIO. L'attacco le lettere al collo con un sacchetto di pane
che basti per quindici giorni, poi lo piglio per lo piede e me lo giro
tre volte per la testa e l'arrandello nel cielo. Marte, che sta
aspettando, come il vede, il prende e ferma; si non, che ne salirebbe
sin alla sfera stellata.

LECCARDO. A che effetto quel sacco di pane?

MARTEBELLONIO. Ch non si muoia di fame per la via.--Marte, avendo
inteso gli avisi, spedisce le provisioni e lo manda gi. Come il
veggio cader dal cielo come una nubbe, vengo in piazza e lo ricevo
nella palma; ch si desse in terra, se ne andrebbe fin al centro del
mondo.

LECCARDO. Che bevea? il mangiar il pane solo l'ingozzava e potea
affogarsi. O si mor di sete?

MARTEBELLONIO. Bev un canchero che ti mangia!

LECCARDO. Oh s' bella questa, degna di un par vostro!

MARTEBELLONIO. Ti vo' raccontar la battaglia ch'ebbi con la Morte.

LECCARDO. Non saria meglio che andassimo a bere due voltarelle per
aver pi forza, io di ascoltare e voi di narrare?

MARTEBELLONIO. Il ber ti apportarebbe sonno, ed io non te la ridirei
se mi donassi un regno. I miei fatti son morti nella mia lingua, ma
per lor stessi sono illustri e famosi e si raccontano per
istorie.--Sappi che la Morte prima era viva ed era suo ufficio
ammazzar le genti con la falce. Ritrovandomi in Mauritania, stava alle
strette con Atlante, il qual per esser oppresso dal peso del mondo era
maltrattato da lei. Io, che non posso soffrir vantaggi, li toglio il
mondo da sopra le spalle e me lo pongo su le mie....

LECCARDO. (Sar pi bella della prima!). Ditemi, quel gran peso del
mondo come lo soffrivano le vostre spalle?

MARTEBELLONIO. Appena mi bastava a grattar la rogna.--... Al fin, lo
posi sovra questi tre diti e lo sostenni come un melone....

LECCARDO. Quando voi sostenevate il mondo, dove stavate, fuori o
dentro del mondo?

MARTEBELLONIO. Dentro il mondo.

LECCARDO. E se stavate di dentro, come lo tenevate di fuori?

MARTEBELLONIO. Volsi dir: di fuori.

LECCARDO. E se stavate di fuori, eravate in un altro mondo e non in
questo.

MARTEBELLONIO. O sciagurato, io stava dove stava Atlante quando
anch'egli teneva il mondo.

LECCARDO. Ben bene, seguite l'abbattimento.

MARTEBELLONIO.... Mona viva, sentendosi offesa ch'avessi dato aiuto al
suo nemico, mi mirava in cagnesco con un aspetto assai torbido e
aspro, e con ischernevoli parole mi beffeggiava. La disfido ad
uccidersi meco: accett l'invito, e perch avea l'elezion dell'armi,
se volse giocar la vita al ballonetto....

LECCARDO. Perch non con la falce?

MARTEBELLONIO. Ch ben sapea la virt della mia dorindana.--...
Constituimmo per lo steccato tutto il mondo: ella n'and in oriente,
io in occidente....

LECCARDO. Voi elegeste il peggior luogo, perch il sole vi feriva
negli occhi; e poi quello occidente porta seco malaugurio: che
dovevate esser ucciso.

MARTEBELLONIO. L'arte tua  della cucina e appena t'intendi se la
carne  ben allessa. Che tma ho io del sole? con una cra torta lo fo
nascondere coperto d'una nube. Poi uccidente  quello che uccide: io
avea da esser l'uccidente, ella l'uccisa.

LECCARDO. Seguite.

MARTEBELLONIO.... Il ballonetto era la montagna di Mauritania. A me
tocc il primo colpo; percossi quella montagna cos furiosamente, che
and tanto alto che giunse al cielo di Marte, e non la fece calar gi
in terra per segno del valor del suo figlio....

LECCARDO. Cos privasti il mondo di quella montagna. Ma quella che ci
 adesso, che montagna ?

MARTEBELLONIO. Oh, sei fastidioso! ascolta se vi, se non, va' e
t'appicca.

LECCARDO. Ascolter.

MARTEBELLONIO.... Ella dicea aver vinto il gioco, perch era imboccato
il ballonetto: la presi per la gola con duo diti e l'uccisi come una
quaglia, talch non  pi viva ed io son rimasto nel suo ufficio.--Ma
scostati da me, ch'or che mi sento imbizzarrito, che non ti strozzi.

LECCARDO. Oim, che occhi stralucenti!

MARTEBELLONIO. Guardati che qualche fulmine non m'esca dagli occhi e
ti brusci vivo.

LECCARDO. Tutta l'istoria  andata bene; ma ve ste smenticato che non
fu ballonetto ma ballon grande, e tanto grande che non si basta a
ingiottire. Ma io ti vo' narrar una battaglia ch'ebbi con la Fame.

MARTEBELLONIO. Che battaglie, miserello?

LECCARDO. La Fame era una persona viva, macra, sottile, ch'appena avea
l'ossa e la pelle; e soleva andar in compagnia con la Carestia, con la
Peste e con la Guerra, ch n'uccideva pi ella che non le spade. Ci
disfidammo insieme: lo steccato fu un lago di brodo grasso dove
notavano caponi, polli, porchette, vitelle e buoi intieri intieri; qui
ci tuffammo a combattere con i denti. Prima ch'ella si mangiasse un
vitello, io ne tracannai duo buoi e tutte le restanti robbe; e perch
ancora m'avanzava appetito e non avea che mangiare, mi mangiai lei:
cos non fu pi la Fame al mondo, ed io sono suo luogotenente e ho due
fami in corpo, la sua e la mia. Ma prima andiamo a mangiare; se non,
che mi mangiar te intiero intiero: Dio ti scampi dalla mia bocca!

MARTEBELLONIO. Tu sei un gran bugiardo!

LECCARDO. Voi ste maggior di me: son un vostro minimo!

MARTEBELLONIO. Dimmi un poco, quanto tempo  che Calidora non t'ha
parlato di me?

LECCARDO. Ogni ora che mi vede; e quando passegiate cos altiero
dinanzi le sue fenestre, spasima per il fatto vostro.

MARTEBELLONIO. Io so molto ben che la poverella si deve strugger per
me, ch n'ho fatto strugger dell'altre. Ma io vorrei venir presto alle
strette.

LECCARDO. Ella desia che fusse stato; e se voi mi pascete ben questa
sera, io vi recar buone novelle e vi do la mia fede.

MARTEBELLONIO. Guardati, non mi toccar la mano, ch se venisse,
stringendo te ne farei polvere, ch stringe pi d'una tanaglia.

LECCARDO. Cancaro! bisogna star in cervello con voi!

MARTEBELLONIO. Quando mi porterai nuova che vada a giacer con lei, ti
far un pasto da re.

LECCARDO. (Prima sar morto che sia pesta la pasta per questo pasto!).

MARTEBELLONIO. Io ti farei mangiar meco; ma perch oggi  marted, in
onor del dio Marte non mangio altro che una insalatuccia di punte di
pugnali, quattro ballotte di archibuggio in cambio d'ulive, due balle
d'artigliaria in pezzi con la salsa, un piatto di gelatina di
orecchie, nasi e labra di capitani e colonelli, spolverizzati sopra di
limatura di ferro come caso grattuggiato.

LECCARDO. Che ste struzzo che digerite quel ferro?

MARTEBELLONIO. Lo digerisco, e diventa acciaio.

LECCARDO. Dovete tener l'appalto con i ferrari dell'acciaio che
cacate.

MARTEBELLONIO. Andr a consultar un duello e tornando mangiaremo: cos
ad un tempo sodisfar alla mia fama e alla tua fame.

LECCARDO. Gi si  partito il pecorone: se non fusse che alcuna volta
mi fa far certe corpacciate stravaganti in casa sua, non potrei
soffrir le sue bugie. Mangia la carne mezza cruda e sanguigna: e dice
che cos mangiano i giganti, e che vuole assuefarsi a mangiar carne
umana e bersi il sangue de' suoi nemici. Non ar contento se non gli
fo qualche burla. Andr in casa di don Flaminio che deve aspettarmi.




ATTO II



SCENA I.

DON IGNAZIO, SIMBOLO.


DON IGNAZIO. Dura cosa  l'aver a far con i servidori: sa ben Simbolo
quanto desio di andar a trovar mon'Angiola, e non ritorna. Ma
eccolo.--Come hai fatto aspettarmi tanto, o Simbolo?

SIMBOLO. Come saprete quanto ho fatto in vostro serviggio, mi lodarete
della tardanza. Sappiate che incontrandomi con don Flaminio, mi
domand con grande instanza di voi; e domandando io la caggion di
tanta instanza, rispose che non voleva dirlo se non a voi solo. Mi
lascia, e m'incontro con Panimbolo, il quale altres mi dimand di
voi; e pregandolo mi dicesse che cosa chiedeva da voi, disse in
secreto che don Flaminio aveva conchiuso col conte di Tricarico il
matrimonio della figlia, e che vi vuol dare quarantamilla ducati
purch foste andato a sposarla per questa sera....

DON IGNAZIO. Oim, che pugnale  questo che mi spingi nel core? Mi
rompi tutti i disegni e conturbi quanto avea proposto di fare: me hai
morto!

SIMBOLO.... Io, accioch non vi trovasse prima di me e vi cogliesse
all'improviso, corro di qua, corro di l per trovarvi, n lascio
luoco, dove solete pratticar, che non avesse cerco. Fratanto
considerava fra me stesso cotal nuova: cado in pensiero che sia un
fingimento di vostro fratello di scoprir l'animo vostro, se stiate
innamorato d'alcuna donna....

DON IGNAZIO. Buon pensiero, per vita mia!

SIMBOLO.... Per chiarirmi di ci, con non men subito che ispedito
consiglio me ne vo in casa del conte di Tricarico, e non vedo genti n
apparecchi di nozze. Piglio animo ed entro con iscusa di cercar don
Flaminio, e me ne vo insin in cucina e non vi veggio n cuochi n
guattari. Dimando di don Flaminio, e mi rispondono che  pi di un
mese che non l'han veduto. Mi fermo e veggio il cappellano: entro in
ragionamento con lui, e mi dice che il conte questa mattina  gito a
Tricarico a caccia, e mi dice che molti giorni sono che del matrimonio
pi non si tratta, anzi stima che don Flaminio vuol dargli la baia.

DON IGNAZIO. O Simbolo, che sia tu benedetto mille volte, ch'avendomi
con la prima nuova tolto l'anima, con questa me l'hai riposta in
corpo! Quando mi disobligar di tanto obligo?

SIMBOLO. Or dunque, venendo a voi don Flaminio a farvi la proposta,
accioch pi l'inganniate e confirmiate nel suo proposito, mostrate
grandissima allegrezza, accettate l'offerta; e si dice per questa
sera, voi diteli per allora.

DON IGNAZIO. Or questo s che non far io, ch non mi basteria il cuor
mai.

SIMBOLO. Sar forza che lo facciate.

DON IGNAZIO. Mi farei uccider pi tosto.

SIMBOLO. E se non volete, farete che vostro fratello s'accorga che
stiate innamorato di Carizia, e come uomo di torbido e precipitoso
ingegno vi preverr a trsela per moglie, o verrete a qualche cattivo
termine insieme.

DON IGNAZIO. Dubbito di non incorrere in qualche inconveniente
peggiore.

SIMBOLO. Che cosa di mal di ci ne pu avvenire?

DON IGNAZIO. Son disposto far quanto tu mi consigli.

SIMBOLO. Ecco madonna Angiola che viene a casa.



SCENA II.

ANGIOLA, SIMBOLO, DON IGNAZIO.


ANGIOLA. (Conosco a prova che il peso degli anni  il maggior peso che
possa portar l'uomo su la sua persona, poich in s breve viaggio che
ho fatto, son cos stanca come si avesse portato qualche gran soma).

DON IGNAZIO. (Vo innanzi a toglierle la via).

ANGIOLA. (Son inciampata con don Ignazio c'ho cercato fuggir con ogni
industria, ch so che cerca parlarmi di Carizia mia nipote; n vorrei
che prorumpesse in qualche cosa men ch'onesta).

DON IGNAZIO. Signora Angiola, ho desiato gran tempo ragionar con voi
d'un negozio importantissimo.

ANGIOLA. Eccomi al vostro commodo: ben la priego a non trattarmi di
cosa che men che onesta non sia.

DON IGNAZIO. Certo non farei tanto torto alla sua bont, alla mia
qualit; n l'importanza del negozio n il tempo richiede questo.

ANGIOLA. Poich le vostre costumate parole, degne veramente di quel
cavaliero che voi ste, m'hanno sgombro dal cuor ogni sospetto, eccomi
pronta ad ogni vostro comando.

DON IGNAZIO. Sappiate, madre mia, che da quel giorno--che non so si
debba chiamarlo felice o infelice per me--che vidi la bellezza e
l'oneste maniere di Carizia vostra nipote, m'hanno impiagata l'anima
di sorte che, se voglio guarire,  bisogno ricorrere a quel fonte
donde sol pu derivar la mia salute.

ANGIOLA. Signor don Ignazio, so dove va a ferir lo strale del vostro
raggionamento.

DON IGNAZIO. Non ad altro che ad onesto e onorato fine.

ANGIOLA. Perdonatemi se cos immodestamente vi rompo le parole in
bocca. Sappiate che se ben Carizia mia nipote  giovane, nasconde
sotto quella sua et acerba virt matura, sotto quel capel biondo
saper canuto, sotto quel petto giovenile consiglio antico; e se ben 
povera d'oro, l'onore non li fa conoscer bisogno alcuno, perch si
stima ricca d'onore e di se stessa: e nella sua onest s'inchiude il
suo tesoro e la sua dote. Onde non sperate che il falso splendor d'oro
o di gioie le appanne gli occhi; n col mostrarvi vinto della sua
bellezza, di vincer lei; o col mostrarvi ubidiente, trionfar della sua
volont; o col mostrarvi servo, signoreggiarla: perch il vostro
sperar fia vano, e la moverete pi tosto ad odio che ad amarvi.

DON IGNAZIO. Signora, io n'ho pi timore veder i suoi lumi turbati di
sdegno contra di me--da' quali depende il maggior contento ch'abbi
nella vita--che perder l'istessa vita; e vi giuro per quel cielo e per
Colui che ci alberga dentro, ch'amo le sue bellezze come modesto sposo
e non come lascivo amante; ch chi ama la bellezza e non l'onore, non
 amante ma inimicissimo tiranno.

ANGIOLA. Dubito che non mi proponiate un infame amore sotto una
onorata richiesta di nozze.

DON IGNAZIO. O Iddio, non mi conoscete nel fronte e negli occhi pregni
di lacrime l'effetto della mia fede, che son ridotto all'ultimo
termine della mia vita? ch se non voglio morire, son costretto
toglierla per moglie?

ANGIOLA. Ditemi di grazia, che cosa desiate da lei?

DON IGNAZIO. Se non che pregarla che m'accetti per sposo, pur se non
sdegna cos basso sogetto.

ANGIOLA. Non sapete voi meglio di me che questo ufficio convien farsi
col padre e non con lei, perch non lice ad una donzella dispor di se
stessa?

DON IGNAZIO. Io non cerco altro da lei in ricompensa del singular amar
che le porto, che sia favorito da lei dirglielo con la bocca e con le
mie orecchie sentir le sue parole e pascer per quel breve momento gli
occhi miei avidi e affamati, in cos lungo digiuno, della sua vista;
ch da quel giorno della festa non fu mai possibile di rivederla.

ANGIOLA. Se ben quel che mi chiedete non abbi molto dell'onesto, pure
traporr l'autorit mia, per quanto val appo lei, d'indurlaci; ch,
raggionandosele de voi, ho conosciuto nel suo animo non so che di
tacito consentimento. Fratanto che attendete la risposta, potrete
trattenervi qui intorno, ch io vo' entrar in casa.

DON IGNAZIO. Che dici, Simbolo?

SIMBOLO. Ad una dura e faticosa impresa vi ste posto.

DON IGNAZIO. Per lei tutte le fatiche e le durezze mi sono care; n
mai le grandi imprese si vinsero senza gran fatiche.

SIMBOLO. Perdete il tempo.

DON IGNAZIO. E che tempo pi degnamente potr perdersi come
nell'acquisto de s degno tesoro?

SIMBOLO. E che acquistate poi? l'amor d'una donna che si cambia di
momento in momento.

DON IGNAZIO. S, delle vili e populari; ma quelle di reale animo come
costei, amando, amano insino alla morte.

SIMBOLO. Tutte le donne sono d'una medesima natura.

DON IGNAZIO. Tu poco t'intendi di nature di donne. Ma non ingiuriar
lei perch ingiurii me: taci.

SIMBOLO. Taccio.

DON IGNAZIO. Gi fuggono le tenebre dell'aria, ecco l'aurora che
precede la chiarezza del mio bel sole, gi spuntano i raggi intorno:
veggio la bella mano che con leggiadra maniera alza la gelosia. O
felici occhi miei, che siete degni di tanto bene!



SCENA III.

CARIZIA, DON IGNAZIO, SIMBOLO.


CARIZIA. Signor don Ignazio, poich Angiola mia zia mi fa fede della
vostra onorata richiesta, io non ho voluto mancare dalla mia parte:
eccomi, che comandate?

DON IGNAZIO. Io comandare, che mi terrei il pi avventurato uomo che
viva, se fusse un minimo suo schiavo? Voi ste quella che sola avete
l'imperio d'ogni mia volunt, e a voi sola sta impor le leggi e
romperle a vostro modo.

CARIZIA. Vi priego a spiegarmi il vostro desiderio con le pi brevi
parole che potete.

DON IGNAZIO. Signora della vita mia--e perdonatime si ho detto mia,
ch dal giorno che la viddi la consacrai alla vostra cara
bellezza,--io non desio altro in questa vita che essere vostro sposo:
e perdonate all'ardire che presume tanto alto.

CARIZIA. Caro signore, io ben conosco la disaguaglianza de' nostri
stati e la mia umile fortuna, a cui non lice sperar sposo s grande di
valore e di ricchezza come voi; per ricercate altra che sia pi
meritevole d'un vostro pari, e lasciate me poverella ch'umilmente nel
mio stato mi viva. La mia sorte mi comanda ch'abbia l'occhio alla mia
bassa condizione. So che lo dite per prendervi gioco di me: la mia
dote e la mia ricchezza s'inchiude nella mia onest, la quale
inviolabilmente nella mia povert custodisco.

DON IGNAZIO. Troppo suntuosa  la vostra dote, signora, la quale
quanto pi dimostrate sprezzarla pi l'ingrandite; le vostre ricchezze
sono inestimabil tesoro di tante peregrine virt, le quali resiedeno
in voi come in suo proprio albergo: meriti ordinari si possono con le
parole lodare, ma i gradi infiniti si lodano meravigliando, e con atti
di riverenza tacendo si riveriscono. Ma voi lo dite accioch io
n'abbia scorno, ch troppo povero mercante a cos gran fiera compaia
per comprarla: e veramente meritarei quel scorno che mi fate, se non
venissi ricchissimo d'amore, ch non basta comprarse l'infinito valore
de' vostri meriti se non con l'infinito amore che le porto.

CARIZIA. So che in una mia pari non cadono tanti meriti; e per non
poter trovar parole condegne per risponderli, vi risponde tacendo il
core.

DON IGNAZIO. Signora, ecco un anello nel cui diamante sono scolpite
due fedi: tenetelo per amore e segno del sponsalizio. Il dono 
picciolo ben s; ma si considerate l'affetto di chi lo dona, egli 
ben degno di lei.

CARIZIA. Il dono  ben degno di lui; nondimeno..., ma ben sapete che
il rigor dell'onest delle donzelle non permette ricever doni.

DON IGNAZIO. Signora, non fate tanto torto alla vostra nobilt n
tanto torto a me: rifiutar il primo dono di un sposo. Accettatelo, e
se non merita cos degno luogo delle vostre mani, poi buttatelo via.

CARIZIA. Ors accetto e gradisco il vostro dono e me lo pongo in dito;
e non potendo donarvi dono condegno--ch nol consente la mia
povert,--vi dono me stessa, ch chi dona se stessa non ha magior cosa
da donare; e questo anello come cosa mia ve lo ridono in caro pegno
della mia fede.

DON IGNAZIO. Accetto l'anello e accetto l'offerta della sua persona; e
se ben ne sono indegno, amar mi sforza ad accettarla. In ricompensa
non so che darle se non tutto io; e se ben disseguale alla sua
grandezza, accettatelo come io ho accettata la sua persona.

CARIZIA. Comandate altro?

DON IGNAZIO. Vi priego a trattenervi un altro poco, accioch gli occhi
mei abbino il desiato frutto di lor desiderio.

CARIZIA. I prieghi de' padroni son comandi a' servi; e se ben i
rispetti delle donzelle non patiscano tanto, pur per un marito si
deveno rompere tutti i rispetti. Eccomi apparecchiata a far quanto mi
comandate.

DON IGNAZIO. Cara padrona, mi basta l'animo solo. So ben che la mia
richiesta sarebbe a voi di poco onore: mi contento che ve n'entriate,
pregandovi che in questo breve spazio, che non siamo nostri, di far
buona compagnia al mio core che resta con voi n si partir da voi
mai; e ricordatevi di me.

CARIZIA. Non ricordandomi di voi, mi smenticarei di me stessa.

DON IGNAZIO. Amatemi come amo voi.

CARIZIA. Troppo vile e indegna  quella persona che si lascia vincere
in amore; e se piacer a Dio che siamo nostri, allora faremo contesa
chi amer pi di noi, ed io dalla mia parte non mi lasciar avanzare
da voi. Adio.

DON IGNAZIO. Ecco tramontata la sfera del mio bel sole, che sola pu
far sereno il mio giorno. O fenestra,  sparito il tuo pregio. O Dio,
che cosa  nel cielo che sia pi bella di lei, se splendori, sole,
luna, stelle e tutte le bellezze del cielo son raccolte nel breve giro
del suo bel volto? Ahi, ch se prima ardea, or tutto avampo: ch per
non averla tanto tempo vista i carboni erano sopiti sotto la cenere,
or per la sua vista han preso vigore, m'hanno acceso nell'alma un tal
incendio che son tutto di fuoco.

SIMBOLO. Poich ste sazio della sua vista, partiamoci.

