The Project Gutenberg EBook of Le lettere di Michelangelo Buonarroti, by
Michelangelo Buonarroti

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Title: Le lettere di Michelangelo Buonarroti

Author: Michelangelo Buonarroti

Editor: Gaetano Milanese

Release Date: August 16, 2014 [EBook #46599]

Language: Italian

Character set encoding: ISO-8859-1

*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LE LETTERE DI MICHELANGELO ***




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                              LE LETTERE
                                  DI
                       MICHELANGELO BUONARROTI

                           EDITE ED INEDITE
                COI RICORDI ED I CONTRATTI ARTISTICI.




              EDIZIONE ORDINATA DAL COMITATO FIORENTINO
             PER LE FESTE DEL IV CENTENARIO DALLA NASCITA
                           DI MICHELANGELO.




                              LE LETTERE

                                  DI

                       MICHELANGELO BUONARROTI


                              PUBBLICATE
                COI RICORDI ED I CONTRATTI ARTISTICI

                               PER CURA
                                  DI

                           GAETANO MILANESI.



                              IN FIRENZE,
                 COI TIPI DEI SUCCESSORI LE MONNIER.
                            M. DCCC. LXXV.




PREFAZIONE.


Pubblicando le LETTERE DI MICHELANGELO, mentre Firenze si appresta a
celebrare il Quarto Centenario dalla sua nascita, ha creduto il Comitato
a ci eletto, non solo di onorare meglio e pi degnamente la memoria del
grande artista, ma di lasciare altres ai posteri bella e pi durevole
ricordanza di tanta solennit.

Dopoch da quattro secoli di Michelangelo Buonarroti si ragiona e si
scrive, e solenni critici hanno del divino ingegno, delle mirabili opere
e dell'altissimo grado che tiene nell'arte, ampiamente discorso; certo
non passerebbe senza nota di presunzione, che io non artista, n
dell'arte intendente, pigliassi la presente occasione, in cui si
pubblicano le sue Lettere, per dirne nuovamente, e volessi aggiungere il
mio agli autorevoli giudizi altrui. Il che, oltre essere per la detta
ragione superfluo, riuscirebbe ancora tanto inopportuno, quanto la
natura stessa del Libro pare che meno il richiegga; nel quale mentre
scarseggiano i particolari dell'artista, abbondano invece quelli
dell'uomo. Per le Lettere infatti di Michelangelo, tutte pi o meno
importanti, e talune bellissime e piene di sentimento e di forza, dove
il pensiero  pi che espresso, scolpito; e dove, se la passione il
commuove, egli s'innalza fino all'eloquenza; noi possiamo acquistare
dell'animo suo, delle qualit del suo cuore e de' suoi sentimenti, assai
migliore e pi intiera notizia, che dai passati Biografi non s'abbia. Da
esse apparisce con quale affettuosa reverenza onorasse il padre; col
quale avendo avuto pi volte, per cagione d'interessi, screzi e
questioni assai vive, giammai i termini della modestia non trapass,
comportandosi sempre da figliuolo amorevole e rispettoso. Ed eguale
amore portava ai fratelli, ai quali, sebbene fossero di natura molto
diversa dalla sua, cerc con ogni sollecitudine di procacciare un onesto
avviamento, e di buone somme di denari per questo effetto gli aiut. E
quando la morte gli tolse l'uno e gli altri, nell'unico nipote tutta la
sua affezione raccolse; lui riguard come il conforto della sua
vecchiezza e d'ogni suo avere lo fece erede, perch onorevolmente
tirasse innanzi la casa. De' suoi servitori, che furono molti e sempre
da lui trattati amorevolmente, sebbene pochi gli corrispondessero,
nessuno fu pi dell'Urbino amato da Michelangelo: e quando con suo
grandissimo dolore gli fu rapito dalla morte, egli, come padre
amorevole, ebbe cura de' suoi figliuoli.

Ma per quanto rarissime fossero in lui queste belle doti dell'animo,
pure egli pag talvolta il debito all'umana fralezza. Fu Michelangelo
costante nelle amicizie, ed ebbe amici provati che gli serbarono fede
fino alla morte. Pure nel lungo corso della sua vita gli accadde due o
tre volte di rompersi con alcuno: il che fu piuttosto per la natura sua
sospettosa che lo portava a dare troppo facile orecchio alle altrui
maligne parole, che per vera cagione che ne avesse. Resta ancora una
lettera assai fiera e di fieri rimproveri ripiena, che gli scrisse
Iacopo Sansovino. Se le accuse che egli d a Michelangelo sieno in tutto
o in parte fondate,  difficile accertare. Vero  che il Sansovino si
duole di lui con troppa passione, credendo che gli fosse stata tolta
un'opera, gi promessagli, e data ad altri per consiglio di
Michelangelo. Chi non sa che amico svisceratissimo gli fosse Sebastiano
del Piombo? eppure la loro amicizia durata tant'anni, a poco a poco si
raffredd, e di poi in tutto cess, senza che se ne possa assegnare la
cagione. Certo di questa amicizia n nel Vasari, n nelle Lettere di
Michelangelo dopo la sua andata a Roma abbiamo pi segno o ricordo
alcuno. Erano gli sdegni suoi nel primo impeto terribili, e parlando o
scrivendo, sapeva dire benissimo e con grande efficacia l'animo suo;
come pu vedersi nelle sue Lettere, e massime in quella a Giovan Simone
suo fratello[1] e nell'altra a Luigi del Riccio,[2] tanto suo amorevole
e serviziato amico. Ma questi sdegni ed impeti furono in lui
passeggieri. L'animo suo era vlto alla benevolenza; gli dispiacevano
gli uomini doppi o _fognati_, com'egli diceva, cio con due bocche, ma
chiunque gli mostrava affetto, era da lui con altrettanto corrisposto.

Onde  certo che coloro i quali da ora innanzi piglieranno a scrivere di
Michelangelo, conoscendo quanto a meglio intendere l'artista aiuti lo
studio dell'uomo, faranno capitale di questo nuovo e prezioso libro che
oggi si pubblica; dove sovente egli dipinge se stesso cos al vivo; d
molti particolari della sua vita intima, ignoti a' Biografi, e delle
fatiche per tanti anni durate nell'arte fatta _suo idolo e monarca_, e
de' dolori che n'ebbe, spesso ragiona. Che se dalle ingiurie degli
emoli, dai morsi degl'invidi, e dai capricci de' potenti fu talvolta
fieramente turbato; pi dell'ira e risentimento pot in lui la natural
bont dell'animo, che all'usata benevolenza in breve lo riconduceva.

Ma se queste domestiche virt abbondarono in Michelangelo, certo non gli
fecero difetto le cittadine: perch quando un Papa ambizioso e crudele
colle armi proprie e colle straniere si apprestava ad assaltare Firenze,
egli dapprima spontaneo e senza speranza o promessa di premio, pose il
divino ingegno a prepararne le difese, e cogli argomenti ed industrie
d'un'arte nuova per lui, e per pi mesi, vi si affatic. La qual sua
nobilissima azione, che i Biografi contemporanei raccontano appena e per
ragioni che  facile intendere,  oggi e meritamente tenuta in gran
conto, e con altissime lodi celebrata.

Pure le sorti di Firenze alfine rovinarono, pi per tradimento di chi
era preposto alla sua difesa, che per sforzo delle armi nemiche. E che
dolore provasse Michelangelo vedendo la cara patria venuta alle mani
d'un tiranno, mostrano, se non ci fosse altro testimonio, il suo
epigramma per gli esuli fiorentini, e i versi fatti dire alla figura
della _Notte_.

Dicono alcuni che ricercato del disegno d'una fortezza che il duca
Alessandro intendeva innalzare nella citt, egli sdegnosamente vi si
rifiutasse; e che per questo il Duca non lo vedesse mai pi di buon
occhio, e che volentieri gli avrebbe fatto dispiacere, se non fosse
stato difeso dal Papa. Ma di questo negli scrittori della sua vita non 
ricordo nessuno. Aggiungono altri, che riuscendo a Michelangelo sempre
pi intollerabile il governo del Medici, e giudicando che colla morte
del Papa verrebbe a mancargli un potentissimo protettore, risolvette di
partirsi di Firenze, ed andare a Roma. Ma di questa sua risoluzione
forse pi vera cagione  l'esser egli stato chiamato dal Papa, che
voleva servirsene per la pittura della Sistina: sebbene io creda che
altra cagione segreta il movesse; la quale fu l'ardente amore per una
donna, forse conosciuta da lui nella sua andata a Roma dell'agosto 1533.
E di questo egli parla chiaramente in una sua lettera frammentata
all'amico Angiolini.

Andato a Roma, quivi accarezzato dai Papi, ricercato dai principi e gran
signori, riverito e ammirato da tutti, trapass gli ultimi trent'anni
della sua vita tra le fatiche dell'arte, che nuove glorie e nuovi dolori
gli riserbava, cantando in nobilissime rime un amore alto e i santi
pensieri di Dio e della morte, conversando dolcemente con gli amici, e
rivolgendo le cure alla famiglia lontana, che de' suoi consigli ed aiuti
ancora abbisognava.

Venendo ora alle LETTERE DI MICHELANGELO, che occupano la maggior parte
del presente volume, alla loro provenienza, e a' modi da me tenuti nel
pubblicarle, dir, che esse sommano a 495, e sono tratte le pi dagli
autografi dell'Archivio Buonarroti, e del Museo Britannico: quelle del
primo, meno qualcuna, erano tutte inedite; non cos le seconde, in
generale assai meno importanti, ch il Grimm nella sua _Michelangelo's
Leben_, e il Piot nel _Cabinet de l'Amateur_, Anne II, ne avevano
stampate tra ambidue da una quarantina. Di alcune delle edite nelle
_Pittoriche_ e nel _Carteggio_ del Gaye, ho fatto riscontro cogli
autografi, e in difetto loro, con copie antiche dell'Archivio Buonarroti
e di quello di Stato in Firenze; non senza vantaggio della lezione,
spesso negli stampati corrotta. Quanto alle Lettere di Michelangelo a
Giorgio Vasari, io mi chiamo fortunato di averle potute riscontrare,
colle copie fatte da Michelangelo Buonarroti il Giovane, sopra gli
originali, allora presso gli eredi del Vasari: e si vedr col confronto
quanto sciattamente fossero stampate nella _Vita di Michelangelo_ dal
Biografo Aretino.

Rispetto a' modi da me seguiti nel condurne la stampa, io ho cercato di
tenermi in una via di mezzo tra la pedanteria degli uni, i quali
vorrebbero con servilit eccessiva veder riprodotti i documenti con
tutti i nessi, le abbreviature e le forme ortografiche; e la licenza
degli altri, che correggono, mutano, aggiungono, e tutto vestono alla
moderna.

Io dunque la prima cosa ho sciolto tutti i nessi e le abbreviature,
levato la _h_, dove era lettera aspirata, mutato il _ct_ nel doppio
_tt_; stimando che per questo cambiamento, il suono e il significato
della parola rimanga il medesimo. Certi errori di ortografia proprii di
Michelangelo, come _gugnio_, _Gorgo_, _page_, _largi_, per giugno,
Giorgio, paghe, larghi, ho lasciato stare, e lo stesso ho fatto di
alcune parole, scritte secondoch portava la favella fiorentina; come
_scriverr_, _librerria_ e _liberria_, _amunizione_, per scriver,
libreria, munizione. Insomma, sperando che questo libro vada per le mani
di molti, ho procurato che nessuno dalla stranezza e novit
dell'ortografia sia svogliato o noiato dal leggerlo. Ma ogni mia maggior
diligenza e cura  stata posta nel dare il testo di esse Lettere,
intiero e corretto il pi possibile.


Dopo le Lettere vengono i RICORDI, scritti la pi parte dalla mano
stessa di Michelangelo, e tratti dal Museo Britannico, dall'Archivio
Buonarroti e dalle stampe: ed in ultimo i CONTRATTI ARTISTICI,
abbondante e preziosa raccolta di documenti proprii ad illustrare la
vita artistica di Michelangelo e le sue Lettere. Sono anch'essi per la
massima parte inediti, e si conservano nell'Archivio suddetto.[3]


  [1] Vedi la Lettera CXXVII, a pag. 150.

  [2]  la Lettera CDLX, a pag. 520.

  [3] E qui per soddisfazione dell'animo mio riconoscente e per
  sentimento di giustizia debbo dichiarare che nella fatica del
  copiare le Lettere del Carteggio di Michelangelo nell'Archivio
  Buonarroti, mi hanno prestato non piccolo aiuto i miei cari amici
  cav. Carlo Pini, e cav. Iacopo Cavallucci; e che il padre don
  Gregorio Palmieri benedettino, a mia preghiera, e coll'annuenza
  cortese del padre abate di San Paolo suo superiore, si 
  sottoposto amorevolmente al disagio del viaggio da Roma a Londra,
  per copiare i Ricordi ed altre scritture, meno le Lettere, che si
  conservano tra i manoscritti di Michelangelo nel Museo Britannico.
  A' quali tutti io rendo pubblicamente le maggiori e migliori
  grazie.




LETTERE ALLA FAMIGLIA.




A LODOVICO SUO PADRE

DAL 1497 AL 1523.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 1 di luglio 1497.

I.

_Domino Lodovico Buonarroti in Firenze._


  Al nome di Dio. A d primo di luglio 1497.

Reverendissimo e caro padre. Non vi maravigliate che io non torni,
perch io non  potuto ancora aconciare e' fatti mia col Cardinale,[4] e
partir no mi voglio, se prima io non son sodisfatto e remunerato della
fatica mia; e con questi gra' maestri bisognia andare adagio, perch non
si possono sforzare: ma credo in ogni modo di questa settimana che
viene, essere sbrigato d'ogni cosa.

Avisovi come fray Lionardo ritorn qua a Roma, che dicie che gli era
bisogniato fuggire da Viterbo e che gli era stato tolto la cappa: e
voleva venire cost: onde io gli detti un ducato d'oro che mi chiese per
venire, e credo che 'l dobiate sapere, perch debe esser giunto cost.

Io non so che mi vi dire altro, perch sto sospeso e non so ancora come
la s'andr: ma presto spero essere da voi. Sano: cos spero di voi.
Racomandatemi agli amici.

                                      MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [4] Raffaello Riario, detto il Cardinale di San Giorgio. Era
  Michelangelo da poco pi d'un anno in Roma, statovi condotto da un
  gentiluomo del detto Cardinale, al quale Baldassarre del Milanese
  aveva venduto per cosa antica un _Cupido_ di marmo scolpito dal
  Buonarroti. Il Condivi ed il Vasari dicono che il Cardinale, per
  essere persona poco intendente, ma invero molto affezionata alle
  cose dell'arte, non aveva fatto fare nulla a Michelangelo: ma da
  una lettera dell'artista a Lorenzo di Pier Francesco de' Medici,
  scritta da Roma ai 2 di luglio del 1496, la quale sar
  ripubblicata pi innanzi, si raccoglie invece che il Cardinale,
  comprato un pezzo di marmo, gli aveva commesso di scolpirvi una
  figura al naturale; e dalla presente lettera si conosce che egli
  restava ancora ad avere da lui per conto di questo lavoro; il
  quale, non sapendosi che cosa rappresentasse,  difficile di poter
  rintracciare se sia ancora in essere, e dove oggi si trovi.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 19 d'agosto 1497.

II.

_Domino Lodovico Buonarroti in Firenze._


  Al nome di Dio. A d 19 d'agosto 1497.

Carissimo padre, ec. Avisovi come venerd giunse qua Bonarroto; e io
come lo sepi, andai all'osteria a trovallo; e lui mi raguagli a boca
come voi la fate, e diciemi che Consiglio[5] merciaio vi d una gran
noia e che non si vuole acordare i' modo nessuno, e che vi vuole far
pigliare. Io vi dico che voi veggiate d'accordalla e di dgli qualche
ducato inanzi; e quello che voi rimanete d'accordo di dargli,
mandatemelo a dire, e io ve gli mander, se voi no' gli avete; bench io
n'abbi pochi, come io v' detto, io m'ingiegnier d'acattargli, acci
che non s'abbi a pigliare danari del Monte, come mi dicie Bonarroto. Non
vi maravigliate che io v'abbi scritto alle volte cos stizosamente, che
io  alle volte di gran passione per molte cagione che avengono a chi 
fuor di casa.

Io tolsi a fare una figura da Piero de' Medici[6] e comperai il marmo:
poi noll' mai cominciata, perch no' mi  fatto quello mi promesse: per
la qual cosa io mi sto da me, e fo una figura per mio piaciere; e
comperai un pezo di marmo ducati cinque e non fu buono: ebi buttati via
que' danari: poi ne ricomperai un altro pezzo, altri cinque ducati, e
questo lavoro per mio piaciere: s che voi dovete credere che anch'io
spendo e  delle fatiche: pure quello mi chiederete, io ve lo mander,
s'io dovessi vendermi per istiavo.

Buonarroto  giunto a salvamento e tornasi all'osteria, e  una camera e
sta bene e non gli mancher mai nulla, quant'e' vorr stare. Io non 
comodit di tenello meco, perch io sto in casa altri, ma basta ch'io
non gli lascier mancar nulla. Sano: cos spero di voi.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lodovico_)

    Dicie aiutarmi pagare Consiglio.


  [5] Questo Consiglio d'Antonio Cisti merciaio aveva un credito di
  novanta fiorini d'oro larghi contro Lodovico Buonarroti, e per
  questo conto era lite tra loro. Finalmente a' 14 d'ottobre del
  1499 si accordarono nel modo stesso che Michelangelo disapprovava,
  cio che Lodovico pose condizione, che cos si chiamava la
  cessione della riscossione delle paghe, a favore del detto
  Consiglio, per altrettanta somma sopra 312 fiorini che Lodovico
  aveva al Monte della dote di Madonna Lucrezia Ubaldini da Gagliano
  sua seconda moglie. Pare che Consiglio fosse poi pagato del suo
  credito; perch si trova che il primo di marzo del 1502 rinunzi
  alla detta condizione.

  [6] Il Vasari non ricorda altri lavori fatti da Michelangelo per
  Piero de' Medici, se non una statua di neve nel cortile della sua
  casa. Ma da questa lettera si caverebbe che Piero gli avesse
  commesso una figura di marmo, il cui soggetto non si conosce. Si
  pu congetturare che la figura che Michelangelo cavava per suo
  piacere nel pezzo di marmo da lui comprato, fosse il _Cupido_ che
  poi acquist quell'Jacopo Gallo, al quale il Buonarroti scolp
  ancora il _Bacco_, oggi nella Galleria di Firenze, quivi pervenuto
  fino dal 1572 per acquisto fattone dal principe Don Francesco de'
  Medici collo sborso di dugento quaranta ducati dagli eredi del
  detto Jacopo.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 31 di gennaio 1507.

III.[7]

_A Lodovico di Lionardo di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
Dogana di Fiorenza._


Padre reverendissimo. I'  inteso per una vostra, come lo Spedalingo non
 mai tornato di fuora; per la qualcosa non avete potuto venire alla
conclusione del podere come desideravi: io n' avuta passione anch'io,
perch stimavo voi l'avessi oramai tolto. Dubito che lo Spedalingo non
sia andato fuora a arte, per non s'avere a spodestare di quella entrata
e per tenere e' danari e el podere. Avisatemi: perch se cos fussi, gli
caverei e' mia danari di mano, e terre' gli altrove.

De' casi mia di qua io ne farei bene, se e' mia marmi venissino: ma in
questa parte mi pare avere grandissima disgrazia, che mai poi che io ci
sono, sia stato dua d di buon tempo. S'abatt a venirne pi giorni fa
una barca che ebbe grandissima ventura a non capitar male, perch era
contratempo: e poi che io gli ebbi scarichi, subito venne el fiume
grosso e ricopersegli i' modo, che ancora non  potuto cominciare a far
niente, e pure do parole al Papa e tengolo in buona speranza, perch e'
non si crucci meco, sperando che 'l tempo s'aconci ch'io cominci presto
a lavorare; che Dio il voglia!

Pregovi che voi pigliate tutti quegli disegni, cio tutte quelle carte
che io messi in quel saco che io vi dissi, e che voi ne facciate un
fardelletto e mandatemelo per uno vetturale. Ma vedete d'aconciarlo bene
per amor dell'aqua; e abbiate cura, quando l'aconciate, che e' no' ne
vadi male una minima carta; e racomandatela al vetturale, perch v'
cierte cose che importano assai; e scrivetemi per chi voi me le mandate,
e quello che io gli  a dare.

Di Michele,[8] io gli scrissi che mettessi quella cassa in luogo sicuro
al coperto, e poi subito venissi qua a Roma e che non mancassi per cosa
nessuna. Non so quello s'ar fatto. Vi prego che vo' gniene rammentiate
e ancora prego voi che voi duriate un poco di fatica in queste dua cose,
ci  in fare riporre quella cassa al coperto in luogo sicuro; l'altra 
quella Nostra Donna di marmo,[9] similmente vorrei la facessi portare
cost in casa e non la lasciassi vedere a persona. Io non vi mando e'
danari per queste dua cose, perch stimo che sia picola cosa; e voi se
gli dovessi acattare, fate di farlo, perch presto, se e' mia marmi
giungono, vi mander danari per questo e per voi.

Io vi scrissi che voi domandassi Bonifazio a chi e' faceva pagare a Luca
quegli cinquanta ducati che io mando a Carrara a Matteo di Cucherello, e
che voi iscrivessi el nome di colui che gli  a pagare, in sulla lettera
che io vi mandai aperta e che voi la mandassi a Carrara al detto Matteo,
acci che e' sapessi a chi egli aveva a andare in Luca per e' detti
danari. Credo l'arete fatto: prego lo scriviate ancora a me, a chi
Bonifazio gli fa pagare in Luca, acci che io sappia el nome e possa
scrivere a Matteo a Carrara, a chi egli  andare in Luca, per e' detti
danari. Non altro. Non mi mandate altro che quello che io vi scrivo, e
e' panni mia e le camicie li dono a voi e a Giovan Simone. Pregate Dio
che le mie cose vadino bene; e vedete di spendere a ogni modo per insino
in mille de' mia ducati in terre, come sino rimasti.

  A d trentuno di giennaio mille cinque ciento sei.[10]

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.


Lodovico: io vi prego che voi mandiate questa lettera, che  fra queste
che io vi mando, che va a Piero d'Argiento, e prego che voi facciate che
e' l'abbi. Credo che per la via degl'Ingiesuati l'andrebbe bene, perch
spesso vi suole andare di que' Frati. Io ve la racomando.


  [7] Questa lettera  stata pubblicata, ma non intiera, tra i
  _Documenti_ alla _Vita di Michelangelo_ scritta da Ermanno Grimm,
  Annover, 1864, pag. 696.


  [8] Michele di Piero di Pippo detto Battaglino, scarpellatore da
  Settignano, che poi fu a Carrara a cavare i marmi per conto della
  facciata di San Lorenzo.

  [9] Questa _Nostra Donna_ di bassorilievo, alta poco pi d'un
  braccio, nella quale Michelangelo, secondo il Vasari, volle
  contraffare la maniera di Donatello, fu donata da Lionardo suo
  nipote al duca Cosimo, avendone prima fatto fare un getto di
  bronzo. Ritorn poi in casa Buonarroti, dove tuttavia si conserva
  insieme col getto di bronzo, per dono fattone nel 1617 dal
  Granduca a Michelangelo il Giovane.

  [10] Dalle cose dette in questa lettera, apparisce che
  Michelangelo seguita, contro il suo costume, il computo romano
  piuttostoch il fiorentino.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Bologna, 8 di febbraio 1507.

IV.

_A Lodovico di Lionardo di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozzi, arte di lana in Porta Rossa._


  A d otto di febraio 1506.

Reverendissimo padre. Io  ricevuta oggi una vostra per la quale intendo
come voi siate stato raguagliato da Lapo e Lodovico.[11] Io  caro che
vo' mi riprendiate, perch io merito d'essere ripreso come tristo e
pecatore quant' gli altri e forse pi. Ma sappiate che io non  pecato
nessuno in questo fatto di che voi mi riprendete, n con loro n con
nessuno altro, se non del fare pi che non mi si conviene: e sanno bene
tutti gli uomini con chi mi sono mai impacciato, quello che io do loro;
e se nessuno lo sa, Lapo e Lodovico son quegli che lo sanno meglio che
gli altri; che l'uno  avuto in uno mese e mezo ducati venti sette e
l'altro diciotto largi, e le spese: e per vi prego non vi lasciate
levare a cavallo. Quando e' si dolfono di me, voi dovevi domandare loro
quanto gli erano stati con meco e quello che gli avevano avuto da me; e
poi aresti domandato di quello che e' si dolevano. Ma la passione loro
grandissima, e massimamente di quel tristo di Lapo, si  stata questa;
che gli avevano dato a 'ntendere a ognuno che erono quegli che facevano
quest'opera, overo che erono a compagnia meco: e non si sono mai acorti,
massimamente Lapo, di non essere el maestro, se non quand'io l'
cacciato via: a questo solo e' s' aveduto ch'egli stava meco: e avendo
gi intelate tante faccende e cominciato a spacciare il favore del Papa,
gli  paruto strano che io l'abbi cacciato via com'una bestia. Duolmi
che gli abbi di mio sette ducati: ma s'io torno cost, e' me gli render
a ogni modo: bench e' mi doverrebe ancora rendere gli altri che gli 
avuti, s'egli  coscienza: e basta. Io non mi distender altrimenti,
perch de' casi loro  scritto a messer Agnolo[12] abastanza; al quale
io prego che voi andiate, e se potete menare el Granaccio[13] con esso
voi, lo meniate e facciate leggere la lettera che io gli  scritta, e
'ntenderete che canaglia e' sono. Ma pregovi che voi tegniate segreto
ci che io iscrivo di Lodovico, perch se io non trovassi altri che
venissi qua a fondere, vedrei di ricondur lui, perch in verit io non
l' cacciato di qua; ma Lapo, perch gli era troppo vitupero a venirne
solo,  sviato anche lui per alleggerirsi. Intenderete dall'Araldo ogni
cosa e come ve n'avete a governare. Non fate anche parole con Lapo,
perch ci  troppa vergognia; ch'el fatto nostro non va con loro.

De' casi di Giovansimone, a me non pare che e' venga qua, perch 'l Papa
si parte in questo carnovale e credo che verr alla volta di Fiorenza, e
qua non lascia buon ordine: qua (_sic_) ci sia qualche sospetto, secondo
che si dice, il che non  da cercare n da scrivere: basta che quand'e'
nulla avenissi, ch nol credo, io non voglio avere obrigo di frategli
alle spalle. Di questo none pigliassi amirazione e none parlassi a uomo
nessuno del mondo, perch avendo bisognio d'uomini, non troverrei chi ci
venissi; e poi credo ancora che le cose anderanno bene. Io sar presto
di cost e far tal cosa, che io contenter Giovansimone e gli altri:
che a Dio piaccia! Domani vi scriver un'altra lettera di certi danari
ch'io vo' mandare di cost, e quello n'avete a fare. Di Piero[14] 
inteso: lui vi risponder per me, perch gli  uomo da bene, come 
sempre stato.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Bolognia.


Ancora v'aviso per rispondere alle straneze che Lapo dice che io gli 
fatte. Io ve ne voglio scrivere una, e questa , che io comperai sette
cento venti libre di cera; e innanzi che io la comperassi, dissi a Lapo
che cercassi chi n'avea e che facessi el mercato e che io gli darei e'
danari che la togliessi. Lapo and e torn: e dissemi che la non si
poteva aver per manco un quattrino di nove ducati largi e venti
bolognini el centinaio; che sono nove ducati e quaranta soldi; e che io
la togliessi presto, poich io avevo trovato tal ventura. Io gli
risposi, e dissigli che andassi a 'ntendere se poteva levare que'
quaranta soldi al centinaio, e che io la torrei. Mi rispose: questi
bolognesi son di natura che non leverebbono uno quattrino di quello che
e' chiegono. In questo punto presi sospetto e lasciai andar la cosa. Poi
el d medesimo chiamai Piero in disparte e dissigli segretamente che
andassi a vedere per quanto e' poteva avere el centinaio della cera.
Piero and a quel medesimo di Lapo, e mercatolla otto ducati e mezo: e
io la tolsi, e di poi mandai Piero per la senseria, e ancora gli fu data
questa.  una delle straneze che io gli  fatte. Veramente io so che gli
parve strano che io m'acorgessi di quella gunteria. Non gli bastava otto
ducati largi el mese e le spese, che ancora s' ingegniato di guntarmi e
puommi avere guntato molte volte, che io no' ne so niente, perch mi
fidavo di lui: n mai vidi uomo avere pi colore di buono che  lui,
ond'io credo che sotto la sua bont e' n'abbi gabato degli altri. S che
non fidate di lui di cosa nessuna e fate le vista di nol vedere.


  [11] Lapo d'Antonio di Lapo, scultore fiorentino, fino dal 1491
  era tra i maestri agli stipendii dell'Opera del Duomo di Firenze.
  Scolp nel 1505 la sepoltura di marmo di messere Antonio da
  Terranova, Spedalingo di Santa Maria Nuova. A' 10 di dicembre del
  1506 ebbe licenza dagli Operai di assentarsi dall'Opera per andare
  a Bologna. Nato nel 1465, visse fino al 1526 in circa.

  Lodovico di Guglielmo del Buono fu di cognome Lotti, e nacque in
  Firenze nel 1458. Nella sua prima giovent stette all'orafo nella
  bottega di Antonio del Pollaiuolo; poi si diede a far di getto, e
  fu maestro delle artiglierie della Repubblica fiorentina. Nel 1516
  fuse una campana, e due candelieri di bronzo pel Duomo. Da lui
  nacque Lorenzo, detto Lorenzetto, scultore, del quale scrisse il
  Vasari.

  [12] Messer Angelo di Lorenzo Manfidi da Poppi in Casentino era
  stato eletto secondo araldo fino dal 1500 per aiuto di messer
  Francesco Filareti, primo araldo e suo suocero; e morto, poco dopo
  il 1505, messer Francesco, eragli succeduto in quell'ufficio, nel
  quale dur fino ai 18 di settembre 1527, che mor.

  L'Araldo della Signoria, che faceva parte della famiglia di
  Palazzo, era un ufficiale, nel quale in processo di tempo si
  riunirono le incombenze che avevano in antico il Sindaco e
  Referendario del Comune, ed il Cavaliere di Corte o Buffone della
  Signoria. A questo ufficio erano sempre eletti uomini che avessero
  qualche spirito di poesia, perch era loro commesso di comporre
  canzoni morali o storiche da recitarsi alla mensa dei Signori. E
  restano ancora poesie, parte a stampa e parte a penna, composte e
  recitate dagli Araldi; i quali cominciando dal 1350 durarono fino
  al 1539, e tra questi, come componitori di versi, sono pi noti,
  Antonio di Matteo di Meglio, Anselmo Calderoni, Gio. Batta
  dell'Ottonaio e maestro Jacopo del Bientina, che fu l'ultimo.
  Negli ultimi tempi l'ufficio dell'Araldo consisteva pi
  specialmente nel guidare tutte le cerimonie occorrenti per
  ricevere i grandi personaggi che capitavano con ufficio pubblico
  in Firenze, e gli ambasciatori de' Potentati e delle Signorie; e
  nel tenere un libro, dove brevemente era registrata la venuta e il
  ricevimento loro. Tra gli Araldi, Francesco Filarete, il primo a
  cui fu commesso di formare questo registro, fu anche intendente di
  architettura, e si trova che egli nel celebre concorso del 1490
  per la facciata di Santa Maria del Fiore, present un suo disegno;
  e comparisce insieme col detto messer Angelo tra coloro che furono
  chiamati a dire del luogo pi conveniente pel _David_ di
  Michelangelo.

  [13] Pittore ed amicissimo del Buonarroti, dal quale ebbe
  commissione di trovare de' giovani pittori che volessero andare a
  Roma per mostrargli il modo del lavorare in fresco, avendo egli
  allora a dipingere la vlta della Sistina.

  [14] Forse Piero d'Argenta.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (del giugno 1508).

V.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Padre reverendissimo. Intendo per l'ultima vostra come cost s' detto
che io son morto.  cosa che importa poco, perch io son pur vivo. Per
lasciate dir chi dice, e non parlate di me a nessuno, perch e' c' di
mali omini. Io attendo a lavorare quanto posso. Non  avuto danari gi
tredici mesi fa dal Papa e stimo infra un mese e mezzo averne a ogni
modo, perch r francati molto ben quegli che i'  avuti. Quando non me
ne dessi, mi bisognierebe acattare danari per tornar cost; ch io non 
un quattrino. Per non posso esser rubato. Idio lasci seguire il meglio.

Di mona Cassandra[15]  inteso. Non so che me ne dire. Se mi trovassi
danari, m'informerei se si potessi condurre qua 'l piato sanza mio
danno, ci  di tempo, e bisognierebemi fare un procuratore, e io non 
da spendere per ancora. Avisatemi quando  tempo, come la cosa va, e se
e' vi bisognia danari, andate a Santa Maria Nuova allo Spedalingo, come
gi vi dissi. Non  da dirvi altro. Io mi sto qua malcontento e non
troppo ben sano e con gran fatica, senza governo e senza danari: pure 
buona speranza che Dio m'aiuter. Racomandatemi a Giovanni da Ricasoli,
a messere Agniolo Araudo.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.


  [15] Monna Cassandra di Cosimo Bartoli, rimasta vedova fino dal 18
  di giugno del 1508 di Francesco Buonarroti fratello di Lodovico,
  aveva un piato col cognato e coi nipoti, per cagione della sua
  dote, non ostante che Lodovico e i figliuoli avessero rinunziato
  all'eredit del fratello e dello zio. Come finisse questo loro
  piato, non si sa. Mor monna Cassandra a' 3 di luglio del 1530.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (del luglio 1508).

VI.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Padre reverendissimo. Io vi risposi per l'ultima mia com'io non ero
morto, bench non mi sia sentito troppo bene: pure adesso pure adesso
(_sic_) sto assai bene, grazia di Dio, del male.

 inteso per l'ultima vostra, come el piato va: dammi passione assai,
perch conosco che con questi notai bisognia perdere a ogni modo e
essere agirato, perch e' sono tutti ladri. Nondimanco io credo pure
ch'ella spenda anch'ella. Io vi conforto, non possendo avere ragionevole
acordo, che voi vi difendiate quanto potete, e sopra tutto quello che
voi fate, fatelo senza passione, perch e' non  s gran faccenda, che
faccendola sanza passione non paia picola. In questo caso non bisognia
guardare alla spesa: e quando e' non ci fia da spendere, Idio ci
aiuter.

Del condurre qua il piato, se si pu farlo, io lo far, perch so che
qua bisognier che la spenda altrimenti che cost, e verrebe ancora a
chieder misericordia a noi. Vero  che non potrei cominciare fino che io
non  danari dal Papa. Avisatemi: e se voi potete fare acordo, non
guardate in picola cosa. Ma s'ella vi volessi far fare cosa che a voi
paia disonesta, non lo fate, perch piglierno qualche partito da
difenderci a ogni modo. Avisatemi, e non guardate che io non vi
risponda, perch molte volte non posso.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (dell'agosto 1508).

VII.[16]

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Reverendissimo padre. Io  inteso per l'ultima vostra come le cose vanno
di cost e come Giovansimone si porta. Non ebi,  gi dieci anni, la pi
cattiva novella, che la sera che io lessi la vostra lettera, perch mi
credevo avere aconcio i casi loro, ci  i' modo che egli sperassino di
fare una buona bottega col mio aiuto, come  loro promesso; e sotto
questa speranza attendessino a farsi dassai e a imparare, per poterla
poi fare quando il tempo venissi. Ora io vego che e' fanno el contrario,
e massimamente Giovansimone; ond'io  visto per questo che il fargli
bene non giova niente: e se io avessi potuto il d che io ebbi la vostra
lettera, montavo a cavallo, e rei a questa ora aconcio ogni cosa. Ma
non potendo fare questo, io gli scrivo una lettera[17] come pare a me, e
se egli da qui inanzi non si muta di natura, overo se lui cava di casa
tanto che vaglia uno steco o fa altra cosa che vi dispiaccia, vi prego
che voi me l'avisiate, perch vedr d'avere licenza dal Papa, e verr
cost e mosterrogli l'error suo. Io voglio che voi siate certo che tutte
le fatiche che io  sempre durate, non sono state manco per voi che per
me medesimo, e quello che io  comperato, l' comperato perch e' sia
vostro i' mentre che voi vivete; che se voi non fussi stato, non l'rei
comperato. Per quando a voi piace d'apigionare la casa e d'afittare el
podere, fatelo a vostra posta; e con quella entrata e con quello che io
vi dar io, voi viverete com'un signore; e se e' non venissi la state,
come viene, io vi direi che voi lo facessi ora, e venissivi a star qua
meco. Ma non  tempo, perch ci viveresti poco la state. Io  pensato di
levargli e' danari che egli  in sulla bottega e dargli a Gismondo, e
che lui e Buonarroto si tornino insieme il meglio che potranno, e che
voi apigioniate coteste case e 'l podere da Pazolatica, e con quella
entrata e con quello aiuto ancora che io vi dar io, che voi vi
riduciate in qualche luogo che voi stiate bene e possiate tenere chi vi
governi o in Firenze o fuor di Firenze, e lasciar cotesto tristo col
culo i' mano. Io vi prego che voi pensiate al caso vostro e in tutti
que' modi che voi volete fare che vi sia il vostro, in tutti vi voglio
aiutare tanto, quant'io so e posso. Avisate. De' casi della Cassandra io
mi sono consigliato del ridur qua el piato. mmi detto che io spender
qua tre volte pi che non si far cost: e cos  cierto; perch quello
che si fa cost con un grosso, non si far qua con dua carlini. L'altra,
che io non ci  amico nessuno di chi mi fidare, e io non potrei
attendere a simil cosa. A me pare quando voi vogliate attendere, che voi
andiate per la via ordinaria, secondo che vole la ragione, e che voi vi
difendiate quanto voi potete e sapete, e de' danari che bisogna spendere
io non vi mancher mai i' mentre che io n'r; e abbiate manco paura che
voi potete, perch e' non son casi che ne vadi la vita. Non altro.
Avisatemi, come v' detto di sopra.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.


  [16] Vedi pi innanzi una fierissima e stupenda lettera di
  Michelangelo a questo suo fratello.

  [17] La pi parte delle lettere di Michelangelo manca di data. E
  noi l'abbiamo supplita, o desumendola da alcuni fatti, a cui esse
  accennano, o congetturandola per altri riscontri. Di pi vogliamo
  avvertire che esse lettere scritte secondo il computo fiorentino,
  che cominciava l'anno _ab incarnatione_, cio a' 25 di marzo, sono
  state ridotte allo stile comune.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (dell'agosto 1508).

VIII.[18]

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Reverendissimo padre. Io  avuto a questi giorni una lettera da una
monaca che dice essere nostra zia, la quale mi si racomanda, e dice che
 molto povera e che  in grandissimo bisognio e che io le facci qualche
limosina. Per questo io vi mando cinque ducati larghi, che voi per
l'amor de Dio gnene diate quattro e mezzo, e del mezzo che vi resta,
pregovi diciate a Buonarroto che mi facci comperare o da Francesco
Granacci o da qualche altro dipintore un'oncia di lacca o tanta quanta
e' pu avere per e' detti danari, che sia la pi bella che si trovi in
Firenze; e se e' non ve n', che sia una cosa bella, lasci stare. La
detta monaca nostra zia, credo che sia nel munistero di San Giuliano. Io
vi prego che voi vegiate d'intendere s'egli  vero che gli abbi s
grande bisognio, perch la mi scrive per una certa via che non mi piace.
Ond'io dubito che la non sia qualche altra monaca e di non esser fatto
fare. Per quando vedessi che e' non fussi vero, toglietegli per voi. E'
detti danari vi pager Bonifazio Fazi.

Non v' da dire altro per ora, perch non sono ancora risoluto di cosa
nessuna che io vi possa avisare. Pi per agio v'aviser.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [18] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 704.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 5 di novembre (1508).

IX.

_A Lodovico di Lionardo Buonarrota Simoni in Firenze._


Reverendissimo padre. Intendo per l'ultima vostra come avete dato alla
madre e alla moglie di Michele sei staia di grano a venticinque soldi lo
staio, e come siate per dargli loro, mentre aran bisognio, quello che
potrete: e io vi dico che voi non diate loro altro; e quando
domandassino altro, rispondete, che non avete di poi altro aviso da me.

De' panni mia intendo come me gli manderete presto: io ve ne prego: e
scrivetemi la spesa che avete fatta, e io subito vi mander e' danari
del grano e questi insieme. La minuta fatela aconciare secondo la
coscienzia vostra, e io subito vi mander la procura e farno quello che
 scritto altre volte.

Ancora rei caro che voi intendessi se cost fussi qualche fanciullo,
figliuolo di buone persone e povero, che fussi uso agli stenti, che
fussi per venire a star qua meco per fare tutte le cose di casa, cio
comperare e andare attorno dove bisognia; e 'l tempo gli avanzassi,
potrebbe imparare. Quando trovassi, avisatemi, perch qua non si trova
se non tristi: e nne gran bisognio. Non altro. Io sto bene, grazia di
Dio, e lavoro. A d cinque di novembre.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 27 di gennaio (1509).

X.[19]

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Io  ricevuta oggi una vostra, la quale intendendo, 
avuto dispiacere assai. Dubito che voi non vi mettiate pi timore o
paura che non bisognia. rei caro che voi m'avisassi di quello che voi
stimate che la vi possa fare, cio del peggio, quando la facessi tutto
suo sforzo. Non v' da dire altro. A me fa male che voi istiate in
cotesta paura; ond'io vi conforto a prepararvi bene contro alle sua
forze, con buon consiglio, e dipoi non vi pensar pi: che quand'ella vi
togliessi ci che voi avete al mondo, non v' a mancare da vivere e da
star bene, quando non fussi altri che io. Per state di buona voglia. Io
ancora sono in fantasia grande, perch  gi uno anno che io non  avuto
un grosso da questo Papa, e none chiego, perch el lavoro mio non va
inanzi[20] i' modo che a me ne paia meritare. E questa  la dificult
del lavoro, e ancora el non esser mia professione. E pur perdo el tempo
mio sanza frutto. Idio m'aiuti. Se voi avete bisognio di danari, andate
allo Spedalingo e fatevi dare per insino a quindici ducati, e avisatemi
quello che vi resta. Di qua s' partito a questi d quello Iacopo[21]
dipintore che io fe' venire qua; e perch e' s' doluto qua de' casi
mia, stimo che e' si dorr ancora cost. Fate orechi di mercatanti: e
basta: perch lui  mille torti e re'mi grandemente a doler di lui.
Fate vista di non vedere. Dite a Buonarroto che io gli risponder
un'altra volta.

  A' d venti 7 di giennaio

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.


  [19] Pubblicata in parte dal Grimm, Op. cit., pag. 702.

  [20] Intendi la pittura della vlta della Cappella Sistina.

  [21] Jacopo detto l'Indaco fu uno de' pittori chiamati da
  Michelangelo a Roma, perch gli mostrassero il modo del lavorare
  in fresco. Questo Jacopo, di cui scrive il Vasari, fu figliuolo di
  Domenico di Stefano Rossegli: nacque nel 1466, e mor l'8 di
  maggio del 1530. Fra i _Ricordi_ di Michelangelo nell'Archivio
  Buonarroti  la bozza de' patti a' pittori che sarebbero andati a
  Roma per detto effetto; essa dice cos: _Pe' garzoni della pittura
  che s'nno a far venire da Fiorenza, che saranno garzoni cinque,
  ducati venti d'oro di Camera per uno: con questa condizione, cio,
  che quando e' saranno qua, e che saranno d'accordo con esso noi,
  che i detti ducati venti per uno che gli ranno ricevuti, vadino a
  conto del loro salario; incominciando detto salario il d che e'
  si partono da Fiorenza per venire qua. E quando non sieno
  d'accordo con esso noi, s'abbi a esser loro la met di detti
  danari per le spese che ranno fatto a venire qua e per il tempo._




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, di giugno (1509).

XI.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Reverendissimo padre. Pi giorni fa vi mandai cento ducati largi di
quelli che io m'ero serbati qua per vivere e lavorare; e questo feci,
perch mi paion pi sicuri cost che qua. Credo gli abbiate ricievuti.
Pregovi gli portiate allo Spedalingo e fategli mettere a mio conto come
stanno gli altri. A me  restato qua ottanta ducati: credo mi dureranno
quatro mesi, e io  da fare qua sei mesi ancora, innanzi che io abia a
avere danari dal Papa: per son certo mi mancher danari, e stimo che e'
mi mancher cinquanta ducati. Per vi prego che de' cento che voi avete
promesso di rendermi, voi me ne rendiate cinquanta: el resto vi dono:
con questo che infra quattro mesi voi gli abiate a ordine a ogni modo,
perch n'r bisognio qua. E' cento che io  mandati cost, mi voglio
ingegniare di salvargli per rendergli a quegli del cardinale di
Siena,[22] come sapete che gli nno avere di quegli che sono in Santa
Maria Nuova. Vi prego veggiate a ogni modo comperarne un podere, perch
m' detto che stanno male. Cos io resto avere ancora, finita la mia
pittura qua, mille ducati dal Papa, e se la gli va bene, spero avergli a
ogni modo. Per pregate Idio per lui, pel suo bene e pel nostro.

Scrivetemi subito.

A' d.... di giugnio

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [22] Con contratto del 5 giugno 1501, Michelangelo s'era obbligato
  col cardinale Francesco Piccolomini di Siena, che fu poi papa Pio
  III, di scolpire quindici statue di marmo per la sua cappella nel
  Duomo senese. Tra le condizioni del contratto l'una era, che il
  Cardinale prestava a Michelangelo cento ducati d'oro in oro
  larghi, i quali egli avrebbe scontati nelle tre ultime figure. Ma
  non avendo finito il lavoro, Michelangelo restava tuttavia
  debitore cogli eredi del Cardinale di que' cento ducati, n gli
  pag se non negli ultimi anni della sua vita. Il contratto di
  questa allogazione  pubblicato a pagina 19 del tomo III de'
  _Documenti per la Storia dell'Arte Senese, raccolti ed illustrati
  dal dottor Gaetano Milanesi_. Siena, per Onorato Porri, 1856,
  in-8.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,(1509).

XII.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Intendo per la vostra ultima, come lo Spedalingo v'
messo dua poderi per le mani, uno suo, uno d'altri. A me pare da
comperare pi presto da lui che da altri, e 'l podere sia di chi si
vole, purch lo Spedale sodi. Quello di Pian di Ripoli, secondo il
vostro scrivere,  bella cosa: non so io se e' s' bello per esser ben
tenuto, o pure che le sieno buone terre. Nondimanco a me, quando fussi
buono, per la spesa a me piacerebbe, perch  comodo e massimo avendo
buona casa da oste. Voi siate in sul fatto e vedete. Io non vi posso
consigliare per esser qua; ma ben vi dico che quello che voi comperate,
sar ben fatto. Per non abiate rispetto nessuno, purch e' sia buon
sodo: e quello che a voi piace di trre, a me piacer che voi l'abiate
tolto: sia che si vole. Non m'acade altro. Fate quello che vi pare el
meglio. Io verr cost a ogni modo come  finito qua la mia pittura, che
sar infra dua o tre mesi.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (del settembre 1509).

XIII.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Intendo per la vostra ultima come lo Spedalingo v'
straziato e come vi d parole assai. Abbiate pazienzia e fate vista di
non vedere, tanto che io torner e aconcier ogni cosa. Io stimo aver
finito qua infra dua mesi, e poi verr o torner cost. Non  che dirvi
altro. Se io non vi scrivo pi spesso, non vi maravigliate, perch non
posso, e anche non  chi porti le lettere: n anche voi non mi scrivete
troppo per questo tempo che io ci  a stare, perch io non vo per le
lettere e nnomi a essere portate e dassi noia a altri. Pregate Dio che
la mia cosa abi qua buon fine.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (del settembre 1509).

XIV.

_A Lodovico di Lionardo di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Io vi scrissi sabato passato che voi non vi curassi di
scrivermi troppo spesso, e questo perch io sto lontano dal banco e el
pi delle volte m'nno a essere portate le lettere, e parmi piu presto
dar noia che altro: pur nondimanco acadendo da scrivermi, pregovi mi
scriviate, e massimamente quando voi fussi per comperare, fate che io il
sapi. Intesi come lo Spedalingo v'avea straziato. Non me ne maraviglio,
perch se fussi buono, non sarebbe tenuto in quello luogo; pur
nondimanco fategli buon viso, e mostrate di non avedere: forse gli verr
voglia inanzi che io torni di darci qualche cosa: e se nol fa, com'io
torno, piglierno qualche partito che lui non abbia a godere e' danari e
'l podere. Non altro.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (di ottobre 1509).

XV.[23]

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. I'  inteso per l'ultima vostra come avete riportati e'
quaranta ducati allo Spedalingo. Avete fatto bene: e quando voi
intendessi che gli stessino a pericolo, pregovi me n'avisiate. Io 
finita la capella che io dipignievo:[24] el Papa resta assai ben
sodisfatto: e l'altre cose non mi riescono a me come stimavo: incolpone
e' tempi che sono molto contrari all'arte nostra. Io non verr cost
questo Ogni Santi, perch non  quello che bisognia a far quello che
voglio fare, e ancora non  tempo da ci. Badate a vivere el meglio che
potete, e non v'impacciate di nessun'altra cosa. Non altro.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [23] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 705.

  [24] La vlta della Cappella Sistina cominciata a dipingere il 10
  di maggio 1508, come si ha da un Ricordo di Michelangelo, fu
  scoperta dopo diciassette mesi e venti giorni di lavoro, la
  mattina d'Ognissanti del 1509.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (del dicembre 1509).

XVI.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Per l'ultima mia vi risposi, come a me parea da
comperare: per se 'l podere che voi m'avisate di Girolamo Cini vi par
cosa buona e che abbi buon sodo, toglietelo; e se non vi par cos,
comperate da Santa Maria Nuova e spendete tutti e' danari, se potete
aver cosa buona; se non, lascino stare tanto che e' si truovi: e quando
trovassi, avisate, che io vi mandi la procura. De' fatti della casa
credo acconciarla in buona forma che la sar mia e r buona sicurt.
Non altro.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 5 di gennaio (1510).

XVII.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Io vi scrissi per l'ultima come mi parea da comperare.
Ora voi m'avisate che avete per le mani, oltra quello di Girolamo Cini,
un altro podere a Pazolatico. Io gli comperei amendua, se e' sodi son
buoni: ma vedete d'aprir gli ochi, che e' non s'abi poi a piatire. Fate
con ogni diligenzia d'esser ben sodi. De' casi della casa[25] m' dato
buone parole. Non  cosa che importi: perch io so e' non me ne va altro
che la pigione del tempo che io ci star. Non bisognia averne passione
altrimenti. Buonarroto mi scrive del tr donna: io vi scrivo la mia
fantasia come ; e questa , che io fo disegno infra cinque mesi o sei
liberarvi tutti e donarvi ci che voi avete di mio insino a questo d; e
poi che voi facciate tutto quello che vi pare: e di quello che io potr,
sempre v'aiuter a ogni modo tutti quanti. Ma bene conforto Buonarroto
che per tutta questa state non togga moglie; e se io vi fussi apresso,
vi direi el perch: poi che  stato tanto, non sar pi vechio per istar
se' mesi.[26] Pur scrivemi Buonarroto che Bernardino[27] di Pier Basso 
desiderio di venir qua a star meco: se vol venire, venga adesso, inanzi
che io tolga altri, perch voglio cominciare a far qualcosa. El salario,
gli dar quello mi scrivesti, cio tre ducati el mese e le spese. Vero 
che io vivo semplicemente in casa e cos voglio stare. Avisatenelo e non
indugi; e infra otto d, se non gli piacer l'esser mio, potr tornarsi
in cost e io gli dar tanti danari che torni. Non m'acade altro.

  A d cinque di giennaio.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [25] Fino dal tempo che Michelangelo cominci in Roma la sepoltura
  di papa Giulio, egli era tornato in una casa avuta dal Papa, della
  quale pagava la pigione e dove lavorava i marmi fatti condurre per
  quell'opera da Carrara. Ma per la nuova convenzione stipulata agli
  8 di luglio del 1516, tra il Buonarroti e gli esecutori
  testamentari di papa Giulio, fu concesso a Michelangelo di abitare
  quella casa gratuitamente, per nove anni (che tanti doveva durare
  quel lavoro fino all'ultima sua perfezione), cominciando dal 1513,
  ossia dal tempo che per conto della detta sepoltura fu stipulata
  la seconda convenzione, la quale rest annullata colla nuova. Nel
  cui transunto scritto in volgare dalla mano stessa di
  Michelangelo, la casa  cos descritta: _Una chasa con palchi,
  sale, chamere, terreni, orto, pozzi, e sui altri habituri, posta
  in Roma in nella regione di Treio_ (Trevi) _apresso alle cose di
  Ieronimo Petrucci da Velletri, apresso alle cose di Pietro de'
  Rossi, dinanzi la via pubblica, adpresso a Santa Maria del Loreto:
  confini dirieto, apresso le cose delli figlioli di messer Carlo
  Crispo, apresso le cose di messer Pietro Paluzzi, e la via
  pubblica dirieto risponde la piaza di San Marco._ Il suo possesso
  fu poi contrastato a Michelangelo, quando nel 1525 e nel 1542
  furono stipulati nuovi contratti con Francesco Maria e Guidobaldo
  duchi di Urbino.

  [26] Buonarroto indugi pi che non desiderava Michelangelo a
  pigliar moglie, perch solamente nel 1516 spos la Bartolomea di
  Ghezzo della Casa con dote di 500 fiorini di suggello, da lui
  confessata a' 19 di maggio del detto anno per strumento rogato da
  Ser Andrea Caiani.

  [27] Scultore da Settignano, che poi lavor nella Sagrestia nuova
  di San Lorenzo. Mor nel 1551.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (del gennaio 1510).

XVIII.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Reverendissimo padre. Io vi risposi de' casi di Bernardino, com'io
volevo prima aconciar la cosa della casa che voi sapete: e cos vi
rispondo adesso. Io mandai prima per lui, perch mi fu promesso infra
pochi d che la s'aconcierebbe e che io cominciassi a lavorare.[28]
Dipoi  visto che la sar cosa lunga, e cerco in questo mezo se io ne
truovo un'altra al proposito per uscirmene, e non voglio far lavorare
niente, se prima non sono aconcio. Per raguagliatelo come sta la cosa.
Del fanciullo che venne, quel rubaldo del mulattiere mi gunt d'un
ducato: prese el giuramento che era restato cos d'acordo, cio di du'
ducati d'oro largi; e tutti e' fanciugli che vengono qua co' mulattieri
non si d pi che dieci carlini. Io n' avuto pi sdegnio che se io
avessi perduti venticinque ducati, perch vego che  cosa del padre che
l' voluto mandare in sur un mulo molto onorevolmente. Oh io non ebi mai
tanto bene, io! L'altra che 'l padre mi disse e 'l fanciullo insieme,
che farebbe ogni cosa, e governerebe la mula e dormirebbe in terra se
bisogniassi: e a me bisognia governallo. Mancavami faccienda oltre
quella che i'  avuta poi che io tornai! che  avuto el mio garzone che
io lasciai qua, amalato dal d che io tornai per insino adesso. Vero 
che adesso sta meglio, ma  stato in transito, sfidato da' medici, circa
un mese, che mai sono intrato in letto; sanza molte altre mie: ora 
avuto questa merda seca di questo fanciullo che dice, che dice (_sic_)
che non vuole perder tempo, che vole imparare: e dissemi cost, che e'
gli bastava dua o tre ore el d: adesso non gli basta tutto el d, che
e' vuole anche tutta la notte disegniare. Sono e' consigli del padre. Se
io gli dicessi niente, direbbe che io non volessi che egli imparassi. I'
 bisognio d'esser governato: e se e' non si sentiva da farlo, non
dovevano mettermi in questa spesa. Ma son fagnioni, ma son fagnioni[29]
e vanno a un certo fine, che basta. Io vi prego che voi me lo facciate
levar dinanzi, perch e' m' tanto infastidito, che io non posso pi. El
mulattiere  avuti tanti danari, che e' lo pu molto bene rimenare in
cost: e'  amico del padre suo. Dite al padre che rimandi per esso: io
non gli darei pi un quatrino; che io non  danari. r tanta pazienzia
che e' mandi per esso; e se e' non manda, lo mander via: bench io lo
cacciai el secondo d via e po' altre volte ancora, e non lo crede.

De' casi della bottega, io mander a voi cost cento ducati sabato che
viene; con questo, che se voi vedete che gli attendino a far bene, voi
gli diate loro e che me ne faccino creditore, com'io restai con
Buonarroto, quando part: quanto che e' non attendessino a far bene,
mettetegli in Santa Maria Nuova a' mia conti. Del comperare non  ancora
tempo.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.


Se voi parlassi al padre del fanciullo, ditegli la cosa con buon mo',
modo,[30] che gli  buon fanciullo, ma che gli  troppo gientile, e che
e' non  atto al servizio mio, e che si mandi per esso.


  [28] Parla della sepoltura di papa Giulio.

  [29] Cos  replicato nell'autografo.

  [30] Cos sta nell'autografo.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (di gennaio 1510).

XIX.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Io vi mando cento ducati d'oro largi, con questo che
gli diate a Buonarroto e agli altri e facciatemene far creditore alla
bottega; e se gli attenderanno a far bene, io gl'aiuter di mano in mano
quanto potr: ditelo loro: per andrete, visto la presente, a Bonifazio,
o a Lorenzo Benintendi, voi e Buonarroto, e lui ve gli pager: vi pager
cento ducati d'oro largi per tanti n' da me qua Baldassare Balducci. Io
vi risposi del comperare non era tempo. Delle mie cose di qua far el
meglio che io potr: Idio m'aiuter. Scrissivi del fanciullo che 'l
padre si rimandassi per esso e che io non gli dare' pi danari; e cos
vi rafermo: el vetturale  pagato ancora per rimenarlo in cost. El
fanciullo  buono cost per istarsi a imparare e tornarsi col padre e
co' la madre: qua non vale un quatrino, e fami stentare com'una bestia e
l'altro mio garzone non escie ancora di letto. Vero  che io non l' in
casa, perch quando fu' straco, che io non potevo pi, lo mandai in
camera d'un suo fratello. Io non  danari. Questi che io vi mando, me
gli cavo dal cuore e anche non mi par lecito domandarne, perch io non
fo lavorare e io solo lavoro poco. Come  aconcio questa mia facenda
della casa, spero cominciare a lavorare forte.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 5 di settembre (1510).

XX.[31]

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. I'  avuta una vostra stamani ad 5 di settembre, la
quale m' dato e d gran passione, intendendo che Buonarroto sta male.
Pregovi, visto la presente, m'avisiate come sta; perch se stssi pur
male, io verrei per le poste insino cost di questa settimana che viene,
bench mi sarebe grandissimo danno: e questo  che io resto avere cinque
cento ducati di patto fatto guadagniati e altrettanta me ne dovea dare
el Papa per mettere mano nell'altra parte della opera.[32] E lui s'
partito di qua[33] e non m' lasciato ordine nessuno, i' modo che mi
trovo sanza danari, n so quello m'abbia a fare. Se mi partissi, non
vorrei che sdegniassi e perdermi el mio; e stare, mal posso. gli
scritto una lettera e aspetto la risposta: pure se Buonarroto sta in
pericolo, avisate, perch lascier ogni cosa. Fate buoni provedimenti, e
che e' non manchi per danari per aiutarlo. Andate a Santa Maria Nuova
allo Spedalingo, e mostrategli la mia lettera se non vi presta fede, e
fatevi dare cinquanta e cento ducati, quegli che bisogniano, e non
abiate rispetto nessuno. Non vi date passione, perch Dio non ci 
creati per abandonarci. Rispondete subito, e ditemi resoluto se  a
venire, o no.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [31] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 706.

  [32] Dopo la vlta, Michelangelo doveva dipingere anche le facce
  della Cappella, com'era di patto: ma poi, perch papa Giulio fu da
  altre e pi gravi faccende distratto, ed in ultimo se ne mor, la
  cosa non and pi innanzi.

  [33] Il Papa era partito di Roma ai primi giorni di settembre del
  1510 per andare all'impresa di Ferrara.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 7 di settembre 1510.

XXI.[34]

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Padre carissimo. I'  per l'ultima vostra avuto grandissima passione
intendendo come Buonarroto sta male: per subito visto la presente,
andate allo Spedalingo e fatevi dare cinquanta o ciento ducati,
bisognandovi, e fate che e' sia provisto bene di tutte le cose
necessarie e che e' non manchi per danari. Avisovi come io resto avere
qua dal Papa ducati cinquecento guadagniati, e altrettanta me ne dovea
dare per fare el ponte e seguitare l'altra parte dell'opera mia. E lui
s' partito di qua e non m' lasciato ordine nessuno. Io gli  scritto
una lettera. Non so quello si seguiter. Io sarei venuto, subito ch'io
ebbi la vostra ultima insino cost, ma se partissi senza licenza, dubito
el Papa non si crucciassi e che io non perdessi quello che  avere. Non
dimanco se Buonarroto stssi pur male, avisate subito, perch, se vi
pare, monter in sulle poste e sar cost in dua d; perch gli uomini
vagliono pi che e' danari. Avisate subito, perch sto con gran
passione.

  A d 7 di settembre.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [34] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 706.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 15 di settembre (1510).

XXII.[35]

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. I'  dato qua a Giovanni Balducci ducati trecento
cinquanta d'oro largi, e' quali facci pagare cost a voi. Per, visto la
presente, andate a Bonifazio Fazi, e lui ve gli pager, ci  vi dar
ducati trecento cinquanta d'oro largi. Poi che gli avete ricevuti,
portategli allo Spedalingo, e fategli aconciare, come voi sapete che gli
 aconcio l'altri per me. Rstavi cierti ducati spicciolati e' quali vi
scrissi che voi ve gli togliessi: se non gli avete presi, pigliategli a
posta vostra; e se avete bisognio di pi, pigliate ci che voi avete di
bisognio; che tanto quanto avete di bisognio, tanto vi dono, se bene gli
spendessi tutti; e se bisognia che io scriva allo Spedalingo niente,
avisate.

Intendo per l'ultima vostra, come la cosa va: n' passione assai: non ve
ne posso aiutare altrimenti: ma per questo non vi sbigottite, e non ve
ne date un'oncia di maninconia, perch se si perde la roba, non si perde
la vita. Io ne far tanta per voi, che sar pi che quella che voi
perderete: ma ricordovi ben, che voi none facciate stima, perch  cosa
fallace. Pure fate la diligenzia vostra e ringraziate Idio, che poi che
questa tribulazione aveva a venire, che la sia venuta in un tempo che
voi ve ne potete aiutare meglio, che non resti fatto pel passato.
Attendete a vivere e pi presto lasciate andare la roba che patire
disagi, che io v' pi caro vivo e povero; ch morto voi, io non rei
tutto l'oro del mondo: e se coteste cicale cost o altri vi riprende,
lasciategli dire, che e' sono uomini sconoscienti e senza amore.

  A d quindici di settembre.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


Quando voi portate i danari allo Spedalingo, menate con voi Buonarroto,
e n voi, n lui none parlate a uomo del mondo, per buon rispetto; ci 
n voi, n Buonarroto non parlate che io mandi danari, n di questi, n
d'altri.


  [35] Pubblicata, ma non intiera, dal Grimm, Op. cit., pag. 704.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (3 d'ottobre 1510).

XXIII.[36]

_A Lodovico di Lionardo di Buonarrota Simoni in Firenze._


Padre carissimo. Io andai marted a parlare al Papa: il perch v'aviser
pi per agio: basta che mercoled mattina io vi ritornai, e lui mi fece
pagare quatro ciento ducati d'oro di Camera, de' quali ne mando cost
trecento d'oro largi, e per trecento ducati d'oro largi ne do qua agli
Altoviti che cost sien pagati a voi dagli Strozi. Per fate le quitanze
che stien bene e portategli allo Spedalingo e fategli aconciare come gli
altri, e ramentategli el podere: e se lui vi d parole, ingiegniatevi
comperare da altri, quando veggiate essere sicuro, e per insino a mille
quatro ciento ducati vi do licenzia gli possiate spendere. Menate con
voi Buonarroto, e pregate lo Spedalingo che ci voglia servire. Fate il
possibile comperare da lui, perch  pi sicuro.

Io vi scrissi che le mie cose o disegni o altro non fussino toche da
nessuno. Non me ne avete risposto niente. Par che voi non legiate le mie
lettere. Non altro. Pregate Idio che io abi onore qua e che io contenti
el Papa, perch spero se lo contento, arno qualche bene da lui: e
ancora pregate Dio per lui.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [36] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 707.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 11 d'ottobre (1510).

XXIV.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Io vi mandai sabato trecento ducati d'oro largi per gli
Altoviti, che cost vi fussino pagati dagli Strozzi, e cos credo gli
rete ricievuti e fatto quanto vi scrissi. Per n'avisate, e avisatemi
quello che fa lo Spedalingo, se e' vi d parole. Non altro. Non ho tempo
da scrivere. Pregovi m'avisiate di qualcosa, che qua si dice molte
favole.

  A d undici d'ottobre.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,(1512).

XXV.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Io non risposi sabato alla vostra, perch non ebi
tempo. Circa e' casi dello Spedalingo, a me pare che lo scrivergli che
vi pagi e' danari a vostra posta, sia quel medesimo che non gli
scrivere; perch lui adesso sa per certo che voi non anderete a levare
e' danari se non quando rete comperato, e quel medesimo si saper
quand'io gli r scritto. Pure avisatemi del nome suo e com'io gli  a
scrivere: e tanto far. Delle cose che voi avete per le mani, io risposi
a Buonarroto, che e' non mi dava noia n presso n lontano, pur che
avessino buon sodo. Della cosa di Luigi Gerardini non me ne fido, perch
se fussi cosa sicura, stimo a questa ora sarebbe venduta. Non so perch
sia pi riservata a noi, che a altri; e parmi che la sua necessit lo
facci risicare in questa cosa. Non mi acade altro. Andate adagio: forse
verr voglia a lo Spedalingo di darci qualche cosa.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,(1512).

XXVI.

_A Lodovico di Lionardo di Buonarrota Simoni in Firenze._


Padre carissimo. Io non  potuto prima rispondere alle vostre. Intendo,
intendo[37] per l'ultima, come avete molte cose per le mani, ma triste,
e cos credo: e parmi esser certo non si possa comperare fuor di Santa
Maria Nuova cosa senza pericolo. Per mi pare d'aspettare ancora qualche
mese lo Spedalingo, perch forse ancora lui aspetta qualche tempo per
servirci; e se pure in questo mezo trovassi qualche cosa sicura e buona,
toglietela e non guardate in cento ducati al pregio: e se non comperrete
n dallo Spedalingo n da altri, io spero d'essere cost in questa
Pasqua d'agniello e piglierno qualche partito: che io non voglio che lo
Spedalingo tenga e' danari mia e ci istrazi. Io ebbi pi giorni fa una
di Buonarroto, e non gli  potuto dipoi rispondere. Fate mia scusa.
Risponder com'io potr. Non mi acade altro.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [37] Cos sta nell'autografo.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 8 di marzo 1511.

XXVII.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Io no' risposi all'ultima vostra, perch avevo avisato
Buonarroto di quello che a me parea che voi facessi, potendo; dipoi di
nuovo per l'ultima che io scrissi a Buonarroto gli scrissi il medesimo,
e che lui ve la leggiessi: e cos credo abbiate inteso: non dimanco non
potendo voi, non domando niente. Quello che mi parea che voi facessi,
solo era per poter meglio aiutare o fare quello che  promesso a
cotestoro. Fate quello che potete, e non pigliate amirazione nessuna del
mio scrivere, perch sono disposto verso tutti voi, come sempre sono
stato.

  A d 8 di marzo 1510.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,(1512).

XXVIII.

_A Lodovico di Lionardo di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Io  ricevuto dua vostre lettere e una di Buonarroto
d'un medesimo tenore. Vero  che per quella di Buonarroto intendo come
siate iti a vedere un podere in quello di Prato, che  una cosa bella, e
come siate dietro al sodo, e se fie buono, farete 'l mercato. A me
piacerebbe assai che e' si comperassi, ma io conosco di chi e' gli , e
non mi va per la fantasia che la sia cosa netta. Per aprite gli ochi e
non ve ne impacciate, se non siate sicuro. De' casi di Roma c' stato
qualche sospetto, e ancora c', ma non tanto. Stimasi che le cose
s'aconceranno: che Dio ce ne dia la grazia. Non v' da dire altro.
Questa state stimo esser cost a ogni modo.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,(1512).

XXIX.

_A Lodovico di Lionardo di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Io vi risposi per l'ultima mia, come a me non andava
per la fantasia che quel podere che  per la via di Prato avessi buon
sodo. Dipoi mi sono informato meglio, e parmi, se io non mi inganno, da
non se ne impacciare. Voi m'avisate di nuovo come lo Spedalingo v'
mandato a vederne uno dua miglia discosto da Firenze, e come vi pare
molto caro, e oltra di questo, non viene a cunclusione nessuna. Io vi
dico, che quando si comperassi pi cinquanta o ciento ducati da lui un
podere che da altri, non sare' malfatto; ma non ci  speranza, perch io
credo che sia un gran ribaldo. Quello che voi dite aver per le mani al
piano della Fonte in Valdarno, quando fussi cosa buona, non mi
dispiacerebbe: pure fate quello che pare a voi e comperate quello che vi
piace, perch quello che piacer a voi, piacer anche a me, e sia dove
vole, purch gli abi buon sodo. Io non v' da dire altro. In questa
state verr a ogni modo cost, se a Dio piacer, e leverno el gioco
allo Spedalingo, se non ci d qualcosa in questo mezo. Di Francesco di
Consiglio[38] non bisognia che voi m'avisiate, perch suo padre non fe'
tal piacere a voi, che io abbi da farne a lui: e chi vuol far male, suo
danno.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


Quando voi mi scrivete, non mi mandate pi le lettere per via degli
Altoviti. Mandatele come solevi al banco di Balduccio; e se le mandate
per altri banchi, scrivete in sulla lettera: data in bottega di Baccio
Bettini: e la mi sar data.


  [38] Figliuolo di quel Consiglio merciaio che piat con Lodovico,
  come  stato detto indietro.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,(1512).

XXX.

_A Lodovico di Lionardo di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Io v'avisai di quello che io m'ero informato qua, e
quello che n'aveo inteso; ci  come l'era cosa pi presto pericolosa
che no: dico del podere che  in quel di Prato: pure voi siate in sul
fatto e vedete e intendete meglio di me. Fate quello che a voi pare.
Della fede che voi volete che io facci allo Spedalingo, fate conto che
io sia lo Spedalingo e fatemene una apunto colla soprascritta, e con
ogni cosa, e io la copier apunto, e mandervela, perch io non so el
nome suo e non la saprei fare. Sich non abbiate paura: che quando voi
avessi comperato, non volendo lo Spedalingo darvi e' danari, io verrei
cost in persona a farvegli dare. Se comperate, non togliete presso a
Arno o altro fiume cattivo: abiate cura quello che lo Spedalingo vi vol
dare: se lo potete tirare a prezo ragionevole, toglietelo; e ancora
quando fussi un poco disonesto, ma non tanto, sare' da torlo. Non mi
acade altro. Qua non si vede ancora quel pericolo che cost si crede, e
Dio ci dia grazia che la vadi bene.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


Mandatemi quella copia della fede apunto, come voi volete che la stia, e
io subito ve la mander: e portatela allo Spedalingo e rllo caro,
acci che e' vega che no' voglino comperare a ogni modo.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,(1512).

XXXI.

_A Lodovico di Lionardo di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Poi che io vi scrissi,  inteso che solo per una fede
di mia mano lo Spedalingo se ne farebbe befe: e per io  fatto fare una
procura e mndovela in questa che voi possiate mostrarla allo Spedalingo
e come mio procuratore possiate farvi dare de' mia danari tanti, quanto
monter la possessione che voi comperate: e cos credo che lui far: e
s'ella non vale, avisatemi.

La detta procura  fatta qua uno notaio fiorentino che si chiama ser
Albizo. Io vi fo mio procuratore in questa cosa, ci  nel risquotere
dallo Spedalingo, overo farsi dare da lui tanti de' mia danari che e'
tiene, quanto monter la possessione che voi compererete, con la
gabella; con questo, che in nessuna altra cosa non dobbiate ispendere un
quatrino di mio sanza mia licenzia, n levarne pi che quello che
bisognia per la detta compera dal detto Spedalingo. Di questa medesima
sentenzia credo che sia la procura, perch cos  informato il notaio.

Se voi comperate, sopra tutto abbiate cura al sodo e avisatemi quello
che fate, overo quando avete comperato. Non altro. Questa state sanza
manco nessuno ne verr cost: el pi che io possa indugiare sar infino
a settembre; ma non credo star tanto.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,(1512).

XXXII.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. I'  inteso per l'ultima vostra, come le cose vanno
bene di cost e come la procura che vi mandai stette bene. Tutto mi
piace. Ora io rei caro, che voi intendessi dallo spedalingo di Santa
Maria Nuova se e' volessi vendere qualche possessione buona di prezo di
dumila ducati largi, perch io  questi danari qua in sul banco di
Balduccio e non mi fanno frutto nessuno. Sono stato in fantasia di
spendergli qua per farmi una entrata che m'aiuti a far questa opera:
dipoi  disposto com'io  finiti questi marmi che io  qua, venire a
fare il resto cost. Per mi pare da comperare cost: per intendete e
rispondetemi pi presto che potete; e se e' vi pare che io gli facci
pagare questi danari cost e dipositargli in Santa Maria Nova inanzi che
l'uomo comperi, acci che ci venda poi pi volentieri. Ancora avisate.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,(1512).

XXXIII.

_A Lodovico di Lionardo di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Io  ricevuto dua vostre d'un medesimo tenore e 
inteso el tutto, ci  dello Spedalingo e di Raffaello sensale.[39] Io
non so che mi vi dire, perch chi non vede coll'ochio, pu ma' gudicare.
Per fate quello che pare a voi e quello che voi farete, sar ben fatto:
solo vi ricordo che abbiate cura grandissima al sodo, perch questi non
son tempi da perdere; che quand'e' ci avenissi, non credo trovassi pi
via da rifarmi: e se voi non vedete cosa a vostro modo, abbiate
pazienzia, poi che noi sino stati tanto, ancora si pu stare dua o tre
mesi. No' v' da dire altro. Pregate Idio che le cose mia vadino bene.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [39] Raffaello di Giorgio Ubaldini da Gagliano, parente di
  Lodovico Buonarroti.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (di maggio 1512).

XXXIV.

_A Lodovico di Lionardo di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Io  inteso per l'ultima vostra del podere che avete
avuto da Santa Maria Nuova, e come  cosa buona:[40] ond'io n' avuto
piacere grandissimo; e bench e' costi assai, credo che voi abbiate
visto che e' sia cosa che vaglia; e quando fussi sopra pagato cento
ducati, avendo el sodo che , non  cara. Io ringrazio Idio che io sono
fuora di questa faccienda. Ora me ne resta sola un'altra; e questa  di
fare fare una bottega a cotestoro; ch non penso a altro el d e la
notte. Dipoi mi parr avere sodisfatto a quello che sono ubrigato; e se
mi rester pi da vivere, mi vorr vivere in pace.

Giovanni da Ricasoli m' scritto una lettera, alla quale non  tempo da
rispondere. Pregovi facciate mia scusa. Questo altro sabato gli
risponder. Non altro.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [40] Michelangelo compr dallo Spedale di Santa Maria Nuova un
  campo che era di Piero Strozzi, di staia otto, posto nel popolo di
  Santo Stefano in Pane, luogo detto Stradella, con strumento del 20
  maggio 1512, rogato da ser Giovanni da Romena; e pe' rogiti dello
  stesso notaio, sotto d 28 del detto mese ed anno, compr dal
  medesimo Spedale un podere con casa da signore e da lavoratore
  posto nel detto popolo, luogo detto la Loggia.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,(1512).

XXXV.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Io vi scrissi di fare quello avevo promesso a
cotestoro, e non me ne pento, anzi n' pi voglia che non hanno loro; ma
crediate a me, che e' non  tempo. Voi troverrete assai che vi
consiglieranno, ma fidatevi di pochi. A me pare avendo aspettato tanto,
che noi lascino a ogni modo passare tre mesi. Questa non  s gran cosa
che non si possa fare; e se voi vedessi che e' danari portassino
pericolo o stessino male dove stanno, avisatemi. Non altro. Non  da
scrivervi per ora altrimenti.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (dell'ottobre 1512).

XXXVI.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Intendo per l'ultima vostra, come io mi guardi di non
tenere[41] danari in casa e di none portare addosso, e ancora come cost
 stato detto che io  sparlato contra a' Medici.

De' danari, quegli che io , gli tengo nel banco di Balduccio e non
tengo in casa n adosso se non quegli che io  di bisognio d per d.
Del caso de' Medici, io non  mai parlato contra di loro cosa nessuna,
se non in quel modo che s' parlato generalmente per ogn'uomo, come fu
del caso di Prato;[42] che se le pietre avessin saputo parlare,
n'rebbono parlato. Dipoi molte altre cose s' dette qua, che udendole
dire,  detto: s'egli  vero che faccino cos, e' fanno male: non gi
che io l'abi credute: e Dio il voglia che le non sieno. Ancora da un
mese in qua qualcuno che mi si mostra amico, m' ditto di molto male de'
casi loro: che io gli  ripresi e ditto che e' fanno male a parlare
cos, e che non me ne parli pi. Per io vorrei che Buonarroto vedessi
sottilmente d'intendere donde colui  inteso che io abbi sparlato de'
Medici, per vedere se io posso trovare donde la viene; e se la viene da
qualcuno di quegli che mi si mostrono amici, acci che io me ne possa
guardare. Non v' da dire altro. Io non fo ancora niente, e aspetto che
el Papa mi dica quello che io abbia a fare.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [41] Nell'autografo: _tere_.

  [42] Allude al miserando sacco di Prato, dove entrarono
  gl'Imperiali, mossi per rimettere i Medici in Firenze, il 29 di
  agosto del 1512, e vi stettero fino al 19 settembre seguente. Di
  questo sacco si legge in tutte le storie del tempo.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (dell'ottobre 1512).