DON IGNAZIO. Che sazio? Gli occhi miei, in cos lungo digiuno
assetati, nel convivio della sua vista se l'han bevuta di sorte che
son tutto ebro d'amore. Anzi questo convito mi  paruto la mensa di
Tantalo, dove quanto pi bevea men sazio mi rendeva e pi ingordo ne
diveniva; anzi nel pi bel godere  sparita via, ed io mi sento pi
assetato che mai; anzi mi par ch'ancor mi sieda negli occhi, e ci
sento il peso della sua persona. O alta possanza di celesti bellezze!

SIMBOLO. Se vi dolete per troppa felicit, che farete nelle disgrazie?

DON IGNAZIO. Questa felicit mi d presagio di mal pi acerbo; ch
amandola non riamato, quanto l'amar riamato? pi m'infiammar di quel
desiderio di cui sempre son stato acceso. Ma dimmi, che ti par di lei?

SIMBOLO. Ella  non men bella di dentro che di fuori: mirate con che
bel modo non ha voluto accettar il vostro dono n rifiutarlo; e se il
dono era magnifico e reale, ella  stata pi magnifica e reale a non
lasciarsi vincere da tanta ingordiggia.

DON IGNAZIO. Simbolo, sapresti indovinar in qual parte della casa ella
sia?

SIMBOLO. Che posso saper io?

DON IGNAZIO. Non vedi? l dove l'aria  pi tranquilla e tutto
gioisce, ivi  la sua persona.

SIMBOLO. Ah, ah, ah!--Ecco don Flaminio, state in cervello.



SCENA IV.

DON FLAMINIO, DON IGNAZIO, ANGIOLA, SIMBOLO.


DON FLAMINIO. Oh, signor don Ignazio, voi siate il ben trovato!

DON IGNAZIO. E voi il benvenuto, carissimo fratello!

ANGIOLA. (Mi manda Carizia, la mia nipote, se posso spiar alcuna cosa
del matrimonio suo e che si dice di lei).

DON FLAMINIO. Poni mano a darmi una buona mancia, ch
onoratissimamente me l'ho guadagnata.

DON IGNAZIO. Non so che offerirvi in particolare, se ste padrone di
tutta la mia robba.

ANGIOLA. (Certo ragionano del matrimonio de mia nepote: vo' star da
parte in quel vicolo per ascoltar che dicono).

DON FLAMINIO. Veramente la merito, perch ci ho faticato; e se ben
l'un fratello  tenuto por la vita per l'altro, pur in cosa di gran
sodisfazione non si vieta che non si faccino alcuni complimenti fra
loro.

DON IGNAZIO. Mi sottoscrivo a quanto mi tassarete.

ANGIOLA. (Fin qui va bene il principio).

DON IGNAZIO. Dite di grazia, non mi tenete pi sospeso.

DON FLAMINIO. Gi  conchiuso il vostro matrimonio.

ANGIOLA. (L'ho indovinata che ragionan del matrimonio di Carizia).

DON IGNAZIO. Con la figlia del conte de Tricarico?

DON FLAMINIO. Gi  contento darvi i quarantamilla ducati di dote e ha
fermati i capitoli purch l'andiate a sposar per questa sera.

DON IGNAZIO. O mio caro fratello, o mio carissimo don Flaminio, ch
pi desiderata novella non aresti potuto darmi in la mia vita!

ANGIOLA. (Oim, che cosa intendo! dice che ha conchiuso il matrimonio
con la figlia del conte di Tricarico con quarantamilla scudi di dote).

DON FLAMINIO. Con patto espresso ch'abbiate a sposarla per questa
sera.

DON IGNAZIO. Or tal patto non potr osservarlo.

DON FLAMINIO. Come?

DON IGNAZIO. Perch non basterei a contenere me stesso in tanto
desiderio di non gir a sposarla or ora.

SIMBOLO. (Finge assai bene; e dubbito che a questa volta l'ingannatore
restar ingannato).

ANGIOLA. (Or va' e fidati d'uomini, va'! o uomini traditori!).

DON FLAMINIO. Egli ha voluto giungervi quella clausula, perch l'era
stato riferito che eravate innamorato e morto per altra.

DON IGNAZIO. Non mi ricordo aver mai amato cos ardentemente come
Aldonzina sua figlia; ch se ben ho amato molto, l'amor  stato assai
pi finto che da vero, e mi son dilettato sempre dar la burla or a
questa or a quell'altra.

ANGIOLA. (Oh che vi siano cavati quei cuori pieni d'inganni! Or va' ti
fida, va'! e chi non restarebbe ingannata da loro?).

DON IGNAZIO. Ma per trlo da questo sospetto, andiamo ora a sposarla;
andiamo, caro fratello, non mi far cos strugere a poco a poco, ch
dubito non rimarr nulla d'intiero insin a sera.

DON FLAMINIO. L'appontamento  stato per la sera che viene: e credo ha
chiesto il termine per non trovarsi forsi la casa in ordine; e andando
cos all'improviso, forsi li daremo qualche disgusto e forsi vi
perderete di riputazione: per abbiate pacienza per un poco
d'intervallo di tempo.

SIMBOLO. (Non dissi ch'arebbe sfugito d'andarvi? abbiam vinto).

DON IGNAZIO. Dubbito di non potervi ubidire.

DON FLAMINIO. Forsi non sar in casa.

ANGIOLA. (Mira che desiderio e che ardore!).

DON IGNAZIO. Mandiamo a vedere.

DON FLAMINIO. Panimbolo, va' a casa del conte.

DON IGNAZIO. Vien qua, Avanzino, va' a casa del conte e vedi se il
conte de Tricarico  in casa.

DON FLAMINIO. Essendovi, andr ad avisarlo io prima, verr a trovarvi
e vi andaremo insieme.

DON IGNAZIO. Noi dove ci trovaremo?

DON FLAMINIO. In casa.

DON IGNAZIO. Andate, ors.

ANGIOLA. (O Dio, che ho inteso! o Dio, che ho veduto! Ed  possibile
che si trovi cos poca fede negli uomini? Or chi avesse creduto che
don Ignazio, venutomi tanto tempo appresso per parlarmi e con tante
affettuose parole, con tante lacrime e promesse, non fusse tutto fuoco
e fiamme per Carizia? Or gite, donne, e date credito a quelle simulate
parole, a quelle lacrime traditrici, a quei finti sospiri e a quelle
fallaci promesse; movetivi a piet di loro, perch tal volta li
veggiate piovere dal volto tempesta di amarissime lacrime; credete a
quei giuramenti, a quei spergiuri! Come si salver onor di donna
giamai, se li sono tesi tanti laccioli? Andr a casa e non li narrer
nulla di ci; ch'avendola io spinta a raggionar con lui, sarebbe
donna, in vedersi cos spregiata e tcca su l'onor suo, di morirsi di
passione).



SCENA V.

DON FLAMINIO, PANIMBOLO.


DON FLAMINIO. Ecco, o Panimbolo, che, tu non avendo voluto credere a
quanto io te diceva, che don Ignazio non s'accorse quel giorno di
Carizia e che  molto invaghito della figlia del conte, per far a tuo
modo e per iscoprir l'animo suo, l'avemo detto che il matrimonio con
la figlia del conte era conchiuso; e vedesti con che pronto animo e
con che accesa voglia volea sposarla allora allora e non aspettar in
sino alla sera.

PANIMBOLO. Cos son sicuro io che don Ignazio sta innamorato d'altra
come son vivo. Ma come ch'egli  d'ingegno vivace e pronto,
imaginatosi la fraude, rispose in cotal modo.

DON FLAMINIO. Mi doglio del tuo mal preso consiglio. Ecco, andr o
mandar in casa del conte, e come sapr che  pi d'un mese che non vi
son ito, scoprir tutta la bugia, mi terr sempre per un bugiardo e
bisognando non mi creder la verit istessa.

PANIMBOLO. Bisogna con una nuova bugia salvar la vecchia bugia:
andiamo a casa del conte e rimediamo in alcun modo.

DON FLAMINIO. Andiamo; e se uscir con onor mio da questa bugia,
un'altra volta non sar cos prodigo del mio onore.



SCENA VI.

EUFRANONE, DON IGNAZIO.


EUFRANONE. (Veramente chi ha una picciola villa non fa patir di fame
la sua famigliola. Di qua s'hanno erbicine per l'insalate e per le
minestre, legna per lo fuoco e vino, che se non basta per tutto,
almeno a soffrir pi leggiermente il peso della misera povert. O me
infelice se, fra l'altre robbe che mi tolse il rigor della rubellione,
mi avesse tolta ancor questa! Mi ho clto una insalatuccia; ch chi
mangia una insalata, non va a letto senza cena).

DON IGNAZIO. Eufranone carissimo, Dio vi dia ogni bene!

EUFRANONE. Questa speranza ho in lui.

DON IGNAZIO. Come state?

EUFRANONE. Non posso star bene essendo cos povero come sono.

DON IGNAZIO. Servitivi della mia robba, ch  il maggior servigio che
far mi possiate. Copritevi.

EUFRANONE.  mio debito star cos.

DON IGNAZIO. Usate meco troppe cerimonie.

EUFRANONE. Perch mi ste signore.

DON IGNAZIO. Vi priego che trattiamo alla libera.

EUFRANONE. Ors, per obedirvi. (Non so che voglia costui da me: mi fa
entrar in sospetto).

DON IGNAZIO. Or veniva a trovarvi.

EUFRANONE. Potevate mandar a chiamarmi, ch serei venuto volando.

DON IGNAZIO. Son molti giorni che desio esservi parente; e son venuto
a farmevi conoscere per tale, ch veramente ste assai onorato e da
bene.

EUFRANONE. Tutto ci per vostra grazia.

DON IGNAZIO. Anzi per vostro merito.

EUFRANONE. Non mi conosco di tanto preggio che sia degno di tanta
cortesia.

DON IGNAZIO. Siete degno di maggior cosa: io vi chieggio la vostra
figliola con molta affezione.

EUFRANONE. Stimate forsi, signore, ch'essendo io povero gentiluomo
venda l'onore de mia figliuola? Veramente non merito tanta ingiuria da
voi.

DON IGNAZIO. Non ho detto per farvi ingiuria, ch non conviene ad un
mio pari n voi la meritate: ve la chiedo per legittima moglie, se
conoscete che ne sia degno.

EUFRANONE. Essendo voi cos ricco e di gran legnaggio, non convien
burlar un povero gentiluomo e vostro servidore.

DON IGNAZIO. Mi nieghi Dio ogni contento se non ve la chiedo con la
bocca del core, ch'io non torr altra sposa in mia vita che Carizia. E
in pegno dell'amore ecco la fede: accoppiamo gli animi come il
parentado.

EUFRANONE. Signor mio caro, io so ben quanto gli animi giovenili sieno
volubili e leggieri e pi pieni di furore che di consiglio; e che
subbito che gli montino i capricci in testa, si vogliono scapricciare,
e passato quell'umore restano come si di ci mai non ne fusse stata
parola; e in un medesimo tempo amano e disamano una cosa medesima. Non
vorrei che si spargesse fama per Salerno che m'avete chiesto mia
figlia: ch come in Salerno si parla una volta di nozze, dicono:--Son
fatte, son fatte!--e poi se per qualche disgrazia non si accapassero,
restasse la mia figliola oltraggiata nell'onore--stimando esser
rifiutata per alcun suo mancamento--e mi toglieste quello che non
potete pi restituirmi. Ed io vorrei morir mille volte prima che ci
m'accadesse. Voi altri signori ricchi stimate poco l'onor de' poveri;
e noi poveri gentiluomini, non avendomo altro che l'onore, lo stimiamo
pi che la vita. Per lo priego ad ammogliarsi con le sue pari e
lasciar che noi apparentiamo fra' nostri.

DON IGNAZIO. Eufranone mio carissimo, Dio sa con quanto dolore or
ascolto le vostre parole e se mi pungano sul vivo del cuore! Io non
merito da voi esser tacciato di vizio di leggierezza, nascendo il mio
amore da un risoluto e invecchiato affetto dell'anima mia: ch'avendo
fatto l'ultimo mio forzo di resistere al suo amore, dopo lunghissimo
combattimento le sue bellezze son restate vincitrici d'ogni mia
voglia.

EUFRANONE. Vi priego a pensarvi su sei mesi prima; e se pur dura la
voglia, allor me la potrete chiedere: ed io vi do la mia fede serbarla
per voi insin a quel tempo.

DON IGNAZIO. Sei mesi star senza Carizia? pi tosto potrei vivere
senza la vita: e ben sapete che l'amante non ha maggior nemico che
l'indugio.

EUFRANONE. A questo conosco l'impeto giovenile, che quanto con maggior
violenza assale tanto pi tosto s'intepidisce.

DON IGNAZIO. Ogni parola che vi esce di bocca mi  un can rabbioso che
mi straccia il petto. Il mio amore  immortale, e la mia f, che or
stimate leggiera, la conoscerete fermissima agli effetti.

EUFRANONE.  contento vostro zio e fratello del matrimonio?

DON IGNAZIO. Far che si contentino.

EUFRANONE. Fate che si contentino prima, e poi affettuaremo il
matrimonio.

DON IGNAZIO. L'amar mio non pu patir tanto indugio; anzi mi
maraviglio che dal giorno della festa come sia potuto restar vivo
senza lei.

EUFRANONE. Lo dico ad effetto, ch forsi, non contentandosi del
matrimonio, inventassero qualche modo per disturbarlo, onde venissi a
perdere quel poco di onor che mi  rimasto.

DON IGNAZIO. O Dio, quanta tma e quanto sospetto!

EUFRANONE. Chi poco ha, molto stima e molto teme. Ma voi ste
informato dell'infortunio che ho patito nella robba, che non solo non
ho da poter dar dote ad un par vostro ma n meno ad un povero mio
pari?

DON IGNAZIO. Ho inteso che per aver voluto seguir le parti
sanseverinesche siate caduto in tanta disgrazia; ma io ho stimato
sempre d'animi bassi e vili coloro che s'han voluto arricchire con le
doti delle mogli. Io prendo la vostra destra e non la lascier mai se
non la mi prometteti.

EUFRANONE. Temo prometterlavi: non so che nuvolo mi sta dinanzi al
core.

DON IGNAZIO. Eufranone, mio padre, vi prego a darlami con vostro
consenso, ch non mi fate far qualche pazzia. Non mi sforzate a far
quello per forza che me si deve per debito d'amore. A pena posso
contenermi ne' termini dell'onest: son risoluto averla per moglie,
ancorch fusse sicuro perder la robba, la vita e l'onore, per non dir
pi.

EUFRANONE. Signore, perdonatemi se mi fo vincere dalla vostra ostinata
cortesia: ecco la mano in segno d'amicizia e di parentado, avertendovi
di nuovo che non ho dote da darvi.

DON IGNAZIO. E ancorch me la voleste dare, non la vorrei: conosco non
meritar tanta dote quanta ne porta seco. Vo' che si facci festa
bandita, si conviti tutta la nobilt di Salerno, adornisi la sala di
razzi, faccisi un solenne banchetto, adornisi la sposa di gioie, perle
e di drappi d'oro, e non si lasci adietro cosa per dimostrar l'interno
contento dell'animo mio.

EUFRANONE. V'ho detto quanto sia mal agiato di far questo.

DON IGNAZIO. A tutto proveder ben io: mandar il mio cameriera ch
proveda quanto fia di mestiero.

EUFRANONE. Quando verrete a sposarla?

DON IGNAZIO. Vorrei venir prima che partirmi da voi. Ma perch l'ora 
tarda, verr domani all'alba: ponete il tutto in ponto per quell'ora.

EUFRANONE. Si far quanto comandate.

DON IGNAZIO. lo non vo' trattener pi voi n me stesso: andr a
mandarvi quanto ho promesso.

EUFRANONE. Andate in buon'ora.--O Dio, che ventura  questa! Desidero
communicar una mia tanta allegrezza con alcuno. Ma veggio Polisena, la
mia moglie, che vien a tempo per ricever da me cos insperato
contento.



SCENA VII.

POLISENA moglie, EUFRANONE.


POLISENA. (Veggio il mio marito su l'uscio, pi del solito allegro).
Gentil compagno mio, che ci  di nuovo?

EUFRANONE. Buone novelle.

POLISENA. Ma non per noi.

EUFRANONE. Perch no?

POLISENA. Perch siamo cos avezzi alle sciagure che, volendoci
favorir la fortuna, non trovarebbe la via.

EUFRANONE. Abbiam maritata Carizia.

POLISENA. Eh, e con chi? con quel dottor della necessit, nostro
vicino?

EUFRANONE. Con un meglior del dottore.

POLISENA. Con quel capitan Martebellonio bugiardo vantatore?

EUFRANONE Con un gentiluomo.

POLISENA. Quel gentiluomo poverello che ce la chiese l'altro giorno? E
che val nobilt senza denari? avete l'esempio in noi.

EUFRANONE. Non l'indovinaresti mai.

POLISENA. Dimmelo, marito mio, di grazia: non mi far cos struggere di
desiderio.

EUFRANONE. Non vo' farti pi penare. Con don Ignazio di Mendozza.

POLISENA. Quel nipote del vicer della provincia, che combatt quel
giorno con i tori?

EUFRANONE. Con quell'istesso.

POLISENA. Egli  possibile, marito mio, che tu vogli cos beffarmi e
rallegrarmi con false allegrezze? Il caldo del piacere, che gi mi
scorrea per tutte le vene, mi s' raffreddato e gelato.

EUFRANONE. Giuro per la tua vita, cos a me cara come la mia, che lo
dico da senno.

POLISENA. E chi ha trattato tal matrimonio?

EUFRANONE. Egli istesso; n ha voluto partirsi da me se non gli la
prometteva.

POLISENA. Quando egli la vidde mai?

EUFRANONE. Quel giorno che fu la festa in Palazzo.

POLISENA. O somma bont di Dio, quanto sei grande! e quanto sono
secreti i termini per i quali camini, quando ti piace favorir i tuoi
devoti! Tu sai, marito mio, che Carizia appena va fuor di casa il
natale e la pasqua, cos per l'incommodit delle vesti come che  di
sua natura malinconica; e se quei giorni che si preparava la festa, le
venne un disio che mai riposava la notte e il giorno, pregandomi che
vi la conducessi; e ributtandola io che non avea vesti e abbegliamenti
da comparir tra tante gentildonne sue pari, se disse che le volea
trre in presto dalle sue conoscenti, da chi una cosa e da chi
un'altra. Ce lo promisi, tenendo per fermo che a lei fusse impossibile
tanta manifattura: s'affatic tanto con le sue amiche che accommod s
e Callidora. Or io, non potendo resistere a tanti prieghi, chiesi
licenza a voi e ve la condussi. Or chi arebbe potuto pensare che indi
avea a nascere la sua ventura?

EUFRANONE. Chi pu penetrar gli occulti segreti di Dio?

POLISENA. O Iddio, che mai vien meno a chi pone in te solo le sue
speranze? Ella si  sempre raccomandata a te, e tu li hai esaudite le
sue preghiere, rimunerata la sua bont e l'ubidienza estraordinaria
che porta al suo padre e sua madre.

EUFRANONE. Ho tanto giubilo al core che mi trae di me stesso.

POLISENA. Se ben i padri s'attristano al nascer delle femine, con dir
che seco portano cattivo augurio di certa povert e di poco onore; pur
son state molte che hanno inalzato il suo parentado, come speriamo di
costei.

EUFRANONE. Ella  una gran donna; e non m'accieca la benda del
soverchio amore. Mai si vide tanta saviezza e bont in una fanciulla.

POLISENA. Vorrei dir molto delle sue buone qualit che voi non sapete;
ma le lacrime di tenerezza non me lo lasciano esprimere.

EUFRANONE. Va' e poni lei e la casa in ordine.

POLISENA. E con che la ponemo in ordine?

EUFRANONE. Ecco genti cariche di robbe. Ho per fermo che le mandi don
Ignazio: conosco il suo cameriero.



SCENA VIII.

SIMBOLO, EUFRANONE, POLISENA.


SIMBOLO. Signor Eufranone, il mio signor don Ignazio vi manda questi
drappi di seta e d'oro per le vesti di Carizia e della sorella e di
vostra moglie: ecco i maestri che faticheranno tutta la notte ch
sieno finite per domani all'alba; ecco i razzi per la sala e camere;
in questa scatola son collane, maniglie d'oro, perle, gioie e altri
abbegliamenti necessari. Questo sacchetto di scudi per lo banchetto e
altri bisogni: che spendiate largamente in fargli onore, ch'egli
supplir al tutto, che in s poco tempo non ha potuto far pi e che
andr sopplendo di passo in passo.

EUFRANONE. Tutto stimo sia pi tosto soverchio che manchevole; e so
che ci onora non secondo il nostro picciolo merito ma secondo le sue
gran qualitadi.

SIMBOLO. Dice che, se bene son immeritevoli di tanta sposa, col tempo
far conoscere la sua amorevolezza; e se comandate altro.

EUFRANONE. Che ci ha onorato pi del dovere; e bisognando, gli lo
faremo intendere.

SIMBOLO. Adio, signori.

EUFRANONE. Ecco, o moglie, che non ho mentito punto di quanto t'ho
detto.

POLISENA. A Dio solo si dia la gloria, ch noi non siamo meritevoli di
tanti favori per li nostri peccati.

EUFRANONE. Moglie, va' e fa' quanto t'ho detto, ch io andr a
convitar per domani tutti i parenti e la nobilt di Salerno.



SCENA IX.

DON FLAMINIO, PANIMBOLO, LECCARDO.


DON FLAMINIO. Io vo' far prima ogni sforzo se posso indurla ad amarmi;
e quando non mi riuscir, non mancar ricercarla per moglie. Lo vo'
lassar per l'ultimo, ch son risoluto non viver senz'ella o sua
sorella.

PANIMBOLO. Voi trattando per via del parasito e con lettere e per modi
cos disconvenevoli, in cambio d'amarvi vibrar contro voi fiamme di
sdegno, perch stimar esser oltraggiata da voi ne' fatti dell'onore.

DON FLAMINIO. Non vedi Leccardo come sta allegro?

PANIMBOLO. Aver bevuto soverchio e sta ubbriaco.

LECCARDO. O Dio, dove andr per trovare don Flaminio?

DON FLAMINIO. (Cerca me).

LECCARDO. (Corri, volta, trotta, galoppa e dgli cos felice novella).

DON FLAMINIO. (Se ben lo veggio allegro, mi sento un discontento nel
core; e se ben ho voglia d'intenderlo, li vo innanzi contro mia
voglia).

LECCARDO. O signor don Flaminio, buona nuova! la mia lingua non
t'apporta pi male novelle.

DON FLAMINIO. E la mia ti apporter grande utile.

LECCARDO. Non sapete il successo?

DON FLAMINIO. Non io.

LECCARDO. Come nol sai, se il sa tutto Salerno?

DON FLAMINIO. Nol so, ti dico.

LECCARDO. O nieghi o fingi per burlarmi.

DON FLAMINIO. In cosa ch'importa non si deve burlare.