XXXVII.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Per l'ultima vostra  inteso come vanno le cose cost,
bench prima ne sapevo parte. Bisognia avere pazienzia e racomandarsi a
Dio, e ravedersi degli errori; ch queste aversit non vengono per
altro, e massimamente per la superbia e ingratitudine: che mai praticai
gente pi ingrate n pi superbe che e' fiorentini. Per se la iustizia
viene,  ben ragione. De' sessanta ducati che voi mi dite avere a
pagare, mi pare cosa disonesta e nne avuto gran passione: pure bisognia
avere pazienzia tanto quanto piacer a Dio. Io scriverr dua versi a
Giuliano de' Medici, e' quali saranno in questa: leggietegli, e se e' vi
piace di portargniene, portategniene: e vedrete se gioverranno niente.
Se non gioveranno, pensate se si pu vendere ci che noi abbino: e
andrno a abitare altrove. Ancora quando vedessi che e' fussi fatto
peggio a voi che agli altri, fate forza di non pagare e lasciatevi pi
presto trre ci che voi avete: e avisatemi. Ma quando faccino agli
altri nostri pari, come a voi, abiate pazienzia e sperate in Dio. Voi mi
dite avere provisto a trenta ducati: pigliate altri trenta de' mia, e
mandatemi el resto qua. Portategli a Bonifazio Fazi, che me gli facci
pagare qua da Giovanni Balducci, e fatevi fare da Bonifazio una poliza
della ricievuta de' detti danari e mettetela nella lettera vostra quando
mi scrivete. Attendete a vivere; e se voi non potete avere degli onori
della terra come gli altri cittadini, bastivi avere del pane e vivete
ben con Cristo e poveramente come fo io qua; che vivo meschinamente e
non curo n della vita n dello onore, ci  del mondo, e vivo con
grandissime fatiche e con mille sospetti. E gi sono stato cos circa di
quindici anni che mai ebbi un'ora di bene e tutto  fatto per aiutarvi,
n mai l'avete conosciuto, n creduto. Idio ci perdoni a tutti. Io sono
parato di fare ancora il simile i' mentre che io vivo, pur che io possa.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (dell'ottobre 1512).

XXXVIII.

_A Lodovico di Lionardo di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Intendo per l'ultima vostra come siate ribenedetti: che
n' avuto piacere assai. Ancora intendo come lo Spedalingo vi d
speranza e come vi pare d'aspettare: e cos pare a me: perch non  da
fidarsi comperare da altri; e non credo, lui avendo pi volte rafermo
darvi qualche cosa, che e' vi strazi: per  buono aspettare. Giovanni
da Ricasoli mi richiede d'una certa cosa che io non la voglio fare: e
non  tempo stasera da scrivergli: per vi prego diciate a Buonarroto
facci mia scusa seco, e dicagli non stia a mia bada: lui intender.
Ancora vi prego mi facciate un servizio; e questo , che gli  cost un
garzone spagnuolo che  nome Alonso[43] che  pittore, el quale
comprendo che sia amalato: e perch un suo o parente o amico spagnuolo
che  qua, vorrebbe sapere come gli st; m' pregato che io deba scriver
cost a qualche mio amico e far d'intenderlo e avisarlo. Per vi prego,
o voi o Buonarroto, intendessi un poco dal Granaccio che lo conoscie,
come gli st, e avisassimi di cosa certa, acci che paia che io abbia
voluto servire costui. Non altro.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [43] Forse costui  quell'Alonso Berrugnete, o Berughetta, come lo
  chiamavano gl'Italiani, pittore, scultore ed architetto celebre,
  nato nel 1480. Essendo in Firenze, fece una copia del cartone di
  Michelangelo, e tir innanzi, ma non fin del tutto, una tavola
  cominciata da Filippino Lippi per l'altare maggiore della chiesa
  di San Girolamo alla Costa di San Giorgio.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Firenze,(1516).

XXXIX.

_A Lodovico a Settigniano._


Carissimo padre. Io mi maravigliai molto de' casi vostri l'altro d,
quando non vi trovai in casa; e adesso sentendo che voi vi dolete di me,
e dite che io v' cacciato via, mi maraviglio pi assai; perch io so
certo che mai dal d che io nacqui per insino adesso, fu nell'animo mio
di far cosa n picola n grande che fussi contra di voi, e sempre tutte
le fatiche che io ho soportate, l' soportate per vostro amore: e poi
che io sono tornato da Roma in Firenze, sapete che io l' sempre presa
per voi, e sapete che io v' rafermo ci che io ; e' non  per molti
d quando voi avevi male, che io vi dissi e promessi di non vi mancar
mai con tutte le mia forze i' mentre che io vivo, e cos vi rafermo. Ora
mi maraviglio che voi abiate s presto dimenticato ogni cosa. Voi
m'avete pure sperimentato gi trenta anni, voi e' vostri figliuoli, e
sapete che io  sempre pensato e fattovi, quand'io  potuto, del bene.
Come andate voi dicendo che io v' cacciato via? Non vedete voi fama che
voi mi date, che e' si dica che io v' cacciato via? Non mi manca altro,
oltra gli afanni che  dell'altre cose, e tutti gli  per vostro amore!
Voi me ne rendete buon merito! Ora sia la cosa come si vuole: io voglio
darmi ad intendere d'avervi fatto sempre vergognia e danno; e cos come
se io l'avessi fatto, io vi chieggo perdonanza. Fate conto di perdonare
a un vostro figliuolo che sia sempre vissuto male e che v'abi fatti
tutti e' mali che si possono fare in questo mondo: e cos di nuovo vi
prego che voi mi perdoniate, come a un tristo che io sono, e non
vogliate darmi costass questa fama che io v'abbi cacciato via, perch
la m'importa pi che voi non credete: io son pur vostro figliuolo!

L'aportatore di questa sar Rafaello da Gagliano. Io vi prego per
l'amore di Dio e non per mio, che voi vegniate insino a Firenze, perch
 andar via, e vi a dire cosa che importa assai e non posso venire
costass. E perch io  inteso di Pietro[44] che sta meco, per le sua
parole propie certe cose che non mi piacciono, io lo mando stamani a
Pistoia e non torner pi dove me, perch io non voglio che e' sia la
rovina di casa nostra: e voi tutti che sapevi che io non sapevo e' sua
portamenti, dovevi pi tempo f avisarmi e non sarebe nato tanto
scandolo.

Io son sollecitato d'andar via, e non son per partirmi se io non vi
parlo e non vi lascio qui in casa. Io vi prego che voi lasciate andar
tutte le passione, e che voi vegniate.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Firenze.


  [44] Pietro d'Urbano da Pistoia, garzone di Michelangelo.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Carrara, (dopo il 20 di settembre 1516).

XL.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. A questi d  avuto per un fratello del Zara[45] una
lettera di Gismondo, per la quale  inteso come siate tutti sani, salvo
che Buonarroto che  pure esso male della gamba. N' avuto passione,
perch dubito con medicine non se la guasti: e come io dissi a lui, non
farei altro che tenerla calda e riguardarsi e lasciar fare alla natura.

Delle cose mia di qua per ancora non  fatto niente.  messo a cavare in
molti luogi e spero, se sta buon tempo, infra dua mesi avere a ordine
tutti e mia marmi. Dipoi piglier partito di lavorargli o qua, o a Pisa,
o io me n'ander a Roma. Qua sarei stato volentieri a lavorargli, ma mi
 stato fatto qualche dispiacere; i' modo che io ci sto con sospetto.
Non altro. Attendete a stare in pace, che io  speranza che le cose
anderanno bene. Una lettera che sar in questa, vi prego la suggiellate
e fatela dare a Stefano sellaio che la mandi a Roma.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Carrara.


  [45] Lo Zara da Settignano si chiamava per proprio nome Domenico,
  e noi crediamo che egli sia Domenico di Sandro di Bartolo
  Fancelli, valente scultore, il quale nacque nel 1469, e mor in
  Saragozza di Spagna nel 1519, dopo aver fatto il suo testamento
  rogato a' 19 d'aprile del detto anno da ser Michele da Villanuova,
  notaio spagnuolo. Domenico  l'autore del superbo monumento
  sepolcrale inalzato nella chiesa di San Tommaso de' Domenicani
  d'Avila al principe Giovanni, figliuolo unico del re Ferdinando il
  Cattolico. Ebbe commissione nel 15 di luglio 1518 di scolpire pel
  prezzo di 2100 ducati d'oro un altro monumento non meno magnifico
  pel cardinale Ximenes, arcivescovo di Toledo. Ma egli appena aveva
  cominciato a farne il disegno, che se ne mor, e quel lavoro fu
  allogato al celebre Bartolommeo Ordognez, scultore spagnuolo, il
  quale non pot condurlo a fine, essendosi infermato a Carrara, e
  quivi morto a' 10 dicembre del 1520. Fratello di Domenico Fancelli
  fu Giovanni parimente scultore che aiut ne' detti lavori Domenico
  e l'Ordognez, e mor nell'aprile del 1522, lasciando erede Sandro
  suo figliuolo che seguit l'arte del padre e dello zio. (Vedi
  Andrei canonico Pietro: _Sopra Domenico Fancelli e Bartolomeo
  Ordognez Spagnuolo_, ec. _Memorie estratte da documenti inediti_.
  Massa, tip. Frediani, 1871, in-8; e Campori Giuseppe: _Memorie
  biografiche degli Scultori, Architetti, Pittori_, ec., _nativi di
  Carrara e di altri luoghi della provincia di Massa_, ec. Modena,
  Vincenzi, 1873, in-8.)




  MUSEO BRITANNICO.      Di Carrara,(1517).

XLI.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Io mando cost Piero che sta meco, pel mulo. Prego
gniene diate, e come torna qua con esso, me ne verr cost a starmi
tutto agosto per fare el modello di San Lorenzo,[46] e mandarlo a Roma,
come ho promesso. Non altro.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Carrara.


  [46] Michelangelo aveva dato a fare a Baccio d'Agnolo il modello
  di legname, secondo il suo disegno, della facciata di S. Lorenzo.
  Ma essendo quel lavoro riuscito, come dice lo stesso Michelangelo,
  _una cosa da fanciulli_, egli ne fece uno di terra, e per mezzo di
  Pietro d'Urbano suo garzone lo mand a Roma al Papa e al Cardinale
  de' Medici gli ultimi di dicembre del 1517.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Carrara, di luglio 1517.

XLII.

_A Lodovico Buonarroti in Firenze._


Carissimo padre. I'  ricevuto per maestro Andrea[47] una vostra
lettera, per la quale intendo come avete avuto un poco di male: e 'l
simile di Buonarroto. N' avuto passione: pure bisognia aver pazienzia.
Riguardatevi pi che potete. Io  mandato cost Pietro che sta meco, pel
mulo, perch mi voglio partire di qua. Per vi prego gniene diate. Non
altro. Delle cose mia fo el meglio che io posso. Infra venti d spero
esser cost.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Carrara.


  [47] Ferrucci, scultore da Fiesole, il quale a' 12 di luglio era
  partito da Firenze e andato a Carrara per intendere da
  Michelangelo i particolari dei fondamenti da farsi alla facciata
  di San Lorenzo.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Firenze, (di giugno 1523).

XLIII.

_A Lodovico Buonarroti a Settigniano._


Reverendissimo padre. I'  stamani per una vostra una buona nuova, e
questo  che e' mi pare che voi non vi contentiate del contratto[48] che
s' fatto a questi d tra noi. Io me ne contento molto manco, e priegovi
che voi acordiate questi altri, che io son sempre parato a disfarlo,
perch io non  el modo a pagare e' danari a Gismondo e non rei
aconsentito a tal contratto, se voi non mi avessi promesso d'aiutargli
pagare. Per sanza andare a ufficiali, venite a posta vostra, che voi mi
fate un gran piacere, e cavatemi d'un grande alberinto; e non bisognier
che voi andiate a altro ufficiale, perch i'  pi bisognio di danari
che di vostri poderi. Non vi rispondo alle altre cose, se non che voi
facciate tanto quant'e' ben vi viene.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Firenze.


Io vi mando Mon'Agniola a posta, per non avere altri, acci che voi
sapiate presto che a me torna un gran danno questo contratto; e sapete
che io non lo potevo fare, ma fcilo per farvi bene: se non vi torna
bene, io vi prego che e' si disfaccia, perch i'  bisognio de' mia
danari, come  detto.


  [48] Nel contratto tra Michelangelo e Gismondo suo fratello,
  rogato da ser Niccol Parenti sotto d 16 di giugno 1523, per
  cagione della parte che spettava a Gismondo ed agli altri suoi
  fratelli sopra l'eredit della loro madre; Michelangelo si obblig
  di pagare dentro due anni al detto Gismondo 500 fiorini d'oro in
  oro larghi, i quali poi sbors a' 5 di maggio del 1525.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Firenze, (del giugno 1523).[49]

XLIV.

_A Lodovico Buonarroti a Settigniano._


Lodovico. Io non rispondo a la vostra, se non a quelle cose che mi
paiono necessarie; dell'altre io me ne' fo' beffe. Voi dite che non
potete riscuotere le vostre page del Monte, perch io  fatto dire el
Monte in me. Questo non  vero, e bisognia che a questo io vi risponda,
perch voi sappiate che voi siate ingannato da chi voi vi fidate, che
l' forse riscosse e aoperatosele, e a voi fa intender questo per sua
comodit. Io non  fatto dire el Monte in me, n lo potrei fare, quando
volessi; ma  ben vero che presente Rafaello da Gagliano, el notaio mi
disse: io non vorrei ch'e' tua frategli facessero qualche contratto di
questo Monte, che doppo la morte di tuo padre tu non ce lo trovassi: e
menommi al Monte e fecemi spendere quindici grossoni e fecevi porre una
condizione che nessuno lo potessi vendere i' mentre che voi vivevi: e
voi ne siate usofruttuario mentre che voi vivete, come dice el contratto
che voi sapete.

Io v' chiarito del contratto, ci  di disfarlo a posta vostra, poi che
voi non ve ne contentate. Io v' chiarito del Monte e potetelo vedere a
posta vostra; io  fatto e disfatto sempre come voi avete voluto: io non
so pi quello che voi volete da me. Se io vi d noia a vivere, voi avete
trovato la via di ripararvi, e rederete quella chiave del tesoro che voi
dite che io ; e farete bene: perch e' si sa per tutto Firenze come voi
eri un gran rico e come io v' sempre rubato, e merito la punizione:
saretene molto lodato! Gridate e dite di me quello che voi volete, ma
non mi scrivete pi, perch voi non mi lasciate lavorare: che a me
bisognia ancora scontare ci che voi avete avuto da me da venticinque
anni in qua. Io non ve lo vorrei dire: non posso fare che io non ve lo
dica. Abbiatevi cura e guardatevi da chi voi v'avete a guardare; ch e'
non si muore pi d'una volta, e non ci si ritorna a raconciar le cose
malfatte. Avete indugiato alla morte a fare simil cose! Idio v'aiuti.

                              MICHELAGNIOLO.


  [49] La lettera, secondo il solito di Michelangelo, non ha nota n
  di luogo n di tempo: pure si pu stabilire essere stata scritta
  nel giugno del 1523, perch il contratto o lodo, di cui qui si
  ragiona, fu rogato a' 16 del detto mese da ser Niccol di Antonio
  Parenti, come si rileva dal Libro del Monte segnato C. 2, N. 976,
  dell'anno 1514, dove sotto il 22 di giugno 1523 fu posta
  condizione a' fiorini 312, 10 larghi della dote della Lucrezia di
  Antonio da Gagliano, moglie di Lodovico Buonarroti, che non si
  potesse fare contratto di detta somma senza licenza di detto
  Michelangelo, il quale dopo la morte di Lodovico potesse di tal
  credito e posta fare in ogni tempo la sua volont.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Firenze, (del giugno 1523).

XLV.


[50]Lodovico! A quelle cose che la ragione vuole che io vi risponda, io
vi rispondo: dell'altre io me ne fo beffe. Voi dite che io  fatto dire
el Monte i' me e che voi non potete avere le vostre page. El Monte, non
 vero che io l'abbi fatto dire in me, n potrei senza voi farlo, e le
page vostre io non ve le posso impedire. S che andate per esse, e
vedrete che io dico el vero.  ben vero che 'l Monte non lo potete
vendere, perch l'avete venduto a me. L'altre cose fatele come voi dite,
perch e' si sa per tutto Firenze che voi eri rico e che io v' sempre
rubato, e merito la punizione.


  [50] Questo non  altro che il principio un po' diverso della
  lettera precedente.


FINE DELLE LETTERE AL PADRE.




A BUONARROTO SUO FRATELLO

DAL 1497 AL 1527.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, del marzo 1497.

XLVI.

_Prudente giovane Buonarroto di Lodovico Bonarroti in Firenze._


A nome di Dio. A d젠di marzo 1497.

Caro fratello; che cos ti stimo etc. Da Michelagnolo tuo  auto una
lettera tua, della quale ne  preso grandissimo conforto; masime
intendendo de' casi di frate Jeronimo vostro sarafico, el quale fa dire
di lui per tuto Roma, e dicesi ched  eretico marcio; tanto che bisognia
che venga in ogni modo a profetezare un poco a Roma, e poi sar
calonizato; sich istino di bona voglia tuti e' sua.

Fratello, io t' molto bene a mente, sich sta' di buona voglia e atendi
a imparare, come tu fai. Al Frizi[51]  detto tuto e  inteso bene ogni
cosa. Frate Mariano[52] dice di molto male del vostro Profeta. Non
altro. Per quest'altra ti raguaglier meglio, perch adesso  fretta.
Non c' nuove, se none ieri fu fatto 7 vescovi di cartagine,[53] e 5 ne
fu impicati per la stroza. Racomandami a tutti voi, e massime a Lodovico
mio padre, che cos lo stimo; e quando tu scrivi qua, raccomandami a
Michelangniolo. Non altro. Fatta al buio.[54]

                              Tuo PIERO in Roma.


  [51] Federigo di Filippo scultore fiorentino, il quale poi
  racconci la statua del Cristo risorto che  alla Minerva di Roma,
  fatta da Michelangelo, e stata guasta da Pietro da Pistoia suo
  scolare.

  [52] Da Genazzano, generale degli Agostiniani.

  [53] Intendi che furono condannati alla gogna, colla mitera di
  carta in capo.

  [54] Questa lettera parla, come  chiaro, del Savonarola, ed 
  scritta, sebbene sia con carattere contraffatto ad arte, da
  Michelangelo, sotto il falso nome di Piero. Il dire _caro
  fratello, che cos ti stimo_, _Racomandami a tutti voi e massime a
  Lodovico mio padre, che cos lo stimo_, ci scopre quel che
  vorrebbe e non vorrebbe nascondere Michelangelo, cio che egli
  stesso  colui che scrive.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (del marzo 1497).

XLVII.

_Buonarroto di Lodovico Bonarroti in Firenze._


Sappi Bonarroto, come i'  dati qua dua ducati a Baldassarre[55] che te
gli facci dare cost da Francesco Strozi: sich, come tu i la lettera,
va' e trvalo, e lui te gli dar. Attendi a 'mparare, come io ti
dissi.[56] Raguaglia Lodovico, come io ti dissi, e cos consiglio. Non
altro. Idio t'aiuti.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [55] Balducci fiorentino, mercante in Roma.

  [56] Vedi la lettera precedente scritta sotto nome di _Piero_,
  dove appunto  detto a Buonarroto che attenda ad imparare.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Bologna, 19 di dicembre (1506).

XLVIII.[57]

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data in
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. -- Io  ricevuto oggi questo di diciannove di dicembre una
tua, per la quale mi raccomandi Pietro Orlandini[58] e che io lo serva
di quello che lui mi domanda. Sappi che lui mi scrive che io gli facci
fare una lama d'una daga e che io facci che la sia una cosa mirabile.
Per tanto io non so com'io me lo potr servire presto e bene: l'una si
, perch e' non  mia professione; l'altra, perch io non  tempo da
potervi attendere. Pure m'ingiegnier infra uno mese che ei sia servito
el meglio che io saper.

De' fatti vostri e massimo di Giovansimone,  inteso il tutto. Piacemi
che lui si ripari a bottega tua e che egli abbi voglia di far bene,
perch io  voglia d'aiutar lui come voi altri; e se Dio m'aiuta, come 
fatto sempre, io ispero in questa quaresima avere fatto quello che io 
a fare qua, e torner cost e far a ogni modo quello che io v'
promesso. De' danari che tu mi scrivi che Giovansimone vuole porre in
sur una bottega, a me parrebbe che gli indugiassi ancora quattro mesi e
fare lo scoppio e il baleno a un tratto. So che tu m'intendi, e basta.
Digli da mia parte che attenda a far bene, e se pure ei volessi e'
danari che tu mi scrivi, bisognierebbe trre di cotesti cost, perch di
qua non  ancora da mandarli, perch  picolo prezo di quello che io fo
e anche  cosa dubbia, e potrebbemi avenire cosa che mi disfarebbe del
mondo. Per tanto vi conforto a star pazienti questi pochi mesi, tanto
che io torni cost.

De' casi del venire qua Giovansimone, non ne lo consiglio ancora, perch
son qua in una cattiva stanza, e  comprato un letto solo, nel quale
stino quattro persone, e non rei el modo accettarlo come si richiede.
Ma se lui ci vuole pur venire, aspetti che io abbi gittata la figura che
io fo[59] e rimandernne Lapo e Lodovico che m'aiutano, e mandergli un
cavallo, acci che ei venga e non com'una bestia. Non altro. Pregate
Idio per me e che le cose vadino bene.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Bolognia.


  [57] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 697.

  [58] Cos nell'autografo, ma deve dire _Aldobrandini_, come
  apparisce dalle lettere seguenti a Buonarroto.

  [59] Dopoch Michelangelo, pieno di sdegno per l'ingiuria ricevuta
  da papa Giulio di averlo fatto cacciare bruttamente di palazzo, si
  fu partito a furia da Roma, e ritornato a Firenze; n i brevi del
  Papa, n le lettere degli amici e de' cortigiani, n le
  esortazioni del gonfaloniere Piero Soderini avevano potuto per
  parecchi mesi ottenere che egli si risolvesse ad affrontare la
  grande _ira di Secondo_. Ma entrato il Papa trionfalmente a
  Bologna il 10 di novembre 1506, dopo la cacciata de' Bentivogli,
  bisogn all'ultimo che Michelangelo si arrendesse alla volont di
  Giulio, ed a' consigli del Soderini; il quale, per vincere la
  paura dell'Artista, lo accompagn con lettera pubblica del 27 di
  quel mese. La partenza dunque di Michelangelo alla volta di
  Bologna deve essere stata o nel medesimo giorno o nel seguente.
  Giunto egli alla presenza del Pontefice, e chiestogli umilmente
  perdono, fu da Giulio restituito nell'antica grazia, e commessogli
  di fare di bronzo la sua immagine per essere posta sulla facciata
  di San Petronio. Dalle lettere di Michelangelo al padre ed al
  fratello Buonarroto si rileva che egli, messosi tosto all'opera,
  aveva gi condotto di terra la sua figura nell'aprile del 1507;
  che negli ultimi giorni del giugno seguente la gitt; che il getto
  gli riusc non troppo bene, essendoch, sia per difetto di
  metallo, sia per la mala sua fusione, la figura non era venuta che
  dal mezzo in gi: onde gli convenne rigittare di sopra, e finire
  di riempire la forma.

  La statua di papa Giulio, di grandezza pi d'un uomo e del peso di
  17 mila libbre, fu lavorata da Michelangelo in una stanza del
  Paviglione vecchio dietro a San Petronio, e fusa col metallo d'una
  campana che era nella torre de' Bentivogli e di una bombarda del
  Comune di Bologna. Fu tirata su nella facciata di San Petronio a'
  21 di febbraio del 1508, e poi a' 30 di dicembre del 1511 venne
  gettata a terra, e spezzata per ordine degli Otto della guerra del
  Comune di Bologna. (Vedi Potest Bartolomeo, _Intorno alle due
  statue erette in Bologna a Giulio II_. ATTI e MEMORIE della Regia
  Deputazione di Storia patria per le provincie di Romagna. Anno
  VII, pag. 105.)




  MUSEO BRITANNICO.      Di Bologna, 22 di gennaio 1507.

XLIX.[60]

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, dirimpetto allo speziale della
Palla, in Porta Rossa._


Buonarroto. -- Io ebbi una tua lettera pi giorni f, per la quale intesi
come Lodovico aveva mercatato con Francesco il podere di mona Zanobia; e
di Giovansimone ancora m'avisasti come si riparava in bottega dove tu
stai, e come aveva disidro di venire infino qua a Bolognia. Non t'
risposto prima, perch non  avuto tempo, se non oggi.

De' casi del podere sopra ditto tu mi di' che Lodovico l' mercatato e
che lui m'aviser. Sappi che se lui me n' scritto niente, che io non 
mai avuto lettera, che ne parli: per sappigniene dire, acci che e'
none pigliassi amirazione non avendo risposta, se m' scritto.

Di Giovansimone io ti dir il parer mio, acci che tu gniene dica da mia
parte; e questo , che a me non piace che e' venga qua innanzi che io
gitti questa figura che io fo; e questo fo per bon rispetto: non volere
intendere il perch: basta, che subito che io l'r gittata, che io lo
far venire qua a ogni modo e sar con manco noia, perch m'r levato
da dosso queste spese che io  ora.

Io credo intorno a mezza quaresima avere a ordine da gittare la mia
figura; s che pregate Idio ch'ella mi venga bene; perch se mi viene
bene, spero avere buona sorte con questo Papa: sua grazia: e se io la
gitto a mezza quaresima e la venga bene, spero in queste feste di Pasqua
essere cost, e quello che io v' promesso, far a ogni modo, se voi
attenderete a fare bene.

Di'a Piero Aldobrandini che io  fatto fare la sua lama al migliore
maestro che sia qua di simil cose, e che di questa settimana che viene
m' detto che io l'r. Avuta che io l', se mi parr cosa buona, io
gniene mander; se non, la far rifare: e digli non si maravigli se non
lo servo presto come conviensi, perch  tanta carestia di tempo, che io
non posso fare altro.

  A d venti dua di gennaio 1506.

                              MICHELAGNIOLO DI LODOVICO BUONARROTI
                                      scultore in Bolognia.


  [60] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 698.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, 1 di febbraio 1507.

L.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze. Data nella bottega degli
Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. -- I'  inteso per una tua come  ita intorno a' casi di quel
poderino: nne avuto grandissima consolazione e piacemi assai, purch la
cosa sia ben sicura.

De' casi di Baronciello io mi sono informato assai bene, e per quello
che io  inteso,  molto pi grave cosa che voi non la fate; e io per
me, non sendo cosa gusta, non la domanderei. No' sino obrigati tutti
noi fare assai per Baronciello, e cos faremo e massimamente di quelle
cose che sono in nostro potere.

Sappi come venerd[61] sera a ventuna ora papa Julio venne a casa mia
dov'io lavoro, e stette circa a una meza ora a vedere, parte[62] ch'io
lavoravo; poi mi dtte la benedizione, e andssene: e  dimostrato
contentarsi di quello che io fo. Per tanto mi pare che noi abbino
sommamente da ringraziare Idio: e cos vi prego faciate e pregiate per
me.

Avisoti ancora, come venerd mattina ne mandai Lapo e Lodovico che
stavano qua meco; Lapo cacciai via, perch egli  uno mal fagnione e
cattivo, e non faceva el bisonio mio. Lodovico pure  meglio, e re'lo
tenuto ancora dua mesi; ma Lapo, per non essere vituperato solo, lo
sobill in modo, che amendua ne son venuti. Io t'iscrivo questo, non
perch io facci conto di loro, che e' non vagliono tre quatrini fra
amendua, ma perch se e' venissino a parlare a Lodovico, che e' non ne
pigliassi ammirazione; e digli che non presti loro orechi per niente: e
se tu ti vuoi informare de' casi loro, va' a messere Agniolo Araldo
della Signoria, che a lui  scritto ogni cosa: e lui per sua umanit ti
raguaglier.

Di Giovansimone  inteso: piacemi e' si ripari a bottega de' tua maestri
e ch'egli attenda a far bene; e cos lo conforta: perch, se questa cosa
viene bene, i'  speranza di mettervi in buono grado, se voi sarete
savi. De' casi di quell'altre terre che sono a canto a quelle di mona
Zanobia, se a Lodovico piace, digli che v'attenda e che m'avisi. Credo,
anzi si dice qua, che 'l Papa si partir di qua intorno a carnovale.

  A d primo di febraio 1506.

                    MICHELAGNIOLO DI LODOVICO DI BUONARROTA SIMONI
                                 scultore in Bolognia.


  [61] Cio a' 29 di gennaio, se sta bene il conto.

  [62] Intendi, _mentre che io lavoravo_.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Bologna, 1 di febbraio 1507.

LI.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi in Porta Rossa, Arte di lana._


Buonarroto. -- I'  inteso per una tua lettera come avete fatto fatti
intorno a' casi del podere di mona Zanobia;  cosa che mi piace assai,
pur che sia sicura. Vorssi attendere a quel resto, quando fia tempo.

[63]De' casi del Baronciello io mi sono informato assai bene, e per
quello che m' detto, la cosa  molto pi grave che voi non la fate: per
tanto io non sono per domandarla, perch se non la ottenessi, ne sarei
malcontento, e se io la ottenessi, mi fare' danno grandissimo e ancora
alla casa. Credi che io non rei aspettato le seconde lettere, se questa
cosa fussi possibile a me; perch e' non  cosa nessuna che io non
facessi per Baronciello.

El Papa fu venerd a ventuna ora a casa mia dov'io lavoro, e mostr che
la cosa gli piacessi: per pregate Dio ch'ella venga bene: che se cos
fia, spero riacquistar buona grazia seco. Credo che in questo carnovale
si partir di qua, secondo che si dice, infra la plebe per.

La lama di Piero, come esco fuora cercher d'uno fidato per
mandargniene. Se Lapo che stava qua meco o Lodovico[64] venissino a
parlare cost a Lodovico nostro, digli che non presti orechi alle loro
parole, e massimamente di Lapo e none pigli amirazione, che pi per agio
aviser del tutto. Di Giovansimone  inteso:  caro attenda a fare bene
e cos lo conforta, perch presto spero, se sare' savi, mettervi in buon
grado.

  A d primo di febraio 1506.

  MICHELAGNIOLO DI BUONARROTA SIMONI
             in Bolognia.


  [63] Di qui la presente lettera (la quale  dello stesso giorno e
  non fa che ripetere le cose dette nella precedente)  pubblicata
  dal Grimm, Op. cit., pag. 699.

  [64] Di Lapo d'Antonio di Lapo scultore e di Lodovico di Guglielmo
  Lotti orafo e maestro di getti, e delle cagioni per le quali essi
  furono cacciati via,  stato discorso lungamente dallo stesso
  Michelangelo nella lettera IV a Lodovico Buonarroti suo padre.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, 13 di febbraio 1507.

LII.

_A Buonarroto di Lodovico Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. -- Questa fia per coverta di dua lettere; una che va a Piero
Aldobrandini e l'altra va a Roma a Giovanni Balducci. Questa fa' che tu
la da a Bonifazio Fazi che la mandi, e l'altra d' al detto Piero.

Del fatto di que' dua tristi, io non  tempo da scrivere interamente le
loro ribalderie, e priegovi tutti voi, e cos fa' che dica a Lodovico,
che voi non parliate de' casi loro i' modo nessuno, perch 'l fatto
nostro non va con loro: e basta. A d tredici di febraio 1506.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, 24 di febbraio (1507).

LIII.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. -- Io mandai cierti danari cost a Lodovico con cierta
comessione gi quindici d sono e mai non  avuto risposta. Somi molto
maravigliato: per di' a Lodovico, che m'avisi se gli  ricevuti, e se 
fatto quello gli comessi: m'avisi a ogni modo, perch ne sto di mala
voglia e maravigliomi della sua poca discrezione:  uomo da commettergli
un'altra volta una cosa che importi! crederrei avessi scritto cento
lettere, perch'io n'avessi almanco una. Fa' che lui mi avisi a ogni modo
di quello che  fatto e condanni la lettera, i' modo ch'ella mi sia
data.

Della daga di Piero, io vi mandai ieri a vedere s'ell'era fatta; l'aveva
ancora a dorare: mi dileggiato uno mese, ma in vero non  potuto fare
altro, perch in su questa partita della Corte  avuto a servire d'arme
tutti e' cortigiani e  avuto grandissima faccienda: per m' prolungato
tanto. Di' a Piero che non dubiti; che in fra pochi giorni l'r a ogni
modo. El Papa si part luned mattina a sedici ore:[65] e se tu vuoi
saper l'ordine che gli  lasciato della cosa mia, va' all'Araldo, e lui
ti raguaglier. Non  tempo da scrivere. A d ventiquatro febraio.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.


  [65] Che fu a' 22 di febbraio di quell'anno.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, 6 di marzo 1507.

LIV.

_A Buonarroto di Lodovico Buonarroti in Firenze. Data nella bottega di
Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. -- Io non  risposto prima alla tua e a quella di Piero
Aldobrandini, perch io avevo disposto non iscrivere, se prima non avevo
la daga del detto Piero. Egli  dua mesi che io la dtti a fare a uno
che  nome di essere el migliore maestro che ci sia di simile arte, e
bench lui m'abbi straziato insino a ora, non  po' voluto farla fare a
altri, n anche trre cos fatta. Per tanto, se Piero sopra detto si
tiene straziato da me,  ragione; ma io non  potuto fare altro.

Ora  riscossa o vero avuta la detta daga pure stamani, e con gran
fatica, i' modo che Piero mio fu per batterla in sulla testa al maestro,
tanto ve l' fatto tornare. E sappi che l'aportatore di questa sar el
Chiaro di Bartolomeo battiloro, el quale r la detta daga. Fa' pagare
al detto Chiaro la vettura, quello che se ne viene, e dlla a Piero. E
se la non gli piacessi, digli che m'avisi, che io gniene far rifare
un'altra; e digli che qua, poi che ci venne la Corte, ogni artefice e
ogni arte  salito in gran pregio e condizione; per non si deba
maravigliare, se io  tardato tanto a mandargniene, perch cos sono
stato straziato ancora io: ch questo maestro solo () avuta tanta
faccienda poi che ci fu la Corte, che innanzi non ebbe mai tanta tutta
Bolognia. Non  tempo da scrivere. Iscrissi a Lodovico com'io avevo
avute le sua lettere e com'io ero stato gabato, come lui r inteso. A
d 6 di marzo 1506.

                              MICHELAGNIOLO DI LODOVICO BUONARROTI
                                          in Bolognia.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, 26 di marzo (1507).

LV.

_A Buonarroto di Lodovico di Bonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. -- Io ebi pi giorni f una tua, per la quale intesi il tutto
della daga e di Piero Aldobrandini. Io ti fo avisato, che se non fussi
stato per tuo amore, che io lo lasciavo cicalare quanto voleva. Sappi
che la lama che io  mandata e che tu i ricievuta,  fatta in sulla
misura sua, ci  del detto Piero; perch lui me ne mand una di carta
in una lettera e scrissemi che io la facessi fare apunto a quel modo: e
cos feci: e per se lui voleva una daga, non mi doveva mandare la
misura d'uno stoco: ma io ti voglio iscrivere per questa, quello che io
non  pi voluto scrivere; e questo , che tu non pratichi con lui,
perch non  pratica da te: e basta. E se lui venissi da te per la sopra
detta lama, non gniene dare per niente; fagli buon viso, e digli che io
l' donata ad uno mio amico: e basta. Sapi che la mi cost qua
diciannove carlini e tredici quatrini della gabella.

Le cose mia di qua vanno bene, grazia di Dio, e spero infra uno mese
gittare la mia figura: per pregate Idio che la cosa abbi buon fine,
acci che io torni presto cost, perch sono disposto di fare quello che
v' promesso. Conforta Giovansimone e digli che mi scriva qualche volta,
e di' a Lodovico com'io sto bene e che inanzi che io gitti la mia
figura, che lo sapr a ogni modo. Racomandami al Granaccio, quando lo
vedi. Non  da dirti altro. Qua comincia la moria ed  della cattiva,
perch non lascia persona dov'ella entra, bench per ancora non cie n'
molta; forse quaranta case, secondo che m' detto. A d ventisei di
marzo.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Bolognia.


Se tu avessi data la daga a Piero, non gli dire altro; ma se non gniene
i data, non gniene dare per niente.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Bologna, 29 di marzo 1507.

LVI.[66]

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa, o all'Araldo
nel Palazzo de' Signori in Firenze._


Buonarroto. -- Questa perch io ( scritto) a messere Agniolo: la quale
lettera sar con questa: dlla subito, perch  cosa che importa. Non 
da dirti altro. Io t'avisai pochi giorni f pel Riccione orafo. Credo
l'rai avuta. Le cose di qua vanno bene. Di' a Lodovico che quando fia
tempo da gittare la mia figura, che io l'aviser.

  A d venti nove di marzo 1506.[67]

                              MICHELAGNIOLO scultore in Bolognia.


  [66] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 700.

  [67] Cos sta; ma  evidente che doveva dire 1507, anche secondo
  il computo fiorentino, usato quasi sempre da Michelangelo, fuorch
  nelle lettere a Lionardo suo nipote e ad altri scritte da Roma
  negli ultimi suoi anni.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, 31 di marzo 1507.

LVII.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. -- I'  ricievuta oggi una tua lettera con una di Lodovico:
non fo risposta a quella di Lodovico, perch non  tempo; ma tu
intenderai com'io sto per questa, e cos lo informerai: e basta.

Sappi com'io sto bene e ancora come la cosa mia va bene, Dio grazia.
Vero  che ci va uno mese di tempo pi che io non estimavo, e per non 
ancora scritto a Lodovico el tempo che io la gitto, overo che io la
voglio gittare, perch non  ancora venuto: per none pigli amirazione,
che quando sar il tempo, l'aviser; che stimo sar per di qui a uno
mese vel circa.

De' fatti dell'aviarvi a bottega, overo del fare compagnia, io voglio
farlo a ogni modo, ma bisognia abbiate pazienza tanto che io torni
cost.

Tu mi avisi come Piero non  voluto la daga. Io l' avuto molto caro che
e' non l'abbi voluta e che la non gli sia piaciuta, perch forse la sua
sorte non era che lui la portassi a cintola e massimamente sendotella
istata domandata da altr'uomini che non  lui, ci  da Filippo Strozi.
Per se tu vedi che la gli piaccia, va' e fagniene un presente come da
te e non gli dire niente quello che la costa. Sapi che la lama io non
l' vista: per se la non fussi recipiente, non gniene dare: ch tu non
paressi una bestia: perch a lui si convene altra cosa, che a Piero. Con
questa sar una che va a Roma al Sangallo. Ingigniati di mandargniene.
Credo se tu la dssi a Baccio d'Agniolo,[68] la manderebe bene; e a lui
mi racomanda. A d ultimo di marzo 1507.

                    MICHELAGNIOLO BUONARROTI scultore in Bolognia.

    (_Dietro, di mano di Buonarroto._)

    1507, da Bologna, a d 14 d'aprile: de l'utimo di marzo.


  [68] Baglioni, nato nel 1462 e morto nel 1543. Fu intagliatore
  eccellentissimo di legname, e buono architetto, del quale si pu
  vedere quello che scrive il Vasari.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Bologna, 14 d'aprile (1507).

LVIII.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. -- Questa per coverta d'una che va a messere Agniolo; fa' che
tu la dia a lui sbito. Non  tempo da scrivere altro, n da rispondere
a Giovansimone. Io sto bene, e la cosa mia va bene, grazia di Dio. Pi
per agio vi scriver: e basta.

  A d quatordici d'aprile.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Bolognia.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Bologna, 20 aprile (1507).

LIX.[69]

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa in Firenze._


Buonarroto. -- Io  oggi una tua dei diciassette d'aprile, per la quale 
inteso il viaggio grande che fanno le mie lettere a venire cost. Non
posso fare altro, perch ci  cattivo ordine intorno a ci. Io  inteso
per la tua pi cose, alle quali non rispondo, perch non accade. Duolmi
tu (ti) sia portato di s piccola cosa s pidochiosamente con Filippo
Strozi: ma poich  fatto, non pu tornare a dietro.

De' casi mia io scrivo a Giovansimone e lui t'aviser come io la fo, e
cos avisate Lodovico.

Vorrei che tu andassi all'Araldo e che gli dicessi che io non avendo mai
avuto risposta da lui de' casi di maestro Bernardino,[70]  stimato che
il detto maestro Bernardino non sia per venire qua, per amore della
peste: onde io  tolto uno francioso in quello scambio, il quale mi
servir bene: e questo  fatto, perch non potevo pi aspettare.
Fagniene a sapere, ci  a messere Agniolo e racomandami a lui e digli
che mi racomandi alla signoria del Gonfaloniere.[71] Racomandami a
Giovanni da Ricasoli quando lo vedi.

  A d venti d'aprile.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.


  [69] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 700.

  [70]  questi maestro Bernardino d'Antonio dal Ponte di Milano, il
  quale nel 1504 fu condotto agli stipendi della Repubblica di
  Firenze, come maestro d'artiglieria: e stette in questo servizio
  fino al 1512. Doveva essere persona assai valente nell'arte sua,
  se Michelangelo diedegli a gettare di bronzo la sua statua di papa
  Giulio, e Gio. Francesco Rustici gli allog nel 1509 il getto di
  quelle che egli fece per una delle porte di San Giovanni. Nel 1512
  gett di bronzo la graticola della nuova Cappella del Palazzo
  pubblico, e parimente rifece di bronzo il cartoccio della base del
  _David_ del Verrocchio. La licenza data a maestro Bernardino di
  andare a Bologna da' Signori e Collegi,  del 7 di maggio 1507.

  [71] Piero Soderini, gonfaloniere perpetuo della Repubblica.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Bologna, 26 di maggio (1507).

LX.[72]

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa in Firenze._


Buonarroto. -- Io ebbi una tua per maestro Bernardino, il quale  venuto
qua: per la quale  inteso come siate tutti sani, salvo Giovansimone che
ancora non  guarito; n' dispiacere assai e duolmi non lo potere
aiutare. Ma presto spero essere di cost e far cosa che gli piacer a
lui e a voi altri. Per cnfortalo e di' che stia di buona voglia.
Ancora di' a Lodovico che a mezzo quest'altro mese io credo gittare la
mia figura a ogni modo; per se vuole far fare orazione o altro, acci
che la venga bene, fccialo a quel tempo, e digli che io ne lo prego.

Non  tempo da scriverti altrimenti. Le cose vanno bene.

  A d venti sei di maggio.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.


  [72] In parte pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 700.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Bologna, 20 di giugno (1507).

LXI.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Io non t' scritto pi giorni sono, perch non volevo
scrivere, se prima non avevo gittata la mia figura, credendo gittarla
pi presto che non m' riuscito.

Sappi come ancora non  gettata, e sabato che viene a ogni modo la
gettiamo; e in fra pochi d credo essere di cost, se la viene bene,
com'io stimo.

Non  da dirti altro. Sono sano e sto bene, e cos stimo di voi tutti.

  A d venti gunio.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, 1 di luglio (1507).

LXII.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Istrozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. -- Noi abino gittata la mia figura, ed  venuta i' modo che
io credo afermativo averla a rifare. Io non ti scrivo particularmente il
tutto, perch  altro da pensare: basta che la cosa  venuta male.
Ringrzione Dio, perch stimo ogni cosa pel meglio. Io saper infra
pochi d quello che io abia a fare e aviseroti. Avisane Lodovico: e
state di buona voglia. E se aviene che io l'abbi a rifare, e che io non
possa tornare cost, io piglier partito di fare a ogni modo quello che
io v' promesso, in quel modo che meglio potr.

  A d primo di luglio.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Bologna, 6 di luglio (1507).

LXIII.[73]

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. -- Sappi come noi abbiamo gittata la mia figura, nella quale
non  avuta troppa buona sorte; e questo  stato che maestro Bernardino
o per ignoranza o per disgrazia non  ben fonduto la materia; il come
sarebbe lungo a scrivere: basta che la mia figura  venuta insino alla
cintola; il resto della materia, cio mezzo il metallo, s' restato nel
forno, che non era fonduto; in modo che a cavarnelo mi bisognia far
disfare il forno: e cos fo, e farllo rifare ancora di questa
settimana; di quest'altra rigitter di sopra, e finir d'empire la forma
e credo che la cosa del male ander assai bene, ma non sanza grandissima
passione e fatica e spesa. rei creduto che maestro Bernardino avessi
fonduto sanza fuoco, tanta fede avevo in lui; non di manco non  che lui
non sia buon maestro e che egli non abbi fatto con amore. Ma chi fa,
falla. E lui ha ben fallito a mio danno e anche a suo, perch s'
vituperato in modo, che egli non pu pi alzar gli ochi per Bolognia.

Se tu vedessi Baccio d'Agniolo, leggigli la lettera e pregalo che
n'avisi il San Gallo a Roma e racomandami a lui, e a Giovanni da
Ricasoli e al Granaccio mi racomanda. Io credo, se la cosa va bene, in
fra quindici o venti d esser fuora di questa cosa e tornare di cost.
Se non andassi bene, l'rei forse a rifare: di tutto t'aviser.

Avisami come sta Giovansimone.

  Ai d sei di luglio.[74]


Con questa sar una che va a Roma a Giuliano da San Gallo. Mndala bene
e presto quanto tu puoi: e se lui fussi in Firenze, dagniene.


  [73] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 700.

  [74] Manca la sottoscrizione.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, 10 di luglio (1507).

LXIV.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Fiorenza. Data in
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. -- Io  inteso per una tua come siate sani e state bene. Mi
piace assai. La cosa mia di qua credo che del male ander assai bene,
bench per ancora none so niente. Noi abbino rigittato di sopra quello
che mancava, com'io ti scrissi e non  ancora potuto vedere come la cosa
si stia, perch  calda la terra i' modo, che ancora non si pu
scuoprire. Di quest'altra settimana sar chiaro e aviserotti. Maestro
Bernardino si partire[75] ieri di qua. Quando lui ti facessi motto,
fa'gli buon viso: e basta.

  A d dieci di luglio.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.


  [75] Cos nella lettera autografa, e doveva dire, _si part_.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, (18? di luglio 1507).

LXV.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data in
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa. Firenze._


Buonarroto. -- La cosa mia poteva venire molto meglio e ancora molto
peggio: tant' ch'ella  venuta tutta, per quello che io posso
comprendere; ch ancora non l' scoperta tutta. Stimo ci sar qualche
mese di tempo a rinettarla, perch  venuta mal netta: oh pure bisognia
ringraziare Idio! perch, come dico, poteva venire peggio. Quando ti
fussi ditto niente da Salvestro del[76] Pollaiolo o da altri, di' loro
che io non  bisognio de persona, a ci che qua non s'aviassi qualcuno
sopra le spalle mia; perche i'  speso tanto, che e' non mi resta apena
da poterci stare io, non che tenere altri. Di quest'altra settimana
t'aviser; ch io r scoperta tutta la figura.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.


  [76] Salvestro, figliuolo di Giovanni e nipote di Antonio e di
  Piero del Pollaiuolo, nacque nel 1472. Pare che esercitasse
  l'orafo, e fosse anche maestro di getti. Era gi morto nel 1533.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, 2 d'agosto 1507.

LXVI.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. -- Io non t' iscritto questa settimana passata per non avere
potuto. Sapi come la figura mia quant'e' pi l' scoperta,  trovato che
meglio  venuta e vego che e' fia manco male che io non estimavo, e
parmi averne buona derrata, a rispetto di quello che poteva avenire:
per abino da ringraziare Idio. Io per quello che mi pare, credo a ogni
modo averci uno mese e mezo di faccenda a rinettarla; s che poi che
avete avuta tanta pazienza, bisognia che abiate questa poca ancora.
Conforta Giovansimone per mia parte e avisami come egli sta e gli altri
ancora. Raguaglia Lodovico del tutto. Racomandami agli amici, ci  a
Giovanni da Ricasoli, al Granaccio e a messere Agniolo.

  A d secondo d'agosto 1507.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, 3 d'agosto (1507).

LXVII.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. -- Questa sar per coverta d'una che va a Roma a Giuliano da
Sangallo. Prgoti la mandi per buona via, perch  cosa che importa
assai. Non ti scrivo altro, perch pure stamani t' mandato un'altra
lettera, per la quale intenderai come la cosa va bene. A d tre
d'agosto.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, 10 d'agosto (1507).

LXVIII.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Istrozi, Arte di lana, in Porta Rossa. Firenze._


Buonarroto. -- Io  ricievuta oggi una tua, per la quale intendo come
siate tutti sani: n' piacere assai: similmente ancora io sono sano, e
stimo la cosa mia ander bene: vero  che e' c' delle fatiche assai;
pure io sono sicuro che io non  a correre pi pericoli, n a avere pi
troppe grande ispese, perch non sono obrigato se non a darla finita
dove ella . Al Sangallo  risposto a una sua lettera; e la lettera sar
con questa: dagniene. Vorrei che tu trovassi messere Agniolo Araudo, e
gli dicessi che io non gli  ancora risposto per non aver potuto, e che
la cosa va bene; e racomandami a lui e a Tomaso comandatore.[77] Tu mi
scrivi del caldo che  cost e del caro: ancora sappi che qua  stato
quel medesimo, perch poi che io ci sono, non ci  mai piovuto, altro
che una volta, e cci istati caldi che mai pi credo che al mondo
fussino. El vino ci  caro come cost, ma tristo quant'e' pu, e
similmente ogni altra cosa, i' modo che e' c' un cativo essere, e a me
par mille anni di venirne.

  A d dieci d'agosto.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.


  [77] Tommaso di Balduccio di Rinaldo Balducci, uno dei comandatori
  di Palazzo. I comandatori (_praeceptores_) erano sei, ed in antico
  si cavavano dai berrovieri del capitano della Famiglia di Palazzo.
  Il loro ufficio era di portare ambasciate, e comandamenti de'
  Priori e del Gonfaloniere cos a' cittadini, come agli ufficiali
  della Repubblica. La Famiglia di Palazzo si componeva dell'araldo,
  dello spenditore, dello speziale, del barbiere, del maestro
  temperatore dell'orologio pubblico, di dodici mazzieri, di nove
  donzelli, di sei trombatori, di otto trombetti, di tre pifferi, di
  un cennamellario, di un naccherino, d'un appuntatore, di
  sessantotto famigli del Rotellino, portati poi fino a novanta, di
  quattro famigli de' Cancellieri, di dodici custodi di Palazzo, di
  quattro campanari, di un cuoco, di due guatteri, d'uno zanaiuolo e
  di un acquaiuolo. Tommaso Balducci aveva oltre a ci la custodia
  delle spalliere e degli arazzi della Signoria, e teneva insieme
  coll'Araldo le chiavi della Sala del Papa in Santa Maria Novella,
  dove si conservava il cartone di Michelangelo.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, 29 di settembre (1507).

LXIX.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Fiorenza. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. -- Io non  avuto tuo' lettere gi pi d'un mese f: non so
la cagione: per prgovi mi scriviate qualche cosa o tu o Giovansimone,
e avisatemi come la fate. Io non vi scrivo spesso, perch non  tempo,
perch nella opera mia  cresciuta tuttavia la faccenda i' modo, che se
e' non fussi la gran sollecitudine, io ci sarei ancora per sei mesi:
pure stimo a Ognissanti averla finita, o poco mancher, sollecitando
com'io fo; che apena posso pigliare tempo da mangiare. State di buona
voglia e abiate pazienza questo tempo, perch la cosa ander bene.
Avisatemi come la fate. Fa' mia scusa con Sangallo del non gli scrivere
e con l'Araudo, quando gli vedi. Non altro.

  A d ventino(ve) di settembre.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Bologna, (16) di ottobre 1507.

LXX.[78]

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data in
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. -- Io non  tempo da rispondere all'ultima tua come si
converrebbe; ma sapi com'io sono sano e r finito presto, e stimo avere
grandissimo onore: tutta grazia di Dio: e subito finito che r, torner
cost e acconcier tutte le cose di che tu mi scrivi, in forma che voi
sarete contenti, e similmente Lodovico e Giovansimone. Prgoti vadi a
trovare l'Araldo e Tomaso comandatore: di' loro, che per questo non 
tempo da scrivere loro, o vero da rispondere alle loro lettere a me
gratissime; ma per quest'altro gli aviser a ogni modo di qualche cosa
per risposta delle loro. Ancora ti prego che vadi a trovare el San Gallo
e dicagli, che io stimo avere finito presto; e intenda come egli sta, e
che per quest'altra ancora scriverr a lui come la cosa va. Non altro.

  A d.... d'ottobre.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.


  [78] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 701.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Bologna, (19 di ottobre 1507).[79]

LXXI.[80]

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, in Porta Rossa._


Buonarroto. -- Io  ricievuto una tua, per la quale  inteso come sta el
San Gallo. Non far altra risposta alla tua, perch non acade: basta che
io sono a buon porto della opera mia, s che state di buona voglia. Con
questa saranno cierte lettere: dlle bene e presto. Non so a quanti d
noi ci siamo, ma ieri fu Santo Luca. Circane da te.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.


  [79] Per fuggire inutili e noiose ripetizioni, vaglia qui di
  dichiarare una volta per sempre, che alla mancanza di data nelle
  lettere di Michelangiolo; copiate dagli autografi del Museo
  Britannico in servigio della presente edizione; abbiamo supplito
  con quella che dietro la lettera si trovava segnata dalla mano di
  Buonarroto.

  [80] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 701.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Bologna, 10 di novembre (1507).

LXXII.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. -- Io mi maraviglio che tu mi scriva tanto di rado. Credo pur
che tu abbi pi tempo da scrivere a me, che io a te: per avisami spesso
come la fate.

Io  inteso per l'ultima tua come per buona cagione desideravi che io
tornassi presto: la qual cosa m' fatto stare con sospetto parecchi d:
per quando mi scrivi, scrivimi risoluto e chiarisci le cose bene, acci
che io intenda: e basta.

Sappi che io desidero molto pi che non fate voi di tornare presto,[81]
perch sto qua con grandissimo disagio e con fatiche istreme e non
attendo a altro che a lavorare e el d e la notte, e  durata tanta
fatica e duro, che se io n'avessi a rifare un'altra, non crederrei che
la vita mi bastassi, perch  stato una grandissima opera; e se la fussi
stata alle mani d'un altro, ci sarebbe capitato male dentro. Ma io stimo
gli orazioni di qualche persona m'abbino aiutato e tenuto sano, perch
era contro l'opinione di tutta Bolognia che io la conducessi mai: poich
la fu gittata, e prima ancora, non era chi credessi che io la gittassi
mai. Basta che io l' condotta a buon termine, ma non l'r finita per
tutto questo mese, come stimavo; ma di quest'altro a ogni modo sar
finita, e torner. Per state tutti di buona voglia, perch io far ci
che io v' promesso a ogni modo. Conforta Lodovico e Giovansimone da mia
parte e scrivimi come la fa Giovansimone, e attendete a imparare e a
stare a bottega, acci che voi sapiate fare quando vi bisognier; ch
sar presto. A d dieci di novembre.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.


  [81] Di qui  pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 701.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Bologna, 21 di dicembre (1507).

LXXIII.[82]

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. -- Io ti mando una lettera in questa, la quale  d'importanza
assai, e va al cardinale di Pavia[83] a Roma: per subito che l'i
ricevuta, va' a trovare el San Gallo, e vedi se lui  modo di mandarla
ch'ella vadi bene; e se San Gallo non  in Firenze, o non la pu
mandare, falle una coverta e mandala a Giovanni Balducci e prgalo per
mia parte che la mandi a Pavia, ci  al detto Cardinale, e scrivi a
Giovanni che in questa quaresima io sar a Roma e racomandami a lui.
Racomandami ancora al San Gallo e digli, che i'  a mente la sua
faccienda e che presto io sar cost. Manda la detta lettera a ogni
modo, perch non posso partire di qua, se non  risposta.

  A d ventuno di dicembre.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.


  [82] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 702.

  [83] Francesco Alidosi.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Bologna, (5 di gennaio 1508).

LXXIV.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data in
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. -- I'  inteso per l'ultima tua come i fatto buon servigio
della lettera di Pavia. L' avuto caro, perch stimo sar andata bene.
Duolmi assai che tu abbi male, come scrivi, pure abbi pazienza e sta' di
buona voglia, perch di corto sar cost e farvi fare quello che voi
vorrete o con Lorenzo[84] o da voi, come vi parr pi utile e sicuro. Io
non vi dico l'apunto quando mi partir di qua, perch io non lo so
ancora; ma io credo a ogni modo infra quindici d partire, overo essere
a ordine da partire: e parmi mille anni, perch ist qua i' modo che se
tu 'l sapessi, te ne increscierebe. Non altro. Non mi scriver pi a
Bolognia, se non  cosa che importi, perch delle lettere n' fatto
cattivo servigio. Conforta tutti gli altri per mia parte. Non so a
quanti d noi ci siamo, ma so che domani  Befania.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.


  [84] Strozzi, nella bottega del quale stava Buonarroto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, (18 di febbraio 1508).

LXXV.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. -- Egli  gi quindici d che io credetti essere cost,
perch io stimavo sbito finita la mia figura, che costoro la mettessino
in opera. Ora costoro mi dndolano e non ne fanno niente: e io 
comessione dal Papa non mi partire, s'ella non  in opera: i' modo, che
e' mi pare essere impacciato. Star a vedere ancora tutta questa
settimana: e se e' non dnno altro ordine, io me ne verr a ogni
modo,[85] sanza osservare la comessione.

In questa sar una che va al cardinale di Pavia, nella quale gli replico
questa cosa, acci che e' non si possa dolere. Per fa'gli una coverta e
dirizala a Giuliano da Sangallo per mia parte, e prgalo che la dia in
propria mano.[86]

    (_Dietro, di mano di Buonarroto._)

    1507, da Bologna, a' d 18 di febraio: ricevuta d detto.


  [85] Tre giorni dopo questa lettera, ossia a d 21 di febbraio del
  detto anno, la figura del Papa era tirata su e posta nella
  facciata di San Petronio.

  [86] Manca in questa lettera la sottoscrizione.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 2 di luglio (1508).

LXXVI.[87]

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- L'aportatore di questa sar uno giovine spagnuolo, il
quale viene cost per imparare a dipigniere, e mmi richiesto che io gli
facci vedere el mio cartone che io cominciai alla Sala;[88] per fa' che
tu gli facci aver le chiavi a ogni modo e se tu puoi aiutarlo di niente,
fallo per mio amore, perch  buono giovane.

Giovansimone si sta qua, e questa settimana passata  stato amalato; che
non m' dato picola passione, oltre a quelle che i' : pure ora sta
assai bene. Credo si torner presto cost, se far a mio modo, perch
l'aria di qua non mi pare facci per lui. Racomandami a Tomaso
comandatore, e all'Araudo.

  A' d dua di luglio.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


Racomandami a Giovanni da Ricasoli.


  [87] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 703.

  [88] Il cartone della guerra di Pisa.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (di luglio 1508).

LXXVII.

_Buonarroto di Lodovico Buonarroti. Firenze._


Buonarroto. -- I'  inteso per una tua come di cost le cose vanno: della
qual cosa n' dispiaciere assai, e pi ancora vegiendo nel bisognio che
voi siate, e massimamente di Lodovico, che tu mi scrivi com'egli rebbe
bisognio di farsi qualche cosa indosso.

Io scrissi pi giorni fa a Lodovico, come io avevo marmi qua per
quatrociento ducati largi, e com'io ci  debito su ciento quaranta
ducati largi, e com'io non  un quatrino; e cos lo scrivo a te, perch
tu vega che per adesso non vi posso aiutare, perch i'  a pagare questo
debito e ancora mi bisognia vivere, e oltr'a questo, pagare la pigione.
S che  delle fatiche assai: ma spero d'uscirne presto e potervi
aiutare.

Tu mi scrivi che io cierchi d'uno aviamento per te: io non saperrei che
mi trovare, n che mi ciercare. Io mander pi presto che io potr per
te, e starai tanto a Roma, che tu troverai qualche aviamento a tuo modo.
Non altro. Con questa sar una del Granaccio. Prigoti gniene dia, e
ricordagli che mi facci il servizio che io gli domando.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 31 di luglio (1508).

LXXVIII.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Io ti mando la rifiutagione ch'io  fatta per man di
notaio, come Lodovico mi manda a chiedere, della redit di
Francesco:[89] per sbito che tu l'i, dlla a Lodovico, che e' sappi
che la sar in questa lettera. Avisoti come Piero Basso[90] si part di
qua marted mattina amalato, o volessi io o no: e' me n' saputo male,
perch sono restato solo, e anche perch  paura non si muoia per la
via: ma e' s'era cacciato tanta paura nel capo di questa aria, che mai
non ce l' potuto tenere e credo sarebe guarito in quatro d, se ci
fussi stato, per quel che m'era detto da altri. Per avisami s'egli 
gunto cost.

In questa sar una lettera che va a uno che si chiama Giovanni Michi, el
quale volse gi stare meco qua e ancora mi scrive che starebbe: e io per
questa lettera gli rispondo quello che gli  a fare se e' vle. Per ti
prego che tu vadi in San Lorenzo, dove lui mi scrive che sta, e fa' di
trovarlo e da' gli la lettera e fa' d'avere risposta resoluta, perch io
non posso star solo: e anche non si truova di chi fidarsi. Avisami
subito.

Io ti scrissi come voi fermassi quel pezzo di terra di Nicol della Buca
e facessiti far tempo un mese. Cos credo che rete fatto: e io  a
mandare intorno a mezo agosto danari cost per comperare azurro, infra
quali mander ancora quegli di Nicol. Raguaglia Lodovico. Non  tempo
da scrivere.

Intesi come lo spagnuolo non aveva avuto la grazia d'andare alla Sala.
L' avuto caro; ma prgagli[91] per mia parte quando gli vedi, che
faccino cos ancora agli altri: e racomandami ancora a loro.

  A d ultimo di luglio.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


Ancora con questa fia una del Granaccio. Dlla, perch importa.


  [89] La ripudia dell'eredit di Francesco Buonarroti suo zio,
  morto il 18 di giugno 1508, fu fatta da Michelangelo a' 27 di
  luglio dello stesso anno, con strumento rogato da ser Giovanni di
  Guasparre da Montevarchi, notaio fiorentino. La medesima ripudia
  avevano fatta il giorno innanzi Lodovico padre di Michelangelo, e
  i suoi fratelli, per carta rogata da ser Antonio di ser Stefano da
  Portico.

  [90] Scarpellino e padre di Bernardino nominato indietro nelle
  lettere a Lodovico.

  [91] Cio, messere Angelo Araldo e Tommaso comandatore che
  tenevano le chiavi della Sala del Papa in Santa Maria Novella,
  dove si conservava il cartone della guerra di Pisa.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 5 d'agosto (1508).

LXXIX.[92]

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data in
bottega di Lorenzo Strozi._


Buonarroto. -- Io mandai, oggi fa otto d, la rifiutagione: credo l'rete
avuta. Tu mi di' che m'i scritto di Baccino; io non so quello ti voglia
dire, e se tu i scritto, io non l' avuta. Lodovico mi scrisse,  forse
un mese, di Baccio di Mariotto. Non so se tu ti vuoi dire di quello.
Avisa quello vuoi dire.

Di Bastiano lavoratore non dico altro: se lui volessi far bene, non
sare' da mutarlo: ma io non vo' che e' si dia a intendere che l'uomo sia
una bestia. Io fu' cagione che Lodovico lo mettessi lass, per le cose
grandi che e' mi disse di fare in quel podere; ora l' dimenticato il
tristo, ma io non l' dimenticato io. Digli da mia parte, che se e' non
fa el debito suo, che non mi vi aspetti, che per aventura potrei essere
presto di cost.

Io ti scrissi come Piero Basso s'era partito di qua amalato, o volessi
io o no. Avisami se gli  giunto ancora cost. Non  tempo da scrivere.
A d.... d'agosto.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [92] Pubblicata in parte dal Grimm, Op. cit., pag. 703.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (17 d'ottobre 1509).

LXXX.[93]

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Io ebi el pane:  buono, ma non  per da farne incetta,
perch ci sarebbe poco guadagnio. Io dtti al fante cinque carlini, e
apena che me lo volessi dare. Resto per l'ultima tua avisato come
Lorenzo[94] passer di qua e come io gli debba fare buona ciera. Mi pare
che tu non sappi com'io sto qua. Per tanto t' per iscusato. Quello che
io potr, lo far. Di Gismondo intendo come vien qua per ispedire la sua
faccenda. Digli per mia parte che non facci disegnio nessuno sopra di
me, non perch io non l'ami come fratello, ma perch io non lo posso
aiutare di cosa nessuna. Io son tenuto a amare pi me che gli altri, e
non posso servire a me delle cose necessarie. Io sto qua in grande
afanno e con grandissima fatica di corpo, e non  amici di nessuna
sorte, e none voglio; e non  tanto tempo che io possa mangiare el
bisonio mio: per non mi sia data pi noia, che io none potrei soportar
pi un'oncia.

Della bottega vi conforto a essere solleciti; e piacemi che Giovansimone
si sia aviato a fare bene: ingegniatevi d'acrescere gustamente o
mantenere quello che voi avete, acci che voi vi sappiate poi reggiere
i' maggiore cosa; perch  speranza, come torno di cost, che voi farete
da voi, se sarete uomini da ci. Di' a Lodovico che io non gli 
risposto, perch non  avuto tempo: e non vi maravigliate quando non
scrivo.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [93] Pubblicata nel _Cabinet de l'Amateur_ del Piot, vol. II, ed
  in parte dal Grimm, Op. cit., pag. 703.

  [94] Strozzi: quel medesimo nella cui bottega di arte di lana si
  riparava Buonarroto.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,(1509).

LXXXI.[95]

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Intendo per l'ultima tua come siate sani tutti e come
Lodovico  avuto un altro uficio. Tutto mi piace, e confortolo acettare,
quando la sia cosa che per e' casi che possono avenire, lui si possa
tornare a suo' posta in Firenze. Io mi sto qua all'usato e r finita la
mia pittura per tutta quest'altra settimana, ci  la parte che io
cominciai; e com'io l' scoperta, credo che io r danari e ancora
m'ingiegnier d'aver licenza per cost per un mese. Non so che si
seguir: n'rei bisognio, perch non sono molto sano. Non  tempo da
scrivere altro. V'aviser come seguir.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [95] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 705.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 26 d'ottobre 1510.

LXXXII.[96]

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Io ebbi ieri cinque ciento ducati d'oro di camera dal
Datario[97] del Papa e nne dati qua a Giovanni Balducci quatrociento
sessantatr e mezo, perch cost me ne facci dare, overo pagare da
Bonifazio Fazi quatro ciento cinquanta d'oro in oro largi. I'  ordinato
che e' sieno pagati a te. Per, visto la presente, anderai a Bonifazio,
e lui te gli pager, ci  ti dar ducati quatrociento cinquanta d'oro
largi: e se lui non potessi pagartegli per insino i' dieci d, abbi
pazienza: dipoi te gli fa' dare a ogni modo e portagli a Santa Maria
Nuova allo spedalingo e fa' gli mettere a mio conto, come stanno gli
altri, e mena teco o Giovansimone o Gismondo o tutt'a dua, e non levare
i danari dal banco, se lo Spedalingo non  in Fiorenza. Dipoi, quando
gli i fatti aconciare allo Spedalingo a mio conto, avisami subito
l'apunto di quanti danari io v': e non parlare a nessuno di simil cosa.
A Lodovico scriverr per quest'altro. Se tu vedi Michelagniolo Tanagli,
digli per mia parte, che da dua mesi in qua i'  avuta tanta noia e
passione, che io non  potuto scrivergli niente, e che io far quanto
potr di trovare qualche corniola o qualche medaglia buona per lui, e
ringrazialo del cacio: e di quest'altro sabato gli scriverr. A d venti
sei d'ottobre 1510.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [96] Pubblicata, ma non intiera, dal Grimm, Op. cit., pag. 708.

  [97] Lorenzo Pucci, fiorentino, poi cardinale del titolo de'
  Santiquattro.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 231510.

LXXXIII.[98]

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- In questa sar una di messere Agniolo.[99] Dlla subito.
Io credo che e' mi bisognier infra pochi d ritornare a Bolognia,
perch el Datario del Papa con chi io venni da Bolognia, mi promesse
quando part di qua, che subito che e' fussi a Bolognia, mi farebbe
provedere, che io potrei lavorare.  un mese che and: ancora non 
inteso niente. Aspetter ancora tutta quest'altra settimana. Di poi
credo, se altro non c', andare a Bolognia e passer di cost. E non
altro. Avisane Lodovico e di' che io sto bene.

  A d venti tre.... 1510.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [98] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 708.

  [99] L'Araldo.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 11 di gennaio (1511).

LXXXIV.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana._


Buonarroto. -- Io gunsi qua marted sera a salvamento, Idio grazia. Dipoi
 avuto e' danari qua, come mi fu scritto cost che io rei; e in questa
sar una prima di cambio di ducati dugento venti otto d'oro largi da
Lanfredino Lanfredini. Fa' d'averne promessa e pagamento al tempo, e
come tu gli i avuti, portali allo Spedalingo e fa' gli aconciare a mio
conto, e fa' aconciare ancora gli altri ultimi che io mandai allo
Spedalingo propio, e piglia el libro e le carte; dipoi m'avisa del
numero, tutto che v'.

Se tu vedi l'Araudo, digli che ringrazi per mia parte la signoria del
Gonfaloniere, e a lui mi racomanda. Io non  stasera tempo: questo altro
sabato gli scriverr. Quando vai allo Spedalingo, mena teco uno di
cotestoro e none parlate con altri. Non altro. Tieni serrato el cassone,
che e' mie' panni non sieno rubati come a Gismondo. A d undici di
gennaio.

                              MICHELAGNIOLO DI BONARROTA SIMONI
                                      iscultore in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 10 di gennaio (1511).

LXXXV.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Io ebi pi giorni f una tua lettera, per la quale 
inteso l'animo tuo apunto; e perch sarebbe lungo a rispondere
pienamente a ogni cosa, ti dir brevemente il parere mio. De' casi della
bottega io son d'animo di fare tanto quanto v' promesso, come torno
cost; e bench io abi scritto, che adesso si compri una possessione, io
son d'animo ancora di far la bottega, perch finendo qua e risquotendo
quello che io rester avere, ci sar per fare quello v' promesso. Del
trovar tu ora chi ti vole mettere in mano dua o tre mila ducati largi e
che tu facci una bottega: questa  migliore borsa che la mia. Parmi che
tu accetti a ogni modo; ma guarda di non essere ingannato, perch e' non
si trova chi voglia meglio a altri che a s. Tu mi di' che questo tale
ti vorrebbe dare una sua figliuola per moglie; e io ti dico che tutte
l'oferte che e' ti fa, ti mancheranno, dalla moglie in fuora, quando e'
te l'r apicata adosso; e quella rai pi che tu non vorrai. Ancora ti
dico, che a me non piace impacciarsi per avarizia con uomini pi vili
assai che non se' tu: l'avarizia  grandissimo pecato e nessuna cosa ove
sia pecato, pu aver buon fine. A me pare che tu dia buone parole e
intrattenga la cosa per insino che io abi finito qua, che io vega come
io mi trovo. E questo sar infra tre mesi, vel circa. Ora fa' quanto a
te pare. Io non t' potuto prima rispondere.

  A d dieci di gennaio.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.

    (_Di mano di Buonarroto._)

    1510, da Roma; a d 15 di gennaio ricevuta.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 26 di gennaio 1511.

LXXXVI.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Io ti mandai ogi fa quindici d dugento venti otto ducati
d'oro largi, e' quali detti qua a Francesco Perini. Lui mi fece la
lettera del cambio che cost ti fussino pagati da uno degli Orlandini, e
la detta lettera mssi in una mia e manda'tela. Dvevone avere risposta
ieri: non l'avendo avuta, stimo la lettera non ti sia stata presentata,
e se pure, quella di oggi fa quindici non t' stata presentata, overo 
ita male. Francesco Perini mi fece oggi f otto d un'altra di cambio,
che vi si conteneva il medesimo e messila in una mia e manda'tela. Per
sbito visto la presente, se non i avuto le lettere o danari, avisami
in ogni modo e manda le lettere per Bonifazio Fazi, perch me n' fatto
migliore servigio. E se tu i avuti e' danari, va', portagli allo
Spedalingo e fa' aconciare da lui propio questi e gli altri ultimi che
tu rimettesti a mio conto, e avisa.

Io ebi el fardello. Ancora  inteso di Baccio: parmi da trle[100] a
fitto a ogni modo. Non  tempo da scrivere: rispondimi a ogni modo,
perch m'importa, e presto come pi puoi. A d venti sei di gennaio
1510.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [100] Intendi, _le terre_.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (24 di luglio 1512).

LXXXVII.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Io non  tempo da rispondere alla tua, perch  notte, e
ancora quand'io avessi tempo, non ti posso rispondere resoluto per
insino che io non vego la fine delle cose mia di qua. Io sar questo
settembre cost e far tanto quant'io potr per voi, com'io  fatto
insino a ora. Io stento pi che uomo che fussi mai; mal sano e con
grandissima fatica; e pure  pazienzia per venire al fine desiderato.
Ben potete avere pazienzia dua mesi voi, stando diecimila volte meglio
che non sto io.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.

    (_Dietro, di mano di Buonarroto._)

    1512, a d 28 di luglio: de' d 24 detto, da Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, di luglio (1512).

LXXXVIII.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Intendo per la tua come resti caro intendere dove a me
piacessi che e' si comprassi: io intesi il simile per l'ultima di
Lodovico, ma non  avuto prima tempo da scrivere.

A me pare che sopra tutte le cose si cerchi buon sodo, sia poi dove si
vle la possessione; che io non me curo niente: come piace a voi, cos
piace a me. Ancora abiate cura comprare da giente che a un bisognio
l'uomo possa combattere con esso lui. Di Luigi Gerardini non so che mi
dire: s'ella non  buona entrata, n anche buon sodo, io non so quello
che s'abbia a comprare altro: tant' che a me non d noia nessuna in
qual luogo voi vi compriate: e di questo non bignia[101] pi scrivere,
purch la cosa sia sicura: e non correte a furia, che noi non fussimo
gabati. Non mi acade altro. Quando vedi Giovanni Da Ricasoli,
racomandami a lui.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma:
                                di luglio, non so a quanti.


  [101] Idiotismo fiorentino per _bisogna_.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (21 d'agosto 1512).

LXXXIX.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Io  avuta una tua lettera, alla quale rispondo brevemente
per non aver tempo. Del mio tornare cost, io non posso tornare, se io
non finisco l'opera, la quale stimo finire per tutto settembre; vero 
che  s gran lavoro, che non mi so aporre a quindici d. Basta che
nanzi Ognisanti sar cost a ogni modo, se io non muoio in questo mezo.
Io sollecito pi ch'io posso, perch mi par mille anni eser cost.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.

    (_Dietro, di mano di Buonarroto._)

    1512, a d 25 d'agosto: de' d 21 detto, da Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (5 di settembre 1512).

XC.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Io non t' scritto pi d fa, perch non mi  acaduto: ora
intendendo di qua come cost passono le cose, mi pare di scrivervi
l'animo mio, e questo , che sendo la Terra in mala disposizione,[102]
come si dice qua, che voi tutti veggiate di ritrarvi in qualche parte
che voi siate sicuri, e abandonare la roba e ogni cosa; perch molto pi
vale la vita che la roba; e se non avete danari da levarvi di cost,
andate allo Spedalingo e fatevene dare; e se io fussi in voi, io leverei
tutti e' danari che lo Spedalingo  di mio, e verrei a Siena e trei una
casa e starei l tanto, che cost s'assettassino le cose. Credo che la
procura che io feci a Lodovico, non sia ancora finito el tempo suo che
lui possa ancora risquotere e' mia danari; per se bisognia, pigliategli
e spendete in simili casi di pericoli quello che bisognia; el resto mi
serberete: e de' casi della Terra non vi impaciate di niente n in fatti
n in parole, e fate come si fa alla mora; siate e' primi a fugire. Non
altro. Avisami di qualcosa pi presto che tu puoi, perch sto con gran
passione.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.

    (_Dietro, di mano di Buonarroto._)

    1512, da Roma, a d 9 di settembre: de' d 5 detto.


  [102] La mossa alla volta della Toscana delle genti spagnole, la
  presa e il miserando sacco dato da loro a Prato, e la deposizione
  del gonfaloniere Piero Soderini, avevano portato grandissima
  alterazione in Firenze. Alle quali cose accenna Michelangelo in
  questa lettera.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 18 di settembre (1512).

XCI.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Io intesi per l'ultima tua come la Terra stava in gran
pericolo; onde n' avuta gran passione. Ora s' detto di nuovo che la
Casa de' Medici  entrata in Firenze[103] e che ogni cosa  aconcia: per
la qual cosa credo che sia cessato il pericolo, cio degli Spagnuoli, e
non credo che e' bisogni pi partirsi; per statevi in pace, e non vi
fate amici n familiari di nessuno, se non di Dio; e non parlate di
nessuno n bene n male, perch non si sa el fine delle cose: attendete
solo a' casi vostri.

E' quaranta ducati che Lodovico  levati da Santa Maria Nuova, io vi
scrissi l'altro d una lettera che in casi di pericoli della vita voi ne
spendessi non che quaranta, ma tutti: ma da questo in fuora, io non v'
dato licenza che voi gli tochiate. Io v'aviso che io non  un grosso e
sono si pu dire scalzo e gnudo e non posso avere el mio resto, se io
non  finita l'opera: e patisco grandissimi disagi e fatiche. Per
quando voi ancora soportassi qualche disagio, non vi incresca, e i'
mentre che voi potete aiutare de' vostri danari, non mi togliete e' mia,
salvo che in casi di pericoli, come  detto. E pure quando avessi
qualche grandissimo bisognio, vi prego che prima me lo scriviate, se vi
piace. Io sar cost presto. Non mancher a modo nessuno, che io non
facci l'Ognisanti cost, se a Dio piacer.

  A d 18 di settembre.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.

    (_Dietro, di mano di Buonarroto._)

    1512; da Roma, a d 23 di settembre: de' d 18 detto.


  [103] Rientrarono in Firenze a' 12 di quel mese.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (30 di luglio 1513).