LECCARDO. Io penso che tu vogli burlar me.

DON FLAMINIO. La burla insino adesso l'ho ricevuta in piacere, ma or
mi d noia.

LECCARDO. Lasciar le burle e dir da dovero. DON FLAMINIO. Or di', in
nome di Dio, e non mi tener pi in bilancia: parla.

LECCARDO. Ho tanto corso che non posso parlare: non ho fiato.

DON FLAMINIO. Prendi fiato; se non, che farai perdere il fiato a me.

LECCARDO. Per la soverchia stanchezza mi sento morire.

DON FLAMINIO. Dammi la nuova prima e mori quando ti piace.

LECCARDO. Quanto ho pi voglia di dire, manco posso.

DON FLAMINIO. Dimmelo in una parola.

LECCARDO. Non si pu, perch  cosa troppo lunga n si pu esprimere
in una parola; e la stanchezza m'ha tolto il vigor del parlare.

DON FLAMINIO. Mentre hai detto questo, aresti detto la met.

LECCARDO. La vostra Ca... Cari... Carizia...

DON FLAMINIO. La mia Carizia.... O buon principio! spediscela, di
grazia.

LECCARDO.... sar vo... vostra:...

DON FLAMINIO. Leccardo mio, parla presto, non mi far cos morire: come
sar mia?

LECCARDO. Manda a tr diece caraffe di vino per inumidir il palato e
la gola, che stanno cos secchi che non ne pu uscir la parola.

DON FLAMINIO. Arai quanto vorrai, e venti e trenta; ma parla presto.

LECCARDO.... la vostra Carizia  maritata....

DON FLAMINIO. Maritata? Tu sia il malvenuto con questa nuova! E questa
 l'allegrezza che mi portavi?

LECCARDO. Io non penso che possa esser migliore.

DON FLAMINIO. E dove la fondi?

LECCARDO.... Non mi avete voi detto che non la desiate per moglie?
Come il marito scassa la porta la prima volta, ella resta aperta per
sempre; e ben sapete che le donne la custodiscono insino a quel punto:
poi ci ponno passar quanti vogliono, ch non si conosce n vi si fa
danno. Ecco, la goderete e io non sar il malvenuto.

DON FLAMINIO. Veder la mia Carizia in poter d'altri per un sol ponto,
ancorch fusse pur certo possederla per sempre, non mi comportarebbe
l'animo di soffrirlo. E con chi  maritata?

LECCARDO. Bisogna che cominci da capo.

DON FLAMINIO. O da capo o da piedi, purch la spedischi tosto.

LECCARDO. Entrando in casa viddi che si facea un grande apparecchio
d'un banchetto, e tutto ci con real magnificenza. Io adocchiai certe
testoline di capretto, le rubai e me le mangiai in un tratto; or mi
gridano in corpo: _Beee beee_! Ascoltate? e le vorrei castigare....

DON FLAMINIO. Tu castighi or me, ch i tuoi trattenimenti mi son
lanciate nel cuore.

LECCARDO.... Ivi eran mandre di vitelle, some di capponi impastati,
monti di cacio parmigiano, il vino uh! a diluvio....

DON FLAMINIO. Vorrei saper con chi  maritata.

LECCARDO. Bisogna vi si dica il tutto per ordine.--... Lascio i
pastoni, i pasticci, i galli d'India....

DON FLAMINIO. Piccioni e simili: basta su.

LECCARDO. Non vi erano piccioni altrimenti.

DON FLAMINIO. O che vi fussero o che non vi fussero, poco importa.

LECCARDO. Dico che non vi erano; e dicean che son caldi per natura e
che arebbono fatto male al fegato.

DON FLAMINIO. Vorrei che ragionassi del fatto mio.

LECCARDO. E del vostro fatto si ragiona: a voi tocca. Ch si vi fusser
stati piccioni, non arei mangiato teste di capretti.

DON FLAMINIO. O Dio, che sorte di crucifiggere  questo! Lassa le
baie: di' quel ch'importa.

LECCARDO. Non  cosa che pi importi ad un banchetto che non vi manchi
cosa alcuna, anzi sia abbondantissimo di robbe ben apparecchiate e
condite e poste a tempo e con ordine a tavola.

DON FLAMINIO. Tu ti trattieni in questo ed io sudo sudor di morte.

LECCARDO. Eccovi il mantello: fatevi vento, rinfrescatevi.

DON FLAMINIO. Sar ancor finito tanto apparecchio?

LECCARDO. Non  finito ancora.

DON FLAMINIO. Almen s' detto assai: torniamo a noi.

LECCARDO.... Quando io viddi i cuochi occupati in partire e
distribuire le robbe, fingendo aiutarli mi trametto e ne trabalzo le
teste di capretti....

DON FLAMINIO. Ors te le mangiasti, l'hai detto prima.

LECCARDO. Come dunque volea mangiarmele crude? bisognava che fussero
prima cotte. Se volete indovinar, indovinate a voi stesso quanto
desiate saper da me.

DON FLAMINIO. Il malanno che Dio dia a te e alle tue chiacchiare!

LECCARDO. Se non lasciate parlar a me prima, come volete che parli io?

DON FLAMINIO. Parla in tua malora e finiscila presto!

LECCARDO. Se non mi lasciate parlare, non finir mai.

DON FLAMINIO. Sto per accommodarmi la cappa sotto e sedermi in terra
per ascoltare con maggior agio.

LECCARDO. Tacete mentre parlo.

DON FLAMINIO. Comincia presto, che fai? Sto attaccato alla corda, non
sentii mai in mia vita la maggior pena.

LECCARDO. Voi state malcontento, e se non vi vedo allegro non posso
parlare.

DON FLAMINIO. Che cagion ho io di star allegro?

LECCARDO. Dunque taccio poich non ascoltate con allegrezza.

DON FLAMINIO. Se non con allegrezza, almeno con pacienza: di' su.

LECCARDO.... Io mi accorgo che bugliva una gran caldaia d'acqua per
ispiumar i pollami e spelar gli animali; fingendo stuzzicar il fuoco,
vi butto dentro le testoline....

DON FLAMINIO. Or lasciamo dentro la caldaia il ragionamento di ci.
Cotte che fro te le mangiasti, buon pro ti faccia: finimola presto.

LECCARDO.... Venne un altro cuoco e s'accorge ch'avea buttato le
testoline dentro la caldaia....

DON FLAMINIO. Oim, ci  gionta un'altra persona: e se il parlar di
uno era cos lungo, or che vi  gionta un'altra persona, sar altro
tanto.

LECCARDO.... Oh oh, che m'era smenticato il meglio! Prima che venisse
quel cuoco....

DON FLAMINIO. Quando pensava che fusse alla met dell'istoria, ci
avevi lasciato il principio; e or al principio bisogna dar un altro
principio.

LECCARDO. Se non volete ascoltar, io taccio.

DON FLAMINIO. Eh, parla col diavolo!

LECCARDO. Non parlo col diavolo io.

DON FLAMINIO. E tu parla con Dio.

LECCARDO. Or questo s, _in nomine Domini_.

DON FLAMINIO. _Amen_.

LECCARDO. Voi dite _amen_ come fosse al fine e non ste ancora al
principio.

DON FLAMINIO. Spediscimi, per amor di Dio!

LECCARDO. Sei bello e spedito. Carizia  maritata con un parente del
vicer della provincia.

DON FLAMINIO. Se tu dici da senno, m'uccidi; se da burla, dove ci va
la vita mi ferisci troppo acerbamente. Sai tu il nome del marito?

LECCARDO. S bene; ma non me ne ricordo, perch era troppo intricato.

DON FLAMINIO. Ricordati bene.

LECCARDO. Spedazio..., Pignatazio.... Il nome s'assomigliava al spede
o pignato, e per me ne ricordo.

DON FLAMINIO. Fosse don Ignazio?

LECCARDO. S s, don Ignazio,... Spedazio.

DON FLAMINIO. M'hai ucciso, m'hai morto: le tue parole mi sono spiedi
e spade che m'hanno mortalmente trafitto il cuore. Or s che m'hai
portato la morte nella lingua.

LECCARDO. Dubito averla portata a me stesso, ch per la mala novella
non ser pi medicato come oggi.

DON FLAMINIO. Da questo principio posso indovinar la mia sciagura: pi
dolente uomo di me non vive sopra la terra!

LECCARDO. Al fin, il mal bisogna sapersi ch si possa rimediar a
tempo. E dicevano che le nozze si facevano domani all'alba.

DON FLAMINIO. Tanto men spazio di tempo  dato alla mia vita. Una
tempesta di pungenti pensieri m'ha ferito il core, una nuvola di
malinconia m'ha circondato l'anima, gi la gelosia ha preso possesso
del mio core: non posso fingermi pi ragioni contro me stesso per
trasviarla. Ahi! che da quel giorno maledetto che la viddi, ho portato
sempre questo sospetto attraversato nell'alma: e come il condennato a
morte ogni romor che sente, ogni uscio che s'apre, gli par il boia che
venghi e gli adatti il capestro al collo; cos ogni parola, ogni
motivo di mio fratello mi parea che mi la togliesse! Ahi, che mai l'ho
desiata come adesso! ch mai si conosce il bene se non quando si
perde. Io non basto n posso vivere: se non m'uccider il dolore,
m'uccider con le mie mani.

PANIMBOLO. Padrone, voi ste bene avezzo a' casi dell'una e l'altra
fortuna. Reggetevi con maturo consiglio: bisogna dar fine
all'ostinazione; e nelle cose impossibili far buon cuore e abbandonar
l'impresa, e prender una risoluzione tanto onorata quanto necessaria.

DON FLAMINIO. Panimbolo, se sei cos di vile animo, non avilir e
spaventar l'animo mio: se pensi rimovermi da s bella impresa,
ammazzami prima. Io non vo' andar incontro alla fortuna, n restar
cos vinto alla prima battaglia n lasciar cosa intentata fin alla
morte.

PANIMBOLO. Ors, facciasi tutto il possibile, ch'avendo a morire,
quando s' fatto quanto umanamente pu farsi, si muor pi contento.
Andiamo in Palazzo, informiamoci del fatto. Leccardo, trattienti da
qua intorno, ch'avendo bisogno di te non abbiamo a cercarti. Va' e
vieni.

LECCARDO. Andr e verr.




ATTO III.



SCENA I.

DON FLAMINIO, PANIMBOLO.


DON FLAMINIO. Battuto da cos crudel tempesta di contraria fortuna, la
qual mi spinge addosso onde sopra onde, l'anima mia stordita dalla
paura ondeggia in una gran tempesta e sta turbata di sorte che non
credo viva al mondo oggi uomo che sia aggirato da vari pensieri come
io. Temo di molte cose e fra tanto timore non so in che risolvermi.
Una sola forza nascosa mi toglie ogni espedito consiglio: temo il
genio del mio fratello che sempre suol dominarmi. E se bene son
abbandonato dalla fortuna, non abbandonarmi ancor tu: fa' che se non
posso vincere, almen non resti vinto da lui. Tu sei il mio timone e la
mia stella; gli occhi miei non mirano se non in te solo; non patir che
facci naufragio.

PANIMBOLO. Questa tempesta che minaccia naufragio, questa istessa vi
condurr in porto.

DON FLAMINIO. Non posso soffrir che mio fratello abbi saputo far
meglio di me.

PANIMBOLO. S'egli ha saputo fare, voi saperete disfare.

DON FLAMINIO. Io molte volte dalli tuoi astuti inganni d'invecchiata
prudenzia ho conseguito molti disegni, de' quali t'ho grande obligo.

PANIMBOLO. Io non ho mai fatto cosa in vostro servigio che non avesse
avuto desio di farne altro tanto.

DON FLAMINIO. Io ho voluto rammemorargli e ringraziarti, acci
conoschi con che memoria gli serbo e che voglia ho di remeritargli.
Fa' conto che se per te schivo questa ruina che mi sta sopra, da te
ricevo la sposa, la vita e l'onore insieme, ch perdendo lei perder
il tutto miseramente: renderai me stesso a me stesso e mi torrai dalle
mani della morte. Se sei stato mio servidore, d'oggi innanzi sarai mio
fratello; e dal guiderdone che riceverai da me, conoscerai che so
conoscere e guiderdonare i servigi.

PANIMBOLO. Padron caro, allor sar conosciuto e guiderdonato da voi
quando conoscerete quanto i vostri servigi mi sieno a caro.

DON FLAMINIO. Il fatto  passato molto innanzi, le nozze son vicine,
il tempo breve, i rimedi scarsi: temo dell'impossibile.

PANIMBOLO. Non pu l'uomo oprar bene, il quale si avvilisce
nell'impossibile. Quando non ci valer ragione, bont e giustizia,
poneremo mano agl'inganni e furfanterie, ch queste vincono e superano
tutte le cose; e poich egli cerca con inganni trvi l'amata, sar
bene che con i medesmi inganni gli respondiamo e facciamo cader
l'inganno sopra l'ingannatore. E che val l'uomo che non sa far bene e
male? ben a' buoni e mal a' cattivi? Or mentre ho lingua e ingegno
state sicuro.

DON FLAMINIO. Comincio a respirare.

PANIMBOLO. Ma mentre parlo rivocate voi stesso in voi stesso.

DON FLAMINIO. O dolor o rabbia che tu sei, fa' tanta tregua con me fin
che ordisca qualche garbuglio, e poi tormentami e uccidimi come a te
piace.--Ma dimmi, hai pensato alcuna cosa?

PANIMBOLO. Cose belle a dire e grate all'orecchie ma non riuscibili; e
nelle riuscibili non vorrei valermi di mezi cos pericolosi.

DON FLAMINIO. Mai si vinse periglio senza periglio. Ma perch corremo
per perduti e per me  morta ogni speranza e non spero se non nella
disperazione, prima che muoia vo' tentar ogni cosa per difficile e
perigliosa che sia, e morendo io vo' che tutto il mondo perisca meco.
Ma tu imagina qualche cosa: fa' che veggia i fiori della mia
felicitade.

PANIMBOLO. Far come il fico che prima ti dar i frutti che ti mostri
i fiori.

DON FLAMINIO. Presto: come la guadagnaremo?

PANIMBOLO. Ancora non avemo cominciato ad ordire, e volete la tela
tessuta! n qui bisogna tanta fretta, ch la fretta  ruina de' negozi
e le subbite resoluzioni son madri de' lunghi pentimenti. Sappiate che
non  pi facil cosa che guastar un matrimonio prima che sia
contratto: uno solo sospetto scompiglia il tutto. Diremo che molto
tempo prima voi ci avete fatto l'amore e godutala.

DON FLAMINIO. La sua fama ci  contraria, perch  tenuta la pi
onesta e onorata giovane che sia in Salerno.

PANIMBOLO. Un poco di vero mescolato con la bugia fa creder tutta la
bugia. Aggiungeremo che la povert sia stata cagione della sua
disonest.

DON FLAMINIO. Non lo creder mio fratello ancorch lo vedesse con gli
occhi suoi.

PANIMBOLO. E bisognando, faremo che lo veggia: come fargli veder di
notte che alcuno entri in casa sua, mostrargli veste sue, gioie che
port quel giorno della festa o de' doni propri mandati; e per mezzo
della notte agevolmente si pu far veder una cosa per un'altra.

DON FLAMINIO. E ci come farassi?

PANIMBOLO. Il parasito potr aiutarvi, che  portinaio della casa, in
farvi entrar e uscire e prestarvi alcune delle sue robbe.

DON FLAMINIO. Intendo ch'il padre, se ben per altro riguardevole, 
molto iracondo e tenace del suo onore e buona riputazione: ci ponemo
in pericolo d'un irreparabil danno e ne ponno accader molti disordini.

PANIMBOLO. A questi disordini rimediaremo con molti ordini. Come
vostro fratello rifiuter la sposa, vi appresentarete col prete e la
sposarete.

DON FLAMINIO. Carizia che or ama don Ignazio, che l'ha legitimamente
chiesta per isposa e complito con molti presenti, come s'accorger che
per i nostri poco fedeli uffici ricever questa macchia nel suo onore,
non m'accetter per isposo.

PANIMBOLO. Gli animi delle donne sono volubili: con nuovi benefici
cancellaremo la vecchia ingiuria.

DON FLAMINIO. L'atto  pieno di speranza e di paura: non so a qual
appigliarmi. Perch essendomi forzato mentre son vissuto di non
macchiar la mia vita con alcuna poco men che onesta azione, or facendo
un cos gran tradimento, con che faccia comparir pi mai fra
cavalieri onorati? Mio fratello arder di sdegno contro di me e ci
uccideremo insieme.

PANIMBOLO. Noi lo battezaremo pi tosto un generoso inganno che
vituperoso tradimento. Ad un amante  lecito usar ogni atto indegno di
cavaliero contro qualsivoglia, purch rivale, per acquistarsi la donna
amata: e negli amori non si ha rispetto n ad amicizia n a strettezza
di sangue, e ogni inganno e tradimento per vincere  riputato ingegno
e grande onore. Non si prendono molte citt e castelli per tradimenti?
e pur non tradimenti ma stratagemmi militari si chiamano. E quando
si combatte per vincere, non si fa mostra per ferir nell'occhio e si
percuote nel cuore? Voi per diverse vie aspirate alle nozze di
Carizia: ella  posta nel mezo a chi per valore o per ingegno la sa
guadagnare. Or ditemi, non ha egli usato a voi tradimento? mentre
occultamente trattava averla per isposa, vi facea trattar matrimonio
con la figlia del conte. Egli cerca ingannar voi: ser ben che
inganniate lui. Poi fatto il sponsalizio, accioch si vergogni, gli
improverarete che, non trattando con voi alla libera, l'avete fatto
conoscere che, facendo professione di strasavio e d'esser vostro
maestro, non  buono ad imparar da voi; e poi fatto l'errore, si
trapongono gli uomini da bene e frati e preti, anzi il vostro zio, a
por accordi fra voi. E al fin bisogna che si cheti: ch se ben
v'uccidesse, non per questo otterrebbe il suo intento.

DON FLAMINIO. E non riuscendo quest'apparenza di notte, non so come
andarebbe la cosa.

PANIMBOLO. Perch addur tante tme o perigli contro voi stesso? chi
molto considera non vuol fare: lontani da' pericoli, lontani dalle
lodi della sperata vittoria: n valoroso n degno uomo pu esser
quello che schiva i pericoli, che aprono la via all'onore: temendo i
pericoli, si guastano i desegni.

DON FLAMINIO. Chi non teme con ragione, incorre spesso in disordine; e
la tma fa riuscire i consigli vani.

PANIMBOLO. Quei, che col nome di prudenza cuoprono il natural
timore, non fanno mai cosa buona. Quando mai facessimo altro, poneremo
il tutto in disordine e confusione; e chi scampa un punto ne scampa
cento.

DON FLAMINIO. Se ben  ardito ma pericoloso il consiglio e da
spaventare ogni gran cuore, essendo disposto o di posseder Carizia o
di morire, esseguiamolo: n vo' per una ignobil paura mancar a me
stesso.

PANIMBOLO. Ste risoluto?

DON FLAMINIO. Risolutissimo. Oh come con gli occhi del pensiero la
veggio riuscir bella e netta! e mentre sto in questo pensiero, sento
un secreto spirito nel cuore che mi conforta e spinge ad esseguirlo.
Resta solo si parli al parasito se vuol aiutarci.

PANIMBOLO. Bisogna far presto, ch don Ignazio  d'ingegno destro e
vigilante: se non si previene con prestezza, si torr Carizia. Chi
non fa conto del tempo perde le fatiche e le speranze dell'effetto.

DON FLAMINIO. Or mi par ogni indugio una gran lunghezza di tempo:
s'avesse le podagre, saria venuto.

PANIMBOLO. Se menasse cos i piedi nel caminare come le mani ne'
piatti o le mascelle quando mangia, che l'alza in su e gi come un
ballone, sarebbe venuto prima.

DON FLAMINIO. Eccolo, ma con una ciera annunziatrice di cattive
novelle.



SCENA II.

LECCARDO, DON FLAMINIO, PANIMBOLO.


LECCARDO. (O Dio, che disgusto dar a don Flaminio recandoli cos
cattive novelle!).

DON FLAMINIO. Leccardo, benvenuto!

LECCARDO. Non son Leccardo n mai fui Leccardo, ch non mai mi tocc
leccar a mio modo.

DON FLAMINIO. Sempre sul mangiare!

LECCARDO. Sempre su gli amori!

DON FLAMINIO. Se ti scaldasse quel fuoco che scalda me, diresti
altrimenti.

LECCARDO. Io credo che l'amor delle femine scaldi; ma l'amor del vino
scalda pi forte assai.

DON FLAMINIO. Che novelle?

LECCARDO. Dispiacevolissime. Don Ignazio avendo trattato col padre,
ave ottenuto Carizia. Ha mandato presenti sontuosissimi; or
s'apparecchia un banchetto di rari che s'han fatti al mondo. Le
principali gentildonne addobbano Carizia; e se negletta parea cos
bella, or che fiammeggia fra quelli ori e quelle gioie par di bellezza
indicibile.

DON FLAMINIO. Non mi recar pi noia con le tue parole che mi reca la
presente materia.

LECCARDO. Mi dispiace che per mia cagione non sia vostra sposa, ch la
vostra tavola mi sarebbe stata sempre apparecchiata. Or temo il
contrario: ch come vostro fratello sapr che son stato dalla vostra
parte, mi ar adosso un odio mortale, e sar in capo della lista di
coloro che saranno sbanditi dalla sua casa.

DON FLAMINIO. Io non son cos abbandonato dalla fortuna che,
aiutandomi, Carizia non possa divenir mia moglie. E se dar ad
intendere a don Ignazio che abbi goduto prima di Carizia, con
manifesta speranza mi guadagnar le sue nozze. Onde vorrei che la
notte che viene mi aprissi la porta di sua casa e mi facessi entrare,
e mi prestassi una di quelle vesti che port il giorno della festa e
alcuni doni mandati da lui.

LECCARDO. Cacasangue! questa  una solenne ribaldaria, e discoprendosi
io sarei il primo a patire la penitenza, e non vorrei ch'avendomi io
vivo mangiati molti uccelli cotti in mia vita, che or le cornacchie e
corbi vivi se avessero a mangiare me morto sovra una forca.

DON FLAMINIO. Tu sai che mio zio  vicer di Salerno: scoprendosi il
fatto, sapr che il tutto arai operato per mia cagione e non offender
te per non offender me.

LECCARDO. No no, la forca  fatta per i disgraziati. La giusticia 
come i ragnateli: le moschette piccole com'io ci incappano e ci
restano morte, i signori come voi sono gli uccelli grandi che la
stracciano e portano via.

DON FLAMINIO. Io sarei il pi ingrato uomo del mondo se, tu incappando
per amor mio, non spendessi quant'ho per liberarti.