XCII.[104]

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Michele scarpellino[105]  venuto qua a stare meco e mmi
richiesto di cierti danari per le sue giente cost: e' quali io te gli
mando. Per subito va' a Bonifazio, e lui ti dar ducati quatro largi, e
dgli a Meo di Chimenti scarpellino[106] che lavora nell'Opera,[107] e
dgli e dgli[108] la lettera che fia con questa, che va a lui, e fatti
fare una fede di sua mano, come e' gli  ricievuti da me per Michele: e
mndamela.

Il detto Michele m' ditto come tu gli i mostro che i speso a
Settigniano circa sessanta ducati. Io mi ricordo che tu me lo dicesti
anche qua a tavola, che avevi speso del tuo dimolti ducati. Io feci le
vista di non ti intendere e non mi maravigliai niente, perch io ti
conosco. Io credo che tu gli abbi scritti e che tu ne tenga conto per
potercegli un d domandare. E io vorrei sapere dalla tua ingratitudine
con quali danari tu gli i guadagniati; l'altra vorrei sapere, se tu
tien conto di quegli dugiento venti otto ducati che voi mi togliesti da
Santa Maria Nuova, e di molte altre centinaia che io  speso in casa e
in voi, e de' disagi e degli stenti che io  avuti per aiutarvi. Vorrei
sapere, se tu ne tien conto. Se tu avessi tanto intelletto che tu
conosciessi el vero, tu non diresti: io  speso tanto del mio: e anche
non saresti venuti qua a sollecitare con meco il fatto vostro, vegiendo
com'io mi sono portato con voi pel tempo passato; anzi resti detto:
Michelagniolo sa quello che e' ci  scritto, e se e' non lo fa cos ora,
debe aver qualche impedimento che noi non sapino: e star pazienti:
perch e' non  bene spronar quello cavallo che corre quanto e' pu, e
pi che e' non pu. Ma voi non m'avete mai conosciuto, e non mi
conosciete. Idio ve lo perdoni! perch lui m' fatto la grazia che io
rega a quello che io rego, overo  retto, acci che voi siate aiutati:
ma lo conoscierete quando non m'rete.

Io t'aviso come non credo poter venire questo setembre cost, perch
sono sollecitato i' modo i' modo[109] che io non posso aver tempo da
mangiare. Idio voglia che io possa reggiere: per io voglio, com'io
posso, fare la procura a Lodovico, com'io scrissi: ch io non l' mai
dimenticato, e vogliovi mettere i' mano mille ducati d'oro largi, com'io
v' promesso, a ci che cogli altri che voi avete, voi cominciate a fare
da voi. Io non voglio niente di vostri guadagni, ma io voglio esser
sicuro che in capo di dieci anni, voi, vivendo io, mi consegniate in
robe o in danari questi mille ducati, quand'io gli rivolessi; che non
credo che questo abia a venire; ma quando mi venissi il bisognio, io gli
possa riavere, come  detto. E questo sar un freno a voi, che vo' non
gli manderete male: per pensate e consigliatevi e scrivetemi come voi
volete fare. E' quattrociento ducati che voi avete di mio, voglio che si
dividino in quatro parte, e che e' ne tochi ciento per uno: e cos ve
gli dono. Ciento a Lodovico, ciento a te, ciento a Giovansimone, e
ciento a Gismondo; con questo con questo,[110] che voi non possiate
farne altro che tenergli insieme in sulla bottega. Non altro. Mostra la
lettera a Lodovico, e resolvetevi di quello che volete fare, e
assicuratemi, come v' scritto. A' d trenta di luglio. Abbi a mente di
dare e' danari che io ti mando di Michele.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.

    (_Dietro, di mano di Buonarroto._)

    1513; da Roma, a d XI d'agosto: de' d 30 di luglio ricevuta.

    (_Di mano di Lodovico._)

    De' 100 ducati d a' sua frategli e a me, che non gli ebbi mai.


  [104] Di questa lettera  una copia lacera di mano forse di uno
  de' fratelli di Michelangelo, nella quale  posto dopo il 30
  luglio l'anno 1513.

  [105] Michele di Piero da Settignano, detto Battaglino, del quale
   stato parlato indietro.

  [106] Abbiamo ragione di credere che questi sia Bartolommeo di
  Chimenti di Frosino da Settignano.

  [107] Nell'Opera di Santa Maria del Fiore.

  [108] Cos nell'autografo.

  [109] Sta cos nell'autografo.

  [110] Ripetizione dell'autografo.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (31 di marzo 1515).

XCIII.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- In questa sar una lettera di cambio di ducati novecento
d'oro largi, e' quali m'nno a pagare i Benintendi, cio Lorenzo
Benintendi, visto la presente: fa' d'averne la promessa in questo mezo,
se io non fussi gunto cost: che credo partirmi domattina. A d ultimo
di marzo.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.

    (_Dietro, di mano di Buonarroto._)

    Da Roma: a d 5 d'aprile 1515 ricevuta.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 28 di aprile (1515).

XCIV.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Io son gunto adesso in Roma a salvamento, grazia di Dio.
Prgoti che tu mi mandi quel perpigniano pi presto che tu puoi e t'lo
di quello colore pieno che tu mi mostrasti un saggio, e fa' sopr'ogni
cosa che sia bello: e tnne cinque braccia e fa' di mandarlo o pel fante
o per altri, pur che e' venga presto: e intendi poi dallo Spedalingo se
e' mi pu far pagar qua quegli trecento novanta cinque ducati; e
ritienti di questi quello che coster il detto perpigniano; e prgoti lo
mandi presto, e dirizalo a me o a Domenico Boninsegni in palazo in casa
el cardinale de' Medici. Non  da dire altro per adesso. A d venti 8
d'aprile.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (19 di maggio 1515).

XCV.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- I'  ricevuto el perpigniano:  buono e bello. La lettera
del cambio che tu mi mandasti, none sta bene, perch la dice che e' Gadi
mi pagino ducati di camera e io gli  avere d'oro largi: per non gli 
voluti pigliare: e rimndoti la lettera in questa. Fttene fare un'altra
che stia bene e rimndamela. Non altro. Non  tempo da scrivere.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (2 di giugno 1515).

XCVI.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- I'  ricevuti e' danari da' Gadi, ci  trecento novanta
tre ducati largi. Tu mi scrivi che vorresti che io t'aiutassi qua di
quella cosa che tu mi parlasti cost quando v'ero. A me non basta
l'animo aiutarti di simil cosa, perch non ci  mezo; che se io
l'avessi, m'aiuterei delle cose mia che importano molto pi. Dello
scrivere cost a Filipo,[111] io non ci  tal familiarit, che io lo
facessi, e ancora so che lui non farebbe conto di mia lettere: pure se
tu vuoi che io gli scriva, scrivimi una lettera tutta intera come tu la
vi, e io la far come quella apunto.

In questa sar una che va a Carrara: prgoti che tu vega di mandarla
segretamente che e' non lo sappi n Michele,[112] n nessuno dell'Opera,
n altri. Vedi se Luigi Gerardini avessi modo da mandarla bene: e
racomandami a lui e digli che io lo ristorer. Non altro.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [111] Strozzi.

  [112] Da Settignano.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 16 di giugno 1515.

XCVII.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Io  scritto la lettera a Filipo Strozi: guarda se ti
piace e dgniene: quando non stssi bene, so che m'r scusato, perch
non  mia professione: basta che e' ti serva. Io vorrei che tu trovassi
lo spedalingo di Santa Maria Nuova e che tu mi facessi pagar qua mille
quatro cento ducati di quegli che gli  di mio, perch qua mi bisognia
fare sforzo grande questa state di finire presto questo lavoro,[113]
perch stimo poi avere a essere a' servizi del Papa.[114] E per questo 
comperato forse venti migliaia di rame per gittar certe figure.
Bisogniami danari: per visto la presente, fa' con lo Spedalingo che e'
me gli facci pagare; e se tu potessi fare con Pier Francesco Borgerini,
che  cost, che lui me gli facessi pagare qua da' sua, l'rei molto
caro, perch Pier Francesco  mio amico e mi servirebe bene: e non far
rumore, perch vorrei mi fussino pagati qua segretamente: e di quello
che resta a Santa Maria Nuova, pigliane buona cautela dallo Spedalingo,
per buon rispetto. Io aspetto e' danari. Non altro.

  A d 16 di gugnio 1515.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [113] Intendi quello della sepoltura di papa Giulio, ripreso da
  Michelangelo dopo la morte del detto Papa.

  [114] Da ci si rileva che papa Leone aveva gi cominciato a
  ragionare del lavoro della facciata di San Lorenzo.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (30 di giugno 1515).

XCVIII.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Passando io a questi d dal banco de' Borgerini, mi disse
el cassiere avermi a pagare cierti danari e ch'erono a mia posta. Non
gli  voluti pigliare, se prima non  lettere da te della quantit.
Scrissi la lettera che tu mi domandasti. So che non stava bene, perch
non  mia professione e non  'l capo a simil cose. Altro non m'acade.
Con questa sar una lettera che va a Michele. Prgoti che la dia a lui
propio.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (7 di luglio 1515).

XCIX.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- I'  ricievuto e' danari da' Borgerini e nnomi servito
bene. Ora io vorrei che tu pigliassi e' libro e le carte del resto de'
danari ch'egli [115] e che tu me lo mandassi per tenerlo apresso di me,
bench io gli vo' cavar di mano presto ci che gli  di mio, per buon
rispetto: e basta.

Intesi per la tua ultima, come la lettera che io ti mandai[116] stava
bene e come la potrebbe giovare ne' casi dell'albitrio. Dio il voglia!
Manda'ti pel passato in una tua, una di Michele: vorrei mi facessi
rispondere, acci che io possa pigliare altro partito. Bench e' non sia
da fondar cosa nessuna sopra Michele, pure questa cosa che io gli
domando, credo che la sappi, ci  se io son per avere marmi questa
state da Pietra Santa; perch qua m' detto Domenico Boninsegni che
intende che la strada[117]  presso  fatta: per di' a Michele che mi
risponda. Non altro. Badate a' fatti vostri e massimo dell'anima, perch
oggi par che bisognia.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [115] Intendi de' denari depositati presso lo Spedalingo di Santa
  Maria Nuova.

  [116] Scritta da Michelangelo a Filippo Strozzi.

  [117] Era la strada che i Consoli dell'Arte della Lana avevano
  fatto fare per condurre i marmi dalle cave di Pietrasanta e di
  Seravezza, scoperte allora e cominciate ad esercitare. Ed in
  questa impresa erano molto incaloriti papa Leone e il cardinale
  Giulio de' Medici, volendo non esser pi obbligati a servirsi de'
  marmi di Carrara. Ma Michelangelo vedeva la cosa per altro verso,
  e si piegava di mala voglia al desiderio del Papa e del Cardinale,
  stimando che i marmi di Carrara fossero di altra qualit e
  migliori di quelli di Pietrasanta, e dubitando di non dispiacere
  al marchese Alberigo Malaspina; il quale poi che seppe la cosa,
  n'ebbe tanto sdegno, che volt in odio la benevolenza fino allora
  sempre dimostrata verso Michelangelo, che ne ebbe poi a patire per
  questa cagione molti dispetti e soperchierie.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (28 di luglio 1515).

C.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Io t'avisai pel passato come avevo ricievuto e' danari da'
Borgerini: ancora ti scrissi com'io volevo presto levare el resto: per
se ti pare da dare un toco allo Spedalingo, come infra quindici me ne
bisognia un'altra parte, mi farai piacere. Intesi come la lettera che io
ti scrissi per Filipo,[118]  giovato allo sgravo: n' avuto piacere.
Quando sar di qua lo ringrazier. Non altro. Non  tempo da scrivere.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [118] Strozzi.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (1 d'agosto 1515).

CI.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Io  visto per la tua ultima come stanno e' danari, e'
libro e le carte: ll'avuto caro, bench  fantasia di levarnegli
presto, come t' scritto: e quando sar tempo t'aviser. In questa sar
una che va a Michele: fa' di dargniene. Io non gli scrivo, perch io non
sappi che gli  pazo, ma perch io  di bisognio d'una certa quantit di
marmi e non so come mi fare. A Carrara non voglio andare io, perch non
posso, e non posso mandar nessuno che sia el bisognio, perch si e' non
son pazi, e' son traditori e tristi; come quel ribaldo di
Bernardino[119] che mi peggior cento ducati in quel che gli stette qua,
sanza l'essere ito cicalando e dolendosi di me per tutto Roma: che l'ho
saputo, poi che io son qua. Egli  un gran ribaldo: guardatevi da lui
come dal fuoco, e fate che non entri in casa per conto nessuno. Sono
uscito di proposito. Non m'acade altro. Darai la lettera a Michele.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [119] Bernardino di Pier Basso, ricordato altre volte.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 4 d'agosto (1515).

CII.

_A Buonarroto di Lodovico di Lionardo Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Perch i'  inteso qua certe cose dello Spedalingo che non
mi piacciono, tu che se' cost pi apresso debbi veder overo intender
meglio la cosa, che non fo io; per quando ti paressi che e' mia danari
corressin pericolo nessuno, fa'megli pagar qua. Va a Pier Francesco
Borgerini e lui me gli far pagar qua: e se ti par da farlo, fa' presto,
subito visto la presente, e non aver rispetto nessuno: se non,
rispondimi quello che ti pare. rei caro ancora che tu intendessi un
poco, se quella strada de' marmi[120] si fa da Michele o da altri e che
tu m'avisassi. Prgoti mi risponda presto, perch sto in gielosia, e
avisami come sta Lodovico, perch  assai non m' scritto.

  A d quatro d'agosto.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [120] Di Pietrasanta e di Seravezza.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 11 d'agosto (1515).

CIII.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Per l'ultima tua intendo come lo Spedalingo ti disse che
non avea finiti di riscuotere ancora e' mie' danari: questo mi pare un
mal segnio: dubito non avere a combatter seco. Io poi che tornai di
cost non  mai lavorato: solo  atteso a far modegli e a mettere a
ordine e' lavoro, i' modo che io possa fare uno sforzo grande e finirlo
in dua o tre anni per forza d'uomini: e cos  promesso:[121] e sono
entrato in grande ispese, solo sopra 'l fondamento di cotesti danari che
io  cost; stimando avergli a mia posta, come vle la ragione e come si
fa de' dipositi: e che adesso e' mi mancassino, io stare' fresco! Per
subito, visto la presente, anderai a trovar lo Spedalingo e di' che e'
mi bisogniono adesso a ogni modo, e che io crederrei, quando non gli
avessi di mio, che e' me gli prestassi e che e' me ne servissi del suo,
avendo tenuti tanti danari tanto tempo sanza interesso nessuno; e quando
gli voglia contare, fa'megli pagare qua da Pier Francesco Borgerini; e
quando lui me gli voglia far pagar qua lui, faccimegli pagare: con
questo, che io gli abbi sbito. Rispondimi quello segue, e io t'aviser
quello rai a fare: e fa intendere allo Spedalingo, che io  ordinato
inanzi che passi quattro mesi, fargli dipositare nelle sua mane sei mila
ducati d'oro. Non altro. De' marmi che mi scrivi, non  cosa da te: io
far ben tanto o in un modo o in un altro, che io sar servito. Intendo
come cost non si fa niente. Statevi in pace temporegiando me' che
potete, e non vi impacciate se non de' casi vostri. Rispondimi presto.

  A d undici d'agosto.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


In questa sar una che va a Carrara al Zara:[122] non sar suggellata;
prgoti ne scriva qualcuna a quel modo, e che me ne mandi tante, che
n'abi qualcuna: e poi sugiella la mia, e anche quella gli manda per
miglior via che tu pi.

    (_Dietro, di mano di Buonarroto._)

    1515. Di Roma, a d 16 d'agosto: de' d 11 ricevuta.


  [121] Dopo la morte di papa Giulio, Leonardo Grosso Della Rovere
  detto il Cardinale Aginense, e Lorenzo Pucci, datario, poi
  cardinale Santiquattro, avendo come suoi esecutori testamentarii
  avuto commissione di procurare che la sepoltura del Papa si
  facesse, fermarono a questo effetto con Michelangelo per
  istrumento del 6 di maggio 1513, rogato da Francesco Vigorosi
  notaio dell'Auditore della Camera Apostolica, una nuova
  convenzione, colla quale egli si obbligava di finire quel lavoro
  dentro sette anni, per il prezzo di sedicimila cinquecento ducati,
  computati i tremila ducati avuti innanzi da papa Giulio; col patto
  che di questi danari gli dovessero essere pagati ducati dugento al
  mese per due anni, e per gli altri cinque anni che restavano,
  ducati centotrenta mensuali, fino al compimento della detta somma.
  La forma della sepoltura era un quadro veduto solamente da tre
  faccie, appiccandosi la quarta al muro. In essa dovevano andare
  ventotto figure di tutto tondo e maggiori del naturale, oltre tre
  storie di marmo o di bronzo, secondoch meglio fosse piaciuto. Ma
  tre anni dopo, e cos a' d 8 di luglio del 1516 con contratto
  stipulato tra i detti esecutori testamentarii e Michelangelo,
  rogato da Albizo di Ser Francesco Seralbizi notaio fiorentino
  dimorante in Roma, fu fatta nuova convenzione, cassando la
  precedente, nella quale Michelangelo prometteva di dare finita
  l'opera, secondo un nuovo modello e disegno da lui presentato, per
  il medesimo prezzo di sedicimila scudi, e dentro lo spazio di nove
  anni. In questo nuovo disegno le figure di tutto tondo erano
  ventidue, oltre cinque storie di bronzo in bassorilievo. Ma questa
  magnifica opera and poi per le successive convenzioni del 1532 e
  del 1542 tanto ristringendosi, che all'ultimo le 28 statue della
  prima convenzione, e le 22 della seconda furono ridotte a sette, e
  delle storie non se ne fece niente.

  [122] Domenico Fancelli, scultore fiorentino, ricordato altre
  volte.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (18 d'agosto 1515).

CIV.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Io non  tempo da scriverti a lungo; solo questi dua versi
per dirti com'io aspetto e' danari, come ti scrissi per l'ultima mia.
De' campi che tu mi di' che Lodovico ti fa scrivere, digli che io gli
trr, ma lascino passare prima dua mesi. Non altro. Attendete a far
bene, perch bisognia.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (25 d'agosto 1515).

CV.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Io ebi dua lettere di cambio: e' Borgerini l'nno
accettate e nnomi fatto fede come gli nno in diposito di mio e' detti
danari, e stanno a mia posta. Di quest'altra settimana me gli far dare.
Tu mi scrivi che Pier Francesco mi mander el resto: io ti dico che se
Pier Francesco non  modo di farmegli pagare qua adesso sanza suo danno,
che tu gli rimetta sbito in Santa Maria Nuova e piglia e' libro e le
carte e mndamelo. Prgoti che questa faccenda tu la facci presto: e
avisami de' casi tua e della bottega. Abbi pazienza e ingiegniati con
ogni diligienza mantenere quel capitale che voi avete. Non altro. Sabato
non scrissi, perch 'l fante si spacci venerd, che io nol seppi.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (1 di settembre 1515).

CVI.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Io ebbi le lettere e porta'le a' Borgerini e lascia'vi e'
danari in diposito. Ogi, o luned, ander per essi. Un'altra volta non
levare da Santa Maria Nova e' danari, se tu non sai prima di potermegli
far pagar qua; e none levare se non quant'e' tu me ne fai pagare; per
el resto, se tu non me gli i mandati, rimettigli sbito in Santa Maria
Nova, e fa d'avere e' libro e le carte e mndamelo, e fa' presto
quant'e' puoi, e non lasciare e' mia danari in man d'altri; ch io non
conosco uomo che viva. Tu ti duoli meco de' casi della bottega: abbi
pazienzia: per tutto  delle passione pi che tu non credi e non sai.
Questi tempi io gli  aspettati gi pi anni sono, e vene sempre
avisati, che e' non era tempo da entrare in simil cosa. Pure ingegniati
mantenere el capitale e attendete all'anima, perch le cose potrebbono
ire pi l che tu non credi. Rispondi al padre di Betto[123] da
Rovezzano, che io non  marmi da lavorare; che io l'rei accettato
volentieri: e non gli dare altra speranza. Con questa sar una che va a
messere Antonio, cancelliere del marchese di Carrara. Fanne buon
servigio e avisa.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Dietro, di mano di Buonarroto._)

    1515. Di Roma, a d 5 di settembre: de' d primo di detto
    ricevuta.


  [123] Benedetto di Bartolommeo da Rovezzano, scultore.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (8 di settembre 1515).

CVII.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Intendo per l'ultima tua come il resto dei danari sono in
Santa Maria Nova. Io ti scrissi che tu ve gli rimettessi, credendo,
secondo che tu m'avevi scritto, che tu gli avessi dati a Pier Francesco
che me gli mandassi per un mulattiere; e perch e' non mi piaceva, ti
scrissi gli rimettessi dove s'erano. Ora tu mi di' non gli avere levati:
la cosa sta adunche bene: non bisognia pi parlarne. Quando n'r di
bisognio, t'aviser. Tu mi scrivi in un modo, che par che tu creda che
io abi pi cura delle cose del mondo, ch'e' non si conviene: eh io n'
pi cura per voi che per me medesimo, com'io  sempre fatto. Io non vo
drieto a favole, e non son per pazzo afatto, come voi credete; e credo
che voi gusterete meglio le lettere che io v' scritto da quattro anni
in qua, di qui a qualche tempo, che voi non fate adesso, se non mi
inganno; e s'io m'inganno, i' non mi inganno in cose cattive, perch io
so che d'ogni tempo  buono aver cura di s e delle sua cose. Io mi
ricordo che tu volevi pigliar certo partito circa diciotto mesi f, o
pi o meno non lo so; io ti scrissi che e' non era ancora tempo; che tu
lasciassi passare un anno per buon rispetto. In questo tempo, pochi d
poi mor el re di Francia: tu mi rispondesti overo scrivesti dipoi, che
el re era morto e che in Italia non era pi pericolo di cosa nessuna, e
che io andavo drieto a frati e a favole, e facestiti befe di me. Vedi
che 'l re non  per morto:[124] e sare' molto meglio per noi che voi vi
fussi governati a mio modo gi parechi anni sono: e basta. Io  avuta
con la tua una lettera che viene da Carrara dal Zara[125] e mostra aver
desiderio di servirmi: io non gli scrivo niente, perch io  scritto a
messer Antonio da Massa, cancelliere del marchese di Carrara, per
l'ultima che io ti mandai. Credo gliene rai mandata: e non vo' dare
altra comessione a altri, se prima non  risposta da lui. Non altro.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.

    (_Dietro, di mano di Buonarroto._)

    1515. Di Roma, a d 12 di setembre: de' d 8 detto ricevuta.


  [124] Perch morto Lodovico XII, era succeduto Francesco I.

  [125] Domenico Fancelli, scultore, soprannominato il Zara, come 
  stato gi detto indietro.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 22 di settembre 1515.

CVIII.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Io t' scritto pi volte el parer mio e cos sono per far
sempre, perch fo per bene vostro ci che io fo, e bench tu abi un
altro opinione, questo non importa niente: vero  che e' non  da farsi
befe di nessuno, e lo star con timore in questi tempi e provedersi per
l'anima e pel corpo non pu nuocere niente.

Io rei caro che tu mi facessi pagar qua de' danari, quando tu
intendessi che e' fussi tempo che e' non se ne perdessi niente. Non
altro. Attendete a stare in pace e quel che non si pu fare, non si
facci: s'e' tempi sono cattivi, bisognia avere pazienza; e pensate che
ci che io fo, fo per voi, come per me.

  A d 22 di settembre 1515.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (20 d'ottobre 1515).

CIX.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Io t' scritto che tu mi facci pagar qua que' danari, e
cos ti scrivo di nuovo, quando e' torni bene a chi tu me gli fai
pagare; perch come t' scritto, non voglio obrigi, o manco che io
posso. E' primi danari che tu mi facesti pagar qua, ne guadagni dua per
cento chi me gli pag; e' secondi, ne perd: ch non fu mia intenzione,
perch non m'intendo di queste cose. Stimavo che e' si facessi quel
medesimo. Ora di questi fa come tu voi, purch e' mi sieno pagati quando
ti vien bene. Sappi che io non voglio dar carico n noia nessuna a Pier
Francesco Borgerini, perch io gli voglio essere manco obrigato che io
posso, perch io gli  a fare una certa cosa di pittura,[126] e parrebe
che io ricercassi el pagamento inanzi: per non voglio obrigo seco,
perch io gli voglio bene e non voglio niente da lui e vo'lo servire per
amore e non per obrigo: e servirollo, se io potr, pi volentieri che
uomo che io servissi mai, perch gli  veramente giovane da bene: e s'io
non m'inganno, di Fiorentini qua non  pari. Intendo come di cost
presto farete festa dell'acordo.[127] L' molto caro, perch el nostro
bene mi piace assai; pur non di manco attendi alle cose tua e non ti
impaciar di niente, e quel che per altre lettere t' scritto, non te ne
far befe. Non altro.

Con questa sar una: prego la mandi bene a Carrara.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [126]  certo che Michelangelo aveva promesso di fare un quadro di
  pittura a Pier Francesco Borgherini, e di questo si parla anche
  nelle lettere di Buonarroto suo fratello e di Lionardo sellaio:
  per il soggetto  ignoto. Ma poi si vede che Michelangelo non ne
  fece altro; anzi propose al Borgherini di dare a fare il quadro ad
  Andrea del Sarto, del quale pare che egli non restasse troppo
  soddisfatto. Nondimeno diede a dipingere a lui, al Pontormo e al
  Granacci per ornamento d'una sua camera alcune tavolette con i
  fatti di Giuseppe Ebreo. Delle quali tavolette, quattro sono oggi
  nella R. Galleria degli Uffizi comprate nel 1584 dal Granduca
  Francesco: le due d'Andrea per 360 scudi e le altre del Pontormo
  per 90.

  [127] Cio l'accordo tra Francesco I e papa Leone, nel quale erano
  compresi, oltre la Repubblica di Firenze, ancora Giuliano e
  Lorenzo de' Medici.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (3 di novembre 1515).

CX.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- I'  avuto la letera del cambio del resto de' danari. Non
son ito ancora al banco de' Borgerini: v'ander di quest'altra
settimana. Credo mi serviranno bene, com'nno fatto altre volte. Tu mi
scrivi, che lo Spedalingo s' doluto di me, che io abbia levati tanti
danari in s poco tempo: parmi che e' sia un gran matto a dolersi di
simil cosa, facendom'io rendere el mio che gli  goduto tanto, e pi
ancora avendomi oferto cinque cento ducati del suo, quando bisogniassi.
Ma io non mi maraviglio, perch io so chi egli .[128] Tu mi richiedi di
danari, e di' che ora le cose sono aconcie e che e' si comincia a
riscuotere e a lavorare. Io mi rido del fatto tuo, e marvigliomi di
certe cose che tu mi scrivi. Ora io non sono per replicare altro: de'
danari io non posso, perch a me bisognia lavorare du' anni inanzi che
io sia del pari con costoro; tanti danari  avuti. S che andate
temporegiando e non vi manca da vivere: e atendi a riscuotere el pi che
tu puoi, e non entrare in pi faccende per tutto questo verno, e non dar
niente a credenza. Queste cose io te l' a scrivere, perch io sono
obrigato, intendendola a questo modo: so ben che tu te ne fai befe. Non
altro.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [128] Era Spedalingo di Santa Maria Nuova messer Lionardo
  Buonafede.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (6 di novembre 1515).

CXI.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Tu mi scrivi che i parlato allo Spedalingo, e che come e'
torna dice che far 'l bisognio. Tu mi di' che anderai a trovare el
garzone di Pier Francesco e che me gli farai pagar qua. Io ti scrissi
che quando tu trovavi da potermegli far pagare, che tu lo facessi. Pier
Francesco dice che ne perde: io non gli voglio far danno, n che patisca
per mio amore, perch'io non voglio esser obrigato a nessuno: per non
gli sendo comodo, n a lui n a altri, lsciagli pi presto stare dove
e' sono. Non m'acade altro. El Papa s' partito da Roma e qui si dice
che viene cost.[129]

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [129] Papa Leone entr in Firenze a d 30 di novembre, e ne part
  a' d 3 del mese seguente.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Carrara, 23 di novembre 1516.

CXII.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Io  inteso per le tua ultime[130] come Lodovico  stato
per morire, e come ultimamente el medico dice, non acadendo altro, che
gli  fuora di pericolo: poich cos , io non mi metter a venire
cost, perch m' sconcio assai: pure quando ci fussi pericolo, io lo
vorrei vedere a ogni modo inanzi che e' morissi, se io dovessi morire
seco insieme. ma io  buona speranza che gli star bene, e per non
vengo: e quando pure avenisse che egli ricascassi; che Dio lui e noi ne
guardi; fa che e' non gli manchi niente delle cose dell'anima e de'
sacramenti della Chiesa, e fatti lasciare da lui se e' vuole che noi
facciamo cosa nessuna per l'anima sua; e delle cose necessarie al corpo,
fate che e' non gli manchi niente: perch io non mi sono afaticato mai
se non per lui, per aiutarlo ne' sua bisogni inanzi che lui muoia, e
cos fa che la donna tua attenda con amore quando bisogni al suo
governo, perch la ristorer e tutti voi altri quando bisogniassi. Non
abbiate rispetto nessuno se vi dovessi mettere ci che noi abbino. Non
m'acade altro. State in pace, e avisami, perch sto con passione e
timore assai.

Una lettera che sar in questa, dlla a Stefano sellaio che la mandi a
Roma ne' Borgerini. Fanne far buon servizio, perch son cose che
importano.

  A d venti tre di novembre 1516.


  [130] Buonarroto scrisse a Michelangelo a' 7 di novembre che
  Lodovico loro padre a' primi di quel mese si era ammalato d'un
  _trabocco di scesa_, cio d'una portata di catarro al petto, come
  si direbbe oggi; ma che allora era un po' migliorato. E in
  un'altra lettera del 18 dello stesso mese dice che, secondo
  l'avviso del medico, egli era fuori di pericolo.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Carrara, 13 di marzo 1517.

CXIII.[131]

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


_Buonarroto._ -- Io non  prima risposto a una tua per non aver da mandar
le lettere .... o che  dell'altre faccende che mi danno pi noia.
_Dell'uficio_ .... che tu mi di' avere avuto, fanne come ti pare a te,
che io non me ne _intendo_: che  tempo da pensare a simile cose! _Tu mi
avisi_ che i venduto el mio cavallo e che ai pagato per Luigi
_Gerardini e'_ danari: i fatto bene: serbami el resto. _Io ti aviso
che_ non credo venire cost per parechi mesi, perch  auto
_commessione_ dal Papa fare la facciata di San Lorenzo, come _rai
inteso_. _Non bisognia_ che io venga a veder pi che Baccio d'Agnolo
_solleciti il modello_, perch n' fatto qua uno io a mio modo .... e
non  pi bisognio di lui. Per come  de_tto_ .... avessi modo di
mandare qua pel vostro m_ulo, avisami_ per chi l' mandare: e non lo
posso tenere per_ch non  comodit n_ di biada n di paglia n di
fieno. Parmi .... voi, manda sbito per esso, e io dar a colui .... mi
scriverrai. Se non mandi, lo rimander .... _vo_rrei avere a mandare
cost per non .... _Non acade_ altro. Siate sani. Cristo vi guardi ....

  A d tredici di marzo 1516.

                              MICHELAGNIOLO in Carrara.


  [131] Il foglio  lacero e frammentato. Quel poco che si vede
  stampato in corsivo ci siamo ingegnati di supplirlo per via di
  congettura e coll'aiuto del contesto.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Pietrasanta, 2 d'aprile (1518).

CXIV.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Io vorrei che tu mi avisassi se Iacopo Salviati  fatto
fare el partito a' Consoli dell'Arte della lana secondo la minuta, come
mi promesse, e se non l' fatto fare, prgalo per mia parte che lo
facci; e quando tu vedessi che e' non fussi per farlo, avisami, acci
che io mi ritraga di qua, perch mi son messo in una cosa da impoverire
e anche non mi riesce come stimavo: pur nondimanco, quando mi sia
osservato quello ch' detto, sono per sequitare la impresa con
grandissima spesa e noia, senza certezza nessuna per ancora.

Circa a' casi della strada[132] qua, di' a Iacopo, che io far tanto
quanto piace alla sua Magnificenzia, e che quello mi commetter, non se
ne troverr mai ingannato, perch io non cerco l'utile mio in simile
cose, ma l'utile e l'onore de' padroni e della patria: e se io  chiesto
al Papa o al Cardinale che mi dieno alturit sopra questa strada, l'
fatto solo per potere comandare e farla dirizare in que' luoghi dove
sono e' marmi migliori; che non gli conoscie ognuno: e non l' chiesta
per farla fare per guadagniare, che io non penso a simile cosa; anzi
prego la magnificenzia di Iacopo che la facci fare a maestro
Donato,[133] perch vale assai in questa cosa, e  che e' sia fedele; e
che a me dia alturit di farla adirizare e aconciare come mi pare,
perch conosco dove sono e' marmi migliori e so che strada bisognia a
carregiare e credo megliorarci assai per chi spender. Per fa'
intendere quello ti scrivo a detto Iacopo e racomandami a sua
Magnificenzia, e prega quella mi racomandi a Pisa a' sua uomini che mi
faccino favore a trovare barche per levare e' mia marmi da Carrara. Sono
stato a Gienova e  condotto quattro barche alla spiaggia per
caricargli. E' Carraresi nno corotti e' padroni di dette barche e nno
pensato d'assediarmi, i' modo che io non  fatto conclusione nessuna, e
credo oggi andare a Pisa per provedere dell'altre. Per racomandami,
com' detto, e scrivimi. A d dua d'aprile.

                              MICHELAGNIOLO in Pietra Santa.


Fate di Piero,[134] che sta meco, come faresti di me; e se gli bisognia
danari, dategli, e io vi sodisfar.


  [132] La strada che facevano fare i Consoli dell'Arte della lana e
  gli Operai di Santa Maria del Fiore per condurre alla marina i
  marmi della nuova cava di Seravezza. Michelangelo domandava che i
  Consoli con loro partito dessero a lui il cottimo, e tutta la cura
  di quel lavoro.

  [133] Donato Benti, scultore fiorentino, e molto amico di
  Michelangelo.

  [134] Pietro d'Urbano da Pistoia suo garzone.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Pisa, 7 d'aprile (1518).

CXV.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Io ero assediato, come ti scrissi, di condurre e' mia
marmi; e gunto a Pisa, col favore di Iacopo Salviati gli  allogati qua
da un padrone di barca per gusto prezo e sar servito: e tutto  fatto
Francesco Peri per amore di Iacopo, come  detto. Per ti prego mi
racomandi alla sua Magnificienza e ringrazi quella, perch riconosco da
quella grandissimo servizio e tutti noi gli dobiamo essere obrigati
insino della vita. Io  una sua lettera e non rispondo a quella per non
essere sofiziente, ma infra quindici d sar cost e a boca spero
risponder meglio che in iscritto non saperei fare. La strada e ogni cosa
spero ander bene. Fallo intendere e ringrazia e racomandami, come 
detto. Io mi parto adesso e vo a Pietra Santa, e Francesco Peri mi d
cento ducati che io gli porti al Comessario[135] di Pietra Santa per la
strada.

  A d sette d'aprile.

                              MICHELAGNIOLO in Pisa.


  [135] Messer Vieri de' Medici.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Pietrasanta, (18 d'aprile 1518).

CXVI.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Intendo per la tua el partito[136] non  fatto ancora: io
n' passione assai: per io mando cost un mio garzone a posta, solo per
questo, che stia a vedere tutto gioved se 'l partito si fa, e venerd
mattina si parta e vengami a rispondere: e se 'l partito sar fatto
com'io l' chiesto, seguiter la impresa; quando non sia fatto per tutto
gioved, come tu mi scrivi, non stimer per che Iacopo Salviati non
abbi volont di farlo, ma che e' non possa; e monter sbito a cavallo e
ander a trovare el cardinale de' Medici e el Papa, e dir loro el fatto
mio, e qui lascier la impresa e ritorneromi a Carrara; ch ne sono
pregato come si prega Cristo. Questi scarpellini che io menai di cost
non si intendono niente al mondo n delle cave n de' marmi. Cstonmi
gi pi di cento trenta ducati e non m'nno ancora cavata un scaglia di
marmo che buona sia, e vanno ciurmando per tutto che nno trovato gran
cose e cercono di lavorare per l'Opera[137] e per altri co' danari che
gli nno ricevuti da me. Non so che favore s'abino: ma ogni cosa saper
el Papa. Io poi che mi fermai qui  buttato via circa trecento ducati, e
non vego ancor nulla che sia per me. Io  tolto a risucitar morti a
voler domesticar questi monti e a mettere l'arte in questo paese; che
quando l'Arte della lana mi dssi, oltre a' marmi, cento ducati el mese,
che io facessi quello che io fo, non farebbe male, non che non mi fare
el partito. Per racomandami a Iacopo Salviati e scrivi pel mio garzone
come la cosa e' va, acci che io pigli partito sbito, perch mi consumo
a star qui sospeso.

                              MICHELAGNIOLO in Pietra Santa.


Le barche che io noleggiai a Pisa non sono mai arrivate. Credo essere
stato ucciellato: e cos mi vanno tutte le cose. Oh maledetto mille
volte el d e l'ora che io mi parti' da Carrara! Quest' cagione della
mia rovina: ma io vi ritorner presto. Oggi  peccato a far bene.
Racomandami a Giovanni da Ricasoli.


  [136] Finalmente i Consoli dell'Arte della lana e gli Operai di
  Santa Maria del Fiore, adunatisi la mattina del 22 d'aprile di
  quell'anno, vinsero il partito, che la esecuzione della strada di
  Pietrasanta per condurre i marmi della nuova cava, scoperta da
  pochi anni, fosse commessa a Michelangelo, dandogli piena autorit
  di fare tutto quello che egli avesse riputato utile ed opportuno
  per questo effetto.

  [137] L'Opera di Santa Maria del Fiore.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Seravezza, (12 d'agosto 1518).

CXVII.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Se io non fussi cost a tempo di pagare la gabella del
terreno che io comperai,[138] vedi d'acordarla in qualche modo che io
non caschi in contumacia, per tanto che io torni; che sar infra un
mese. Le cose mia di qua stimo anderanno bene, ma con grandissima noia.
Io mando cost Michele[139] acattare certe cose dall'Opera:[140] se gli
bisogniassi un mulo per portarle qua, aiutagniene trovare, che e' si
spenda el manco che e' si pu.

                              MICHELAGNIOLO in Seraveza.


  [138] Il terreno da Santa Caterina comprato dal Capitolo di Santa
  Maria del Fiore. Vedi a pag. 141.

  [139] Di Piero da Settignano nominato pi volte.

  [140] Di Santa Maria del Fiore.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Seravezza, (d'agosto 1518).

CXVIII.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Degli scarpellini che vennon qua, solo c' restato Meo e
Ciecone;[141] gli altri se ne sono venuti: ebbono qua da me quatro
ducati e promessi loro danari continuamente da vivere, acci che e'
potessino sodisfarmi. nno lavorato pochi d e con dispetto, i' modo che
quel tristerello di Rubechio[142] m' presso che guasto una colonna che
 cavata. Ma pi mi duole che vengono cost e danno cattiva fama a me e
alle cave de' marmi per iscaricare loro, in modo che volendo poi degli
uomini, none posso avere. Vorrei almeno, poich e' m'nno gabato, che e'
si stessino cheti. Per io t'aviso, acci che tu gli facci star cheti
con qualche paura o di Iacopo Salviati, o come pare a te, perch questi
giottoncegli fanno gran danno a quest'opera e anche a me.

                              MICHELAGNIOLO in Seraveza.


  [141] Francesco scarpellino da Corbignano.

  [142] Maso di Simone di Matteo detto Rubecchio, scarpellino da
  Settignano. Mor nell'ottobre dell'anno 1525.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Seravezza, (2 di settembre 1518).

CXIX.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Io ebi per una tua come Donato Caponi t'avea messo per le
mani una certa possessione, e ancora come el Capitolo[143] voleva
vendere quel resto delle terre. Io non ti posso rispondere n all'una
cosa n all'altra, perch non sono resoluto. Parleremo poi cost
insieme.

Gli scarpellini che vennono qua, non iscontorono niente: lavororono
solamente per que' pochi danari che io dtti loro: poi s'andorono con
Dio. Vero  che Meo e Ciecone sarebono stati e rebon fatto ci che
avessino potuto, ma non potevano cos soli far niente; i' modo che io
dtti loro licenzia.

Sandro[144] s' partito ancora lui di qua.  stato qua parechi mesi con
un mulo e con un muletto in sulle pompe, atteso a pescare e a
vaghegiare. mmi buttato via cento ducati:  lasciato qua una certa
quantit di marmi con testimoni che io pigli quegli che fanno per me. Io
non ve ne trovo tanti per me che vaglino venti cinque ducati, perch
sono una ribaldera. O per malizia o per ignioranzia e' m' trattato
molto male. Com'io sono cost voglio essere sodisfatto a' ogni modo. Non
altro. Credo ancora star un mese di qua.

                              MICHELAGNIOLO in Seraveza.


Una lettera che sar in questa, prgoti la sugielli e fagli una coverta
colla sopra scritta che dica: _A maestro Piero Rosselli[145]
architettore in Roma_; e dirizala al Banco de' Borgerini in Roma.


  [143] Con contratto del 17 d'aprile del 1517 Michelangelo compr
  dal Capitolo di Santa Maria del Fiore un pezzo di terreno di 144
  braccia, posto in Via Mozza, oggi Via San Zanobi, presso la Piazza
  di Santa Caterina, per fabbricarvi sopra stanze da tenere e
  lavorare i marmi che aveva fatto condurre per l'opera della
  facciata di San Lorenzo. E un anno dopo, non bastandogli al
  bisogno quel terreno, Michelangelo ne compr dal detto Capitolo un
  altro pezzo.

  [144] Sandro di Giovanni di Bertino Fancelli, scarpellino da
  Settignano, fratello di quel Domenico detto Topolino, che, come
  racconta il Vasari nella _Vita del Buonarroti_, aveva fantasia di
  essere valente scultore, ma era debolissimo; nato nel 1457, mor
  l'anno 1521.

  [145] Fiorentino. A costui Pier Soderini, che dopo il suo esilio
  da Firenze dimorava in Roma, aveva commesso che facesse un disegno
  di un tabernacolo di marmo da inalzarsi nella chiesa delle Monache
  di San Salvestro in Roma, per mettervi la testa di San Giovanni
  Battista. Ed il disegno piaceva al Soderini; ma prima di
  risolversi a farlo mettere in opera, egli ed il Rosselli di comune
  accordo vollero intendere il giudizio di Michelangelo. Intorno a
  questo lavoro ci sono parecchie lettere al Buonarroti del Soderini
  e del Rosselli.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Seravezza, (16 di settembre 1518).

CXX.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. -- Intendo per la tua come i per le mani un podere di l da
Fiesole poco, che  cosa buona, e ancora Pier Francesco Borgerini t'
parlato della casa.

Io ti dico della casa di Pier Francesco che io son per trla per gusto
prezzo, quando l'aria non sia cattiva.

Del podere ancora sono per trlo, se ti pare cosa buona; per se puoi
tenere le cose sospese, fa'llo tanto che io sia cost; che stimo tornare
infra quindici o venti d.

Di Ciecone tu mi di' che s'io voglio che e' venga adesso che gli 
guarito, che e' verr volentieri. Rispondigli, che adesso comincia qua
el verno, che non ci fa se non piovere e non si pu stare nelle montagne
a lavorare: per non mi pare che e' sia da venire ora, ch butteremo el
tempo e' danari.

Io scrivo a Berto[146] quello m'ocorre. Racomandami a lui.

Avisami quando mi scrivi come sta Gismondo, e di' a Pietro[147] che
attenda a imparare e che io sar cost presto.

                              MICHELAGNIOLO in Seraveza.


  [146] Da Filicaia.

  [147] Suo garzone.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Settignano?,(1518?).

CXXI.

_A Buonarroto in Firenze._


Buonarroto. -- Io rei caro che tu intendessi quante staiora sono quelle
terre da Santa Caterina e quello che le montano. Le non sono le terre
che noi andiamo a vedere; le son quelle di sopra. Io l' segniate a
Pietro e lui ti mostrer quali son desse: e questo ti priego facci
presto, perch mi bisogna rispondere a Giovanni da Ricasoli che le tien
sospese per mio conto.

Della casa di Pier Francesco, se io fussi certo averla, io l'aspetterei
qualche mese; ma bisognierebe farne ora el contratto, e io darei adesso
e' danari in diposito: quanto che no, non  da parlarne pi. Rispondimi
pi presto che puoi.

                              MICHELAGNIOLO.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 22 d'agosto 1527.

CXXII.

_A Buonarroto a Settignano._


Buonarroto. -- I'  avuto oggi uno uficio: scrivano strasordinario de'
Cinque del Contado.[148] Dice che e' dura un anno, e che e' s' quatro
ducati el mese, e che e' si pu fare fare a chi l'uomo vuole. Io non so,
e non posso attendervi: bisogniami o rifiutarlo o darlo, overo farlo
fare a altri. Guarda se fa per te.... che a questi tempi io non ti
consiglio che tu venga a Firenze: pure te l' voluto fare intendere,
inanzi che io lo rifiuti; ch  quattordici d di tempo. Rispondi.

  A d 22 d'agosto 1527.

                              MICHELAGNIOLO in Firenze.


  [148] I Cinque Conservatori del Contado erano un Magistrato, al
  quale era commesso il mantenimento e la difesa della
  giurisdizione, confini, giuspadronati, ragioni, beni e proventi
  delle Comunit, Terre e Popoli del Dominio fiorentino. Nella
  Riforma del 1559 i Cinque del Contado e gli Otto di Pratica furono
  aboliti, ed in loro luogo si cre colla medesima loro autorit un
  altro Magistrato, che fu detto de' Nove Conservatori della
  Giurisdizione e Dominio.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Firenze, (di luglio 1527).

CXXIII.[149]

_A Buonarroto a Settignano._


Buonarroto. -- Io sono andato a trovare messere Antonio Vespucci:[150]
mmi detto che io non posso secondo le leggie fare fare l'uficio che io
 avuto a un altro, e che sebene e' si fa fare a altri, che e' si fa per
consuetudine e non per leggie: che se io mi voglio arristiare accettarlo
per farlo fare a altri, che io m'arristi, ma che io potrei essere
tanburato[151] e averne noia. Per a me parrebbe di rifiutarlo, non
tanto per questo, quant'e' per conto della peste che mi pare che la vadi
tutta via di male in peggio, e non vorrei che a stanza di quaranta
ducati tu mettessi a pericolo la vita tua. Io t'aiuter di quello che io
potr. Rispondimi presto quello che ti pare che io facci, perch domani
bisognia che io sia resoluto, acci possino rifare un altro, se rifiuto.

                              MICHELAGNIOLO in Firenze.


Non toccare le lettere che io ti mando con mano.


  [149] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 722.

  [150] Cancelliere dell'ufficio delle Tratte.

  [151] Dicevasi _tamburare_, l'accusare segretamente un cittadino
  con denunzia scritta e messa dentro una cassetta, chiamata
  _tamburo_, appiccata presso la porta d'un ufficiale.


FINE DELLE LETTERE A BUONARROTO.




A GIOVAN SIMONE SUO FRATELLO

DAL 1507 AL 1546.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, 20 d'aprile (1507).

CXXIV.

_A Giovan Simone di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Giovan Simone. -- Io non  fatto risposta a una tua, ricievuta gi pi
giorni sono, per non avere avuto tempo. Ora t'aviso per questa, come la
cosa mia[152] di qua va bene infino a ora, e cos spero r buon fine;
che a Dio piaccia: e quando cos sia, ci  che io esca a bene di questa
cosa, io verr sbito, overo torner di cost, e far tanto, quanto 
promesso di fare a tutti voi, ci  d'aiutarvi con quello che io , in
quel modo che voi vorrete e che vorr nostro padre. Per sta' di buona
voglia e attendi a bottega, come o quanto puoi, perch spero presto
farete bottega da voi e del vostro: e se intenderete dell'arte e
saperrete fare, vi giover assai. Per attendi con amore.

Tu mi scrivi d'un certo medico tuo amico, il quale t' ditto che la
mora  un cattivo male e che e' se ne muore.  caro averlo inteso,
perch qua n' assai, e non si sono acorti ancora questi bologniesi che
e' se ne muoia. Per sarebe buono e' venissi di qua, che forse lo darebe
loro ad intendere colla sperienza: la qual cosa a loro gioverebbe assai.
Non  da dirti altro. Io sono sano e sto bene, e spero presto essere di
cost. A d venti d'aprile.

Non avevo pi carta.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.


  [152] Cio il lavoro della figura di bronzo di papa Giulio.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, 28 d'aprile (1507).

CXXV.

_A Giovan Simone di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data in
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Giovan Simone. -- Io risposi a una tua lettera gi pi giorni sono. Credo
l'abi avuta e inteso l'animo mio: e se non l'avessi avuta, per questa
intenderai quel medesimo che per quella ti scrivevo.

Io credo che Buonarroto t'abbi raguagliato qual sia l'animo mio, e cos
 certo; e sbito che io sar cost, s a Dio piace, io sono per farvi
fare o da voi o a compagnia, come vorrete voi, in quel modo che pi
sicuro ci parr. Per sta di buona voglia e credi afermativo quello che
io ti dico. Non  tempo da scrivere; per scriverr pi pienamente
un'altra volta. Io sto bene, e  finita la mia figura di cera: di questa
settimana che viene comincer a fare la forma di sopra, e credo che in
venti o venticinque d la sar fatta: dipoi dar ordine da gittarla, e
se vien bene, in fra poco tempo sar cost.

  A d ventiotto d'aprile.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, 2 di maggio (1507).

CXXVI.

_A Giovan Simone di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozzi, Arte di lana, in Porta Rossa. Firenze._


Giovan Simone. -- Io ebbi pi giorni fa una tua lettera, della quale ebi
piacere assai. Dipoi t' scritto dua lettere: e per la buona fortuna che
io soglio avere nell'altre, similmente la credo avere avuta ancora in
queste, ci  che tu non l'abbi avute.

Io t'aviso come e' non passeranno dua mesi che io sar cost: che a Dio
piaccia; e quello che io v' promesso a Buonarroto e a te, quello son
disposto di fare. Io non ti scrivo particularmente l'animo mio, n
quanto  il mio desiderio d'aiutarvi; perch non voglio che altri sappi
e' fatti nostri: ma sta' di buona voglia, perch gli  aparechiata per
te maggiore, overo miglior cosa che tu non pensi. Non  da dirti altro
intorno a questo. Sappi come qua s'afoga nelle coraze, e  gi con oggi
quatro giorni, che la terra  istata tutta in arme e in gran romore e
pericolo, e massimo per la parte della Chiesa; e questo  stato per
conto de' fuoriusciti,[153] cio de' Bentivogli, e' quali nno fatto
pruova di rientrare con gran moltitudine di giente; ma l'animo grande e
la prudenzia della signoria del Legato, col suo gran provedimento che 
fatto, credo che a questa ora abbi liberata da loro un'altra volta la
Terra; perch a ventitr ore stasera c' nuove del campo loro, che e' si
tornavono adietro con poco loro onore. Non altro. Priega Idio per me, e
vivi lieto, perch tosto sar di cost.

  A d dua di maggio.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.


  [153] Annibale Bentivogli, raccolti nel Ducato di Milano seicento
  fanti, aveva in que' giorni tentato di rientrare in Bologna; ma
  Francesco Alidosi, detto il Cardinal di Pavia, che vi era legato
  per la Chiesa, col far tagliare la testa ad alcuni cittadini che
  tenevano pratica co' Fuorusciti, aveva fatto cadere d'animo i
  Bentivogli e i loro partigiani, e cos quietato la citt.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (di luglio 1508).[154]

CXXVII.

_A Giovan Simone di Lodovico Buonarroti in Firenze._


Giovan Simone. -- E' si dice che chi fa bene al buono, el fa diventare
migliore, e al tristo, diventa peggiore. Io  provato gi pi anni sono
con buone parole e con fatti di ridurti al viver bene e in pace con tuo
padre e con noi altri: e tu pggiori tuttavia. Io non ti dico che tu sia
tristo; ma tu se'i' modo, che tu non mi piaci pi n a me n agli altri.
Io ti potrei fare un lungo discorso intorno a' casi tua, ma le sarebon
parole, come l'altre che t' gi fatte. Io per abreviare, ti so dire per
cosa cierta, che tu non i nulla al mondo, e le spese e la tornata di
casa ti do io e tti dato da qualche tempo in qua per l'amor de Dio,
credendo che tu fussi mio fratello, come gli altri. Ora io son certo che
tu non se' mio fratello; perch se tu fussi, tu non minacceresti mio
padre; anzi se' una bestia: e io come bestia ti tratter. Sappi che chi
vede minacciare o dare al padre suo,  tenuto a mettervi la vita: e
basta. Io ti dico che tu non i nulla al mondo: e com'io sento u' minimo
che de' casi tua, io verr per le poste insino cost e mosterrotti
l'error tuo e insegnierotti straziar la roba tua, e ficar fuoco nelle
case e ne' poderi che tu (non) ' guadagniati tu: tu non se' dove tu
credi. Se io vengo cost, io ti mostrerr cosa che tu ne piangierai a
cald'ochi e conoscierai in su quel che tu fondi la tua superbia.

Io t' a dir questo ancor di nuovo; che se tu vi attendere a far bene e
a onorare e riverir tuo padre, che io t'aiuter come gli altri e farvi
infra poco tempo fare una buona bottega. Quando tu non facci cos, io
sar cost e aconcier e' casi tua i' modo, che tu conoscierai ci che
tu se', meglio che tu conosciessi mai, e saperai ci che tu i al mondo
e vedra'lo in ogni luogo dove tu anderai. Non altro. Dov'io manco di
parole, superir co' fatti.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


Io non posso fare che io non ti scriva ancora dua versi; e questo , che
io son ito da dodici anni in qua tapinando per tutta Italia; sopportato
ogni vergognia; patito ogni stento; lacerato il corpo mio in ogni
fatica; messa la vita propria a mille pericoli, solo per aiutar la casa
mia; e ora che io  cominciato a rilevarla un poco, tu solo voglia esser
quello che scompigli e rovini in una ora quel che i'  fatto in tanti
anni e con tante fatiche; al corpo di Cristo che non sar vero! che io
sono per iscompigliare diecimila tua pari, quando e' bisognier. Or sia
savio, e non tentare chi  altra passione.


  [154] La lettera  degli ultimi di luglio o de' primi d'agosto
  1508. Vedi quella che scrive Michelangelo a Lodovico suo padre che
   la VII, dove si parla appunto dei cattivi portamenti di
  Giansimone e de' disordini fatti da lui in casa, e delle minacce
  contro suo padre.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (d'aprile 1532).[155]

CXXVIII.

_A Giovan Simone Buonaroti in Firenze._


Giovan Simone. -- E' mi bisognia stamani andare insino a Roma per cosa
che m'importa assai; per io ti mando quattro ducati per mona Margerita,
acci che tu ti possa aiutare, e quando rai di bisognio, mentre che io
non ci sono, farmelo scrivere: e io t'aiuter sempre dovunche io sar.
Non ti posso venire a vedere, perch non  tempo. Prega Iddio per me e
sta' lieto il pi che puoi.

                              MICHELAGNIOLO a San Lorenzo.


  [155] La presente lettera, mancante al solito di data, si crede
  scritta ne' primi giorni d'aprile del 1532, supponendo che
  l'andata di Michelangelo a Roma fosse per trattare, cogli agenti
  del Duca d'Urbino, la faccenda della sepoltura di papa Giulio. Ed
  infatti a' 29 di quel mese ed anno fu stipulato nuovo contratto,
  col quale Michelangelo, tra gli altri patti, si obblig a fare di
  sua mano sei statue, e a dare finito tutto il lavoro nello spazio
  di tre anni.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze,(1533).

CXXIX.

_A Giovan Simone Buonarroti a Settignano._


Giovan Simone. -- Mona Margerita non l' intesa bene: parlando l'altra
mattina di te e di Gismondo, presente ser Giovan Francesco,[156] io
dissi, che avevo fatto per tutti voi sempre pi che per me medesimo e
patiti molti disagi, perch non ne patissi voi, e che voi non avevi mai
fatto altro che dir male di per tutto Firenze. Questo  ci che io
dissi: e cos non fussi vero in vostro servigio! che vi siate fatti
tenere bestie. Dello star cost, io  caro che tu vi stia e pigli le tua
comodit e attenda a guarire; che io di quel ch'io potr, non vi
mancher mai, perch guardo al debito mio e non alle vostre parole. rei
ben caro che tu vi conducessi da dormire, acci che mona Margerita vi
potessi stare anch'ella: e perch mio padre alla morte me la racomand,
non la abandoner mai.

                              MICHELAGNIOLO in Firenze.


  [156] Fattucci, cappellano di Santa Maria del Fiore, ed amicissimo
  di Michelangelo.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze,(1533).

CXXX.[157]


Giovan Simone. -- Io  per le mani un giovane per la Ceca,[158] il quale
 de Sachetti e  nome Benedetto, e  uno fratello che  per moglie una
de' Medici, e un altro che  prigione nella cittadella di Pisa, un altro
n'ebbe che ebbe nome Albizo che mor a Roma. Se gli conosci, rei caro
inanzi facessi altro, sapere quello che te ne pare; e puoi mandarmelo a
dire per mona Margerita, e non ne parlare con altri.

                              MICHELAGNIOLO in San Lorenzo.


  [157] Manca l'indirizzo.

  [158] Sua nipote, e figliuola di Buonarroto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 7 d'agosto 1540.

CXXXI.[159]


Giovan Simone. -- Io  conto stamani ad sette d'agosto 1540 a Bartolomeo
Angelini scudi secento cinquanta d'oro in oro, e' quali gli rimetta
cost a Bonifazio Fazi per riscuotere il podere di Pazzolatica; per
come l'avete fatto intendere a Michele,[160] e che Bonifazio gli abbi
detto avere da pagarli settecento ducati di sette lire l'uno, ogni volta
che dia sodo recipiente, sbito potete entrare in sul podere. Per tu e
'l prete potete andare a parlare a Bonifazio e vi dir quello che
occorre.

Ancora ti fo intendere, come poi che io sono a Roma,  mandato cost
circa due mila ducati con questi ultimi, e tutti quant'io n' mandati,
sempre inanzi gli  dati di contanti a Bartolomeo Angelini; e perch io
non tengo scrittura di cosa nessuna, e perch noi sin mortali e vien
gente nuova, vorrei per bene di chi resta di noi, che sempre si potesse
vedere che detti danari sono usciti da me. Per vorrei, se  cosa
lecita, parlarne con Bonifazio, a chi gli  sempre fatti rimettere, che
gli conci in modo, che sempre si vegga che sono usciti da me. Altro non
 che dire circa questo. Abiate riguardo a mona Margerita e ditegli, che
se si ri questi dua poderi, che la potr tenere una serva, come gli
scrissi.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [159] Anche in questa, come nella precedente, manca l'indirizzo.

  [160] Michele di Niccol Guicciardini, marito fino dal 1537 della
  Francesca sua nipote.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (6 di dicembre 1544).

CXXXII.

_A Giovan Simone e Gismondo._


Io  pensato pi tempo fa di porre in sur una arte di lana a Lionardo a
poco a poco per insino a mille scudi, portandosi lui bene; con questa
condizione, che senza vostra licenzia non gli possa levare n farne
altro; e  ordine di cominciare tal cosa con dugento scudi, e' quali
far pagare ora cost, se mi rispondete che io lo facci; e quando vi
paia che io lo facci, vi bisognia aver cura che e' non si mettino in
luogo di pericolo, perch io non gli  trovati per la strada. Rispondete
quello che vi pare da fare: vo' potete meglio di me conoscere e vedere i
portamenti di Lionardo, e se  da impacciarsene.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,(1547).

CXXXIII.

_A Giovan Simone di Lodovico Buonarroti in Firenze._


Giovan Simone. -- I'  avuto da ser Giovan Francesco pi lettere del tuo
male; di che n' avuto dispiacer grandissimo: e pi, per non esser
cost, per non ti potere aiutare, come mi son sempre ingegniato di fare:
pure far quello che io potr, o ingegnierommi che e' non ti manchi
niente: e ora per questa ti mando dieci iscudi, e promttoti ancora che
per l'avenire non ti lascier mancare niente di quello che potr, stando
qua. Per confortati e ingegniati di guarire e non pensare a altro; che
a quell'ora mancher a te che a me; che per quello che e' mi par vedere,
al fine ci sar pi roba che uomini. Altro non mi acade. Racomandati a
Dio che ti pu aiutare pi che non poss'io, e fammi scrivere e' tuo'
bisogni quando t'acade.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


FINE DELLE LETTERE A GIOVAN SIMONE.




A GISMONDO SUO FRATELLO

DAL 1540 AL 1542.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,(1540?).

CXXXIV.

_A Gismondo di Lodovico Buonarroti in Firenze._


Gismondo. -- Io mando cost venti ducati di sette lire l'uno, e' quali 
dati qua a Bartolomeo Angelini che te li facci pagare cost da Bonifazio
Fazi: per visto la presente, va' per essi e to'ne dieci per te e cinque
ne d a mona Margerita; gli altri cinque da'gli a Lionardo, se si porta
bene, se non, ispendigli per casa in quel che fa bisognio, e avvisa
della ricieuta e d la lettera al banco di Bonifazio o a chi ti pare
altri, e dirizzala a Bartolomeo Angiolini alla Dogana.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 16 di dicembre 1542.

CXXXV.

_A Gismondo di Lodovico Buonarroti Simoni in Firenze._


Gismondo. -- Io ti mando cinquanta scudi d'oro in oro, e' quali  dati
oggi a' d sedici di dicembre qua in Roma al banco di messer Salvestro
da Monteaguto, che ti sien pagati cost in Firenze: per anderai al
banco de' Capponi e ti saranno pagati: fanne i tuo' bisogni, e quando
fai la quitanza, di': per tanti n' dati Michelagniolo in Roma al banco
di messer Salvestro da Monteaguto: come  detto; e avisami della
ricevuta.

  A d sedici di dicembre 1542.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


FINE DELLE LETTERE A GISMONDO.




A LIONARDO SUO NIPOTE

DAL 1540 AL 1563.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,(1540?).

CXXXVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  una lettera da Gismondo che dice che vorrebbe che io
gli facessi dare cost da' mia ministri nove staia di grano. Io non so
chi si sieno cost e' mia ministri, ma io so bene che del mio io non 
fatto pi parte a uno che a un altro: per di' a mona Margerita, che gli
dia qualche cosa di quello che si pu, e a lui digli da mia parte, che
e' ci fa poco onore a esersi fatto un contadino. Ancora di' a mona
Margerita che per mio conto non dia nulla a persona, fuor che di quegli
di casa; perch io non vorrei che qualcuno gli andassi a mostrare di
fare e' fatti mia e facssila fare di qualche cosa, come un par di
Donato del Sera; perch e' non  ditto per me parola, che e' non abbi da
me avuto uno scudo. Per visala da mia parte e di' che stia di buona
voglia: e tu fa' d'essere uomo da bene.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (del luglio 1540).

CXXXVII.

_A Lionardo Buonarroti in Firenze._


Lionardo. -- I'  ricievuto con la tuo' lettera tre camice e sonmi molto
maravigliato me l'abbiate mandate, perch son s grosse che qua non 
contadino nessuno che non si vergogniassi a portarle; e quando ben
fussino state sottile, non vorrei me l'avessi mandate, perch quando
n'r bisognio, mander i danari da comperarne. Del podere da
Pazzolatica infra quindici o venti d far pagare cost a Bonifazio Fazi
settecento ducati per riscuoterlo; ma bisogna prima vedere in che modo
Michele gli soda, acci che la tua sorella, quando avenissi caso
nessuno, volendo, ne possa cavare la dota che  dato. Per prlane un
poco con Gismondo, e rispondetemi; perch, se non veggo che e'
settecento ducati sien ben sodi, non lo risquoter. Altro non mi acade.
Conforta mona Margerita a star di buona voglia e tu trattala bene di
fatti e di parole, e fa' d'essere uomo da bene, altrimenti io ti fo
intendere che tu non goderai niente del mio.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (del novembre 1540).

CXXXVIII.

_A Lionardo di Buonarroto._


Lionardo. -- Michele mi scrive che vorrebbe che io facessi cost un
procuratore a chi e' rinunzi il podere di Pazzolatica: io  fatto
procuratore Giovansimone e Gismondo e a loro lo pu rinunziare:[161] e
con questa sar la procura. S che dlla loro che ricevino detto podere
da Michele e la quitanza de' danari che  ricievuti.

 inteso la morte di mona Margerita e nne grandissima passione, pi che
se mi fussi stata sorella, perch era donna da bene e per essere
invechiata in casa nostra, e per essermi stata racomandata da nostro
padre, ero disposto, come sa Iddio, fargli presto qualche bene. Non gli
 piaciuto che l'aspetti: bisognia aver pazienzia. Circa il governo di
casa, vi bisognier pensarvi, e non isperare in me, perch son vechio e
con grandissima fatica governo me. Voi avete tanto, che se state uniti
in pace insieme, potrete tenere una buona serva e vivere da uomini da
bene: e io mentre che vivo v'aiuter; quanto che nol facciate, io me ne
laver le mani.

Ancora vorrei che fussi con detto Michele a vedere che restano i danari
che gli  spesi ne' buoi di Pazzolatica e nella casa, cavando le
gravezze che si son pagate, come lui mi scrive.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.


  [161] Michelangelo aveva assegnato per dote alla Francesca sua
  nipote il podere di Pozzolatico, detto Capiteto. Ma poi se lo
  riprese nel 1540, mediante lo sborso di 700 ducati.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,(1541).

CXXXIX.

_A Lionardo di Buonarroto in Firenze._


Lionardo. -- I'  dati qui cinquanta ducati di sette lire l'uno a
Bartolomeo Angelini che gli rimetta cost ne' Fazi: per va', truova ser
Giovan Francesco[162] e andate al banco insieme, e la prima cosa fa
ch'el banco gli renda i danari del campo che i'  comperato, che gli 
pagati per me; e ch'el banco scriva per che conto io gli rendo detti
danari, acci che e' sien renduti per terza persona e aparisca sempre
come  fatto lui: e quello che vi resta di detti danari, fategli pagare
al Guicciardino nel medesimo modo, che si dica per che conto: e quello
che mancher per sodisfarlo come vuole, come m'acade di mandare altri
danari, gli mander insieme con quegli, perch non  comodit ora. Altro
non m'acade.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [162] Fattucci.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,(1541)

CXL.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  avuto i ravigguoli, cio sei coppie, i quali credo che
cost eron begli, ma qua eron molto guasti: credo c'avessin dell'aqqua:
per cose tanto tnere non son da mandare. In soma, basta, io gli 
avuti. Non acade dirne altro.

Che le cose vadin bene, come mi scrivi, e delle possessione e della
bottega, mi piace assai. Bisognia ringraziarne Idio, e attendere a far
bene. Altro non m'acade.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (d'agosto 1541).

CXLI.

_A Lionardo Buonarroti in Firenze._


Lionardo. -- Per la tua intendo come desideri venire a Roma questo
settembre: a me pare ch'el tempo del venire sia la quaresima: per,
poich i indugiato tanto, puoi aspettare insino al detto tempo; e in
questo mezzo vedr come seguiranno le cose mia, perch non mi vanno a
mio modo. Attendi a farti uomo da bene, e ricrdati di quel che ti
lasci tuo padre, e di quel che tu i ora, e ringraziane Iddio. A
Michele Guicciardini vorrei che andassi e gli dicessi com'io  inteso
per la sua com'egli sta bene e quanto si contenta di tre figluoli masti
che ; di che  piacer grandissimo: e bench la Francesca, come mi
scrive, non sia in buona disposizione, digli da mia parte, che e' non si
pu avere in questo mondo le felicit intere, e che abbi pazienza e mi
racomandi a lei, e che io non gli risponder per ora altrimenti, perch
non posso: e racomandami a lui.

                              MICHELAGNIOLO Buonarroti in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Da Roma, 1541.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 25 d'agosto 1541.

CXLII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Tu mi scrivi che vuoi venire a Roma questo settembre col
Guicciardino. Io ti dico che e' non  tempo ancora, perch non sarebbe
altro che acrescermi noia, oltra gli affanni che io . Questo dico
ancora per Michele, perch sono tanto ocupato, che io non  tempo da
badare a voi, e ogni altra picola cosa m' grandissimo fastidio, non
c'altro, pure a scriver questa. Bisognia indugiare a questa quaresima,
che io mander per te e mandertti danari che tu ti metta a ordine, che
tu non venga qua com'una bestia. Io scrissi ancora a Michele e
consiglia'lo che anche lui indugiassi a questa quaresima, per poterlo
intratenere, perch sar libero; ma forse gli  qualche faccenda a Roma,
che gli bisognia eserci questo settembre; io non lo so; ma quando questo
non sia, di nuovo lo consiglio, non venga prima che questa quaresima,
perch questo settembre non r tempo non c'altro da parlargli, e
massimo che Urbino, che sta meco, va questo settembre a Urbino, e
lsciami qui solo in tanta noia. Non mi mancherebe altro, che avervi a
far la cucina! Leggi questa lettera a Michele e prgalo che indugi a
questa quaresima, come  detto. Impara a scrivere, che mi pare tu
pggiori tuttavia.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1541, da Roma, add 25 d'agosto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 19 di gennaio 1542.

CXLIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Bench io abi scritto al prete,[163] pensavo scrivere il medesimo a te;
dipoi non  avuto tempo, e ancora perch lo scrivere mi d noia. Ti
mando in questa, aperta quella del prete, per la quale intenderai il
medesimo ch'i' volevo scrivere a te, cio com'io ti mando cinquanta
scudi d'oro in oro e quello che tu n'i a fare, volendo venire a Roma, e
come gli i a serbare, tanto ch'i' te ne mandi altri cinquanta, non
volendo venire. E' detti cinquanta scudi che io ti mando d'oro in oro,
io gli  mandati stamani a d diciannove di gennaio per Urbino, che sta
meco, a Bartolomeo Bettini, cio a' Cavalcanti e Giraldi; e in questa
sar la lettera: andrai con essa a' Salviati, e te gli pageranno: fa' la
quitanza in modo che stia bene, cio per tanti ricevuti da me in Roma.

Leggi la lettera del prete e poi gniene d o vero dagniene prima, e lui
te la legger e fa' quello che la ti dice del venire o del non venire; e
se fai disegnio di venire, avisamene prima, perch parler qua con
qualche mulattiere, uomo da bene, che tu venga seco: e quando tu voglia
pur venire, fa' che nol sappi Michele, perch non  il modo
d'accettarlo, come vedrai se vieni.

Michele detto mi  scritto che vorrebbe che io gli mandassi nove ducati
e dua terzi, che dice che rest avere quand'io riscossi il podere di
Pazzolatica. Un'altra volta me gli chiese, e 'l prete mi scrisse, che
facendo conto seco, gli mostr che e' non gli aveva avere: per prega il
prete che ti dica o mi scriva se io gnien' a mandare o s o no.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Da Roma, 1541, ad.... di gennaio: de' d 19 detto.


  [163] Fattucci.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 4 di febbraio 1542.

CXLIV.

_A Lionardo di Buonarroto._


Lionardo. -- Tu mi scrivi che non ti par da venire e che serbi i
cinquanta scudi tanto ch'i' mandi gli altri cinquanta per mettere in
sulla bottega. Io gli mander ora, ma voglio prima il parer di Giovan
Simone e di Gismondo, perch voglio che e' sien presenti al mettergli in
sulla bottega, e che le cose s'acconcino bene, e per le loro mani, e con
lor parere, come ti scrissi, perch son mia frategli; per io lo scrivo
loro; fa' che e' mi rispondino il parer loro, e io non mancher di quel
c' scritto.

Io ti scrissi ch'el Guicciardino mi chiedeva nove scudi over ducati e
dua terzi, che dice che rest avere, quand'io riscossi el podere di
Pazzolatico, e che tu m'avisassi se gli aveva avere o s o no. Tu non mi
i risposto niente: per prega messer Giovan Francesco che ti dica, se
io gnien' a dare di ragione: e scrivimelo, acci gniene mandi. Altro
non acade.

  A d 4 di febraio 1542.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1541, da Roma: add 11 di febraio (de' d detto) ricevuta.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (di marzo 1543).

CXLV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ebbi sabato sera il contratto, e con questa sar la
retificagione. Non s' fatta prima, perch prima non  venuto il
contratto, che  stato ritenuto cost da coloro a chi lo davi che mi
fussi mandato. Altro non  che dire, n  tempo da scrivere, n  letto
ancor le lettere. Ringrazia il prete per mia parte, perch  durato gran
fatica per noi e fttoci gran servigio, e massimo a voi cost.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (dell'aprile 1543).

CXLVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  fatto cercare tutti e' banchi di Roma e non truovo che
qua sia venuto altro contratto che l'ultimo, di che io  mandata la
retificagione: per noi crediamo che e' sia stato ritenuto cost. Se non
v'era cose o lettere che importassino, non  da pensarvi pi; e se
v'erano, bisognia aver pazienzia. La retificagione scrivi aver ricevuta
e data al prete; che l' caro, poi che none sta male: ancora, lei credo
che la stia bene. Altro non m'acade. Racomandami a lui, ci  a messer
Giovan Francesco, e ringrzialo da mia parte.  caro che abbi parlato al
Bettino, e ancora a lui mi racomanda e ringrzialo, quando lo riscontri.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 14 di aprile 1543.

CXLVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io intendo per la tua e del prete dove dsti il contratto,
perch mi fussi mandato: qua non  venuto; e sonne certo, perch 'l
Bettino me l'rebbe mandato insino a casa: per io stimo che sia stato
ritenuto cost dal banco ove lo dsti. Se volete che io l'abbi, datelo a
Francesco d'Antonio Salvetti che l'adirizi qua a Luigi del Riccio, e
sarammi dato sbito, e io retificher. Altro non mi acade. None scrivo
al prete, perch non  tempo: racomandami a lui e ringrzialo delle
fatiche e noie che gli dino: e quando mi scrivi, non far nella sopra
scritta: _Michelagniolo Simoni_, n _scultore_; basta dir: _Michelagniol
Buonarroti_: che cos son conosciuto qua: e cos n'avisa il prete.

  A d quattordici d'aprile 1543.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Luigi del Riccio._)

    Messer Francesco Salvetti date in propria mano et ne ricuperate
    risposta.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1543, a d 19 d'aprile: de' d 14 detto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (29 di marzo 1544).

CXLVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Intendo per la tua, come i marmi sono stati stimati cento
settanta scudi,[164] e quello che s' a fare dei danari quando vi sieno
pagati. A me pare, quando paia a' mia frategli, che e' si mettino per te
in sun una bottega, dove pare a loro, e che tu ne tiri il frutto che 
onesto, e che senza licenzia loro tu none possa disporre altrimenti.
Ancora mi pare, che la stanza dove son detti marmi, che voi cerchiate di
venderla, e e' danari che n'rete, con la medesima condizione porli dove
quegli de' marmi; dipoi potr aggugniervi altri danari, secondo che ti
porterai; ch mi par che ancora non abbi imparato a scrivere.

A messer Giovan Francesco  risposto circa la testa del duca[165] che io
non vi posso attendere, come  vero che io non posso per le noie che ,
ma pi per la vechiezza, perch non veggo lume.

Del comprare il podere di Luigi Gerardi, di che mi fai scrivere, a me
non pare d'avere altro a Firenze che quello che io v', perch l'avervi
assai, non  altro c'avervi assai noie, e massimo non possendo io
servire; per mi pare da comperare qualche cosa altrove, che io ancora
ne potessi cavar frutto in mia vechiezza, perch quello che m' dato il
Papa mi potrebbe esser tolto, non servendo; e gi dua volte l' avuto a
difendere. S che rispondi di detto podere al prete che me ne scrive.
Altro non  che dirti. Attendi a far bene.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Luigi del Riccio._)

    Messer Francesco Salvetti date in propria mano et mandate
    risposta.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1544, da Roma, del 3 d'aprile: de' d 29 di marzo.


  [164] Erano i marmi che Michelangelo aveva nella sua stanza di Via
  Mozza, comprati in questo anno dal duca Cosimo de' Medici, e che
  servirono a Baccio Bandinelli per il lavoro del Coro del Duomo.
  Pe' quali fu sborsato il prezzo che si dice nella lettera, finito
  di pagare al Buonarroti nel settembre del 1559.

  [165] Intendi del ritratto del duca Cosimo.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (11 di luglio 1544).

CXLIX.[166]


Lionardo. -- Io sono stato male: e tu a stanza di ser Giovan Francesco
se' venuto a darmi la morte, e a vedere s'i' lasco niente. Che non v'
tanto del mio a Firenze che ti basti? tu non puoi negar di non somigliar
tuo padre, che a Firenze mi cacci di casa mia. Sappi che io  fatto
testamento in modo, che di quel ch'i'  a Roma, tu non v'i pi a
pensare. Per vatti con Dio e non m'arrivare innanzi e non mi scriver
ma' pi, e fa' a modo del prete.

                              MICHELAGNIOLO.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1544. Ricevuta add 11 di luglio in Roma.


  [166] Manca l'indirizzo. Si vede bene che questa lettera fu
  scritta da Michelangelo, quando Lionardo and a Roma a visitarlo
  dopo la grave sua malattia: il che Michelangelo ebbe molto per
  male.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (6 di dicembre 1544).

CL.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io non vo' per mancare di quello che pi tempo  pensato; e
questo  d'aiutarti, quando intenda che tu ti porti bene: per in questa
sar una che va a Giovan Simone e a Gismondo, dov'io scrivo loro quello
che mi pare da fare per te; ma non lo voglio fare se non me ne
consigliono: per dlla loro e di' che mi rispondino.

                              _Michelagniolo Buonarroti_ in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1544. Ricevuta add 11 di dicembre: de' d 6 di detto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (27 di dicembre 1544).

CLI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  dato qui nel banco degli Covoni scudi dugento d'oro in
oro che vi sien pagati cost, per farne quello che per l'ultima mia vi
scrissi: per anderai a' Capponi con Gismondo, o con Giovan Simone, e e'
vi saranno pagati; cio vi sar dati scudi dugento d'oro in oro, com'io
 dati qua. E la intenzione mia , che Giovan Simone e Gismondo gli
mettano in lor nome per te in su l'arte della lana, che pare a voi sien
sicuri; e che io non ne sia nominato in conto nessuno: con questa
condizione, che i frutti sien tua e che di detti danari non se ne possa
mai disporre, n levare, n fare altro, se voi non siate tutti a tre
d'acordo, cio Giovan Simone e Gismondo e tu. E quando gli mettete in su
la bottega, circa all'aconciare bene le scritture, acci non si facci
errore, vorrei che tu chiamassi Michele Guicciardini che vi fussi
presente con Giovan Simone e Gismondo; perch credo che intenda: e da
mia parte verr volentieri. E dipoi fammi scrivere da Giovan Simone e da
Gismondo la ricevuta di detti danari, e come avete aconcio la cosa: e
racomandami a Michele. E quando o Giovan Simone o Gismondo non possino
venire teco a pigliare detti danari, saranno dati a te solo e
porter'agli loro, che se ne facci come di sopra  ditto.

E quando fate a' Capponi la ricevuta di detti danari, fatela per tanti
ricevuti gli Covoni da Michelagniolo in Roma.

Con questa sar la lettera de' Covoni che va a' Capponi, per la quale vi
saranno pagati i detti danari.

Mandami copia della partita che fate aconciare dove mettete i danari.

In Roma a d venti sette di dicembre mille cinque cento quaranta
quattro, ad Incarnatione.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1544, di Roma, add primo di gennaio: de' d 27 del paxato.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (di gennaio 1545).

CLII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  avuta la ricevuta de' dugento scudi da Giovan Simone e
da te; e del mettergli pi in un luogo che in un altro, io non ve ne so
dar consiglio, n posso, perch non son cost e non me ne intendo.
Francesco Salvetti, parente qua di messer Luigi del Riccio,  scritto
qua che i maestri tua son molto sicuri e uomini da bene; pure fate
quello che voi credete non perdere.

Altro non m'acade. Racomandami al Guicciardino.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1544, di Roma: ricevuta a d 16 di gennaio.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (15 di febbraio 1545).

CLIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Intendo per le tua lettere, come non trovate ancora dove
porre i danari ch'io vi mandai, perch, secondo che mi scrivi, chi  'l
modo a fare l'arte col suo, non vuole danari d'altri. Adunche chi piglia
i danari d'altri,  segnio che non  il modo a far del suo: dunche 
pericoloso: per a me piace che voi andiate adagio a porgli in ogni
luogo, purch voi non gli straziate; perch sarebbe vostro danno. Io
quando potr, a poco a poco, come v' scritto, per insino a mille scudi
vi mander; dipoi vo' pensare alla vita mia, perch son vechio e non
posso pi durar fatica. El porto[167] che mi dtte il Papa, lo voglio
rinunziare, perch tengo a disagio troppi, e per buono rispetto non mi
piace tenerlo; e per mi bisognia fare qua una entrata da poter vivere
con miglior governo che io non fo. Per sappiate tener quello che avete,
che io non posso pi per voi.

Michele intendo che  avuto un figluolo mastio, e che lui e la Francesca
stanno bene: n' grandissimo piacere. Credo che n'abbi gi quattro: Idio
gniene dia consolazione. Racomandami a lui e ringrzialo da mia parte
della fatica che dura per te, perch non  manco per me; di che gli
resto obrigato. Non rispondo alla sua, perch male intendo la sua
lettera, e ancora perch credo che questa far il medesimo effetto: per
leggigniene.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Luigi del Riccio._)

    Lionardo del Riccio fate dare in propria mano.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Ihesus, da Roma. Ricevuta a d 20 di febraio 1544.


  [167] Ossia il provento del porto del Po a Piacenza.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (5 d'aprile 1545).

CLIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Intendo per la tua come non avete ancor fatto niente: io
dico che non  d'aver fretta, n anche da farne molto rumore con gli
amici, perch pochi si truova de' buoni.

Io  pensato in fra dua mesi mandare altrettanta[168] danari, ma non mi
piace gli abbiate a tenere in casa, perch son pericolosi; pure far
quello che tutti voi mi scriverrete; e perch io non son cost e non
posso giudicare qual sia meglio farne in questi tempi, la rimetto in
voi: se vi par di poterne far cosa pi sicura e utile, fate come volete:
io m'ingegnier in fra un anno mandarvi tutta la quantit che v'
promessa. Altro non v' che dire. Racomandami a Michele e alla
Francesca.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma. Ricevuta add 9 d'aprile 1545.


  [168] Cos nell'autografo. Intendi: _altrettanta somma di danari_.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (9 di maggio 1545).

CLV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io non credo che e' si possa tener danari in luogo nessuno a
guadagnio che non sia usura, se none stanno al danno come all'utile.
Quand'io vi scrissi che se voi volevi fare altro de' danari che io vi
mandavo, che vi paressi pi sicuro, intendevo di comperare qualche cosa,
come quella terra di Nicol della Buca o altro che vi paressi, e non
porre in su banco nessuno, che son tutti fallaci.

Ancora vi scrissi che avevo a ordine altrettanta danari,[169] e che
tutti voi mi scrivesti se volevi ch'i' gli mandassi ora o no, per non
avere ancora trovatone partito: per rispondete, e tanto far.

Tu mi scrivi dell'uficio che i avuto; io ti dico che tu se' giovane e
i viste poche cose; io ti ricordo che l'andare inanzi, a Firenze 
peggio che tornare adietro.

A Giovan Simone di', che un comento di Dante d'un Luchese,[170] che c'
di nuovo, non  molto lodato da ch'intende, e non  da farne stima;
nessuno altro ce n' di nuovo che io sappi.

A Michele Guicciardini mi racomanda, e digli che io son sano, ma con
molta noia e tanta, ch'io non  tempo da mangiare; per fa' mie scuse se
io non gli rispondo. Tu puoi leggergli questa, e fia il medesimo: e alla
Francesca di', che prieghi Iddio per me.

Ancora ti dico, quando ti fussi scritto niente per mio conto, non gli
credere se non v' un verso di mia mano.[171]

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1545, a d 13 di maggio: de' d 9 detto.


  [169] Sta cos nell'autografo. Ma vale l'osservazione fatta nella
  lettera precedente.

  [170] Alessandro Vellutello, il cui _Comento alla Divina Commedia_
  fu stampato la prima volta in Venezia dal Marcolini nel 1544.

  [171] La sottoscrizione manca.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (23 di maggio 1545).

CLVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  dato oggi questo d ventitre di maggio 1545 a' Covoni
in Roma scudi dugento d'oro in oro, che e' vi sieno pagati cost. Per
andate a' Capponi tu e Giovan Simone o Gismondo, come volete, e e' vi
saranno pagati, cio vi saranno pagati scudi dugento d'oro in oro, come
 dati qua: e cos fate la quitanza, e mandatemi la copia.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Luigi del Riccio._)

    Lionardo del Riccio date bene.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1545, add 27 di magio: de' d 23 detto ricevuta.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,(1545).

CLVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ti scrissi sabato passato che rei avuto pi caro dua
fiaschi di trebbiano, che otto camice che tu m'i mandate. Ora t'aviso
come  ricievuto una soma di trebbiano, cio 44 fiaschi, de' quali n'
mandati sei al Papa e a altri amici, tanto che gli  allogati quasi
tutti, perch io none posso bere; e bench io ti scrivessi cos, non 
per che io voglia che tu mi mandi pi una cosa che un'altra. A me basta
che tu sia uomo da bene, e che ti facci onore e a noi altri.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (di luglio 1545).

CLVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Del trebbiano io feci la ricevuta al vetturale che lo port,
di quaranta cinque fiaschi, e scrissiti che tu non mi mandassi niente, e
cos ti scrivo di nuovo, se io non te ne richieggo. Del trovare partito
de' danari, e' mi pare che Giovan Simone la 'ntenda meglio di te, perch
nell'andare adagio si fa manco errori. Voi avete da vivere e non siate
cacciati; per bisognia aver pazienzia e far poco romore, acci che e'
non vi sien tolti; e quando potr, ve ne mander degli altri insino al
numero promesso.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Add.... del luglio 1545.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (31 di dicembre 1545).

CLIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Tu mi scrivi che i inteso di pi case da comperare, in fra
le quali mi scrivi di quella che fu di Zanobi Buondelmonti, e questa mi
pare pi onorevole che tutte l'altre; per mi pare da intendere l'ultimo
prezzo e se e' v' sicurt buona, trla; ma non ti fidare di Bernardo
Basso:[172] mostra di prestargli fede, ma non gli creder niente, perch
 un gran fellone. S che fa d'esser savio, che bisognia, e massimo nel
comperare. Nel Quartier nostro in via Ghibellina, mi piacerebbe assai,
ma le vlte[173] ogni verno s'empion d'aqqua: s che pensa e cnsigliati
bene, e quando sarai resoluto co' mia frategli insieme, m'aviserai della
spesa e io tanto far pagare cost quanto bisognier.

Io ebbi circa un mese fa una lettera da messer Giovan Francesco con
un'altra inclusa che non conteneva niente; per fa' mie scusa se io non
risposi e racomandami a lui.

Quando scrivi, dirizza le lettere al Bettino, cio a' Cavalcanti o a
Girolamo Ubaldini. Altro non acade. Racomandami a Michele e alla
Francesca.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1545, di Roma. Riceuta add 7 di gennaro: de l'ultimo di
    dicembre.


  [172] Bernardino di Piero Basso, scarpellino.

  [173] Le cantine.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 9 di gennaio 1546.

CLX.

_Al suo carissimo Lionardo Buonarroti come figliuolo in Fiorenza._


Lionardo. -- I'  oggi questo d nove di gennaro 1545, dato qui in Roma a
messer Luigi del Riccio scudi secento d'oro in oro, e' quali te li facci
pagare cost in Firenze, per finirvi il numero de' mille scudi
promessivi: per anderete a Piero di Gino Capponi e vi saranno pagati;
ftene la quitanza per tanti pagtine qua, come  detto.

E messer Luigi detto scriverr qui disotto l'animo mio verso di voi,
perch non mi sento bene e non posso pi scrivere;[174] per sono
guarito[175] et no' har pi male, Iddio grazia: cos lo prego: il
simile farai tu.

Io sono resoluto, oltre alli sopradetti danari, provedere cost a Giovan
Simone, Gismondo, et a te scudi tremila d'oro in oro, cio scudi mille
per uno, ma a tutti insieme; con questo che si investischino in beni
stabili o in qualche altra cosa che vi porti utile, e che resti alla
casa. Per andate pensando di metterli in qualche cosa stabile et buona,
et quando havete qualcosa che vi paia a proposito, avisatemelo, che vi
far la provisione de' danari. Et questa lettera fia comune a tutti a
tre voi. Et non mi occorrendo altro, mi vi raccomando. Iddio ec. ec.

  In Roma, il d sopradetto.

                              Io MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1545, di Roma, add.... del d 9 detto, cio de' d 9 di
    gennaio, da Michelagnolo Buonarrotti.


  [174] Di qui scrive il Del Riccio. Per Michelangelo sottoscrive.

  [175] Michelangelo era stato gravissimamente malato, in modo che
  era venuta la nuova in Firenze della sua morte. Stette in casa
  degli Strozzi, ed il Del Riccio, loro ministro ed amico di
  Michelangelo, lo govern ed assist con grandissima cura ed
  amorevolezza.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (16 di gennaio 1546).

CLXI.

_Al suo carissimo Lionardo Buonarroti come figliuolo in Firenze._


[176]Lionardo carissimo. -- Io ti scrissi sabato passato alli 9, et ti
rimissi scudi 600 da Piero Capponi per via di Luigi del Riccio, come
harai visto, che ne attendo risposta.

Ancora ti dissi come io mi ero resoluto provedere a Giovansimone,
Gismondo et a te scudi tremila, ogni volta trovassi da rinvestirli in
cosa buona e stabile da rimanere alla casa: che andrete cercando et
aviserete alla giornata.

Ora io intendo qui da uno mio amicissimo che e' si vendono li stabili di
Francesco Corboli, che abita a Vinezia et fall pi mesi sono; e quali
mi  detto, sono una casa antica posta cost nel quartiere di Santo
Spirito et certe possesioni tutte insieme con para sei di bovi et con
una buona casa o palazotto da oste poste a Monte Spertoli, che sarebbono
d'una spesa vel circa a questa. Per vorrei che Giovansimone e tu ve ne
informassi bene, intendendo quanto hanno di decima, di che bont sono et
rendita, come sono in ordine e se vi  sopra lite o imbrogli et quello
vi pare vaglino: et di tutto mi date, quanto prima possete, risposta.

[177]Messer Luigi del Riccio, non mi sentendo io bene, m' servito di
scrivervi di certe possessione che mi sono state messe qua per le mani,
come intenderete: per abbiate cura che cosa sono, e rispondete presto.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Luigi del Riccio._)

    Di grazia messer Piero Capponi fate dar sbito.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1546, di Roma a d.... di gennaio ricevuta: de' d 9 (_sic_)
    detto. Di messere Michelagnolo Buonarroti.


  [176] La lettera  scritta da messer Luigi del Riccio.

  [177] Di qui scrive Michelangelo.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (6 di febbraio 1546).

CLXII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Tu se' stato molto presto a darmi aviso delle possessione
de' Corboli: io non credetti che tu fussi ancora a Firenze. Che ' tu
paura che io non mi penta, come forse se' stato imburiassato? e io ti
dico che voglio andare adagio, perch e' danari gli  qua guadagniati
con quella fatica che non pu sapere chi  nato calzato e vestito come
tu.

Circa all'esser venuto a Roma con tanta furia, io non so se tu venissi
cos presto, quand'io fussi in miseria e che e' mi mancassi il pane:
basta che tu gitti via e' danari che tu non i guadagniati. Tanta
gelosia i di non perdere questa redit! e di' che gli era l'obrigo tuo
venirci per l'amore che mi porti: l'amore del tarlo! Se mi portassi
amore, m'resti scritto adesso: _Michelagniolo, spendete i tremila scudi
cost per voi, perch voi ci avete dato tanto, che ci basta: noi abbiam
pi cara la vostra vita, che la vostra roba_.

Voi siate vissuti del mio gi quaranta anni, n mai  avuto da voi, non
c'altro, una buona parola.

Vero  che l'anno passato fusti tanto predicato e ripreso, che per la
vergognia mi mandasti una soma di trebbiano; che non l'avessi anche
mandata!

Io non ti scrivo questo, perch io non voglia comperare; io voglio
comperare per farmi una entrata per me, perch non posso pi lavorare;
ma voglio andare adagio, per non comperare qualche noia: s che non abbi
fretta.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


Quando cost ti fussi detto o chiesto niente da mia parte, se non vedi
un verso di mia mano, non credere a nessuno.

E' mille ducati overo scudi che io t' mandati, se tu consideri che fine
nno le bottege o per via di cattivi ministri o d'altro, tu comprerrai
pi presto la possessione, perch  cosa pi stabile. Pur consigliatevi
insieme e fate quello che meglio vi pare.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1545, da Roma. Ricevuta add 11 di febraio: de' d 6 detto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (15 di febbraio 1546).

CLXIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Circa al comperare o al porre in sur una bottega i danari
che io v' mandati, consigliatevene fra voi, e fate quello che voi
conoscete che sia il meglio, perch io non me ne intendo.

Delle possessione de' Corboli n' un certo aviso che non mi piace, cio
che e' v' su un albitrio di venticinque scudi: quando fussi vero, non
mi mancherebbe altra noia, comperandole. E ancora m' ditto, che certi
loro parenti ci nno su qualche ragione.

Io non m'intendo di queste cose: per bisognia andare adagio e aprir ben
gli ochi, e quando si trovassi che le fussi cose sicure, per giusto
prezzo sarei per comperarle, se sono cose buone, e massimamente insieme
e ben confinate.

Per attndivi e avisami quello che ne 'ntendi, e quello che  gudicato
che vaglino. Altro non  che dire. Racomandami al Guicciardino e alla
Francesca.

Io  bisognio di farmi una entrata, perch quella che io  avuta insino
a ora dal Papa, non possendo pi lavorare, non  gusto che io la tenga:
e le dette possessione mi farebono parte di detta entrata: e pi presto
per vostro amore mi par da comperare a Firenze che altrove o dette
possessione o altre.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1545, di Roma. Riceuta add 20 di febraio.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (6 di marzo 1546).

CLXIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Tu mi scrivi che avete trovato da far certa compagnia con un
del Palagio e altri, e che io me ne informi. Io non conosco e non  modo
nessuno da 'nformarmi di simil cosa; ma perch oggi non c' se non
fraude, e non si pu fidar di persona, vi consiglio che andiate adagio,
e massimo non vi mancando il pane; e nell'andare adagio si scuopre di
molte cose, e massimo che chi apre una bottega d'un'arte che e' non vi
sia dentro valente, rovina presto: e non bisognia pensar di potersi pi
rifare in questi tempi.

Delle terre de' Corboli, io n' vari avisi; e perch io per la lunga
sperienza son sospettoso, io l' licenziate, acci che in mia vechieza
io non entri in qualche briga, e dopo me vi lasci altri: per non vi
attender pi.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1545, di Roma. Riceuta add 11 di marzo: de' d 6 detto.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 29 d'aprile (1546).

CLXV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- La casa della via de' Martegli non mi piace, perch non mi
pare che sia strada da noi: quella dell'Arte della lana nella via de'
Servi, poi che v' buon sodo, se  al proposito di stanze e d'altro,
piglitela: e avisatemi de' danari che vi mancano e io sbito ve gli
far pagare. Ma abiate cura di non esser fatti fare; che questo romore
del volere comperare una casa non facci l'incanto artifizioso. A me
parrebbe di vederla, ci  che voi la vedessi prima molto bene, e
informarsi della valuta: e quando vedessi che 'l prezzo non fussi gusto,
lasciarla a chi la vuole: perch i danari non si truovon per le strade.
Pure, come  detto, io vi mander i danari che mancheranno, e dvi
libera commessione di trla e non la trre, come a voi vi pare. Altro
non m'acade. Avisatemi quello avete fatto.

  A d venti nove aprile.


Io non dico circa la compera che e' s'abbi a guardare in dieci scudi, ma
in una cosa disonesta.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (30 d'aprile 1546).

CLXVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ebbi le camice: dipoi intesi per un'altra tua d'una
entrata d'un mulino che si poteva comperare, e ultimamente mi scrivi
d'un'altra possessione presso a Firenze. El mulino non mi piaqque,
perch non mi fido d'entrata in su l'aqqua, e anche questo di che mi
scrivi ora mi par troppo in su le porte. Quando si trovassi qualche cosa
discosto otto o dieci miglia, mi parrebbe pi al proposito, ma non ci 
fretta. Per none far tanto romore. Altro non mi acade. Quand'io non
rispondo alle tua, pensa che io  il capo a altro che a scrivere.
Racomandami al Guicciardino e alla Francesca.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1546, di Roma. Riceuta a d 4 di magio.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (26 di maggio 1546).

CLXVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- I'  ricevuto il contratto e parmi che stia bene; per
ringrazia messer Giovan Francesco, perch m' fatto piacer grande, e
prgalo che ringrazi Bernardo Bini e racomandami a lui. Altro non mi
acade; ch per l'ultima mia vi scrissi, cio che voi facciate circa il
comperare quello che vi pare, pur che siate ben sodi e che non s'abbi a
piatire. In questa sar una di messer Giovan Francesco: d' e
racomandami a lui.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1546, di Roma, add 30 di magio: de' d 26 deto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (5 di giugno 1546).

CLXVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  fatto copiare la minuta della procura senza senza[178]
vederla altrimenti, e fo procuratore te e mndotela. Ftela veder voi e
se la sta a vostro modo, mi basta: che io  il capo a altro che a
procure: e non mi scriver pi; ch ogni volta che io  una tua lettera
mi vien la febbre, tanta fatica duro a leggierla! Io non so dove tu
t'abbi imparato a scrivere. Credo che se avessi a scrivere al maggiore
asino del mondo, scriveresti con pi diligenzia. Per e' non m'agugniete
noie a quelle che io , che n' tante che mi bastano. La procura voi
l'avete a far vedere e studiare; e se nol farete, vostro danno.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1546, di Roma, add 9 di gugnio: de' d 5 detto.


  [178] Sta cos nell'autografo.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (4 di settembre 1546).

CLXIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Tu m'i scritto una gran bibbia per picola cosa: che non 
altro che darmi noia. De' danari, de' danari[179] che mi scrivi quello
che n'avete a fare, consigliatevene tra voi e spendetegli in quello che
v' pi bisognio. Altro non m'acade, n  anche tempo da scrivere.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1546, di Roma, a d 9 di settembre: de' d 4 detto.


  [179] Cos si legge.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (13 di novembre 1546).

CLXX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io non t' scritto, poich tu m'avisasti della pratica che
tu avevi circa al far bottega. Io ti dico, che tu non abbi fretta: e
quando tu indugiassi ancora uno anno, non credo che fussi mal nessuno,
avendo da vivere. Io  pensato a questi d, che e' sare' bene comperare
una casa cost onorevole di mille cinquecento scudi vel circa, o pi se
pi bisogniassi; perch quella ove state, avendo tu a trre donna, non 
capace, e ancora perch'io son vechio, dar luogo a questi danari: s che
cerca e avisa.

 ricevuto a questi d una lettera della Francesca: vorrei che tu
andassi a dirgli che io far quanto mi scrive, e che io, bench non gli
scriva, non  per dimenticato n Michele n lei; ma sono in troppe
ocupazione e non  tempo da scrivere. Racomandami a Michele e a lei.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_D'altra mano._)

    Datela bene Ser Olivieri.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1546. Riceuta add 20 di novembre: de' d 13 detto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (4 di dicembre 1546).

CLXXI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  ricevuto sedici marzolini, e quattro iuli pagato al
mulattiere. Tu debbi aver ricevuta la lettera che ti scrissi del
comperare una casa onorevole, e ora, mentre che scrivo, m' stata
portata una tua della ricevuta di detta, dove mi di' che anderai a
vicitare Michele e la Francesca e farai l'ambasciata: e racomandami a
loro. Circa il comperare la casa, io vi raffermo il medesimo, cio che
cerchiate di comperare una casa che sia onorevole, di mille cinquecento
o dumila scudi e che sia nel Quartier nostro,[180] se si pu; e io,
sbito che rete trovato cosa al proposito, far pagare cost i danari.
Io dico questo, perch una casa onorevole nella citt fa onore assai,
perch si vede pi che non fanno le possessione, e perch noi sin pure
cittadini discesi di nobilissima stirpe. Mi son sempre ingegniato di
risucitar la casa nostra, ma non  avuto frategli da ci. Per
ingegniatevi di fare quello che io vi scrivo, e che Gismondo torni
abitare in Firenze, acci che con tanta mia vergognia non si dica pi
qua, che io  un fratello che a Settigniano va dietro a' buoi: e quando
rete compera la casa, ancora si comperr dell'altre cose.

Un d che io abi tempo, v'aviser dell'origine nostra e donde venimo e
quando a Firenze,[181] che forse nol sapete voi; per non si vuol trsi
quello che Dio ci  dato.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_D'altra mano._)

    Messer Giovanni Olivieri di grazia ftela dare.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1546, di Roma, add 11 di dicembre: del d 4 detto.


  [180] Ossia nel Quartiere di Santa Croce.

  [181] Da queste parole s'intende che Michelangelo credeva che
  veramente l'origine della sua famiglia fosse da' Conti di Canossa.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (di dicembre 1546).

CLXXII.[182]

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- E' mi venne alle mani circa un anno fa un libro scritto a
mano di cronache fiorentine, dove trovai circa dugento anni fa, se ben
mi ricordo, un Buonarroto Simoni pi volte de' Signori, dipoi un Simone
Buonarroti, dipoi un Michele di Buonarroto Simoni, dipoi un Francesco
Buonarroti. Non vi trovai Lionardo, che fu de' Signori, padre di
Lodovico nostro padre, perch non veniva tanto in qua. Per a me pare
che tu ti scriva _Lionardo di Buonarroto Buonarroti Simoni_. Del resto
della risposta alla tua non acade, perch non i ancora inteso niente
della cosa ti scrissi, n della casa.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [182] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 737.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (22 di gennaio 1547).

CLXXIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Intendo per la tua come i messo un mezano overo sensale per
conto della casa de' Buondelmonti, e come intendi che la spesa  2400
scudi. Di cos mi scrivesti per l'altra. Parmi un gran numero di danari,
e non credo se cercon di vendere, che in questi tempi gli truovino di
contanti, come farei io. Per tu anderai intendendo e avisera'mi, e in
questo mezo potrai cercare d'altro; e come ti scrissi nel Quartier
nostro mi piacerebbe; ma l'empiersi le vlte d'acqua, non mi pare di
poca importanza. Circa il cominciare a mandare cost danari, vorrei
mandargli per la via usata, come a tempo di messer Luigi,[183] cio che
e' vi fussino pagati cost da' Capponi, e sapere a chi io gli  a dare
qua; per se lo puoi intendere da' detti Capponi, avisa, perch
comincier[184] a poco a poco i danari per detta casa.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_D'altra mano._)

    Ser Olivieri date sbito ch' di amico e importa.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1546, di Roma, add 27 di gennaio: de' d 22 detto.


  [183] Del Riccio, morto sul finire del 1546.

  [184] Mancano le parole: _a mandare_.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 11 di febbraio 1547.

CLXXIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  portato oggi ad 11 di febbraio 1546 scudi cinquecento
d'oro in oro a messer Bindo Altoviti, che tanti ne facci pagar cost; e
cos vi saranno pagati da' Capponi. Per in questa sar la lettera del
cambio. Andrete tu e Gismondo per essi, e fate la ricievuta che stia
bene; cio che tanti n' dati qua di contanti: e mndami la copia: e
quando mi scrivi, adirizza le lettere a messere Girolamo Ubaldini: e se
tenete danari in casa, l'una mana non si fidi de l'altra, perch 
grandissimo pericolo. Circa il comperare la casa, non andate dietro a
chi non vuol vendere, perch non vagliono manco i danari che le case: se
non quella, un'altra.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1546, di Roma, add 17 di febraio: de' d 11 detto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 5 di marzo 1547.

CLXXV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  inteso per l'ultima tua come i ricievuti i cinquecento
scudi che ti mandai, e la copia della quitanza: e stamani a d cinque di
marzo 1546  portati a messer Bindo Altoviti altri cinquecento scudi
d'oro in oro, che te gli facci medesimamente pagare cost da' Capponi o
a te o a Gismondo o amendua voi: e in questa sar la lettera del cambio.
Per anderete per essi: e fa' la quitanza che stia bene e mndami la
copia: e quando rete comperata la casa, vi mander quello che mancher,
secondo che m'aviserete. Quello ch'i' fo,  solo perch avendo tu a tr
donna, la casa ove state non mi pare al proposito. A questo lascier
pensare a te e a' mia frategli; per quando sia vlto a simil cosa,
fmelo intendere e dove, acci possa dire il parer mio: e credo sare'
bene, perch morendo senza reda, ogni cosa ne va allo Spedale. Altro non
m'acade. Racomandami al prete.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1546, di Roma, add 10 di marzo: de' d 5 detto riceuta.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (di marzo 1547).

CLXXVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  avuto la quitanza degli scudi che avete ricevuti da'
Capponi per quegli che contai qui agli Altoviti, e smi maravigliato che
Gismondo n per questi ultimi n pe' primi sie venuto teco per essi,
perch ci che io mando,[185] non manco per loro che per te; e tu mi
scrivi che mi ringrazi del bene che io ti fo, e 'mi a scrivere: _noi vi
ringraziamo del bene che voi ci fate_. Con quelle medesime condizione
che io ti scrissi, quando ti mandai i danari per porre in sur una
bottega, t' mandato questi, ci  che tu non faccia niente senza il
consenso de' mia frategli. Circa il comperare casa, io te l' scritto,
perch quando ti paia di tr donna, come mi par necessario, la casa ove
state non  capace del bisognio, e non trovando voi da comperare cosa al
proposito, penso dove siate in via Ghibellina vi potessi allargare, ci
 finire i becategli della casa insino in sul canto e rivoltargli per
l'altra strada, comperando la casetta che v' sotto, se fussi abastanza.
Pure quando troviate da fare una compera sicura e onorevole, mi pare che
sar meglio; e io vi mander quello che mancher. Circa il tr donna,
qua me n' stato parlato da pi persone; qual m' piaciuta e qual no.
Stimo che ancora ne sia stato parlato a te. Per se se' vlto a ci,
avisami; e se i fantasia pi a una che a un'altra: e io ti dir il
parer mio. Altro non m'acade.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [185] Manca una parola; forse, _mando_.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,(1547).

CLXXVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- L'apportatore di questa sar uno scarpellino da Settigniano
che  nome Iacopo, il quale dice che vuole vendere certe terre vicine a
noi, luogo detto Fraschetta. Per dillo a Gismondo, e vedete che cose
sono; e quando sia bene il comperarle e che e' vi sia buon sodo, che e'
non si comperi un piato, avisatemi, e della spesa; e quando non sia
molto grande, vi mander i danari. Circa della compera della casa, non
credo che abiate poi fatto altro. Di quell'altra cosa[186] te n'i a
contentar tu: basta a me che tu me n'avisi prima. Altro non m'acade.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [186] Intendi: _del trre moglie_.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,(1547).

CLXXVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  inteso per le vostre, del podere del Fraschetta: basta,
non bisognia pi pensarvi. Tu mi scrivi che la casa della via de' Servi
s' venduta allo incanto e che la non era a ogni modo al proposito: e
pur par che vi fussi piaciuta prima, secondo mi scrivesti; ma se 
venduta, sia pel meglio. Di quella di Giovanni Corsi, di che ora mi
scrivi, intendo di quella che  in sul canto della piazza di Santa
Croce, riscontro la casa degli Orlandini, la quale a me piace, se piace
a voi: ma dubiterei forte del sodo quando si vendessi: per vendendosi e
facendo noi disegnio di comperarla, bisognia aprir ben gli ochi. Se  in
vendita, avisatemi di quel se ne domanda. Io so che  casa antica, e
credo che dentro sia molto mal composta.  ricievuto una soma di
trebbiano, manco sei fiaschi, di quaranta quattro; tre rotti e tre n'
restati a la dogana, e dieci n' mandati al Papa. Dio voglia che e'
riesca buono. Altro non m'acade. Racomandami al Guicciardino, a la
Francesca e a messer Giovan Francesco.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (di settembre 1547).

CLXXIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Stasera al tardi  una tua lettera, e  poco tempo da
scrivere. Circa la casa de' Corsi, mi fu detto l'altra volta che me ne
scrivesti, che v'era un vicino rico che era per trla, e non la
togliendo, dubito non sia cosa pericolosa: per aprite gli ochi, che non
comperiate qualche piato. Del resto se vi piace, per gusto prezzo
pigliatela, se la potete avere. Circa la limosina a me basta esser certo
che l'abiate fatta, e basta aver la ricievuta dal Munistero, e di me non
avete a far menzione nessuna. Del bambino del Guicciardino n' avuto
quella passione che se fussi mio figliuolo: confortagli a pazienzia e
racomandami a loro. A messer Giovan Francesco mi racomanda e ringrazialo
e digli, che s'io non fo verso di lui il debito, che m'abi per iscusato,
perch sono in troppe noie e massimo ora che  perduto il porto,[187]
resto a vivere in su' danari sechi.[188] Idio ci aiuti. Altro non mi
acade. Di' a messer Giovan Francesco che mi racomandi al
Bugiardino,[189] se  vivo.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [187] Il porto del Po a Piacenza era stato concesso a Michelangelo
  da Paolo III con Breve del d 1 di settembre 1535, affinch colla
  sua entrata, che si stimava di 600 ducati all'anno, potesse
  essergli assicurata la met della pensione vitalizia di 1200
  ducati, assegnata a lui da papa Clemente VII. Di questa entrata
  per non pot Michelangelo conseguire il formale possesso prima
  del maggio 1538. E perch egli, per dimorare in Roma, non poteva
  riscuotere i proventi di quel porto, avevalo dato in affitto a
  Francesco di Giovanni Durante da Piacenza. Ma Michelangelo non
  god quel possesso senza contrasti e litigi: e prima per parte
  della signora Beatrice Trivulzio, la quale, pretendendo diritti
  sul fiume, vi aveva aperto un nuovo passo, e ne riscuoteva il
  pedaggio, con non piccolo scapito di Michelangelo; e ci volle
  tutta l'autorit della Camera Apostolica, perch fosse tolto di
  mezzo questo inconveniente. Venne dipoi il Comune di Piacenza, che
  desiderava di assegnare in benefizio del proprio Studio pubblico i
  frutti del porto; ed in ultimo si presentarono i fratelli
  Baldassarre e Niccol della Pusterla, i quali affermavano avervi
  diritto per concessione imperiale; e ne mossero lite, che and
  assai in lungo con grande noia e sdegno di Michelangelo; sebbene
  Pier Luigi Farnese duca di Parma procurasse di quietarlo con buone
  promesse. Ma dopo la morte violenta di quel Duca, e la conseguente
  caduta di Piacenza nelle mani di Carlo V, la Camera Imperiale
  prese per suo il porto del Po, e cos Michelangelo rest privato
  per sempre di quel contrastato provento. Intorno a questo fatto,
  vedi Amadio Ronchini; _Michelangelo e il Porto del Po a Piacenza_:
  negli ATTI E MEMORIE DELLA DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LE
  PROVINCIE MODENESI E PARMENSI.

  [188] Cio, _consumando il capitale senza frutto, per non
  esercitarlo_.

  [189] Giuliano, pittore. Mor d'anni 79, a' 17 di febbraio 1554.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,(1547).

CLXXX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Circa la casa de' Corsi, tu mi scrivi che la vendita non
sar cos presta per rispetto dell'avervi a murare, e che per ora ti
parrebe d'atendere alla bottega, e che i trovato uno da far compagnia
seco. A me pare, che se la detta casa  il guscio delle mura di fuori
sano, e che e' vi sia buon sodo, che la si debba trre, per dar luogo a
que' danari. El di dentro si pu poi aconciare a poco a poco. Dipoi
comperata detta casa, ti resta tanto che tu potrai bene acompagniarti a
bottega, bench non mi par che sien tempi da mettere danari in aria: e
non truovo che a Firenze sien durate le famiglie, se non per forza di
cose stabile: per cnsigliati meglio: e ci che farete, farete per voi.
Circa la limosina, mi pare che tu la stracuri troppo: se tu non di del
mio per l'anima di tuo padre, manco daresti del tuo. A messer Giovan
Francesco racomandami e ringrazialo e digli che circa al darti donna,
che io aspetto un amico mio che non  in Roma, che mi vuol mettere
inanzi tre o quatro cose: e io ve n'aviser; e vedrem se vi sar cosa
per noi.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,(1547).

CLXXXI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Per quel ch'io intendo per l'ultima tua della casa de'
Corsi, a me pare che vi sia poco del buono e assai del cattivo: e queste
case vechie, se non se n' un gran mercato, mi par che non s'abino a
trre; perch come si comincia a volerle rassettare, si truova tuttavia
pi cattiva materia, in modo che sare' meglio farne una tutta di nuovo:
e ancora mi dispiace, per non esser casa sana per rispetto de l'umidezza
del terreno. Penso che peggio sia la vlta; di che non mi scrivi niente,
e secondo mi scrivi, solo il sodo  cosa buona. Del prezzo tu mi di'
mille secento fiorini: io non intendo che fiorini; ma come si sieno, io
credo che vi si spendere' pi che la non si comperassi a restaurarla.
Nondimeno sendo in luogo onorevole, io non vi dico per resolutamente
che voi non la togliate, e massimo se v' buon sodo, come mi scrivi.
Per consigliatevi bene, e quello che farete, riputer che sia sempre il
meglio; perch tener danari  cosa pericolosa. Altro non m'acade, se non
che quand'e' pur siate vlti al trla, fatela ben vedere e tirate il
prezzo basso il pi che potete.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,(1547).

CLXXXII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ti scrissi circa il tr donna: che t'avisai di tre che
m'era stato parlato qua, l'una  una figluola d'Alamanno de' Medici,
l'altra figluola di Domenico Gugni, e l'altra figluola di Cherubin
Fortini. Io none conosco nessuno di questi: per non te ne posso dir n
ben n male, n consigliarti pi dell'una che dell'altra. Per se
Michele Guicciardini volessi durarci un poco di fatica, potrebbe
intender che cose sono e darcene aviso; e cos se avessi notizia
d'altro. Per priganelo da mia parte e racomandami a lui. Circa il
comperar casa, a me pare che innanzi al tr donna sia cosa necessaria,
perch quella dove state so che non  capace. Per quando me ne scrivi,
fa' ch'i' possa intendere le lette[190] se vuoi ch'i' ti risponda del
parer mio. Messer Giovan Francesco ancora circa a questi casi potrebbe
dar qualche buon consiglio, perch  pratico e vechio: racomandami a
lui. Ma sopra tutto bisognia il consiglio di Dio, perch  gran partito:
e ricrdoti ancora che dalla moglie al marito almen vuole esser sempre
dieci anni di differenzia, e aver cura che oltre alla bont sia sana.
Altro non  che dire.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [190] Cos dice per svista, invece di _lettere_.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,(1547).

CLXXXIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  ricievuti quattordici marzolini, e dicoti quello che
altre volte t' scritto, che non mi mandi niente, se io non te lo fo
intendere.

Circa la casa de' Corsi i' dubito che 'l mostrare che altri la voglia
non sia per farti saltare. A me pare che detta casa, sendo dentro come
, che l'oferta che i fatta stia bene: per statevi un poco a vedere.

Circa l'altra casa che tu di' verso il canto agli Alberti, mi par troppa
spesa a la grandezza e al non essere anche finita: pure io dico che non
posso far giudicio delle cose che io ne son s lontano; e cos ti
rispondo ancora del far bottega; che la non  mia professione e non te
ne so parlare. Il bene e 'l male che voi farete,  esser vostro.

Io ti scrissi circa il tr donna di tre, di che m' stato parlato qua:
non ti consiglio di nessuna, perch non  notizia de' cittadini
fiorentini. El Guicciardino in simil casi ti potr aiutare. Racomandami
a lui e a la Francesca.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,(1547).

CLXXXIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  la ricevuta della limosina, che mi piace. Circa la casa
de' Corsi se e' v' vicini che la voglino, lasciala lor pigliare, e di'
che tu non vuoi dar noia a persona, e statti a vedere e aspetta
d'esserne pregato. A messer Giovan Francesco racomandami e ringrazialo
da mia parte, perch gli son molto obrigato; e digli che quell'uomo da
bene che gli rispose che io non ero uomo di Stato, non pu esser se non
gentile e discreto, perch disse il vero: che tal pensiero mi dessino le
cose di Roma, che quelle degli Stati!

D'un'altra casa che tu mi scrivi, la lettera per non la potere
intendere, non ti posso anche rispondere: io non  mai lettera da te che
non mi venga la febre inanzi che io la possi leggiere: io non so dove tu
t'i imparato a scrivere. Poco amore!

                              MICHELAGNIOLO in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (di luglio 1547).

CLXXXV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io intendo per l'ultima tua circa il comperar della casa,
come Giovanni Corsi  morto, e come non sai che se ne faranno le rede
della casa sua; e ancora mi scrivi che credi che quella di Zanobi
Buondelmonti si vender: e a me non piacere' manco che quella de' Corsi;
ma qual si possa aver de l'una delle dua, a me pare che la si debba
pigliare e non guardare in cento scudi, pur che con ogni diligenzia si
cerchi buon sodo: e questo mi par da far pi presto che si pu, perch
avendo o volendo tu tr donna, per ogni rispetto fa pi per te trla,
mentre son vivo, che dopo la morte mia. Io per finire di mandarvi i
danari, che io stimo che possa mancare a la valuta d'una di dette case,
comincier forse di quest'altra settimana a mandarvi qualche scudo; e
perch nella tua mi mandi una lettera di qualche limosina, darai di quel
che vi mander a quella donna quello che ti parr. Altro non m'acade.
Racomandami al Guicciardino e a la Francesca. A messer Giovan Francesco
ancora mi racomanda e fa' mie scusa, che se non fo il debito mio,  che
io sono in troppo afanno.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


[191]Vorrei che per mezzo di messer Giovan Francesco tu avessi l'altezza
della cupola di Santa Maria del Fiore, da dove comincia la lanterna
insino in terra, e poi l'altezza di tutta la lanterna, e mndassimela: e
mndami segniato in su la lettera un terzo del braccio fiorentino.


  [191] Questo che segue  pubblicato dal Grimm, Op. cit., pag. 739.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 6 d'agosto 1547.

CLXXXVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io mando cinque cento cinquanta scudi d'oro in oro, che cos
 conti qui a messer Bartolomeo Bettini. Tu i andare per essi a'
Salviati, come dice la poliza che sar in questa. Farete la quitanza che
stia bene, ci  per tanti che n' ricievuti qui di contanti detto
messer Bartolomeo in Roma; e mndamene la copia. I detti cinque cento
scudi io ve gli mando per conto di quegli che mancheranno a mille che vi
mandai per la compera della casa; e di quello che ancora mancher per
detta compera, ve gli mander quando me n'aviserete. De' cinquanta scudi
dnne quattro o sei a quella donna, di chi mi mandasti una lettera per
la ultima tua, se ti pare; del resto, per insino in cinquanta, quando mi
manderai la ricevuta, io t'aviser quello voglio che se ne facci. A d
sei d'agosto 1547.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (d'agosto 1547).

CLXXXVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  per la tua la ricievuta de' cinque cento cinquanta
scudi d'oro in oro, com'io contai qua al Bettino. Tu mi scrivi che ne
darai quattro a quella donna per l'amor de Dio: che mi piace: el resto
per insino in cinquanta ancora voglio che si dieno per l'amore di Dio,
parte per l'anima di Buonarroto tuo padre e parte per la mia. Per vedi
d'intendere di qualche cittadino bisognioso che abbi fanciulle o da
maritare o da mettere in munistero, e dgniene, ma secretamente, e abi
cura di non essere gabbato, e fttene far ricievuta e mndamela, perch
io parlo de' cittadini e che io so che a' bisogni si vergogniono andare
mendicando. Circa il tr moglie, io ti dico che non ti posso dare[192]
pi una che un'altra, perch  tanto che io non fui cost, che io non
posso sapere in che condizione vi sieno i cittadini: per bisognia vi
pensiate da voi: e quando rete trovato cosa che vi piacia, r ben caro
averne aviso.

Tu mi mandasti un braccio d'ottone, come se io fussi muratore o
legnaiuolo che l'abbi a portare meco. Mi vergogniai d'averlo in casa e
dttilo via.

La Francesca mi scrive che non  ben sana e che  quattro figluoli e che
 in molti afanni del none esser ben sana. Me ne sa male assai:
dell'altre cose, io non credo che gli manchi niente. Circa gli afanni,
io credo averne molti pi di lei e vi aggunto la vechiezza e non 
tempo da intrattenere parenti: per confortala a pazienzia da mia parte
e racomandami al Guicciardino.

De' danari che io v' mandati, vi consiglio a spendergli in qualche cosa
buona o possessione o altro, perch  gran pericolo a tenergli, e
massimo oggi. Per fate di dormire con gli ochi aperti.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [192] Forse, _dire_.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (17 di dicembre 1547).

CLXXXVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Intendo per la tua d'un piato che n' stato mosso di certe
terre a Settigniano, e che io vi mandi una procura che voi possiate
difenderle. La procura sar in questa, e credo che bisogni che io vi
mandi un libro di contratti che io feci fare in forma propia a ser
Giovanni da Romena, che mi cost diciotto ducati; dove non pu essere
che e' non vi sia il contratto di dette terre; e con esso libro mander
pi contratti e retificagione e altre scritture che importano ci ch'io
 al mondo. Per vorrei che tu trovassi un vetturale fidato, e che tu lo
mandassi a me quando viene a Roma; e io gli dar un fardello delle dette
scritture, il qual sar circa venti libre; e vorrei che tu facessi seco
patti e non guardassi in un mezzo scudo, acci che te le porti a
salvamento: e digli che quando porter la tua lettera della ricievuta,
che ancora io gli doner qualche cosa. Della bottega, el Guicciardino mi
scrive che tu l'i pregato ch'egli entri a compagnia; e tu mi scrivi che
se' stato pregato: sie come si vuole, pur che facciate cose chiare,
perch sin poveri d'amici e parenti, e non c' il modo a combattere.
Del nome della casa io vi metterei quel _Simone_ a ogni modo,[193] e se
 troppo lungo, chi nol pu leggere, lo lasci stare.[194]


  [193] Parla del suo cognome, il quale voleva si dicesse de'
  _Buonarroti Simoni_, per essere stati nella sua famiglia parecchi
  individui col nome di Simone e di Buonarroto, sebbene egli si
  sottoscriva sempre _Buonarroti_.

  [194] Manca la sottoscrizione.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 24 di dicembre 1547.

CLXXXIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Tu mi scrivi che siate stati citati per conto del Monte che
sta per sodo del podere che io comperai da Pier Tedaldi, che ne voglion
comperare terre che stien pure pel medesimo sodo, e che voi non potete
consentire a questo senza mia licenzia. Io vi do licenzia che voi
facciate tanto quanto vi pare che sia bene, quant'e' farei io se fussi
cost. Della settimana passata ti mandai la procura che mi chiedesti, e
scrissiti che tu trovassi un vetturale fidato, e che quando e' venissi a
Roma, tu lo mandassi a me con una tua lettera, perch gli voglio dare
uno fardelletto di scritture che sar circa venti libre, nel quale sar
un libro di contratti che feci fare a ser Giovanni da Romena, con altri
contratti e scritture di grandissima importanza. Per fa' il mercato
cost col vetturale e non guardare in un mezzo scudo e pagera'lo cost,
acci che lo porti pi fedelmente. Altro non m'acade. A d venti quattro
di dicembre 1547.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (6 di gennaio 1548).

CXC.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Egli  stato oggi a me con una tua lettera uno che dice che
 figliuolo di Lorenzo del Cione vetturale, per il fardello de'
contratti che io scrissi di mandarti. Io non lo conosco, ma credendo che
e' sia quello che tu mi mandi per essi, gniene do, e pure con sospetto,
perch  cosa che 'mporta assai. Alla ricievuta mi scriverrai per il
medesimo e io gli doner qualche cosa, come ti scrissi. Io l' messo in
una scatola e rinvltola bene doppiamente in panno incerato, in modo 
ammagliato, in modo che l'aqqua non gli pu far danno. Altro non  che
dire. A d non so, ma oggi  Befania.

Nel libro de' contratti v' una lettera del conte Alessandro da
Canossa,[195] che io  trovato in casa a questi d; il quale mi venne
gi a visitare a Roma come parente. bine cura.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [195] La lettera  scritta da Bianello de le quattro Castella il
  d 8 d'ottobre 1520. In essa dice il Conte, che ricercando nelle
  cose antiche di sua casa aveva trovato un messer Simone da Canossa
  essere stato nel 1250 Potest di Firenze. Da questo messer Simone
  si pretendeva aver avuto principio in Firenze i Buonarroti Simoni.
  Pare che Michelangelo credesse a questa sua parentela coi Conti di
  Canossa, e il Condivi, che si sa avere scritto la _Vita del
  Buonarroti_, secondo le informazioni avute in gran parte da lui,
  racconta la stessa cosa; come pure il Vasari, sebbene
  dubitativamente, il Borghini nel suo _Riposo_, il Varchi
  nell'_Orazione funebre_, il Mazzucchelli negli _Scrittori
  italiani_, ed il Litta nella _Famiglia Buonarroti_, seguitando
  semplicemente la tradizione. Ma la vanit di questa credenza, e
  come essa contraddica alla verit storica,  stata ultimamente
  mostrata con buone ragioni ed argomenti dal marchese Giuseppe
  Campori nel suo _Catalogo degli Artisti italiani e stranieri negli
  Stati Estensi_. Modena, 1855, in-8.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (16 di gennaio 1548).

CXCI.[196]

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  per l'ultima tua la morte di Giovansimone.[197] N'
avuto grandissima passione, perch speravo, bench io sia vechio,
vederlo inanzi ch'e' morissi, e inanzi che morissi io:  piaciuto cos a
Dio: pazienzia! rei caro intendere particularmente che morte  fatta, e
se  morto confessato e comunicato con tutte le cose ordinate dalla
Chiesa; perch quando l'abbia avute, e che io il sappi, n'r manco
passione.

Circa le scritture e' libro de' contratti che io ti scrissi che tu
mandassi il mulattiere per essi, io le dtti a quello che venne con la
tua lettera, e fu el d di Befania, se ben mi ricordo, che credo che
sieno oggi dieci d; e dttigniene in una scatola grande rinvolta in
panno incerato, amagliata e bene aconcia: per cerca d'averla e avisami
della ricievuta, perch importa assai. Altro non ti posso dir per
questa, perch  ricievuta la lettera tardi e non  tempo da scrivere.
Racomandami al Guicciardino e a la Francesca e a messer Giovanfrancesco.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [196] La prima parte di questa lettera  pubblicata dal Grimm, Op.
  cit., pag. 731.

  [197] Mor a' 9 di gennaio del 1548, e fu sepolto nell'avello
  gentilizio in Santa Croce.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (di gennaio 1548).

CXCII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  per la tua la ricievuta della scatola co' libro de'
contratti, e come a tempo: e cos pensavo che bisogniassi. Della casa
de' Corsi mi pare da stare a vedere pi che si pu, per non essere fatto
saltare. Della compagnia non acade che mi mandi copia, perch non me ne
intendo. Se tu farai bene, tu farai per te.

Circa la morte di Giovansimone, di che mi scrivi, tu la passi molto
leggiermente, perch non mi di aviso pi particolare d'ogni cosa e di
quello che gli  lasciato. Io ti ricordo che gli era mio fratello, e
come e' si fussi, e' non  che non mi dolga, e voglia che e' si facci
del bene per l'anima sua, com'io  fatto per l'anima di tuo padre: s
che guarda a non essere ingrato di quello ch' stato fatto per te, che
non avevi nulla al mondo. Mi meraviglio di Gismondo che non me n'abbi
scritto niente, perch toca a lui come a me; e a te toca quello che noi
voglino e non pi niente.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (del febbraio 1548).

CXCIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Poi che ultimamente io t'ebbi scritto, trovai una lettera in
casa, dove m'avisi di tutto quello che s' trovato di Giovansimone.
Dipoi n' un'altra che m'avisa particularmente della morte che  fatta:
di quello che  restato del suo, me ne potevi dare aviso per la prima,
che io non l'avessi a sapere da altri prima che da te, com'io n'ebbi:
per n'ebbi sdegnio grandissimo. Della morte, mi scrivi, che se bene non
 avuto tutte le cose ordinate dalla Chiesa, che pure  avuto buona
contrizione: e questa per la salute basta, se cos . Di quello che 
lasciato, secondo la ragione n' reda Gismondo, non avendo fatto
testamento: e di questo io vi dico che voi ne facciate quel bene che voi
potete per l'anima sua, e non abbiate rispetto a' danari, perch io non
vi mancher di quello che farete. Circa e' contratti e le scritture che
io vi mandai, riguardatele con diligenzia, perch ancora potrebbero
bisogniare. Della casa de' Corsi a me pare che tu stia in su l'oferta
che tu i fatta, perch se la vorranno vendere, sendo come m'i scritto,
non credo che ne truovi pi ne' tempi che sino. Altro non m'acade.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (23 di febbraio 1548).

CXCIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ti scrissi come avevo dipoi ricievuto una tua di tutto
quello che aveva lasciato Giovansimone, e di tutto, secondo la ragione,
n' a essere reda Gismondo; e cos gli fate quel bene a l'anima che
potete, e io ancora non mancher. Per tr moglie, io t'avisai di tre, di
che m'era stato parlato qua; no' me n'i risposto niente: a te sta il
trla o non la trre, o pi una che un'altra, pur che sia nobile e bene
allevata, e pi presto senza dota che con assai dota, per poter vivere
in pace. Altro no' mi acade. Ringrazia la Francesca e confrtala a
pazienzia, e racomandami a Michele e a lei.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (del marzo 1548).

CXCV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  caro che tu m'abbi avisato del bando,[198] perch se mi
sono guardato insino a ora del parlare e praticare con fuorusciti, mi
guarder molto pi per l'avenire. Circa l'essere stato amalato in casa
gli Strozzi,[199] io non tengo d'essere stato in casa loro, ma in camera
di messer Luigi del Riccio, il quale era molto mio amico, e poi che mor
Bartolomeo Angelini, non  trovato uomo per fare le mia faciende meglio
di lui, n pi fedelmente; e poi che mor, in detta casa non  pi
praticato, come ne pu far testimonanzia tutta Roma, e di che sorte sia
la vita mia, perch sto sempre solo, vo poco attorno e non parlo a
persona e massimo di Fiorentini; e s'io son salutato per la via, non
posso fare ch'i' non risponda con buone parole; e passo via: e se io
avessi notizia quali sono e' fuoriusciti, io non risponderei in modo
nessuno: e come  detto, da qui inanzi mi guarder molto bene, e massimo
che io  tanti altri pensieri, che io  fatica di vivere.

Circa il far bottega, fate quello che a voi par di far bene, perch non
 mia professione e none posso dar buon consiglio; solo vi dico questo,
che se voi mandate male i danari che avete, che voi non siate pi per
rifarvi.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [198] Pare che accenni alla crudele legge mandata fuori dal duca
  Cosimo l'undici di marzo del 1548 contro i cospiratori, i ribelli
  e i discendenti loro: la quale legge per essere stata compilata,
  secondo gl'intendimenti del Duca, da Jacopo Polverini da Prato,
  auditore fiscale, fu chiamata _La Polverina_.

  [199] Michelangelo, quando nel luglio del 1544 fu gravemente
  ammalato, stette in casa degli Strozzi.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 7 d'aprile 1548.

CXCVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io non  risposto prima a l'ultima tua, perch non  potuto.
Circa al tr donna, tu di' che ti par da lasciar passare questa state:
se a te pare, pare ancora a me. Dell'andare a Loreto dell'andare a
Loreto[200] per tuo padre, se e' fu boto, mi pare da sodisfarlo a ogni
modo; se gli  per bene che tu voglia far per l'anima sua, io darei pi
presto quello che tu spenderesti per la via, cost per l'amor di Dio,
per lui, che fare altrimenti: perch portar danari a' preti, Dio sa quel
che ne fanno; e ancora il perder tempo, facendo bottega, non mi pare a
proposito. Per e' ti bisognia, se tu ne vuoi far bene, stare in
grandissima servit, e por da canto i pensieri della giovanezza. Altro
non m'acade. Circa la casa de' Corsi, vorre' sapere se ma' poi te n'
stato parlato. Racomandami al prete, al Guicciardino e a la Francesca.

  A d 7 d'aprile 1548.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1548, di Roma, add 11 d'aprile: de' d 7 detto.


  [200] Ripetuto cos nell'autografo.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 14 d'aprile 1548.

CXCVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  con una tua la copia della scritta della Compagnia
dell'arte della lana che avete fatta. Non acadeva, perch non me ne
intendo. Credo che l'abbiate considerata bene e che la stia bene: e cos
piaccia a Dio. Della cosa che mi scrivi da Santa Caterina, fate quello
che pare a voi, pur che facciate cose chiare, che e' non s'abbi a
combattere. Della casa de' Tornabuoni,  vero che  fuor del nostro
Quartiere, pure il prezzo e l'esser sicuro potrebbe aconciare ogni cosa:
per visamene. Altro non m'acade. Vorrei che mi mandassi la mia
nativit,[201] come mi mandasti un'altra volta, appunto come sta in su
libro di nostro padre, perch l' perduta. Ad 14 d'aprile 1548.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1548, di Roma, add 19 d'aprile: de' d 14 detto.


  [201] Tra le carte dell'Archivio Buonarroti  una copia del tempo
  di Michelangelo della sua nativit, cavata dalle _Ricordanze_ di
  Lodovico suo padre. Noi la riferiamo nella medesima forma sua,
  parendoci documento di qualche importanza:

  Ricordo come ogi questo d 6 di marzo 1474 mi nacque uno fanciulo
  mastio: posigli nome Michelagnolo; et nacque in luned matina
  innanzi di 4 o 5 ore, et nacquemi, essendo io potest di Caprese,
  et a Caprese nacque e compari furno questi di sotto nominati.
  Battezossi add 8 detto nella chiesa di S.to Giovanni di Caprese.
  Questi sono e' compari.

  Don Daniello di Ser Bonaguida da Firenze, rettore di Santo
  Giovanni di Caprese.

  Don Andrea di.... da Poppi, rettore della Badia di Diariano
  (_Larniano?_).

  Giovanni di Nanni da Caprese.

  Jacopo di Francesco da Casurio.

  Marco di Giorgio da Caprese.

  Giovanni di Biaggio da Caprese.

  Andrea di Biaggio da Caprese.

  Francesco di Jacopo del Anduino da Caprese.

  Ser Bartolomeo di Santi del Lanse, nottaro.

  Nota che add 6 di marzo 1474  alla Fiorentina _ab incarnatione_,
  et alla Romana _ab nativitate_  1475.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (28 d'aprile 1548).

CXCVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io rifiuto la redit di Giovansimone, e in questa ne sar il
contratto. Circa la casa della via de' Servi, o d'altra, io vi do
licenzia che voi facciate tutto quello che vi pare il meglio e a posta
vostra, purch abiate buone sicurt e togliate cosa onorevole e non
guardate in danari. A messer Giovan Francesco mi racomanda e digli, che
poi che e' mi s' offerto di far fare a Bernardo Bini quella fede che io
gli  chiesta, per via di contratto; che io l'r molto cara e farammi
grandissimo piacere: e tu pagerai il contratto che sar picola cosa e
mndamela, e ringrzialo e racomandami a lui.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1548. Di Roma, riceuta add 4 di magio: de' d 28 paxato.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (2 di maggio 1548).

CXCIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ebbi il caratello delle pere che furono ottantasei;
manda'ne trentatre al Papa: parvo'gli belle e bele molto care. Del
caratello del cacio, la Dogana dice che quel vetturale  un tristo, e
che in dogana non lo port; in modo che, com'io posso sapere che e' sia
a Roma, io gli far quello che merita, non per conto del cacio, ma per
insegniarli far poca stima degli uomini. Io sono stato a questi d molto
male per non potere orinare, perch ne son forte difettoso; pure adesso
sto meglio: io te lo scrivo, perch qualche cicalone non ti scriva mille
bugie per farti saltare. Al prete di' che non mi scriva pi _a
Michelagnolo scultore_, perch io non ci son conosciuto se non per
Michelagniolo Buonarroti, e che se un cittadino fiorentino vuol far
dipigniere una tavola da altare, che bisognia che e' truovi un
dipintore: che io non fu' mai pittore n scultore, come chi ne fa
bottega. Sempre me ne son guardato per l'onore di mie padre e de' mia
frategli, ben io abbi servito tre Papi: che  stato forza. Altro non
acade. Per l'ultima del passato rai inteso l'openione mio circa la
donna. Di questi versi ch'i'  scritti del prete, non gniene dir niente,
ch'i' vo' mostrar di non avere avuto la sua lettera.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1548. Di Roma, add 7 di magio: de' d 2 deto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 12 di maggio 1548.

CC.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io v' scritto pi volte della casa e delle terre da Santa
Caterina e d'ogni altra cosa, che voi facciate quello che pare a voi;
dico circa il comperare, pur che d'ogni cosa v'assicuriate in modo che
e' non s'abbi a piatire. Ricrdovi che le terre che io comperai da Santa
Caterina, le comperai libere e cos l' tenute in sino a oggi; che voi
non le sottomettessi a tanto l'anno, come quelle che volete comperare:
per fate destinzione dall'una parte a l'altra. Altro non m'acade.
Ringrazia messer Giovan Francesco, perch mi fa gran piacere, bench e'
none importi molto. Abbi cura grandissima d'ogni picola cosa delle
scritture della scatola che io ti mandai, perch importano assai. A d
dodici di maggio 1548.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1548, di Roma, add 16 di magio: de' d 12 detto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (di giugno 1548).

CCI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  ricievuto una soma di trebbiano e lla avuta cara;
nondimeno io ti dico, che tu non mi mandi pi cosa nessuna, se io non te
la mando a chiedere, perch ti mander i danari di quello che vorr.
Circa la bottega rei caro m'avisassi come ti riescie. Altro non  che
dire. Racomandami al Guicciardino e alla Francesca e a messer Giovan
Francesco.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1548, di Roma, add.... di giugno: de' d.... detto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (28 di luglio 1548).

CCII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Tu mi scrivi come se' ricerco che comperi la casa de'
Buondelmonti e con che patti; io ti rispondo che la casa mi piace, ma 'l
modo del comperarla non mi pare altro che prestarvi su danari: per io
licenzierei chi te la mette inanzi, perch comperare una casa e non
sapere se l'uomo se l' a tenere o s o no, mi pare una pazzia. Altro
non m'acade. Racomandami al Guicciardino e alla Francesca.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1548, di Roma, add 2 d'agosto: de' d 28 paxato.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 10 d'agosto 1548.

CCIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Tu mi scrivi che avete per le mani un podere di mille
trecento fiorini fuor della Porta al Prato. Se gli  cosa buona, a me
pare che voi lo togliate a ogni modo, purch abiate buon sodo, che e'
non s'abbia a combattere: e bisognia aver cura che e' sia in luogo che
Arno non gli possa nuocere. Quando si trovassi da fare qualche spesa
grossa in una possessione lontana da Firenze dieci o quindici miglia,
cio di tre o quattro mila scudi, io la trrei, quando ne potessi aver
l'entrata io; perch, avendo perduto il Porto,[202] m' di bisognio
farmi qualche entrata che non mi possa esser tolta; e pi volentieri la
farei cost che altrove. Io ti scrivo questo, perch, quando intendessi
di qualche cosa buona o di pi o di manco prezzo, me ne dia aviso e non
ne fare romore. Altro non m'acade. Saluta tutti da mia parte e
racomandami a messer Giovan Francesco. Ad dieci d'agosto 1548.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1548, di Roma, add 17 d'agosto: de' d 10 detto.


  [202] Il porto del Po. Vedi quel che  stato detto alla nota 1
  della Lettera CLXXIX.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (d'agosto 1548).

CCIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- L'ultima tua lettera per non la potere n sapere leggere, io
la gittai in sul fuoco: per io non te ne posso risponder niente. Io t'
scritto pi volte, che ogni volta che io  una tua lettera, che e' mi
vien la febre, inanzi che io impari a leggierla. Per io ti dico, che da
qui inanzi tu non mi scriva pi, e se tu i da farmi intender niente,
togli uno che sappi scrivere, che io  il capo a altro che stare a
spasimare intorno alle tua lettere. Messer Giovan Francesco mi scrive
che tu vorresti venire a Roma per qualche d: io me ne son maravigliato,
perch avendo tu fatto la compagnia, come m'i scritto, che tu ti possa
partire. Per abbi cura di non gittare via i danari che io v' mandati:
e similmente ancor Gismondo ne debbe aver cura, perch chi non gli 
guadagniati, non gli conoscie; e questo si vede per isperienza, che la
maggior parte di quegli che nascono in richezza, la gitton via e muoion
rovinati. Sich apri gli ochi e pensa e conosci in che miserie e fatiche
vivo io, sendo vechio come sono. A questi d un cittadin fiorentino m'
venuto a parlare d'una fanciulla de' Ginori, della quale mi dice che n'
stato parlato cost a te, e che la ti piace. Io non credo che e' sia
vero, e anche non te ne so consigliare, perch no' n' notizia. Ma non
mi piace gi che tu tgga per donna una, che se 'l padre avessi da
dargli dota conveniente, non te la darebbe. Vorrei che chi ti vuol dar
moglie, pensassi di darla a te, non alla roba tua. A me pare che gli
abbi a venir da te il non cercar gran dota al tr moglie, e non da altri
volrtela dare, perch la non  dota. Per tu i solo a desiderare la
sanit dell'anima e del corpo a la nobilt del sangue; e de' costumi e
che parenti ell': che importa assai.

Altro non  che dire. Racomandami a messer Giovan Francesco.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 15 di settembre 1548.

CCV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- E' non m'acade scriverti per questa per altro, che per far
coverta a una risposta di una di Guliano Bugiardini: per dgniene; e se
non lo conosci, fttelo insegniar da messer Giovan Francesco. Sono stato
un poco di mala voglia per non potere orinare, pure ora sto assai bene.
Avisami come la fai circa la bottega, e se uomo che venga di qua ti
parlassi di niente da mia parte, non creder se non ne vedi mia lettere.
Ad quindici di settembre 1548.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1548, add 20 di settembre: de' d 15 detto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (20 d'ottobre 1548).

CCVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Intendo per la tua delle possessione che son per vendersi in
quel di San Miniato al Tedesco. Io dico che non  paese nessuno nel
contado di Firenze che manco mi piaccia, per molti rispetti; pur non di
meno non  da mancare d'intendere che cose sono, perch potrebbono esser
tale e tal sodo che e' sarie da pigliarle. Per intendi, ma pi
segretamente che puoi. Altro non m'acade per ora, e  poco tempo da
scrivere.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1548, di Roma, add 25 d'ottobre: de' d 20 detto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 29 di dicembre 1548.

CCVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- A questi d m' stato parlato di nuovo, per conto di darti
donna, di dua fanciulle, le quale credo che ancora te ne scrivessi
l'anno passato: e queste sono una figluola d'Alamanno de' Medici,
l'altra figluola di Cherubino Fortini: in quella de' Medici credo che
non sian molti danari e che anche sia troppo attempata. Dell'altra ne so
manco parlare; in modo che mal ti posso consigliare pi d'una che
d'un'altra, perch n' poca notizia: ma ben mi pare che non ci sendo di
noi altri che tu, debba trla; ma sino in tempi che per pi conti
bisognia aprir bene gli ochi: per pnsavi, e quando tu abbi pi una
fantasia che un'altra, avisami. Tu mi scrivesti circa un mese fa d'una
certa possessione: io  avuto, come t' scritto pi volte, voglia di
fare una entrata cost per poter viver qua senza durar fatica, perch
son vechio e non posso pi; ma da un mese in qua me n' mezzo uscita la
voglia. Penser qualche altro modo da vivere, e spero Dio m'aiuter.
Altro non acade. A' ventinove di dicembre 1548.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1548, di Roma, add 3 di gennaio: de' d 29 pasato.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 18 gennaio 1549.

CCVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- La casa che tu mi scrivi, mi par che tu dica che la sia di
quegli da Gagliano, e' quali solevano stare nella via del Cocomero, come
mi scrivi, a man ritta andando verso San Marco, apresso al canto della
piazza di San Nicol. Se  questa, io no' n' notizia nessuna: per
cercate di vederla, e se  cosa al proposito e che il luogo vi
sodisfaccia, toglietela: e sopratutto bisognia aver cura del sodo e che
sia casa onorevole. Circa il tr donna, io  inteso come le dua di che
ti scrissi, son maritate. si a pensare che non avea a essere: ssi a
racomandarsi a Dio e aver fede che Lui t'aparechi cosa al proposito. Io
son vechio, come sapete, e perch ogni ora potrebbe esser l'ultima mia,
e avendo qua un certo capitale, bench non sia gran cosa, non vorrei
per che andassi male, perch l' guadagniato con molta fatica: per io
 pensato se a metterlo cost in Santa Maria Nuova fussi sicuro, per
tanto se ne pigliassi qualche partito e che ancora a' mia bisogni me ne
potessi servire, come per malattie o altre necessit, e che e' non mi
fussi tolto. Prlane con Gismondo, e avisatemi del vostro parere.

Poi che ebbi scritto, parlando con uno amico mio della casa di quegli da
Gagliano, me la lod molto; se  quella di che mi scrivi, mi pare da
trla ad ogni modo e non guardare in cento scudi, pur che 'l sodo sia
buono: e avisatemi de' danari che bisogniano e a chi io gli  a dar qua,
che e' vi sien pagati. Altro non m'acade.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

  A d diciotto di gennaio 1549.

A messer Giovan Francesco digli che da un mese in qua io sono ito poco
attorno, perch non mi son sentito troppo bene, ma che io troverr il
Bettino che  pi pratica in Corte che non  io, e vedr che noi insieme
gli giovino il pi che si pu. Io  pochissime pratiche in Roma e non
conosco quegli che lo possono servire; e se io richieggo un di questi
d'una cosa, per ogniuna richieggon me di mille. Per mi bisognia
praticar pochi: pure far quello che potr. Racomandami a lui.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1548, di Roma, add 25 di gennaio: de' d 18 detto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (25 di gennaio 1549).

CCIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Il cacio che tu m'ai mandato, io  avuto la lettera, ma non
 gi avuto il cacio: credo che 'l mulattiere che l' portato l l'abbi
venduto a qualcun'altro, perch  mandato pi volte alla Dogana per
esso. Detto mulattiere  trovato mille favole e  dato tante parole, che
se n' andato: in modo che io dubito che e' non sia un tristo. Per non
mi mandar pi niente, che m' pi noia che utile.

Della casa m'avisasti, se  quella di quegli da Gagliano, come risposi a
la tua, mi par da trla, come ti scrissi, perch m' lodata assai. Circa
al tr donna, stamani  uno aviso di pi fanciulle che s'nno a
maritare: credo che sia un sensale quello che scrive, bench non vi
metta il nome suo: e detto aviso te lo mando in questa, acci se no'
n'i notizia, tu lo intenda, e io per quest'altra ti scriverr il parer
mio, perch ora non  tempo. Non mostrare a nessuno ch'io t'abbi mandato
il detto aviso.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1548, di Roma, a d 31 di gennaio: dei d.... detto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 1 di febbraio 1549.

CCX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ti mandai per l'ultima mia una nota di pi fanciulle da
marito, la quale mi fu mandata di cost, credo da qualche sensale, e non
pu esser se non omo di poco giudicio, perch send'io stato sedici overo
diciasette anni fermo a Roma, dovea pur pensare che notizia io possa
avere delle famiglie di Firenze.

Per io ti dico, che se tu vuoi tr donna, che tu non stia a mia bada,
perch non ti posso consigliare del meglio; ma ben ti dico che tu non
vadi dietro a' danari, ma solo a la bont e alla buona fama.

Io credo che in Firenze sia molte famiglie nobile e povere, che sarebbe
una limosina a 'mparentassi con loro, quand'e' bene non vi fussi dota;
perch non vi sarebbe anche superbia. Tu i bisognio d'una che stia teco
e che tu gli possa comandare, e che non voglia stare in su le pompe, e
andare ogni d a conviti e a nozze; perch dove  corte,  facil cosa a
diventar puttana, e massimo chi  senza parenti. E non  d'aver rispetto
a dire che e' paia che tu ti voglia nobilitare, perch gli  noto che
noi sino antichi cittadini fiorentini e nobili quant' ogni altra casa;
per racomandati a Dio e prgalo che t'aparechi il bisognio tuo: e io
r ben caro quando truovi cosa che ti paia il proposito, innanzi che
stringa il parentado, me n'avisi.

Circa la casa di che mi scrivesti, io ti risposi che la m'era lodata e
che tu no' guardassi in cento scudi.

Ancora m'avisasti di un podere a Monte Spertoli: ti risposi che e' me
n'era uscito la voglia, non perch cos fussi, ma per altro rispetto.
Ora ti dico che quand'e' tu truovi cosa buona, e che io possa goder
l'entrata, che tu me n'avisi; perch se sar cosa sicura, io la torr: e
della casa, quando la tolga, avisami de' danari che  a mandare; e far
presto quel che s' da fare, perch'el tempo  brieve.

Di quello che ti scrissi di Santa Maria Nuova ne sono sconsigliato: per
non vi pensate. A d primo di febbraio 1549.[203]

    (_Di mano di Lionardo._)

    1548, di Roma, a d 7 di febraio: de' d primo detto.


  [203] Manca la sottoscrizione.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 9 di febbraio 1549.

CCXI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  mandato Urbino pi volte a la Dogana per conto del
cacio che mi mandasti. Gli uomini della Dogana dicono che 'l vetturale
l' venduto in su l'osteria, o vero lo lasci cost, perch qua non
misse in dogana se non cinque carategli di cacio, e' quali la Dogana
tutti consegn a' lor padroni.  forza che detto vetturale sia un gran
giottone, perch in Roma  fuggito Urbino pi che gli  potuto, finch
s' partito. Ma se ci ritorna, tu mi dirai novelle!

Della casa tu mi i avisato del sodo che non vi sodisfa: io dico che gli
 meglio non comperare niente, che comperare un piato. Di Santa Maria
Nuova, io resto informato non bisognia pi parlarne. Del tr donna, io
ti mandai la nota che i ricevuto. La lettera fu portata in casa e non
so da chi: e quando tu avessi qualche fantasia pi d'una che d'un'altra,
r caro me n'avisi inanzi che facci altro. Altro non m'acade e non 
anche tempo per ora. Ad nove di febbraio 1549.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 16 di febbraio 1549.

CCXII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- In questa sar una della Francesca, la quale, secondo che mi
scrive Michele, sta molto mal contenta. Io la conforto il meglio ch'i'
so: per prtagniene e racomandami a lei. Della casa e del podere non 
da scriverti altro: e bench io scrivessi che gli era da far presto,
perch il tempo  breve, non  per da far s presto, che l'uomo facci
qualche errore; e quel che non si pu far bene, non si debba fare. Per
ora non  tempo da scrivere altro.

  A d sedici di febraio 1549.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 21 di febbraio 1549.

CCXIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io t' scritto pi volte circa il tr donna, che tu non
creda a uomo nessuno che te ne parli da mia parte, se tu non vedi mia
lettere. Io di nuovo te lo replico, perch Bartolomeo Bettini[204]  pi
d'un anno che cominci a tentarmi di darti una sua nipote. Io gli  dato
sempre parole. Ora di nuovo m' ritentato forte per mezzo d'un mio
amico. Io  risposto, che so che tu ti se' vlto a una che ti piace e
che tu i dato quasi intenzione, e che io non te ne voglio strre. Io
t'aviso, acci che tu sappi rispondere, perch credo che cost te ne
far parlare caldamente. Non ti lasciare pigliare al bocone, perch
l'oferte sono assai, e tu resterai in modo, che tu non rai bisognio.
Bartolomeo  uomo dabene e servente e dassai, ma non  nostro pari, e tu
i la tua sorella in casa e' Guicciardini. Non credo che bisogni dirti
altro, perch so che tu sai che e' val pi l'onore che la roba. Altro
non  che dirti. Racomandami al Guicciardino e alla Francesca e digli da
mia parte che si dia pace, perch l' di molti compagni nelle
tribulazione e massimo oggi, che chi  migliore pi patiscie.

  A d 21 di febraio 1549.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [204] Per costui fece Michelangelo il cartone della _Venere
  baciata da Amore_, dipinto poi stupendamente in tavola da Jacopo
  da Pontormo: ed ora si conserva nella Reale Galleria di Firenze.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 15 di marzo 1549.

CCXIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Quello che io ti scrissi per la mia ultima, non acade
riplicare altrimenti. Circa il male mio del non potere orinare, io ne
sono stato poi molto male, muggiato d e notte senza dormire e senza
riposo nessuno, e per quello che gudicano e' medici, dicono che io  il
mal della pietra. Ancora none son certo: pure mi vo medicando per detto
male, e mi data buona speranza. Nondimeno per essere io vechio e con un
s crudelissimo male, non  da promettermela. Io son consigliato
d'andare al bagnio di Viterbo, e non si pu prima che al prencipio di
maggio; e in questo mezzo andr temporeggiando il meglio che potr, e
forse r grazia che tal male non sar desso, o di qualche buon riparo:
per  bisognio dell'aiuto di Dio. Per di' alla Francesca che ne facci
orazione e digli che se la sapessi com'io sono stato, che la vedrebbe
non esser senza compagni nella miseria. Io del resto della persona son
quasi com'ero di trenta anni. mi sopraggunto questo male pe' gran
disagi e per poco stimar la vita mia. Pazienzia! Forse ander meglio
ch'io none stimo, co' l'aiuto di Dio; e quando altrimenti, t'aviser:
perch voglio aconciar le cose mia dell'anima e del corpo, e a questo
sar necessario che tu ci sia; e quando mi parr tempo, te ne aviser: e
senza le mia lettere non ti muover per parole di nessun altro. Se 
pietra, mi dicono i medici che  in sul prencipio e che  picola: e
per, come  detto, mi dnno buona speranza.

Quando tu avessi notizia di qualche estrema miseria in qualche casa
nobile, che credo che e' ve ne sia, avisami, e chi; che per insino in
cinquanta scudi io te gli mander che gli dia per l'anima mia. Questi
non nno a diminuir niente di quello che  ordinato lasciare a voi: per
fallo a ogni modo.

  A d 15 di marzo 1549.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 23 di marzo 1549.

CCXV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ti scrissi per l'ultima mia del mio male della pietra, il
quale  cosa crudelissima, come sa chi l' provato. Dipoi sendomi stato
dato a bere una certa aqqua, m' fatto gittar tanta materia grossa e
bianca per orina con qualche pezzo della scorza della pietra, che io son
molto megliorato; e abino speranza che in breve tempo io n'abbi a
restar libero; grazia di Dio, e di qualche buona persona: e di quello
che seguir, sarete avisati. Della limosina che ti scrissi, non acade
replicare: so che cercherai con diligenzia.

Questo male m' fatto pensare d'aconciare i casi mia dell'anima e del
corpo pi che io non rei fatto: e  fatto un poco di bozza di
testamento come a me pare, la quale per quest'altra se potr ve la
scriverr, e voi mi direte il parer vostro: ma vorrei bene che le
lettere andassino per buona via. Altro non m'acade per ora.

  A d 23 di marzo 1549.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 29 di marzo 1549.

CCXVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  mandato stamani per Urbino, a d ventinove di marzo
1549, a Bartolomeo Bettini scudi cinquanta d'oro in oro, acci ne facci
quello che ti scrissi. Tu m'i avisato d'uno de' Cerretani[205] che  a
mettere una fanciulla in munistero: io no' n' notizia nessuna. Guarda
di dare dove  'l bisognio e non per amicizia n per parentado, ma per
l'amore di Dio, e fa' d'averne ricievuta, e non dir donde si vengino. In
questa sar la poliza del Bettino di detti danari. Va per essi e avisa.

rei a scriver pi cose, come ti scrissi, ma lo scrivere mi d noia,
perch non mi sento bene: pure a rispetto a quello che sono stato, mi
pare essere risucitato; e perch  cominciato a gittare qualche poco
della pietra,  buona speranza.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [205] In un _libro di Ricordi_ di Lionardo Buonarroti, segnato
  _A_, che tira dal 1540 al 1565, si legge a carte 92 verso, che la
  limosina di 50 ducati d'oro fu pagata per la figliuola di Niccol
  di messer Giovanni Cerretani, accettata per monaca nel monastero
  di Santa Verdiana di Firenze.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 5 d'aprile 1549.

CCXVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Della settimana passata mandai per Urbino al Bettino scudi
cinquanta d'oro in oro, i quali ti facessi pagare cost. Credo gl'rai
ricievuti e che ne farai quel tanto che ti scrissi, o a quello de'
Ceretani o a altri, dove vedrai il bisognio: e dara'ne aviso. Circa
l'aconciare i casi mia di che ti scrissi, io non volevo dire altro, se
non che per esser vechio e amalato, che mi pareva di far testamento. E
'l testamento  questo: ci  di lasciare a Gismondo e a te ci che i'
, in questo modo: che tanto n'abbi a far Gismondo mio fratello, quante
tu mio nipote, e che delle cose mia none possa pigliar partito nessuno
l'uno senza il consenso dell'altro; e questo, quando vi paia far per via
di notaio, io sempre retificher.

Circa la malattia mia, io sto asai meglio. Noi sia' certi che io  la
pietra, ma  cosa picola e per grazia di Dio e per virt dell'aqua ch'i'
beo, si va consumando a poco a poco, in modo ch'i' spero restarne
libero. Ma pure, perch son vechio e per molti altri respetti, re' caro
quel mobile che  qua tenerlo cost, che stssi a' mia bisogni e poi
restassi a voi: e questo sarebbe un circa quattro mila scudi; e
massim'ora, che avendo andare al bagnio, mi vorrei star qua pi spedito
ch'i' potessi. Sie con Gismondo e pensateci un poco e avisate, perch 
cosa che non fa manco per voi che per me.

Circa il tr donna, stamani m' stato a trovare uno amico mio e mi
pregato ch'io ti dia aviso d'una figluola di Lionardo Ginori, nata per
madre de' Soderini. Io te ne do aviso come sono stato pregato, ma non te
ne so parlare altrimenti, perch no' n' notizia: per pnsavi bene e
non aver rispetto a cosa nessuna; e quando se' resoluto, rispondimi,
acci ch'i' possa rispondere o del s o del no a l'amico mio.

  A d cinque d'aprile 1549.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

Io rei bene avuto caro che inanzi che avessi tolto donna, avessi
comperato una casa pi onorevole e capace che quella ove siate, e io
v'rei mandati i danari.

Questo ch'io ti scrivo di quella de' Ginori, te lo scrivo solo perch
sono stato pregato, non perch pigli pi una che un'altra. Fa' pure
secondo che ti va a fantasia e non aver rispetto nessuno, come altre
volte t' scritto. A me basta saperlo inanzi al fatto: per cerca e
pnsavi e non indugiare, quando abbi il capo a simil cosa.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 13 d'aprile 1549.

CCXVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  avuto la ricievuta de' cinquanta scudi dal Munistero.
Piacemi che gli abbi allogati bene, n acade dirne altro. Per l'ultima
mia ti scrissi come ero stato pregato ti dssi aviso d'una figluola di
Lionardo Ginori; e cos feci. spettone risposta, per rispondere a
l'amico mio: e bench io t'abbi dato questo aviso, non fare per se non
tanto, quanto a te piace e non guardare al mio scrivere. Cnsigliati
bene, e se non te ne contenti, rispondimi senza rispetto, acci possa
licenziare l'amico. Io ti scrissi che rei avuto caro di tener cost
certi danari, come rai inteso, per istar qua con manco pensieri, e
massimo sendo io vechio: per, quando si possa fare che io ne sia
sicuro, lo fare' volentieri, ma non vorrei uscir della padella e cascar
nella brace. Credo, quando si trovassi da mettergli in beni, cio in
terre o in case, che non ci sia altro modo sicuro: s che pensatevi,
perch fa per voi. Circa la casa di che mi scrivi apresso al Proconsolo,
il luogo a me non sodisfa, come fa quella della via del Cocomero. Quando
si fussi potuta avere con buon sodo, non mi par si sie trovato meglio.
Del mio male io ne sto con buona speranza, perch vo pur megliorando,
grazia di Dio; ma pur credo mi bisognier andare al bagnio: che cos
dicono i medici. Io ebbi nella tua una del Bugiardino:[206] un'altra
volta non mettere in tua lettere quelle di nessuno altro, per buon
rispetto. El Bugiardino  buona persona, ma  sempice uomo: e basta.
Quando tu fussi richiesto di mandarmi lettere nelle tua, di' che non
t'acade scrivermi.

  A d 13 d'aprile 1549.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [206] Giuliano, pittore.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 25 d'aprile 1549.

CCXIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io non ti potetti scrivere sabato, perch ebbi la tua troppo
tardi, e oggi a' d 25 d'aprile 1549  un'altra tua dei venti di detto
del medesimo tenore. Circa il podere di Chianti, io dico che a me piace
pi presto di comperare, che tener danari; e se detto podere  cosa
buona, a me pare da trlo a ogni modo e massimo sendo buon sodo, come mi
scrivete. Ma ben mi par da vederlo prima; e piacendovi, trlo a ogni
modo e non guardare in cinquanta scudi: e cos vi do commessione, che,
piacendovi, voi lo togliate a ogni modo e non guardiate in danari e
avisiate; e sbito vi far pagare cost quello che monter: e quando ne
fussi in vendita qualcun'altro d'altrettanta spesa, con simil sodo, dico
che v'attendiate, e mander ancora i danari di quello, perch  meglio
che tenergli perduti: overo in una casa, quando si truovi.

Circa 'l mio male, io ne sto assai meglio, e spero, con maraviglia di
molti; perch ero tenuto per morto, e cos mi credevo.  avuto buon
medico,[207] ma pi credo agli orazioni che alle medicine. Non altro.
Per quest'altra ti scriverr altre cose.[208]


  [207] Realdo Colombo, medico celebre.

  [208] Manca la sottoscrizione.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (2 di maggio 1549).

CCXX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Com'io t' scritto un'altra volta, cos ti raffermo per
questa, cio che voi andiate a vedere il podere di Chianti, di che m'i
scritto, e se  cosa che vi piaccia, lo togliate a ogni modo e non
guardate in cinquanta scudi: e cos vi do commessione libera, cio che
sendo cosa buona, lo togliate a ogni modo e non guardate in danari: e
avisatemi, perch vi mander sbito quello che monter.

Circa il tr donna, io ti scrissi d'una figluola di Lionardo Ginori,
com'io fu' pregato qua da uno amico mio. Tu mi rispondesti, ricordandomi
quello di tal cosa ti scrissi l'anno passato. Io te lo scrissi, perch 
paura delle pompe e delle pazzie che vgliano queste case di famiglia, e
perch tu non avessi a essere stiavo d'una donna. Nondimeno quande la
cosa ti piacessi, non resti a guardare al mio scrivere, perch de'
cittadini di Firenze io ne sono igniorantissimo. Per se ti piace tal
parentado, non avere cura a quel ch'i' scrissi, e se non ti piace, none
far niente; perch della donna t'i a contentar tu: e quando ne sarai
contento tu, ne sar contento anch'io. Rispondi liberamente, che io non
 interesso qua con amico nessuno, perch'io abbi a fare pi che per te.
Del mal mio crudele che io  avuto, send'io stato tenuto morto, isto
tanto bene, che mi pare esser risucitato. Altro non m'acade. Rispondi
quando se' risoluto, e non far mai cosa a stanza di nessuno, che
interamente non ti contenti.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 11 di maggio 1549.

CCXXI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io resto avisato per l'ultima tua del podere di Chianti.
Per, poi che  cosa buona, fate che e' vi resti a ogni modo e non
guardate i' danari. Tu mi scrivi di nuovo di quello da Monte Spertoli e
d'una bottega che si vende in Porta Rossa; e io vi dico, che se voi
trovate buon sodo, che voi togliate ancora la bottega e 'l podere se 
cosa buona, e dvi commissione libera, che per insino in quattro mila
scudi d'oro in oro, che voi gli spendiate e non abbiate rispetto se non
a' sodi: e questo fia meglio che tenere in su i banchi, perch non me ne
fido; e sia qual si voglia. Del tr donna, di quella che io ti scrissi
che m'avea parlato un mio amico, non me n'avendo tu risposto altrimenti,
io  licenziato l'amico e dittogli che cerchi suo ventura. Altro non
m'acade. Come  detto di sopra, comperate liberamente dove i sodi son
buoni, e pi presto che si pu, e avisate.

  A d undici di maggio 1549.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 25 di maggio 1549.

CCXXII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Per l'ultima tua intendo come vi sono restate le possessione
di Chianti.[209] Mi pare che tu dica per dumila trecento fiorini di
sette lire l'uno. Se son cose buone, come mi scrivi, avete fatto bene a
non guardare in danari. Io  portato a Bartolomeo Bettini scudi cinque
cento d'oro in oro che te gli facci pagare cost per principio del
pagamento, e quest'altro sabato per gli Altoviti ne mander altri cinque
cento; e come e' c' Urbino, che and pi d fa a Urbino, che ci sar
infra otto o dieci d, vi mander il resto. Gli scudi d'oro in oro che
io vi mando, vaglion qua undici iuli l'uno. Della possessione di Monte
Spertoli, quando sia cosa buona e che e' la vendino in popilli, fate che
anche quella vi resti, e non guardate in danari. Altro non m'acade. Va'
pe' detti danari, e avisa. E in questa sar la poliza del cambio.[210]

  A d venti cinque di maggio 1549.


  [209] Questa possessione era posta ne' popoli di San Giorgio e di
  San Lorenzo a Grignano, podesteria di Radda. Michelangelo la
  compr per la detta somma dagli Uffiziali de' Pupilli, curatori
  dell'eredit di Pierantonio di Gio. Francesco de' Nobili, per
  contratto rogato sotto d 18 giugno 1549 da ser Piero dell'Orafo,
  notaio fiorentino.

  [210] Manca la sottoscrizione.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 1 di giugno 1549.

CCXXIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Stamani a d primo di gugnio 1549  portato agli Altoviti
scudi mille d'oro in oro e cinquecento n' portati a Bartolomeo Bettini,
che te gli faccino pagare cost per conto del pagamento del podere di
Chianti. Le polize del cambio e degli Altoviti e del Bettino saranno in
questa. Per va' per essi e scrivimi quello che manca, acci si facci
presto per rispetto della ricolta come mi scrivi. Del podere di Monte
Spertoli, dicovi che v'attendiate se  cosa buona e non guardiate in
danari, ma non dico per che per averlo si pagi il doppio pi che e' non
vale, com'io credo sie fatto di questo di Chianti; ma che e' non si
guardi in cinquanta scudi. Del mio male sto assai meglio, che non si
credeva. Altro non m'acade. Scrivi quel che bisognia.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (8 di giugno 1549).

CCXXIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Circa il podere da Monte Spertoli, avendo a pagare pi che
non vale, quattro cento scudi, mi par cosa disonesta. Dubito che e' non
paia che voi n'abbiate troppa voglia e che voi non siate fatti saltare.
Io non credo che sievi chi lo comperre' tanti scudi pi che e' non vale.
In cinquanta o cento scudi non  da guardare: pure io la rimetto in voi,
se vi par di trlo, toglietelo, che ci che voi farete, sar ben fatto.
La procura io non l' potuta fare, ma intendo s male le tua lettere che
mi fanno ogni volta venire la febbre a leggierle. Vedr di farla in
quest'altra settimana, se intendo come. Io  avuto il trebbiano: il
fardelletto di che mi scrivi, non  ancora venuto. Del mio male io ne
sto assai bene, a rispetto a quel che sono stato. Io  beuto circa dua
mesi sera e mattina d'una aqqua d'una fontana che  quaranta miglia
presso a Roma, la quale rompe la pietra: e questa  rotto la mia e
fttomene orinar gran parte. Bisgniamene fare amunizione[211] in casa e
non bere n cucinar con altra, e tenere altra vita che non soglio.[212]


  [211] _Munizione_, ossia, _buona provvista_.

  [212] Manca la sottoscrizione.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (15 di giugno 1549).

CCXXV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ebbi il ruotolo della rascia: parmi che sia molto bella:
ma era meglio che tu l'avessi data per l'amor di Dio a qualche povera
persona. Circa al contratto di che mi scrivi, io dico che l'Uficio de'
popilli suole essere un male uficio: per bisognia aprir gli ochi, e
sare' buono farlo volgare, acci che ogn'uomo l'intendessi. E' danari
che io t' fatti pagare dal Bettino, credetti gli avessi cost sbito; e
io credo che e' sieno ancora qua, in modo che la ricolta che tu mi
scrivesti di quest'anno non s'r. Del podere di Monte Spertoli ti
scrissi a bastanza. Quattro cento scudi di pi che e' non vale, sarebbe
un altro podere. Per mi pare d'andare adagio. La procura che mi chiedi
sar in questa.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (12 di luglio 1549).

CCXXVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Le terre di che mi scrivi che sono in Chianti apresso
apresso[213] c'avete comperato, mi pare da trle a ogni modo, quando vi
sia buon sodo per dugento cinquanta scudi: che come mi scrivi della
copia del contratto e d'altri conti, a me basta che le cose sien fatte
fedelmente e che le stien bene: non mi curo d'altro: e avisate di quel
che bisognia. Non  tempo da scrivere altrimenti.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [213] Cos sta nell'autografo. Intendi: _appresso a quelle_.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 19 di luglio 1549.

CCXXVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  per l'ultima tua tutte le spese fatte nella possessione
di Chianti: la qual cosa non acadeva, perch se son bene spesi, come mi
scrivi, ogni cosa sta bene. Delle terre che confinano con detta
possessione, di che mi scrivesti, ti risposi che le togliessi se v'era
buon sodo. Di Monte Spertoli non  poi seguto altro. Sar buon trlo,
quando fussi in vendita, sendovi il sodo de' popilli, come mi scrivesti.
A questi d  avuto una lettera da quella donna del Tessitore che dice
averti voluto dare per moglie una per padre de' Capponi e per madre de'
Nicolini, la quale  nel munistero di Candeli; e mmi scritto una lunga
bibbia con una predichetta che mi conforta a viver bene e a far delle
limosine: e te dice aver confortato a viver da cristiano, e dbbeti aver
ditto che  spirata da Dio di darti detta fanciulla. Io dico che la
fare' molto meglio attendere a tessere o a filare, che andare spacciando
tanta santit. Mi par che la voglia essere un'altra suor Domenica:[214]
per non ti fidar di lei. E circa al tr donna, come mi par che sia
necessario, io di pi una che un'altra non ti posso consigliare, perch
non  notizie de' cittadini, come tu puoi pensare e come altre volte t'
scritto: per bisognia che tu stesso bisognia[215] vi pensi e cerchi con
diligenzia e pregi Idio che t'acompagni bene: e quando trovassi cosa che
ti piacessi, re' ben caro, inanzi l'effetto, me n'avisassi. Altro non
m'acade.

  A d 19 di luglio 1549.

                              MICHELAGNOLO in Roma.


  [214] Di questa Suor Domenica parla il Busini nelle sue _Lettere
  al Varchi_, e la dice donna dabbene, sensata e ben parlante. Essa
  si credeva profetessa, ed era per la sua bont ascoltata
  volentieri e assai favorita dagli uomini pi riputati che
  maneggiarono le cose della Repubblica nel tempo dell'assedio.

  [215] Dice cos nell'autografo.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (3) d'agosto 1549.

CCXXVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Per l'ultima tua mi scrivi del podere di Monte Spertoli che
e' non  al proposito: non bisognia pi pensarvi. Circa la casa, non
trovando da comperarne una, mi di' che si potrebbe rassettar la nostra
dove state, e che sarebbe una spesa di sessanta scudi. Io dico che se a
te pare, che tu lo facci, acci che questo non tenga adietro il tr
donna. Ma perch la casa  in cattivo luogo per rispetto del fiume, non
mi par per da spendervi molto, avendone a comperare un'altra. Pure fa'
tanto quante conosci il bisognio. Altro non m'acade, n  tempo da
scrivere.

  A d.... d'agosto 1549.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (18 d'agosto 1549).

CCXXIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Oggi fa quindici d ti risposi circa la casa di via
Gibellina che tu l'aconciassi come ti pareva, per tanto che se ne truovi
un'altra; e cos ti rafermo. Altro non ti scrivo per ora, perch non 
tempo.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (25 d'agosto 1549).

CCXXX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Questa  per coverta d'una della Francesca. Dlla sbito.
Non mi acade altro. Dell'aconciare la casa, ti scrissi che tu facessi
tanto quanto ti parea necessario. Delle terre di Chianti vicine a le
comperate, ti scrissi per giusto prezzo le togliessi, quando vi fussi
buon sodo: e cos ti rafermo.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 21 di dicembre 1549.

CCXXXI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Per risposta dell'ultima tua, egli  vero che i'  avuto
grandissimo dispiacere e non manco danno della morte del Papa,[216]
perch  avuto bene da Sua Santit e speravo ancora meglio.  cos
piaciuto a Dio: bisognia aver pazienzia. La morte sua  stata bella, con
buon conoscimento in sino all'ultima parola. Idio abbi misericordia
dell'anima sua. Altro non mi acade circa questo. Le cose di cost credo
vi vadin bene, e de' casi del tr tu donna non mi pare che se ne parli
pi: penso che tu vi pensi e che non vegga ancora cosa al tuo proposito.
Circa l'esser mio, io mi sto col mio male il me' ch'i' posso, e a
rispetto agli altri vechi non  da dolermi, grazia di Dio. Qua s'aspetta
d'ora in ora il Papa nuovo. Iddio sa 'l bisognio de' Cristiani e basta.
Racomandami al prete. Altro non m'acade. A d ventuno di dicembre 1549.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [216] Paolo III, morto a' 10 di novembre 1549.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 16 di febbraio 1550.

CCXXXII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Circa le terre di Chianti di che mi scrivi, io non ti posso
rispondere, se io non so come voi state a danari.

Tu mi scrivesti pi tempo fa, che volevi rassettar la casa di via
Gibellina, non trovando altra casa da comperare; dipoi non so quello che
t'abbi fatto o speso o che ti resta.

Se tu ricerchi le mia lettere, tu troverrai che gi molti mesi sono che
io ti scrissi, che dubitando che 'l Papa per la vechiezza non mi
mancassi, volevo far cost, pi presto che altrove, una entrata che in
mia vechiezza non avessi a mendicare, e massimo avendo fatto rico altri
con grandissimi stenti. Per visami come le cose stanno e io ti
risponder. Qua mi truovo poco capitale, e quel poco se lo spendessi
cost, mi potre' qua morir di fame. Per, come  detto, avisa e come le
cose vanno, e io penser anch'io al fatto mio e risponderotti. Altro non
acade.

  A d sedici di febraio 1550.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1549, di Roma, a d 21 di febraio: de' d 16 predetto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 1 di marzo 1550.

CCXXXIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io non ti scrissi che tu mi rendessi tanti conti, ma che io
non ti potevo rispondere delle terre di Chianti, se non mi avisavi come
voi vi trovavi danari, perch del capitale che mi restava qua ne volevo
fare qualche entrata per me. Ora mi pare, secondo che m'avisi, che e' vi
resti danari da potere comperare dette terre: per attendetevi; e se
trovate che vi sia buon sodo, toglietele a ogni modo, se vi pare che le
sien cosa buona e a proposito: e io penser qua a' casi mia.

Vero  che quando avessi trova(to) cost da farmi una entrata di cento
scudi l'anno, l'rei fatta, e fare'la ancora quando potessi o credessi
valermene a' mia bisogni: ma credo none sare' niente, come ti scrissi.

  A d primo di marzo 1550.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 7 d'agosto 1550.

CCXXXIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Poi la ricevuta del trebbiano e delle camicie non m'
acaduto scriverti; ora, perch mi tornerebbe bene avere dua Brevi di
papa Paolo,[217] dove si contiene la provigione che Sua Santit mi fa a
vita, stando a Roma al suo servizio: i quali Brevi mandai cost con
l'altre scritture nella scatola che tu ricevesti, e gli nno a essere in
certi stagniati: so che gli conoscerai: per gli puoi involtargli 'n un
poco d'incerato e mettergli 'n una scatoletta bene amagliata: e se vedi
di potermegli mandare per un fidato, che e' non vadin male, mndamegli e
condnnagli in quel che ti pare, acci che mi sien dati. Io gli voglio
mostrare al Papa, acci che vegga che secondo quegli io son creditore,
credo, di pi di dumila scudi di suo' Santit: non gi che tal cosa
m'abbi a giovare, ma per mio contento. Credo che 'l procaccio gli
potrebbe portare, perch son picola cosa.

Del caso del tr donna non se ne parla pi, e a me  detto da ognuno che
io ti die moglie; come se io n'avessi mille nella scarsella. Io non 
modo da pensarvi, perch non  notizia de' cittadini. rei ben caro e
sare' necessario che tu la togliessi; ma io non posso far altro, come
pi volte t' scritto.

Altro non m'acade. Racomandami al prete e agli amici. A d 7 d'agosto
1550.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1550, di Roma, ad 13 d'agosto: de' d 7 detto.


  [217] Di questi Brevi, l'uno  del primo di settembre 1535, col
  quale il Pontefice elegge Michelangelo a supremo architetto,
  scultore e pittore del Palazzo Apostolico; e pi gli concede il
  passo del Po presso Piacenza, che si stimava fruttare 600 scudi
  all'anno, e cos la met della pensione annua vitalizia di 1200
  scudi assegnatagli da papa Clemente VII. L'altro  del 18 di
  dicembre 1537 per cagione della pittura della Sistina e della
  sepoltura di papa Giulio.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 16 d'agosto 1550.

CCXXXV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Per l'ultima tua mi scrivi, come il Cepperello vuol vendere
il podere che confina co' nostri a Settigniano, e che quella donna che
l' a vita; se ben  forza che lo tenga insino a la morte; trovando
detto Cepperello da venderlo ora, le verebbe del prezzo quel tanto che
si conviene di quel tempo che detta donna pu vivere; entrando dopo la
morte sua in possessione. A me non pare che la sia cosa da fare per
molti casi che possono avenire, che sarien pericolosi, non sendo in
possessione: per bisognia aspettare che la muoia: e se 'l Cepperello mi
viene a parlare, gli dir l'animo mio: non son gi per andare a trovar
lui.

Ti scrissi de' dua Brevi, come rai inteso: se vedi di potermegli
mandare per un fidato che io gli abia, mndamegli; se non, lsciagli
stare.

Circa il tr donna, tu mi scrivi che vuoi prima venir qua a parlarmi a
boca: io circa al governo sto molto male e con grande spesa, come
vedrai; per questo non dico che tu manchi di venire, ma parmi che e' sia
da lasciar passare mezzo settembre, e in questo mezo se mi trovassi una
serva che fussi buona e netta; bench sie difficile, perch son tutte
puttane e porche; avisami: io do dieci iuli il mese; vivo poveramente,
ma io pago bene.

A questi d m' stato parlato per te d'una figluola d'Altovito Altoviti:
non  padre n madre, e  nel munistero di San Martino. Non conosco e
non so che mi ti dire intorno a ci. A d 16 d'agosto 1550.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1550, di Roma, add 20 d'agosto: de' d 16 detto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 22 d'agosto 1550.

CCXXXVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  ricevuto i Brevi, e pagato tre iuli come mi scrivi.

Del podere del Cepperello ti risposi che comperarlo e pagarlo ora, e non
entrare ora in possessione, non mi parea cosa da farla: non  poi inteso
altro.

Scrissiti ultimamente d'una serva: ora credo essermi provisto: per none
cercare altrimenti.

Del tr donna, mi scrivesti che prima mi volevi parlare a boca; ti
risposi che da mezzo settembre in l potevi venire a tua posta; bench
potresti far di manco, perch tanto ti saperr io dire de' cittadini di
Firenze a boca qua, quant'io te ne so scrivere; che none so niente;
perch non pratico con nessuno, n con altri. Altro non mi acade.

Saluta la Francesca da mia parte e digli che come posso risponder a la
sua, e che attenda a star sana.

  A 22 d'agosto 1550.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1550, di Roma, add 27 d'agosto: de' d 22 detto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 31 d'agosto 1550.

CCXXXVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Circa il podere del Cepperello, tu mi scrivi che lo potrebbe
comperare tale che no' l'remo per male; di questo io me ne fo beffe,
perch so che a Firenze si fa buona iustizia. Ma perch e' vi sta bene,
se vi si truova buona sicurt, toglietelo; ma non so come vi troviate
danari, perch non son per mandarvene pi: ch quel capitale che m'
rimasto, ne voglio fare qua entrata per me.

Ti scrissi la ricievuta del Breve, e secondoch abin visto, resto
creditore di pi di dumila scudi d'oro: non so che si seguir: non ci 
speranza nessuna.

Della serva, ti scrissi come m'ero provisto. Avisami del sopra detto
podere quello che ne domanda.

  A d ultimo d'agosto 1550.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1550, add 4 di setembre: de' d 31 del passato.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 6 di settembre 1550.

CCXXXVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Tu mi scrivesti del podere del Cepperello che lo comperrebbe
qualcuno che lo remo per male; e io per l'ultima ti risposi che voi lo
comperassi, ma che io non ero per mandarvi pi danari. Non  poi inteso
altro da voi. Circa al venire qua; quanto al venire qua per vicitarmi,
queste vicitazione oramai io so di che sorte le sono; se none avessi a
venir per altro, potresti per tal conto non venire: ma poi che ti piace
venire, per quello che mi scrivi, vien pi presto che puoi, acci che
nanzi le piove sia ritornato cost. Altro non m'acade. A d sei di
settembre 1550.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1550, di Roma, add 11 di setembre: de' d 6 detto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (4 d'ottobre 1550).

CCXXXIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Per l'ultima m'avisi che se' a ordine per venire a Roma, e
che innanzi che parta, aspetterai una mia e poi partirai. Non m'acade
dirti altro. Ricievuta questa, prtiti a tu' posta. Credo sapra' in Roma
trovar la casa, cio a riscontro a Santa Maria del Loreto presso al
Macello de' Corvi.

  A d 4 d'ottobre 1550.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1550, di Roma, add 10 d'otobre: de' d 4 detto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 14 di novembre (1550).

CCXL.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ebi la tua da Aqualagnia, e tanto si fece, quanto
scrivesti; e oggi a' 14 di novenbre  la tua dell'essere arrivato a
Firenze con buon tempo: di tutto sie ringraziato Iddio.

Circa a' ravigguoli, io gli ebbi, ma tutti apicati insieme e guasti.
Credo gl'incassasti troppo freschi, o forse ebon dell'aqqua per la via:
peraltro eron molto begli. Altro non  che scriverti per ora.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Ieshus. 1550. Da Roma, add 21 di novembre: de' d 15 detto.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 20 di dicembre 1550.

CCXLI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ebbi e' marzolini, cio dodici caci. Sono molto begli: ne
far parte agli amici e parte per casa. E come altre volte v' scritto,
non mi mandate pi cosa nessuna, se io non ve ne chieggo, e massimo di
quelle che vi costano danari.

Circa il tr donna, come  necessario, io non  che dirti; se non che tu
non guardi a dota, perch e' c' pi roba che uomini: solo i aver
l'ochio a la nobilt, a la sanit, e pi alla bont, che a altro. Circa
la bellezza, non sendo tu per el pi bel giovane di Firenze, non te
n'i da curar troppo, purch non sia storpiata n schifa. Altro non
m'acade circa questo.

Ebbi ieri una lettera da messer Giovanfrancesco che mi domanda se io 
cosa nessuna della Marchesa di Pescara.[218] Vorrei che tu gli dicessi
che io cercher e rispondergli sabato che viene; bench io non credo
aver niente: perch quando stetti amalato fuor di casa, mi fu tolto di
molte cose. rei caro, quando tu sapessi qualche strema miseria di
qualche cittadino nobile e massimo di quelli che nno fanciulle in casa,
che tu m'avisassi, perch gli farei qualche bene per l'anima mia.

  A d 20 di dicembre 1550.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [218] Vittoria Colonna.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 28 di febbraio 1551.

CCXLII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Per l'ultima tua, circa il tr donna, intendo come ancora
none se' a cosa nessuna: mi dispiace; perch  pur cosa necessaria
trla, e come altre volte t' scritto, non mi pare che tu, avendo quel
che tu i e quel che tu rai, che tu abi a guardare a dota, ma solo a la
bont, a la sanit e a la nobilit, e far conto quando una bene
allevata, buona, sana e nobile non abbi niente, di trla per fare una
limosina; e quando questo facessi, non saresti obrigato a le pompe e
pazzie delle donne; onde ne seguiteria pi pace in casa: e del parer di
volersi nobilitare, come gi mi scrivesti, questo non  cosa valida,
perch si sa che noi sin antichi cittadini fiorentini. Per pensa a
quello che io ti scrivo, perch tu non se' anche di sorte e di persona,
che tu sia degnio della prima bellezza di Firenze. Racomandati, acci
che tu non ti inganni.

Della limosina che io ti scrissi far cost, tu mi rispondesti ch'i'
t'avisassi quant'io volevo dare, come se io avessi 'l modo a dar qualche
centinaio di scudi. Quand'e' tu fusti qua ultimamente, mi portasti un
pezzo di panno, il quale mi parve intendere che ti fussi costo da venti
a venti cinque scudi, e questi e questi,[219] pensai allora di dargli in
Firenze per l'anime di tutti noi. Dipoi per la carestia grande che c'
qua, si son convertiti in pane e anche se non c' altro socorso, dubito
non ci morino tutti di fame.

Altro non mi acade. Racomandami al prete e quando potr, risponder a
quel che gi mi domand.

  A d ultimo di febraio 1551.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1550, di Roma, add 5 di marzo: de' d 28 paxato.


  [219] Cos nell'autografo.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 7 di marzo 1551.

CCXLIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ebbi le pere, cio novanta sette bronche, poi che cos le
battezzate. Non mi acade altro circa questo. Del caso del tr donna, te
ne scrissi sabato passato il parer mio, cio che tu non abbi rispetto a
dota, ma solo all'esser di buon sangue, nobile, e bene allevata e sana:
altro non so che dirti di cose particulare, perch di Firenze io ne so
quel che uno che non v' mai stato. mmi a questi d stato parlato d'una
degli Alessandri, ma non  inteso particular nessuno. Se ne intender,
per quest'altra te ne dar aviso.

Messer Giovanfrancesco mi richiese circa un mese fa di qualche cosa di
quelle della Marchesa di Pescara, se io n'avevo. Io  un libretto in
carta pecora che la mi don circa dieci anni sono, nel quale  cento tre
sonetti, senza quegli che mi mand poi da Viterbo in carta bambagina,
che son quaranta; i quali feci legare nel medesimo libretto e in quel
tempo li prestai a molte persone, in modo che per tutto ci sono in
istampa.[220]  poi molte lettere che la mi scrivea da Orvieto e da
Viterbo. Ecco ci ch'io  della Marchesa. Per mostra questa a detto
prete, e avisami di quello che ti risponde.

Circa i danari ch'i' ti scrissi gi dar cost per limosina, com'io credo
ti scrivessi sabato, mi bisognia convertirgli in pane per la carestia
che c', in modo che se non ci aparisce altro socorso, dubito che non
abbino a morir tutti di fame.

  A d 7 di marzo 1551.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [220] Le _Rime_ della Vittoria Colonna furono stampate la prima
  volta nel 1538 in Parma. Poi, con una giunta di stanze, nel 1539,
  senza luogo e stampatore. Una terza edizione colla giunta di 16
  sonetti spirituali,  quella di Firenze del suddetto anno.
  Finalmente una quarta, colla giunta di 24 sonetti spirituali e del
  _Trionfo della Croce_, fu fatta in Venezia nel 1544. Le posteriori
  non si notano. Delle molte lettere che deve avere scritto la
  Colonna a Michelangelo, oggi sei sole se ne conoscono, e sono
  tutte pubblicate. Cinque da copie tratte da' loro originali
  conservati nell'Archivio Buonarroti, furono stampate dal marchese
  Giuseppe Campori nelle _Lettere artistiche inedite_: Modena,
  Soliani, 1867 in-8, ed una dal Grimm, dall'originale che  nel
  Museo Britannico.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 8 di maggio 1551.

CCXLIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Circa il tr donna; della medesima cosa che mi scrivi ora,
me ne parlasti qua quando ci fusti, e allora me ne informai e none
trovai se non bene; per ti dico, che la fanciulla per padre e per madre
mi piace assai. L'altre cose, cio di sanit e di tempo, le puoi
intendere meglio cost: per se ti pare di farne parlare come mi scrivi,
io la rimetto in te, e Dio ci facci grazia del meglio.

Circa i' libretto de' sonetti della Marchesa, io non lo mando, perch lo
far copiare prima, e poi lo mander. Altro non acade.

  A d 8 di maggio 1551.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1551; add 14 di magio: de' d 8 deto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 22 di maggio 1551.

CCXLV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ti risposi pel passato com'io m'ero informato della cosa
de' Nasi, e che io non avevo trovato se non bene. Dipoi m' stato di
nuovo riparlato d'una figluola di Filippo Girolami, per madre d'una
sorella di Bindo Altoviti: io non  notizia che cosa si sia; pure non 
voluto mancare di dartene aviso. Questa de' Nasi, per la informazione
ch'io n', quando sia cos, mi piace, e cos ti scrissi. Per
attendendoci tu, r caro m'avisi quello che ne segue, e ancora m'avisi
quello che intendi dell'altra de' Girolami.

  Di maggio a d 22 1551.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1551, di Roma, a d 27 di magio: de' d 22 decto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 28 di giugno 1551.

CCXLVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ebbi, oggi fa otto d, una soma di trebbiano, cio
quaranta 4 fiaschi; nne presentato a pi amici:  stato tenuto il
meglio che quest'anno sia venuto a Roma. Ti ringrazio, n altro  che
dir circa questo.

Della cosa de' Nasi tu mi scrivi che non i ancora avuto risposta da
Andrea Quaratesi: io non credo che per simil cose sia da fondarsi molto
ne' casi sua; e 'l tempo con questo aspettare passa e non ritorna. A me
pare, quand'e' si truovassi una fanciulla nobile, bene allevata e buona
e poverissima; che questa sarebbe, per istare in pace, molto a
proposito; trla senza dota per l'amore di Dio; e credo che in Firenze
si truovi simil cose: e questo a me piacerebbe molto, acci che tu non
ti obrigassi a pompe e a pazzie, e che tu fussi ventura a altri, come
altri  stato a te: ma tu ti truovi rico, e non sai come. Non mi vo'
distender pi a narrarti la miseria in che io trovai la casa nostra,
quand'io cominciai aiutarla; che non basterebbe un libro; e mai 
trovato se non ingratitudine: per fa di riconoscer da Dio il grado in
che tu se', e non andar drieto a pompe e a pazzie.

  A d 28 di gugnio 1551.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1551, add 2 di luglio: de' d 28 del paxato.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (17) d'ottobre 1551.

CCXLVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Per l'ultima tua intendo come ti se' informato di quella de'
Girolami, e che none senti altro che bene; per quando vi fussi le parte
buone che si debbe desiderare in simil cosa, non mi pare che la dota
debba guastare il parentado: per pensavi bene, perch il parentado mi
pare assai onorevole, e a me piacerebbe, quando vi fussi le parti buone,
come  detto, cio ben allevata e di buona fama e costumi, come si
desidera: e questo puoi andare intendendo con diligenzia e credere a
pochi. Altro non mi acade. Desidero asai che di voi resti qualche reda.
Ricrdoti che quando ti fussi parlato da mia parte di cosa nessuna, se
non vedi mie lettere, non prestar fede. A d.... d'ottobre 1551.

                              MICHELAGNOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1551, di Roma, add 23 d'otobre: de' d 17 deto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 19 di dicembre 1551.

CCXLVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  inteso per l'ultima tua della corta vista, che non mi
pare picol difetto; per io ti rispondo, che qua non  promesso niente,
e non avendo ancora tu promesso cost niente, che mi pare da non se ne
impacciare, essendone tu certo; perch, come mi scrivi, e' va per
redit. Ora io ti dico di nuovo quel che altre volte t' scritto, che tu
cerchi d'una che sia sana, e pi per l'amor di Dio che per dota, purch
sia buona e nobile; e non ti die noia l'esser povera, perch si sta pi
in pace; e la dota che sarebbe conveniente, te la dar io. Circa questo
non mi acade altro. Io mi truovo vechio e un poco di capitale, il quale
non vorrei spender qua: per quando trovassi cost una buona casa o
possessione che fussi cosa sicura per una spesa di mille cinquecento
scudi, sarei per trla: per crcane, perch morendo io qua, come pu
avenire ogni ora, che non vadin male.

  A d 19 dicembre 1551.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Add.... di gienaio: de' d 19 passato.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 19 di dicembre (1551).

CCXLIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Di quella cosa che mi scrivi, sendone tu certo, e non avendo
promesso cost niente, n io qua, non mi pare che sia cosa da
impacciarsene; e come t' scritto altre volte, cercare d'una che sia
sana e trla pi per l'amor di Dio, che per altro, pur che sia nobile e
buona; e non ti die noia che sia povera, perch si sta pi in pace. Non
 tempo da distendermi altrimenti, ma  scrittoti pi appieno per uno
scarpellino che si chiama il Fantasia, che si parte di qua domattina.
Truvalo, e fatti dar la lettera.

  A 19 di dicembre.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 20 di febbraio 1552.

CCL.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Parlando io a questi d qua col tio[221] di quella cosa, mi
disse che si maravigliava molto che la fussi tornat'a dietro, e che
stimava che qualche magrone l'avessi impedita, per entrare in quella
roba o per redarla: m' parso di darti aviso di dette parole.

Ora mentre scrivo, m' stata portata una tua, per la quale intendo di
una figluola di Carlo di Giovanni Strozzi. Giovanni Strozzi conobbi che
io ero fanciullo, e era un uomo da bene: altro non  che dirtene:
conobbi anche Carlo; e credo che possa esser cosa buona.

Circa le possessione che m'avisi, non mi piaccion presso a Firenze: in
Chianti mi pare che sarebbe pi a proposito; per quando vi si trovassi
cosa sicura, sare' da farlo, e non guardare in dugento scudi.

Circa il tr donna, io non  qua modo d'intendere di cosa nessuna,
perch non  pratica di Fiorentini nessuna, e manco d'altri.

Io son vechio come per l'ultima mia ti scrissi, e per levar la speranza
vana a qualcuno, quando la sia, io penso di far testamento e lasciar ci
ch'io  cost a Gismondo mio fratello e a te mio nipote, e che l'uno
none possa pigliar partito di nessuna sorte senza il consenso
dell'altro; e che restando voi senza reda legittima, ogni cosa redi Sa'
Martino, cio che l'entrate si dieno per l'amor di Dio a' vergognosi,
cio a' cittadini poveri, o altrimenti che sia meglio, come mi
consiglierete. A d venti di febraio mille cinquecento cinquanta dua.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1551, da Roma, alli 26 di febraio: de' d 20 deto.

    (_D'altra mano._)

    Dtela bene, perch  di messer Michelagniolo Buonaruoti.


  [221] Dice cos, forse per scorso di penna, invece di _zio_.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 1 d'aprile 1552.

CCLI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Circa al tr donna, io  un aviso da uno amico mio, che quel
difetto che ti fe' tirare adrieto da quella che ti scrissi, non  vero,
cio della corta vista, ma che t' stato ditto da uno tuo amico per
darti una sua cosa; e perch la non  ancora da marito,  fatto per
intrattenerti tanto che la sia per dartela. Per quando quella cosa
della vista non sia vera, e che e' non vi sia altro difetto, a me pareva
che la fussi cosa per farla. Per abi cura di non esser menato pel naso
da gente molto inferiore che quella. Io non t' che dire altro circa
questo. Ricrdati che 'l tempo passa, e che io non vorrei essermi
afaticato tutto il tempo della mie vita per gente strana: ma 'l
testamento spero provegga.

  A d primo d'aprile 1552.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, add 7 d'aprile: de' d primo detto, 1552.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 23 d'aprile 1552.

CCLII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ti scrissi dell'aviso che io avevo avuto di cost, cio
che quel difetto della vista non era vero, e d'altre cose, come
intendesti. Ora tu mi rispondi che ne se' certo, ma che se io voglio,
che la trrai; e io ti dico, che sendo la cosa come mi scrivi, che e'
non se ne parli pi, e che tu cerchi di tr donna a ogni modo e non
guardare a dota, purch sia cittadina e buona; e non stare a bada di
parenti, che forse non piace loro che tu la tgga; e inggniati di
trovare una di sorte che non si vergogni, quando bisogni, di rigovernar
le scodelle e l'altre cose di casa, aci che tu non t'abbi a consumare
in pompe e in pazzie. Io intendo che in Firenze  gran miseria e massimo
ne' nobili; per non guardando a dota, io credo che si possa trovar cosa
al proposito: come t' scritto altre volte, far conto di fare una
limosina. Ad 23 d'aprile 1552.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 24 di giugno 1552.

CCLIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- I'  avuto il trebbiano, cio quaranta quattro fiaschi; di
che ti ringrazio. Parmi molto buono, ma poco lo posso godere, perch
dato ch'i' n' agli amici qualche fiasco, quel che mi resta, in pochi d
s'inforza. Per un'altr'anno s'io ci sar, baster mandarne dieci
fiasci, se ci fie modo, per la soma d'un altro.

A questi d fu qui il vescovo de' Minerbetti,[222] e riscontrandolo con
messer Giorgio pittore,[223] mi domand di te e circa al darti donna: di
che ragionamo: mi disse che avea una cosa buona da darti, e che anche
non s'avea a trla per l'amor di Dio. Non ricercai altro, perch mi
parve che andassi in fretta. Ora tu mi scrivi che non so chi de' sua
t'nno parlato cost e conforttoti a tr donna, e dittoti che io n'
gran desiderio. Questo tu te lo puo' sapere per le lettere ch'io t' pi
volte scritte, e cos ti raffermo, acci che l'esser nostro non finisca
qui; bench non sare' per disfatto il mondo: pure ogni animale
s'ingegnia conservare la suo' spezie. Per io desidero che tu tolga
donna, trovando cosa al proposito, cio sana e bene allevata, d'uomini
di buona fama, e quando vi sia le parte buone che si ricercano in simil
caso non aver rispetto a la dota: e quand'e' pure tu non ti sentissi
della sanit della persona da tr donna, meglio  ingegniarsi di vivere
che amazzarsi per fare altri. Questo ti dico io ultimamente, perch io
veggo andar la cosa a lunga, e non vorrei che tu facessi a mie' stanza
cosa che fussi contra te medesimo, perch non resti mai bene e io non
sarei mai contento.

Del trovarti io qua cosa che sia al proposito, tu puoi pensar ch'io non
sia al mondo in simil caso, perch non  pratica nessuna, e massimo de'
Fiorentini; ma r ben caro che quando tu abbi qualche cosa alle mani,
m'avisi prima che stringa la cosa. Altro non  da dirti. Prega Dio che
ce la die buona. A d 24 di gugnio 1552.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1552, di Roma, ad 30 di giugno: de' d 24 deto.


  [222] Bernardetto, vescovo d'Arezzo, morto nel 1574.

  [223] Vasari.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (d'ottobre 1552).

CCLIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  avuto piacere grande, avendo inteso per la tua come
quella cosa ti sodisfa. Ma abbi cura che non sendo certo delle dua che
tu ' viste insieme, qual si sie quella di che si parla, che e' non te
ne sia data una per un'altra, come fu fatto gi a uno amico mio. Per
apri gli ochi, e non aver fretta. Circa alla dota io soder e far ci
che tu mi dirai: ma a me  stato detto qua che e' non v' dota nessuna.
Per vacci col calzar del piombo, perch non si pu mai tornare adrieto,
e io n'rei grandissima passione, quando o per la dota o per altro non
te ne sodisfacessi. El parentado, come ti scrissi, mi piace assai, e
essendovi poi le parte che si desiderano in simil caso, non mi par da
guardare nella dota quand'ella non sia come desideri. Io t' detto che
tu apra gli ochi, perch sndone sollecitato, mi par che non debbe esser
cos, sendo chi e' son da ogni parte, bisognia farne e farne fare
orazione, acci che segua il meglio, perch simil cose si fanno solo una
volta.

                              MICHELANGNIOLO in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 28 d'ottobre 1552.

CCLV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- In questa sar la risposta ch'i' fo a Michele Guicciardini
circa al tr tu donna; e scrivogli com'io son parato a sodar la dota in
su le cose mia, come o dove a te pare, e pregolo che in questa cosa duri
un poco di fatica: per prtagli la lettera e lui ti mostrer circa 'l
sodo come mi par da fare, o altrimenti come a te parr: e a te dico, che
tu non compri la gatta in saco, che tu facci di veder cogli ochi tuo'
molto bene, perch potrebbe esser zoppa o mal sana, da non esser mai
contento; per saci diligenzia quanto puoi e racomndatene a Dio. Altro
non m'acade, e lo scriver m' gran fastidio. A d 28 d'ottobre 1552.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1552, di Roma, add 28 otobre: a d 22 deto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 5 di novembre 1552.

CCLVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- I'  una tua con una di Michele, a le quali non mi pare da
rispondere altrimenti che quello ch'io vi scrissi, oggi fa otto d; e
queste credo l'abbiate avute; e cos raffermo per questa: cio che io
per non esser stato cost, non  notizia delle famiglie di Firenze; ma
che io  tal fede nel Guicciardino, che io non credo che ti consigliassi
di cosa che non fussi al proposito: ma che tu facessi di vederla cogli
ochi tuoi: e della dota, ti scrissi che tu la sodassi in su le cose mia
dove ti pare, e mandassimi il contratto, che io retificherei a ci che
tu facessi. Credo le lettere l'abiate avute. Altro circa a questo non 
da dirti.

rei caro che quando tu trovassi da comperare una casa di mille per in
sino in dumila scudi, me ne dssi aviso. Crcane e fanne cercar con
diligenzia. Non  or tempo da scrivertene altro.

  A cinque di novembre 1552.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (del 21 novembre 1552).

CCLVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- E' mi par che le cose che nno cattivo prencipio non possino
aver buon fine. Io resto avisato per l'ultima tua, come circa quella
cosa t' mancato di quello che volontariamente t'era promesso; io ti
dico, che bench pi volte t'abbi scritto che tu non guardi in danari,
non mi par per che t'abbia a eser mancate le promesse; e perch
l'isdegnio  gran forza, a me parrebbe di non ne parlar pi, se gi tu
non vi vedessi tante altre cose al proposito tuo, che non ti paressi da
guardare in picola cosa. Di questo non intendendo particularmente le
cose, non so che me ne dire: racomandarsene a Dio, e stimar che quel che
segue sia il meglio: n credo abia a mancar d'aconciarsi bene con la sua
grazia.

Per l'ultima mia ti scrissi che tu cercassi di comperare una casa
onorevole e in buon luogo, perch pur quando acadessi ch'i' tornassi a
Firenze, vorrei aver dove stare, e ancora perch son vechio, e' vorrei
dar luogo a quel poco del capitale che  qua e starci pi leggiermente
ch'i' posso. Altro non mi acade. Non rispondo al Guicciardino, perch
non  ancora saputo leggier la sua; io non so dove voi v'abbiate
imparato a scrivere. Fa' mie scuse, e racomandami a lui e alla
Francesca.[224]

    (_Di mano di Lionardo._)

    1552, riceuta a d 26 di novembre.


  [224] Manca la sottoscrizione.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 17 di dicembre 1552.

CCLVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Tu mi scrivi di dua partiti che ti son messi inanzi: a me
piacciono molto pi che quel di prima, ma perch non  da chi
m'informarmi di tal cosa, non te ne posso scrivere particularmente cosa
nessuna: bisognia che tu cerchi tu e pregi Iddio che ti dia il meglio. A
me pare che tu abbi aver cura alla bont e sanit, pi che a
nessun'altra cosa. Non ti posso dire altro circa a questo.

Della casa che io ti scrissi, dico, che quando se ne trovassi una in
buon luogo che fussi onorevole e con buon sodo, ch'io non guarderei in
danari, per insino alla quantit che ti scrissi. A d 17 di dicembre
1552.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1552, di Roma, add 22 di dicembre: de' d 17 deto.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (18 di marzo? 1553).

CCLIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Tu mi scrivesti gi d'una figluola di Donato Ridolfi, per
madre di quegli del Benino, e ora per quella che rispondi a Urbino, di
nuovo me lo ramenti. Io non te ne posso n consigliare n sconsigliare,
perch, come t' scritto altre volte, io non  notizia di famiglia
nessuna di Firenze, e qua non pratico con nessun fiorentino: ma stimo
bene, che avndotene parlato il Guicciardino, che la possa esser cosa al
proposito, sendo parente e di pura e buona coscienzia. Per io ti dico
che tu lo pregi da mia parte che per l'amor di Dio s'afatichi un poco
per simil cosa, o di questa de' Ridolfi o d'un'altra, tanto che si
truovi cosa al proposito; restandogli obrigatissimo: e cos prega la
Francesca e racmandami loro. Io t' scritto pi volte che tu non guardi
a dota, ma solo a nobilit, sanit e bont; e quando si truovi queste
cose, non i aver rispetto a nessuna altra, perch sendo tu uomo da bene
non ti pu mancare.

Urbino ti scrisse quello che gli era stato detto qua di te: che n'ebi
passione: per non praticar cogl'uomini di Settigniano, che tu none
caverai altro che vergognia.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 25 di marzo 1553.

CCLX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  per l'ultima tua come tu i circa il tr donna
rappicato pratica per quella de' Ridolfi. E' debbe esser quattro mesi o
pi, che io ti risposi di dua partiti di che mi scrivesti, che mi
piacevono, e tu non me n'i poi scritto altro; in modo che io non ti
intendo e non so che fantasia si sia la tua: e questa pratica  gi
durata tanto, che la m' straco, per modo che io non so pi che mi ti
scrivere. Questa de' Ridolfi, se tu n'i buona informazione che ti
piaccia, t'la, e quello che io t' scritto altre volte del sodo, quel
medesimo ti raffermo: e se e' non ti piace di tr questa n nessuna
altra, io ne lascio il pensiero a te. Io  atteso sessanta anni a' casi
vostri; ora son vechio e bisgniami pensare a' mia: sich pigliala come
a te pare; che ci che tu farai,  a esser per te e non per me, che ci 
a star poco. Quando ebbi la tua, n'ebbi un'altra del Guicciardino, e
perch  del medesimo tinore, non m'acade rispondergli altrimenti.
Racomandami a lui e alla Francesca. Altro non m'acade. A d 25 di marzo
1553.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 22 d'aprile 1553.

CCLXI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  per la tua come la pratica rappicata per conto della
figluola di Donato Ridolfi  venuta a effetto: di che ne sia ringraziato
Idio; pregandolo che ci sia seguito con la sua grazia. Circa il sodo
della dota, io  fatto dire la procura in te, e cos con questa te la
mando, acci che sodi la dota che mi scrivi di mille cinquecento ducati
di sette lire l'uno, dove a te pare delle cose mia.  parlato con messer
Lorenzo Ridolfi e fatto le parole conveniente meglio che  saputo. Altro
non m'acade per ora. Scriverra'mi poi come la cosa seguir, e io penser
di mandar qualche cosa, come s'usa.

  A d 22 d'aprile 1553.

                              MICHELANGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 30 d'aprile 1553.

CCLXII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Sbito che io ebbi la tua del parentado fatto, ti mandai la
procura che tu potessi sodare sopra le cose mia la dota;[225] cio mille
cinquecento ducati di sette lire l'uno. Credo l'abbi avuta e ch'ella
stia bene; el notaio che l' fatta  d'alturit, perch  notaio del
Consolato de' Fiorentini e di Camera.

Per l'ultima tua intendo come l'una parte e l'altra resta sodisfatta di
tal parentado; di che ne ringrazio Dio: e come Urbino torna da Urbino,
che sar infra quindici d, far il debito mio.

  A l'ultimo d'aprile 1553.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [225] La confessione della dote di 1500 ducati fu fatta da
  Lionardo a' 16 di maggio del 1553 per strumento rogato da ser
  Ottaviano da Ronta, notaio fiorentino.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 20 di maggio 1553.

CCLXIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  per l'ultima tua, come tu i la donna in casa e come tu
ne resti molto sodisfatto, e come mi saluti da sua parte e come non i
ancora sodato la dota. Della sodisfazione che n'i, n' grandissimo
piacere e parmi sia da ringraziarne Idio continuamente quante l'uomo sa
e pu. Del sodar la dota, se tu non l'i, non la sodare e tien gli ochi
aperti, perch in questi casi de' danari sempre nasce qualche discordia.
Io non m'intendo di queste cose, ma a me pare che avessi voluto
aconciare ogni cosa inanzi che la donna avessi in casa. Circa il
salutarmi da sua parte, ringrziala e fagli quelle oferte da mia parte
che meglio saperrai fare a boca, che io non saperrei scrivere. Io voglio
pur che paia che la sia moglie d'un mio nipote, ma non  potuto farne
ancora segnio, perch non c' stato Urbino. Ora  tornato due d fa:
per io penso di farne qualche dimostrazione. mmi detto che un bel
vezzo di perle di valuta starebbe bene.  messo a cercarne uno orefice
amico d'Urbino, e spero trovarle, ma none dire ancor nulla a lei: e se
altro ti par ch'i' facci, avismene. Altro non mi acade. Fa' di vivere e
pon mente e considera, perch molto  sempre maggiore il numero delle
vedove che de' vedovi.

  A d venti di maggio 1553.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 21 di giugno 1553.

CCLXIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- I'  ricievuto la soma del trebbiano che m'ai mandato, cio
quaranta quattro fiasci:[226]  molto buono, ma  troppo, perch non 
pi a chi ne donar come solevo; per se sar vivo quest'altro anno, non
voglio me ne mandi pi.

Io  provisto a dua anelli per la Cassandra, un diamante e un rubino;
non so per chi mandartegli. mi ditto Urbino che si parte di qua dopo
San Giovanni uno Lattanzio da San Gimigniano[227] tuo amico:  pensato
di dargli a lui che te gli porti, o vero tu mi adirizzi qualcun fidato,
acci che non sien cambiati, o che non vadin male. Avisami pi presto
che puoi quel che ti par ch'i' faccia. Come gli rai, r caro gli facci
stimare, per vedere se sono stato gabbato, perch no' me ne intendo.

  A d 21 di gugnio 1553.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [226] Dice cos.

  [227] Forse Lattanzio Cortesi.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 22 di luglio 1553.

CCLXV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ti mando pel procaccio i dua anelli, cio uno diamante e
uno rubino, e mndogli in una scatoletta amagliata, come mi scrivesti.
Al procaccio darai tre iuli pel porto, e tre iuli gli  promessi, se mi
porta la ricievuta; per fgniene; e r caro che detti anegli gli facci
vedere, e m'avisi di quello che sono stimati. Altro non m'acade.

  A d 22 di luglio 1553.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Dietro sotto l'indirizzo  parimente di mano di
    Michelangelo_.)

    tre iuli i a dare pel porto al procaccio.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 5 d'agosto 1553.

CCLXVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ebbi le camice, cio otto camice: sono una cosa bella e
massimo la tela: l' care assai. Ma pure  per male che le togliate a
voi, perch a me non manca. Ringrazia la Cassandra da mia parte e fagli
oferte di ci che io posso qua, delle cose di Roma o d'altro, che io non
sono per mancarli.  avuta la ricievuta de' dua anelli e quello che sono
stati stimati: l' caro, perch son certo non essere stato ingannato: e
bench io abbi mandato picola cosa, un'altra volta superirno in qualche
altra cosa che e' l'abbi fantasia, secondo che tu m'aviserai. Altro non
m'acade circa questo. Fa' di vivere e sta' in pace.

  A d 5 d'agosto 1553.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 24 di ottobre 1553.

CCLXVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  per la tua, come la Cassandra  gravida; del che n'
piacer grandissimo, perch spero pur che di noi resti qualche reda o
femina o mastio che si sia; e di tutto s' a ringraziare Idio. A questi
d  tornato di cost il Cepperello e  ditto a Urbino che mi voleva
parlare; penso che sia per conto del suo podere che confina co' nostri.
Avisami se n' parlato cost niente con esso voi, perch quando si
potessi avere, sarebbe molto a proposito.

Altro non mi acade. Saluta messer Giovan Francesco da mia parte, e
avisami come (la fa).

  A 24 d'ottobre 1553.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (del marzo 1554).

CCLXVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ebbi una tua della settimana passata, dove mi scrivi la
contentezza che tu i continuamente della Cassandra: di che ne abbiamo a
ringraziare (Idio), e tanto pi quanto  cosa pi rara. Ringrziala e
racomandami a lei; a quando delle cose di qua gli piacessi niente,
dmene avviso. Circa al por nome a' figluoli che tu aspetti, a me
parrebbe che tu rifacessi tuo padre, e se  femina, nostra madre, ci 
Buonarroto e Francesca. Non di manco io la rimetto in te. Altro non
m'acade. Rigurdati e fa' di vivere.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (dell'aprile 1554).

CCLXIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  per la tua come la Cassandra  presso al parto e come
vorresti intendere il parer mio del nome de' putti: della femina, se sia
cos, tu mi scrivi esser risoluto, per e' sua buon portamenti; del
mastio, quando sia, io non so che mi ti dire. rei ben caro che questo
nome Buonarroto non mancasse in casa, sendoci durato gi trecento anni
in casa. Altro non  che dire, e lo scrivere m' noia assai. Attendi a
vivere.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 21 d'aprile 1554.

CCLXX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Intendo per la tua come la Cassandra  partorito un bel
figluolo e come la sta bene, e che gli porrete nome Buonarroto. Di tutto
n' avuto grandissima allegrezza. Idio ne sia ringraziato; e lo facci
buono, acci ci facci onore e mantenga la casa. Ringrazia la Cassandra
da mia parte e racomandami a lei. Altro non m'acade. Son breve allo
scrivere, perch non  tempo. A d ventuno d'aprile 1554.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (8 di dicembre 1554).

CCLXXI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ho ricevuto i caci che m'i mandati, cio dodici
marzolini; son molto begli e buoni: n' fatto parte agli amici, e 'l
resto per in casa. Altro non m'acade circa a questo. Del mio essere,
secondo l'et, non mi pare di stare peggio che gli altri della medesima
et; e di voi tutti stimo bene e cos della Cassandra. Racomandami a
lei, e digli ch'i' prego Iddio che la facci un altro bel figluolo
mastio. Altro non m'acade.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1554, add 14 di dicembre: de' d 8 detto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 26 di gennaio 1555.

CCLXXII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ho mandati cost cento scudi d'oro in oro e' quali 
pagati qua, overo mandati per Urbino che sta meco a messer Bartolomeo
Bussotti in Roma, che ti sieno pagati cost a tuo piacere. Per anderai
a trovare messere Simone Rinuccini con la poliza che sar in questa, e
lui te gli pager; e di detti danari vorrei ne comperassi diciannove
palmi di rascia pagonazza scura, la pi bella che truovi, per fare una
vesta a la moglie d'Urbino; del resto, vorrei che ne facessi limosine,
ove ti pare che ne sia pi bisognio, e massimo per fanciulle.

Io ti scrissi della ricievuta de' marzolini. Altro non m'acade: visami
del seguito di detti scudi, e manda la detta rascia pi presto che puoi.
A d 26 di gennaio 1555.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 9 di febbraio 1555.

CCLXXIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Intendo per la tua come i ricevuti i cento scudi che io ti
 mandati, e come i inteso per la mia quello che tu n'i a fare, cio a
mandarmi dicianove palmi di rascia pagonazza scura, e del resto farne
limosine dove e come pare a te, e darmene aviso.

Circa al bambino che tu aspetti, tu mi scrivi che ti parrebbe porgli
nome Michelagniolo. Io dico che se cos piace a voi, piace anche a me;
ma se sar femina, non so che mi dire. Contentavi[228] voi, e massimo la
Cassandra, alla quale mi racomanderai. Altro non m'acade. Circa le
limosine di che ti scrivo, fanne poco romore. A d 9 di febraio 1555.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1554, add 16 di febraio: de' d 9 detto.


  [228] Cos nell'autografo, e voleva dire: _contentatevi_.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 2 di marzo 1555.

CCLXXIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ebbi la rascia:  molto bella, e a torla qua sarebbe
costa molto pi e non sare' stata s bella: del che Urbino te ne
ringrazia quanto sa e pu.

Circa a quel de' Bardi, mi piace quel che i fatto e cos sguita del
resto senza romore. Qua si dice che cost  gran carestia e miseria;
per  tempo, il pi che l'uomo pu, di guadagniare qual cosa per
l'anima. Altro non m'acade. Sguita e visami. Altro non m'acade.[229] A
d 2 di marzo 1555.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [229] Cos  scritto nell'autografo.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (del marzo 1555).

CCLXXV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- I'  per l'ultima tua la morte di Michelagniolo, e tanto
quanto n'ebbi allegrezza, n' passione; anzi molto pi. Bisognia aver
pazienza e stimar che sia stato meglio che se fussi morto in vechiezza.
Ingegniati di viver tu, perch sarebbe con tanta fatica la roba senza
uomini.

Il Cepperello  ditto a Urbino che vien cost, e che la donna che avea a
vita il podere, di che gi si parl,  morta; credo sar con esso teco.
Se lo vuol dare pel gusto prezzo con buona sicurt, piglialo e avisami,
e io ti mander i danari.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 30 di marzo 1555.

CCLXXVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Messer Francesco Bandini m' domandato s'io voglio vendere
le terre ch'io  da Santa Caterina, che  uno suo amico che le
comperrebbe volentieri. Io gli  ditto che ogni cosa mia cost  vostra,
e che voi ne farete, sar ben fatto: e cos vi rafermo. Per siate
insieme tu e Gismondo e vedete che vi torna meglio, o danari o tenere le
terre; e rispondi resoluto, acci possa rispondere a detto messer
Francesco. Altro non m'acade circa questo.

Un manovale della Fabrica qua di Santo Pietro m' dato qua due scudi
d'oro, che io gli mandi alla madre; per leggierai la poliza che sar in
questa, e dara'gli a chi la dice, perch non  da mandargli altrimenti.

  A d 30 di marzo 1555.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 10 di maggio 1555.

CCLXXVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ti scrissi circa un mese fa che tu dssi dua scudi d'oro
alla madre di Masino da Maca che sta qua per manovale, che tanti n'avea
qua dati a me, che io gniene mandassi. Non  mai avuto risposta. rei
caro m'avisassi se avesti la lettera e se gli ' dati o s o no. Altro
per questa non m'acade.

In questa sar una di messer Giorgio pittore. rei caro che la dssi in
sua propia mano, perch  cosa che m'importa assai. A d dieci di maggio
1555.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 25 di maggio 1555.

CCLXXVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Circa le terre di Santa Caterina, io ti scrissi che tu fussi
con Gismondo, e che voi ne pigliassi quel partito che fussi pi utile
per voi. Ora mi scrivi che a voi par da venderle e a me non potrebbe pi
piacere; sich vendete e non aspettate altro, e de' danari
acordavene[230] insieme. i dati i danari alla madre di Masino? Altro
non  che dire: rigurdati: e Dio ci aiuti. Ad 25, 1555 di maggio.[231]

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [230] Scrive cos per svista, invece di _acordatevene_.

  [231] Cos sta.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 22 di giugno 1555.

CCLXXIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ti mando in questa una lettera che tu la dia a messer
Giorgio Vasari e racomandami a lui.

Delle terre di Santa Caterina io ti scrissi, che a me piacea assai che
voi le vendessi, e che vendendole, i danari ne facciate quello che vi
pare, come di cosa vostra: per quando siate d'acordo con chi le vuole,
datemene aviso, acci che io vi mandi la procura. Altro non m'acade.
Attendi a star sano e vivere. A d 22 di gugnio 1555.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, add 26 di giugno: de' d 22 detto, 1555.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 5 di luglio 1555.

CCLXXX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Tu mi scrivi per l'ultima tua esser d'accordo con lo
Spedalingo di Bonifazio delle terre mia da Santa Caterina, cio di
dargniene per trecento venti scudi, e che io ti mandi la procura. Io te
la mander di questa settimana che viene a ogni modo. Non  potuto prima
per ragione di crudelissimo male che io  avuto in un piede, che non m'
lasciato uscir fuora e mi dato noia a pi cose: dicono ch' spezie di
gotte: non mi manca altro in mia vechiezza! pure ora ne sto assai bene:
e come ho detto, di questa settimana che viene, te la mander a ogni
modo. Tien fermo l'acordo, perch mi piace assai. Altro non m'acade. A
d cinque di luglio 1555.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1555, add 11 di luglio: de' d 5 detto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 13 di luglio 1555.

CCLXXXI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ti mando la procura che tu possi dare le terre dette da
Santa Caterina allo Spedalingo, e a chi altri ti pare; e de' danari, che
tu e Gismondo ne facciate quello che vi pare il meglio. Delle terre che
furno di Niccol della Buca, a me piacerebbe come mi scrivi, quando vi
fussi buon sodo.

In questa sar una a Gismondo: confrtalo da mia parte a pazienza, e
digli che degli affanni i' n' anch'io la parte mia: e non gli mancar di
niente. A d 13 di luglio 1555.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  RACCOLTA GI BUSTELLI.      Di Roma, 28 di settembre 1555.

CCLXXXII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._[232]


Lionardo. -- Io ho inteso per l'ultima tua come il Duca[233]  stato a
vedere i dua modegli della facciata di San Lorenzo[234] e come Sua
Signoria gli  domandati. Io ti dico che avevi sbito a mandargli, dove
Sua Signoria gli voleva, senza scrivermene altrimenti: e cos resti a
far d'ogni altra cosa nostra, quando avessimo cosa che gli piacessi.

Con questa sar la risposta di quella di messer Giorgio, e circa la
scala della Libreria[235] io gnene do notizia, come per un sogno di quel
poco ch'i' mi posso ricordare: e mndoti la lettera sua aperta, acci
che tu la legga e cos aperta gniene dia.

Mi piace che stiate bene tu e la Cassandra e 'l putto, ma di Gismondo
n'ho gran passione e duolmi assai; ma non sono anch'io senza difetti e
con molte brighe e noie, e di pi ch'io ho gi tenuto Urbino tre mesi
nel letto malato e vvi ancora; che m' stato d'un gran fastidio e noia:
ringraziare Dio d'ogni cosa. Confortalo da mia parte e aiutalo quanto tu
puoi. A d 28 di settembre 1555.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [232] Copiata da Michel. Buonarroti il giovane.

  [233] Cosimo de' Medici.

  [234] Sono da gran tempo perduti.

  [235] Di San Lorenzo.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 30 di novembre 1555.

CCLXXXIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  per la tua la morte di Gismondo mio fratello[236] e non
senza grandissimo dolore. Bisognia aver pazienza: e poi ch' morto con
buon conoscimento e con tutti e' sacramenti che ordina la Chiesa,  da
ringraziarne Idio.

Io son qua in molti affanni, e ancora  Urbino nel letto molto mal
condotto; non so che se ne seguir: io n' quel dispiacere che se fussi
mio figluolo, perch  stato meco venticinque anni molto fedelmente; e
perch son vechio, non  pi tempo a fare un altro a mio proposito: per
mi duol molto: per se i cost nessuna persona divota, ti prego facci
pregare Idio per la sua sanit.

  A d trenta di novembre 1555.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1555, add 7 di dicembre: de' d 30 passato.


  [236] Mor il 13 di novembre di quest'anno.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 4 di dicembre 1555.

CCLXXXIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Circa alle sustanze che  lasciate Gismondo, di che mi
scrivi, io dico che ogni cosa  restare a te. Fa' d'osservare il suo
testamento e di fare orazion per l'anima sua, che altro non si gli pu
fare.

visoti come iersera, a d tre di dicembre a ore 4 pass di questa vita
Francesco detto Urbino,[237] con grandissimo mio affanno; e mmi
lasciato molto aflitto e tribolato, tanto che mi sare' stato pi dolce
il morir con esso seco, per l'amore che io gli portavo: e non ne
meritava manco; perch s'era fatto un valente uomo, pieno di fede e
lealt; onde a me pare essere ora restato per la morte sua senza vita: e
non mi posso dar pace. Per rei caro di vederti: ma non so come tu ti
possa partire di cost per amor della donna. visami se infra un mese o
un mese e mezo tu potessi venire insino qua, intendendo sempre con
licenzia del Duca. I'  ditto che 'l tuo venire sie con licenzia del
Duca, per bene: ma non credo che bisogni: gvernala come ti pare, e
rispondi. Scrivi se tu puoi venire, e io ti scriverr quande tu t'rai a
partire, perch io voglio che prima sia partita di casa la moglie
d'Urbino.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [237] Fra le carte dell'Archivio Buonarroti esiste la copia del
  testamento che Francesco del fu Bernardino degli Amatori da Castel
  Durante, infermo di corpo, fece sotto il d 24 novembre (per
  svista del copiatore  scritto 24 di dicembre) 1555 pei rogiti di
  ser Vitale Galgani, notaio. Noi ne daremo il seguente transunto:

  Lascia di esser seppellito, dopo la sua morte, nella chiesa della
  Minerva.

  Dice che da madonna Cornelia di Guido dei Colonnelli da Castel
  Durante, sua moglie, ebbe fiorini 700 per parte della dote di
  fiorini mille promessigli ed assegnati sopra una certa casa posta
  in Castel Durante nel Quartiere di San Cristofano: i quali danari
  vuole che sieno pagati ad essa madonna Cornelia sopra la detta
  casa.

  Lascia alla detta sua moglie 50 fiorini, che il testatore pag a
  Guido padre di lei, al tempo della divisione di essa casa fatta
  tra lui e il detto Guido.

  Vuole che 200 fiorini avuti sopra la detta casa sieno pagati a
  madonna Cornelia da' suoi eredi, i quali sono Michelangelo suo
  figliuolo, e il figliuolo che nascer da madonna Cornelia gravida.
  Nel caso poi che di lei nascesse una figliuola, vuole che al suo
  tempo essa sia maritata con dote di 500 fiorini.

  Lascia che dopo quattro anni dalla sua morte il suo erede sia
  tenuto a maritare due fanciulle povere.

  Sostituisce nel caso di morte de' suoi eredi la Confraternita di
  Santa Caterina di Castel Durante, volendo che i frutti della sua
  eredit sieno dispensati a' poveri.

  Nomina suoi esecutori testamentari e tutori de' figliuoli pupilli,
  messer Michelangelo Buonarroti, Roso de' Rosi e Pier Filippo
  Vandini da Castel Durante.

  Fatto in Roma nel Rione di Trevi, nella camera del detto
  testatore, nella casa di messer Michelangelo Buonarroti, alla
  presenza de' testimoni: ser Sebastiano del fu Pietro Marianetti da
  San Gimignano in Toscana, soprastante della Fabbrica di San Pietro
  di Roma; Francesco di Gio. Filippo Perfetti da Castel Torchiaro da
  Parma, pizzicaiuolo al Macello de' Corvi; maestro Paolo del fu
  Bartolommeo Ducci dal Borgo San Sepolcro, scarpellino; Mario di
  Bartolo, scarpellino dal Borgo San Sepolcro; Vitale di Girolamo da
  Urbino, scarpellino; Antonio di Bisino da Carona Ghiringhelli
  della Diocesi Milanese, muratore, abitatore in Borgo, e Stefano di
  Giovanni da Romano, Diocesi di Brescia, muratore.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 11 di gennaio 1556.

CCLXXXV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ti scrissi della settimana passata la morte d'Urbino[238]
e com'io ero restato in gran disordine e molto malcontento, e come rei
caro che tu venissi insino qua. E cos ti scrivo di nuovo, che quando tu
possa acomodar le cose tua cost senza pericolo o danno per un mese, che
tu ti metta a ordine per venire. Quando non ti tornassi bene, o che
fussi per seguirne danno o per sospetto di strade o per altro, indugia
tanto che ti paia tempo da venire; e quando ti par tempo, vieni, perch
i' son vechio e  caro parlarti inanzi ch'i' muoia. Altro non m'acade.
Se altro ti fussi scritto, no' prestar fede se non alle mie lettere. A
d undi(ci) di gennaio 1556.[239]

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [238] L'Urbino mor, come s' veduto, il 3 di dicembre 1555.
  Michelangelo ne aveva scritto da pi d'un mese.

  [239] Nell'autografo era dapprima stato segnato l'anno 1556, e poi
  corretto nel 1559; ma non  dubbio che deve dire 1556.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 7 di marzo 1556.

CCLXXXVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- I'  per la tua come siate gunti a salvamento, di che n'
piacere grandissimo, e pi stando bene la Cassandra e gli altri. Io qua
mi sto nel medesimo termine che mi lasciasti, e del riavere le cose mia
ancora non  seguito altro che parole. Star a veder quello che segue
quante potr.

Dello spender cost dumila scudi, come ti dissi qua, o in casa o in
possessione, io son del medesimo parere; per quando trovassi cosa al
proposito, dnne aviso.

La moglie d'Urbino mi manda a chiedere sette braccia di panno nero che
sia bello e leggieri, e che sbito mi mander e' danari del costo: per
io rei caro che tu me lo mandassi; e pgalo: e quel manco che coster,
darai come restmo: e come acade che io t'abbi a mandar danari, te gli
rimetter nella somma de' cento. Altro non m'acade. Ringrazia la
Cassandra e racomandami a lei.

  Ad 7 di marzo 1556.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Add 14 di marzo: de' d 7 detto; di Roma, 1555.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 11 d'aprile 1556.

CCLXXXVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Tu t'abbattesti bene a dare a un gran tristo quel panno; io
l' aspettato qua un mese e fattolo aspettare a altri, con grandissimo
dispiacere. Io ti priego, che intenda quel che questo tristo mulattiere
n' fato: e se si ritruova, mndalo pi presto che tu puoi; se non si
ritruova, se si tiene ragione, fa gastigare cotesto tristo e fgniene
pagare e mndamene altre sette braccia. E' non mi mancava afanni! io n'
avuto e  tanta noia e dispiacere, che non si potrebbe dire.

A la Francesca io risponder a la sua un'altra volta, perch adesso non
mi sento da scrivere. Racomandami a lei e a Michele e a tutti gli altri.
A d undici d'aprile 1556.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 25 d'aprile 1556.

CCLXXXVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- I'  avuto il panno, grazia di Dio, e come truovo un
mulattier fidato lo mander alla Cornelia.[240]

Io non t' mai risposto della casa che mi scrivesti per compera, perch
 avuto da pensare a altro. Ora ti dico, che in quello luogo la non mi
piace, perch mi par troppo streto e maninconico: la vorrei in luogo pi
arioso e aperto: e non guardare in ispesa: e se non casa, possessione:
perch mi vorrei alleggerire qua quant'io posso di quel poco del
capita(le) che io ci , perch son molto diminuito, poi che mor Urbino,
e ogni ora potrebbe esser la mia, e Dio sa come andassino poi le cose
mia: per pensa a quello che io ti scrivo, perch t'importa asai.

Vorrei e rei caro mi dssi un poco d'aviso come i governata la cosa
delle limosine e come vi sarebbe ancor da farne, chi potessi. Altro non
m'acade. Racomandami a la Cassandra e cerca di vivere el pi che puoi,
che la roba non resti senza le persone. Ad 25 d'aprile 1556.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [240] La moglie dell'Urbino.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 8 di maggio 1556.

CCLXXXIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- I'  con la tua di molte ricevute; io no l' volute vedere e
llo avute[241] molto per male, perch e' par che tu creda che io non mi
fidi di te. Io avevo caro sapere in che modo l'avevi distribuite e dove,
per sapere in che persone  la povert, e bastava darmene un po' d'aviso
per la lettera.

Tu mi scrivi che la Cassandra non si sente bene; n' passione e duolmi
assai: per non mancar di cosa nessuna, e se posso far niente, visami,
e racomandami a lei.

Della casa di che mi scrivi, non mi piace il luogo; meglio  star cos,
che non se ne contentare. Io ti scrissi che rei voluto dar luogo a un
poco di capital ch'io , pe' casi che possono venire, send'io vechio e
mal condizionato: io non  poi voluto tr porzione per pi rispetti che
non acade dire.

  A d 8 di maggio 1556.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [241] Cos si legge.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 31 di maggio 1556.

CCXC.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io non risposi a l'altra tua, perch non potetti. Ora ti
dico circa il podere del Cepperello che quando s'acosti a prezzo
ragionevole, che tu lo togga a ogni modo; e ancora dico, che oltre al
podere del Cepperello, che tu spenda dumila scudi in quello che pare a
te, perch della casa, se io non truovo cosa al proposito, cio in luogo
aperto e spazioso, io voglio pi presto che tu toga una possessione.

 avuto una lettera dalla Francesca, per la quale mi prega ch'i' facci
una limosina di dieci scudi a un suo confessore per una povera fanciulla
che mette nel munistero di Santa Lucia. Io la voglio fare per amor della
Francesca; perch so che se non fussi buona limosina, che non me ne
richiederebbe; ma non so come me gli far pagar cost: per vorre' ch'el
detto confessore, se avessi qua un amico di chi si potessi fidare, che
io gniene darei, quando me ne dsse aviso.

Che la Cassandra stia bene, come mi scrivi, n' grandissimo piacere.
Racomandami a lei, e ingegniatevi di vivere.

  Ad ultimo di maggio 1556.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (del giugno 1556).

CCXCI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ebbi il caratello de' ceci bianchi e rossi e de' pisegli
e delle mele. Se non te l' scritto prima, non m' paruto cosa che
importi, e perch lo scrivere m' di gran noia e fastidio. Altro non mi
acade. Attendi a vivere. Io son vechio e malsano: e quando m'acader
niente di pericolo, te lo far intendere, se r tempo. Se trovassi
messer Giorgio[242] digli, che della cosa sua io non lo posso aiutare;
che lo farei volentieri, e che io n'ho parlato con messer Salustio,[243]
e che m' risposto averci durato fatica e che non ci vede ordine. Mi
pare a me che bisogni farsi a messer Piergiovanni.[244]

                              MICHELANGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [242] Vasari.