LECCARDO. De' poveretti prima si fa giustizia, poi si forma il
processo e si d la sentenza.

DON FLAMINIO. Non temer quello che non sar per avvenir mai.

LECCARDO. Anzi sempre vien quello che manco si teme.

DON FLAMINIO. Di impedimento ad un gran disegno, ch non lo possiamo
metter in atto e nel felice corso della vittoria si rompe: mi
distruggi in erba e in spica le gi concette e mature speranze.

LECCARDO. Voi volete che i buoni bocconi, che ho mangiato in casa
vostra, mi costino come il cascio a' topi quando incappano alla
trappola.

DON FLAMINIO. Dunque non vi aiutarmi?

LECCARDO. Credo io ben di no.

DON FLAMINIO. Dunque non vi?

LECCARDO. Non voglio e non posso: pigliatevi quale volete di queste
due.

DON FLAMINIO. Troppo disamorevole risposta.

LECCARDO. Troppo sfacciata proposta.

DON FLAMINIO. Leccardo, sai che vorrei?

LECCARDO. Che fussi appiccato!

DON FLAMINIO. Che quel c'hai a fare lo facessi tosto, ch il giorno va
via e la sera se ne viene, e il beneficio consiste in questo momento
di occasione. Usar teco poche parole, ch la brevit del tempo non me
ne concede pi. Mi par soverchio ricordarti le cortesie che ti ho
fatte; e il volerti far pregar con tanta instanza diminuisce l'obligo
che mi tieni. Vorrei che mi facessi piacere pari alla cortesia, e
questo servigio sarebbe il condimento di tutti gli altri.

LECCARDO. L'impresa che mi proponi  di farmi essere appiccato.

DON FLAMINIO. Fai gran danno non aiutandomi.

LECCARDO. Maggior danno fo a me aiutandovi.

DON FLAMINIO. Leccardo, to', prendi questi danari.

LECCARDO. Ho steso la mano.

DON FLAMINIO. Togli questo argento.

LECCARDO. L'argento mi comanda.

DON FLAMINIO. Togli quest'oro.

LECCARDO. L'oro mi sforza. Oh come son belli e lampanti! par che
buttino fuoco: fanno bel suono e bel vedere.

DON FLAMINIO. Sai che ho degli altri, che posso sodisfare alla tua
ingordigia; e tu potrai taglieggiarmi a tuo modo.

LECCARDO. Vorrei tornarteli, ma non posso distaccarmegli dalle mani.

DON FLAMINIO. Non sai quella pergola di presciutti, quei salsiccioni
alla lombarda, quei formaggi e provature; non sai le compagnie di
polli, gli esserciti di galline, quei squadroni di galli d'India, le
cantine piene d'eccellentissimi vini che ho in casa? Ti chiuder ivi
dentro e non ti far uscir se non arai divorato e digesto il tutto;
sederai sempre a tavola mia con maest cesarea e ti saranno posti
innanzi piatti di maccheroni di polpe di capponi, d'un pasto l'uno,
sempre bocconi da svogliati.

LECCARDO. Panimbolo, che mi consigliaresti per non esser appiccato?

PANIMBOLO. Farti tagliar il collo prima.

LECCARDO. Il malan che Dio ti dia!

PANIMBOLO. A te ho detto quanto bisogna far per non esser appiccato.

LECCARDO. A tutti doi voi io lo posso insegnare.

DON FLAMINIO. Che dici eh, Leccardo mio?

LECCARDO. Che volete che dica? tanti presenti, tante carezze, tante
promesse farebbono pormi ad altro pericolo di questo; ma lassami
retirar in consiglio secreto.--Leccardo, consiglia un poco te stesso:
sei in un gran passo. Dall'una parte sta la fame e dall'altra la
forca; e l'una e l'altra mi spaventano e mi minacciano. La fame uccide
subbito, la forca ci vuol tempo a venire: la forca  una mala cosa, mi
strangolar che non mangiar pi mai; alla fame dar un perpetuo bando
e mi prometto dovizia di tutte le cose. Ahi, infingardo e senza core!
i soldati per tre ducati il mese vanno a rischio di spade, di picche,
di archibuggi e di artegliarie; ed io per s gran prezzo non posso
contrastar con la forca? Meglio  morir una volta che sempre mal
vivere. Ho passati tanti pericoli, cos passer quest'altro. Cancaro!
si mangiano molte nespole mature, poi un'acerba t'ingozza:  di
errore antico penitenza nuova.

DON FLAMINIO. Risoluzione? ch l'indugio  pericoloso e il pericolo
sovrasta.

LECCARDO. Son risoluto servirvi pi volentieri che non sapresti
commandarmi, e avvengane quello che si voglia: ste mio benefattore.

DON FLAMINIO. Avrti che avendomi a fidar di te tu sia di fede
intiera.

LECCARDO. Interissima: non mai l'ho rotta perch non mai l'adoprai.

DON FLAMINIO. In che cosa mi serverai e in che modo?

LECCARDO. Del modo non posso deliberare se non parlo prima con
Chiaretta, ch'ella tien le chiavi delle sue casse.  gran tempo
ch'ella cerca far l'amor con me.

DON FLAMINIO. Bisogna far l'amor con lei e dargli sodisfazione.

LECCARDO. Pi tosto m'appiccherei. Mai feci l'amor se non con
porchette e vitelle; ed  il peggio, ch' una simia e pretende esser
bellissima.

DON FLAMINIO. Bisogna tr la medicina per una volta.

LECCARDO. Quando la mener a casa, finger por la mano alla chiave per
aprir la porta. Basta: l'inganner di modo che mi aiuter.

DON FLAMINIO. Lodo il consiglio: mandalo in essecuzione.

LECCARDO. Fra poco saperete la risposta.

DON FLAMINIO. Non vo' risposta ch non ci  tempo: gli effetti
rispondino per te.

LECCARDO. La notte viene: non mi trattenete, ch  vostro danno; io vo
con buona fortuna.

DON FLAMINIO. A rivederci.

LECCARDO. A riparlarci.



SCENA III.

MARTEBELLONIO, LECCARDO.


MARTEBELLONIO. Non ho lasciato fornai, salcicciai, macellari, osterie
e piscatori che non abbia cerco per trovar Leccardo, e non ho avuto
ventura di ritrovarlo!...

LECCARDO. (Ecco il ballon da vento! oh come gionge a tempo! Muter
parere e far disegni pi a proposito, ch, per esser ignorantissimo,
gli potr dar ad intendere ci che voglio).

MARTEBELLONIO.... Certo sar imbriacato, e ficcatosi in qualche stalla
si sar disfidato con la paglia a chi pi dorme. M' salito capriccio
in testa di Calidora e vorrei sborrar fantasia.

LECCARDO. (Oh come servir ben l'amico!). Ben venghi il bellissimo e
innamoratissimo capitano!

MARTEBELLONIO. O Leccardo, ti son ito cercando tutt'oggi.

LECCARDO. Se foste venuto dov'era, m'areste ritrovato al sicuro.

MARTEBELLONIO. Perch m'hai detto bellissimo?

LECCARDO. Perch fate morir le principalissime gentildonne della
citt, e fra tutte Callidora, la mia padrona, che quando le muovo
ragionamenti di voi fa atti da spiritata.

MARTEBELLONIO. Vorrei che la finissimo una volta, ch io non facessi
penar lei n ella me; vorrei che le facessi un'ambasciata da mia
parte.

LECCARDO. Far quanto m'imponete.

MARTEBELLONIO. Dille che non  picciol favore che un mio pari
s'inchini ad amar lei, ch son amato dalle pi grandi donne del mondo.

LECCARDO. Andr a dirglielo.

MARTEBELLONIO. Ma non con certe parole umili che cagionino disprezzo,
ma con un certo modo altiero che cagioni verso me onore e riverenza.

LECCARDO. Le dir che se non vi ama, con un soffio la farete volar per
aria o, con un flgore degli occhi vostri mirandola, l'abrusciarete.

MARTEBELLONIO. Dille ci che tu vuoi, ch le cortesi parole d'un mio
pari minacciano tacitamente.

LECCARDO. Ella spasima per voi.

MARTEBELLONIO. Poich  cos, dimmi: quando? come? Non m'intendi?

LECCARDO. V'intendo bene; ma non so che dite.

MARTEBELLONIO. Mi porrai con lei da solo a solo?

LECCARDO. Questa notte.

MARTEBELLONIO. Or s che puoi comandarmi: sono assai amico delle
preste risoluzioni, e per tal cagione nelle guerre ho conseguito
grandissime vittorie. Ma venghiamo all'ora pi commoda a lei.

LECCARDO. Quando dorme la vicinanza, alle due ore, la far venir in
questa casa terrena e vi sollazzarete con lei tutta la notte. Ma che
segni mi darete quando venite di notte ch vi conosca?

MARTEBELLONIO. Quando sentirai tremar la casa e la terra come se fusse
un terremoto, son io che camino.

LECCARDO. Andr ad ordinar con lei l'ora che possa venir senza saputa
di suo padre. Venite sicuramente.

MARTEBELLONIO. Andr a cenare e sar qui ad un tratto.

LECCARDO. Oh com' stata la venuta di costui a proposito! dalla
cattiva via m'ha posto nella buona. Quando la fortuna vuol aiutare
trova certe vie che non le trovarebbono cento consigli. Da Chiaretta
non era possibile averne alcun piacere senza venir a' ferri, dove
pensandovi sudava sudor di morte; l'accoppiar con costui di modo che
l'uno non s'accorger dell'altro, e l'altro sar contento e ingannato.
Veggio Chiaretta che toglie i ragnateli dalla porta dalla casa.



SCENA IV.

CHIARETTA fantesca, LECCARDO.


CHIARETTA. Ho tanta allegrezza che Carizia, la mia padrona, sia
maritata che pare ch'ancora io sia a parte delle sue dolcezze.

LECCARDO. Maggior dolcezza aresti, se gustassi quello che gustar ella
quando staranno abbracciati insieme.

CHIARETTA. E se fusse a quei piaceri, ne gusterei ancor io com'ella:
che pensi che non sia di carne e d'ossa come lei? o le membra mie non
siano fatte come le sue?

LECCARDO. Ci  qua uomo che ti far gustare le medesime dolcezze.

CHIARETTA. Sei tu forsi quello?

LECCARDO. Cos Dio m'aiuti!

CHIARETTA. Tengo per fermo che non ti aiuteria, ch tu hai pi a caro
un bicchier di vino che quante donne son al mondo.

LECCARDO. Dici il vero, ma tu sei tanto graziosa che faresti innamorar
i sassi.

CHIARETTA. S'io facessi innamorar i sassi, starei sicura che farei
innamorar te che sei peggio d'un sasso.

LECCARDO. Son risoluto esser tuo innamorato.

CHIARETTA. Che ti ho ciera di vitella o di porca, che ti vi innamorar
di me?

LECCARDO. T'apponesti. Hai certi labruzzi scarlatini come un
prosciutto, una bocchina uscita in fuori com'un porchetto, gli occhi
lucenti come una capra, le poppe grassette come una vitella, le groppe
grosse e ritonde come un cappone impastato: in somma non hai cosa che
non mi muova l'appetito; ebbe torto la natura non farti una capra.

CHIARETTA. E tu che vi esser mio marito, un becco.

LECCARDO. E quando star abbracciato con te, mi parr di gustare il
sapor di tutti quest'animali, o mia vacca, o mio porchetto, o mia
agnella, o mia capra!

CHIARETTA. Star dunque mal appresso te, che non mi mangi. Ma arei
caro darti martello.

LECCARDO. Sei pi atta a riceverlo che a darlo.--Oh come par bella
Carizia or che pompeggia fra quelle vesti.

CHIARETTA. Altro che tovaglia bianca ci vuol a tavola, altro che vesti
ci vuole a far bella una donna: gli innamorati non amano le vesti ma
quello che sta sotto le vesti. Bisogna aver buone carni, sode, grasse
e lisce, come abbiamo noi fantesche che sempre fatichiamo; le
gentildonne, che sempre stanno a spasso, l'hanno cos flaccide e molli
che paiono vessiche sgonfiate.

LECCARDO. Mi piace quanto dici.

CHIARETTA. E le lor facce son tanto imbellettate che paiono maschere;
e portano tal volta sul volto una bottega intiera di biacche, di
solimati, di litargiri, di verzini e altre porcherie. Oib, se le
vedessi la mattina quando s'alzano da letto, diresti altrimente. Ma
noi misere e poverelle abbiamo carestia d'acqua per lavarci la faccia:
triste noi se non ci aiutasse la natura!

LECCARDO. Veramente come una donna si parte da un buon naturale e il
piglia artificiale, non pu parer bella. Ma tu m'hai fatto risentir
tutto: ti vorrei cercare un piacere.

CHIARETTA. Che piacere?

LECCARDO. Che mi presti una cosa.

CHIARETTA. Che cosa?

LECCARDO. Per un'ora, anzi mezza, anzi per un quarto; e te la ritorno
come me la prestasti.

CHIARETTA. Dimmi, che vorresti?

LECCARDO. Vorrei....

CHIARETTA. Che vorresti?

LECCARDO. Dubito non me la presterai.

CHIARETTA. Ti prester quanto ho per un'ora, per un quarto, per quanto
tu vuoi: a me pi tosto manca l'occasione che la volunt di far
piacere; e se non basta in presto, te la dono.

LECCARDO. So che sei d'una naturaccia larga e liberale, che ci che ti
 cercato in presto tu doni.

CHIARETTA. Su, di' presto, che vuoi?

LECCARDO. Che mi presti la....

CHIARETTA. La che?

LECCARDO. La..., mi vergogno di dire.

CHIARETTA. Se ti vergogni dirmelo di giorno e in piazza, dimmelo
all'oscuro in casa.

LECCARDO. Vorrei che mi prestassi la gonna di Carizia.

CHIARETTA. Il malan che Dio ti dia! non vi altro di questo?

LECCARDO. E che pensavi? qualche cosa trista?

CHIARETTA. Che vuoi farne?

LECCARDO. Vestirla a te. E alcuna di quelle cose che l'ha mandato don
Ignazio, o di quelle che port quel giorno della festa; ch s'ella si
vuole sposar dimani, noi ci sposaremo questa notte. Tu sarai Carizia,
io don Ignazio.

CHIARETTA. Tu mi burli.

LECCARDO. Se ti burlo, facci Dio che mai gusti vino che mi piaccia!

CHIARETTA. A questo giuramento ti credo. A che ora?

LECCARDO. Alle due, in questa casetta terrena.

CHIARETTA. Perch non in casa nostra?

LECCARDO. Ch facendo romore non siamo sconci: ne parlaremo pi a
lungo in casa.

CHIARETTA. Bene.

LECCARDO. Non mancarmi della tua promessa.

CHIARETTA. N tu della tua.



SCENA V.

DON FLAMINIO, LECCARDO, PANIMBOLO.


DON FLAMINIO. Ecco il veggiamo a punto. Leccardo, hai appontato con la
fantesca?

LECCARDO. No.

DON FLAMINIO. Perch?

LECCARDO. L'aco era spuntato e avea la testa rotta.

DON FLAMINIO. Hai scherzato a bastanza: non pi scherzi.

LECCARDO. Non abbiamo fatto cosa veruna.

DON FLAMINIO. Fortuna traditora, se tu volgi le spalle una volta, non
volgi pi la faccia.

LECCARDO. Anzi la fortuna s' incontrata con te senza saper chi fussi,
e tu senza conoscerla ti sei incontrato con lei.

DON FLAMINIO. Che m'apporti?

LECCARDO. Le vesti, le gioie e l'istessa Carizia: pi di quel che
m'hai chiesto e sapresti desiderare.

DON FLAMINIO. Perch dicivi di no?

LECCARDO. Per farvi saper la nuova pi saporita; ch si t'avessi detto
cos il tutto alla prima, non ti sarebbe piaciuta. Non solo aremo da
Chiaretta quanto vogliamo; ma m' venuto fra' piedi quel capitano
balordo, innamorato di Calidora, il qual ci servir molto a proposito,
di modo che ci si trovar gentilmente beffato e vostro fratello
tradito.

DON FLAMINIO. Da cos buona fortuna fo argumento che la cosa riuscir
assai netta. Conosco il capitano; ma come si sentir beffato da te, ti
far una furia di bravate.

LECCARDO. Ed io una furia di bastonate.

DON FLAMINIO. Leccardo mio, come ar per tuo mezo conseguito il mio
bene, arai sempre la gola piena e ornata di catene d'oro.

LECCARDO. Purch non rieschino in qualche capestro!

DON FLAMINIO. Che resta a far, Panimbolo?

PANIMBOLO. Come il fratello vi dar la nuova, mostrate non sapere
nulla. Dilli che sia disonesta. Tu, Leccardo, tieni in piedi la
prattica della fantesca, ch noi ti avisaremo di passo in passo quanto
 da farsi.

LECCARDO. Raccomando alla fortuna la vostra audacia.

PANIMBOLO. Abbi cura spiar se don Ignazio prepara alcuna cosa.



SCENA VI.

DON IGNAZIO, SIMBOLO, AVANZINO.


DON IGNAZIO. Talch noi abbiamo gentilmente burlato il fratello, il
quale si pensava burlar me.

SIMBOLO. Se non era il mio consiglio, ti saresti trovato in un gran
garbuglio.

AVANZINO. Padrone, datemi la mancia, ch me l'ho guadagnata davero.

DON IGNAZIO. E di che cosa?

AVANZINO. Non la dico, se prima non me la prometteti.

DON IGNAZIO. Ti prometto quanto saprai tu dimandarmi.

AVANZINO. Quando voi mi mandaste a casa del conte per veder se vi
fusse, non so che mi fe' far la via della porta della citt che va a
Tricarico....

DON IGNAZIO. E ben?

AVANZINO.... Trovai il conte il quale, perch se gli era sferrato il
cavallo di tre piedi, s'era fermato a farlo ferrare, e li feci
l'ambasciata da vostra parte....

DON IGNAZIO. E che ambasciata?

AVANZINO.... Come vostro fratello avea concluso il matrimonio per
questa sera; e che voi non potevate aspettar fin alla sera, che
volevate passar i capitoli allora allora e venire a casa....

DON IGNAZIO. Il conte che disse?

AVANZINO.... Se ne rallegr molto; e cavalcato se n'and alla via di
Palazzo a vostro zio, e credo che adesso adesso ser spedito il
negozio.

DON IGNAZIO. Chi t'ha ordinato che gli facessi quell'ambasciata?

AVANZINO. S'io vedeva che voi vi attristavate per quell'indugio, io
per levarvi da quella tristezza ho pregato il conte da vostra parte
ch'avesse differito l'andare a Tricarico per quel giorno.

DON IGNAZIO. Ah traditore, assassino!

AVANZINO. In che vi ho offeso io?

DON IGNAZIO. Non so perch non ti spezzi la testa in mille parti, come
m'hai rovinato dal fondo e spezzatomi il cuore in mille parti!

AVANZINO. Queste sono le grazie che mi rendete del piacer che vi ho
fatto?

DON IGNAZIO. Un simile piacere sia fatto a te dal boia, gaglioffo!

SIMBOLO. Padrone, non bisogna irarvi contro costui.

DON IGNAZIO. Egli m'ha rovinato della vita e scompigliato il negozio.

SIMBOLO. Per questo non deve mai il padrone trattare i suoi fatti
dinanzi a' servi, i quali, quando non vi nocciono per malignit,
almeno vi nocciono per ignoranza.

DON IGNAZIO. Non so che farmi, son rovinato del tutto; m'ha posto in
un garbuglio che non so come distaccarmene: andr il conte al mio zio,
dir che l'ha trattato don Flaminio e che io ne sia contentissimo,
effettuar il negozio.

SIMBOLO. Il caso  da temerne; ma i consigli de' vecchi son tardi ch
non si muovono con tanta fretta, e poi egli ha desio maritarvi in
Ispagna.

DON IGNAZIO. Or conosco la mia sciocchezza a lasciarmi persuadere da
te di accettar il partito di mio fratello: con non men infelice che
ignobil consiglio tu mi hai posto in tanti travagli.

SIMBOLO. Chi arebbe potuto imaginar tanta ignoranza d'uomo a far di
sua testa quel che non gli era stato ordinato?

DON IGNAZIO. Fa' che mai tu comparischi ove io mi sia; se non, che
far pentirtene.

AVANZINO. Questi sono i premi d'aver dieci anni fidelmente servito:
esser cacciato di casa.

SIMBOLO. Taci e non parlar pi in collera. Ecco vostro fratello.



SCENA VII.

DON FLAMINIO, PANIMBOLO, DON IGNAZIO, SIMBOLO.


DON IGNAZIO. Don Flaminio, son andato gran pezzo ricercandovi: voi
siate il benvenuto!

DON FLAMINIO. E voi ben trovato! Che buona nuova, poich mostrate
tanta allegrezza nel volto?...

PANIMBOLO. (Oh quanto il cuore  differente dal volto!).

DON FLAMINIO.... che cosa avete degna di tanta fretta e di tanta
fatica?

DON IGNAZIO. Per farvi partecipe d'una mia allegrezza; ch so che ve
ne rallegrarete come me ne rallegro io, amandoci cos reciprocamente
come ci amiamo.

PANIMBOLO. (Mentite per la gola ambodoi!).

DON FLAMINIO. Rallegratemi presto, di grazia.

DON IGNAZIO. Perch, partito che fui da voi, andai in casa del conte e
mi dissero ch'era andato a Tricarico e che trattava con altri dar la
sua figlia, io mi ho tolto un'altra per moglie secondo il mio
contento.

DON FLAMINIO. Non credo sia maggior contento nella vita che aver
moglie a suo gusto e suo intento. Quella signora d'Ispagna che
trattava don Rodrigo nostro zio?

DON IGNAZIO. Ho tolto una gentildonna povera ben s ma nobilissima; ma
la sua nobilt  avanzata di gran lunga dalla sua somma bellezza, e
l'un'e l'altra dalla onest e dagli onorati costumi.

DON FLAMINIO. Ditelami di grazia, accioch mi rallegri anche io della
vostra allegrezza; ch per aver ricusata una figlia de grandi
d'Ispagna, dev'esser oltremodo bella e onorata.

DON IGNAZIO.  Carizia.

DON FLAMINIO. Chi Carizia? non l'ho intesa mai nominare.

PANIMBOLO. (Ah, lingua mendace, non la conosci?).

DON IGNAZIO. Carizia, figlia di Eufranone.

DON FLAMINIO. Forsi volete dire una giovenetta che nella festa de'
tori comparve fra quelle gentildonne con una sottana gialla?

DON IGNAZIO. Quella istessa.

DON FLAMINIO. E questa  quella tanto onesta e onorata?

DON IGNAZIO. Quell'istessa.