  [243] Vedi una lettera di Michelangelo al Vasari del 28 di maggio
  1556. Messer Salustio  il figliuolo di Baldassarre Peruzzi,
  anch'esso architetto morto annegato in Germania.

  [244] Aleotti, chiamato dal Buonarroti il _Tantecose_.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 27 di giugno 1556.

CCXCII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ti mando[245] d'oro in oro che tanti n' dati qua a
messer Francesco Bandini che te gli[246] pagar cost, e la poliza sar
in questa. Prtagli a la Francesca che gli dia per quella fanciulla, di
che m' scritto.

Del Cepperello tu i a pensare, ch'egli  certo che tu desideri di
comperare quel podere, e ingegnierassi di farti fare di cento scudi
almeno: s che fa' il me' che tu puoi. Di quello che tu potevi spendere
in quel che a te pareva, io te lo scrissi per l'altra. Non acade, non
acade[247] altro.

  Ad venti 7 di gugno 1556.

                              MICHELANGNIOLO in Roma.


  [245] Manca, _dieci scudi_.

  [246] Manca, _faccia_ o _far_.

  [247] Queste parole sono cos ripetute ancora nell'autografo.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 4 di luglio 1556.

CCXCIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io non ti scrissi del trebbiano per la fretta. Io l'ebbi,
cio trentasei fiasci.  il migliore che tu ci abbi mai mandato: io te
ne ringrazio, ma duolmi che tu sia entrato in questa spesa e
massimamente, perch, mancati tutti gli amici, e' non  pi a chi ne
dare.

Del podere del Cepperello tu ' mostro d'avere troppa voglia; tutto il
contraro di quello che io ti dissi qua: basta che la vedova di mala vita
ne vuol dare un tesoro: astuzie goffe da farmi correre: pure sia come si
vuole: fa' il meglio che tu puoi e to'lo, e avisami come e dove io t' a
far pagare i denari, co' manco romore che si pu. Altro non m'acade. Mi
piace che tutti stiate bene: ringraziato sie Dio.

  Ad 4 di luglio 1556.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 25 di luglio 1556.

CCXCIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io intesi per l'ultima tua come eri d'acordo col Cepperello
e del prezzo. Ora io ti dico che bench sia caro cento scudi, che tu i
fatto bene: ma vorrei inanzi che io facessi pagare cost i danari, che
tu t'assicurassi del sodo con diligenzia, e che tu non corressi a furia
come ' fatto in sino a ora, e che tu m'avisassi dell'appunto de' danari
che io t' a far pagare cost, cio di quanti scudi io t' a far pagare
cost o d'oro o di moneta. Lo scudo d'oro qua sono undici iuli, e di
moneta, dieci. E se io indugiassi qualche d a farti pagare i danari,
non posso fare altro; perch c' da pensare a altro pi che tu non
credi, e non  chi mi serva di simil cose. Bastiano[248]  forte
ammalato, e dubito non si muoia. Tien fermo il mercato con Cepperello.
Altro non m'acade. Credo stiate tutti bene e similmente la Cassandra.
Racomandami a lei e pregmo Iddio che ci aiuti, che ce n' di bisognio.

  Ad venticinque di luglio 1556.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [248] Malenotti da San Gimignano, entrato nel luogo dell'Urbino
  morto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 1 d'agosto 1556.

CCXCV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- La tuo' furia mi pggiora almeno cinquanta scudi d'oro: ma
pi mi duole che i fatto pi stima d'un pezzo di terra, che delle mie
parole. Tu sai quel che io ti dissi; che tu mostrassi che io non lo
volevo, e che noi ci facessimo pregar di comperarlo: e tu sbito che
fusti cost vi mettesti su i sensali con gran sollecitudine. Ora poi
ch' fatto, fa' di vivere e goderlo.

Ieri ebi una tua, venuta molto in fretta, dove mi scrivi che se' per
fare il contratto, e che 'l tutto monta secento cinquanta scudi d'oro in
oro,[249] e che io dia detti scudi a messer Francesco Bandini che te li
far pagar cost da' Capponi; e cos far: ma non posso prima che
quest'altra settimana, che Bastiano, sendo megliorato, comincier a
uscir fuora e verr al banco a contargli, perch non  altri che mi
serva. Altro non m'acade.

  Ad primo d'agosto 1556.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [249] Il podere, con casa da signore e da lavoratore, era posto
  nel popolo di Santa Maria da Settignano, in luogo detto _Scopeto_.
  Comprollo Michelangelo da messer Giannozzo di Gherardo da
  Cepperello per 650 scudi, con strumento rogato da ser Niccol
  Parenti, sotto d 28 luglio 1556.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 8 d'agosto 1556.

CCXCVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Bastiano  cominciato a uscir fuora, e luned o marted
verr a' Bandini a contare i danari, e cos ti saranno pagati cost nel
modo che tu m'i scritto. Circa la compera, tu l'i governata a tuo modo
e non a mio; 'mi peggiorato almeno cinquanta scudi. Egli  ben vero che
l'amor propio inganna tutti gli omini. Ricrdati di tuo padre e della
morte che fece,[250] e io, Dio grazia, sono ancor vivo. Altro non
m'acade.

  Ad 8 d'agosto 1556.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [250] Buonarroto, fratello di Michelangelo e padre di Lionardo,
  mor, per quanto pare, di peste a' 2 di luglio del 1528, e, come
  si narra, fra le braccia di Michelangelo.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 15 d'agosto 1556.

CCXCVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io portai iermatina al banco de' Bandini scudi secento
cinquanta d'oro in oro, e in questa sar la lettera: va' e pgagli, come
se' d'accordo. Tu mi scrivi de' danari ch'i' ti scrissi che tu spendessi
a tuo modo: tu sai bene che non si intendeva nel podere del Cepperello,
che  cosa vechia, praticata gi pi di venti anni e gi col pensiero
era comperato: ma tu l'i voluta intendere e governare secondo
l'appetito tuo. La cosa  fatta. Attendi a vivere e fa' poco romore, e
massimo a Settigniano: che non ci manca altro che essere in voce di
Settignianesi tu e la donna tua qua e cost. Io non ti scrivo a caso,
perch tu i un cervello molto contrario al mio. Altro non m'accade. Ad
15 d'agosto 1556.

La lettera di detti scudi sar[251] sar in questa.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [251] Cos dice.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,di settembre 1556.

CCXCVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Circa il soddisfare il boto di che mi scrivi, io ti dico che
a me non par tempo d'andare attorno: e parmi per ora. Del pore nome
Michelagniolo a la creatura che tu aspetti, a me piace, o altro nome,
purch sia di casa: e Giovansimone ancora starebbe bene. Fa' come a te
pare, che io ne son contento. Altro non m'acade.

  Ad.... di settembre 1556.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 31 d'ottobre 1556.

CCXCIX.

_A Lionardo Buonarrotti Simoni, nipote carissimo. In Firenze.
Raccomandasi alli Cortesi che la diano sbito. In Firenze._


Lionardo nipote carissimo. -- Pi giorni sono ricevei una tua, alla quale
prima non ho fatto risposta, per non aver auto comodit: et ora
sopperir al tutto, acci non ti maravigli, et perch intendi.
Trovandomi pi d'un mese fa che la fabrica di San Pietro s'era allentata
del lavorare, mi disposi andare fino a Loreto per alcuna mia divozione:
cos trovandomi in Spoleti un poco stracco, mi fermai alquanto per mio
riposo: cosicch quivi non possetti conseguire l'intenzion mia; ch mi
fu mandato un homo a posta che io mi dovessi ritornare in Roma. Il che,
per non disubbidire, mi mossi e ritornai in Roma: dove io, grazia del
Signore, mi trovo, et qui si sta come a Dio piace, rispetto ai frangenti
che ci sono:[252] s che io non mi stender in altro, se non che qui ci
sono buone speranze della pace: che a Dio piaccia sia. Attendi a star
sano, pregando Dio ci aiuti. Di Roma, add ultimo d'ottobre 1556.

  Tuo come padre,

                    (_Sottoscritto_) MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [252] Di questa gita a Spoleto scrive Michelangelo al Vasari in
  una sua lettera del 18 di settembre del medesimo anno. Egli era
  partito da Roma per fuggire i pericoli, da' quali era minacciata
  la citt per la mossa dell'esercito spagnuolo guidato dal duca
  d'Alva, il quale partito da Napoli fino dal 1 di settembre, aveva
  invaso gli Stati della Chiesa, governata allora da Paolo IV.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 19 di dicembre 1556.

CCC.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ti scrissi della mia ritornata a Roma. Dipoi ebbi una
tua, dove intesi come la Cassandra aveva partorita una bambina e che in
pochi d la s'era morta; di che n' avuto dispiacere assai: ma non me ne
maraviglio, perch noi abin questa sorte di non avere a multiplicare in
famiglia a Firenze. Per prega Idio che e' viva quello che tu i, e fa'
di vivere anche tu, acci che ogni cosa non abi a rimanere allo Spedale.
Altro non m'acade. Racomandami a la Cassandra e a Dio, ch'i' n'
bisognio.

In questa sar una di messer Giorgio pittore: dlla pi presto che puoi.

  Ad 19 di dicembre[253] 1556.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [253] Pare che debba dire: _novembre_.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 6 di febbraio 1557.

CCCI.

_Al suo carissimo Lionardo Buonarroti nipote carissimo in Firenze._


Lionardo carissimo. -- Ho riceuto la vostra lettera et visto quanto mi
scrivi circa sua Eccellenzia, imper darai la inclusa a messer
Lionardo[254] et scusami; che io non sono per mancare a sua Eccellenzia
della promessa, et come vedr il tempo, non mancher; ma non posso cos
sbito, perch bisogna dar ordine alle cose mie di qua: s che io non ti
dir altro per adesso, per avere auto le lettere in sulle 24 ore di
sabato. Cos atendi a star sano et Dio ti guardi.

  Di Roma, il d 6 di febraro 1557.

                              (_Sottoscritto_) MICHELAGNIOLO.


  [254] Marinozzi d'Ancona, cameriere del duca Cosimo de' Medici.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 13 di febbraio 1557.

CCCII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Venendomi a trovar qua in Roma circa du' anni sono messer Lionardo,[255]
uomo del duca di Firenze, mi disse che sua Signoria rebbe avuto
grandissimo piacere ch'i' fussi ritornato in Firenze, e fecemi molte
oferte da sua parte. Io gli risposi, che pregavo suo Signoria che mi
concedessi tanto tempo che io potessi lasciare la fabrica di Santo
Pietro in tal termine, che la non potessi esser mutata con altro
disegnio fuori dell'ordine mio.  poi seguitato, non avendo inteso
altro, in detta Fabrica, e ancora non  a detto termine; e di pi m'
agunto che m' forza fare un modello grande di legniame con la cupola e
la lanterna,[256] per lasciarla terminata come  a essere finita del
tutto; e di questo son pregato da tutta Roma, massimamente dal
Reverendissimo Cardinale di Carpi: in modo che io credo che a far questo
mi bisogni star qua non manco d'un anno; e questo tempo prego il Duca
che per l'amor di Cristo e di Santo Pietro me lo conceda, acci ch'io
possa tornare a Firenze senza questo stimolo, con animo di non aver a
tornar pi a Roma. Circa l'esser serrata la Fabrica, questo non  vero,
perch, come si vede, ci lavora pure ancora sessanta uomini fra
scarpellini, muratori e manovali, e con speranza di seguitare.

Questa lettera io vorrei che tu la leggiessi al Duca, e pregassi suo
Signoria da mia parte, che mi facessi grazia del tempo sopra detto,
ch'i'  di bisognio inanzi ch'i' possa tornare a Firenze; perch se mi
fussi mutato la composizione di detta Fabrica, come l'invidia cerca di
fare, sare' come non aver fatto niente insino a ora.[257]

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma. Riceuta add 18 febraio 1556: de' d 13 istante.


  [255] Il Marinozzi nominato nella precedente.

  [256] Questo bellissimo modello di legname si conserva ancora
  nell'Archivio della Fabbrica di San Pietro.  alto metri 5,40,
  compresa la croce, e largo metri 3,86. Da esso si rileva che
  Michelangelo aveva disegnato la chiesa ed in special modo alcune
  parti della cupola e della lanterna, in maniera diversa da quella
  che dopo la sua morte fu fatta dagli architetti che la seguitarono
  e compirono.

  [257] Manca la sottoscrizione.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 4 di maggio 1557.

CCCIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ti mando cost per messer Francesco Bandini scudi
cinquanta d'oro in oro, perch tu mi mandi otto braccia di rascia nera
la pi legiera e bella che tu truovi, e dua braccia d'ermisino. Queste
cose m' mandato a chiedere la moglie d'Urbino: per mandamele pi
presto che puoi, e avisami della spesa; e del resto de' cinquanta scudi
che io ti mando, fanne limosine dove ti pare che sie pi bisognio. Altro
circa questo non mi acade.

Io son vechio, come sai, e  molti difetti nella persona, in modo che io
mi sento poco lontan dalla morte, in modo che questo settembre, se sar
vivo, r caro che tu venga insin qua per aconciar le cose mia e nostre:
e fa' pregare Idio per me; s'intende s'i' non sono prima cost. In
questa sar la lettera de' danari e una di messer Giorgo Vasari. Dlla
pi presto che puoi e racomandami a lui, e avisami d'ogni cosa. Altre
volte t' scritto, che tu non creda a nessuno che parli di me, se tu non
vedi mia lettere.

Per farmi tornar cost, forse per ricuperare l'onore della sua partita
di qua, dico di Bastiano da San Gimigniano,  ditto cost molte buge,
forse a buon fine. A d 4 di maggio 1557.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_D'altra mano._)

    D. (_Donato_) Capponi di grazia ftela dar bene.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 16 di giugno 1557.

CCCIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  ricevuto la rascia e l'ermisino: come truovo chi la
porti, la mander, e sbito mi mander i danari.[258] Del resto de'
danari m'aviserai, quando n'rai fatto quello che io ti scrissi.

Circa l'esser mio, sto male della persona, cio con tutti i mali che
sogliono avere i vechi; della pietra, che non posso orinare; del fianco,
della schiena, in modo che spesso non posso salir la scala; e peggio ,
perch son pieno di passione; perch lasciando le comodit ch'io  qui
a' mia mali, non  a viver tre d: e non vorrei perder per questo la
grazia del Duca, n vorrei mancar qua alla fabrica di Santo Pietro, n
mancare a me stesso. Prego Dio che m'aiuti e mi consigli; e se mi
venisse male, cio febre di pericolo, sbito manderei per te. Ma non ci
pensare e non ti mettere a venire, se non i mia lettere che tu venga.

Racomandami a messer Giorgio, che mi pu giovare asai se vuole, perch
so che il Duca gli vuol bene.

  A d sedici di gugnio 1557.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [258] Cio, la Cornelia moglie d'Urbino.




  RACCOLTA GI BUSTELLI.      Di Roma, 1 di luglio 1557.

CCCV.[259]


Lionardo. -- Io vorrei pi presto la morte che essere in disgrazia del
Duca. Io in tutte le mie cose m'ingegno d'andare in verit, e se io ho
tardato di venir cost come ho promesso, io ho sempre inteso con questa
condizione di non partire di qua, se prima non conduco la fabbrica di
San Pietro a termine che la non possa esser guasta n mutata della mia
composizione, e di non dare occasione di ritornarvi a rubare come
solevano e come ancora aspettano i ladri: e questa diligenzia  sempre
usata e uso, perch come molti credono e io ancora, esservi stato messo
da Dio. Ma 'l venire al detto termine di detta fabbrica non m' ancora,
per esser mancati i danari e gli uomini, riuscito. Io perch son vechio
e non avendo a lasciare altro di me, non l' voluta abbandonare, e
perch servo per l'amor di Dio e in lui ho tutta la mia speranza.[260]
Acci che 'l Duca sappia la cagion del mio ritardare, la scrivo in
questa con un po' di disegnio dell'errore, acci ne dia notizia al Duca
messer Giorgio.

  A d primo di luglio 1557.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.[261]


  [259] La presente  cavata dalla copia fatta dall'originale da
  Michelangelo il giovane.

  [260] Quel che segue manca negli stampati.

  [261] Pubblicata nelle _Lettere pittoriche_, e nella nuova
  edizione delle _Rime_ e _Lettere_ di Michelangelo fatta dal
  Barbra in Firenze nel 1858, in-24.




  RACCOLTA GI BUSTELLI.      Di Roma, 17 d'agosto 1557.

CCCVI.[262]


Lionardo. -- Per l'ultima tua come per l'altre mi solleciti al tornare
cost; e io ti dico che chi non  qua e non m'ode e non mi vede, non sa
che starmi sia il mio qua. Per non bisognia dirmi altro. Io fo ci
ch'i' posso fare di me ne' termini ch'io mi trovo.

Circa la cortesia e amore e carit grandissima del Duca, io resto tanto
vinto, ch'io non so che mi dire. Bisognia che messer Giorgio m'aiuti,
perch sa quanto bisognia ringraziare, e con che parole, uno che stima
la mia vita pi che non fo io medesimo, e massimo un senza pari. Altro
non mi acade. Lo scrivere m' di gran fastidio per esser vechio e pien
di confusione. A d 17 di agosto 1557.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


Spicca la met di questo foglio e dllo a messer Giorgio, perch va a
lui. Non ho scritto altrimenti, perch non avevo pi carta in casa.


  [262] Da una copia di mano di Michelangelo Buonarroti il giovane,
  il quale vi pose questa avvertenza: _Questa qui indiretta a
  Lionardo era nel medesimo piego del foglio, come  qui e nella
  medesima lettera (cio in quella dove  la pianta della Cupola)._




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, di settembre 1557.

CCCVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  inteso per l'ultima tua la gran rovina de' ponti e de'
munisteri e delle case e de' morti che  fatto cost la piena,[263] e
come voi a rispetto agli altri l'avete campata assai bene. Io l'avevo
inteso prima, e cos credo che abiate inteso di qua voi, che abino
avuto il simile delle rovine e de' morti dalla piena del Tevere: e noi
per essere in luogo alto l'abiam campata assai bene a rispetto agli
altri. Prego Idio che ci guardi di peggio, com'io temo per e' nostri
pecati.

Le cose mia di qua vanno non troppo bene: io dico circa la fabrica di
Santo Pietro, perch non basta ordinare le cose bene, ch'e' capomaestri
o per ignioranza o per la malizia fanno sempre il contrario, e a me toca
la passione dell'error mio. Dell'altre cose, tu 'l puoi considerare,
sendo nell'et ch'i' sono. Altro non mi acade.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [263] Di questa terribile piena d'Arno, avvenuta il 13 di
  settembre del 1557, la quale dopo aver rovinato ponti, mulini e
  gualchiere nel Casentino e nel Mugello, inond Firenze, ruppe il
  Ponte a Santa Trinita, parte di quello delle Grazie, e fece altre
  rovine, alzando l'acqua per le piazze quasi due metri, parlano gli
  storici di quel tempo. Poco tempo innanzi anche il Tevere aveva
  traboccato ed inondato tutta Roma, con la rovina del Ponte
  Sant'Angelo, e di altri edifizi.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 16 di dicembre 1557.

CCCVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Tu mi scrivi per l'ultima tua, che bisogniandomi o serve o
altro per mio governo, che io te n'avisi, che mi manderai tutto quello
che mi bisognia. Io ti dico che per ora non mi acade altro, perch  dua
buon garzoni che mi servono tanto che basta.

Altro non  da scriverti. Da vechio sto assai bene e con buona speranza:
fa' di vivere, e pregmo Dio che c'aiuti. A d sedici di dicembre
1557.[264]

    (_Di mano di Lionardo._)

    1556, di Roma, ricevuta ad 22 di gennaio: de' d 16 detto.
    (_sic._)


  [264] Manca la sottoscrizione.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (25 di giugno 1558).

CCCIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- I'  avuto il trebbiano, e non senza vergognia e passione,
perch senza assaggiarlo n' presentato, credendo che fussi buono. Dipoi
n' avuto il mal grado: quando bene e' fussi stato, no' lo avevi a
mandare, perch non son tempi da ci. Attendi a vivere e non pensare a
me; che quando m'acadessi cosa alcuna, te lo farei intendere. Io non t'
risposto a pi tuo' lettere, perch lo scrivere m' gran fastidio e
noia, e perch  'l capo a altro; e non importando, l' trascurato: e
cos far per l'avenire.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 2 di luglio (1558).

CCCX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ti scrissi della ricievuta del trebbiano e come senza
assaggiarlo prima, ne presentai parechi fiaschi, credendo che fussi come
l'altro, che m'i pi volte mandato; ond'io n' avuto vergognia e
passione. Se tu lo togliesti cost buono,  forza che 'l mulattiere abbi
fatto qualche ribalderia per la via. Per non mi mandar pi niente, se
io non te ne richiego, perch ogni cosa mi fa noia. Bada a vivere e
governarti el meglio che puoi, e non pensare di qua a' casi; e quando
m'acadessi pi una cosa che un'altra, io te lo far intendere.

  A d 2 di luglio.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1558. Riceuta add 7 di luglio.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (16 di luglio 1558).

CCCXI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ebi della settimana passata una tua, per la quale intendo
come stai bene, e 'l putto ancora. Idio gli dia lunga e buona vita, e di
tutto sia ringraziato.

Circa il trebbiano di che mi scrivi, non acade farne scusa, e un'altra
volta i danari che tu spenderesti a mandarmene, r pi caro che tu gli
dia per l'amor di Dio, perch credo che vi sia de' bisogni, e secondo
che si dice qua, avete gran carestia; e anche qua par che cominci il
medesimo. Altro non m'acade. Inggniati di vivere e star sano, e
racomandami alla Cassandra.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 2 di dicembre 1558.

CCCXII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- I'  inteso la morte della bambina: non me ne maraviglio,
perch non fu mai in casa nostra pi che un per volta. Io ti scrissi gi
di comperare cost una casa che fussi onorevole e in buon luogo: son
della medesima voglia, perch comperai qua circa novecento scudi di
Monte, del quale me n'uscirei volentieri, e con la casa che io  qua, e
comperar cost: per m'avisa, quando trovassi cosa al proposito per
insino in dumila scudi.

Altro non m'acade. Son vechio e qua duro gran fatica mal conosciuta, e
fo per l'amor di Dio, e in quello spero e non in altro.

  A d 2 di dicembre 1558.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1558. Riceuta ad.... di dicembre: del 2 deto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 16 di dicembre 1558.

CCCXIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Bartolomeo Amannato, capomaestro dell'Opera di Santa Maria
del Fiore, mi scrive e domanda consiglio da parte del Duca d'una certa
scala che s' fare nella Librerria di San Lorenzo. Io n' fatto cos
grossamente un poco di bozza picola di terra, come mi par che la si
possa fare, e  pensato d'aconciarla qua in una scatola, e darla qua a
chi lui mi scriverr che gniene mandi: per prlagli e fgniene
intendere come pi presto puoi.

Io ti scrissi per l'ultima d'una casa, perch se di qua mi posso
disobrigare innanzi la morte, vorrei saper d'avere cost un nido per me
solo e mia brigate: e per questo fare, penso fare di qua danari di ci
che io ci : e se prima potessi con buona licenzia e di cost e di qua,
prima lo farei; perch, come ti scrissi, ci  cattiva sorte.

  A d sedici di dicembre 1558.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1558, di Roma, add 23 di dicembre: de' 16 detto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 15 di luglio 1559.

CCCXIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- I'  ricievuto le camicie con tutte l'altre cose che dice la
lettera. Ringrazia la Cassandra da mia parte, come saperrai fare.

I'  avuto dua lettere che molto caldamente mi priegano ch'i' torni a
Firenze. Io credo che tu non sappia, che circa quattro mesi fa, per
mezzo del cardinale di Carpi, che  de' deputati della fabrica di Santo
Pietro, io ebbi licenzia dal Duca di Firenze di seguitare in Roma la
fabbrica di Santo Pietro; in modo che ne ringraziai Dio e bine
grandissimo piacere. Ora quello che tu mi scrivi s caldamente, come 
detto, non so se s' pel desiderio che tu i ch'io torni, o se pur la
cosa sta altrimenti; per ciarisci un poco meglio, perch ogni cosa mi
d passione e noia.

tti per buon rispetto a fare intendere, come i Fiorentini voglion fare
qua una gran fabrica, cio la lor chiesa, e tutti d'acordo m'nno fatto
e fanno forza ch'io ci attenda.  risposto che son qua a stanza del Duca
per le cose di Santo (_Pietro_), e che senza sua licenzia non son per
aver niente da me.

  A d quindici di gugnio[265] 1559.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


Lo scrivere m' di grandissima noia alla mana, alla vista, e alla
memoria. Cos fa la vechiezza!

    (_Di mano di Lionardo._)

    Riceuta ad 29 di luglio: de' d 15 detto.


  [265] Di mano di Lionardo  scritto sopra, _di Luglio_.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (di dicembre 1559).

CCCXV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- I'  avute tutte le cose che dice la lettera: di che ti
ringrazio: e nne fatto parte agli amici. L'altra cosa, di che mi
scrivi, s'aconcier presto e bene: e manderti ogni cosa chiara.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 16 di dicembre 1559.

CCCXVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- I'  ricevuti i dodici marzolini che tu mi mandi: son molto
begli: faronne parte a qualche amico: e te ne ringrazio; e piacemi
intendere che tutti state bene. Io qua son molto vechio e con molti
difetti, come fa la vechiezza; per questa primavera r caro che tu
venga insin qua per pi rispetti, come ti scriverr, e non prima. Altro
non mi acade. A d sedici di dicembre 1559.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1559, add 22 di dicembre.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 7 di gennaio 1560.

CCCXVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  per le man di Simon del Bernia quindici marzolini e
quattordici libre di salsiccia: l' avute care e similmente e'
marzolini, perch  carestia di simil cose; ma non vorrei gi che
entrassi pi in spesa per simil cose, perch qua la minor parte  la
mia.

Io ti scrissi d'una casa per ridur cost ci che io  qua inanzi alla
morte: non so che si seguir, perch ci son molto impacciato.

A l'Ammannato vorrei che gli dicessi, che sabato gli mander il modello
della scala della Libreria o per le man del parente o del procaccio,
come pi presto e meglio si potr.

Poi che ebbi scritto, rimasi col parente, cio col padre della sua
donna,[266] che lui lo mandassi per un mulattiere ieri o oggi che 
sabato, perch pel procaccio si sarebbe guasto: e detto suo parente per
insino adesso ch' sera, non s' lasciato ritrovare.  mandato a casa
sua: non  in Roma. Come torna, gniene dar, come  commessione.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


Fa' intender questo a l'Ammannato, e racomandami a lui.


  [266] Cio, Laura di Gio. Antonio Battiferro da Urbino, celebre
  poetessa de' suoi tempi.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 14 di gennaio 1560.

CCCXVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Ier mattina si part il mulattiere che porta cost a
l'Ammannato quel modelletto che gli promessi, e detto mulattiere si
domanda Marco da Luca. Quello Battiferro, a chi io avevo commessione di
darlo che lo mandassi, non  stato mai in Roma, se non poi che io l'
mandato: e quando detto Marco ti viene a truovare con la scatola legata
dov' il modello, flla pigliare a detto Amannato acci s'egli volessi
donar qualche cosa; che qua non  avuto altro che un iulio: e
racomandami a lui. A d 14 di gennaio 1559.[267]

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1559, add 23 di gennaio: de' d 14 detto.


  [267] Qui Michelangelo segna l'anno secondo il computo fiorentino,
  gi dismesso da lui, come abbiamo veduto, nelle lettere precedenti
  scritte al Nipote.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 10 di marzo 1560.

CCCXIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  avuti i ceci rossi e bianchi e piselli e faguoli: gli
avuti molto cari, bench istia in modo che mal posso far quaresima per
esser vechio come sono. Io ti scrissi pi mesi sono, che rei caro che
tu venissi insino qua; e cos ti raffermo: cio che passato mezzo maggio
che viene, t'aspetter: e se non ti senti da venire o non puoi, avisa.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma. Riceuta add 16 di marzo, 1559.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (15) di marzo 1560.

CCCXX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io non risposi sabato all'ultima tua, perch non ebbi tempo:
ora ti dico che  avuto piacere grande della femina che i avuta, perch
sendo noi soli, sar pur buona a fare qualche buon parentado. Per
abbitene cura, bench io non m'abbi a trovare a quegli tempi. Io
scrissi del venire tu a Roma: quando sar tempo t'aviser, come per
altra volta t'ho scritto. Sappi che la maggior noia che io abbi a Roma,
 d'avere a rispondere alle lettere.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma. Riceuta add 21 di marzo, 1559.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 11 d'aprile 1560.

CCCXXI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Tu mi scrivesti che questa primavera volevi andare a Loreto;
e che passeresti di qua. A me pare che sare' meglio andare prima a
Loreto e al tornare, passare di qua: e potrai star qui qualche d. Per
scrivimi il d che partirai, e fa' d'aver buona compagnia, perch non
nuoce d'ogni tempo. Altro non mi acade. Parmi che tu vadi inanzi a'
caldi.

  A d undici d'aprile mille cinquecento sessanta.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1560: add 19 d'aprile: de' d 11 detto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 18 di maggio (1560).

CCCXXII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  per l'ultima tua, come se' tornato da Loreto. Io
t'aspettavo a Roma, tornando; ma veggo non avesti la mia lettera inanzi
che partissi di Firenze. Ora poi che  seguito cos, e che oramai sino
distante, mi pare per pi rispetti che sie meglio indugiare a settembre
il tuo venire, e allora t'aspetter. Non mi acade altro per ora. Io vo
sopportando la vechiezza el meglio ch'i' posso con tutti i suo' mali e
disagi che porta seco: e raccomando a chi mi pu aiutare.

  A d.... di maggio.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, add 22 di magio 1560: de' d 18 detto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 1 di giugno 1560.

CCCXXIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Poich non se' venuto qua al tornar da Loreto, per non avere
avuto la mia lettera, inanzi che partissi di Firenze,  meglio lasciar
passar questa state e venire questo settembre. Altro non  da scriverti
per ora.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1560, di Roma. Riceuta a d 5 di gugno: de' d primo detto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 27 di luglio (1560).

CCCXXIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ebbi una tua pochi d sono con la morte di Lessandra tua
figluola. N' avuto passione assai; ma mi sarei maravigliato se fussi
campata, perch in casa nostra none sta mai pi che uno per volta.
Bisognia aver pazienzia, e tanto pi aver cura a chi ci resta. Altro non
mi acade. Passati e' caldi, se potrai, verrai insin qua, come t'
scritto altre volte; e quando ti parr tempo, da'mene prima aviso.

  A d 27 di luglio.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1560, add 31 di luglio: de' d 27 detto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (27 d'ottobre 1560).

CCCXXV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ti scrissi pi mesi sono, che rei caro che tu venissi
qua. Ora () inteso per la tua, come ti parrebe indugiare insino a
ottobre. Io ti dico che 4 mesi o pi o meno non dnno noia: per sar
buono indugiare a questa primavera, che sar miglior tempo da venire, e
da tornare. Altro non mi acade. Quando sar tempo, te lo far intendere.
Alli.... d'ottobre 1560.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1560. Riceuta add 31 d'otobre.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 12 di gennaio 1561.

CCCXXVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ebbi pi d sono da te dodici marzolini: sono stati begli
e buoni: di che ti ringrazio. Non te n' scritto prima, perch non 
potuto, e perch lo scrivere, sendo vechio come sono, lo scrivere[268]
m' di gran fastidio. Altro non mi acade. Del venire ora qua non 
tempo, perch sto in modo, che sarebbe uno acresermi[269] noia e
affanno. Quando sar tempo, te n'aviser.

  A d dodici di gennaio 15sessantuno.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1560, di Roma, add 17 di gennaio: de' d 12 detto.


  [268] Cos  ripetuto nell'autografo.

  [269] Dice cos.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 18 di febbraio 1561.

CCCXXVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io t'aspetto qua in queste feste di Pasqua. Non m' paruto
tempo prima. Per se ti torna bene, non mancare.

  A d 8[270] di febbraio 15sessantuno.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1560, di Roma, add 23 di febbraio: de' d 18 detto.


  [270] Michelangelo per svista, o per difetto di memoria, ha
  segnato il d 8 di febbraio: mentre dal ricordo del Nipote si
  rileva che veramente la lettera fu scritta il 18 di quel mese.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 22 di marzo 1561.

CCCXXVIII.

_A Lionardo Buonarroti in Firenze._


Lionardo. -- Io t'aspetto dopo le feste o quando t' comodo, perch non 
cosa che importi. Fa' d'aver buona compagnia, e non menar teco gente che
io abbia a tener qua in casa, perch ci  donne e poche masserizie; e in
fra due o tre d ti potrai ritornare a Firenze, perch con poche parole
ti far intendere l'animo mio.

  Al venti dua di marzo mille cinque cento sessantuno.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1561, di Roma, add 27 di marzo: del 22 detto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (22 di giugno 1561).

CCCXXIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io  ricievuto oggi a d venti dua di gugnio fiaschi
quarantadua di trebbiano; di che ti ringrazio.  molto buono: faronne
parte agli amici. El nome del mulattiere  Domenico da Feggine. E de'
dua cappelli ti ringrazio. rei caro che m'avisassi come la fa la
Francesca.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1561, di Roma, add 26 di giugno: de' d 22 detto.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 18 di luglio 1561.

CCCXXX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ti scrissi la ricievuta del trebbiano e ultimamente
com'io avevo caro d'intendere come sta la Francesca, e non  avuta
risposta nessuna. E ora perch son vechio come sai, vorrei fare cost
qualche bene per l'anima mia, ci  limosine; che altro bene non ne
posso fare, n so. E per questo vorrei far pagare in Firenze una certa
quantit di scudi, che tu gli andassi pagando overo dando per limosina
dove  maggior bisognio. E' detti scudi saranno circa trecento. nne
richiesto il Bandino, ci  che me gli facci pagare cost; m' risposto
che infra quatro mesi gli porter lui. Non voglio indugiar tanto: per
se i qualche amico fiorentino a chi io possa dargniene sicuramente che
te gli dia cost, dmene aviso, e tanto far: e avisera'mi della
ricevuta.

  A d diciotto di luglio mille cinque cento sessantuno.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 20 di settembre 1561.

CCCXXXI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io vorrei che tu cercassi fra le scritture di Lodovico
nostro padre, se vi fussi la copia d'un contratto in forma Camera, fatto
per conto di certe figure ch'i' promessi seguitare per papa Pio
Secondo,[271] dopo de la morte sua; e perch detta opera, per certe
differenze rest sospessa circa cinquant'anni sono, e perch io son
vechio, vorrei aconciar detta cosa, a ci che dopo me ingustamente non
fussi dato noia a voi. Parmi ricordare che 'l notaio che fece in
Vescovado detto contratto, si chiamassi Ser Donato Ciampelli. mi detto
che tutte le sua scritture restassino a Ser Lorenzo Violi; per non
trovando in casa detta copia, si potrebbe intendere dal figliolo di
detto Ser Lorenzo e se l' e che vi si trovassi detto contratto in forma
Camera, non guardare in spesa nessuna averne una copia.

  A d venti di settembre 1561.

                              Io MICHELANGIOLO BUONARROTI.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1561, di Roma, add 25 di settembre: del 20 detto.


  [271] Con strumento del 5 di giugno 1501 il cardinale Francesco
  Piccolomini, che poi fu papa Pio III, aveva allogato a
  Michelangelo quindici statue di marmo di Carrara per ornamento
  d'una sua cappella nel Duomo di Siena. A' 15 settembre del 1504 fu
  confermato il detto contratto da Jacopo ed Andrea Piccolomini,
  fratelli ed eredi del detto Papa, e poi ratificato agli 11 di
  ottobre del medesimo anno da loro e da Michelangelo con strumento
  rogato da ser Donato Ciampelli. Questo strumento fu pubblicato da
  Domenico Manni nelle _Addizioni alle Vite di Michelangiolo
  Buonarroti e Pietro Tacca_: Firenze, per il Viviani, 1774, in-4.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 30 di novembre (1561).

CCCXXXII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- I'  avuto dua delle tua lettere e una d'Antonio Maria
Picoluomini e un contratto. Io non ti posso dire altro, perche
l'Arcivescovo di Siena,[272] sua grazia, s' messo a volere aconciare
questa cosa, e perch  uomo da bene e valente, credo ch'r buon fine;
e quello che seguir, t'aviser. Non altro.

  Di Roma, a d ultimo di novembre.

                              Io MICHELAGNIOLO BUONARROTI.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1561, di Roma, riceuta add 4 di dicembre: de' d ultimo di
    novembre.


  [272] Francesco Bandini Piccolomini, il quale, dopoch Siena cadde
  in potere degli Spagnuoli e di Cosimo de' Medici, s'era riparato a
  Roma, e quivi poi morto; protestando di non voler pi ritornare
  alla sua sede, se prima la patria non fosse stata restituita alla
  libert.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 12 di gennaio 1562.

CCCXXXIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io ti mandai, gi pi anni sono, una scatola di scritture di
grande importanza, perch non andassino qua male, per certi pericoli che
c'erano. Ora m'acade per mia utilit e onore mostrarle al Papa: per
vorrei che ora pi presto che puoi per uomo fidato me le rimandassi; e
condannale in quel che tu vuoi senza rispetto; che tanto gli (far) dar
qua. Di Roma, a d dodici di gennaio mille cinquecento sessanta dua.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1561, riceuta a d 15 di gennaio: de' d 15[273] detto.

    (_D'altra mano._)

    D. (_Donato_) Capponi ftene di grazia servizio.


  [273] Cos dice per svista, invece di _12_.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 31 di gennaio 1562.

CCCXXXIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- I'  avuto la scatola delle scritture. vi trovate pi cose
a proposito di quello ch'i' voglio poter mostrare, come ti scrissi.
Vorrie fare copiare quelle che i'  di bisognio, e poi rimetterle
insieme e rimandartele. Altro non acade. Ad ultimo di gennaio in cinque
cento sessanta dua; di Roma.

                              Io MICHELAGNIOLO BUONARROTI.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 14 di febbraio 1562.

CCCXXXV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Io non ti rimando ancora le scritture che mi mandasti,
perch non  potuto fare cosa nessuna di quello che io volevo, per
rispetto del carnovale e del sentirsi male della vita.  avuto dolori
colici molto crudeli: ora sto bene: e come  aoperato dette scritture,
me ne serber la copia e rimanderoti ogni cosa, con quelle che io avevo
prima. Rigurdale, perch  buono averle in casa.

  A d quattordici di febraio mille cinquecento sessanta dua.

                              Io MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 20 di febbraio 1562.

CCCXXXVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- I'  ricevuto un bariglione con tre sachetti di civaie, ceci
rossi e bianchi e pisegli verdi; di che ti ringrazio. Altro no' mi
acade. Sono stato un poco male di dolor colici: son passati, e sto assa'
bene.

  Ad venti febraio mille cinquecento sessanta dua.

                              Io MICHELAGNIOLO.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 27 di giugno 1562.

CCCXXXVII.


Carissimo Nipote. -- Per questa vi aviso come ho recevuto il trebbiano,
che furno fiaschi 43, il quale mi  stato, al solito, grato. Non vi
maravigliate, se io non vi scrivo, perch sono vechio come sapete, et
non posso durar fatica a scriver. Io sono sano; il simile sperando de
voi tutti. Pregate Iddio per me. Se la Cassandra fa figliolo, preteli
nome Buonarroto; se sar figliola, pretili nome Francesca. Altro non
scrivo. Il Signor Iddio da mal vi guardi et me insieme con voi. Di Roma,
il d 27 de giugno 1562.

                    (_Sottoscritto_) MICHELAGNIOLO BUONARROTI.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 31 di gennaio 1563.

CCCXXXVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- I'  ricevuto il panno per Simon del Bernia mulattiere. Io
ti ringrazio. Del venire a Roma, non mi serebbe c'aggugnier noie alle
mie passione, per ora. Altro no' mi acade. A d utimo di gennaio del
sessanta 3.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 25 di giugno 1563.

CCCXXXIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


A d 25 di gugnio 1563.

Lionardo. -- Io  ricevuto il trebbiano con altre tua lettere e della
Francesca. Non  risposto prima, perch la mano non mi serve a scrivere;
el simile dissi al signore Imbasciatore[274] del Duca. Della lettera di
messer Giorgo, io ti ringrazio; e fa' mie scuse con messer Giorgo,
perch son vechio. A voi mi racomando.

                              Io MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [274] Averardo Serristori.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 21 d'agosto 1563.

CCCXL.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Veggo per la tua lettera che tu presti fede a certi
invidiosi e tristi, che non possendo maneggiarmi n rubarmi, ti scrivono
molte buge. Sono una brigata di giottoni: e se' s scioco, che tu
presti lor fede de' casi mia, come s'io fussi un putto. Lvategli
dinanzi come scandalosi, invidiosi, e tristamente vissuti. Circa il
patir del governo che tu mi scrivi e d'altro: quanto al governo, ti dico
che io non potrei star meglio, n pi fedelmente esser in ogni cosa
governato e trattato; circa l'esser rubato, di che credo voglia dire, ti
dico che  in casa gente che me ne posso dare pace e fidarmene. Per
attendi a vivere, e non pensare a' casi mia, perch io mi so guardare,
bisogniando, e non sono un putto. Sta' sano. Di Roma, a d 21 d'agosto
1563.

                              MICHELAGNIOLO.

    (_D'altra mano._)

    A Jacopo Buonsigniori che ne faci servitio.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 28 di dicembre 1563.

CCCXLI.[275]

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. -- Ebbi la tua ultima con dodici marzolini begli e buoni; te ne
ringrazio: rallegrandomi del vostro buon essere, e 'l simile  di me. E
avendo ricevuto pel passato pi tua, e non avendo risposto,  mancato
perch la mano non mi serve; per da ora inanzi far scrivere altri e io
sottoscriver. Altro non m'acade. Di Roma, a d 28 di dicembre 1563.

                              Io MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [275] Con questa finiscono le lettere di Michelangelo al Nipote
  che sono pervenute fino a noi. Dal 28 di dicembre del 1563, fino
  al 18 di febbraio del 1564, che fu l'ultimo della sua vita, non se
  ne trova neppure una scritta a Lionardo; il che non pare
  possibile: onde bisogna credere che sieno andate smarrite.


FINE DELLE LETTERE ALLA FAMIGLIA.




LETTERE A DIVERSI.




LETTERE A DIVERSI

DAL 1496 AL 1561.




  ARCHIVIO DI STATO IN FIRENZE.[276]      Di Roma, 2 di luglio 1496.

CCCXLII.[277]

(_A Lorenzo di Pier Francesco de' Medici in Firenze_).


                    Christus. Ad ij luglio 1496.

Magnifico Lorenzo etc. -- Solo per avisarvi come sabato passato giugnemo
a salvamento, e sbito andmo a visitare il cardinale di San
Giorgo,[278] e li presentai la vostra lettera. Parmi mi vedessi
volentieri, e volle incontinente ch'io andasse a veder certe figure,
dove i' ocupai tutto quel gorno, e per quello gorno non dtti l'altre
vostre lettere. Dipoi domenica el Cardinale venne nella casa nuova, e
fecemi domandare: andai a lui, e me domand quello mi parea delle cose
che aveva visto. Intorno a questo li dissi quello mi parea; e certo mi
pare ci sia molte belle cose. Dipoi el Cardinale mi domand se mi
bastava l'animo di fare qualcosa di bello. Risposi ch'io non farei s
gran cose, ma che e' vedrebe quello che farei. Abimo comperato uno pezo
di marmo d'una figura del naturale; e luned comincer a lavorare. Dipoi
luned passato presentai l'altre vostre lettere a Pagolo Rucellai,[279]
el quale mi proferse que' danari, e 'l simile que' de' Cavalcanti. Dipoi
dtti la lettera a Baldassarre,[280] e domanda'gli el bambino, e ch'io
gli renderia e' sua danari. Lui mi rispose molto aspramente, e che ne
fare' prima cento pezi, e che el bambino lui l'aveva comperato e era
suo, e che aveva lettere come egli avea sodisfatto a chi gnene mand, e
non dubitava d'vello a rendere: e molto si lament di voi, dicendo che
avete sparlato di lui: ccisi messo qualcuno de' nostri fiorentini per
acordarci, e non nno fatto niente. Ora fo conto fare per via del
Cardinale: che cos sono consigliato da Baldassarre Balducci.[281] Di
quello seguir, voi intenderete. Non altro per questa. A voi mi
raccomando. Dio di male vi guardi.

  MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di fuori._)

    Sandro di Botticello in Firenze.[282]


  [276] Trovasi nella Filza 68, a c. 316, del Carteggio privato de'
  Medici innanzi il principato.

  [277] Pubblicata la prima volta da Michelangelo Gualandi nelle
  _Memorie originali di Belle Arti_, Serie terza, pag. 112, e di
  nuovo nella _Nuova Raccolta di lettere pittoriche_, vol. I, pag.
  18, e ripubblicata nel _Prospetto cronologico della Vita di
  Michelangelo_ nell'edizione del Vasari fatta dal Le Monnier, vol.
  XII, pag. 339, e finalmente nella edizione delle _Rime e Lettere
  di Michelangelo Buonarroti_ fatta da Enrico Guglielmo Saltini in
  Firenze nel 1858, coi tipi del Barbra, in-24.

  [278] Raffaello Riario. Vedi quel che  stato detto intorno a lui,
  ed a' lavori commessi a Michelangelo, nella nota a pag. 3 di
  questa Raccolta.

  [279] Paolo di Pandolfo fiorentino, morto nel 1509.

  [280] Baldassarre del Milanese che aveva venduto al cardinale di
  San Giorgio il _Cupido dormiente_ di Michelangelo per cosa antica,
  e del prezzo cavatone truffato lo scultore. Vedi quel che di
  questo fatto parlano il Condivi ed il Vasari. Il _Cupido_ pass
  poi nelle mani del duca Valentino, e poi in quelle della marchesa
  Isabella Gonzaga di Mantova. Oggi non si sa dove sia andato.

  [281] Mercante fiorentino nel banco di Iacopo Gallo romano, ed
  amicissimo del Buonarroti.

  [282] La lettera apparisce di fuori essere indirizzata al pittore
  Alessandro Botticelli, ma veramente  scritta a Lorenzo di Pier
  Francesco de' Medici. Poteva essere allora di un qualche pericolo
  il mostrare di scrivere apertamente ad uomo che apparteneva ad una
  famiglia, della quale era Piero, figliuolo di Lorenzo il
  Magnifico, stato da poco tempo cacciato da Firenze.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 2 di maggio 1506.

CCCXLIII.[283]

_A maestro Guliano da Sangallo fiorentino, architettore del Papa in
Roma._


Guliano. -- Io  inteso per una vostra come 'l Papa uto a male la mia
partita, e come sua Santit  per dipositare e fare quanto fumo
d'accordo; e che io torni e non dubiti di cosa nessuna.

Della partita mia, egli  vero che io udi' dire el Sabato Santo al Papa,
parlando con uno goelliere a tavola e col maestro delle cerimonie, che
non voleva spendere pi un baioco n in pietre picole n in grosse:
ond'io ne presi amirazione assai: pure inanzi che io mi partissi, gli
domandai parte del bisognio mio per seguire l'opera. La sua Santit mi
rispose, ch'io tornassi luned: et vi tornai luned e marted e
mercoled e gioved; come quella vide. All'ultimo, el venerd mattina io
fui mandato fuora, ci  cacciato via; e quel tale che me ne mand,
disse che mi conoscieva, ma che aveva tal commissione. Ond'io avendo
udito il detto sabato le dette parole, e veggiendo poi l'effetto, ne
venni in gran disperazione. Ma questo solo non fu cagione interamente
della mia partita; ma fu pure altra cosa, la quale non voglio scrivere;
basta ch'ella mi fe' pensare s'i' stavo a Roma, che fussi fatta prima la
sepultura mia, che quella del Papa. E questa fu cagione della mia
partita sbita.

Ora voi mi scrivete da parte del Papa; e cos al Papa legierete questa:
e intenda la sua Santit com'io sono disposto, pi che io fussi mai, a
seguire l'opera; e se quella vole fare la sepultura a ogni modo, no' gli
debbe dare noia dov'io me la facci, purch in capo de' cinque anni che
noi sino d'acordo, la sia murata in Santo Pietro, dove a quella
piacer, e sia cosa bella, come io  promesso: che son certo, se si fa,
non  la par cosa tutto el mondo.

Ora se vuole la sua Santit seguitare, mttami il detto diposito qua in
Fiorenza, dov'io gli scriverr, e io  a ordine a Carrara molti marmi,
e' quali far venire qui e cos far venire cotesti che io  cost:
bench mi fussi danno assai, non me ne curerei, per fare tale opera qua:
e manderei di mano in mano le cose fatte in modo, che sua Santit ne
piglierebe piacere, come se io stssi a Roma o pi, perch vedrebbe le
cose fatte, sanza averne altro fastidio. E de' detti danari e della
detta opera m'obrigherr come sua Santit vole e darogli quella sicurt
che domander qua in Fiorenza. Sia che si vole, ch'io l'assicurer a
ogni modo: e tutto Fiorenze basta. Ancora v' a dire questo: che la
detta opera non  possibile la possa per questo prezzo fare a Roma: la
qual cosa potr fare qua per molte comodit che ci sono, le quali non
sono cost; e ancora far meglio e con pi amore, perch non r a
pensare a tante cose. Per tanto, Guliano mio carissimo, vi prego mi
facciate la risposta e presto. Non altro. Ad dua di maggio 1506.

                    Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Fiorenze.


  [283] Lettera importantissima, perch aggiunge qualche altro
  particolare intorno al fatto della fuga di Michelangelo da Roma,
  narrato pi o meno largamente da tutti i suoi Biografi.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 13 di maggio (1508).

CCCXLIV.

_Al Reverendo in Cristo padre, frate Iacopo Iesuato in Firenze._


Frate Iacopo. -- Avendo io a fare dipigniere qua cierte cose, overo
dipignere, m'acade frvene avisato, perch m' di bisognio di cierta
quantit d'azzurri begli: e quando voi abbiate da servirmene al
presente, mi tornerebe comodit assai. Per vedete di mandare qua a'
vostri frati quella quantit che voi avete, che sieno begli, e io vi
prometto per gusto prezzo di trgli. E innanzi ch'io levi gli azzurri,
vi far pagare io vostri danari qua o cost, dove vorrete.

  A' d tredici di maggio.[284]

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [284] Gli azzurri richiesti da Michelangelo a frate Iacopo, 
  certo che dovevano servire per la pittura della vlta della
  Sistina, e perci la lettera deve essere del maggio 1508. Essa fu
  pubblicata per la prima volta da Gio. Batt. Uccelli nella sua
  operetta: _Il Convento di San Giusto alle Mura e i Gesuati._
  Firenze, 1865.

  E qui parmi opportuno di avvertire che la massima parte delle
  lettere scritte da Michelangelo a varii, mancano, per essere in
  bozza, di qualunque indicazione di data; e quella che io ho
  cercato di assegnare a loro,  stata per lo pi desunta dalle
  lettere indirizzate al Buonarroti, o da' riscontri de' fatti
  accennati in quelle.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,1512.

CCCXLV.

_A Baldassarre (di Cagione da Carrara)._


Baldassarre.[285] -- Io mi maraviglio molto di voi, perch avendomi
scritto gi tanto tempo fa avere a ordine tanti marmi, e avendo avuto
tanti mesi di tempo mirabile e buono per navicare; avendo avuto da me
cento ducati d'oro; non vi mancando di cosa nessuna; non so da che si
venga che voi non mi servite. Io vi prego che voi sbito carichiate
quegli marmi che voi mi dite avere a ordine, e vegniate quante pi
presto, meglio. Io v'aspetter tutto questo mese: dipoi procedereno per
quelle vie che noi sarno consigliati da chi  pi cura di queste cose
di me: solo vi ricordo, che voi fate male a mancare della fede e a
straziare chi vi fa utile.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [285] Credo che questo Baldassarre sia figliuolo di Giampaolo di
  Cagione, e fratello di Bartolommeo detto _il Mancino_ da Torano,
  il quale aveva venduto il 18 di novembre 1516 a Michelangelo in
  Carrara varii pezzi di marmo bianco della cava del _Polvaccio_. E
  di questa vendita e del prezzo pagato al detto Bartolommeo esiste
  nell'Archivio Buonarroti di mano di Michelangelo un contratto del
  18 di novembre 1516, fatto alla presenza di maestro Domenico
  Fancelli, scultore fiorentino, e di Stefano di Gio. Batt.
  Guerrazzi suo discepolo. Mancando ogni indicazione di tempo o di
  luogo,  assai difficile il determinare la data di questa lettera.
   per mera congettura che le si  assegnato l'anno 1512, sapendosi
  che Michelangelo, finita la pittura della vlta della Sistina,
  riprese a lavorare nella sepoltura di papa Giulio, per la quale
  dovevano certamente servire i marmi che maestro Baldassarre di
  Cagione aveva promesso di condurgli a Roma.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (20 di marzo 1517).

CCCXLVI.

_A Domenico (Buoninsegni. Roma)._


Messer Domenico. -- Io sono venuto a Firenze a vedere il modello[286] che
Baccio  finito, e  trovato che gli  quel medesimo, cio una cosa da
fanciulli. Se vi pare si mandi, scrivete. Io parto domattina e ritornomi
a Carrara, e son rimasto con la Grassa[287] fare l un modello di terra,
secondo il disegno e mandargniene. E lui mi dice ne far fare uno che
star bene: non so come s'ander: credo bisogner all'ultimo che io lo
facci da me. Duolmi questa cosa per rispetto del Cardinale e del Papa.
Non posso fare altro.

Avvisovi com'io m'usci' della compagnia che io vi scrissi aver fatta a
Carrara,[288] per buon rispetto, e allogato a quei medesimi cento
carrate di marmi co' prezzi che io vi scrissi o poco meglio. E a
un'altra compagnia, che io  messa insieme, n' allogate altre cento e
nno tempo un anno a darmegli posti in barca.


  [286] Il modello della facciata di San Lorenzo che Michelangelo
  aveva dato a fare a Baccio d'Agnolo.

  [287] Cio, Francesco di Gio., scarpellino da Settignano, detto
  _La Grassa_.

  [288] Questa compagnia fu fatta con contratto del 12 di febbraio
  1517 tra Michelangelo, e i carraresi Lionardo di Cagione e
  Giandomenico di Marchi, per cavare insieme i marmi in un'antica
  cava posseduta dal suddetto Lionardo: la qual compagnia doveva
  durare tanto tempo, che esso Michelangelo si fosse fornito de'
  marmi che aveva di bisogno per l'opera della facciata di S.
  Lorenzo. E la nuova compagnia fu fatta co' medesimi a' 14 di marzo
  del detto anno.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Carrara, (di aprile 1517).

CCCXLVII.

_A Domenico Buoninsegni in Roma._


Messer Domenico. -- Bernardo Nicolini m'avisa avermi mandate certe vostre
lettere, le quali io non  avute. Credo parlino de' casi del modello.

Poi che io vi scrissi ultimamente, feci fare un modelletto a un che sta
qui meco, picolo, per mandarvelo.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Carrara, (2 di maggio 1517).

CCCXLVIII.

_A Domenico (Buoninsegni. Roma)._


Messer Domenico. -- Poi che ultimamente io vi scrissi, non  potuto
attendere a fare modello, come vi scrissi fare: il perch sarebe lungo a
scrivere. Io n'avevo bozzato prima uno picoletto che servissi qua a me,
di terra, il quale bench sia torto com'un crespello, ve lo voglio
mandare a ogni modo, acci che questa cosa non paia una ciurmera.

Io v' da dir pi cose: leggiete con pazienzia un poco, perch importa.
E questo  che a me basta l'animo far questa opera della facciata di San
Lorenzo, che sia d'architettura e di scultura lo spechio di tutta
Italia; ma bisognia che 'l Papa e 'l Cardinale si risolvino presto, se
vogliono ch'io la facci o no. E se vogliono che io la facci, bisognia
venire a qualche conclusione, ci  o d'allogarmela in cottimo, e
fidarsi interamente di me d'ogni cosa, o in qualche altro modo ch'e'
penseranno loro, che io non lo so: il perch questo lo intenderete.

Io, come vi scrissi, e poi che io vi scrissi,  allogato molti marmi e
dati danari qui e qua, e messo a cavare in vari luoghi. E qualche luogo
dov'io  speso, non mi sono poi riusciti e' marmi a mio modo, perch
sono cosa fallace, e pi in queste pietre grande che io  di bisognio,
volendole belle come io le voglio; e in una pietra che io  di gi fatta
tagliare, m' venuto certi mancamenti di verso el Poggio che non si
potevono indovinare, in modo che dua colonne che io vi volevo fare, non
mi riescono, e vi buttato la met delle spese. E cos di questi
disordini non me ne pu avenire s pochi infra tanti marmi, che non
montino qualche centinaio di ducati; e io non so tener conti e non posso
mostrare all'ultimo avere speso, se non tanto quant'e' saranno e' marmi
che io consegnier. Farei volentieri come maestro Pier Fantini,[289] ma
io non  tanto unguento che bastassi. Ancora perch io sono vechio, non
mi pare per megliorare dugiento o trecento ducati al Papa in questi
marmi, perderci tanto tempo; e perch io sono sollecitato di cost del
lavoro mio,[290] mi bisognia pigliare partito a ogni modo.

E 'l partito si  questo. Sapendo io avere a fare el lavoro e 'l prezo,
non mi curerei buttare quatro cento ducati, perch non rei a render
conto, e capperei qua tre o quatro uomini de' meglio che ci sono, e
allogerei loro tutti e marmi; e la qualit de' marmi avessi a essere
come quegli che io  cavati per insino adesso, che son mirabili, bench
io n'abi pochi. E di questo e de' danari che io dssi loro, n'rei buona
sicurt in Luca, e co' marmi che io , darei ordine condurli a Firenze e
andare a lavorare e pel Papa, e pel lavoro mio. E non avendo fatta
questa conclusione soprascritta col Papa, a me non acade; e non potrei,
quando volessi condurre e' marmi del mio lavoro a Firenze per averli poi
a condurre a Roma, ma bisognierebemi venire a Roma presto a lavorare,
perch sono sollecitato, com' detto.

La spesa della facciata, nel modo che io intendo di farla e metterla in
opera, fra ogni cosa, che il Papa non s'abbi a impacciare pi di niente,
non pu esser manco, secondo l'esamina che io  fatta, che di trenta
cinque mila ducati d'oro: e per tanto la piglier a fare io in sei anni:
con questo, che infra sei mesi, per rispetto de' marmi, mi bisognierebe
almanco altri mille ducati; e quando questo non piaccia fare al Papa,
bisognia, o che le spese ch'io  cominciate a fare qua per la sopradetta
opera, vadino per mio conto e a mio danno, e che io restituisca e' mille
ducati al Papa, o che e' ci tenga uno che sguiti la impresa, perch io
per pi rispetti mi voglio levar di qua a ogni modo.

Del detto prezo; ogni volta cominciata l'opera, che io conosciessi che
la si potesse fare per manco, io vo verso el Papa e 'l Cardinale con
tanta fede, che io ne gli aviserei molto pi presto, che se 'l danno
venissi sopra di me: ma pi presto intendo farla, in modo che il prezo
non sia a bastanza.

Messer Domenico, io vi prego che voi mi rispondiate resoluto dell'animo
del Papa e del Cardinale, e questo mi fia grandissimo piacere, oltre a
tutti gli altri che voi m'avete fatti.


  [289] Si diceva per proverbio di chi nel condurre una faccenda
  pigliasse sopra di s la fatica e la spesa, che egli faceva come
  maestro Pier Fantini, medico, il quale nella cura de' suoi malati
  vi rimetteva, oltre l'arte sua, ancora l'unguento e le pezze.

  [290] La sepoltura di papa Giulio; e le sollecitazioni venivano
  dal cardinale Aginense.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Pietrasanta, (di marzo 1518).

CCCXLIX.

_A Pietro Urbano da Pistoia in Firenze._


Pietro. -- Io intendo per una tua[291] come se' sano e attendi a
'mparare. Piacemi assai: afticati, e non mancar per niente di
disegniare e d'aiutarti di quello che puoi. E' danari che tu i di
bisognio, chiedigli a Gismondo per mia parte e tienne conto. Avisoti
com'io sono stato per insino a Gienova a cercare delle barche per
caricare e' marmi che io  a Carrara e lle condotte all'Avenza, e e'
Carraresi nno corrotto e' padroni di dette barche e nnomi assediato in
modo, che e' mi bisognia andare a Pisa a provedere dell'altre; e prtomi
oggi: e come  dato ordine a caricare e' detti marmi, sbito ne vengo:
che stimo sar in fra quindici d. Attendi a far bene. Non bisognia che
tu venga qua per ora. Non altro.

                              MICHELAGNIOLO in Pietra Santa.


  [291] Scritta da Firenze nel marzo del 1518.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (di marzo 1518).

CCCL.

(_A Domenico Buoninsegni in Roma_).


Domenico. -- Come e' marmi mi sono riusciti cosa bella e come quegli che
sono buoni per l'opera di Santo Pietro, sono facili a cavare e pi
presso alla marina che gli altri, cio in luogo detto la Corvara; e da
questo luogo alla marina non s' a fare spesa di strada, se non in quel
poco di padule che  apresso alla marina. Ma a vuolere de' marmi per
figure, come  di bisognio io, bisognia allargare la strada fatta, dalla
Corvara insino sopra Seraveza circa dua miglia, e circa un miglio o
manco ne bisognia far di nuovo tutta, cio tagliarla nel monte co'
piconi insino dove si possono caricare e' marmi detti. Per quando el
Papa non facci aconciare se non quello che  di bisognio pe' marmi sua,
cio el padule, io non  el modo aconciare el resto, e non potrei aver
de' marmi pel mio lavoro. E nol faccendola, non potrei aver parte cura
a' marmi per Santo Pietro, com'io promessi al Cardinale: ma facendola el
Papa tutta, potrei fare tanto, quanto promessi.

Tutto v'ho scritto per altre lettere. Ora voi siate savio e prudente, e
so che mi volete bene: per vi prego che aconciate la cosa a vostro modo
col Cardinale e che voi mi rispondiate presto, acci che io possa
pigliar partito; e non sendo altro, tornarmi cost all'usato. A Carrara
non andrei, perch non rei e' marmi ch'i'  di bisognio, in vent'anni.
Dipoi ci  acquistato gran nimicizia per rispetto di questa cosa, e
sarammi forza, s'i' torno cost, far di bronzo, come parlammo insieme.

Avisovi come gli Operai[292] nno gi fatto gran disegnio sopra questa
cosa de' marmi poi che e' furono raguagliati da me, e credo che gl'abino
gi fatto e' prezzi e le gabelle e passi, e che e' notai, arcinotai,
proveditori, sotto-proveditori abino gi pensato di radoppiare e'
sugniacci[293] in quel paese. Per pensateci, e fate quanto potete che
questa cosa non balzi loro in mano, perch sarebe poi pi dificile
averne da loro, che da Carrara. Io vi prego che voi mi rispondiate
presto quello vi pare che io facci, e racomandatemi al Cardinale. Io
sono qua come suo omo: per non far se non quello mi scriverrete,
perch stimer che sia sua intenzione.

Quand'io vi scrivo, se io non scrivessi cos rettamente come si
conviene, o se io non ritrovassi qualche volta el verbo principale,
abiatemi per iscusato, perch i'  apicato un sonaglio a gli orechi, che
non mi lascia pensar cosa ch'io voglia.

                    Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.


  [292] Gli Operai di Santa Maria del Fiore.

  [293] Proventi.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Pietrasanta, 29 di marzo (1518).

CCCLI.

_A Pietro Urbano a Firenze._


Pietro. -- Tu i a pagare gli scafaioli quando vengino a te e presentino
la lettera di Donato, e i a dar loro quello che dir la lettera che
ciascuno r di mia mano; e serba le lettere che e' ti dnno di Donato.

Pagerai ancora e' carradori, quando portino pezzi grossi, a ragione di
venti cinque soldi el migliaio, e de' pezzi picoli, venti soldi: e tien
conto e a chi tu pagi e di quello che portano.

Paga la gabella di novanta lire a' Contratti, e piglia el libro e le
carte.

D a Baccio di Puccione i danari che e' ti domanda e tienne conto.

Compra delle canne e fa' acconciar le vite dell'orto; e se ti trovassi o
terra o altra cosa asciutta da fare riempiere la stanza, fallo.

Compra un pezo di canapo di trenta braccia che non sia fracido, e pgalo
e tienne conto.

Cnfessati e attendi a 'mparare e abi cura alla casa.

Fa 'l conto con Gismondo e pgalo, e ftti dare 'l conto.

Lscioti ducati quaranta oggi questo d venti nove di marzo.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze,(1518).

CCCLII.

_Al mio caro maestro Donato Benti scultore in Pietra Santa._


Maestro Donato mio caro. -- Io vi prego mi racomandiate al comessario, e
dite a sua Signoria che io  fatto qua quello m'impose.

De' casi nostri, egli  stato qua Cecone[294] a me per danari: io non
gli  voluto dare niente, perch io non so quello che e' s'abino fatto
cost: per vi prego diciate loro, che m'avisino quello che nno fatto,
perch se nno avere, gli voglio dar loro; perch non son mai per
mancare di quello che dice el contratto.

Circa a' casi vostri, detto Cecone mi dice che voi gli tenete adietro
con le misure, e che non possono lavorare e che e' Pietrasantesi che io
messi a cavare, nno lasciata l'impresa, e non fanno niente: le qual
cose non credo. Presto sar di cost. A voi mi racomando.

                                       Vostro fedelissimo
                              MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.


  [294] Francesco da Corbignano, scarpellino.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (1518).

CCCLIII.

_A Niccol (Quaratesi) in Firenze._


Niccol. -- Io non potetti iersera al Canto de' Bischeri rispondervi
resoluto, come era l'animo mio di fare, perch sendo colui per chi voi
mi parlavi, presente, e forse avendogli voi dato qualche speranza di
quello che lui da me desidera, dubitai non vi fare vergognia. E bench
io mi scotessi pi volte, non dissi per recisamente quello ch'rei
ditto a voi solo. E ora per questa ve lo fo intendere: e questo  che io
non posso pigliare nessuno garzone per un certo rispetto, e tanto manco,
sendo forestiere. Per io vi dissi che non ero per far niente infra dua
o tre mesi, perch e' pigliassi partito, cio perch l'amico vostro non
lasciassi qua el figliuolo sotto la mia speranza: e lui non la intese,
ma rispose, che se io lo vedessi, che non che in casa, io me lo caccerei
nel letto. Io vi dico che rinunzio a questa consolazione e non la voglio
trre a lui. Per per mio conto voi lo licenzierete, e stimo lo
saperrete fare e farete in modo, che e' se ne andr contento. A voi mi
racomando.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Firenze.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (di maggio 1518).

CCCLIV.

(_Al Capitano di Cortona_).


Signor Capitano. -- Send'io a Roma el primo anno di papa Leone, vi venne
maestro Luca da Cortona pittore[294a] e riscontrandolo un d apresso a
Monte Giordano, mi disse che era venuto a parlare al Papa per avere non
mi ricordo che cosa, e che era gi stato per essergli stato tagliato la
testa per amore della Casa de' Medici, e che gli parea come dire non
essere riconosciuto: e dissemi altre simil cose che io non mi ricordo: e
sopra a questi ragionamenti, mi richiese di quaranta iuli e mostrommi
dov'io gniene avevo a mandare, cio in bottega d'uno che fa le scarpe,
dov'io credo che lui si tornava. E io, non avendo danari acanto, m'ero
offerto di mandargniene: e cos feci. Sbito che io fui a casa, io gli
mandai detti quaranta iuli per uno mio garzone che si chiama, ovvero 
nome Silvio,[294b] el quale credo sia oggi in Roma. Dipoi forse non
riuscendo al detto maestro Luca el suo disegno; passati alquanti giorni,
venne a casa mia dal Macello dei Corvi, nella casa che io tengo ancora
oggi, e trovommi che io lavoravo in sur una figura di marmo, ritta, alta
quatro braccia, che  le mani drieto,[294c] e dolfesi meco, e richiesemi
d'altri quaranta iuli, che dice che se ne volea andare. Io andai su in
camera, e porta'gli quaranta iuli, presente una fante Bolognese che
stava meco, e anche credo che e' v'era el sopra detto garzone che gli
aveva portati gli altri: e preso detti danari, s'and con Dio. Non l'
mai poi rivisto. Ma send'io allora mal sano, inanzi che detto maestro
Luca si partissi di casa, mi dolfi seco del non potere lavorare; e lui
mi disse: non dubitare che e' verranno gli Angioli da cielo a pigliarti
le braccia e ti aiuteranno.

Questo vi scrivo io, perch se dette cose fussino riplicate a detto
maestro Luca, se ne ricorderebbe e non direbbe avermeli renduti (_come
la_)[295] .... vostra Signoria scrive a Buonarroto che lui dice, e pi
che voi .... ancora che credete che e' me gli abbi renduti. Questo non 
(_vero_) .... che io sia uno grandissimo ribaldo e cos sarebe (_se io
cercassi_) .... di riavere quello che io avessi riavuto: ma la vo(_stra
Signoria penser_) .... ci ch'ella vuole: io gli  a riavere e cos
giuro. (_E se la vostra Signoria mi vorr_) .... fare ragione, lo pu
fare; quanto che no, ac .... Capitano.


  [294a] Luca Signorelli.

  [294b] Silvio Falcone da Magliano nella Sabina.

  [294c] Doveva essere una delle figure dette _dei prigioni_ che
  andavano nella sepoltura di papa Giulio.

  [295] La lettera  stracciata da un lato.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 15 di luglio 1518.

CCCLV.

(_Al cardinale Giulio de' Medici in Roma_).


A d xv di luglio 1518.

Monsignore Reverendissimo. -- Sperando avere questo anno qualche quantit
di marmi per l'opera di Santo Lorenzo in Firenze, e non trovando drento
in Santo Lorenzo n fuora appresso stanze al proposito per lavorargli,
mi sono messo per farne una a comperare un pezzo di terreno da Santa
Caterina dal Capitolo di Santa Maria del Fiore:[296] el quale terreno mi
costa circa a trecento ducati d'oro larghi: e sono stato dreto a detto
Capitolo due mesi, per avere detto terreno. nnomelo fatto pagare
sessanta ducati pi che non vale, mostrando che ne sa loro male, ma
dicono non potere uscire di quello che dice la Bolla del vendere ch'egli
nno dal Papa. Ora se 'l Papa fa Bolle da potere rubare, io prego vostra
Signoria Reverendissima ne facci fare una ancora a me, perch n' pi
bisognio di loro; e se non s'usa di fare, io prego quella mi facci fare
ragione in questo modo, cio: questo terreno che io  tolto, non  assai
a quello  di bisogno; nne il Capitolo drieto a questo certa quantit:
onde che io prego V. S. me ne facci dare un altro pezzo, nel quale io mi
rifacci di quello che m'nno tolto di pi di quello che io  comperato:
e se resteranno avere, non voglio niente di loro.

Circa l'opera, e' principii sono difficili....


  [296] Avevalo comprato a' 14 di luglio del detto anno.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Seravezza, (d'agosto 1518).

CCCLVI.

_A Berto da Filicaia in Firenze._


Berto. -- Io mi raccomando a voi, e ringraziovi de' servizi e benefizi
ricevuti, e son sempre con tutto quello che io posso e  e so al vostro
comando. Le cose di qua vanno assai bene. La strada si pu dire che sia
finita, perch resta a fare poco, cio resta a tagliare certi sassi o
vero grotte: l'una  dove sbocca la strada che escie del fiume nella
strada vecchia a Rimagno; l'altra grotta  poco passato Rimagno per
andare a Seraveza, un sasso grande che attraversa la strada; e l'altra 
a l'ultime case di Seravezza, andando verso la Corvara. Di poi s'
spianare col piccone in qualche luogo: e tutte queste cose perch son
breve, sarebon fatte in quindici d, se ci fussino scarpellini che
valessino qualche cosa. Del padule  forse otto d non vi sono stato;
allora andavano pure riempiendo el peggio che potevano. Stimo, se nno
seguitato, che a quest'ora sia finito. De' marmi, io  la colonna cavata
gi nel canale e presso alla strada a cinquanta braccia, a salvamento. 
stata maggior cosa che io non stimavo a collarla gi: ccissi fatto male
qualcuno nel collarla, e uno ci s' dinocolato e morto sbito, e io ci
sono stato per mettere la vita. L'altra colonna era quasi bozata: trovai
un pelo che me la troncava: mmi bisogniato rientrare nel poggio tanto
quanto l' grossa per fugire quel pelo, e cos  fatto, e stimo che
adesso la vi sar: e bzasi tutta via. Non m'acade altro, se non pregovi
parlando alla magnificenzia di Iacopo Salviati facciate mia scusa del
non scrivere, perch non  ancora da scrivere cosa che mi piaccia: per
nol fo. El luogo da cavare  qua molto aspro, e gli uomini molto
ignoranti in simile esercizio: per bisognia una gran pazienza qualche
mese, tanto che e' si sieno domesticati e' monti e amaestrati gli
uomini; poi faremo pi presto: basta che quello che io  promesso, lo
far a ogni modo, e far la pi bella opera che si sia mai fatta in
Italia, se Dio me n'aiuta.

Poi ch'io  scritto,  risposta da quegli uomini di Pietrasanta che
tolsono a cavare una certa quantit di marmi circa sei mesi fa, che non
vogliono cavare n rendermi e' cento ducati che io dtti loro. Parmi
abino fatto una grande impresa, in modo che io e' so, che non l'nno
fatta senza favore, in modo che io fo disegno di venirmene cost agli
Otto e domandare loro danni di questa giunteria: non so se si pu fare:
spero che la magnificenzia di Iacopo Salviati m'aiuter della ragione.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Seravezza, (di settembre 1518).

CCCLVII.

_A Pietro Urbano (in Firenze)._[297]


Pietro. -- Se tu se' guarito del dito e che ti paia di venire insino qua
con Michele,[298] puoi venire, e portami dua camice. Se non ti pare di
venire, mndamele per Michele, e avisami come tu stai.

                              MICHELAGNIOLO in Seraveza.


  [297]  in risposta ad una lettera di Pietro Urbano del 3
  settembre 1518.

  [298] Michele di Pietro detto _Battaglino_, scarpellino da
  Settignano, gi ricordato altra volta.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (di settembre 1518).

CCCLVIII.

_A Monsignor Reverendissimo de' Medici in Roma._


Monsignore Reverendissimo. -- Per l'opera di San Lorenzo a Pietra Santa
si cava forte, e trovando e' Carraresi pi umili che e' non sogliono,
ancora  ordinato cavare la gran quantit di marmi, in modo che alle
prime aque spero averne in Firenze buona parte, e non credo mancar
niente di quello che  promesso io. Dio me ne dia grazia, perch non fo
stima d'altro al mondo che di piacervi. Credo r bisognio infra un mese
di mille ducati: prego vostra Signoria Reverendissima non mi lasci
mancare danari.

Ancora aviso vostra Signoria Reverendissima, com'io  cerco e non  mai
trovato una casa capace da farvi tutta questa opera, cio, le figure di
marmo e di bronzo; e Matteo Bartoli a questi d m' trovato un sito
mirabile e utile per farvi una stanza per simile opera: e quest' la
Piazza che  inanzi alla chiesa d'Ogni Santi: e e' Frati, secondo mi
dice Matteo, son per vendermi le ragioni v'nno su, e 'l popolo tutto se
ne contenta, secondo detto Matteo, che  de' Sindachi. Non ci  altri
che ci abbi da far niente, se non gl'ufitiali della Torre, che sono
padroni del muro d'Arno, al quale sono apoggiate tutte le case di
Borg'Ogni Santi; e questi mi daranno licenzia, con la stanza ch'io far,
mi v'appoggi ancora io. Resta solo che e' Frati rebbon caro una lettera
della vostra Signoria Reverendissima, che mostrassi che questa cosa gli
 in piacere: e sarebe fatto ogni cosa. Per quando paia a quella farne
scrivere dua versi o a' Frati o a Matteo, lo facci.

                    Servo della Vostra Signoria Reverendissima

                                  MICHELAGNIOLO.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (21 di dicembre 1518).

CCCLIX.

_Al mio caro amico Lionardo,[299] sellaio ne' Borgerini, in Roma._


Lionardo. -- Io sono sollecitato da voi per l'ultima vostra, e llo molto
caro, perch vego che voi lo fate per mio bene; ma io vi fo bene
intendere, che tal sollecitamenti per un altro verso mi sono tutti
coltellate, perch io muoio di passione per non potere fare quello che
io vorrei, per la mia mala sorte. Stasera fa otto d torn Pietro[300]
che sta meco, da Porto Venere, con Donato[301] che sta meco l a Carrara
per conto del caricare e' marmi, e lasciorno a Pisa una scafa carica, e
non  mai comparita, perch non  mai piovuto, e Arno  secco afatto: e
altre quatro scafe sono in Pisa soldate per questi marmi; che, come e'
piove, verranno tutte cariche e comincier a lavorare forte. Io sto per
questo conto peggio contento che uomo che sia nel mondo. Io sono ancora
sollecitato da messer Metello Vari della sua figura,[302] che  anche l
in Pisa e verr in queste prime scafe. Io non gli  mai risposto, n
anche voglio pi scrivere a voi, finch io non  cominciato a lavorare;
perch io muoio di dolore e parmi essere diventato uno ciurmatore contro
a mia voglia.

 a ordine qua una bella stanza, dov'io potr rizare venti figure per
volta: non la posso coprire, perch in Firenze non ci  legniame e non
ne pu venire se e' non piove, e non credo oramai e' piova ma' pi, se
non quando mi r a far qualche danno.

Del Cardinale[303] non vi dico gli diciate altro, perch so che gli 
cattiva impressione de' fatti mia; ma la sperienzia lo far presto
chiaro. Racomandatemi a Sebastiano[304] e io a voi mi racomando.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Firenze.


  [299] Lionardo di Compagno, fiorentino, era di mestiere sellaio e
  amicissimo di Michelangelo, e stava in Roma nella bottega o banco
  de' Borgherini. Di lui sono nel Carteggio del Buonarroti molte
  lettere.