DON FLAMINIO. Or veramente le cose non sono com'elle sono, ma come
l'estima chi le possiede.

DON IGNAZIO. Che volete dir per questo?

DON FLAMINIO. Che non  tanta l'onest e il suo merito quanto voi
dite.

DON IGNAZIO. Dite cose da non credere.

DON FLAMINIO. Ma piene di verit. Ma dove nasce in voi tanta
meraviglia?

DON IGNAZIO. Anzi io non posso tanto meravigliarmi che basti.

DON FLAMINIO. Avete fatto molto male.

DON IGNAZIO. Si ho fatto bene o male non l'ho da riporre nel vostro
giudizio.

DON FLAMINIO. Or non sapete voi ch'ella col far di s copia ad altri
d da viver alla sua casa, la qual  pi povera di quante ne sono in
Salerno e che senza la sua mercanzia non potrebbe sostenersi?

PANIMBOLO. (Oh come i colori della morte escono ed entrano nel suo
volto!).

DON IGNAZIO. Si fusse altro che voi, ch'ardisse dirme questo, lo
mentirei per la gola.

DON FLAMINIO. Perdonatemi si son forzato passar i termini della
modestia con voi, ch quanto ve dico tutto  per l'affezione che vi
porto.

PANIMBOLO. (Ah, lingua traditora!).

DON FLAMINIO. Dico che fate malamente, ch per sodisfare ad un vostro
momentaneo appetito, e d'una finta bellezza di una donnicciola, non
stimate una vergogna che sia per risultar al vostro parentado; ch ben
sapete che una picciola macchia nella fama di una donna apporta
vituperio e infamia a tutti.

PANIMBOLO. (L'ammonisce per carit fraterna: che Dio lo benedica!).

DON IGNAZIO. Io per diligente informazione, che per molti giorni n'ho
presa da molte onoratissime persone, ne ho inteso tutto il contrario.

DON FLAMINIO. Dovete credere pi a me che a niuno.

DON IGNAZIO. Credo a voi non al fatto.

DON FLAMINIO. Anzi vo' che crediate al fatto istesso non a me.

DON IGNAZIO. Ella  tanto onorata che la mia lingua s'onora del suo
onore; e avendola ne resto io pi onorato. E voi, per farla da
cavaliero, d'una gentildonna dovresti dirne bene ancorch fusse il
falso, n dirne male ancorch fusse il vero.

DON FLAMINIO. Io non ho detto ci perch sia mala lingua, ma perch
sappiate il vero. Ma che non pu la forza d'una gran verit? Perci
non vorrei che correste con tanta furia in cosa ove bisogna maturo
consiglio, e poi fatta non pu pi guastarsi; e poi dal rimorso di voi
stesso vi aveste a pentir d'una vana penitenza.

DON IGNAZIO. A me sta il crederlo.

DON FLAMINIO. A voi il credere, a me dir la verit la qual m'apre la
bocca e ministra le parole. Ma io, che tante volte v'ho fatto veder il
falso leggiermente, or con tante ragioni non posso farvi creder il
vero?

DON IGNAZIO. E per non vi credo nulla, perch solete dirmi le bugie e
conosco i vostri artifici.

PANIMBOLO. (Oh come mal si conoscono i cuori!).

DON FLAMINIO. Ma se vogliamo adeguar il fatto, bisogna che ambodoi
abbiamo pazienza, voi di ascoltare, io di parlare.

DON IGNAZIO. Dite suso.

DON FLAMINIO. Son pi di quattro mesi che me la godo a bell'aggio, n
io son stato il primo o secondo; e vi fo sapere che non  tanto bella
quanto voi la fate, ch, toltone quel poco di visuccio inbellettato e
dipinto, sotto i panni  la pi sgarbata e lorda creatura che si veda.

DON IGNAZIO. Non basto a crederlo.

DON FLAMINIO. N la sorella  men disonesta di lei; e un certo
capitano ciarlone, che suol pratticar in casa, se la tiene a' suoi
comodi. Or questo, che  il peggior uomo che si trovi, sar vostro
cognato; e ci son altre cose da dire e da non dire.

DON IGNAZIO. Mi par impossibile.

DON FLAMINIO. Far che ascoltiati da molti il medesimo.

DON IGNAZIO. Se non lo credo a voi, meno lo creder agli altri.

PANIMBOLO. (Li  restata la lingua nella gola e non ne pu uscir
parola).

DON FLAMINIO. E se non lo credete, far che lo veggiate con gli occhi
vostri.

DON IGNAZIO. Che cosa?

DON FLAMINIO. Poich volete sposarla dimani, vo' dormir seco la notte
che viene: io sar sposo notturno, voi diurno. State stupefatto?

DON IGNAZIO. Se mi fusse caduto un fulmine da presso, non starei cos
attonito.

DON FLAMINIO. Da un buon fratello come vi son io bisogna dirsi la
verit, poi in cose d'importanza e dove ci va l'onore.

PANIMBOLO. (O mondo traditore, tutto fizioni!).

DON IGNAZIO. Odo cose da voi non pi intese da altri.

DON FLAMINIO. Se vi fusse pi tempo, ve lo farei udir da mille lingue;
ma perch viene la notte pi tosto che arei voluto, venete meco alle
due ore, che andr in casa sua: vi far veder le sue vesti e i doni
che l'avete mandati, e ce ne ritornaremo a casa insieme.

DON IGNAZIO. Se me fate veder questo, far quel conto di lei che si
deve far d'una sua pari.

DON FLAMINIO. Andiamo a cenare e verremo quando sar pi imbrunita la
notte.

DON IGNAZIO. Andiamo.

DON FLAMINIO. Andate prima, ch verr dopoi.

PANIMBOLO. Gi  gito via.

DON FLAMINIO. Panimbolo, a me par che la cosa riesca bene.

PANIMBOLO. Avete finto assai naturale. Mi son accorto che la gelosia
li attacc la lingua che non possea esprimere parola.

DON FLAMINIO. Io non mi dispero della vittoria.

PANIMBOLO. Andiamo al fratello, acci non prenda suspetto di noi e gli
ordini presi non si disordenino.

DON FLAMINIO. Andiamo.



SCENA VIII.

EUFRANONE solo.


EUFRANONE. Gi ho dato la nuova a' parenti, agli amici e a tutta la
citt; e ciascuno ne ha infinito piacere e allegrezza, veggendo che la
nostra casa anticamente cos nobile e ricca per una disgrazia sia
venuta in tanta miseria e povertade, e ora per una cos insperata
occasione risorga a quel primiero splendore e grandezza; e che la
bellezza e onorati costumi di Carizia, che meritava questa e maggior
cosa, abbino sortito cos felice ventura per esserne le sue parti tali
da farsi amar insin dalle pietre. Oh quanta sar la mia allegrezza
dimani, quando vedr la mia figliola sposar da cos degno cavaliero
con tanta grandezza e concorso di nobili, e gionta a quell'eccelso
grado che merita la sua bontade! Dubito che non passar mai questa
notte ch veggia quell'alba, per lo gran desiderio che ho di vederla.
Ma perch trattengo me stesso in tante facende? andr su, cener
subito e andr in letto, accioch dimani mi levi per tempo. Sommo Dio,
appresso cui son riposte tutte le nostre speranze, fa' riuscir queste
nozze felici per tua solita bontade, ch so ben che noi tanto non
meritiamo!



SCENA IX.

MARTEBELLONIO solo.


MARTEBELLONIO. Credo che non sia minor virtute e grandezza ferir un
corpo con la spada che un'anima con i sguardi: ben posso tenermi io
fra tutti gli uomini glorioso, ch posso non men con l'una che con
l'altra; ch non pu starmi uomo, per gagliardo che sia, con la spada
in mano innanzi, n men donna, per onesta e rigida, a' colpi de'
sguardi miei; e se con la spada fo ferite che giungono insin al cuore,
con gli occhi fo piaghe profondissime che giungono insin all'anima.
Ecco Calidora che appena mi guard una volta, che non sostenne il
folgore del lampeggiante mio viso; onde ne rest sconquassata per
sempre. Ma io con un generoso ardire non men uso misericordia a quei
che prostrati in terra mi chiedeno la vita in dono, che a quelle
meschinelle e povere donne che si muoiono per amor mio. Or io mi son
mosso a darle soccorso ch non la vegga miseramente morire; ed  gran
pezza che mi deve star aspettando. Ma io non veggio per qui Leccardo,
come restammo d'appontamento.



SCENA X.

DON FLAMINIO, DON IGNAZIO, MARTEBELLONIO, PANIMBOLO, SIMBOLO.


DON FLAMINIO. Io sento genti in istrada, non so se potremo mandar ad
effetto quanto desideriamo: dovevamo cenar prima.

DON IGNAZIO. A me non parea mai che venisse l'ora di veder un tanto
impossibile, per poter dire liberamente poi che onore e castit non si
trova in femina; poich costei, di cui si narrano tanti gran vanti
della sua onest, si trovi s disonesta.

DON FLAMINIO. Cos va il mondo, fratello: quella donna  tenuta pi
casta che con pi secretezza fa i suoi fatti.

MARTEBELLONIO. Sento stradaioli. Ol, date la strada se non volete
andar per fil di spada!

PANIMBOLO. Se non taci, poltronaccio, andrai per fil di bastone!

MARTEBELLONIO. (Costui par che sia indovino, ch son poltrone).

DON IGNAZIO. Chi  costui?

SIMBOLO. Quel capitan vantatore.

MARTEBELLONIO. (Vo' farmi conoscere, ch non m'uccidano in iscambio).
O signori don Flaminio e don Ignazio, son il capitan Martebellonio! E
dove cos di notte senza la mia compagnia? ch  meglio aver me solo
che una compagnia d'uomini d'arme.

DON FLAMINIO. E tu dove vai? a donne ah?

MARTEBELLONIO. L'hai indovinata, a f di Marte!

DON FLAMINIO. A qualche puttana?

MARTEBELLONIO. Se non foste voi a' quai porto rispetto, vi farei
parlar altrimente. Io a puttane, che ho le principali gentildonne
della citt e tutto il mondo che spasima del fatto mio? Vo ad una
signora che  ridotta a pollo pesto per amor mio, e or la vo a
soccorrere.

DON FLAMINIO. Signora di casa, fantesca eh?

MARTEBELLONIO. E pur l!  Callidora, figlia d'Eufranone: conoscetela
voi?

DON FLAMINIO. (Che ti dissi, fratello? cominci a scoprir paese). Noi
la conosciamo molto bene; ma dove voi conosceste lei o sua sorella
Carizia?

MARTEBELLONIO. Gran tempo fa che l'una e l'altra  impazzita del fatto
mio; ma a me piace Calidora per esser di ciglio pi rigido e pi
severo. Mi ha chiesto in grazia che vada a dormir seco per questa
notte: or vo ad attenderle la promessa. Ma s'apre la porta e veggio il
parasito che viene per ritrovarmi: perdonatemi.



SCENA XI.

LECCARDO, CHIARETTA, MARTEBELLONIO, DON IGNAZIO, DON FLAMINIO.


LECCARDO. Entrate, signora, in questa camera qui vicino.

CHIARETTA. T'obedisco.

LECCARDO. Serratevi dentro e aspettatemi un pochetto.--Capitano, ste
voi?

MARTEBELLONIO. Pezzo d'asino, non mi conosci?

LECCARDO. Non vi conoscea, perch me diceste che venendo la vostra
persona arei sentito il terremoto: son stato gran pezza attendendo se
tremava la terra, per dubitavo se foste voi.

MARTEBELLONIO. Dite bene, e ti dir la cagione. Poco anzi mi  venuta
una lettera dall'altro mondo. Plutone mi si raccomanda e mi prega che
non camini cos gagliardo, che vada pian piano, ch tante sono le
pietre e le montagne che cascono dagli altissimi vlti della terra,
che manc poco che non abissasse il mondo e sotterrasse lui vivo con
Proserpina sua mogliere. Gli l'ho promesso, e perci non camino al mio
solito.

LECCARDO. Entrate, ch Calidora vi sta aspettando.

DON FLAMINIO. Che dici, fratello?  vero quanto vi ho detto? Io far
il segno: fis, fis.

LECCARDO. Signor don Flaminio, Carizia vi prega a disagiarvi un poco,
perch sta ragionando col padre.

DON FLAMINIO. Se ben  alquanto bellina, io non la teneva in tanto
conto quanto voi.

DON IGNAZIO. Non vi ho io dimandato pi volte se in quel giorno della
festa vi fusse piaciuta alcuna di quelle gentildonne, e mi dicesti di
no?

DON FLAMINIO. Era cos veramente; ma essendomi offerta costei con mio
poco discomodo, me ce inchinai.

LECCARDO. Signor don Flaminio, Carizia v'aspetta agli usati piaceri, e
che le perdoniate se vi ha fatto aspettar un poco.

DON FLAMINIO. Don Ignazio, non vi partite; forse vi porter alcuni de'
suoi abbigliamenti e de' doni mandati.

DON IGNAZIO. Aspettar sin a domani.--Che dici, Simbolo, aresti tu
creduto ci mai?

SIMBOLO. Veramente delle donne se ne deve far quel conto che dell'erbe
fetide e amare che serveno per le medicine, che cavatone quel succo
giovevole si buttano nel letamaro: come l'uomo si ha cavato quel poco
di diletto che s'ha da loro, nasconderle ch pi non appaiano.

DON IGNAZIO. Veramente la femina  un pessimo animale e da non
fidarsene punto. Ahi, fortuna, quando pensava che fussero finite le
pene e cominciar la felicit, allor ne son pi lontano che mai!

DON FLAMINIO. Don Ignazio, dove ste? Conoscete voi questa sottana
gialla che port quel giorno? non  questo l'anello che l'avete
mandato a donare, le catene e gli altri vezzi di donne?

DON IGNAZIO. Li conosco e mi rincresce conoscerli.

DON FLAMINIO. Vi lascio le sue cose in vece di lei per questo breve
tempo che mi  concesso goderla.

DON IGNAZIO. Eccole, tornatele adietro.

DON FLAMINIO. Vi lascio la buona notte.

DON IGNAZIO. Anzi notte per me la pi acerba e d'infelice memoria che
sia mai stata! O stelle nemiche d'ogni mio bene--ben posso io
chiamarvi crudeli, poich nel nascer mio v'armaste di cos funesti e
miserabili influssi,--deh, fuggite dal cielo, spengete il vostro lume
e lasciate per me in oscure tenebre il mondo! O luna, oscura il tuo
splendore e cuopra il tuo volto ecclisse orribile e spaventoso, e in
tua vece veggansi orrende comete colle sanguigne chiome! O maledetto
giorno ch'io nacqui e che la viddi e che tanto piacque agli occhi
miei! Ahi, dolenti occhi miei, a che infelice spettacolo ste stati
serbati insin ad ora! veder ch'altri goda di quella donna che mi era
assai pi cara dell'anima istessa. Ahi, che sento stracciarmi il cuore
dentro da mille orsi e da mille tigri, e la gelosia m'impiaga l'anima
di ferite inmedicabili e immortali! Ahi, Carizia, cos onori il tuo
sposo? queste sono le parole che ho intese da te questa mattina? non
avevi altri uomini con chi potevi ingannarmi, e lasciar mio fratello?
e se mi dispiace l'atto, mi dispiace pi assai con chi l'hai tu
adoperato.

SIMBOLO. Padrone, fate resistenza al male, ch non  maggior male che
lasciarsi vincere dal male.

DON IGNAZIO. Ma io non sia quel che sono se non ne la far pentire.

SIMBOLO. Dove andate?

DON IGNAZIO. A consigliarmi con la disperazione, con le furie
infernali, ch non so quale in me maggior sia l'ardore, il dolore o la
gelosia.

DON FLAMINIO. Panimbolo, son partiti?

DON IGNAZIO. S, sono.

LECCARDO. Don Flaminio, come sei stato servito da me?

DON FLAMINIO. Benissimo, meglio che s'io fussi stato nel tuo cuore o
tu nel mio.

LECCARDO. Che dici del capitano, del suo non aspettato e fattoci
beneficio?

DON FLAMINIO. La fortuna non ha ingannato punto il nostro desiderio.

LECCARDO. Mai mi son compiaciuto di me stesso come ora, tanto mi par
d'aver fatto bene.

DON FLAMINIO. Te ne ho grande obligo.

LECCARDO. Ne avete cagione.

DON FLAMINIO. Panimbolo, par che siamo fuori di periglio.

PANIMBOLO. Anzi or siamo nel periglio; e poich si  cominciato,
bisogna finire, ch non facci a noi egli quel che pensiamo di far a
lui.

LECCARDO. La fortuna scherza con noi, ch scambievolmente abbassa
l'uno e inalza l'altro.

DON FLAMINIO. Patisca or egli quelle pene che ha fatto patir a me!
Egli piange ed io rido.

LECCARDO. Ben sar se non s'appicca con le sue mani!

DON FLAMINIO. Questo bisogno sarebbe a punto per farmi felice!
Andiamo.

LECCARDO. Ed io vo' entrar qui dentro e prendermi spasso di Chiaretta
col capitano.




ATTO IV.



SCENA I.

SIMBOLO, DON IGNAZIO.


SIMBOLO. Padrone, vi  passata ancora quella rabbia?

DON IGNAZIO. Anzi me n' sovraggionta dell'altra.

SIMBOLO. Stimava che, la notte come madre de' pensieri avendovi meglio
consigliato, foste mutato di parere.

DON IGNAZIO. Pi mi ci son confirmato.

SIMBOLO. Frenate tanto sdegno che impedisce il dritto della raggione,
ch le vostre parole potrebbono cagionar qualche gran scandolo.

DON IGNAZIO. Che vorresti dunque che facessi?

SIMBOLO. Ch'avendola a rifiutare, la rifiutaste con modi non tanto
obbrobriosi.

DON IGNAZIO. Il fuoco d'amore  rivolto in fuoco di sdegno; e l'uno e
l'altro m'hanno inperversato di sorte che mi parrebbe poco se la
sbranassi con le mie mani.

SIMBOLO. Fareste cosa che ve ne pentireste.

DON IGNAZIO. Vo' che sia a parte della pena, poich  stata a parte
del diletto.

SIMBOLO. Or non potrebbe esser che quella notte vostro fratello
v'avesse ingannato?

DON IGNAZIO. Non sai che dici.

SIMBOLO. Dico cose possibili e dubbiose ancora.

DON IGNAZIO. Non merita una sua pari le sia portato tanto rispetto.

SIMBOLO. Considerate che nella sua famiglia si raccoglie tutta la
nobilt di Salerno, e facendo ingiuria ad uno macchiate molti. Ecco il
padre e i principali della citt che vengono incontro per ricevervi
con molt'amorevolezza; ma troveranno in voi tutto il contrario.



SCENA II.

EUFRANONE, DON IGNAZIO, SIMBOLO.


EUFRANONE. Caro signore, siate il benvenuto, per mille volte molto
desiato dalla sposa e da' principali di Salerno!

DON IGNAZIO. Io vengo con volunt assai diversa da quel che pensi:
stimi che venghi a sposar tua figlia ed io vengo a rifiutarla.

EUFRANONE. Non sperava sentir tal nuova da voi! Ma in che ha peccato
mia figlia che meriti tal rifiuto?

DON IGNAZIO. D'impudicizia e disonest.

EUFRANONE. Onesta  stata sempre mia figlia e cos stimata da tutti, e
non so per qual cagione sia impudica appresso voi solo.

DON IGNAZIO. Tal  come dico.

EUFRANONE. Or non vi pregai io, allor che tanto ansiosamente m'era
chiesta dalla vostra leggierezza, che ci aveste pensato prima; e al
fin vinto dalla vostra ostinazione ve la concessi? Ch il cuor mi
presaggiva quanto ora m'accade, che passati quei furori vi pentireste;
e per mostrar giuste cagioni del rifiuto, offendete me, lei e tutta la
cittade. Bastava mandare a dire ch'eravate pentito, ch io
contentandomi d'ogni vostro contento mi sarei chetato, senza
svergognarmi in tal modo.

DON IGNAZIO. Io non spinto da giovenil leggierezza ci dico, ma da
giustissime cagioni.

EUFRANONE. Dunque dite che mia figlia  infame?

DON IGNAZIO. Ce lo dicono l'opre.

EUFRANONE. Se non foste quel che ste e men di tempo, io vi
risponderei come si converrebbe. Ma che cose infami avete udite di
lei?

DON IGNAZIO. Quelle che non arei mai credute.

EUFRANONE. Nelle cose degne e onorate si trapone sempre mordace
lingua.

DON IGNAZIO. Qui non mordace lingua ma gli occhi stessi furon
testimoni del tutto.

EUFRANONE. N in cosa cos lontana dall'esser di mia figliuola
dovrebbe un par vostro creder agli occhi suoi, che ben spesso
s'ingannano.

DON IGNAZIO. Che un uomo possi ingannar un altro  facil cosa ma se
stesso  difficile: ch quel che vidi, molto chiaramente il viddi, e
per non averlo veduto arei voluto esser nato senz'occhi.

EUFRANONE. Lo vedeste voi a lume chiaro?

DON IGNAZIO. Anzi a s nimico spettacolo rimasi senza lume!

EUFRANONE. Gran cose ascolto!

DON IGNAZIO. Or ditele da mia parte che desiava lei per isposa
stimandola onesta e onorata; ma avendone veduto tutto il contrario, si
goda per sposo chi la passata notte goduto s'ave.

EUFRANONE, Far la vostra ambasciata e far che le penetri ben nel
cuore. Ahi, misero padre d'infame figlia, e quanto son dolente
d'averti generata!

SIMBOLO. Non v'ho detto, padrone, che il vostro parlare arebbe
cagionato qualche ruina? ch'essendo egli molto superbo n punto avezzo
a sopportar ingiurie, con che rabbiosa pacienza ascoltava; e con gli
occhi lampeggianti di un subbito sdegno, ripieno di un feroce dolore,
die' di mano al pugnale e se n' gita su dove far qualche scompiglio.
L'onda, che batte ne' scogli, si fa schiuma, sfoga e finisce il
furore; ma se non fa n rumor n schiuma, s'ingorga in se stessa, si
gonfia e fa crudelissima tempesta. Dal ferro delle vostre parole, come
da una spada, ha rinchiuso il dolor dentro: sentirete la tempesta.
Sento tutta la casa piena di gridi e di romore. Andiamocene, se non
volete ancor rallegrar gli occhi vostri del suo sangue; ch se foste
constretto vederlo, dovreste serrar gli occhi per non mirarlo.



SCENA III.

MARTEBELLONIO, CHIARETTA, LECCARDO.


MARTEBELLONIO. Or mira che bizzari incontri vengon al mio fantastico
cervello, ch pensando far correre un poco il mio cane dietro una
bella fiera, s' incontrato con una pessima fiera.

CHIARETTA. Buon can per certo, che, per aver avuto tutta notte la
caccia tra' piedi,  stato s sonnacchioso che non ha voluto mai alzar
la testa n in drizzarsi alla via per seguitarla.

MARTEBELLONIO. Il mio can ha pi cervello che non ho io, che conosce
all'odor la fiera, ch n per stuzzicarlo n per sferzarlo si volse
mai spinger innanzi.

CHIARETTA. Va' e fa' altre arti, ch di caccia di donne tu non te
n'intendi.

MARTEBELLONIO. Troppo gran bocca avevi tu aperta, che aresti
ingiottito il cane e il padrone intiero intiero.

CHIARETTA. Non bisognava altrimenti, avendo a combatter con can debole
di schiena.

MARTEBELLONIO. Io non so punger cos con la spada come tu pungi con la
lingua; ma ti scampa ch sei ignobil feminella, che vorrei con una
stoccata passarti da un canto all'altro.

CHIARETTA. Non temo le tue stoccate, ch la tua spada si piega in
punta.

MARTEBELLONIO. O Dio, se non temessi che, cavando la spada fuori, la
furia dell'aria conquassata movesse qualche tempesta, vorrei che la
provassi! Ma me la pagher quel furfante di Leccardo.

LECCARDO. Menti per la gola, ch son meglio uomo di te!

MARTEBELLONIO. Dove sei, o tu che parli e non ti lassi vedere?

LECCARDO. Non mi vedi perch non ti piace vedermi: eccomi qui!

MARTEBELLONIO. Mi farai sverginar oggi la mia spada nel sangue di
poltroni.

LECCARDO. E tu mi farai sverginar un legno che non ha fatto peccato
ancora.

MARTEBELLONIO. Sei salito sul tetto ch non ti possa giungere: come ti
ar in mano, te squarter come una ricotta.

LECCARDO. E tu sei posto in piazza per aver molte strade da scampare,
ch dubbiti che non voglia spolverizzarti la schena.

MARTEBELLONIO. Se m'incappi nelle mani...

LECCARDO. Se mi scappi dalle mani.

MARTEBELLONIO.... ti sbodeller!

LECCARDO. Tu non sai sbudellar se non borse.

MARTEBELLONIO. Ah, poltronaccio, ti far conoscer chi son io!

LECCARDO. Ti conosco molto tempo fa, che fosti facchino, aiutante del
boia, birro, sensale, ruffiano.

MARTEBELLONIO. Ah, mondo traditore, ciel torchino, stelle nemiche! fai
del bravo perch non posso salir su dove sei.

LECCARDO. E tu fai del bravo perch non posso calar gi dove tu sei.

MARTEBELLONIO. Cala qua gi e pigliati cinquanta scudi.

LECCARDO. Sali qua tu e pigliatene cento.

MARTEBELLONIO. Cala qua gi, traditore, e pigliati mille scudi.

LECCARDO. Sali qua tu, forfante, e pigliatene dumila.

MARTEBELLONIO. O Dio, che tutto mi rodo per aver in man quel
traditore!

LECCARDO. O Dio, che tutto ardo per non poter castigar un matto!

MARTEBELLONIO. Con un salto verr dove tu sei, se ben la casa fusse
pi alta di Mongibello.

LECCARDO. Con un salto calar gi, se la casa fusse pi alta della
torre di Babilonia.

MARTEBELLONIO. Tu sai che ti feci e che ti ho fatto e che ti soglio
fare, n cesser di far finch non t'abbi fatto e disfatto a mio modo.

LECCARDO. Non potendo far altro tirer una pietra dove sei: ti vo'
acciaccare i pidocchi su la testa.

MARTEBELLONIO. O Dio, che montagna  questa!

LECCARDO.  la montagna di Mauritania, che  caduta dal cielo, che ti
manda Marte tuo padre, messer Cacamerdonio.

MARTEBELLONIO. (Questo incontro alle genti di Marte! San Stefano,
scampami!). Mi partir, t'incontrer e ti gastigher all'ordinario
come soglio.

LECCARDO. Ed io con bastonate estraordinarie come soglio.

MARTEBELLONIO. (In somma bisogna l'uomo serbar la sua dignit! che
onor posso guadagnar con costui? Alla smenticata e alla muta,
incontrandolo al buio, li dar la penitenza delle parole e della burla
che m'ha fatto).

LECCARDO. (Io ho avuto a crepar della risa della battaglia fatta
all'oscuro con Chiaretta! Vo' andar a raccontarla a don Flaminio; ma
andr prima a casa a veder che si faccia).



SCENA IV.

DON FLAMINIO, PANIMBOLO.


DON FLAMINIO. Finalmente  pur stato vinto colui che era cos
malagevole a vincere, e preso chi pensava prender altri. Il volpone 
caduto nella trappola e poco l'ha giovato la sua astuzia, ch ha
trovato chi ha saputo pi di lui.

PANIMBOLO. Or drizzisi un trofeo all'inganno, un mausoleo alla fraude,
un arco trionfale alla bugia, un colosso alla falsit, poich per lor
mezo avete conseguito il sommo de' desidri.

DON FLAMINIO. Petto mio, se ben per l'addietro sei stato bersaglio di
tanti affanni, ricetto di tante pene, respira e scaccia da te tanta
amaritudine. Or andiamo a tr il possesso di Carizia, non temiamo pi
il fratello. Gran maraviglia ch'essendo gionto a quel segno ove solo
aspirava il cor mio, non sento quell'allegrezza che devrei; n ho
passata notte pi fastidiosa da che nacqui. Avendo gli occhi rivolti
alle prime passioni, non l'ho mai chiusi n verso l'alba riposai
molto: sogni, ombre, larve e turbolenze m'avean inquietato l'animo, e
tutti i sogni son stati travagli di Carizia. Mi destava per non
conportargli, e pur dormendo sognava travagli. Veramente i travagli
son ladri del sonno.

PANIMBOLO. Don Ignazio  di spiriti ardenti: non ar indugiato fin
adesso farli intendere che pi non l'accetta per isposa.

DON FLAMINIO. L'animo mio teme e spera: spera nel timore e teme nella
speranza. Se ben desio Leccardo ch mi porti felici novelle, pur temo
qualche sinistro successo: vorrei venisse presto, ch ogni indugio mi
potrebbe apportar danno.

PANIMBOLO. Ecco s'apre la porta e ne vien fuori.



SCENA V.

LECCARDO, DON FLAMINIO, PANIMBOLO.


LECCARDO. (Se mi fussero stati posti innanzi galli d'India cotti senza
esser impillottati, caponi duri, brodo macro e freddo, non arei potuto
aver maggior dispetto di quel che ho avuto quando viddi morta Carizia.
Oh come intesi darmi colpi mortali allo stomaco e alla gola! Veggio
don Flaminio molto gioioso; ma diverr subbito doglioso come sapr
quanto sia per dirgli).

DON FLAMINIO. Leccardo mio, i segni di mestizia che porti scolpiti nel
fronte mi dn segno d'infelice novella: parla con la possibil brevit.
Oim, tu taci e par che col tuo silenzio vogli significar qualche
sinistro accidente!

LECCARDO. (Desia saper quello che li dispiacer d'averlo saputo; ma
va' meno amareggiarlo al possibile).

DON FLAMINIO. Deh, comincia presto!

LECCARDO. Di grazia, portami al monte di Somma, dove nasce quella
benedetta lacrima che bevendola ti fa lacrimare, acci bevendone assai
possa lacrimar tanto che basti, ch or mi stanno gli occhi asciutti
come un corno.

DON FLAMINIO. (Col tardar pi m'accresce il sospetto).

LECCARDO. Oim, quella faccia pi bianca d'una ricotta, quelle guancie
pi vermiglie di vin cerasolo, quei labrucci pi cremesin d'un
presciutto, quella..., ahi! che mi scoppia il core,...

DON FLAMINIO. Che cosa? sta male?

LECCARDO. Peggio!

DON FLAMINIO. Ecci pericolo della vita?

LECCARDO. Peggio!

DON FLAMINIO.  morta?

LECCARDO. Peggio!

DON FLAMINIO. Che cosa pi peggio della morte?

LECCARDO....  morta, e morta disonorata!

DON FLAMINIO. O Dio, che nuova  questa che tu mi di?

LECCARDO. E mi dispiace darvela: e non vorrei sentiste da me quello
che ste per intendere; ma avendolo a sapere, fate buon animo. Don
Ignazio non so che ingiuriose parole disse ad Eufranone. Il quale,
vinto in quel punto dal furore e inasprito dall'ira, con la schiuma in
bocca com'un cignale, venne su e caricando la figlia di villanie
correa col pugnale in mano per infilzarla come un tordo al spedo. A
questo la moglie se le fe' incontro e lo risospinse adietro. Instuped
la povera figlia e aiutata dalla sua innocenza diceva:--Padre mio,
ascolta le mie ragioni; se conosci che ho fallato, ti porger il petto
ch mi ammazzi!--Egli, come un vitello che cerca di scappar di mano di
coloro che lo conducono al macello, cercava scappar da man di quelli
che il tenevano. Carizia cercava parlare, ma le lacrime l'impedivano;
poi disse a fatica:--La conscienza mia pura mi liberar dall'obbrobrio
della calunnia, ch questa sola ha lassato Iddio per consolazion
degl'innocenti!--Queste ultime parole morr fra le labra, ch appena
fr udite; e mor prima della ferita. S'affoltavan i parenti per
sovenirla; ma--Lasciate lasciate--gridava Eufranone--che l'uccida il
dolore prima che l'abbi ad uccider il ferro, e che prevenga la
violenza la voluntaria morte; e questo volerla far vivere  pi tosto
opra di crudelt che di piet!--Cos mor com'un agnello, e rimase con
la bocca un poco aperta com'un porchetto che s'arroste al foco. Ancor
morta par bella e t'innamora, perch  morta senza offesa della sua
bellezza....

DON FLAMINIO. Ahi, padre troppo austero e troppo nemico del suo
sangue!

LECCARDO.... Gli occhi miei, che mai piansero, piansero allora.
Eufranone la fe' subbito inchiudere in un'arca e fecela sotterrar
nella chiesa vicina per la porta di dietro, per non poner a romor la
cittade.

DON FLAMINIO. Dunque  pur vero che l'anima mia sia morta, e seco
morto ogni mio bene; e sepolta ancora, e con tanta bellezza sepolta
ogni mia gioia e me sepolto in un infinito dolore! Gli occhi, che
avanzavan il sol di splendore, son chiusi in eterno sonno, e la bella
bocca in perpetuo silenzio. Ahi, non fia vero gi ch'essendo tu morta,
io voglia restar in vita.  morta la sposa nel pi bello delle
speranze! Oh com'invan s'affatica chi vuol contrastar col cielo, il
qual  pi possente d'ogni umano consiglio! Ho dato la morte da chi
sperava la vita; ed io, che di tanto mal son caggione, vivo e ardisco
spirar quest'aria? Ho nociuto a me stesso e patisco il mal che ho
fatto a me medesimo. Che m'ha giovato aver travagliato tanti anni
nella guerra, esposto il petto a mille perigli, imitar tanti esempi
onorati per segnalarmi cavalier d'eterna lode, e or per un sensual
appetito son stato nocevol cagione della morte d'una innocente?
tradito un fratello, infamato lei e il padre, e disonorato il
parentado? Ecco oscurata la gloria di tanti anni e di tante fatiche, e
divenuto non cavalier d'onore ma d'infamia, non di piet ma
d'impietade. Dove mi nasconder che non sia visto da uomo vivente?
dove andr, dove mi nasconder ch fugga e mi nasconda a me stesso?
ch la coscienza afflige pi di quanti tormenti pu dar uomo vivente.
Ors, come cagione di tanto male, bisogna che pigli vendetta di me
medesimo, che con un laccio mi toglia da tanto vituperio. Ahi,
Panimbolo, tu fosti autor del malvaggio e da me mal preso consiglio;
ed io pi isconsigliato che lo presi, ch da s cattivo principio non
poteva aspettar altro che l'infame e doloroso fine.

PANIMBOLO. Padrone, non  stato cos mal il mio consiglio come la mala
fortuna, ch l'una  sovraggionta all'altra, e noi per ischivarne una
siamo incorsi in una peggiore: e da un error ne vengono mille, e ogni
cosa  riuscita in nostro danno, e il mal sempre  andato crescendo di
mal in peggio; n la fortuna istessa arebbe potuto rimediar a tanti
infortuni. E quando la mala fortuna vuol rovinar alcuno, fa possibile
l'impossibile.

DON FLAMINIO. Non  stata tanto la mala fortuna quanto il tuo cattivo
consiglio; n in cose disconvenevoli dovevi tu prestarmi consiglio n
agiuto.

PANIMBOLO. Voi che mi avete sforzato con tanti comandi m'accusate
contro ragione. Ma chi pu gir contro il cielo? Ed essendo il mondo
cos sregolato e insconsigliato, con che ragione o consiglio potete
regolarvi con lui? Non conoscete, come umana creatura, che tutte le
cose son instabili e incerte e che il mondo inchina or ad una e or ad
un'altra parte? E l'uomo accorto nella necessit de' pericoli deve
accomodar l'animo suo alla prudenza; ma la nobilt del vostro sangue
dovrebbe destar in voi l'ardire e farvi caminar nel termine della
modestia, soffrir e conservar voi stesso a pi liete speranze.

DON FLAMINIO. Io non temo pi i colpi della fortuna, ch  morta ogni
fortuna per me: non bisogna pi ordir fraudi e inganni; non ho pi
sospetto di niuno, poich  morta la cagion di tutte queste cose. Ahi,
che pena converrebbe al mio fallo? Mi conosco degno di maggior pena
che la morte: bisognaria che morisse d'una morte che mai finisse. Ma
prima che morisse, desiderarei restituir l'onor che l'ho tolto, e
scoprir l'inganno che l'ho fatto.

PANIMBOLO. Ecco il vostro fratello che viene a voi.



SCENA VI.

DON IGNAZIO, DON FLAMINIO.


DON IGNAZIO. (Veggio don Flaminio assai doloroso).

DON FLAMINIO. Don Ignazio--ch al tradimento che v'ho fatto, non son
degno d'esservi n di chiamarvi fratello,--vengo a voi ad accusar il
mio fallo: io son quello iniquo che avanzo d'iniquit tutti gli
uomini.

DON IGNAZIO. Fratello, che aspetto pallido  il vostro! che pianto,
che parole son queste che intendo da voi!

DON FLAMINIO. Io son quello che a torto ho accusato appo voi quella
donna celeste, il cui corpo fu tanto bello che non si vidde mai cosa
tale.

DON IGNAZIO. Io non so ancora di che cosa parliate.

DON FLAMINIO. Io son quello che v'ho ingannato e tradito, e con quelle
false illusioni di notte ho fatto veder che Carizia fusse inonesta.

DON IGNAZIO. O estremo dolor, cessa alquanto fin ch'intenda da costui
come il fatto  seguito.

DON FLAMINIO. Io, essendo innamorato di Carizia da quell'infelice
giorno che fu la festa de' tori, nascondei l'amor mio verso lei a voi
quanto potei. Poi avendo inteso quanto voi pi degnamente avevate
operato di me, accecato da una nebbia di gelosia, vi feci veder
quell'apparenza di notte, nella quale il parasito e la serva di casa
sua mi fr ministri. E fu il mio intento che, voi ricusandola, io col
prezzo del tradimento mi avesse comprato le sue nozze; ma il mio
pensiero ha sortito contrario fine, perch  morta.

DON IGNAZIO. O Dio, quante mutazioni in un tempo sente l'anima mia!
intenso dolor della sua morte, pena della sua infamia e innocenza,
gelosia dell'inganno, rabbia dell'offesa che hai fatta al padre! Ed 
possibil che si trovi un cuore, non dico di cavaliero, ma cos barbaro
e inumano in cui abbia potuto cadere cos mostruosa invenzione? In
qual anima nata sotto le pi maligne stelle del cielo, in qual spirito
uscito dalle pi cupe parti dell'inferno, vestito d'umana carne, ha
potuto capire sceleraggine come questa?

DON FLAMINIO. Eccomi, buttato in terra, abbraccio le tue ginocchia, ti
porgo il pugnale: la crudelt che ho usata contra voi, usate voi
contro me. Qua si tratta del vostro onore: io son quello che t'ho
tradito, infamato e tolta la sposa. Tu sei infame di doppia infamia se
non te ne vendichi. Vorrei trovar le pi pungenti parole che si ponno,
per provocarti ad un giustissimo sdegno.

DON IGNAZIO. O tu che non vo' dir mio fratello, fatti indietro, non mi
toccare, allontana da me le tue mani profane, ch non macchino il mio
corpo! Patir che mi tocchino quelle mani che m'han ucciso la sposa?
Non contaminar le mie orecchie con le tue accuse; gli occhi miei
rivolgono lo sguardo altrove, perch schivano di mirarti. Sgombra da
questa terra, purga l'aria e il cielo infetto dal tuo abominevole
spirito, porta fuora del mondo anima cos scelerata e traditrice, e
come hai saputo machinar tante fraudi, cos machina un modo da fuggir
dal mondo. Tu non morrai dalle mie mani: lascio che la tua vita sia la
tua vendetta, vo' che sopravivi al tuo biasmevole e infame atto, vo'
che venghi in odio a te stesso. Ma qual spirito dell'inferno ti spinse
a tanta sceleraggine?

DON FLAMINIO. Le fiamme de' suoi begli occhi, ch'accesero te
dell'amore suo, accesero ancor me; e come la desiavate voi, la desiava
pur io; e quel tradimento che v'ho fatto per possederla, m'imaginava
che voi l'aveste fatto a me. Ma il caso, che maneggia tutte le cose,
ha fatto succedere il tutto contro il mio pensiero. Ramentati quella
infinita bellezza, e secondo quella giudica l'error mio. Qua ha
peccato la sorte non la volunt; e quando l'effetto che succede 
contrario alla volunt, purga il biasmo di chi il commette.

DON IGNAZIO. O falsa defension di vera accusa! Te accesero fiamme
amorose de' suoi begli occhi? Tesifone tenne l'esca, Aletto il focile,
Megera percosse la pietra e ne scagli fuori faville tartaree accese
nel pi basso baratro dell'inferno. O notte, che fosti tanto cieca che
non scernesti l'inganno, t'ingrossasti di folte tenebre, ti copristi
di scuro manto per occultar fatto s abominevole: vergognandoti di te
stessa ti nascondesti in te medesima! Te nascondesti nella tua notte,
o luna, che con disugual splendore facevi incerto lume: la nefandit
ti fe' nascondere la tua faccia, perch ti turb e ti spense il lume!
O cielo, gira al contrario e conturba le stagioni; e il sole non dia
splendore a questo secolo infame, poich un fratello non  sicuro
dall'insidie dell'altro fratello! Non so che nome potr aguagliar
l'opre tue, s inumano, barbaro, traditore senza vergogna e senza
timor di Dio: il mondo non ha nome con che possa chiamarti.

DON FLAMINIO. Supplice e lacrimoso ti sta dinanzi a' piedi la cagion
del tuo affanno: non chiede n perdono n vita, perch non la merita e
non l'accetta--ch quando l'uomo ha fatto quel che non deve, non deve
pi vivere per non vivere vita pessima e infame,--ma chiede vendetta.
E se in te  rimasta qualche scintilla di fraterna piet, uccidimi.
Non invidiarmi morte cos desiata; anzi per rimedio delle mie pene non
chiedo morte ordinaria, non assegno luoco alle ferite: ferite dove
volete, trovate voi nuove sorti di morti com'io ho trovate nuove sorti
di tradimenti.

DON IGNAZIO. La vendetta facciala Eufranone suo padre, a cui hai
uccisa la figlia, e che figlia! quella ch'amava pi che l'anima sua, a
cui se  pesata la morte, assai pi pesar il modo della sua morte.

DON FLAMINIO. Andr ratto a lui; forsi trover in lui quella piet che
non ho potuto trovar in voi, e li restituir la fama come posso.

DON IGNAZIO. Ecco che giunge. Fuggir il suo aspetto, ch'avendoli cos
a torto ingiuriato la figlia, non ho pi animo di comparirgli innanzi.



SCENA VII.

EUFRANONE, DON FLAMINIO.


EUFRANONE. (Veggio il fratello di don Ignazio che vien verso me. Che
voglion costoro? forsi uccidermi la rimasta figliuola?).

DON FLAMINIO. Onoratissimo Eufranone, ve si appresenta innanzi il reo
di tanti mali, accioch con moltiplicato supplicio lo castighiate. Io
essendo ardentemente innamorato della bellezza ma assai pi
dell'onest di Carizia, e veggendo che mio fratello m'avea prevenuto a
trsela per moglie, l'invidia, l'amor, la gelosia facendono lor ultimo
sforzo in me, l'infamai appresso lui, accioch, egli rifiutandola per
onorar la sua fama, me la togliesse io per moglie. E Leccardo, vostro
servo di casa, m'aperse la porta di notte;...

EUFRANONE. O Dio, a che sorte d'uomini ho dato in guardia la casa mia!

DON FLAMINIO.... non pensandomi che la vostra iracondia avesse a
terminar in atto s sanguinoso. Tu, giusto monarca del cielo, a cui
solo  concesso di penetrar gli occulti seni del cuore, tu mi sia
testimone come non fu mai mia intenzione offender voi n d'infamar
lei, ma sol ch'ei la lasciasse per trmela io per moglie; e tu mi sia
ancor testimone come non fu mai donna di pi candido onore n mai
macchiato di picciol neo di bruttezza. Prego la vostra bont, ch
sovra di me pigliate la vendetta della morte di vostra figliuola e
dell'offesa dell'onor vostro.

EUFRANONE. Oim, che le vostre parole m'hanno passato l'anima: voi
avete ucciso lei, me e la madre in un colpo, e uccisi nel corpo e
nell'onore! Oim, che or ora m'uccidi la mia figliuola! ch allora
pensando al mancamento ch'avea fatto all'onor suo, mosso dalla
disonest del fatto, il desio della vendetta non mi facea sentir la
doglia. O sfortunata fanciulla, o anima innocentissima, o figlia viva
e morta unicamente amata da me, tu sola eri l'occhio, mente, mano e
piede del tuo padre infelice: con teco compartiva gli affanni della
mia povert e come un comun peso la sopportavamo insieme; la tua
compagnia non mi faceva sentir i difetti del tempo e mi faceva cara la
vita. O invano nata bella e onorata: o nocente bellezza! o dannoso e
mortale dono di natura, misera e infelice onest! dunque per esser tu
nata bella e onorata hai voluto perder l'onor e la tua vita? Deh! qual
prima pianger delle tue morti, quella del corpo o quella dell'onore?
di quella del corpo non devo pianger molto, ch'essendo nata mortale e
figlia d'uomo mortale, non ti potea mancare il morire; ma pianger la
morte della tua fama, ch'essendo nata figlia di padre onorato,
coll'innocente tua morte hai infamato te e il tuo parentado.