  [300] Pietro Urbano.

  [301] Benti.

  [302] Il _Cristo risorto_ allogato a Michelangelo per 200 ducati
  da messer Metello Varj, romano, con contratto del 14 di giugno
  1514.

  [303] Lionardo Grosso Della Rovere, detto il _Cardinale Aginense_,
  nipote di papa Giulio II, il quale aveva allogato a Michelangelo
  la sepoltura dello zio, come uno de' suoi esecutori testamentarii.

  [304] Del Piombo.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 22 di dicembre (1518).

CCCLX.

_Al mio maggiore Francesco Peri ne' Salviati in Pisa._


Carissimo mio maggiore. -- Io non son venuto a far conto, come pi volte
m'avete scritto, perch non sono stato bene; ora son sano e gagliardo, e
sbito che io  una risposta che m'importa assai, che io aspetto da
Roma, come l', sbito monto a cavallo, e vengo cost a far conto e ci
che voi volete. Io vi priego, poi avete avuta tanta pazienza, l'abiate
ancora questi pochi d, e non pigliate ammirazione de' casi mia, perch
non  potuto fare altro.

Dei servizii m'avete fatti e delle noie avete ricevute, io lo so, e
conosco e restovi ubrigato in eterno, ofrendovi, bench picola cosa sia,
me con tutto quello che io  e posso. E come  detto, in fra pochi d
sar cost e aconcieremo le cose con consiglio vostro, in modo che e'
non vi si dia pi noia.

  A d ventidua di dicembre.

                    Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 26 di dicembre 1518.

CCCLXI.

(_A maestro Donato Benti in Seraveza_).


Donato. -- Io vi scrissi per Domenico detto el Zucca, compagnio di
Andrea, come io sarei cost sbito fatto le feste. Ora sendo qua
Francesco Peri, mi dice che vuole ancora stare qua per certe sua
faccende, quattro o sei d; e io avendo a far conto seco in Pisa, son
rimasto d'aspettarlo per andar seco da Pisa e poi venirmene cost. E
perch in questo mezo che io tarder qua, vi mando pel sopradetto Zucca,
compagnio d'Andrea, ducati dieci largi, acci che se fussi tempo da
caricare, voi il possiate fare: e Francesco Peri m' promesso che in
Pisa saranno pagati e' noli di quanti marmi voi vi condurrete; e io,
passati questi pochi d, ne verr con Francesco e far conto a Pisa, e
poi verr cost e darovvi e' danari che voi vorrete. Io  scritto a Roma
della gabella di Pisa come mi avvisasti, e ancora come siate trattati
cost; e spero avere risposta innanzi che io mi parta. Delle fatiche
vostre io ne sono ultimamente avisato da Francesco Peri, bench prima lo
sapevo e conoscevo, di che io vi ringrazio e restovi ubrigatissimo, e
son certo, vivendo questo Papa, che questa opera abbia a essere buona
per voi.

  A d 26 di dicembre 1518.

                    Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (26 di dicembre 1518).

CCCLXII.

_A Donato Benti in Seraveza._[305]


Donato. -- Poich io vi scrissi per il compagno d'Andrea,  trovato
Francesco Peri, e lui m' pregato che io l'aspetti ancora sei o otto d,
perch  qua in Firenze certe faccende, che non pu partire ancora. Io
l'aspetter per esser seco a Pisa per far conto e poi ne verr cost. E
in questo mezzo, perch voi possiate seguitare el caricare quando fia
tempo, io vi mando dieci ducati: e quando sar cost, vi dar quello che
vorrete; e Francesco Peri scriverr a Pisa che e' saranno pagati e'
noli, se caricassi innanzi che noi venissimo. Per seguitate quando
potete, e sapiate che voi....


  [305]  un'altra bozza della medesima lettera precedente.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze,(1519).

CCCLXIII.

(_A messer Domenico Buoninsegni in Roma_).


Messer Domenico. -- Io m'acorgo per la vostra che Bernardo Nicolini v'
scritto ch'io mi sdegniai un poco seco per un vostro capitolo, che
diceva, come el Signore di Carrara mi caricava assai e come el Cardinale
si doleva di me: e questo  che io mi sdegniai, perch in bottega d'un
merciaio me lo lesse in publico a uso di processo, acci che e' si
sapessi per quello che io andavo a morire: e perch io gli dissi: perch
non scriv'egli a me? Io vego che voi scrivete a me: per scrivete pure a
lui o a me, come vi vien bene, e dopo la iustizia, quando sar, vi prego
non manifestiate il perch, per onore della patria.

Io intendo per l'ultima vostra, come io farei bene allogare e' marmi di
San Lorenzo. Io gli  allogati gi tre volte e tutte a tre sono restato
gabato: e questo , perch gli scarpellini di qua non s'intendono de'
marmi, e visto che e' non riesce loro, si vanno con Dio. E cos ci 
buttato via parechi centinaia di ducati: e per questo m' bisogniato
starvi qualche volta a me a mettergli in opera, e a mostrar loro e'
versi de' marmi e quelle cose che fanno danno e quali sono e' cattivi; e
'l modo ancora del cavare, perch io in simil cose vi son dotto.

Ancora fu necessario che ultimamente io vi stssi.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Seravezza, 20 d'aprile (1519).

CCCLXIV.

_A Pietro Urbano in casa Michelagniolo scultore in Firenze._


Pietro. -- Le cose sono andate molto male, e questo  che sabato mattina
io mi messi a fare collare una colonna con grande ordine: e non mancava
cosa nessuna, e poi che io l'ebbi collata forse cinquanta braccia, si
ruppe uno anello dell'ulivella che era alla colonna, e la colonna se
n'and nel fiume in cento pezzi. El detto anello l'avea fatto fare
Donato a un suo compare Lazzero ferraro; e quanto all'essere recipiente,
quando fussi stato buono, era per reggere quatro colonne, e a vederlo di
fuora non ci parea dubbio nessuno. Poich s' rotto, abbino visto la
ribaldera grande: che e' non era saldo drento niente e non v'era tanto
ferro per grossezza che tenessi quant' una costola di coltello; in modo
che io mi maraviglio che reggessi tanto. Sino stati a un grandissimo
pericolo della vita tutti che eravamo attorno: e ssi guasto una mirabil
pietra. Io lasciai questo carnovale questa cura di questi ferri a
Donato, che andassi alla ferriera e togliessi ferri dolci e buoni: tu
vedi come e' m' tratato. E le casse delle taglie che e' m' fatte fare
sono anche nel collare questa colonna crepate tutte nell'anello, e sono
anche loro state per rompersi; e son dua volte maggiore che quelle
dell'Opera: ch, se fussi buon ferro, reggierieno un peso infinito. Ma
il ferro  crudo e tristo e non si poteva far peggio: e questo  che
Donato si tien con questo suo compare, e  mandato lui alla ferriera, e
mmi servito come tu vedi. Bisognia aver pazienza. Io sar cost queste
feste e comincerno a lavorare, se piacer a Dio. Racomandami a
Francesco Scarfi.

  A d venti d'aprile.

                              MICHELAGNIOLO in Seravezza.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Carrara, (di aprile 1519).

CCCLXV.

_A Pietro Urbano in Carrara .... Michelagnio .... in Firenze._[306]


.... stare una bel_la_ cosa di pietra i mo_do_ .... di dolore; l'altra
che resta loro bozz_ata_ .... settimana, e perch e' non mi pare che
.... mi bisognia starci e cos mi prega .... prima dua d che e' non
avenia el det .... d e colleronne forse dua: per ti p_rego_ .... e
carica in sur uno navicello o .... girelle di bronzo che io feci fare a
go .... Francesco Peri e fa' 'l mercato e scriv_i_ .... pregoti me le
mandi sbito: fttele .... consegniate: parla ancora agli _Operai_ ....
marmi e di' loro, che io non  potuto es_sere_ .... loro per quello m'
avenuto e che non ....

Circa a' denari, fa' e' conti col Sbietta .... el pi che tu puoi in
Firenze e r .... fa fare ancora dua o tre maz_uoli_ .... ferri e una
lettera che sar in _questa_ .... _man_dla el meglio che puoi, perch
m'impor_ta_ ....

                              MICHELA_gniolo_ .... _in Seravezza_.


Suggella la lettera che va a Ro_ma_ .... sta e mndale ....


  [306] Questa lettera, dove tra l'altre cose si parla della colonna
  che si ruppe,  mancante per tutta la met della lunghezza del
  foglio. A questa rispose Pietro Urbano con una sua del 6 (forse
  26) d'aprile del detto anno. Le stesse cose suppergi dice
  Michelangelo nella precedente.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (di maggio 1519).

CCCLXVI.

_A Pietro Urbano in Firenze._


Pietro. -- Tu i andare in Pietra Santa a ser Giovan Badessa e fara'ti
dare il contratto[307] in forma propia che io  fatto co' Carraresi, ci
col Pollina e con Leone e col Bello, di otto figure che m'nno a fare,
ci  marmi per otto figure: quatro di quatro braccia e mezo, e quatro
di cinque braccia, colla largezza e grosseza che dice el contratto. E
detto contratto dice, overo credo che dica, che a mezo maggio io abbia a
dare a' detti Carraresi ducati trenta d'oro largi, con questo che e'
debino avere cavato a detto tempo figure quatro delle sopra ditte, dua
di quatro braccia e mezo, e dua di cinque. Fara'ti leggiere el detto
contratto e intenderai meglio quello che i a fare: e se e' non nno
cavate dette quatro figure non i a dar loro danari, e puoi dir loro che
le cvino e poi me lo faccino intendere, e dar loro danari. E se l'nno
cavate, che sieno come dice il contratto, darai loro trenta ducati come
dice el contratto, e daragli loro in Pietra Santa; e fnne far contratto
al detto Ser Giovanni Badessa: e in Carrara faratti fare una fede, con
testimoni, come tu vi se' stato a mezo maggio a portare a' detti
cavatori danari per osservare el contratto.

Sarai con Marco, el quale  avuto dua ducati per bozzare la pietra che
io avevo a Sponda, e farne una figura di quatro o cinque braccia; e vedi
se l' bozzata, e se puoi fargniene condurre alla marina e fare caricare
quella che  in sulla spiaggia, che io ebbi da Leone, e questa, fallo: e
Marco trover le barche a condurre in Pisa per e' noli usati. E ancora
una figura di dua braccia ch'io ebbi da Cagione. Donato mi dice che
dtte e' danari a Marco che la facessi condurre alla marina. Ser Giovan
Badessa  avuto per levare el sopra detto contratto barili tre:
finiscigli el pagamento, che credo sar per insino in un ducato. Fa' el
meglio che puoi.


  [307] Il contratto  del 13 d'aprile 1519, e fu rogato da Ser
  Giovanni del fu Paolo della Badessa. In esso Iacopo di Tomeo detto
  _Pollina_ abitante in Torano villa di Carrara, Antonio detto
  _Leone_ d'Iacopo Puliga da Puliga, e Francesco detto _Bello_ di
  Iacopo Vannelli da Torano, si obbligarono di cavare dalla cava
  appartenente al detto _Leone_ dodici pezzi di marmo di pi
  grandezze.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Seravezza, 6 d'agosto (1519).

CCCLXVII.

_A Girolamo del Bardella in Porto Venere._[308]


Girolamo. -- Tornando a questi giorni da Roma, trovai una vostra lettera
in Firenze scritta da' Salviati in Pisa, della quale non avete avuta
risposta da me per non essere io stato in luogo che io l'abbia avuta.
Ora avend'io inteso l'animo vostro per la detta lettera, cio come
resti fatto l'impresa del condurre e' mia marmi dall'Avenza e da
Pietrasanta in Pisa; m' parso, send'io qui a Pietrasanta, scrivervi
questi pochi versi per intendere se siate pi d'animo di pigliare la
detta condotta; e quando abiate animo di farlo, io sono in Seraveza.
Piacciavi avisarmi dove  a essere, acci che ci troviamo insieme,
perch stimo resteremo d'acordo. Pregovi mi rispondiate presto e
risoluto.

  A d sei d'agosto.

                    Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Seraveza.


  [308] Stampata la prima volta nei _Monumenti del Giardino Puccini_
  a pag. 579 (Pistoia, tipografia Cino, 1846, in-8 gr. fig.); e poi
  nel _Prospetto cronologico della Vita e delle Opere di
  Michelangelo Buonarroti_ posto in fine alla Vita sua scritta dal
  Vasari, nell'edizione Le Monnier, vol. XII, pag. 354.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 17 di settembre (1519).

CCCLXVIII.

_A Pietro Urbano in Pistoia._


Pietro. -- Io ti mando el saione, un paio di calze, la cappa e il feltro
per uno che si chiama il Turchetto che sta in bottega di Buonarroto.
visami come tu stai,[309] e se ti bisognia niente. Io sarei venuto
costa a vederti, ma io son tanto occupato, che io non mi posso partire:
pure, se bisognia che io venga, avisa: e quando tu ti senti da venirne,
manda di cost qualcuno fidato pel mulo, e scrivimi quello che io gli 
a dare, e io lo pager. Sta' sano e di buona voglia, e se puoi scrivimi
la ricevuta de' sopradetti panni.

  A d diciassette di settembre.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.


  [309] Pietro Urbano si trovava da qualche giorno in Pistoia, per
  rimettersi in sanit, dopo la grave malattia che lo aveva assalito
  a Carrara, dove era andato di commissione di Michelangelo per
  pagare gli scarpellini, che cavavano col i marmi per conto delle
  statue della facciata di San Lorenzo. Michelangelo appena ebbe
  nuove del male di Pietro, si part di Firenze in poste, e fu a
  Carrara, e trovato il suo garzone molto grave, lo fece levare di
  l e portare sulle spalle degli uomini a Seravezza, e quivi
  lasciatolo al governo di Domenico detto _Topolino_, scarpellino,
  gli commise che, tostoch Pietro fosse alquanto migliorato,
  facesselo condurre a Pistoia. Dice Michelangelo in certi suoi
  ricordi, che per questa gita a Carrara, per il medico e le
  medicine, e per condurre Pietro da Carrara a Seravezza si trov
  avere speso trentatre ducati e mezzo.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze,(1519).

CCCLXIX.

(_A Meo delle Corte_).


Meo. -- I' son di nuovo sollecitato che io lavori, e che io mandi pi
presto che io posso a ricavare e' marmi che non son buoni: per io vi
prego, che domattina un poco a migliore ora che l'usato, voi siate in
sulla piazza di San Lorenzo, acci che noi possin vedere dua pezzi di
marmo che vi sono, se v' mancamento, innanzi che 'l sole ci dia noia,
che noi gli mettiam drento e che voi andiate via. Chiamate qualcun degli
altri con esso voi, e fate chiamare el Forello, acci si possa entrare
dentro pe' ferri.

                              Vostro MICHELAGNIOLO.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze,(1519).

CCCLXX.

_Al detto Meo._[310]


Meo. -- Io  di nuovo lettere che io cominci co' marmi che io , e che io
mandi sbito a ricavare quegli che non son buoni: per vi prego che
(_voi siate_) domattina un poco a migliore ora che l'usato, acci che 'l
sole non ci dia noia a vedere dua pezzi che vi sono, se v' mancamento,
e che noi gli mettin dentro e che voi andiate via.

_Altra variante._

Meo. -- Io vi prego che siate domattina un poco a migliore ora che
l'usato a San Lorenzo, acci che 'l sole non ci dia noia, a vedere e'
mancamenti de' marmi.


  [310]  una variante della lettera antecedente.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze,(1519).

CCCLXXI.

(_A messer Domenico Buoninsegni in Roma_).


Domenico. -- Io sono parato ogni ora a metere la persona e la vita,
quando (_occorre_)ssi[311] pel cardinale de' Medici. Io parlo circa casi
delle sepulture e de' marmi che si sono allogati o vero dati a cavare a
Carrara. Voi (_sapete_) circa questo la volont del Cardinale molto
meglio che non so io; per (_avisate_) tanto quanto vi pare che io
facci, tanto far. Io da me non  m(_odo_) a cavalcare, n danari da
spendere. Che se avessi el modo, senza dire (_altro farei_) quello ch'io
pensassi che fussi utile e piacere del Cardinale.


  [311] Sono state supplite di corsivo le parole che per essere
  lacero il foglio mancavano.




  RACCOLTA GI BUSTELLI.      Di Firenze, (di ottobre 1519).

CCCLXXII.

_A Pietro di Michelagniolo scultore in Seraveza._


Pietro. -- E' viene cost certi scarpellini e staranno un d a vedere la
cava. Alla tornata loro avisami come tu stai e quando tu vuoi che io ti
mandi il mulo: avisami a ogni modo; e se non puoi scrivere, fa' che io
sia avisato a boca perch sto con gielosia, non t'avendo io lasciato
molto bene, come rei voluto. Non altro. Riguardati.

                              MICHELAGNIOLO in Firenze.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (del giugno 1520).

CCCLXXIII.

(_Al Cardinale Bernardo Dovizi in Roma_).


Monsignore. -- Io prego la vostra Reverendissima Signoria, non come amico
o servo, perch io non merito esser n l'uno n l'altro; ma come omo
vile, povero e matto, che facci che Bastiano Veniziano pittore abi, poi
ch' morto Raffaello, qualche parte de' lavori di Palazo: e quando paia
a vostra Signoria in un mio pari gittar via el servizio, penso che
ancora nel servire e' matti, che rare volte si potrebe trovare qualche
dolceza; come nelle cipolle per mutar cibo fa colui ch' infastidito de'
caponi. Degli uomini di conto ne servite el d: prego vostra Signoria
provi questo a me: e 'l servizio fia grandissimo, e Bastiano detto 
valente omo: e se fia gittato in me, non fia cos in Bastiano, perch
son certo far onore a vostra Signoria.[312]


  [312] Sebastiano del Piombo in un capitolo di una sua lettera a
  Michelangelo, scritta da Roma a' 3 di luglio 1520, dice cos: Io
  portai quella (_lettera_) al Cardinale (_Dovizi da Bibbiena_), el
  qualle mi fece molte careze et offerte, ma di quello che io
  domandavo, lui mi disse che 'l Papa hauea dato la salla de'
  Pontiffici a li garzoni di Raphaello, et che costoro hauea facto
  una mostra de una figura a olio in muro, ch'era una bella cossa,
  de sorta che persona alcuna non guarderia le camere che ha facto
  Raphaello; che questa salla stupefaria ogni cossa, et che non sar
  la pi bella opera facta da li antichi in qua de pictura. Et da
  poi mi domand, se io hauea lecta la vostra littera. Io li disse
  de nonne. Lui se ne rise molto; quasi che ne faceva beffe: et con
  bone parolle me partii. Da poi io ho inteso da Bacino de
  Michelagnolo (_Bandinelli_) che fa el Laoconte, che 'l Cardinale
  li ha mostrato la vostra littera, et lla mostrata al Papa: che
  quasi non c' altro sugieto che rasonar in Palazo, se non la
  vostra litera: et fa ridere ogn'omo.




  MUSEO DI BERLINO.      Di Firenze,(1520).

CCCLXXIV.

_A Sebastiano del Piombo? in Roma._[313]


Send'io a Carrara, per mia faccende, cio per marmi per condurre a Roma
per la sepultura di papa Iulio nel mille cinque cento sedici, mand per
me papa Leone per conto della facciata di San Lorenzo che voleva fare in
Firenze. Ond'io a d cinque di dicembre mi parti' di Carrara e andai a
Roma, e l feci un disegno per detta facciata, sopr'al quale detto papa
Leone mi dtte commessione ch'io facessi a Carrara cavare marmi per
detta opera. Dipoi send'io tornato da Roma a Carrara l'ultimo di
dicembre sopradetto, mandommi l papa Leone, per cavare e' marmi di
detta opera, ducati mille per le mani di Iacopo Salviati, e portogli uno
suo servitore detto Bentivoglio: e ricevetti detti danari circa a otto
d del mese vegnente, cio di gennaio: e cos ne feci quitanza. Dipoi
l'agosto vegnente sendo richiesto dal Papa sopradetto del modello di
detta opera, venni da Carrara a Firenze a farlo: e cos lo feci di
legname in forma propria con le figure di cera, e mandagniene a Roma.
Sbito che lo vide mi fece andare l: e cos andai, e tolsi sopra di me
in cottimo la detta facciata, come apparisce per la scritta che  con
sua Santit:[314] e bisogniandomi per servire sua Santit condurre a
Firenze e' marmi che io avevo a condurre a Roma per la sepultura di papa
Iulio, com'io  condotti, e dipoi lavorati, ricondurgli a Roma; mi
promesse di cavarmi di tutte queste spese, cio gabella e noli: che 
una spesa di circa ottocento ducati, bench la scritta non lo dica.[315]

E a d sei di febraio mille cinque cento diciassette tornai da Roma a
Firenze, e avend'io tolto in cottimo la facciata di San Lorenzo
sopradetta, tutta a mie spese, e avendomi a fare pagare in Firenze detto
papa Leone quattro mila ducati per conto di detta opera, come apparisce
per la scritta; a' d circa venticinque ebbi da Iacopo Salviati ducati
ottocento per detto e feci quitanza, e andai a Carrara. E non mi sendo
l osservato contratti e allogazione fatte prima di marmi per detta
opera, e volendomi e' Carraresi assediare; andai a far cavare detti
marmi a Seraveza, montagna di Pietrasanta in su quello de' Fiorentini, e
quivi avend'io gi fatte bozzare sei colonne d'undici braccia e mezzo
l'una e molti altri marmi, e fattovi l'aviamento che oggi si vede fatto;
che mai pi vi fu cavato innanzi; a' d venti di marzo mille cinque
cento diciotto venni a Firenze per danari per cominciare a condurre
detti marmi, e a d venti sei di marzo mille cinque cento diciannove mi
fece pagare el cardinale de' Medici per detta opera per papa Leone, da'
Gaddi di Firenze, ducati cinque cento: e cos ne feci la quitanza. Dipoi
in questo tempo medesimo el Cardinale per commessione del Papa mi ferm
che io non seguissi pi l'opera sopradetta, perch dicevono volermi
trre questa noia del condurre e' marmi, e che me gli volevano dare in
Firenze loro, e far nuova convenzione: e cos  stata la cosa per insino
a oggi.

Ora in questo tempo avendo mandato per gli Operai di Santa Maria del
Fiore una certa quantit di scarpellini a Pietrasanta, overo a Seraveza
a occupare l'aviamento e tormi e' marmi che io  fatto cavare per la
facciata di San Lorenzo, per fare il pavimento di Santa Maria del Fiore,
e volendo papa Leone seguire la facciata di San Lorenzo, e avendo el
cardinale de' Medici fatta l'allogazione de' marmi di detta facciata a
altri che a me, e avendo dato a questi tali, che nno preso detta
condotta, l'aviamento mio di Seraveza, senza far conto meco; mi sono
doluto assai, perch n il Cardinale n gli Operai non potevono entrare
nelle cose mia, se prima non m'ero spiccato d'accordo dal Papa: e nel
lasciare detta (_facciata_) di San Lorenzo d'accordo col Papa, mostrando
le spese fatte e' danari ricevuti, detto aviamento e marmi e masserizie
sarebbono di necessit tocche o a sua Santit o a me; e l'una parte e
l'altra dopo questo ne poteva fare quello voleva.

Ora sopra questa cosa il Cardinale m'ha detto che io mostri e' danari
ricevuti e le spese fatte, e che mi vuole liberare, per potere e per
l'Opera[316] e per s trre que' marmi che vuole nel sopradetto
aviamento di Seraveza.

Per i'  mostro avere ricevuti dumila trecento ducati ne' modi e tempi
che in questa si contiene, e  mostro ancora avere spesi mille ottocento
ducati: che di questi ce n' spesi circa dugento cinquanta in parte ne'
noli d'Arno de' marmi della sepultura di papa Iulio, che io  condotti
qui per servire papa Iulio a Roma; che sar una spesa di pi di
cinquecento ducati. Non gli metto ancora a conto il modello di legname
della facciata detta, che io gli mandai a Roma; non gli metto ancora a
conto il tempo di tre anni che i'  perduti in questo; non gli metto a
conto che io sono rovinato per detta opera di San Lorenzo; non gli metto
a conto il vituperio grandissimo de l'avermi condotto qua per far detta
opera, e poi trmela: e non so perch ancora; non gli metto a conto la
casa mia di Roma che io  lasciata, che v' ito male, fra marmi e
masserizie e lavoro fatto, per pi di cinque cento ducati. Non mettendo
a conto le sopradette cose, a me non resta in mano de' dumila trecento
ducati, altro che cinquecento ducati.

Ora noi siamo d'accordo: papa Leone si pigli l'aviamento fatto co' marmi
detti cavati, e io e' danari che mi restano in mano, e che io resti
libero; e cnsigliomi ch'io facci fare un Breve e che 'l Papa lo
segner.

Ora voi intendete tutta la cosa come sta. Io vi prego mi facciate una
minuta di detto Breve, e che voi aconciate e' danari ricevuti per detta
opera di San Lorenzo, in modo che e' non mi possino essere mai
domandati; e ancora aconciate, come in cambio di detti danari che io 
ricevuti, papa Leone si piglia il sopradetto aviamento, marmi,
masserizie....


  [313] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 711.

  [314] Mandollo a Roma per mezzo di Pietro Urbano nel dicembre del
  1517, come abbiamo detto indietro.

  [315] Il contratto tra papa Leone X e Michelangelo per il lavoro
  della facciata di San Lorenzo fu stipulato in Roma il 19 gennaio
  1518. Michelangelo si obblig di fare la detta facciata a tutte
  sue spese in tempo di otto anni, e per il prezzo di quaranta mila
  ducati d'oro in oro larghi.

  [316] L'Opera di Santa Maria del Fiore.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (di marzo 1521).

CCCLXXV.

_A Giusto di Matteo calzolaio in Pistoia._


Gusto. -- Intendo per la vostra come el marito della Masina, cio Iulio
Forteguerri, venderebbe la casa che  qua in Via Mozza, quando avessi
della lira venti soldi. E' debbe essere oramai l'anno che io ve ne
parlai, e non avendo dipoi intesone mai niente, m'ero vlto al murare in
un orto che io  lass vicino. Ora se e' sonno per vendere detto Iulio e
la Masina la detta casa per giusto prezo, io la piglier e lascier
stare el murare. Per vi prego mi rispondiate presto, e avisatemi quello
che ne vogliono: e io la far vedere; e se sar iusto, non sono per
discostarmene. Altro non m'acade. Pietro[317] credo sar giunto stasera
a Roma, e presto stimo sar di tornata.

  A d .... di marzo.

                    Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.


  [317] Pietro d'Urbano, il quale ne' primi giorni del marzo del
  1521 s'era mosso da Firenze alla vlta di Roma, per condurvi la
  figura del _Cristo risorto_, che doveva esser posta nella Minerva.
  Giunta la statua in Roma nell'aprile seguente, Pietro, avendo
  commissione di ritoccarla, la stroppi in alcune parti, come nel
  piede destro e nella mano destra, onde Michelangelo preg Federigo
  Frizzi, scultore fiorentino dimorante in Roma, che volesse
  rimediarvi; ed egli in questo si port tanto bene, che in tutto
  soddisfece al Buonarroti.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (del febbraio 1522).

CCCLXXVI.

_Al prudente giovane Gherardo Perini in Pesaro._


Tutti gli amici vostri meco insieme, Gherardo mio carissimo, si sono
molto rallegrati, e pi quegli che voi sapete che pi v'amano,
intendendo della sanit e del buono esser vostro per l'ultima vostra dal
fedelissimo Zampino; e bench la vostra umanit per la detta mi sforzi
alla risposta, non mi sento per soffiziente a farla: solo vi dico
questo: che noi amici vostri siamo il simile, cio sani, e tutti ci
racomandiamo a voi e massimamente ser Giovan Francesco, e 'l
Piloto:[318] e la risposta, intendendo che presto avete a esser di qua,
spero pi pienamente farla a boca e sodisfarmi meglio d'ogni
particularit, perch  cosa che m'importa.

  Ad non so quanti di febraio, secondo la mia fante.

                              Vostro fedelissimo e povero amico[319]


  [318] Giovanni di Baldassarre, bravo ed ingegnoso orafo
  fiorentino, detto _il Piloto_, fu amico di Michelangelo, e lo
  accompagn fino a Venezia nella sua fuga da Firenze al tempo
  dell'assedio. Fu anche amico del Cellini, il quale parla di lui
  pi volte nella sua _Vita_, come pure lo ricorda il Vasari. Mor
  di ferite nel 1536.

  [319] Michelangelo fa il proprio nome e il cognome, schizzando un
  angelo, cio testa e ali, e tre palle, due appaiate ed una che sta
  loro sopra.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze,(1522).

CCCLXXVII.

_Al mio caro Ser Giovan Francesco,[320] cappellano in Santa Maria del
Fiore. Firenze._


Ser Giovan Francesco mio carissimo. -- Perch il primo sarto, come
sapete, non pu attendere, e essendo quest'ultimo che io  preso vostro
amico, vi prego mi raccomandiate a lui e gli diciate, non facci domenica
che viene, come la passata, che non mi volse mai vedere quel giubbone in
dosso: che forse l'rebbe raconcio in modo mi starebbe bene; perch
questi pochi d ch'io l' portato, m' stretto molto forte e massimo nel
petto. Non so se me l'avessi guasto per rubarne: bench a me pare pure
omo da fidarsene. Ora questo  fatto: per quest'altre cose, vi prego gli
rammentiate un poco el caso mio, e che abi gli ochi seco quando un'altra
volta mi coglie pi misure; che io non vorrei avere a mutar pi
botteghe. Piglio sicurt in voi. A riservire.

  A ore venti tre e ogn'una mi pare un anno.

                                 Vostro fedelissimo scultore
                              in Via Mozza presso al canto alla[321]


  [320] Fattucci, altre volte nominato.

  [321] E qui disegna con la penna una macina.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (del luglio 1523).

CCCLXXVIII.

_Al mio caro amico Bartolomeo Angelini in Roma._


Bartolomeo amico carissimo. -- I'  ricevuto in una vostra una del
Cardinale:[322] di che mi son maravigliato, che per s piccola cosa
abbiate fatto scrivere, e tanto in fretta: alla quale non risponder
altrimenti, perch non posso resoluto, come vorrei. A voi rispondo il
medesimo che per l'altra, cio come sono desideroso di servire suo
Signoria Reverendissima, e ingegnierommene quanto potr e pi presto che
potr.

Io  grande obrigo, e son vechio e mal disposto; che se io lavoro un d,
bisognia che io me ne posi quatro; per io non mi fido promettere di me
molto resoluto. Ingegnierommi di servire a ogni modo, e dimostrarvi che
io conosco l'amore che mi portate.

Altro non acade. Son sempre vostro. Racomandatemi a Sebastiano
Veniziano.

                    Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.


  [322]  questi il cardinale Domenico Grimani, veneziano, patriarca
  d'Aquileia e vescovo di Porto, al quale Michelangelo aveva
  promesso di dipingere un quadretto per tenere nel suo studio. La
  lettera del Cardinale al Buonarroti  dell'undici di luglio 1523.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Firenze,(1523).

CCCLXXIX.

(_A Ser Giovanni Francesco Fattucci in Roma_).


Ser Giovanni Francesco. -- E' sono ora circa dua anni ch'io tornai da
Carrara d'allogare a cavare e' marmi delle sepulture del Cardinale, e
andandogli a parlare, lui mi disse che io trovassi qualche buona
risoluzione da far presto dette sepulture: io gli mandai scritti tutti
e' modi del farle, come voi sapete che gli leggiesti, ci  che io le
farei in cottimo e a mesi e a giornate e in dono, come piacessi a sua
Signoria, perch desideravo di farle. Non fui acettato in modo nessuno.
Fu detto che io non avevo el capo a servire il Cardinale. Dipoi
riappiccando el Cardinale, gli offeri' di fare e' modelli di legniame
grandi apunto come nno a essere le sepulture, e farvi dentro tutte le
figure di terra e di cimatura, della grandezza, e finite apunto come
nno a essere; e mostrai che questo sarebbe un breve modo, e una poca
spesa a farle: che fu quando volemo comperare l'orto de' Caccini. Non fu
niente, come sapete. Andando poi el Cardinale in Lombardia, andai sbito
che lo 'ntesi a trovarlo, perch desideravo di servirlo. Mi disse che io
sollecitassi e' marmi e ch'io trovassi degli uomini, e che io facessi
tanto quant'io potevo, che e' trovassi fatto qualche cosa, senza
domandargli pi di niente; e che se e' vivea, che farebbe ancora la
facciata, e che lasciava a Domenico Boninsegni la commessione di tutti
e' danari che bisogniavano. Partito el Cardinale, io scrissi tutte
queste cose che m'avea dette a Domenico Boninsegni, e dissegli com'io
ero parato a far tutto quello che desiderava el Cardinale; e di questo
mi serbai la copia, e scrissi con testimoni, acci che ognuno sapessi
che e' non restava da me. Domenico mi venne sbito a trovare, e dissemi
che non avea commessione nessuna, e che se io volevo niente, che lo
scriverrebbe al Cardinale. Io gli dissi che non volevo niente.
All'ultimo alla tornata del Cardinale, el Figiovanni mi disse che gli
avea domandato di me. Io vi andai sbito, stimando volessi parlare delle
sepulture; lui mi disse: Noi vorrmo pure che in queste sepulture fussi
qualcosa di buono, cio qualcosa di tuo mano. E non mi disse che
volessi che io le facessi. Io mi parti', e dissi che tornerei a
parlargli quando e' marmi ci sarebbono.

Ora voi sapete come a Roma el Papa  stato avisato di questa sepultura
di Iulio, e come gli  stato fatto un moto propio per farlo segniare e
procedermi contro e domandarmi quello che io  avuto sopra detta opera,
e danni e interessi: e sapete come el Papa disse, che questo si facci,
se Michelagniolo non vuole fare la sepultura. Adunque bisognia ch'io la
facci, se non voglio capitar male, come vedete che  ordinato. E se 'l
Cardinale de' Medici vole ora di nuovo, come voi mi dite, che io facci
le sepulture di San Lorenzo, voi vedete che io non posso, se lui non mi
libera da questa cosa di Roma; e se lui mi libera, io gli prometto
lavorare per lui senza premio nessuno tutto 'l tempo che io vivo; non
gi che io domandi la liberazione per non fare detta sepultura di Iulio,
che io la fo volentieri, ma per servirlo: e se lui non mi vuole
liberare, e che e' voglia qualche cosa di mia mano in dette sepulture,
io m'ingegnier, mentre lavorer la sepultura di Iulio, di pigliar tempo
di far cosa che gli paccia.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 25 di novembre (1523).

CCCLXXX.[323]

_Al mio caro amico maestro Domenico,[324] detto Topolino, scarpellino in
Carrara._


Maestro Domenico mio carissimo. -- L'aportatore di questa sar Bernardino
di Pier Basso, che viene cost per certi pezi di marmo che  di
bisognio. Prgovi che voi l'indirizzate dove e' sia servito bene e
presto: io ve lo racomando quanto so e posso. Altro non m'acade intorno
a questo. rete inteso come Medici  fatto papa:[325] di che mi pare si
sia rallegrato tutto el mondo; ond'io stimo che qua, circa l'arte, si
far molte cose: per servite bene e con fede, acci che e' s'abbi
onore.

  A d venticinque novembre.

                    Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.


  [323] Fu gi pubblicata per la prima volta nei _Monumenti del
  Giardino Puccini_: Pistoia, tip. Cino, 1845, in-8, e poi nel
  _Prospetto cronologico della Vita e delle opere di Michelangelo
  Buonarroti_. Vedi Vasari, Le Monnier, vol. XII, pag. 361.

  [324] Domenico di Giovanni di Bertino Fancelli, scarpellino da
  Settignano, nato nel 1464. Costui aveva fantasia di voler essere
  scultore, e qualche volta Michelangelo si pigliava spasso di lui,
  vedendolo lavorare.

  [325] Il cardinale Giulio de' Medici, eletto papa col nome di
  Clemente VII il 19 di novembre 1523.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze,(1524).

CCCLXXXI.

_A papa Clemente VII in Roma._[326]


Beatissimo padre. -- Perch e' mezzi spesse volte sono cagione di grande
scandali, per io  preso ardire, senza quegli, scrivere a vostra
Santit circa le sepulture qua di San Lorenzo. Io dico che non so qual
si sia meglio, o 'l mal che giova, o 'l ben che nuoce. Io son certo,
cos pazzo e cattivo com'io sono, che se io fussi stato lasciato
seguitare, come aveva cominciato, che oggi sarebbono tutti e' marmi per
dette opere in Firenze, e con manco spesa che non s' fatto insino a
ora, bozzati al proposito; e sarebbon cosa mirabile, come degli altri
che io ci  condotti.

Ora io veggo la cosa andare a lungo, n so come la si vadi. Per io mi
scuso con vostra Santit, che se cosa avvenissi che non piacessi a
quella, non ci avendo io alturit, non mi pare anche d'averci colpa: e
priego quella, che volendo che io facci cosa nessuna, che non mi dia
nell'arte mia uomini sopracapo, e che mi presti fede, e diemi libera
commessione; e vedr quello che io far, e 'l conto che a quella render
di me.

La lanterna qua della cappella di detto San Lorenzo, Stefano[327] l'
finita di metter su e scopertola, e piace universalmente a ogni uomo; e
cos spero far a vostra Santit quando la vedr. Faccino fare la palla
che viene alta circa un braccio: e io  pensato, per variarla
dall'altre, di farla a faccie: e cos si fa.

                                   Servo della Vostra Santit

                              MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.


  [326] Di questa lettera  un'altra bozza, di poco variata, nel
  detto Archivio Buonarroti.

  [327] Stefano di Tommaso, il quale lasciata l'arte sua del miniare
  si era dato all'architettura; e Michelangelo si serv di lui nel
  muramento della Cappella de' sepolcri medicei, non senza averne
  ricevuto dispiaceri, come vedremo pi innanzi. Mor il 10 dicembre
  del 1534.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze,(1524).

CCCLXXXII.

_Al mio maggiore Giovanni Spina (in Firenze)._


Giovanni mio caro. -- Perch la penna  sempre pi animosa che la lingua,
vi scrivo quello che pi volte a questi d non mi sono ardito per
rispetto dei tempi dirvi a boca: e questo , che visto e' tempi, come 
detto, contrarii all'arte mia, non so se io m' da sperare pi
provigione. Quand'io fossi certo non l'avere pi avere, non resterei per
questo che io non lavorassi e facessi per el Papa tutto quello che io
potessi, ma non terrei gi casa aperta per rispetto del debito che voi
sapete che io , avendo dove tornarmi con molto manco spesa: e a voi
ancora si leverebbe la noia della pigione. E quando la mia provvigione
pur sguiti, io star qui come sono stato e ingegnieromi fare el debito
mio. Per io vi prego che voi mi diciate quello che voi ne intendete,
acci che io possa pensare a' fatti mia, restandovi obrigatissimo. Io vi
rivedr queste feste in Santa Maria del Fiore.

                              Vostro MICHELAGNIOLO a San Lorenzo.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (del gennaio 1524).

CCCLXXXIII.

_A Ser Giovan Francesco Fattucci in Roma._


Messer Giovan Francesco. -- Voi mi ricercate per una vostra come stanno
le cose mia con papa Iulio. Io vi dico che se potessi domandar danni e
interessi, pi presto stimerei avere avere, che avere a dare. Perch
quando mand per me a Firenze, che credo fussi el secondo anno del suo
Pontificato, io avevo tolto a fare la met della sala del Consiglio di
Firenze,[328] cio a dipignere; che n'avevo tre mila ducati; e di gi
era fatto el cartone, come  noto a tutto Firenze; che mi parevon mezzi
guadagnati. E de' dodici Apostoli che ancora avevo a fare per Santa
Maria del Fiore[329] n'era bozato uno, come ancora si vede; e di gi
avevo condotti la maggior parte di marmi. E levandomi papa Iulio di qua,
non ebbi n dell'una cosa n dell'altra niente. Dipoi sendo io a Roma
con detto papa Iulio, e avendomi allogato la sua sepultura, nella quale
andava mille ducati di marmi, me gli fece pagare e mandmi a Carrara per
essi; dov'io stetti otto mesi a fargli bozzare, e condussi quasi tutti
in sulla piazza di Santo Pietro, e parte ne rimase a Ripa. Dipoi finito
di pagare i noli di detti marmi e mancandomi e' danari ricevuti per
detta opera, forni' la casa che io avevo in sulla piazza di Santo Pietro
di letti e masserizie del mio, sopra la speranza della sepultura, e fe'
venire garzoni da Firenze, che ancora n' vivi, per lavorare; e dtti
loro danari inanzi del mio. -- In questo tempo papa Iulio si mut
d'oppenione e non la volse pi fare: e io non sapendo questo, andandogli
a domandare danari, fui cacciato di camera: e per questo isdegno mi
parti' sbito di Roma; e and male ci che io avevo in casa; e e' detti
marmi ch'io avevo condotti, stettono insino alla creazione di papa Leone
in sulla piazza di Santo Pietro: e dell'una parte e dell'altra n'and
male assai. Fra gli altri di quel ch'io posso provare, me ne fu tolti
dua pezzi di quatro braccia e mezo l'uno da Ripa da Agostino Ghigi, che
m'erono costi a me pi di cinquanta ducati d'oro: e questi si potrebbon
risquotere, perch ci  e' testimoni. Ma per tornare a' marmi, dal tempo
che io andai per essi e che io stetti a Carrara, insino a che io fui
cacciato di Palazo, v'and pi d'un anno: del qual tempo non ebbi mai
nulla, e messovi parecchi decine di ducati.

Dipoi la prima volta che papa Iulio and a Bolognia, mi fu forza andare
l con la coreggia al collo a chiedergli perdonanza; onde lui mi dtte a
fare la figura sua di bronzo, che fu alta a sedere circa a sette
braccia. Domandandomi che spesa la sarebbe, io gli risposi che credevo
gittarla con mille ducati; ma che e' non era mia arte e che io non mi
volevo obrigare; mi rispose: Va, lavora e gitterella tante volte che la
venga, e daremti tanto che tu sarai contento. Per abreviare, la si
gitt dua volte, e in capo di du' anni ch'io vi stetti, mi trovai
avanzati quattro ducati e mezo. E di questo tempo non ebbi mai altro; e
le spese tutte ch'io feci, ne' detti dui anni furno de' mille ducati con
che io avevo ditto che la si gitterebbe: e' quali mi furono pagati in
pi volte da messere Antonio Maria da Legnia(_me_) bolognese.

Messo su la figura nella facciata di San Petronio e tornato a Roma, non
volse ancora papa Iulio che io facessi la sepultura, e missemi a
dipignere la vlta di Sisto, e facmo e' patti tre mila ducati. E 'l
disegno primo di detta opera furono dodici Apostoli nelle lunette, e 'l
resto un certo partimento ripieno d'adornamenti, come si usa.

Dipoi cominciata detta opera, mi parve riuscissi cosa povera, e dissi al
Papa, come facendovi gli Apostoli soli mi parea che riuscissi cosa
povera. Mi domand perch: io gli dissi, perch furon poveri anche loro.
Allora mi dtte nuova commessione ch'io facessi ci ch'io volevo, e che
mi contenterebe, e che io dipignessi insino alle storie di sotto. In
questo tempo quasi finita la vlta, el Papa ritorn a Bologna: ond'io
v'andai dua volte per danari che io aveva avere, e non feci niente, e
perde' tutto questo tempo, finch ritorn a Roma. Ritornato a Roma, mi
missi a far cartoni per detta opera, cio per le teste e per le faccie
attorno di detta cappella di Sisto, e sperando aver danari e finire
l'opera. Non potetti mai ottenere niente: e dolendomi un d con messer
Bernardo da Bibbiena e con Attalante,[330] com'io non potevo pi stare a
Roma e che mi bisogniava andar con Dio; messer Bernardo disse a
Attalante che gniene rammentassi, che mi voleva far dare danari a ogni
modo. E fecemi dare du' mila ducati di Camera; che son quelli con que'
primi mille de' marmi ch'e' mi mettono a conto della sepultura; e io
stimavo averne aver pi pel tempo perduto e per l'opere fatte. E de'
detti danari, avendo messer Bernardo et Attalante risucitatomi, donai a
l'uno cento ducati, all'altro cinquanta.

Dipoi venne la morte di papa Iulio: e a tempo nel prencipio di Leone,
Aginensis volendo accrescere la sua sepultura, cio far maggiore opera
che il disegno ch'io avevo fatto prima, si fece uno contratto.[331] E
non volendo io ch'e' vi mettessino a conto della sepultura i detti tre
mila ducati ch'io avevo ricievuti, mostrando ch'io avevo avere molto
pi; Aginensis mi disse, che io ero un ciurmadore.


  [328]  noto che nell'anno 1503 Pietro Soderini, gonfaloniere
  perpetuo della Repubblica di Firenze, allog a dipingere l'una
  met della Sala del Consiglio nel palazzo della Signoria a
  Lionardo da Vinci, e l'altra a Michelangelo; e che per fare queste
  loro opere aveva il Buonarroti disegnato il famoso cartone con un
  episodio della guerra di Pisa, e il Vinci dipinto il suo, dove era
  un gruppo di cavalieri che combattevano per l'acquisto d'una
  bandiera. Una delle cose pi notabili in questo racconto  il
  dirsi che Giulio II mand un uomo apposta a Firenze a richiedere
  Michelangelo, e condurlo a Roma. Il che non si legge in nessuno
  de' suoi biografi.

  [329] Allogati a Michelangelo con deliberazione de' 24 di aprile
  1503. Ma di queste dodici figure che dovevano andare in Santa
  Maria del Fiore in luogo delle antiche pitture degli Apostoli
  fatte da Bicci di Lorenzo,  noto che Michelangelo non ne cominci
  che una sola, la quale  il San Matteo, oggi conservata, appena
  abbozzata, nell'Accademia delle Belle Arti di Firenze.

  [330] Atalante, figliuolo naturale di Manetto Migliorotti
  fiorentino, nacque nel 1466 e fu scolare di Lionardo da Vinci nel
  sonare il liuto. Giovanetto di circa sedici anni fu condotto dal
  Vinci a Milano, allorch egli and alla corte di Lodovico il Moro.
  Atalante fino dal 1513 era uno de' soprastanti alla fabbrica di
  San Pietro, nel qual ufficio durava ancora nel 1516. Le sue
  memorie non vanno oltre il 1535.

  [331] Il contratto  dell'8 di luglio 1516, e fu stipulato tra
  Lionardo Grosso, detto _il Cardinale Aginensis_, nipote di papa
  Giulio, e Lorenzo Pucci, cardinale del titolo de' Santi Quattro,
  esecutori testamentari di papa Giulio, da una parte, e
  Michelangelo dall'altra; il quale si obblig di fare la detta
  sepoltura secondo un nuovo disegno e modello, dentro il termine di
  nove anni e per il prezzo di sedici mila cinquecento ducati,
  compresi i 3500 gi ricevuti.




  _Museo Britannico._      Di Firenze, (del gennaio 1524).

CCCLXXXIV.

_A messer Gio. Francesco Fattucci in Roma._[332]


Ne' primi anni di papa Iulio, credo che fossi el secondo anno ch'io
andai a star seco, dopo molti disegni della sua sepultura, uno gniene
piacque, sopra 'l quale facemo el mercato: e tolsila a fare per dieci
mila ducati, e andandovi di marmi ducati mille, me gli fece pagare,
credo da' Salviati in Firenze: e mandommi pe' marmi. Andai, condussi e'
marmi a Roma e uomini, e cominciai a lavorare el quadro e le figure: di
che c' ancora degli uomini che vi lavororno: e in capo d'otto o nove
mesi el Papa si mut d'openione, e non la volse seguitare; e io
trovandomi in sulla spesa grande e non mi volendo dar suo Santit danari
per detta opera, dolendomi io seco, gli dtti fastidio, in modo che mi
fe' cacciar di camera. Ond'io per isdegno mi parti' sbito di Roma: e
and male tutto l'ordine che io avevo fatto per simile opera: che del
mio mi cost pi di trecento ducati simil disordine, senza el tempo mio
e di sei mesi che io ero stato a Carrara: che io non ebbi mai niente: e
e' marmi detti si restorno in sulla piazza di Santo Pietro. Dipoi circa
sette o otto mesi che io stetti quasi ascoso per paura, sendo crucciato
meco el Papa, mi bisogn per forza, non possendo stare a Firenze, andare
a domandargli misericordia a Bologna; che fu la prima volta che e'
v'and: dove mi ritenne circa du' anni a fare la sua statua di bronzo,
che fu alta a sedere sei braccia: e la convenzione fu questa.
Domandandomi papa Iulio quello che si veniva di detta figura; gli dissi
che e' non era mia arte el gittar di bronzo, e che io credevo con mille
ducati d'oro gittarla, ma che non sapevo se mi riuscirebbe. E lui mi
disse: Gitteremla tante volte che la riesca, e daremti tanti danari
quanti bisognier. E mand per messere Antonio Maria dal Legnia(_me_),
e dissegli che a mio piacere mi pagassi mille ducati. Io l'ebbi a gittar
dua volte. Io posso mostrare avere speso in cera trecento ducati, aver
tenuto molti garzoni, e aver dato a maestro Bernardino,[333] che fu
maestro d'artiglierie della Signoria di Firenze, trenta ducati el mese e
la spesa e averlo tenuto parecchi mesi. Basta che all'ultimo messa la
figura dove aveva a stare, con gran miseria, in capo di dua anni mi
trovai avanzati quattro ducati e mezzo: di che io di detta opera sola
stimo giustamente poterne domandare a papa Iulio pi di mille ducati
d'oro; perch non ebbi mai che e' primi mille, com' detto.

Dipoi, tornando a Roma, non volse ancora che io seguissi la sepultura, e
volse che io dipigniessi la vlta di Sisto: di che fumo d'accordo di tre
mila ducati a tutte mie spese con poche figure semplicemente. Poi che io
ebbi fatti certi disegni, mi parve che riuscissi cosa povera: onde lui
mi rifece un'altra allogagione insino alle storie di sotto, e che io
facessi nella vlta quello che io volevo: che montava circa altrettanto:
e cos fumo d'accordo. Onde poi finita la vlta, quando veniva l'utile,
la cosa non and innanzi, in modo che io stimo restare avere parecchi
centinaia di ducati....


  [332] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 708. Altra bozza della
  precedente.

  [333] Vedi quello che intorno a maestro Bernardino  stato detto a
  pag. 75, nota 2, di questa Raccolta.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (del gennaio 1524).

CCCLXXXV.

_A Ser Giovan Francesco Fattucci in Roma._


Messer Giovan Francesco. -- Intendo per l'ultima vostra come la Santit
del nostro Signore vuole che 'l disegnio della Libreria sia di mia mano.
Io non  notizia nessuna, n so dove se la voglia fare: e se bene
Stefano[334] me n' parlato, non ci  posto mente. Come torna da
Carrara, io m'informer da lui, e far ci che io sapr, bench non sia
mia professione.

Della pensione che voi mi scrivete, io non so di che voglia io mi sar
di qui a uno anno; e per non voglio promettere quello, di che io mi
potrei pentire. Della provigione io ve n' scritto.


  [334] Stefano miniatore, andato a Carrara per conto dei marmi
  delle sepolture medicee.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (del gennaio 1524).

CCCLXXXVI.

_A Ser Giovan Francesco Fattucci in Roma._


Per darvi qualche nuova, poi che gli  tanto che io non vi scrissi,
sapiate che 'l Guidotto, come sapete, avea mille faccende, e in pochi d
s' morto e  lasciato el suo cane libero a Donato, e Donato ha
comperato per portare bruno una cioppa a linia masculina; la qual
vedrete se vien cost, perch  buona ancora a cavalcare.

Altro non m'acade. De' casi mia, poi che siate mio procuratore, come 
voluto el Papa,[335] vi prego mi trattiate bene, come sempre avete
fatto, che sapete che io  pi debito con esso voi pe' benefizi
ricievuti, che non nno, come si dice a Firenze, e' crocifissi di Santa
Maria del Fiore col Noca calzaiuolo.[336]


  [335] Questa bozza di lettera  scritta dietro una di Lionardo
  sellaio, del 28 dicembre 1523.

  [336] Si chiamava per proprio nome Andrea di Cristofano, e fu
  famigliare, commensale e calzaiuolo di papa Leone, colla
  provvisione di sei ducati al mese, accresciuta poi fino a otto e
  mezzo.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 26 di gennaio 1524.

CCCLXXXVII.

(_A Piero Gondi in Firenze_).[337]


Piero. -- El povero ingrato  questa natura, che se voi lo sovvenite ne'
sua bisogni, dice che quel tanto che gli date, a voi avanzava: se lo
mettete in qualche opera per fargli bene, dice sempre che voi eri
forzato, e per non la saper far voi, v'avete messo lui: e tutti e'
benefizi che e' riceve, dice che  per necessit del benificatore. E
quando e' benefizi ricevuti sono evidenti, che e' non si possono negare;
l'ingrato aspetta tanto, che quello da chi egli  ricievuto del bene,
caschi in qualche errore publico, che gli sia ocasione a dirne male, che
gli sia creduto, per isciorsi dall'obrigo che gli pare avere. Cos 
sempre intervenuto contra di me: e non s'impacci mai nessuno meco (io
dico d'artigiani), che io non gli abi fatto bene con tutto el cuore: poi
sopra qualche mia bizzarria o pazzia che e' dicono che io , che non
nuoce se non a me, si son fondati a dir male di me e a vituperarmi: che
 el premio di tutti gl'uomini da bene.

Io vi scrivo sopra e' ragionamenti di iersera, e sopra e' casi di
Stefano:[338] io insino a qui non l' messo in luogo, che se io non vi
potevo essere io, i' non n'avessi trovato un altro da mettervi: tutto 
fatto per fargli bene e non per mia utilit, ma per sua; e cos
ultimamente. Ci che io fo, fo per suo bene, perch  fatto impresa di
fargli bene, e non la posso lasciare: e non creda o non dica che io lo
facci per mia bisogni, ch grazia di Dio non mi manca uomini: e se l'
stimolato a questi d pi che l'ordinario, l' fatto perch io sono
ancora io pi obrigato che l'ordinario: e mmi forza intendere se e' pu
o se vuole, o se e' sa servirmi, per potere pensare a' casi mia. E non
veggendo molto chiaro l'animo suo, richiesi iersera voi che fussi mezzo
a farmi intendere l'oppenione suo, e se e' sa fare quello di che io lo
richiego, o se e' pu o se e' vuole, o se e' sa e vuole e pu: che voi
intendessi da lui quello che e' vuole el mese a essere sopra e' garzoni
e insegnare lor fare la materia e quello che io ordiner: e e' garzoni
gli  a pagare io. Io vi richiesi iersera di questo, e di nuovo ve ne
priego che voi mi facciate intendere, come  detto, l'animo suo: e non
vi maravigliate ch'io mi sia messo a scrivervelo, perch e' m'importa
assai per pi rispetti, e massimo per questo: che se io lasciassi sanza
gustificarmi e mettessi in suo luogo altri, sarei publicato in fra e'
Piagnioni per maggior traditore che fussi in questa terra, bench io
avessi ragione. Per priego mi serviate. Io vi do con sicurt noia,
perch voi mostrate volermi bene.

  Ad venti sei di gennaio 1523.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.


  [337]  scritta dietro il disegno di numero 112.

  [338] Stefano miniatore.




  DAI MSS. ASHBURNHAM.      Di Firenze, 6 di febbraio 1524.

CCCLXXXVIII.[339]

_A Giovanni Spina in Firenze._


Giovanni. -- L'apportatore di questa sar Stefano miniatore, al quale
darete ducati quindici per conto de' modegli ch'io fo per papa Clemente,
come per l'altra vi dissi.

  Ad sei di febbraio mille cinque cento venti tre.

Ricievuti detto d.

                    Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.


  [339] Di questa lettera, il cui originale  tra gli altri preziosi
  manoscritti posseduti da Lord Ashburnham, io debbo la copia alla
  molta cortesia del detto nobilissimo signore, al quale per tanta
  liberalit non posso fare a meno di rendere qui quelle pubbliche
  grazie e maggiori che io so.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (del luglio 1524).

CCCLXXXIX.

_A messer Giovan Francesco Fattucci in Roma._


Messer Giovan Francesco. -- Per l'ultima vostra son ito a trovar lo Spina
per intendere se  commessione di pagare per la Libreria, come per le
sepulture; e visto ch'ei non l', non  dato prencipio a detta opera,
come m'avvisate; perch non si pu fare senza danari: e quando pur
s'abbia a fare, pregovi facciate cost, che qua paghi lo Spina; perch
non si potrebbe trovare uomo pi accomodato n che facci con pi amore e
grazia simil cosa.

Del cominciare a lavorare, bisognia che io aspetti che e' marmi
venghino, che non credo che venghino mai, tal ordine s' tenuto! rei da
scrivere cose che vo' stupiresti, ma non mi sare' creduto: basta, che
l' la mia rovina; perch se fossi inanzi con l'opera pi che io non
sono, forse che 'l Papa rebbe aconcio la cosa mia[340] e sarei fuora di
tanto affanno: ma e' comparisce molto pi lavoro a chi guasta, che non
fa a chi aconcia. Trovai ieri uno che mi disse che io andassi a pagare,
se non che all'ultimo di questo mese i' cascher nelle pene. I' non
credetti che ci fusse altre pene che quelle dell'inferno, o dua ducati
d'albitrio, s'i' facessi un fondaco d'un'arte di seta o un battiloro, e
'l resto prestassi a usura. Abbino pagato trecento anni le gravezze a
Firenze: almanco foss'io stato una volta famiglio del Proconsolo![341] E
pur bisognia pagare. Sarammi tolto ogni cosa, perch non  el modo e
verrommene cost. rei, se la cosa mi fussi aconcia, venduto qualche
cosa e comperato Monte[342] che m'avessi pagato le gravezze, e potre'
pure stare a Firenze.[343]


  [340] Della sepoltura di papa Giulio.

  [341] Il Rettore dell'Arte de' Giudici e Notai.

  [342] Cio, _crediti di Monte_.

  [343] A questa rispose il Fattucci con una del 21 di luglio del
  detto anno dove parla del mandare a Carrara pe' marmi e delle
  sepolture de' Papi.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (8 d'agosto 1524).

CCCXC.

_A Giovanni Spina in Firenze._


Giovanni. -- L'apportatore di questa sar Niccol di Giovanni detto il
Sordo, al quale pagerete ducati tre per conto della pietra forte ch'egli
 tolto a cavare per la Liberria di San Lorenzo. Pagategli a buon conto:
e per le prime carrate vedrno come servir e del prezzo giusto e della
bont della pietra: e io pe' tre ducati detti prometto per lui.

                              Vostro MICHELAGNIOLO a San Lorenzo.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 29 d'agosto 1524.

CCCXCI.

_A Giovanni Spina._


Giovanni. -- Poi che io parti' ieri da voi, andai ripensando a' casi mia,
e visto quanto el Papa  a cuore quest'opera di San Lorenzo, e quanto
sono sollecitato da sua Santit; e avendomi quella volontariamente
ordinata buona provigione, acci che io abbia pi comodit di servirlo
pi presto, e visto che el non la pigliare, mi ritarda, e che io non
rei scusa nessuna non servendo; mi sono mutato di proposito, e dove
insino a ora non l' domandata, ora la domando; stimando che e' sia
molto meglio e per pi rispetti che non acade scrivere; e massimo per
tornare nella casa a San Lorenzo che avete tolta, e aconciarmivi da omo
dabene: che d che dire e fammi danno assai el non vi tornare. Per io
vorrei che voi mi dssi quella quantit di provigione che mi toca dal d
che la mi fu ordinata insino a ora: e se avete commessione di farlo,
pregovi lo diciate a Antonio Mini che sta meco, aportatore di questa, e
quando volete che io venga per essa.

  Copia fatta el d di San Giovanni dicollato 1524.[344]

       _Nell'altra parte del foglio  scritto d'altra mano:_

+ 1524.

  Per mille ottociento braccia di vlta in botte,
    a lire una, soldi dua el braccio, monta           L. 1880.
  Per tremila cinqueciento venti braccia di mura
    grosse dall'ammattonato insino al tetto, a
    soldi sedici el bracio fornite, montano        fior.  402. lire 2.
    d'oro in oro.

Di verso el chiostro.

  Per dumila braccia di risega a soldi sette el
    braccio, monta in tutto                        fior.  100.
    d'oro in oro.

Di verso el chiostro.

  Per otto pilastri che vano dal fondamento insino
    al piano delle vlte della Libreria, a venti
    ducati d'oro in oro l'uno, montono in tutto    fior.  100.
  Per dumila braccia di risega di verso l'orto,
    montono                                        fior.  160.
  Per otto pilastri di verso l'orto, montono       fior.  160.
  Monta tutta la somma                             fior. 1090. lire 6.
  Il braccio del pilastro lire sette, la
    manifattura, disfare e rifare montono          fior.  200.
    d'oro in oro.


  [344] Scritto con matita rossa a grandi lettere.




  DAI MSS. YOUNG. OTTLEY.      Di Firenze, 18 d'ottobre 1524.

CCCXCII.

(_A Giovanni Spina_).


[345].... ar, perch io non ne voglio essere debitore. Ultima(_mente_)
.... Antonio Mini che sta meco, le giornate di San Lorenzo gli
(_paga_)sti la quantit de' danari che io volevo, che non avevi ....
essi al banco. Io vi dico che e' danari e la provi(_gione che io _) dal
Papa, io gli piglier, per poterlo servire meglio et .... ro fo e per
potere entrare nella casa che n .... San Giovanni detto; e se 'l Papa le
dtte principio, lui .... me ne dia, io mi contento di quel di che la
sua Santit si (_vorr contentar_), e per ch'io credo che e' facci bene
ci che e' fa a non la (_co_)minciare altrimenti n prima n poi. E la
pri(_ma paga_) ch'io n'ebbi fa ora otto mesi. Guardate se (_riscontra
con_) la vostra e se avete commessione, datemela (_in quella_) quantit
che mi toca in sino a oggi: se non l'ave(_te_) .... n'abbiate arrossire
con me: basta che e' non si possa (_dire ch'i'_) non l'abbi chiesta: e
cos m' forza farlo in(_tendere_) per mia gustificazione.

La copia della lettera che io Michelagnio(_lo_) Buonar(_roti_) (_
manda_)ta stamani a d 18 d'ottobre 1524 a Giovanni (_Spina_) e
Salviati. L'apportatore  stato Antonio Mini che (_sta meco_, _scritta_)
in sur una carta come questa.


  [345] Frammento di lettera pubblicato dal Duppa in _fac-simile_
  nella _Vita di Michelangelo_: Londra, 1807, e ristampato da
  Domenico Campanari nella sua _Illustrazione del ritratto di
  Vittoria Colonna_.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 24 di dicembre 1524.

CCCXCIII.

(_A Giovan Francesco Fattucci a Roma_).


Messer Giovan Francesco. -- Per l'ultima vostra intendo come sarete
spedito presto e tornerete; ch vi pare mill'anni. Io vi prego che voi
torniate ora, e non indugiate, perche la cosa mia[346] non si pu
aconciare bene, se io non son cost in persona. E gi  presso che
l'anno che io cominciai a scrivervi, che se voi non avevi altra faccenda
che la mia a Roma, che voi la lasciassi e tornassi, perch io non volevo
che si dicessi, che io vi tenevo cost per le cose che possono avenire.
Dipoi visto che voi non tornavi, vi feci scrivere a ser Dino, che vostra
madre non si sentiva bene e che voi tornassi presto a vederla.
Ultimamente per messere Ricciardo Del Milanese vi mandai a dire che voi
tornassi a ogni modo e lasciassi la mia faccenda; e pochi d fa per
Lionardo sellaro v' mandato a pregare del simile. Per io di nuovo vi
prego, se voi non avete altra faccenda che la mia, che voi la lasciate e
torniate sbito.[347]

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Firenze.


  [346] Della sepoltura di papa Giulio.

  [347] In testa di questa lettera si legge di mano di Michelangelo:
  A d 24 dicembre. Copia d'una mandata a ser Giovan Francesco, a
  Roma nel 1524.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 19 d'aprile 1525.

CCCXCIV.

(_A Giovanni Spina in Firenze_).


Giovanni. -- A me pare circa la sepultura di papa Iulio che e' non sia da
mandare procura, perch io non voglio piatire. Non si pu per me
piatire, se io confesso d'avere el torto. Io fo conto d'avere piatito e
perduto, e d'avere a sodisfare: e cos mi sono disposto fare, se io
potr. Per se 'l Papa mi vuole aiutare in questa cosa, che mi sare'
grandissimo piacere, visto che io non posso finire la detta sepultura di
Iulio o per vechiezza o per mala disposizione di corpo; come uomo di
mezzo, pu mostrare di volere che io restituisca quello che io 
ricievuto per farla, acci che io sia fuora di questo carico, e che e'
parenti di detto papa Iulio con questa restituzione la possino far fare
a lor sodisfazione a chi e' vogliono; e cos pu la Santit del nostro
Signore giovarmi assai: e in questo ancora che io abbia a restituire 'l
manco che si pu; non si partendo per dalla ragione; facciendo
acciettare qualcuna delle ragioni mia, come del Papa di Bologna e
d'altri tempi perduti sanza premio nessuno, come sa Ser Giovan
Francesco, che  informato d'ogni cosa. Ed io sbito che  chiarito
quello che io  a restituire, piglier partito di quello che io :
vender, e far in modo che io restituir e potr pensare alle cose del
Papa e lavorare: che a questo modo non vivo, non che io lavori. E nessun
modo si pu pigliare che sie pi sicuro per me, n che mi sia pi caro,
n che pi scarichi l'anima mia: e puossi fare con amore, senza piatire.
E prego Dio che al Papa venga voglia d'aconciarla a questo modo, perch
non mi pare che e' ci sia el carico di nessuno. E cos vi prego
scriviate a messere Iacopo,[348] e scrivete in quel modo che meglio
sapete, acci la cosa vadi innanzi, che io possa lavorare.

Copia d'una minuta che io  fatta a Giovanni Spina, ch'egli scriva a
Roma.

  A d 19 d'aprile 1525.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.


  [348] Salviati.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze,(1525).

CCCXCV.

_A Ser Giovan Francesco Fattucci in Roma._


Ser Giovan Francesco. -- Perch e' non si creda che io abbi a fare una
sepultura di nuovo,[349] co' dumila ducati che dice il contratto, vorrei
che voi facessi intendere a ser Niccol che la detta sepultura  pi che
mezza fatta, e delle sei figure, di che fa menzione il contratto,[350]
n' fatte quattro, come voi sapete, che le avete viste nella casa mia a
Roma, la quale mi donano, come pel contratto si vede.


  [349] Intendi: _della sepoltura di papa Giulio_.

  [350] Di questo contratto non si trova lo strumento nell'Archivio
  Buonarroti, n altrove, che io sappia.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (dell'aprile 1525).

CCCXCVI.

(_A Sebastiano del Piombo in Roma_).


Sebastiano compare e amico carissimo. -- Qua s'aspetta e non solamente
per me, ma per pi altri che vi amano e conoscono per la vostra buona
fama, un quadro di pittura di vostra mano fatto per Anton Francesco
degli Albizzi,[351] il quale stimiamo che sia fornito e con allegrezza
desideriamo vederlo.


  [351] Credo il ritratto di esso Anton Francesco, stupenda opera,
  che oggi si crede perduta; se forse non  quello dipinto da
  Bastiano, che si vede a' Pitti nella camera _della Giustizia_
  sotto il num. 409.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (del maggio 1525).

CCCXCVII.

(_A Sebastiano del Piombo in Roma_).


Sebastiano mio carissimo. -- Iersera il nostro amico capitano Cuio[352] e
certi altri gentilomini volsono, lor grazia, che io andassi a cena con
loro; di che ebbi grandissimo piacere, perch usci' un poco del mio
malinconico, overo del mio pazzo: e non solamente n'ebbi piacere della
cena che fu piacevolisima, ma n'ebbi ancora e molto pi che di quella,
de' ragionamenti che vi furno. E pi dipoi ne' ragionamenti mi crebbe el
piacere, udendo dal detto capitano Cuio mentovare il nome vostro: n
bast questo: e pi dipoi, anzi infinitamente mi rallegrai circa
all'arte, udendo dire dal detto capitano, voi essere unico al mondo e
cos essere tenuto in Roma. Per ancora se pi allegrezza si fossi
potuta avere, pi n'rei avuta. Dipoi visto che il mio gudicio non 
falso; dunche non mi negate pi d'essere unico, quando io ve lo scrivo,
perch n' troppi testimoni, e cci un quadro[353] qua, Idio grazia, che
me ne fa fede a chiunche che vede lume.


  [352] Di cognome Dini, morto nel sacco di Roma.

  [353] Forse il gi detto ritratto dell'Albizzi.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 4 di settembre 1525.[354]

CCCXCVIII.

(_A messer Giovan Francesco Fattucci in Roma_).


Messer Giovanfrancesco. -- Io  scritto cost altre volte che avend'io a
servire papa Clemente di cose che vogliono lungo tempo a condurre, e
essend'io vechio, ch'io non spero di potere fare altro, e che io per
questo desidero, non possendo fare la sepultura di Iulio, se  a rifare
di quello che n' ricievuto, non avere a rifare di lavori, ma pi presto
di danari, perch non sarei a tempo. Non so che mi vi rispondere altro,
perch non sono in fatto e non intendo i particulari a che voi siate.
Del fare detta sepultura di Iulio al muro, come quelle di Pio[355] mi
piace, e  cosa pi breve che in nessuno altro modo. Altro non m'acade,
se non dirvi questo: che voi lasciate stare la faccienda mia e le vostre
ancora, e che voi torniate, perch intendo che la peste ritorna a gran
furia, e io  pi caro voi vivo, che la faccenda mia aconcia: per
tornate. Se muoio innanzi al Papa, non r bisognio d'aconciare pi
niente; se vivo, son certo che el Papa l'aconcier, se non ora, un'altra
volta: per tornate. Iersera stetti con vostra madre e consiglia'la,
presente el Granacio e Giovanni tornaio, che la vi facessi tornare.

  A d 4 di settembre 1525.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Firenze.


  [354] Copia di mano d'Antonio Mini.

  [355] Dei papi Pio II e Pio III, le quali allora erano in San
  Pietro, ed oggi si vedono in Sant'Andrea della Valle.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (d'ottobre 1525).

CCCXCIX.[356]

_Al mio caro amico messere Giovan Francesco, prete di Santa Maria del
Fiore di Firenze in Roma._


Messer Giovan Francesco. -- Se io avessi tanta forza, quant'io  avuto
allegrezza dell'ultima vostra, io crederrei condurre e presto tutte le
cose che voi mi scrivete; ma perch io non  tanta, far quello che
potr.

Circa al colosso di quaranta braccia, di che m'avvisate,[357] che  a
ire, overo che s' a mettere in sul canto della loggia dell'orto de'
Medici a riscontro al canto di messer Luigi della Stufa, io v' pensato
e non poco, come voi mi dite; e parmi che in su detto canto none stia
bene, perch ocuperebe troppo della via; ma in su l'altro dove  la
bottega del barbiere, secondo me, tornerebbe molto meglio, perch  la
piazza dinanzi, e non darebbe tanta noia alla strada. E perch forse non
sare' sopportato levar via detta bottega, per amore dell'entrata, 
pensato che detta figura si potrebbe fare a sedere, e verrebe s alto el
sedere, che facendo detta opera vota dentro, come si conviene a farla di
pezzi, che la bottega del barbiere vi verrebbe sotto, e non si
perderebbe la pigione. E perch ancora detta bottega abbi, come  ora,
donde smaltire el fummo, parmi di fare a detta statua un corno di
dovizia in mano, voto dentro, che gli servir per cammino. Dipoi
avend'io el capo voto dentro di tal figura, come l'altre membra, di
quello ancora credo si caverebbe qualche utilit, perch e' c' qui in
sulla piazza un trecone molto mio amico, el quale m' ditto in segreto
che vi farebbe dentro una bella colonbaia. Ancora m'ocorre un'altra
fantasia che sarebbe molto meglio, ma bisognierebbe fare la figura assai
maggiore: e potrebbesi, perch di pezzi si fa una torre: e questa  che
'l capo suo servissi pel campanile di San Lorenzo, che n' un gran
bisognio: e cacciandovi dentro le campane, e usciendo el suono per boca,
parrebbe che detto colosso gridassi misericordia, e massimo el d delle
feste, quando si suona pi spesso e con pi grosse campane.

Circa del fare venire e' marmi per la sopra detta statua, che e' non si
sappi per nessuno, parmi da fargli venire di notte e turati molto bene,
acci che e' non sieno visti. Saracci un po' di pericolo alla porta: e
anche a questo piglierno modo; al peggio fare, San Gallo[358] non ci
manca, che tien lo sportello insino a d.

Del fare o del non fare le cose che s'nno a fare, che voi dite che nno
a soprastare,  meglio lasciarle fare a chi l' fare, ch'io ar tanto da
fare ch'i' non mi curo pi di fare. A me baster questo, che fia cosa
onorevole.

Non vi rispondo a tutte le cose, perch lo Spina vien di corto a Roma, e
a boca far meglio che io colla penna e pi particularmente.

                    Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.


  [356] Di questa lettera  nell'Archivio Buonarroti una bozza della
  mano di Michelangelo.

  [357] Questa strana idea era veramente venuta in mente al Papa, il
  quale ne scrisse a Michelangelo e ne fece scrivere dal Fattucci.
  Ma poi non se ne fece altro.

  [358] Intendi: _la porta a San Gallo_.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 24 d'ottobre 1525.

CD.

(_A messer Giovan Francesco Fattucci in Roma_).


Messere Giovan Francesco. -- Alla vostra ultima, le quattro figure
conciate non sono ancora finite, e vvi da fare ancora assai.[359] Le
quattro altre per Fiumi non sono cominciate, perch non ci sono e'
marmi: e pure ci sono venuti. Non vi scrivo come, perch non mi acade.
Delle cose di Iulio mi piace fare una sepultura come quella di Pio in
Santo Pietro, come m'avete scritto, e farolla fare qua a poco a poco,
quando una cosa e quando una altra e pagherolla del mio, avend'io la
provigione e restandomi la casa, come m'avete scritto; cio la casa
dov'io stavo cost in Roma, co' marmi e le cose che vi sono; cio ch'io
non abbi a dare loro, dico alle rede di papa Iulio, per disobrigarmi
della sua sepultura, altro di cosa che io abbi avuto insino a qui, che
la sepultura detta, come quella di Pio in Santo Pietro; e mettasi per
farla un tempo conveniente; e far le figure di mia mano; e dandomi la
mia provigione, come  detto, io non rester mai di lavorare per papa
Clemente co' quelle forze che io ; che son poche, perch son vechio:
con questo che e' non mi sia fatti e' dispetti che io veggo farmi,
perch possono molto in me: e non m'nno lasciato far cosa ch'io voglia,
gi pi mesi sono: ch e' non si pu lavorare con le mani una cosa, e
col ciervello una altra, e massimo di marmo. Qua si dice che son fatti
per ispronarmi; e io vi dico che e' son cattivi sproni quelli che fanno
tornare adietro. I' non  preso la provigione gi  passato l'anno, e
combatto con la povert: son molto solo alle noie, e nne tante, che mi
tengono pi ocupato che non fa l'arte, per non potere tenere chi mi
governi, per non avere el modo.


Questa  la copia della lettera che Michelagniolo scultore  mandato
oggi questo d 24 d'ottobre 1525 a papa Clemente; e io Antonio di
Bernardo Mini  fatto questa copia di mia propia mano.


  [359] Era fantasia di Michelangelo, e in questo il Papa
  s'accordava volentieri, di fare nella Cappella di San Lorenzo sei
  sepolture: due de' Magnifici, ossia di Lorenzo vecchio e di
  Giuliano suo fratello; due de' Duchi, Lorenzo d'Urbino e Giuliano
  di Nemours; e due dei papi, Leone e Clemente. Ma perch il luogo
  non pareva tanto capace, e perch Michelangelo fu dipoi in altri
  lavori occupato, egli fece solamente le sepolture de' Duchi colle
  figure sopra i cassoni; e delle tre statue che dovevano andare
  sull'altare della detta Cappella, abbozz appena quella della
  Nostra Donna, e le altre due de' Santi Cosimo e Damiano fece
  condurre di marmo, secondo il suo disegno, dal Montorsoli. Oltre
  le figure che dovevano ornare i cassoni per le dette sei
  sepolture, aveva pensato Michelangelo di porre in terra quelle di
  quattro Fiumi. Ed un modelletto di terra di uno di questi Fiumi io
  credo, senza nessun dubbio, che sia quello posseduto dal
  chiarissimo cav. Emilio Santarelli, scultore fiorentino.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (d'ottobre 1525).

CDI.

(_A messer Giovan Francesco Fattucci in Roma_).


Messere Giovan Francesco. -- Piero Gondi m' mostro una vostra lettera
che  per risposta d'una sua scrisse a voi pi d fa: e per quella
intendo vorresti sapere da chi io sono stato richiesto, come v' scritto
Piero, che v' scritto il vero. Per sono stato richiesto da pi
persone, ma di quelli a chi s'apartiene, Lorenzo Morelli  uno di quelli
che  voluto intendere l'animo mio in questo modo. Francesco da Sangallo
venne a me e dissemi, che Lorenzo detto rebbe avuto caro d'intendere se
io ero per servirgli, quando lui ne facessi impresa: io risposi che
visto la benevolenzia loro e di tutto el popolo, che io non gli potevo
rimeritargli, se non col farla e farla in dono, come gi fu' obrigato,
quando al Papa piacessi; al quale send'io obrigato, non posso fare altro
che le cose sua, sanza sua licenza. Messer Luigi Della Stufa m' ancora
lui pi volte ricerco del medesimo: e  fatta la medesima risposta. Non
 mai poi parlato altrimenti, n n'rei parlato prima; ma sendo
domandato, m' stato forza rispondere. Ancora a questi d, di nuovo
certi m'nno ditto che gli Operai nno avuto a dire, che non darebbe lor
noia aspettare dua o tre anni, tanto che io avessi servito el Papa,
perch'io la facessi.[360]


  [360] Pare che in questa lettera si parli del gruppo di _Sansone
  che abbatte un Filisteo_, tre anni dopo allogato a Michelangelo,
  cio nel luglio del 1528; e che egli non fece. Ebbelo poi a fare
  il Bandinelli: ed  il gruppo d'_Ercole e Cacco_, che si vede
  ancora presso le scale del Palazzo Vecchio.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (dell'aprile 1526).