DON FLAMINIO. Il reo pentito del suo errore ti porge il pugnale, ch
vendichi con la tua mano il torto che ti ha fatto.

EUFRANONE. A che mi giova il vostro pentimento e la vendetta che
cercate da me? mi restituir forsi viva e onorata la mia figliuola?
Infelice e sconsolato conforto! Ahi, figlia, ahi, cara figlia, essendo
io falsamente informato che tu avessi fatto torto all'onor tuo, fu
tanto l'impeto dell'ira ch'estinse l'affetto paterno e ti corsi col
pugnale adosso. Tu pur volevi dir le tue ragioni, e la furia non me le
fece ascoltare. Oh che bei doni maritali che ti portai! un pugnale. Oh
che bel letto che ti apparecchiai! l'arca e la sepultura. Figlia
d'infelice e sfortunato padre, chi t'ha prodotto al mondo t'ave
uccisa: aresti trovato pi piet in un barbaro che in tuo padre! O
dolore insopportabile, o calamit mondane! e perch vivo? perch non
m'uccido con le mie mani? Ahi! che tu con un leggerissimo sonno se'
passata da questa vita e sei uscita di travagli, son finiti i tuoi
dolori; ma a me che resto in vita resteranno perpetuamente impressi
nel cuore i tuoi costumi, la tua bont, la tua onest e la riverenza
che mi portavi. M'hai lasciato orbo, afflitto e pieno di pentimento:
oh fossi morto in tua vece, vecchio canuto e stanco dal lungo vivere!

DON FLAMINIO. Eufranone, ascoltate di grazia.

EUFRANONE. Non voglio ascoltar pi, ch quanto pi apro e apparecchio
l'orecchie al vostro dire, pi apro e apparecchio gli occhi al pianto.
Ma perch i cavalieri d'onore sogliono difendere e non opprimere gli
onori delle donne, vi priego, se le ragioni divine e umane vi muovono
punto, fate che quella bocca che l'ave accusata, quella l'escusi.
Usate questa pietosa gratitudine: andate in Palazzo dinanzi al vicer
vostro zio, raccontate la verit, accioch, divolgatosi il fatto per
s autorevoli bocche, le restituiate l'onore e si toglia tanto
cicalamento dal volgo.

DON FLAMINIO. Poich non posso giovarle col spender la robba, la vita
e l'onore, le giovar con la lingua: onorer lei, infamer me stesso;
e son tenuto farlo per obligo di cavaliero. Andiamo insieme innanzi al
mio zio, accioch di quello che far ne siate buon testimone.



SCENA VIII.

LECCARDO, BIRRI.


LECCARDO. (Aspettar che si mangi in casa  opra disperata. Tutti
stanno colerichi: intrighi di amori, di morti, di cavalieri, e
cacasangui che venghino a quanti sono! Al fuoco non son pignate n
spedi su le brage: i cuochi e guattari son scampati. La casa di don
Flaminio deve star peggio: il budello maggior mi gorgoglia _cro cro_,
la bocca mi sta asciutta, la lingua mi si  attaccata al palato, il
collo  fatto stretto e lungo; e che peggio mi potrebbe far un
capestro? e si temo d'esser appiccato, cos mi par d'esser appiccato
due volte).

BIRRI. (Ci incontra a tempo: costui  desso).

LECCARDO. (Veggio birri e devono cercar me. Chi si arrischia a molti
perigli, sempre ne trova alcuno che lo fa pericolare: ho scampato la
furia di un legno, non so come scamper quella de' tre legni).

BIRRI. Prendetelo e cercatelo bene.... Ha molti scudi; questi son
nostri.

LECCARDO. (O dinari rubati, ve ne tornate al vostro paese: oh quanto
poco avete dimorato meco!).

BIRRI. Camina camina!

LECCARDO. Dove mi strascinate?

BIRRI. Al boia!

LECCARDO. Nuova di beveraggio: che vuol il signor boia da me?

BIRRI. Accomodarti un poco la lattuchiglia della camiscia intorno al
collo con le scarpe che non stanno bene accomodate.

LECCARDO. Il ringrazio del buon animo: mi contento che stiano come
stanno; e volendole accomodare me l'accomodar con le mani mie.

BIRRI. Presto presto!

LECCARDO. Ch tanta fretta?

BIRRI. Ti vol appicar caldo caldo.

LECCARDO. Che l'importa che sia freddo freddo?

BIRRI. Le cose fatte calde calde son buone.

LECCARDO. Che son io piatto di maccheroni che bisogna che sia caldo
caldo? Ma io vo' morir appiccato per non morir sempre di fame; ma se
volete appicarmi, fatemi mangiar prima, ch non muoia di doppia morte,
e della fune e della fame.

BIRRI. Camina!

LECCARDO. Son debole e non posso caminare.

BIRRI. Le buon'opre tue ti fan meritevole d'una forca.

LECCARDO. Per vostra grazia, non per mio merito: ed io ne fo un dono
alle Signorie Vostre come pi meritevoli di me.

BIRRI. La tua gola ti ha fatto incappare.

LECCARDO. I topi golosi incappano al laccio.

BIRRI. Sei stato cagione che sia morta la pi degna gentildonna di
questa citt per la tua golaccia.

LECCARDO. E se non lo faceva per la mia gola, per chi l'aveva io a
fare?

BIRRI. Ma tu troppo ti trattieni.

LECCARDO. Avendo a morir strangolato, ponetemi di grazia un fegatello
in gola, ch quando il capestro mi stringer il collo di fuori, la
gola mi stringer il fegadello di dentro, e il succo che caler gi mi
confortar lo stomaco e lo polmone, e quello che ascender su mi
confortar la bocca e il cervello: cos morendo non mi parr morire.

BIRRI. Se non camini presto, ti darr delle pugna.

LECCARDO. Almanco dite a' confrati, che m'hanno a ricordar l'anima,
che portino seco scatole di confezioni e vernaccia fina che mi
confortino di passo in passo.

BIRRI. Non dubbitar, ch andrai su un asino con una mitra in testa,
con trombe e gran compagnia; e il boia ti sollicitar con un buon
staffile.

LECCARDO. O pergole di salciccioni alla lombarda, o provature, morr
io senza gustarvi? o caneva, non assaggiar pi i tuoi vini? Prego
Iddio che coloro, che t'hanno a godere, sieno uomini di giudizio e non
sciagurati che ti assassinino! Adio, galli d'India, caponi, galline e
polli, non vi goder pi mai!

BIRRI. Presto, finimola.

LECCARDO. Fratelli, di grazia, dopo che sar morto sepellitemi in un
magazin di vino, ch a quell'odore risusciter ogni momento.

BIRRI. Camina, forfante leccardo!

LECCARDO. Forfante no, Leccardo s.




ATTO V.



SCENA I.

DON RODORIGO vicer della provincia, EUFRANONE, DON FLAMINIO.


DON RODORIGO. Dunque mi sar forza, per non mancar ad una giustissima
causa, incrudelir nel mio sangue? che la prima giustizia ch'abbia a
fare in Salerno sia contro il mio nipote, qual amo come proprio mio
figliuolo?

EUFRANONE. Signor vicer, chi non sa reggere e comandare a' suoi
affetti lasci di reggere e comandar agli altri, n si deve prepor la
natura alle leggi: per non dovete far torto a me perch costoro sieno
a voi congionti di sangue e di amore.

DON RODORIGO. In me non pu tanto la passione che mi torca dal dritto
della giustizia, n mi muove rispetto d'altri n proprio affetto, ch
quanto mi sento vincer dall'amore tanto mi fo raffrenar dalla
raggione.

DON FLAMINIO. Giudice, non zio, io vengo ad accusar me stesso: ho
infamata e uccisa l'amante mia! Non chiedo piet n perdono: usate
meco le vostre raggioni, datemi tanti supplici quanti ne pu soffrir
un reo. Vuo' con presta e vergognosa morte purgar gli errori che per
me son avvenuti, ch i fatti dell'onore ricercano testimonio d'un
chiaro sole. Toglietemi questo avanzo di vita, toglietemi da tanta
miseria: qua non lenti consigli di vecchi ma uno espedito decreto ch
muoia; e voi ste reo giudice e inumano, se non volete che con la
morte finisca la mia miseria. E perdonatemi se non uso con voi quelle
parole rispettevoli che a voi si devon per ogni ragione.

DON RODORIGO. Non si deve condennar a morte chi sommamente desia di
morire, ch la morte gli sarebbe premio, non castigo. Egli desiando la
vostra figliuola per isposa fece l'errore, e l'error fu pi tosto
dell'et che suo, ch non gionge ancora a diciotto anni.

EUFRANONE. E voi con la giustizia vincete gli animi; n un error fatto
per poca et deve privare un padre di sua figlia. E voi ste giudice e
non avvocato che debbiate escusarlo.

DON RODORIGO. Perch gli innamorati han l'animo infermo d'amore e la
ragione annebbiata da furori, i loro errori son pi degni di scusa che
di pena, e la giustizia ha gran riguardo ne' casi d'amore.

EUFRANONE. Se l'amor bastasse ad escusar un delitto, tutti gli errori
si direbbono esser fatti da innamorati e l'amor si comprarebbe a
denari contanti.

DON RODORIGO. Perch le ste padre, la soverchia passion non vi fa
conoscer il giusto; e un cor turbato e agitato dall'ira non ascolta
ragione.

EUFRANONE. Fui padre d'una e, se mi  lecito dir, onestissima figlia;
e i vostri nepoti per particulari interessi me l'han uccisa e
infamata.

DON RODORIGO. Quando il reo  di gran merito si procede alla sentenza
con pi riguardo.

EUFRANONE. La morte e innocenza di mia figlia gridano dinanzi al
tribunal di Dio giustizia contro i vostri nepoti, ch non restino
invendicate.

DON RODORIGO. Dio sa quanto desio uscir da questo intrigo con onor
mio, e volentieri mi contenterei spender una parte del mio proprio
corpo, e mi parrebbe come nulla mi levassi, anzi mi parrebbe esser
intiero e perfetto. Eufranone mio, poniam caso che don Flaminio
morisse publicamente: resuscitar per questo la tua figliuola?

EUFRANONE. No, ma da un publico supplicio vien a verificarsi la sua
innocenza.

DON RODORIGO. Anzi questo garbuglio ha nobilitato la fama della sua
pudicizia, perch Leccardo  gi preso e, menato dinanzi al giudice,
ha confessato che il tutto sia successo con non men scelerato che
infelice suo aiuto; e come caggion del tutto  stato condennato a
morire, se il capestro non gli fa grazia della vita. Ma ditemi,
fratello: non ci  altro modo di restituir l'onore alle donne che far
morire il reo publicamente?

EUFRANONE. Ditelo voi che reggete.

DON RODORIGO. Ne dir uno, e credo che ne restarete sodisfatto, se
ste cos galante uomo come ste predicato da tutti. Voi avete
un'altra figliuola chiamata Callidora, non men bella e onorata che
Carizia: facciamo che don Flaminio sposi costei, accioch le genti che
hanno inteso il caso della sorella non sospettino pi cosa contraria
all'onor suo. Voi con la sua ricchezza vi ristorerete in parte del
danno avvenuto; e se la vostra famiglia Della Porta  famosa per
antica gloria d'uomini illustri, or si rischiara con i titoli di
questo nuovo parentado, per esser la casa di Mendozza delle pi chiare
d'Ispagna; e a lui poi per penitenza del suo fallo gli resti un
perpetuo obligo di servit e di amore verso la vostra dilettissima
figlia. Il vicer non vuol mancar alla giustizia, ma don Rodorigo vi
priega che questo vicer non sia constretto a farla; e voi, se ste
prudente e savio, dovreste prevenirmi con i prieghi di quello che or
priego voi.

EUFRANONE. Signor vicer, se ho parlato cos senza rispetto, ne 
cagion il dolor acerbo della morte della mia figliuola, non il desio
della morte di vostro nipote. Purch venghi reintegrato nell'onor
pristino, facciasi quanto ordinate.

DON FLAMINIO. O zio, non di minor osservanza e di amor di colui che mi
ha generato, che pi onorata giustizia, pi santa vendetta non arei
saputo desiderare. Io ben conosceva che la mia morte non toglieva la
macchia impressa nell'onest di donna, n per morte fineva l'amor mio.
Desiava servir e riverir Callidora sotto l'imagine della morta
sorella; d'accettarla per moglie indignissimo mi conosco: l'accetto
per mia signora col tributo impostomi d'averla a servir sempre, e
mentre duri la vita duri l'obligo. A voi, mio suocero Eufranone,
m'inchino, con ogni umilt che devo, a ricevermi per servo: la vostra
dote saranno i suoi meriti, le mie facult communi a tutto il
parentado.

EUFRANONE. Ed io per genero vi accetto e per figliuolo.

DON FLAMINIO. Concedetemi che vi baci la mano se ne son degno; se non,
i piedi.

EUFRANONE. Alzatevi, signor don Flaminio, ch la vostra soverchia
creanza non facci me malcreato: ardisco abbracciarvi perch me lo
comandate.



SCENA II.

DON IGNAZIO, DON RODORICO, DON FLAMINIO, EUFRANONE.


DON IGNAZIO. Intendo, signor don Rodorico, che per accomodar il fallo
di don Flaminio l'avete ammogliato con l'altra sorella.

DON RODORICO. Io per non partirmi dalle leggi del giusto e per non
veder la disperazion di tuo fratello, mi  paruto accomodarlo in tal
modo.

DON IGNAZIO. Ma non vuol la legge del giusto che per accomodar uno si
scomodi un altro.

DON RODORICO. A chi ho fatto pregiudizio io?

DON IGNAZIO. A me, a cui la rimasta sorella si convenia per pi
legittime ragioni.

DON RODORICO. Per che ragioni?

DON IGNAZIO. Prima, avendo io ingiuriato Eufranone, a me tocca la
sodisfazione togliendo io la rimasta sorella, ed egli allor sar
reintegrato nel suo onore. Appresso, restando io offeso da' suoi
inganni e vituperevoli frodi, a me tocca disacerbarmi il dolore con le
nozze dell'altra sorella; ch niuna bastarebbe a farmi partir dal
cuore la bellezza, onest, maniere e tante maravigliose parti di
Carizia, che sua sorella. Egli, che con tanta sceleratezza ha turbato
il tutto, sar rimunerato; ed io verr offeso, che ho operato bene. N
convien ad un occisor della sorella che divenghi marito dell'altra; e
avendomi tolto la prima moglie, non  convenevole che mi toglia la
seconda; e tante e tante altre raggioni, che se volessi dirle tutte
non si verrebbe mai a capo.

DON RODORICO. Caro figliuolo, non sapevo l'animo vostro: ho avuto
piet della sua vita come una imagine della vostra; e stimava che a
questo vostro fratello, ancorch fusse vostra moglie, per compiacergli
glie l'avessi concessa.

DON IGNAZIO. Il voler tr a s e dar ad altri mi par cosa fuor de'
termini dell'onesto.

DON FLAMINIO. Ella  mia moglie; e non comporter mi sia tolto quello
con violenza che mi ho procacciato per l'affezion del mio zio e
acquistato con ragioni dal padre e con la fede. Fatto il contratto,
volete voi rompere le leggi del matrimonio?

DON IGNAZIO. Io non rompo le leggi del matrimonio, ma difendo le mie
ragioni con un'altra legge. Ed io non patir che un frettoloso decreto
sia fatto con infame pregiudizio dell'onor mio; e ti conseglio che
lasci tal impresa, perch verremo a cattivo termine insieme.

DON FLAMINIO. Pazzo  colui che accetta consigli dal suo nemico: e
meco venghisi a qualsivoglia termine, ch con l'armi son per difendere
quel che la mia sorte m'ha donato; e te lo giuro da quel che sono.

DON IGNAZIO. D'ingannatore e di traditore!

DON FLAMINIO. Don Ignazio, se, mentre siamo vissuti insieme, t'ho
fatto altro inganno e tradimento fuor di questo, veramente son un
ingannatore e traditore; se questo, che ho fatto per amore, si ha da
chiamar tradimento, diffiniamolo con l'armi.

DON RODORICO. Don Flaminio, tu parli troppo liberamente e fuor de'
termini.

DON IGNAZIO. Zio, voi ne ste cagione, ch la vergogna degli errori
commessi, quando vi si trapone autorit d'uomo degno, diventa audacia.
Si  fatto superbo per la mia vilt, ch se per l'offesa fattami
l'avesse dato il dovuto castigo, non saria tale. Ma ella sar mia, o
che tu voglia o non voglia; e diffiniamolo con l'armi. E ti ricordo
che alla vecchia tu aggiungi nuova offesa.

DON FLAMINIO. Chi m'ha da tr Callidora me la torr per la punta della
spada!

DON IGNAZIO. Grida come se fusse ingiuriato e non avesse ingiuriato
altri. Ma se m'hai vinto con le forfantarie, non mi vincerai con
l'armi; e vedremo se saprai cos menar le mani come ordir tradimenti.

DON RODORICO. (Cercando accomodar uno, ne ho sconcio doi). Fermatevi,
fermatevi! questo  il rispetto che mi portate? questo cambio rendete
a chi ve ha allevati e nodriti come padre? non vi son io padre in et
e maggiormente in amore? cos abusate la mia amorevolezza?

DON IGNAZIO. Zio, chi pu soffrir le stoccate delle sue parole, che
pungeno pi della punta della sua spada? Ma io sar giusto punitore
dell'ingiuste sue azioni.

DON RODORIGO. Ferma, don Ignazio! ferma, don Flaminio! Oh che
confusione di sdegno e di furore, oh che misero spettacolo d'un
abbattimento di doi fratelli!



SCENA III.

POLISENA, DON IGNAZIO, DON FLAMINIO, EUFRANONE.


POLISENA. Fermate, cavalieri! fermate, fratelli! e non fate che lo
sdegno passi insin al sangue.

DON IGNAZIO. Di grazia, madre, toglietevi di mezzo, accioch, mentre
cerchiamo offenderci l'un l'altro, non offendessimo voi e facessimo
error peggior del primo.

POLISENA. Se le figliole mie sono cagione delle vostre risse,
offendendo la madre loro offendete il ventre che l'ha prodotte: questo
ventre sia bersaglio de' vostri colpi!

DON IGNAZIO. Di grazia appartatevi, madre, ch per tma d'offender voi
non posso offender il mio nemico.

POLISENA. O figlie nate sotto fiero tenor d'iniqua stella, poich in
cambio di doti apportate a' vostri sposi scandalo e sangue! E a che
sposi, a che fratelli poi! a' pi chiari e valorosi che vivono a'
nostri secoli. Non son le mie figlie di tanto merito che le lor nozze
siano comprate col prezzo del sangue di s onorati cavalieri. Cari
miei figliuoli, se amate le mie figliuole,  debito di ragione che
amiate ancora la lor madre, la qual vi priega che lasciate il furor e
l'armi e ascoltiate quello che son per dirvi.

DON IGNAZIO. Io non lasciar la mia spada s'egli prima non lascia la
sua.

DON FLAMINIO. E s'egli prima non lascia la sua io non lasciar la mia.

POLISENA. Io sto in mezzo ad ambidoi, e l'uno non pu ferir l'altro se
non ferisce prima me, e la spada passando per lo mio corpo facci
strada all'altrui sangue. Ma a chi prima di voi mi volger, carissimi
miei generi, carissimi miei figliuoli? Mi volger a voi primo, don
Ignazio: voi prima mi chiedesti amorevolmente la mia figliola per
isposa. Se non  in tutto in voi spenta la memoria dell'amor suo,
s'ella vi fu mai cara, mostratelo in questo: che siate il primo a
lasciar l'armi. Com'io posso stringervi la destra, se sta nella spada?
come posso abbracciarvi, se spirate per tutto odio e veleno?

DON IGNAZIO. Non mi comandar questo, cara madre; ch costui, solito a
far tradimenti, veggendomi disarmato, che non mi tradisca di nuovo.

DON FLAMINIO. Tien mano alla lingua se vi ch'io tenghi le mani
all'armi.

POLISENA. Ed  possibile che possa tanto la rabbia in voi che pur ste
stati in un istesso ventre? rabbia pi convenevole a' barbari che a'
vostri pari?

DON IGNAZIO. Noi non siamo pi fratelli ma crudelissimi nemici. Sono
rotte le leggi fra noi della natura e del convenevole: un fratello che
offende non  differente dal nemico.

POLISENA. Non fate vostre le colpe che son della fortuna. Questa sola
ha peccato nell'opere vostre, questa sola ha conspirato ne' vostri
danni: l'un fratello vuol uccider l'altro fratello! Cercti una
vittoria nella quale  meglio restar vinto che vincere. Per acquistar
una moglie perdernosi duo mariti: volete che le vostre spose siano
prima vedove che spose? volete che coloro, ch'eran venuti per onorar
le vostre nozze, onorino le vostre esequie?

DON IGNAZIO. Dite presto, madre, che ste per dire.

POLISENA. Che voce potr formar la mia lingua tutta piena d'orrore e
di spavento, veggendovi con l'armi in mano e che state di ponto in
ponto per ferirvi? Almeno ponete le punte in terra, e colui che sar
primo a inclinar la spada dar primo testimonio dell'amor che mi
porta.

DON IGNAZIO. Ecco ch'io v'obedisco.

DON FLAMINIO. Ed io pur voglio obedirvi.

POLISENA. Don Ignazio, di che cosa vi dolete del fratello?

DON IGNAZIO. Egli, senza averlo giamai offeso, tradendomi, mi ha tolto
il mio core che era la Carizia; la qual essendo morta, son certo che
mai morir nel mio core quella imagine che prima Amor vi scolp di sua
mano, n spero vederla pi in questo mondo se non vestita di bella
luce innanzi a Dio. Per non morirmi di passione avea pensato trmi la
sorella per isposa, la qual sempre che avesse veduta avrei veduto in
lei l'imagine sua e gustato l'odor del sangue e del suo spirito. Or
ei, cagion di tanto male, mi vuol tr la seconda: io che ho oprato
bene ricevo male, ed egli che ha oprato male sar guiderdonato.

DON FLAMINIO. Egli cerca tr a me Calidora concessami dal padre e dal
mio zio, della qual sono acceso talmente che sar pi tosto per
lasciar la vita che lei. L'amor mio non  degli ordinari, ma
insopportabile, inmedicabile, non vuol ragione.

POLISENA. Se amavate Carizia, com'or amate Calidora?

DON FLAMINIO. Non potendo amar quella che  morta, l'anima mia si 
nuovamente invaghita di costei.

POLISENA. Or poich l'amate tanto, vostra sia; e far che don Ignazio
ve la conceda.

DON FLAMINIO. Con una medicina mi sanarete due infermit, di amore e
di gelosia; e vi ar sempre obligo delle due vite che mi donate.

DON IGNAZIO. O madre, non vi promettete tanto di me, ch ancorch'io
volessi non potrei.

POLISENA. Ben potreste, s.

DON IGNAZIO. E s'avesse il potere non avrei il volere.

POLISENA. Vi dar rimedio: che avrete Carizia.

DON IGNAZIO. La morte sola saria il rimedio, ch cavandomi dal mondo,
il spirito mio s'unisse col suo.

POLISENA. Vo' che senza morir godiate la vostra Carizia: sperate bene.

DON IGNAZIO. Come pu sperar bene un afflitto dalla fortuna?

POLISENA. Carizia ancor vive per voi.

DON IGNAZIO. So che lo dite accioch fra noi cessino l'ire e li
sdegni; ma con queste speranze pi m'inacerbite le piaghe.

POLISENA. Dico che  viva.

DON IGNAZIO. O Dio, sognando ascolto o sogno ascoltando?

POLISENA. Dico che vegilando ascoltate il vero.

DON IGNAZIO. Il mio cuore non  capace di tanta allegrezza, e s'io non
muoio per allegrezza  segno che nol crede. Non sapete che
l'innamorati appena credeno agli occhi loro? ma se  vero, fa' che
veggia colei da cui dipende la vita mia.

POLISENA. Va' tu e fa' venir qui Carizia.--Quando voi li mandaste
quella cruda ambasciata, il dolor la fe' cader morta. Il mio marito
per l'offesa dell'onor, che s'imaginava aver ricevuto da lei, la fece
conficcare in un'arca, volea farla sepellire. Io, non potendo soffrir
che la mia cara figlia fosse posta sotterra senza darle le lacrime e
gli ultimi baci, feci schiodar l'arca; e mentre la baciava tutta,
intesi che sotto le mammelle li palpitava il core. Oprai tanti remedi
che rivenne. Rivenuta, fu veramente spettacolo miserabile:
stracciandosi i capelli si dolea della sorte che l'avesse di nuovo
ritornata in vita assai peggior che la morte, pensando al torto che
l'era fatto. Io, reimpiendo l'arca di un altro peso, la mandai a
sepellire. Ella volea entrarsene in un monastero e servir a Dio, per
non aver a cadere mai pi in podest di uomo.

DON IGNAZIO. O madre, cavami fuor delle porte della morte, dimmelo
certamente se  viva; perch ella sar mia, ancorch voglia o non
voglia tutto il mondo.

POLISENA. Ed ella pi tosto vol esser vostra che sua, e per non esser
d'altri volea esser pi tosto della morte.

DON IGNAZIO. Donque gli occhi miei vedranno un'altra volta Carizia, e
aran pur lieto fine le mie disperate speranze?

EUFRANONE. O moglie cara, tu arrechi in un tempo nuove dolcezze a
molti: tu pacifichi i fratelli, allegri il zio, di dolcezza non al
padre amorevole di colei ma a chi le fu rigido e inumano, e consoli
tutta questa citt.

DON FLAMINIO. Ma io come uscir di tant'obligo? che grazie vi potr
rendere, essendo stato cagione di tante rovine?

POLISENA. Rendete le grazie a Dio, non a me indegna serva! Egli solo
ha ordinato nel cielo che i fatti cos difficili e impossibili ad
accommodarsi siano ridotti a cos lieto fine.

DON IGNAZIO. Ecco che l'aria comincia a dischiararsi da' raggi de'
suoi begli occhi! oh come il mio core si rallegra della sua dolce e
desiata vita!



SCENA IV.

CARIZIA, DON IGNAZIO, DON FLAMINIO, POLISENA, DON RODORICO, EUFRANONE.


CARIZIA. Madre, che comandate?

POLISENA. Conoscetela ora? v'ho detto la bugia?

DON IGNAZIO. O Dio,  questa l'ombra sua o qualche spirito ha preso la
sua stanza?

POLISENA. Toccala e vedi si  ombra o spirito.

DON IGNAZIO. O don Ignazio, sei vivo o morto? e se sei vivo, sogni o
vaneggi? e se vaneggi, per lo soverchio desiderio ti par di vederla?
Io vivo e veggio e odo; ma l'infinito contento che ho nell'alma mi
accieca gli occhi, mi offusca i sensi e mi conturba l'intelletto, ch
veggiando dormo, vivendo moro, ed essendo sordo e cieco odo e veggio.
Ma se eri sepolta e morta, come or sei qui viva? o quello o questo 
sogno. E se sei viva, come posso soffrir tant'allegrezza e non morire?
O tanto desiato oggetto degli occhi miei, hai sofferte tante ingiurie
insin alla morte, insin alla sepoltura; e or volevi finir la vita in
un monastero!

CARIZIA. Veramente avea cos deliberato per non aver a trattar pi con
uomo, poich era stata ingiuriata e rifiutata dal primo a cui avea
dato le premizie de' mia amori e i primi fiori d'ogni mio amoroso
pensiero.

DON IGNAZIO. Deh! signora della mia vita, poich sei mia, fammi degno
che ti tocchi; e no potendoti ponere dentro il cuore, almeno che ti
ponga in queste braccia. Io pur ti tocco e stringo; donque io son
vivo. Ma oim, che per lo smisurato contento par che sia per
isvenirmi! i spiriti del core, sciolti dal corpo per i meati troppo
aperti per lo caldo dell'allegrezza, par che se ne volino via, e
l'anima abbandonata non pu soffrir il corpo, e il corpo afflitto non
pu sostener l'anima: mi sento presso al morire. Ma come posso morire
se tengo abbracciata la vita? O cara vita mia, quanto sei stata pianta
da me, dal tuo padre, fratello e zio mio, e da tutto Salerno!

CARIZIA. Donque mi spiace che viva sia, essendo onorate le mie
essequie da persone di tanto conto.

DON IGNAZIO. Ecco, o vita mia, hai reso il cor al corpo, lo spirito
all'anima, la luce agli occhi e il vigore alle membra.

DON FLAMINIO. Ecco, o signora, l'infelicissimo vostro innamorato
gettato innanzi a' vostri piedi, quale, spinto da un ardentissimo
amore e gelosia, con falsa illusione per ingannar il fratello, ha
offeso ancor voi. E arei offeso e tradito anche mio padre e zio e
tutto il parentado insiememente per possedervi, tanto  la vostra
bellezza e pregio delle dignissime vostre qualitadi, degne d'essere
invidiate da tutte le donne; ma il disegno sort contrario fine. Ma
chi pu contrastar con gli inevitabili accidenti della fortuna? Vi
prego a perdonarmi con quella generosit d'animo, eguale all'alte sue
virt, offerendomi in ricompensa, mentre ser vivo, servir voi e il
vostro meritevolissimo sposo.

CARIZIA. Signor don Flaminio, a me i travagli non mi son stati punto
discari, perch da quelli  stato cimentato l'onore e la mia vita.
Questo s m'ha dispiaciuto: che la mia infelice bellezza, che che ella
si sia, abbi data occasione di turbar un'amorevolissima fratellanza di
duo valorosi cavalieri.

DON FLAMINIO. Generosissimo mio fratello, le mie pazzie vi hanno
aperto un largo campo di esercitar la vostra virtute. Io non ardirei
cercarvi perdono se Amore e la disgrazia non me ne facessero degno, la
quale, quando viene, viene talmente che l'uomo non pu ripararla.
Essendo tolta la cagione, si devono spengere gli odii ancora; e poich
ste gionto a quel segno dove aspiravano tutte le vostre speranze e
possedete gi il caro e glorioso pregio delle vostre fatiche, pregovi
a perdonar le mie inperfezioni e smenticarle, e ricevermi in quel
grado di servit e amore nel quale prima mi avevate, restando io con
perpetuo obligo di pregar Iddio che con la vostra desiata sposa in
lunga e felicissima vita vi conservi.

DON IGNAZIO. Caro mio don Flaminio, se  disdicevole a tutti tener
memoria dell'ingiurie, quanto si denno in minor stima aver quelle che
accaggiono tra fratelli? e poi per liti amorose? E questo ch'avete voi
fatto a me, l'avrei io fatto a voi parimente. Mi ste or cos caro e
amorevole pi che mai foste, e in fede del vero io vengo ad
abbracciarvi.

DON FLAMINIO. Abbattuto dalla propria conscienza e confuso da tanta
cortesia, io non so che respondervi n basta ad esprimere il mio
obligo: ar particolar memoria della grazia ch'or mi fate.

EUFRANONE. Ed io, soprapreso da diversi effetti, non so qual io mi
sia: allegro dell'amorevol fratellanza, ripieno d'ineffabil meraviglia
della prudenza di mia moglie, allegro della figlia risuscitata,
confuso e pieno di vergogna veggendomi dinanzi a quella che ho
ingiuriata a torto con la lingua e uccisa con le mie mani. Per,
figlia, perdona a tuo padre, il quale falsamente informato ha cercato
d'offenderti; e ti giuro che io ho sentito la penitenza del mio
peccato senza che voi me l'avesti data. Vieni e abbraccia il tuo non
occisore ma carissimo padre!

CARIZIA. Ancorch m'aveste uccisa, o padre, non mi areste fatto
ingiuria: la vita che voi m'avete data la potevate repetere quando vi
piacea. Mi  s ben ora di somma sodisfazione che siate chiaro che non
ho peccato; questo s mi  di contento: che la mia morte v'ha fatto
fede dell'innocenza mia.

EUFRANONE. La tua bont, o figlia, ha commosso Iddio ad aiutarti: egli
ne' secreti del tuo fato aveva ordinato che per te ogni cosa si fusse
pacificato; e perci di tutto si ringrazi Iddio che ha fatto che le
disaventure diventino venture e le pene allegrezze.

DON RODORICO. Veramente mi son assai maravigliato, essendo spettatore
d'un crudel abbattimento di dui per altro valorosi e degni cavalieri;
ma or che veggio tanta bellezza in Carizia--e cos ancor stimo la
sorella,--gli escuso e non gl'incolpo, e giudico che l'immenso Iddio
governi queste cose con secreta e certa legge de fati, e che molto
prima abbi ordinato che succedano questi gravi disordini, accioch
cos degna coppia di sorelle si accoppino con s degno paro di
fratelli, che par l'abbi fatti nascere per congiungerli insieme. E
come il mio sangue onorer voi, cos dal vostro il mio prender
splendore e onore. E gi veggio scolpite nelle lor fronti una lunga
descendenza di figliuoli e nepoti che mi nasceranno dalla mia indarno
sperata successione, per non esservi altro germe nel nostro sangue. E
perch queste gentildonne mancano di doti, io li faccio un donativo
degno dell'amore e generosit loro, di ventimila ducati per una; dopo
la mia morte a succedere non solo alla eredit ma nell'amore: e se
agli altri si dnno per usanza, vo' donarli a voi per premio. E per
segno d'amore vuo' abbracciarvi: il sangue mi sforza a far l'offizio
suo.

CARIZIA. E noi saremo perpetue serve e conservatrici della vostra
salute.

EUFRANONE. E noi quando di tanta largit vi renderemo grazie condegne?

DON IGNAZIO. Carissimo padre e nostro zio, vi abbiamo tal obligo che
la lingua non sa trovar parole per ringraziarvi.

DON RODORICO. Or, poich tutti i travagli han sortito s lieto fine,
ordinisi un banchetto reale per le nozze e corte bandita per dieci
giorni per tutt'i gentiluomini e gentildonne di questa citt, acci un
publico dolore si converti in una publica allegrezza. E perch non vi
sia cosa melancolica in Salerno, si scarcerino tutti i prigioni per
debito e si paghino del mio, e si facci grazia a tutti quei che han
remissioni delle parti. E per voi, Eufranone caro, scriver e
supplicher Sua Maest che vi si restituisca quello che
ingiustissimamente vi  stato tolto.

DON FLAMINIO. Poich a tutti si fa grazia, sar anco giusto che l'abbi
Leccardo il parasito.

DON RODORICO. Ol! ordinate che Leccardo sia libero. Ma mi par oggimai
tempo che questi felici sposi e amanti dopo tanti travagli colgano il
desiato frutto degli disperati loro amori. Entriamo.

DON FLAMINIO. Ma ecco Panimbolo.



SCENA V.

PANIMBOLO, DON FLAMINIO, LECCARDO.


PANIMBOLO. Padrone, che allegrezza  la vostra?

DON FLAMINIO.  tanta che non basto dirla. Panimbolo, la fortuna
secondo il suo costume tutt'oggi ha scherzato con noi valendosi della
variet de' casi; e all'ultimo Iddio ha essauditi i nostri desiri.
Rallegrati, ch la poco dinanzi infelice miseria mia or sia ridotta in
tanta felicit.

PANIMBOLO. Stimo che di questo giorno vi ricorderete ogni giorno che
viverete.

DON FLAMINIO. Oh dolcezza infinita degli innamorati, quando, dopo i
casi di tanti infortuni, fortunatamente li  concesso di giunger a
quel desiato segno che bersagli da principio! Oh come ottimamente
dissero i savi: che Amor alberga sovra un gran monte dove solo per
miserabili fatiche e discoscese balze si perviene, volendo inferir che
negli amori gran pene e amaritudini si soffriscono, ma quelle pene son
condimento delle loro dolcezze!--Ma ecco Leccardo.

LECCARDO. Io ho avuto tanta paura d'esser appiccato che la gola si 
chiusa da se stessa senza capestro, e mi ha data la stretta pi de
mille volte e senza morir mi ha fatto patir mille morti; e ancora che
io abbi avuto grazia della vita, per ci non sento allargar il cappio
e sono appicato senza essere stato appiccato. Adio, cavaliero! oh come
presto m'era riuscito il pronostico che mi feci questa mattina! Ma per
prender un poco di fiato, bisogna almeno bermi un barril di greco e
quattro piatti di maccheroni; se non, che or mi manger voi vivo e
crudo.

DON FLAMINIO. Or non si parli pi di scontentezza, poich la fortuna
dal colmo delle miserie mi ha posto nel colmo di tutte le sue
felicit. Starai meco tutto il tempo della tua vita, e comune sar la
tavola, le robbe, le facultadi e le fortune. Licenzia costoro che son
stati a disaggio ascoltando le nostre istorie, e vieni a prender
possesso della mia tavola.

LECCARDO. Spettatori, ho la gola tanto stretta che non posso parlare.
Andate in pace e fate segno d'allegrezza.







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Giambattista Della Porta

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paragraph 1.C below.  There are a lot of things you can do with Project
Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this agreement
and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm electronic
works.  See paragraph 1.E below.

1.C.  The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the Foundation"
or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection of Project
Gutenberg-tm electronic works.  Nearly all the individual works in the
collection are in the public domain in the United States.  If an
individual work is in the public domain in the United States and you are
located in the United States, we do not claim a right to prevent you from
copying, distributing, performing, displaying or creating derivative
works based on the work as long as all references to Project Gutenberg
are removed.  Of course, we hope that you will support the Project
Gutenberg-tm mission of promoting free access to electronic works by
freely sharing Project Gutenberg-tm works in compliance with the terms of
this agreement for keeping the Project Gutenberg-tm name associated with
the work.  You can easily comply with the terms of this agreement by
keeping this work in the same format with its attached full Project
Gutenberg-tm License when you share it without charge with others.

1.D.  The copyright laws of the place where you are located also govern
what you can do with this work.  Copyright laws in most countries are in
a constant state of change.  If you are outside the United States, check
the laws of your country in addition to the terms of this agreement
before downloading, copying, displaying, performing, distributing or
creating derivative works based on this work or any other Project
Gutenberg-tm work.  The Foundation makes no representations concerning
the copyright status of any work in any country outside the United
States.

1.E.  Unless you have removed all references to Project Gutenberg:

1.E.1.  The following sentence, with active links to, or other immediate
access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear prominently
whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work on which the
phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the phrase "Project
Gutenberg" is associated) is accessed, displayed, performed, viewed,
copied or distributed:

This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
almost no restrictions whatsoever.  You may copy it, give it away or
re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
with this eBook or online at www.gutenberg.org

1.E.2.  If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is derived
from the public domain (does not contain a notice indicating that it is
posted with permission of the copyright holder), the work can be copied
and distributed to anyone in the United States without paying any fees
or charges.  If you are redistributing or providing access to a work
with the phrase "Project Gutenberg" associated with or appearing on the
work, you must comply either with the requirements of paragraphs 1.E.1
through 1.E.7 or obtain permission for the use of the work and the
Project Gutenberg-tm trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or
1.E.9.

1.E.3.  If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted
with the permission of the copyright holder, your use and distribution
must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any additional
terms imposed by the copyright holder.  Additional terms will be linked
to the Project Gutenberg-tm License for all works posted with the
permission of the copyright holder found at the beginning of this work.

1.E.4.  Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm
License terms from this work, or any files containing a part of this
work or any other work associated with Project Gutenberg-tm.

1.E.5.  Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this
electronic work, or any part of this electronic work, without
prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with
active links or immediate access to the full terms of the Project
Gutenberg-tm License.

1.E.6.  You may convert to and distribute this work in any binary,
compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including any
word processing or hypertext form.  However, if you provide access to or
distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format other than
"Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official version
posted on the official Project Gutenberg-tm web site (www.gutenberg.org),
you must, at no additional cost, fee or expense to the user, provide a
copy, a means of exporting a copy, or a means of obtaining a copy upon
request, of the work in its original "Plain Vanilla ASCII" or other
form.  Any alternate format must include the full Project Gutenberg-tm
License as specified in paragraph 1.E.1.

1.E.7.  Do not charge a fee for access to, viewing, displaying,
performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works
unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9.

1.E.8.  You may charge a reasonable fee for copies of or providing
access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works provided
that

- You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from
     the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method
     you already use to calculate your applicable taxes.  The fee is
     owed to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he
     has agreed to donate royalties under this paragraph to the
     Project Gutenberg Literary Archive Foundation.  Royalty payments
     must be paid within 60 days following each date on which you
     prepare (or are legally required to prepare) your periodic tax
     returns.  Royalty payments should be clearly marked as such and
     sent to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation at the
     address specified in Section 4, "Information about donations to
     the Project Gutenberg Literary Archive Foundation."

- You provide a full refund of any money paid by a user who notifies
     you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he
     does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm
     License.  You must require such a user to return or
     destroy all copies of the works possessed in a physical medium
     and discontinue all use of and all access to other copies of
     Project Gutenberg-tm works.

- You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of any
     money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
     electronic work is discovered and reported to you within 90 days
     of receipt of the work.

- You comply with all other terms of this agreement for free
     distribution of Project Gutenberg-tm works.

1.E.9.  If you wish to charge a fee or distribute a Project Gutenberg-tm
electronic work or group of works on different terms than are set
forth in this agreement, you must obtain permission in writing from
both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and Michael
Hart, the owner of the Project Gutenberg-tm trademark.  Contact the
Foundation as set forth in Section 3 below.

1.F.

1.F.1.  Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable
effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread
public domain works in creating the Project Gutenberg-tm
collection.  Despite these efforts, Project Gutenberg-tm electronic
works, and the medium on which they may be stored, may contain
"Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate or
corrupt data, transcription errors, a copyright or other intellectual
property infringement, a defective or damaged disk or other medium, a
computer virus, or computer codes that damage or cannot be read by
your equipment.

1.F.2.  LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right
of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project
Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project
Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all
liability to you for damages, costs and expenses, including legal
fees.  YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT
LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE
PROVIDED IN PARAGRAPH F3.  YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE
TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE
LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR
INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH
DAMAGE.

1.F.3.  LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a
defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can
receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a
written explanation to the person you received the work from.  If you
received the work on a physical medium, you must return the medium with
your written explanation.  The person or entity that provided you with
the defective work may elect to provide a replacement copy in lieu of a
refund.  If you received the work electronically, the person or entity
providing it to you may choose to give you a second opportunity to
receive the work electronically in lieu of a refund.  If the second copy
is also defective, you may demand a refund in writing without further
opportunities to fix the problem.

1.F.4.  Except for the limited right of replacement or refund set forth
in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS' WITH NO OTHER
WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT LIMITED TO
WARRANTIES OF MERCHANTIBILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.

1.F.5.  Some states do not allow disclaimers of certain implied
warranties or the exclusion or limitation of certain types of damages.
If any disclaimer or limitation set forth in this agreement violates the
law of the state applicable to this agreement, the agreement shall be
interpreted to make the maximum disclaimer or limitation permitted by
the applicable state law.  The invalidity or unenforceability of any
provision of this agreement shall not void the remaining provisions.

1.F.6.  INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the
trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in accordance
with this agreement, and any volunteers associated with the production,
promotion and distribution of Project Gutenberg-tm electronic works,
harmless from all liability, costs and expenses, including legal fees,
that arise directly or indirectly from any of the following which you do
or cause to occur: (a) distribution of this or any Project Gutenberg-tm
work, (b) alteration, modification, or additions or deletions to any
Project Gutenberg-tm work, and (c) any Defect you cause.


Section  2.  Information about the Mission of Project Gutenberg-tm

Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of computers
including obsolete, old, middle-aged and new computers.  It exists
because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from
people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need, is critical to reaching Project Gutenberg-tm's
goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
remain freely available for generations to come.  In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations.
To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
and the Foundation web page at http://www.pglaf.org.


Section 3.  Information about the Project Gutenberg Literary Archive
Foundation

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service.  The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541.  Its 501(c)(3) letter is posted at
http://pglaf.org/fundraising.  Contributions to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
permitted by U.S. federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S.
Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
throughout numerous locations.  Its business office is located at
809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email
business@pglaf.org.  Email contact links and up to date contact
information can be found at the Foundation's web site and official
page at http://pglaf.org

For additional contact information:
     Dr. Gregory B. Newby
     Chief Executive and Director
     gbnewby@pglaf.org


Section 4.  Information about Donations to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation

Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
spread public support and donations to carry out its mission of
increasing the number of public domain and licensed works that can be
freely distributed in machine readable form accessible by the widest
array of equipment including outdated equipment.  Many small donations
($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
status with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States.  Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements.  We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance.  To
SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any
particular state visit http://pglaf.org

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States.  U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses.  Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations.
To donate, please visit: http://pglaf.org/donate


Section 5.  General Information About Project Gutenberg-tm electronic
works.

Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg-tm
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone.  For thirty years, he produced and distributed Project
Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support.


Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S.
unless a copyright notice is included.  Thus, we do not necessarily
keep eBooks in compliance with any particular paper edition.


Most people start at our Web site which has the main PG search facility:

     http://www.gutenberg.org

This Web site includes information about Project Gutenberg-tm,
including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.