CDII.

(_A messer Giovan Francesco Fattucci in Roma_).


Messere Giovan Francesco. -- Di questa settimana che viene, far coprire
le figure di Sagrestia che vi sono bozzate, perch io voglio lasciare la
Sagrestia libera a questi scarpellini de' marmi, perch io voglio che
comincino a murare l'altra sepultura a riscontro di quella che  murata;
che  squadrata tutta, o poco manca. E in questo tempo che e' la
mureranno, pensavo si facessi la vlta, e credevo io che con gente assai
la si facessi in dua o in tre mesi: non me ne intendo. Passata questa
settimana che viene, Nostro Signore potr a sua posta mandare maestro
Giovanni Da Udine se gli pare che la si facci ora, perch sar a ordine.

Del ricetto, di questa settimana si  murato quattro colonne e una n'era
murata prima. Terranno un poco adietro e' tabernacoli: pure in quattro
mesi da oggi, credo sar fornito. El palco si comincierebbe ora, ma
tigli non sono ancora buoni; solleciterno che e' si secchino el pi che
si potr.

Io lavoro el pi che io posso, e in fra quindici d far cominciare
l'altro Capitano: poi mi rester di cose d'importanza, solo e' quattro
Fiumi. Le quattro figure in su cassoni, le quattro figure in terra che
sono e' Fiumi, e dua Capitani e la Nostra Donna che va nella sepultura
di testa, sono le figure che io vorrei fare di mia mano: e di queste n'
cominciate sei: e bastami l'animo di farle in tempo conveniente e parte
far fare ancora l'altre che non importano tanto. Altro non acade:
racomandatemi a Giovanni Spina, e pregatelo che scriva un poco al
Figiovanni, e preghilo che non ci togga e' carradori per mandargli a
Pescia, perch noi resteremo senza pietre: e ancora che non ci incanti
gli scarpellini, per farsegli benivoli con dir loro: Costoro nno poca
discrezione di voi, or che le notte sono dua ore, a farvi lavorare
insino a sera.

Abbino fatica con cent'occhi di farne lavorare uno, e anco quell'uno
c' guasto da chi  sviscierato. Pazienza! Non voglia Iddio che e'
dispiaccia a me, quello che non dispiace a lui.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 1 di novembre 1526.

CDIII.

(_A messer Giovan Francesco Fattucci in Roma_).


Messere Giovan Francesco. -- Io so che lo Spina  scritto cost a questi
d molto caldamente sopra e' casi mia della cosa di Iulio. Se  fatto
errore rispetto ai tempi in che noi sino, l' fatto io che l' pregato
importunamente che scriva. Forse che la passione m' fatto metter troppa
mazza. Io  avuto uno raguaglio a questi d della cosa mia detta di
cost, che m' messo gran paura: e questa  la mala disposizione che
nno e' parenti di Iulio verso di me: e non senza ragione: e come el
piato sguita, e domandonmi danni e interessi, in modo che e' non
basterebbon cento mia pari a sodisfare. Questo m' messo in gran
travaglio e fammi pensare dov'io mi troverrei, se 'l Papa mi mancassi,
che non potrei stare in questo mondo. E questo  stato cagione che 
fatto scrivere, com' detto. Ora io non voglio se non quello che piace
al Papa: so che non vuole la mia rovina e 'l mio vituperio. Io  visto
qua l'allentare della muraglia, e veggo che le spese si vanno limitando
publicamente, e veggo che per me si tiene una casa a San Lorenzo a
pigione e la provigione mia ancora: che non sono piccole spese. Quando
tornassi bene limitare anche queste e darmi licenzia che io potessi
cominciare o qua o cost qualche cosa per la detta opera di Iulio,
l'rei molto caro; perch io desidero uscire di quest'obrigo pi che di
vivere. Nondimeno non sono per partirmi mai dalla volont del Papa, pure
che io la intenda. Per io vi prego, inteso l'animo mio, che voi mi
scriviate la volont del Papa, e io non uscir di quella: e pregovi
l'abbiate da lui e da sua parte me la scriviate, per poter meglio e con
pi amore ubidire, e anche per potermi un d, quando acadessi, con le
vostre lettere giustificare.

Altro non m'acade. Se non so scrivere quello che voi saprete intendere,
non vi maravigliate, che  perduto el cervello intieramente. Voi sapete
l'animo mio: saprete quello di chi s' a ubidire. Rispondete, ve ne
priego. A d primo di novembre 1526.

          Vostro MICHELAGNIOLO scultore a San Lorenzo in Firenze.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 10 di novembre 1526.

CDIV.

(_A Giovanni Spina in Firenze_).


Giovanni. -- A me pare che si dia licenzia a Piero Buonacorsi, perch qui
non  pi di bisognio. Se voi lo volete tenere per fargli questo bene,
tenetelo quanto a voi pare. Io ve lo scrivo, perch io non voglio essere
quello che lo tenga, n quello che gitti via e' danari del Papa, come 
stato detto. Per vi prego l'avisiate, quant' pi presto, meglio, acci
che e' pensi a' casi sua: che e' non s'abbi poi da dolere, non gniene
avendo fatto intendere.[361]

                    Vostro MICHELAGNIOLO a voi si racomanda.


  [361] In testa della presente lettera  scritto dalla medesima
  mano di Michelangelo: Copia d'una mandata a Giovanni Spina, a d
  dieci novembre del 1526.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze,(1529).

CDV.

_A Ser Marcantonio del Cartolaio._[362]


Ser Marcantonio. -- Io son certo che voi eleggierete uomo da bene e
sofficente, molto pi che non saprei fare io; per volentieri d la voce
mia, con questo che e' me ne resti tanta, ch'i' possi poi favellare
anch'io.

                              Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


Patrone osservantissimo. -- Avendo la Signoria vostra datomi commissione
che io aluogassi la boce vostra pel Proveditore, di che l' data a
Pagolo di Benedetto Bonsi, uomo da bene e di sorte che la Signoria
vostra penso ne rester sodisfatta, et ad causa sappia la Signoria
vostra se ne contenti, desiderrei quella mi rispondessi per il presente
aportatore. E a quella mi raccomando.

                    Vostro SER MARCANTONIO Cancelliere a' Nove.


  [362]  la risposta di Michelangelo alla lettera di ser
  Marcantonio, che  sotto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Venezia, (25 di settembre 1529).

CDVI.

_Al mio caro amico Batista della Palla in Firenze._[363]


Batista amico carissimo. -- Io parti' di cost, com'io credo che voi
sappiate, per andare in Francia, e gunto a Vinegia, mi sono informato
della via, e mmi detto che andando di qua, s' a passare per terra
tedesca, e che gli  pericoloso e dificile andare. Per  pensato
d'intendere da voi, quando vi piaccia, se siate pi in fantasia
d'andare, e pregarvi, e cos vi prego me ne diate aviso, e dove voi
volete che io v'aspetti: e anderemo di compagnia. Io parti' senza far
motto a nessuno degli amici mia e molto disordinatamente: e bench io,
come sapete, volessi a ogni modo andare in Francia, e che pi volte
avessi chiesto licenzia, e non avuta, non era per che io non fussi
resoluto senza paura nessuna di vedere prima el fine della guerra. Ma
marted mattina, a d ventuno di setembre, venn'uno fuora della porta a
San Nicol dov'io ero a' bastioni, e nell'orechio mi disse, che e' non
era da star pi a voler campar la vita: e venne meco a casa, e quivi
desin, e condussemi cavalcature, e non mi lasci mai, che e' mi cav di
Firenze, mostrandomi che ci fussi el mio bene. O Dio o 'l diavolo
quello che si sia stato, io non lo so.

Pregovi mi rispondiate al di sopra della lettera, e pi presto potete,
perch mi consumo d'andare. E se non siate pi in fantasia d'andare,
ancora vi prego me n'avisiate, acci pigli partito d'andare el meglio
potr da me.[364]

                              Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [363] Questa lettera  importantissima sotto ogni rispetto,
  conoscendosi chiaramente per essa e dalla bocca medesima di
  Michelangelo, che egli fugg di fatto da Firenze, non perch gli
  mancasse l'animo a durare nella difesa della patria; ma perch
  tem di capitar male per opera de' suoi nemici di dentro.

  [364] Michelangelo il Giovane ha scritto dietro la lettera:
  Dettemela non mi ricordo chi: credo il canonico Nori.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (26 di giugno 1531).

CDVII.

(_A Sebastiano del Piombo in Roma_).[365]


Sebastiano mio caro. -- Io vi do troppa noia: portate in pace, e pensate
d'avere a essere pi glorioso a risucitare morti che a fare figure che
paino vive. Circa la sepultura di Iulio io v' pensato pi volte, come
mi scrivete, e parmi che e' ci sia dua modi di disobbrigarsi: l'uno 
farla, l'altro  dare loro e' danari che la si facci per le lor mane; e
di questi dua modi non s' a pigliar se non quello che piacer al Papa.
El farla io, secondo me, non piacer al Papa, perch non potrei
attendere alle cose sue: per sarebbe da persuader loro; io dico chi 
sopra tal cosa per Giulio; che pigliassino e' danari e facessino farla
loro. Io darei disegni e modelli, e ci che e' volessino, co' marmi che
ci sono lavorati. Aggiugnendovi dumila ducati, io credo che e' si
farebbe una bella sepultura; e cci de' giovani che la farebbon meglio
che non farei io. Quando si pigliasse quest'ultimo modo di dar loro e'
danari che e' la facessin fare, io potrei contar loro ora mille ducati
d'oro, e in qualche modo poi gli altri mille; purch e' si risolvino di
cosa che piacci al Papa: e quando e' sieno per mettere a effetto
quest'ultimo, io vi scriverr in che modo si potranno far gli altri
mille ducati, che credo non dispiacer.

Io non vi scrivo lo stato mio particolarmente, perch non acade: solo vi
dico questo, che tremila ducati che portai a Vinegia[366] tra oro e
moneta, diventorno, quand'io tornai a Firenze, cinquanta, e tolsemene el
Comune circa mille cinquecento. Per io non posso pi; ma troverassi de'
modi; e cos spero, visto el favore che mi promette el Papa. Sebastiano,
compare carissimo, io sto saldo nei detti modi e pregovi ne tocchiate
fondo.


  [365] Pubblicata dal Gaye. _Carteggio inedito d'Artisti_, ec.,
  tomo III, pag. 373.

  [366] Quando, fuggito da Firenze, fu sul finire del settembre 1529
  a Venezia.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (di luglio 1531).

CDVIII.

(_A Fra Sebastiano del Piombo_).[367]


Frate Sebastiano compar carissimo. -- I'  avuto tre vostre lettere: alle
dua prime risposi, e la risposta della prima vi mandai per mezzo di
messer Bartolomeo Angiolini cost a un suo amico, il quale scrisse qua
averla data in persona nelle vostre mani; dipoi la seconda risposta
della seconda vostra mandai per quello avisasti, la quale intendo per
questa da voi, sola quella abbiate ricievuta.


  [367]  tolta dal codice autografo delle _Poesie_ di Michelangelo
  conservato nell'Archivio Buonarroti, ed  scritta sotto il
  madrigale che comincia: _Se 'l fuoco alla bellezza fusse equale_.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (del marzo 1532).

CDIX.

(_A Fra Sebastiano del Piombo_).


Frate Sebastiano. -- Io vi prego per carit che diciate a messer Lodovico
del Milanese, overo lo preghiate, che mandi a ser Giovan Francesco la
sua pensione. Farete grandissimo piacere a me, e maggiore a lui, perch
 a pagare assai danari e non  il modo. Ve lo raccomando.[368]


  [368] A questa lettera Sebastiano rispose a' 25 di marzo del 1532.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (di maggio 1532).

CDX.

(_Ad Andrea Quaratesi in Pisa_).


Andrea mio caro. -- Io vi scrissi circa un mese fa com'io avevo fatto
vedere e stimare la casa, e per quanto la si poteva dare in questi
tempi: e scrissivi ancora che io non credevo che voi la trovassi da
vendere; perch avend'io a pagare per la mia cosa di Roma[369] dumila
ducati; che saranno tremila con certe altre cose;  voluto, per non
restare ignudo, vendere case e possessione, e dare la lira per dieci
soldi: e non  trovato e non truovo. Per credo sare' meglio indugiare,
che gettare via.


  [369] Intendi per conto della sepoltura di papa Giulio, avendone
  Michelangelo fatta in Roma nuova convenzione cogli agenti del Duca
  d'Urbino mediante strumento del 29 d'aprile 1532.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (1 di gennaio 1533).

CDXI.

(_A messer Tommaso de' Cavalieri in Roma_).


Inconsideratamente, messer Tomao signor mio carissimo, fui mosso a
scrivere a vostra Signoria, non per risposta a alcuna vostra che
ricievuta avessi, ma primo a muovere, come se creduto m'avesse passare
con le piante asciutte un picciol fiume, overo per poca aqqua un
manifesto guado. Ma poi che partito sono dalla spiaggia, non che picciol
fiume abbi trovato, ma l'oceano con soprastante onde m' apparito
innanzi; tanto che se potessi, per non esser in tutto da quelle
sommerso, alla spiaggia ond'io prima parti', volentieri mi ritornerei.
Ma poi che son qui, farno del cuor rocca e anderno inanzi: e se io non
r l'arte del navicare per l'onde del mare del vostro valoroso ingegno,
quello mi scuser, n si sdegnier del mio disaguagliarsigli, n
desiderr da me quello che in me non : perch chi  solo in ogni cosa,
in cosa alcuna non pu aver compagni. Per la vostra Signoria, luce del
secol nostro unica al mondo, non pu sodisfarsi di opera d'alcuno altro,
non avendo pari n simile a s. E se pure delle cose mia, che io spero e
prometto di fare, alcuna ne piacer, la chiamer molto pi avventurata
che buona; e quand'io abbi mai a esser certo di piacere, come  detto,
in alcuna cosa a vostra Signoria, il tempo presente, con tutto quello
che per me  a venire, doner a quella: e dorrmi molto forte non potere
riavere il passato, per quella servire assai pi lungamente, che solo
con l'avenire, che sar poco, perch son troppo vechio. Non  altro che
dirmi. Leggiete il cuore, e non la lettera, perch la penna al buon
voler non pu gir presso.

 da scusarmi che nella prima mia mostrai maravigliosamente stupir del
vostro peregrino ingegnio, e cos mi scuso, perch  conosciuto poi in
quanto errore i' fui; perch quanto  da maravigliarsi che Dio facci
miracoli, tant' che Roma produca uomini divini. E di questo l'universo
ne pu far fede.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 1 di gennaio (1533).

CDXII.

(_A messer Tommaso de' Cavalieri in Roma_).[370]


Molto inconsideratamente mi missi a scrivere a vostra Signoria e fui il
primo prosuntuoso a muovere, come se per risposta d'alcuna di quella,
per debito l'avessi a fare; e tanto pi  dipoi conosciuto l'error mio,
quanto  letta e gustata, vostra merc, la vostra; e non che appena mi
parete nato, come in essa di voi mi scrivete, ma stato mille altre volte
al mondo: e io non nato, o vero nato morto mi reputerei, e direi in
disgrazia del cielo e della terra, se per la vostra non avessi visto e
creduto vostra Signoria accettare volentieri alcune delle opere mie: di
che n' auto maraviglia grandissima e non manco piacere: e se  vero che
quella cos senta di dentro, come di fuora scrive, di stimare l'opere
mie; se avviene che alcuna ne facci come desidero, che a lei piaccia, la
chiamer molto pi avventurata che buona. Non dir altro. Molte cose
alla risposta conveniente restano, per non vi tediare, nella penna, 
perch so che Pierantonio apportatore di questa sapr e vorr suprire a
quello che io manco. A d primo per me felice di gennaro.


                    Sarebbe lecito dare il nome delle cose che l'uomo
                    dona, a chi le riceve: ma per buono rispetto non
                    si fa in questa.[371]


  [370] Altra bozza della lettera precedente.

  [371] Forse intende di dire che sarebbe lecito di chiamare _amico_
  colui, al quale si  donata la propria amicizia.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (1 di gennaio 1533).

CDXIII.

_A messer Tommaso de' Cavalieri in Roma._[372]


Molto inconsideratamente mi missi a scrivere a vostra Signoria, e fui il
primo prosuntuoso a muovere, come se per risposta d'alcuna di quella per
debito l'avessi a fare: e tanto pi  dipoi conosciuto l'error mio,
quante  letta e gustata, vostra merc, la vostra: e non che appena mi
parete nato, come in essa di voi mi scrivete, ma stato mille altre volte
al mondo; e io non nato, overo nato morto mi reputo, e direi in
disgrazia del cielo e della terra, se per la vostra non avessi visto e
creduto vostra Signoria accettare volentieri alcune delle opere mie: di
che n' avuto maraviglia grandissima e non manco piacere. E quando sia
vero che quella cos senta di dentro come di fuora mi scrive, di stimare
l'opere mie, se avviene che alcuna ne facci come desidero, che a quella
piaccia, la chiamer molto pi aventurata che buona. Per non vi tediare,
non scriverr altro. Molte cose conveniente alla risposta restano nella
penna, ma Pierantonio amico nostro, che so che sapr e vorr suprire a
quel che io manco, le finir a boca.


                    Sarebbe lecito dare il nome delle cose che l'uomo
                    dona, a chi le riceve: ma per buon rispetto non
                    si fa in questa.


  [372] Altra bozza della medesima lettera.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 19 di marzo 1533.

CDXIV.

_A Francesco Galluzzi_ (_in Firenze_).[373]


Francesco. -- L'apportatore di questa sar Bernardo Basso, capomaestro
dell'Opera di San Lorenzo, al quale io vi prego pagiate la pigione
m'avete a dare: nne bisognio grandissimo, e saranno ben pagati. A voi
mi racomando.

  A d 19 di marzo 1532.

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI a San Lorenzo.


  [373] Francesco di Bernardo Galluzzi fino dal 1525 teneva a
  pigione una casa in via Ghibellina, che fu gi abitazione di
  Michelangelo, e ne pagava 22 fiorini larghi d'oro in oro l'anno.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (di luglio 1533).

CDXV.

(_A frate Sebastiano del Piombo in Roma_).


Compar mio caro. -- I'  ricievuto i dua Madrigali, e ser Giovan
Francesco gli  fatti cantare pi volte, e secondo che mi dice, son
tenuti cosa mirabile circa il canto: non meritavano gi tal cosa le
parole. Cos avete voluto: di che n' avuto piacere grandissimo, e
pregovi m'avisiate come m' a governare circa a questo verso di chi 
fatto, ch'i' paia manco igniorante e ingrato che sia possibile.

Dell'opera[374] qua non iscriverr altro per ora, perch mi pare averne
a questi di scritto assai, e sonmi ingegniato quant' potuto di imitare
la maniera e lo stil del Figiovanni in ogni particularit, perch mi par
molto a proposito a chi vuol dire di molte cose. Non mostrate la
lettera.

Avete data la copia de' sopradetti Madrigali a messer Tomao; che ve ne
resto molto obrigato e pregovi, se lo vedete, mi raccomandiate a lui
infinite volte; e quando mi scrivete, ne diciate qualche cosa per
tenermelo nella memoria; che se m'uscissi della mente, credo che sbito
cascherei morto.[375]


  [374] Delle sepolture medicee.

  [375] Questa bozza di lettera pare che sia del 28 luglio 1533,
  leggendosi in una di Sebastiano del 25 luglio che i detti
  Madrigali erano stati musicati da Costanzo Festa e dal Concilion,
  eccellentissimi maestri di quei tempi, e cantori della Cappella
  papale: de' quali Madrigali aveva Sebastiano dato due copie a
  messer Tommaso de' Cavalieri.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (28 di luglio 1533).

CDXVI.

(_A messer Tommaso de' Cavalieri in Roma_).


Signore mio caro. -- Se io non avessi creduto avervi fatto certo del
grandissimo, anzi smisurato amore che io vi porto, non mi sare' paruta
cosa strana, n mi sare' maraviglia il gran sospetto che voi mostrate
per la vostra avere avuto per non vi scrivere, che io non vi dimentichi.
Ma non  cosa nuova, n da pigliarne ammirazione, andando tante altre
cose al contrario, che questa vadi a rovescio anch'ella: perch quello
che vostra Signoria dice a me, io l'rei a dire a quella: ma forse
quella fa per tentarmi o per riaccender nuovo et maggior foco, se
maggior pu essere: ma sia come si vuole: io so bene che io posso a
quell'ora dimenticare il nome vostro, che 'l cibo di che io vivo; anzi
posso prima dimenticare el cibo di ch'io vivo, che nutrisce solo il
corpo infelicemente, che il nome vostro, che nutrisce il corpo e
l'anima, riempiendo l'uno e l'altra di tanta dolcezza, che n noia n
timor di morte, mentre la memoria mi vi serba, posso sentire. Pensate se
l'ochio avessi ancora lui la parte sua, in che stato mi troverrei.

        _Dall'altra parte del foglio  la seguente variante:_

.... e se pur certo n'eri e siate, dovevi e dovete pensare che chi ama 
grandissima memoria, e pu tanto dimenticar le cose che ferventemente
ama, quant'uno affamato il cibo di che e' vive: anzi molto meno si pu
l'uomo dimenticar le cose amate, che 'l cibo di che l'uom vive; perch
quelle nutriscono il corpo e l'anima: l'uno con grandissima sobriet, e
l'altra con felice tranquillit et con aspettazione d'eterna salute.

                           _Altra variante:_

Anzi molto pi pu dimenticar l'uomo il cibo, di che 'l corpo si
nutriscie e vive, perch quello spesso il conduce in somma miseria e
gravezza; che e' non pu dimenticar le cose amate, che con tranquilla
felicit gli promettono eterna salute.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (28 di luglio 1533).

CDXVII.

(_A messer Tommaso de' Cavalieri in Roma_).[376]


Messer Tomao, signor mio caro. -- Bench io non rispondessi all'ultima
vostra, non credo che voi crediate che io abbi dimenticato o possa
dimenticare el cibo di che io vivo, che non  altro che 'l nome vostro:
per non credo, bench io parli molto prosuntuosamente, per esser molto
inferiore, che nessuna cosa possa impedire l'amicizia nostra.[377]


  [376] Altro principio della precedente lettera.

  [377] Se queste lettere fossero veramente, come appariscono,
  indirizzate al Cavalieri, noi non sapremmo spiegare certe
  espressioni usate da Michelangelo; come: _Luce del secol nostro
  unica al mondo: che non ha pari n simile a s_; anzi rispetto al
  Cavalieri, giovane ancora, e sebbene non senza qualche ingegno,
  pure di troppo minore di quelle lodi, esse ci parrebbero non che
  eccessive, ma ancora strane. Solamente, tenendo che in realt le
  lettere, o almeno il loro contenuto, dovessero per mezzo di messer
  Tommaso essere comunicate alla Vittoria Colonna, quelle
  espressioni si spiegano. Certo Michelangelo non poteva con verit
  dire di essere _molto inferiore_ al Cavalieri, come benissimo
  poteva e con ragione riconoscersi tale appetto alla Colonna. Pure
  sar sempre in qualche modo oscuro, come Michelangelo per far
  conoscere l'affetto suo, che egli non dubita di chiamare
  _grandissimo, anzi smisurato amore_, verso quella nobilissima e
  virtuosa donna, stimasse migliore espediente, almeno in su i
  principii di quello, di significarlo per lettere scritte ad altri,
  piuttostoch indirizzate a lei. La quale non si pu credere che
  non accogliesse volentieri le dichiarazioni d'amicizia di
  Michelangelo; perch alla Colonna pi che le lodi del mondo
  dovevano fare pi dolce forza, e meglio contentare il suo cuore di
  donna e di letterata, quelle sincere e spontanee del grande
  artista, al quale avevano portato e portavano altissima reverenza
  ed amore fino i Papi ed i Monarchi.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (11 di ottobre 1538).

CDXVIII.

(_A Bartolommeo Angiolini in Roma_).[378]


la gatta e .... pace e triegua .... che le bestie mia .... da
maravigliarsi di m .... glierei quand'io potessi fa .... ma di vivere
solamente .... anima mia a messer Tomao com .... pensare quanto come
senza essa io possa stare (_non che vivere, avendogli_) prima dato il
core. Potete ancora considerare .... come resta, e com'io viva, sendo s
lontano dall'uno .... per se io desidero come senza alcuna
entermissione giorno e n(_otte_) di esser cost, non  per altro che per
tornare in vita, la qual cosa non pu esser senza l'anima: e perch il
core  veramente la casa dell'anima, e essendo prima il mio nelle mani
di colui a chi voi l'anima mia avete data, natural forza era di
ritornalla al luogo suo. (_variante_:) natural forza v' fatto
ritornarla al suo proprio loco. Cos avessi voi potuto fare del corpo!
che volentieri sarebbe ito nel medesimo loco ito (_sic_) e con l'anima
sua, e non sarei qua i tanti affanni: ma se non  stato, possa essere
quante pi presto, meglio, n possa in eterno vivere altrove.

Bartolomeo mio caro, bench e' paia ch'io motteggi con esso voi,
sappiate che io dico pur da buon senno, che son venti anni e venti
libbre invechiato e diminuito, poich sono qua, e non so se 'l Papa si
parte di cost, quello s'abbi (_a far_) di me, n dove si vorr ch'i'
stia.


  [378] La lettera  stracciata da una parte. A questa rispose
  l'Angiolini con una sua de' 18 ottobre.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 15 di ottobre 1533.

CDXIX.

(_A messer Giovambattista Figiovanni in Firenze_).


Messer Giovanbatista, patron mio caro. -- All'ultimo di questo mese
finiscono i quatro mesi che io giunsi a Firenze per conto del Papa: e 'l
primo de' detti quatro mesi voi mi portasti la provigione; io non la
volsi, e dissivi che voi me la serbassi. Voi mi rispondesti se avevi a
scrivere al Papa, che io l'avessi avuto: vi dissi, che voi scrivessi il
vero: dipoi mi mostrasti una lettera del Papa, che diceva che voi non
guardassi alle mia parole e che voi me la dssi. Ora io vorrei fare pi
danari che io posso per isbrigar pi presto la cosa mia di Roma; e
domandassera r finiti dua modelli picoli che io fo pel Tribolo, e
marted vo' partire a ogni modo. Per la provigione vi dissi mi
serbassi, vi prego me la diate; cio me la diate di dua mesi; e gli
altri dua mesi doner al Papa. Faretemi grandissimo piacere, restandovi
sempre ubrigato.

  Add 15 d'ottobre 1533.

          Vostro MICHELAGNIOLO in casa i Macciagnini in Firenze.[379]


  [379] Sotto Michelangelo stesso vi ha aggiunto: Copia d'una
  lettera al Figiovanni il sopradetto d.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (di dicembre 1533).

CDXX.

_A Febo_ (_di Poggio?_).


Febo. -- Bench voi mi portiate odio grandissimo; non so perch; non
credo gi per l'amore che io porto a voi, ma per le parole d'altri, le
quale non doverresti credere, avendomi provato; non posso per fare che
io non vi scriva questo. Io parto domattina, e vo a Pescia a trovare il
cardinale di Cesis e messer Baldassarre:[380] andr con loro insino a
Pisa; dipoi a Roma:[381] e non torner pi di qua: e fvi intendere, che
mentre ch'i' vivo, dovunche io sar, sempre sar al servizio vostro con
fede e con amore, quanto nessuno altro amico che abbiate al mondo.

Prego Iddio perch v'apra gli ochi per un altro verso, acci che voi
conosciate che chi desidera il vostro bene pi che la salute sua, sa
amare e non odiare come nemico.


  [380] Turini da Pescia.

  [381] Part per Roma sul fine di quel mese.




  RACCOLTA DI B. PINO.      Di Roma, (del settembre 1537).

CDXXI.

(_A messer Pietro Aretino in Venezia_).[382]


Magnifico messer Pietro, mio signore e fratello. -- Nel ricever della
vostra lettera ho avuto allegrezza e dolore insieme; sonmi molto
allegrato per venire da voi, che siete unico di virt al mondo: et anco
mi sono assai doluto, perci che avendo compta gran parte della
istoria, non posso mettere in opera la vostra immaginazione, la quale 
s fatta, che se 'l d del Giudizio fosse stato, et voi l'aveste veduto
in presenzia, le parole vostre non lo figurerebbono meglio. Or per
rispondere allo scrivere di me, dico che non solo l' caro, ma vi
supplico a farlo; da che i Re e gli Imperatori hanno per somma grazia,
che la vostra penna gli nomini. In questo mezzo, se io ho cosa alcuna
che vi sia a grado, ve la offerisco con tutto il cuore. Et per ultimo,
il vostro non voler capitare a Roma non rompa, per conto del veder la
pittura che io faccia, la sua deliberazione, perch sarebbe pur troppo.
Et mi raccomando.

                              MICHEL'AGNOLO BUONAROTI.


  [382]  stampata nel libro I a pag. 287 della _Nuova scelta di
  Lettere di diversi nobilissimi ingegni_, ec., fatta da messer
  Bernardino Pino: Venezia, 1574, in-8. Fu poi ristampata nel vol.
  II delle _Pittoriche_: ed  in risposta ad una dell'Aretino del 13
  di settembre del detto anno, dove vorrebbe che Michelangelo
  seguisse un suo concetto circa al modo di rappresentare in pittura
  il _Giudizio_.




  BIBLIOTECA NAZIONALE IN FIRENZE.      Di Roma, 20 di gennaio 1542.

CDXXII.

(_A messer Niccol Martelli in Firenze_).[383]


Messer Niccol. -- I'  da messer Vincenzo Perini una vostra lettera con
dua sonetti et uno madrigale. La lettera e 'l sonetto diritti a me sono
cosa mirabile, tal che nessuno potrebbe essere tanto ben gastigato, che
in lor trovassi cosa da gastigare. Vero  che mi dnno tante lodi, che
se io avessi il paradiso in seno, molte manco sarebbono a bastanza.
Veggo vi siate immaginato ch'io sia quello che Dio 'l volessi ch'io
fussi. Io sono un povero uomo e di poco valore, che mi vo afaticando in
quell'arte che Dio m' data, per alungare la vita mia il pi ch'io
posso; et cos com'io sono, son servitore vostro et di tutta la casa de'
Martelli; et della lettera et de' sonetti vi ringrazio, ma non quanto
sono ubbrigato, perch non aggiungo a s alta cortesia. Son sempre
vostro. Di Roma alli XX di gennaio l'anno XLII.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [383]  in risposta ad una del Martelli, e si trova copiata nel
  Libro de' _Capitoli dell'Accademia degli Umidi_: manoscritto
  originale nella Nazionale di Firenze, classe VII, codice IV, 2. Si
  legge ancora tra le _Pittoriche_, vol. VI, pag. 98 (Edizione del
  Silvestri): ma oltre essere un po' rammodernata, manca dell'anno e
  del luogo. Nella stampa la lettera dal Martelli diretta a
  Michelangelo  del 4 dicembre 1540. Perci o  sbagliata la data
  di questa, o di quella di Michelangelo.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,(1542).

CDXXIII.

(_A messer Luigi del Riccio in Roma_).


Questo[384] mandai pi tempo fa a Firenze. Ora perch l' rifatto pi al
proposito, ve lo mando, acci che piacendovi lo diate al foco, cio a
quello che m'arde. Ancora vorrei un'altra grazia da voi, e questa  che
mi cavassi d'una certa ambiguit in che io son rimasto stanotte, che
salutando l'idolo nostro in sognio, mi parve che ridendo mi minacciassi;
e io non sappiendo a qual delle dua cose m'abbia a tenere, vi prego lo
intendiate da lui, e domenica riveggiendoci, me ne ragguagliate.

                              Vostro con infiniti obbrighi e sempre


Se vi piace, fatelo scriver bene e datelo a quelle corde che legan gli
uomini senza discrezione, e racomandatemi a messer Donato.[385]


  [384] Intendi: _Madrigale_.

  [385] Giannotti.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,(1542).

CDXXIV.

_A messer Luigi del Riccio, amico carissimo._


Messer Luigi. -- Io vi mando un sacco di carte scritte, acci che vostra
Signoria vegga quale  quella che s' a mandare al Cortese, e quella che
 dessa, prego dica a Urbino che la facci copiare e che l'aspetti e
paghi, e dipoi la porti al detto Cortese: e non possendo oggi vostra
Signoria attendere a ci, Urbino mi riporti dette scritte, e
rimanderovele un'altra volta quando sar tempo.

Ancora prego vostra Signoria mi mandi la mia poliza e quella del Perino
overo di Pierino, e ancora quel sonetto che io vi mandai, acci che io
lo racconci e faccigli dua ochi, come mi dicesti.

                              Vostro MICHELAGNIOLO.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (d'agosto 1542).

CDXXV.

(_A messer Luigi del Riccio in Roma_).


Messer Luigi, signor mio caro. -- D'un grandissimo piacere vi prego
quanto so e posso: e questo , che veggiate certo scritto che  fatto
per me il Cortese, perch io non lo intendo, e non vi posso andare, come
vi raguaglier Urbino. E per non gli parere ingrato, vi prego
ringraziate sua Signoria e racomandatemegli; e voi mi perdonate della
troppa sicurt.

                              Vostro MICHELAGNIOLO.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,(1542).

CDXXVI.[386]

_A messer Luigi del Riccio, signor mio caro e amico fedele._


Messer Luigi, signor mio caro. -- El mio amore  retificato al contratto
che io gli  fatto di me; ma dell'altra retificagione[387] che voi
sapete, non so gi quello che me ne pensi: per mi racomando a voi e a
messer Donato e al terzo, poi o prima come volete.

          Vostro pieno d'affanni MICHELAGNIOLO BUONARROTI, Roma.


Cose vechie dal fuoco senza testimone.


  [386]  nel codice autografo delle _Poesie_ di Michelangelo sotto
  il madrigale: _Per c'al superchio ardore_.

  [387] Parla della ratificazione del contratto stipulato
  coll'oratore del Duca d'Urbino a' 20 d'agosto 1542 per conto della
  sepoltura di papa Giulio II.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,(1542).

CDXXVII.

(_A messer Luigi del Riccio in Roma_).[388]


Messer Luigi. -- Voi c'avete spirito di poesia, vi prego che m'abreviate
e raconciate uno di questi madrigali quale vi pare il manco tristo,
perch l' a dare a un nostro amico.

                              Vostro MICHELAGNIOLO.


  [388] Nel Codice detto, sotto il madrigale: _Non  senza periglio
  Il tuo volto divino_.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,(1542).

CDXXVIII.

_A messer Luigi del Riccio in Banchi_.[389]


Messer Luigi, signor mio caro. -- Il canto d'Arcadente[390]  tenuto cosa
bella; e perch secondo il suo parlare non intende avere fatto manco
piacere a me, che a voi che lo richiedesti, io vorrei non gli essere
sconoscente di tal cosa. Per prego pensiate a qualche presente da
fargli o di drappi o di danari, e che me n'avisiate; e io non r
rispetto nessuno a farlo. Altro non  che dirvi: a voi mi racomando, e a
messer Donato, e al cielo e alla terra.

                              Vostro MICHELAGNIOLO un'altra volta.


  [389] Nel Codice detto, sotto la poesia: _Spargendo il senso il
  troppo ardor cocente_.

  [390] Arcadelt o Arcadente, musico eccellente fiammingo, il quale,
  al pari del Festa e del Concilion, aveva messo in musica alcuni
  madrigali di Michelangelo.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,(1542).

CDXXIX.

(_A messer Luigi del Riccio in Roma_).


Messer Luigi. -- E' mi parebbe di far di non parere ingrato verso
Arcadente. Per se vi pare usargli qualche cortesia, sbito vi render
quello che gli darete. Io  un pezzo di raso in casa per un giubbone,
che mi lev messer Girolamo. Se vi pare, ve lo mander per dargniene.
Ditelo a Urbino o a altri, quello che vi pare. Di tutto vi sodisfar.

                              Vostro MICHELAGNIOLO.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,(1542).

CDXXX.

_A messer Luigi del Riccio, amico carissimo._


Messer Luigi. -- Chi  povero e non  chi 'l serva, fa di questi errori.
Io non potetti ieri n venire n rispondere alla vostra, perch le mia
brigate tornorno di notte a casa. Per mi scuso con esso voi; e voi
prego mi scusiate con messer Silvestro,[391] e racomandatemi a
Cechino.[392]


  [391] Da Montauto.

  [392] Bracci.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (del luglio 1542).

CDXXXI.

(_A messer Luigi del Riccio in Roma_).


Messer Luigi, signor mio caro. -- Io vi mando per Urbino che sta meco,
scudi venti che vostra Signoria gli dia a maestro Giovanni per l'opera
che sapete; e cavando di detta opera ancora detto Urbino, mi bisognia
darne altri venti a lui, che saranno quaranta: che r gi speso cento
quaranta scudi: e di detta opera non  fatto per sessanta. Settanta
cinque scudi r avuti maestro Giovanni, che ve ne guadagnia su trenta,
e 'l resto de' cento che io dtti prima, da cinquanta cinque che prese
maestro Giovanni per insino in cento,  speso Urbino in giornate e in
marmi, poich la compagnia si divise: e non  auto in dua mesi niente;
che rebbe aver di guadagnio il medesimo che maestro Giovanni, cio
trenta scudi, cavandolo dell'opera; ma con venti lo contenter.[393]

Poich fu fatto e scritto el giudicio della quantit fatto di sopradetta
opera, l' misurata da me, e non trovo che ne sie fatta la decima parte.
Ma  ben caro che gli uomini che giudicorno, dicessino la settima in
favore di maestro Giovanni, perch non si potessi dolere. Ma non v'
rimedio: e se nessuno avessi da dolersi, sarei io pi che gli altri, che
ci  perduto dua mesi di tempo per impacciarmi con ....[394] ma pi mi
duole lo sdegnio del Papa, che dugento scudi.

Piglio troppa sicurt in vostra Signoria. Iddio mi dia di poterla
ristorare.

Maestro Giovanni  a liberare i marmi che son rimasi a Campidoglio;
quegli che poi che e' ne fu pagato, non gli lasci levare: che fu una
delle cagioni della questione nata tra loro: e cos  a fare fine d'ogni
altra cosa.

                              Vostro MICHELAGNIOLO: Roma.


  [393] Con contratto del 16 di maggio 1542 il Buonarroti aveva
  allogato a maestro Giovanni de' Marchesi da Saltri, scarpellino
  abitante in Roma, ed a Francesco d'Amadore detto _l'Urbino_, suo
  servitore, il resto del lavoro del quadro della sepoltura di papa
  Giulio che doveva andare in San Pietro in Vincoli. Ma essendo nata
  differenza fra maestro Giovanni e Francesco, ed avendo essi di
  comune consenso ceduto a Michelangelo la detta opera; egli di
  nuovo la riallog a loro nel giugno di detto anno, con altri patti
  e convenzioni. E perch la differenza che era tra loro consisteva
  pi che in altro nella quantit del lavoro che ciascuno pretendeva
  di avere fatto in quell'opera, furono chiamati a stimarlo tre
  maestri, i quali dettero il loro lodo agli otto di luglio
  seguente. Ma siccome di questo lodo pare che non fossero in tutto
  rimasti contenti Giovanni e l'Urbino, restando sempre qualche
  cagione di lite tra loro; cos Michelangelo vi mise di mezzo Luigi
  del Riccio, perch vedesse modo di accordarli. Il secondo
  contratto e il lodo sono riferiti dal Gaye nel vol. II del
  _Carteggio inedito_, ec., pag. 293 e seg.

  [394] Questo spazio  nell'originale.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (di luglio 1542).

CDXXXII.

_A messer Luigi del Riccio in Roma._


Messer Luigi Signior mio caro. -- Vostra Signoria  maneggiata questa
discordia che  nata fra Urbino e maestro Giovanni, e per non ci avere
interesso, ne potr dare buon giudicio. Io per fare bene all'uno e
all'altro,  dato loro a fare l'opera che sapete. Ora perch l'uno 
troppo tacagnio, e l'altro non  manco pazzo,  nata tal cosa tra loro,
che ne potre' seguire qualche grande scandolo o di ferite o di morte; e
quando tal cosa seguissi o nell'uno o nell'altro, mi dorrebbe di maestro
Giovanni, ma molto pi di Urbino, perch l' allevato. Per mi parrebbe,
se la ragione lo patisce, cacciar via l'uno e l'altro e che l'opera mi
restasse libera, acci che il lor cattivo cervello non mi rovini e che
io la possa seguitare. E perch  stato detto che la detta opera io la
divida, e diene una parte all'uno e una all'altro, questo io non lo
posso fare e a darla[395] .... a un solo di lor dua, farei ingiuria a
quello a chi io non la dssi. Per non mi pare che e' ci sia altro
riparo che lasciarmi l'opera libera, acci la possa seguitare; e de'
danari, cio cento scudi che io  dati e delle fatiche loro, se
l'acconcino tra loro in modo che io non perda. E di tal cosa vostra
Signoria prego gli metta d'acordo il meglio che si pu, perch  opera
di carit. E perch forse ci sar qualcuno che vorr mostrare d'aver
fatto quel poco che  fatto, tutto lui, e di restare avere, oltre a'
ricevuti, molti altri danari; quando questo sia, io potr mostrare
ancora io d'avere nella detta opera perduto un mese di tempo per la loro
ignioranza e bestialit, e tenuto adrieto l'opera del Papa, che m'
danno di pi di dugento scudi; in modo che molto pi r aver io da
loro, che loro dall'opera.

Messer Luigi, io  fatto questo discorso a vostra Signoria in iscritto,
perch a farlo a boca presente gli uomini mi spargo tutto in modo in
loro, che non mi resta fiato da parlare.

          Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI al Macello de' Poveri.


  [395] Il foglio  lacero.




  BIBLIOTECA NAZIONALE DI FIRENZE.      Di Roma, 20 di luglio 1542.

CDXXXIII.

_Supplica a papa Paolo III._[396]


Avendo messer Michelagnolo Buonarroti tolto a fare pi f la sepoltura
di papa Iulio in Santo Piero in Vincola con certi patti et conventioni,
come per uno contratto rogato per messer Bartolomeo Cappello sotto d 18
di aprile 1532 appare; et essendo di poi ricerco et astretto dalla
Santit di N. S. papa Paulo Terzo di lavorare e dipignere la sua nova
cappella, non possendo attendere al fornire della sepoltura et a quella;
per mezo di sua Santit di nuovo riconvenne con lo illustrissimo signor
duca di Urbino, al quale  rimasta a cura la prefata sepoltura, come per
una sua lettera de' d 6 di marzo 1542 si vede; che di sei statue che
vanno in detta sepoltura, detto messer Michelagnolo ne potessi allogare
tre a buono et lodato maestro, il quale le fornissi et ponessi in detta
opera; et le altre tre, fra le quali fussi il Moises, le havessi lui a
fornire di sua mano et cos fussi tenuto far fornire il quadro, cio il
resto dell'ornamento di detta sepoltura, secondo il principio fatto.
Onde per dare esecuzione a detto accordo, il prefato messer Michelagnolo
allog a fornire le dette tre statue, quali erano molto innanzi, cio
una Nostra Donna con il Putto in braccio, ritta, et uno Profeta et una
Sibilla a sedere, a Raffaello da Montelupo, fiorentino, aprovato fra e'
migliori maestri di questi tempi, per scudi quattrocento, come per la
scritta fra loro appare; et il resto del quadro et ornamento della
sepoltura, eccetto l'ultimo frontispitio, als allog a maestro Giovanni
de' Marchesi et a Francesco da Urbino, scarpellini et intagliatori di
pietre, per scudi settecento, come per obrighi fra loro apare.
Restavagli a fornire le tre statue di sua mano, cio un Moises et dua
prigioni: le quali tre statue sono quasi fornite. Ma perche li detti dua
prigioni furno fatti quando l'opera si era disegnata che fussi molto
maggiore, dove andavano assai pi statue; la quale poi nel sopradetto
contratto fu risecata et ristretta; per il che non convengono in questo
disegno, n a modo alcuno ci possono stare bene; per detto messer
Michelagnolo per non mancare a l'onore suo, dtte cominciamento a dua
altre statue che vanno dalle bande del Moises, la Vita contemplativa et
la attiva, le quali sono assai bene avanti, di sorta che con facilit si
possono da altri maestri fornire. Et essendo di nuovo detto messer
Michelagnolo ricerco, et sollecitato dalla detta Santit di N. S. papa
Paulo Terzo a lavorare et fornire la sua cappella, come di sopra 
detto; la quale opera  grande et ricerca la persona tutta intera et
disbrigata da altre cure; essendo detto messer Michelagnolo vechio, et
desiderando servire sua Santit con ogni suo potere; essendone als da
quella astretto e forzato, n possendo farlo se prima non si libera in
tutto da questa opera di papa Iulio, la quale lo tiene perplesso della
mente e del corpo; suprica sua Santit, poi che  resoluta che lui
lavori per lei, che operi collo illustrissimo signor duca d'Urbino, che
lo liberi in tutto da detta sepoltura, cassandogli et anullandoli ogni
obrigazione fra loro con li sottoscritti onesti patti. In prima detto
messer Michelagnolo vuole licenzia di possere allogare le altre due
statue che restono a finire, al detto Raffaello da Montelupo o a
qualsivoglia altri a piacimento di sua Eccellenzia, per il prezo onesto
et che si troverr, che pensa sar scudi 200 in circa, et il Moises vuol
dare finito da lui; et di pi vuole dipositare tutta la somma de' danari
che andranno in fornire del tutto la detta opera; ancora che li sia
scommodo et che in la detta opera abbia messo in grosso; cio il resto
di quello che non avesse pagato a Raffaello da Montelupo per fornire le
tre statue allogatoli, come di sopra, che sono circa scudi 300, et il
resto di quello non avesse pagato della fattura del quadro et ornamento,
che sono circa scudi 500, et li scudi 200, o quello bisogner per
fornire le dua statue utime et di pi ducati cento che andranno in
fornire l'utimo frontispizio dell'ornamento di detta sepoltura: che in
tutto sono scudi 1100 in 1200 o quelli bisogner, quali dipositer in
Roma in sur uno banco idoneo a nome del prefato illustrissimo signor
Duca, suo et de l'opera, con patti espressi che abbino a servire per
fornire detta opera et non altro; n si possino per altra causa toccare
o rimuovere. Et , oltre a questo, contento, per quanto potr, avere
cura a detta opera di statue et ornamento che sia fornita con quella
diligenzia che si ricerca: et a questo modo sua Eccellentia sar sicura
che l'opera si fornir e sapr dove sono i danari per tale effetto; et
potr per sua ministri farla di continuo sollecitare et condurre a
prefezione: il che  a desiderare, essendo messer Michelagnolo molto
vechio et occupato in opera da tenerlo tanto, che a fatica r tempo a
fornirla, non che fare altro. Et messer Michelagnolo rester in tutto
libero et potr servire et sadisfare al desiderio di sua Santit, la
quale suprica che ne facci scrivere a sua Eccellenzia, che ne dia qua
ordine idoneo et ne mandi proccura sufiziente per liberarlo da ogni
contratto et obrigazione che fussi fra loro.[397]


  [396]  scritta di mano di Luigi del Riccio, e trovasi nel codice
  303 della classe XXXVII della Biblioteca Nazionale di Firenze. Fu
  pubblicata dal Gaye nel vol. II del _Carteggio inedito_, ec., pag.
  297.

  [397] _Nell'occhietto_: 1542. Copia d'una scritta data messer
  Michelagnolo Buonarroti a messer Piergiovanni, guardaroba di
  Nostro Signore, a d 20 di luglio 1542.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (dell'ottobre 1542).

CDXXXIV.

_A messer Luigi del Riccio._


Messer Luigi, amico caro. -- Io son molto sollecitato da messer Pier
Giovanni[398] al cominciare a dipigniere: come si pu vedere, ancora per
quattro o sei d non credo potere, perch l'aricciato non  secco in
modo che si possa cominciare. Ma c' un'altra cosa che mi d pi noia
che l'aricciato, e che non che dipigniere, non mi lascia vivere; e
questa  la retificagione che non viene, e conosco come m' date parole,
in modo che io sono in gran disperazione. Io mi son cavato del cuore
mille quattro cento scudi, che m'rebbon servito sette anni a lavorare,
che avrei fatto dua sepulture non che una: e questo  fatto per potere
stare in pace, e servire il Papa con tutto il cuore. Ora mi truovo manco
i danari e con pi guerra e afanni che mai. Quello che  fatto circa i
detti danari, l' fatto col consenso del Duca, e col contratto della
liberazione; e ora che io gli  sborsati, non vien la retificagione: in
modo che si pu molto ben vedere che significa questa cosa, senza
scriverlo. Basta, che per la fede di trentasei anni, e per essersi
donato volontariamente a altri, io non merito altro: la pittura e la
scultura, la fatica e la fede m'n rovinato, e va tuttavia di male in
peggio. Meglio m'era ne' primi anni che io mi fussi messo a fare
zolfanelli, ch'i' non sarei in tanta passione! Io scrivo questo a vostra
Signoria, perch come uno che mi vuol bene e che  maneggiata la cosa e
sanne il vero, la far intendere al Papa, acci che e' sappi che io non
posso vivere non che dipigniere: e se  dato speranza di cominciare, l'
data con la speranza della detta retificagione; che  gi un mese che ci
aveva a essere. Non voglio pi stare sotto questo peso, n essere ogni
d vituperato per giuntatore da chi m' tolto la vita e l'onore. La
morte o 'l Papa solo me ne posson cavare.

                              Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [398] Aliotti, guardaroba del Papa, e vescovo di Forl.




  BIBLIOTECA NAZIONALE DI FIRENZE.      Di Roma, (d'ottobre 1542).

CDXXXV.[399]

_A Monsignore_....................


Monsignore. -- La vostra Signoria mi manda a dire che io dipinga, et non
dubiti di niente. Io rispondo, che si dipinge col ciervello et non con
le mani; et chi non pu avere il ciervello seco, si vitupera: per fin
che la cosa mia non si acconcia, non fo cosa buona. La retificagione
dell'utimo contratto non viene; e per vigore dell'altro, fatto presente
Clemente,[400] sono ogni d lapidato come se havessi crocifixo Cristo.
Io dico che detto contratto non intesi che fussi recitato presente papa
Clemente, come ne ebbi poi la copia: et questo fu, che mandandomi il d
medesimo Clemente a Firenze, Gianmaria da Modena[401] imbasciadore fu
col notaio, et fecielo distendere a suo modo; in modo che quand'io
tornai, e che io lo riscossi, vi trovai su pi mille ducati che non si
era rimasto; trova'vi su la casa dov'io sto, et cierti altri uncini da
rovinarmi; che Clemente non gli re' sopportati: et frate Sebastiano ne
pu essere testimonio, che volse che io lo faciessi intendere al Papa, e
fare appiccare il notaio: io non volsi, perch non restavo obrigato a
cosa ch'io non l'avessi potuta fare, se fussi stato lasciato. Io giuro
che non so d'avere avuti i danari che detto contratto dicie, et che
disse Gianmaria che trovava che io havevo havuti. Ma pogniamo che io li
abbia havuti, poi che io gli  confessati, et che io non mi posso
partire dal contratto, e altri danari, se altri se ne trova, e faccisi
una massa d'ogni cosa, e vegasi quello ch' fatto per papa Iulio a
Bologna, a Firenze e a Roma, di bronzo, di marmo e di pittura, et tutto
il tempo ch'io stetti seco, che fu quanto fu Papa; et vegasi quello che
io merito. Io dico che con buona coscienza, secondo la provisione che mi
d papa Pagolo, che dalle rede di papa Iulio io resto avere cinquemilia
scudi. Io dico ancora questo: che (_se_) io  avuto tal premio delle mie
fatiche da papa Iulio, mie colpa, per non mi essere saputo governare;
che se non fussi quello che m' dato papa Pagolo, io morrei oggi di
fame. E secondo questi imbasciadori, e' pare che e' mi abbi aricchito,
et che io abbi rubato l'altare: e fanno un gran romore: et io saprei
trovar la via da fargli star cheti, ma non ci sono buono. Gianmaria
imbasciadore a tempo del Duca vechio,[402] poi che fu fatto il contratto
sopradetto, presente Clemente, tornando io da Firenze, e cominciando a
lavorare per la sepultura di Iulio, mi disse se io volevo fare un gran
piacere al Duca, che io m'andassi con Dio, che non si curava di
sepultura, ma che avea ben per male che io servissi papa Pagolo. Allora
conobbi per quel che gli avea messa la casa in sul contratto: per farmi
andare via et saltarvi dentro con quel vigore: s che si vede a quel che
ucciellano, e fanno vergogna a' nimici, a' loro padroni. Questo che 
venuto adesso,[403] cierc prima quello ch'io avevo a Firenze, che e'
volessi vedere a che porto era la sepultura. Io mi truovo aver perduta
tutta la mia giovineza, legato a questa sepultura, con la difesa quant'
potuto con papa Leone e Clemente; et la troppa fede non voluta
conosciere m' rovinato. Cos vuole la mia fortuna! Io veggo molti con
dumila e tremila scudi d'entrata starsi nel letto, et io con grandissima
fatica m'ingiegno d'impoverire.

Ma per tornare alla pittura, io non posso negare niente a papa Pagolo:
io dipigner malcontento e far cose malcontente.  scritto questo a
vostra Signoria, perch quando accaggia, possa meglio dire il vero al
Papa; et anche rei caro che il Papa l'intendessi, per sapere di che
materia tiene questa guerra che m' fatta. Chi  intendere, intenda.

                              Servitore della vostra Signoria

                                       MICHELAGNIOLO.


Ancora mi occorre cose da dire: e questo , che questo imbasciadore
dicie che io  prestati a usura i danari di papa Iulio, e che io mi sono
fatto ricco con essi: come se papa Iulio mi avessi innanzi conti otto
milia ducati. I denari che  auti per la sepultura vuole intendere le
spese fatte in quel tempo per detta sepultura, si vedr che s'apressa
alla somma che rebbe a dire il contratto fatto a tempo di Clemente;
perch il primo anno di Iulio che m'allog la sepultura, stetti otto
mesi a Carrara a cavare marmi et condussigli in sulla piazza di Santo
Pietro, dove avevo le stanze dreto a Santa Caterina; dipoi papa Iulio
non volse pi fare la sepultura in vita, et messemi a dipignere; dipoi
mi tenne a Bologna dua anni a fare il Papa di bronzo che fu disfatto;
poi tornai a Roma, et stetti seco insino alla morte, tenendo sempre casa
aperta, senza parte e senza provisione, vivendo sempre de' denari della
sepultura: che non avevo altra entrata. Poi dopo detta morte di Iulio,
Aginensis volse seguitare detta sepultura, ma maggior cosa; ond'io
condussi e' marmi al Maciello de' Corvi, et feci lavorare quella parte
che  murata a Santo Pietro in Vincola, et feci le figure che  in casa.
In questo tempo papa Leone non volendo che io facessi detta sepultura,
finse di volere fare in Firenze la facciata di San Lorenzo et chiesemi a
Aginensis; onde e' mi dtte a forza licenzia, con questo, che a Firenze
io facessi detta sepultura di papa Iulio. Poi che io fui a Firenze per
detta facciata di San Lorenzo, non vi avendo marmi per la sepultura di
Iulio, ritornai a Carrara et stettivi tredici mesi, et condussi per
detta sepultura tutti e' marmi in Firenze, et mura'vi una stanza per
farla, et cominciai a lavorare. In questo tempo Aginensis mand messer
Francesco Palavisini, che  oggi il vescovo d'Aleria,[404] a
sollecitarmi, et vidde la stanza, et tutti i detti marmi e figure
bozzate per detta sepultura, che ancora oggi vi sono. Veggiendo questo,
cio ch'i' lavoravo per detta sepultura, Medici che stava a Firenze, che
fu poi papa Clemente, non mi lasci seguitare: et cos stetti impacciato
insino che Medici fu Clemente: onde in[405] sua presenza si fe' poi
l'ultimo contratto di detta sepultura innanzi a questo d'ora,[406] dove
fu messo ch'io avevo ricieuti gli otto milia ducati ch'e' dicono che io
 prestati a usura. Et io voglio confessare un peccato a vostra
Signoria, che essendo a Carrara quando vi stetti tredici mesi per detta
sepultura, mancandomi e' denari, spesi mille scudi ne' marmi di detta
opera, che m'avea mandati papa Leone per la facciata di Santo Lorenzo, o
vero per tenermi occupato: et a lui dtti parole, mostrando dificult;
et questo facievo per l'amore che portavo a detta opera: di che ne son
pagato col dirmi ch'i' sia ladro e usuraio da ignoranti che non erono al
mondo.

Io scrivo questa storia a vostra Signoria, perch  caro giustificarmi
con quella, quasi che come col Papa, a chi  detto mal di me, secondo mi
scrive messer Piergiovanni, che dicie che m' avuto a difendere; e
ancora che quando vostra Signoria vede di potere dire in mia difensione
una parola, lo facci, perch io scrivo il vero: apresso degli omini, non
dico di Dio, mi tengo uomo da bene, perch non ingannai mai persona, e
ancora perch a difendermi dai tristi bisogna qualche volta diventare
pazzo, come vedete.

Prego vostra Signoria, quando gli avanza tempo, legghi questa storia, et
serbimela, et sappi che di gran parte delle cose scritte ci sono ancora
testimoni. Ancora quando il Papa la vedessi, l'rei caro, et che la
vedessi tutto il mondo, perch scrivo il vero, et molto manco di quello
che , et non sono ladrone usurario, ma sono cittadino fiorentino,
nobile, e figliolo d'omo dabbene, et non sono da Cagli.

Poi ch'io ebbi scritto, mi fu fatta una imbasciata da parte dello
imbasciadore d'Urbino, cio, che s'io voglio che la retificazione venga,
ch'io acconci la coscienzia mia. Io dico che e' s' fabricato uno
Michelagnolo nel cuore, di quella pasta che e' v'ha dentro.

Seguitando pure ancora circa la sepultura di papa Iulio, dico che poi
ch'ei si mut di fantasia, cio del farla in vita sua, come  detto, et
venendo certe barche di marmi a Ripa, che pi tempo inanzi avevo
ordinato a Carrara, non possendo avere danari dal Papa, per essersi
pentito di tale opera; mi bisogn per pagare i noli, o cento cinquanta o
vero dugiento ducati, che me gli prest Baldassarre Balducci, cio il
banco di messer Iacopo Gallo, per pagare e' noli dei sopradetti marmi;
et venendo in questo tempo scarpellini da Fiorenza, i quali avevo
ordinati per detta sepultura, de' quali ne  ancora vivi qualcuno, et
avendo fornita la casa che m'aveva data Iulio dietro a Santa Caterina,
di letti et altre masserizie per gli omini del quadro et per altre cose
per detta sepultura, mi parea senza denari essere molto impacciato; et
stringiendo il Papa a seguitare il pi che potevo, mi fecie una mattina
che io ero per parlargli per tal conto, mi fecie mandare fuora da un
palafreniere. Come uno vescovo luchese che vidde questo atto, disse al
palafreniere: Voi non conosciete costui? E 'l palafreniere mi disse:
Perdonatemi, gentilomo, io  commessione di fare cos. Io me ne andai
a casa, e scrissi questo al Papa: -- Beatissimo Padre: io sono stato
stamani cacciato di Palazzo da parte della vostra Santit; onde io le fo
intendere che da ora innanzi, se mi vorr, mi ciercher altrove che a
Roma. -- E mandai questa lettera a messere Agostino scalco che la dssi
al Papa; et in casa chiamai uno Cosimo fallegname, che stava meco et
facevami masserizie per casa, et uno scarpellino, che oggi  vivo, che
stava pur meco, et dissi loro: Andate per un giudeo, e vendete ci che
 in questa casa, et venitevene a Firenze; et io andai, et montai in su
le poste, et anda'mene verso Firenze. El Papa, avendo ricieputa la
lettera mia, mi mand dreto cinque cavallari, e' quali mi giunsono a
Poggi Bonzi circa a tre ore di notte, e presentornomi una lettera del
Papa, la quale diceva: -- Sbito vista la presente, sotto pena de la
nostra disgrazia, che tu ritorni a Roma. -- Volsono i detti cavallari
che io rispondessi, per mostrare d'avermi trovato. Risposi al Papa, che
ogni volta che m'osservassi quello a che era obrigato, che io tornerei;
altrimenti non sperassi d'avermi mai. E standomi di poi in Firenze,
mand Iulio tre Brevi[407] alla Signoria. All'utimo la Signoria mand
per me e dissemi: -- Noi non vogliamo pigliare la guerra per te contra
papa Iulio: bisogna che tu te ne vadi; et se tu vuoi ritornare a lui,
noi ti faremo lettere di tanta autorit, che quando faciessi ingiuria a
te, la farebbe a questa Signoria. -- Et cos mi fecie: et ritornai al
Papa: et quel che segu sarie lungo a dire. Basta, che questa cosa mi
fecie danno pi di mille ducati, perch partito che io fui da Roma, ne
fu gran rumore con vergogna del Papa; et quasi tutti e' marmi che io
avevo in sulla piazza di Santo Pietro mi furno sacheggiati, et massimo i
pezzi piccoli; ond'io n'ebbi a rifare un'altra volta: in modo ch'io dico
e afermo, che o di danni o interessi io resto avere dalle rede di papa
Iulio cinquemila ducati: et chi m' tolta tutta la mia giovineza et
l'onore et la roba mi chiama ladro! Et di nuovo, come  scritto innanzi,
l'imbasciadore d'Urbino mi manda a dire che io aconci la coscienza
prima, e poi verr la retificagione del Duca. Innanzi che e' mi facessi
dipositare 1400 ducati, non diceva cos. In queste cose ch'io scrivo,
solo posso errare ne' tempi dal prima al poi, ogni altra cosa  vera,
meglio che io non scrivo.

Prego vostra Signoria, per l'amor di Dio e della verit, quando  tempo,
lega queste cose, acci quando acadessi mi possa col Papa difendermi da
questi che dicon male di me, senza notizia di cosa alcuna, e che m'nno
messo nel ciervello del Duca per un gran ribaldo con le false
informazioni. Tutte le discordie che naqquono tra papa Iulio e me, fu la
invidia di Bramante et di Raffaello da Urbino: et questa fu causa che
non seguit la sua sepultura in vita sua, per rovinarmi: et avevane bene
cagione Raffaello, che ci che aveva dell'arte, l'aveva da me.


  [399] Questa lettera, nella quale Michelangelo d un minuto
  ragguaglio delle cose che gli accaddero per conto della sepoltura
  di papa Giulio II, si trova in copia, forse di mano di Luigi del
  Riccio, nel cod. 1401 della cl. VIII della Biblioteca Nazionale di
  Firenze. Essa fu pubblicata per la prima volta da Sebastiano
  Ciampi (Firenze, Passigli, 1834, in-8), e poi ristampata nel
  _Commentario alla Vita di Michelangelo Buonarroti_, vol. XII, pag.
  312, dell'Opera del Vasari, edita in Firenze dal Le Monnier. Il
  Ciampi, mancando la lettera di data, argoment che fosse stata
  scritta tra il 1535 e il 1536; ma  chiaro per certissimi
  riscontri che essa  dell'ottobre 1542. Quanto al Monsignore, al
  quale pare che sia indirizzata, fu congetturato che fosse Marco
  Vigerio, vescovo di Sinigaglia, stato mediatore tra Michelangelo e
  il Duca d'Urbino, perch questi si risolvesse a mandare la
  desiderata ratificazione del contratto stipulato in Roma a' 20
  d'agosto 1542, per la sepoltura suddetta. Forse potrebbe essere il
  cardinale Ascanio Parisani, il quale per commissione del Papa
  aveva scritto al Duca, perch dsse qualche assetto alla faccenda
  di Michelangelo. Ma forse questa lettera fu scritta ad uno de'
  tanti prelati che erano nella Corte di Paolo III; forse fu data
  allo stesso Del Riccio, perch poi la leggesse al Papa. Non  poi
  dubbio che essa non fosse veramente dettata da Michelangelo,
  apparendovi manifesta la forma che egli soleva dare a' suoi
  pensieri; e che solamente al copiatore, cio al Del Riccio, si
  possono attribuire certe dichiarazioni oziose ed inutili, le quali
  misero in sospetto il Gaye della sua autenticit.

  [400]  quello del 29 d'aprile 1532.

  [401] Giovanmaria Della Porta, che ebbe parte principale nella
  stipulazione di quel contratto.

  [402] Francesco Maria Della Rovere.

  [403] Girolamo Tiranno.

  [404] Creato vescovo di Corsica nel dicembre del 1520.

  [405] Manca nel codice questo _in_ necessario.

  [406] Cio, il contratto del 20 d'agosto 1542.

  [407] Di questi tre Brevi non si conosce che quello degli 8 luglio
  1506, col quale Michelangelo  invitato a ritornare a Roma,
  assicurandolo che non sarebbegli dato molestia.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (d'ottobre 1542).

CDXXXVI.

(_A messer Luigi del Riccio in Roma_).


Messer Luigi. -- Io credo che vostra Signoria abbi comodit d'intendere
in Palazzo a che termine  la cosa mia circa la retificagione che
sapete: per prego quella, possendo, il facci; ch mi sar grandissimo
piacere; perch, come ve n' scritto un'altra volta, non posso vivere
non che dipigniere; e penso, sendo mandato qua uno dal Duca, e non la
avendo portata, che l'abbia a esser cosa lunga, e che sie messo nel capo
al Papa qualche cosa da ritardarla. Per, quando potete, vi prego
m'avisiate di qualche cosa.

                              Vostro MICHELAGNIOLO.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (d'ottobre 1542).

CDXXXVII.

(_A messer Luigi del Riccio in Roma_).


Messer Luigi, amico caro. -- Io mi son resoluto, poich  visto che la
retificagione non viene, di starmi in casa a finire le tre figure come
son d'acordo col Duca, e tornami molto meglio che stracinarmi ogni d a
Palazzo: e chi si vuol crucciar, si crucci. A me basta aver fatto in
modo che 'l Papa non si pu doler di me. E a me la retificagione non era
piacer nessuno, ma a sua Santit, volendo ch'i' dipignessi. Basta, io
non sono per entrar tra quella e 'l Duca, e se ella  visto che io 
abbandonato la sua pittura, manda per l'imbasciadore, sare' forse buono
avisarlo della risoluzione che  fatta, acci sappi che rispondere,
quando vi paia: e per questo vi scrivo tal cosa.

                              Vostro MICHELAGNIOLO.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 17 d'ottobre 1542.

CDXXXVIII.[408]

_A Monsignor .... datario._[409]


Reverendo e magnifico signor Datario. -- Io resto avere della provisione
ordinaria che mi d nostro Signore delli scudi 50 il mese, la paga di
otto mesi, cio da febraro in qua, che sono per tutto il presente mese
scudi quatrocento d'oro in oro italiani; quali vi piacer pagare per me
a Salvestro da Montauto e Compagnia, et cos seguitare mese per mese di
dar loro la paga ordinaria, pigliandone quitanza: che saranno bene dati,
et io di cos mi contento. Et a vostra Signoria reverenda et magnifica
mi racomando, e prego Iddio che li conceda quello desidera.

  Di casa mia dal Macello de' Corvi, add 17 d'ottobre 1542.

                              A' comandi di vostra Signoria

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [408] Copia di Luigi del Riccio.

  [409] Forse Tommaso Cortesi da Prato.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,(1543).

CDXXXIX.

_A messer Luigi del Riccio, amico anzi patrone onorando in Roma._


Messer Luigi mio caro. -- Perch io so che voi siate maestro di
cerimonie, tanto quant'io ne sono alieno; avend'io ricevuto da monsignor
di Todi[410] il presente che vi dir Urbino, vi prego, facendovene parte
e credendo che siate amico di sua Signoria, quando vi vien bene, in nome
mio la ringraziate con quella cerimonia che v' facile a fare, e dura
(_a me_): e fateme debitore di qualche berlingozzo.

                              Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [410] Federigo Cesi, poi cardinale di San Pancrazio.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 26 di febbraio 1544.

CDXL.[411]

(_Al Castellano di Sant'Angelo di Roma_).


Monsignore Castellano. -- Circa il modello di che si disput ieri, io non
dissi interamente l'animo mio, del quale io sono richiesto da vostra
Signoria, perch mi pareva troppo offendere quelle persone a chi io
porto grandissima afezione; e questo  il capitano Giovan
Francesco,[412] con il quale in qualche cosa non convengo seco; perch
e' bastioni cominciati mi pare che con la ragione et con la forza si
possino difendere et seguitare; et nol faccendo, dubito si facci molto
peggio; perch in tanti pareri et modegli vari mi pare che abbino messo
in gran confusione il Papa et in tal fastidio, che non si risolvendo a
cosa nessuna, potrebbe non seguitare a questo modo, n fare a
quell'altro; che sarebbe gran male e poco onore di sua Santit. Per,
come  detto, a me pare di seguitare, non dico particularmente quel che
 cominciato, ma solo l'andamento del Monte, migliorando qualcosa, senza
danno del fatto, col consiglio del capitano Giovan Francesco detto, per
avere occasione di levare via il governo che vi , se  come si dice, e
mettervi detto capitano Giovan Francesco; il quale  per valente e
dabbene in tutte le cose. E quando questo si facci, io me gli offero per
l'onore del Papa, poi che pi volte son richiesto non come compagnio, ma
come ragazo in tutte le cose.

Dagli Spinegli a Castello non farei altro ch'un fosso, perch il
corridor basta, quando sia aconcio bene.[413]

  Add XXVJ di febraro 1544.

                              Servitore di vostra Signoria

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [411] Copia di mano di Luigi del Riccio.

  [412] Montemelini, perugino.

  [413] In questa lettera si parla della fortificazione di Borgo
  ordinata da papa Paolo III, per la quale fu richiesto il consiglio
  di molti uomini intendenti della materia, tra i quali
  Michelangelo. Il capitano Montemelini era d'un parere, e d'un
  altro Iacopo Castriotto. Michelangelo, per quanto apparisce, si
  accostava all'opinione di quest'ultimo, che fu poi seguitata dal
  Papa.




  RACCOLTA DEL CAV. PALAGI IN FIRENZE.      Di Roma, (1544).

CDXLI.

(_A papa Paolo III_).[414]


Beatissimo Patre. -- Come quella  'nteso per el capitolo di Vetruvio,
l'architettura non  altro che ordinazione e disposizione et una bella
spezie et un conueniente consenso de' membri dell'opera, et
conueneuoleza et distribuzione.

Et prima: qui non  ordinazione nessuna; perch l'ordinazione  una
piccola comodit de' membri dell'opera separatamente et uniuersalmente
posti, di consenso apparechiati; anzi c' tutto disordine dentro, perch
li membri di detta cornicie sono sproporzionati infra loro, n nno
conuenienza l'uno all'altro.

Seconda: qui non  disposizione alcuna. La disposizione  una certa
collocazione elegantemente composta secondo la qualit (_e_) efetto
dell'opera. Qui non  qualit nessuna per l'opera fatta, e fatta secondo
le regole di Vetruvio: et questa cornice acusa pi presto qualit
barbara o altrimenti.

Terza: una bella spezie de la comodit della composizione de' membri in
aspetto: in questa non si vede comodit nessuna, anzi tutte scomodit:
la prima scomodit si  che la minaccia di una grossa spesa da non finir
mai detta opera; seconda scomodit , che la minaccia tirare quella
facciata del palazzo a terra. Apresso tre sono le spezie della cornice;
doriche, ioniche e corintie. Questa non  di nessuna di queste tre
generazioni, ma  bastarda.

Quarta  dell'opera e de' membri un conueniente consenso, che le parte
separatamente rispondino all'uniuersa spezie della figura, con la rata
parte: in essa cornice non c' menbro nessuno che risponda con la rata
parte al tutto della cornice, perch le mensole son piccole e rare a
simile grandeza, el fregio  piccolo a s gran capassa, e 'l bastone da
basso  piccolissimo a tanto volume.

Quinta  el decoro, (_che_)  uno amendato aspetto nell'opere provar le
cose composte con alturit detta conueneuoleza. In questa cornice non 
conueneuoleza alcuna, anzi u' tutta sconueneuoleza: prima aparisce quel
gran capo sun una piccola facciata, e maggiore el capo ch'el resto, e
non conuiene s gran capo a s poca alteza; l'altra la mana del modano
non accompagna colla mano del morto:  un altro fare.

Sesta, distribuzione: la distribuzione secondo l'abondanzia delle cose,
de' loci (_sic_) una comoda dispensazione. Qui si vede non essere ben
dispensato niente, ma dispensato ogni cosa a caso e secondo el capriccio
che gli  tocco, in un lato  stato largo a dispensare et in un altro
loco  stato parco. Questo  quanto m'occorre circa a questo dire a
vostra Santit, alla quale umilmente i' bacio e' piedi: e se no' mi fo
uedere inanzi a vostra Santit, n' causa el mal mio, che quante uolte
sono uscito, sempre son ricascato.

Egli  un altro grado di distribuizione quan(_do_) l'opera sar fatta
secondo l'uso del patre della famiglia, et secondo l'abundanzia de'
danari, et secondo l'eleganzia e degnit sua, li edificii sieno ordinati
alti; imper che altrimenti si uede che bisogna constituire le case
della citt et altrimenti quelle delle possessione rustice, doue si
ripongano li frutti; non al medesimo modo alli usurai, altrimenti alli
ricchi et dilicati e potenti, e' quali con le loro cogitazione gouernano
la republica; atte a quell'uso siin collocate. Le distribuizione delli
edificii senza manco son da fare che siino atte secondo el grado di
tutte le persone.


  [414] Questa lettera, che certamente  scritta a papa Paolo,
  sebbene manchi d'indirizzo, parla del cornicione del Palazzo
  Farnese, per il quale fu disputa tra Michelangelo e il Sangallo,
  architetto di quello.  noto che al Papa piacque sopra gli altri
  il modello fatto dal Buonarroti, secondo il quale fu poi costruito
  il detto cornicione. Che questa lettera sia veramente scritta
  dalla mano di Michelangelo, non ci pare da mettere in dubbio;
  solamente dubitiamo che non sia stata composta da lui, parendoci
  d'una forma spesso non solo diversa da quella di Michelangelo, ma
  ancora dalla toscana.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (di gennaio 1545).

CDXLII.

(_A messer Luigi del Riccio in Roma_).


Messer Luigi, signor mio caro. -- I' mando Gabbriello che sta meco a
vostra Signoria che gli dia i danari di che sapete:  fidato; potete
dargliene sicuramente. Altro non m'acade. Son guarito,[415] e spero
vivere ancora qualche anno, poich il Cielo  messo la mia sanit in man
di maestro Baccio[416] e nel trebbian degli Ulivieri.[417]

                                 Servitore di vostra Signoria

                              MICHELAGNIOLO al Macel dei Corvi.


  [415] Era stato gravemente ammalato in casa degli Strozzi, e gi
  era corsa voce che egli fosse morto.

  [416] Rontini, medico.

  [417] Mercanti fiorentini nel Banco degli Strozzi in Roma.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 25 di gennaio 1545.

CDXLIII.[418]


Magnifici messer Salvestro da Monteauto e compagni di Roma per
l'adrieto, e per loro Antonio Covoni e compagni. -- Sarete contenti
pagare a Raffaello da Monte Lupo scultore scudi cinquanta di moneta a
iuli dieci per iscudo, che sono per ogni resto di quello potessi
adomandare per fattura delle tre statue di marmo fatte e messe a Santo
Pietro in Vincola nella sepultura di papa Iulio; cio, per una Nostra
Donna col Putto in braccio e una Sibilla e un Profeta; delle quali
secondo le convenzione resterebbe avere scudi cento settanta; ma perch
per essere stato malato e non aver possuto e aver fatto lavorare a
altri, siamo convenuti d'accordo darli questi scudi cinquanta per ogni
resto: che di cos piglierete la quitanza, ponendogli a conto degli
scudi cento settanta che vi restano in deposito per detto conto. Da
Roma, alli venticinque di gennaro 1545, a Nativitate.

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI di mano propia.


  Vista per me Hieronimo Tiranno, Oratore
  ducale d'Urbino, et approvata in quanto
  li detti cinquanta scudi gli siano
  debiti secondo il tenor del contratto
  fatto con detto messer Raphaello per
  mano del Cappello, et non altrimenti,
  n per altro modo. Dato come di sopra
  alli 27 di gennaio 1545.

  _Il medesimo Hieronimo Tiranno._


  [418] Questa stessa fu pubblicata dal Gaye, _Carteggio inedito_,
  ec., vol. II, da una copia di mano di messer Luigi del Riccio, che
   tra i manoscritti della Biblioteca Nazionale di Firenze.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (26 di gennaio 1545).

CDXLIV.[419]

(_A messer Luigi del Riccio_).


A non parlar qualche volta, sebbene scorretto in gramatica, mi sarebbe
vergogna, sendo tanto pratico con voi. Il sonetto di messer Donato[420]
mi par bello quante cosa fatta a' tempi nostri; ma perch'io  cattivo
gusto, non posso far neanco stima d'un panno fatto di nuovo, bench
romagnuolo, che delle veste usate di seta e d'oro che farn parer bello
un uom da sarti.

Scrivetegniene e ditegniene e dategniene e racomandatemi a lui.


  [419] Dall'autografo delle _Poesie_, sotto il madrigale: _S' ver
  come che dopo il corpo viva_.

  [420] Giannotti, il quale fece tre sonetti in morte di Cecchino
  Bracci, che sono stampati nella edizione delle sue _Opere
  politiche e letterarie_, fatta in Firenze da L. F. Polidori, coi
  tipi del Le Monnier nel 1850. De' tre, quello che a Michelangelo
  pareva il pi bello, come pare anche a noi,  il sonetto che
  comincia: _Messer Luigi mio, di noi che fia_.




  BIBLIOTECA NAZIONALE DI FIRENZE.      Di Roma, 3 di febbraio 1545.

CDXLV.[421]

(_A messer Salvestro da Montauto in Roma_).


Magnifici messer Salvestro et Compagnia di Roma per l'adrieto. -- Come vi
 noto, essendo io occupato per servizio di nostro Signore papa Paulo
terzo in dipignere la sua nuova Cappella, et non possendo dare
perfezione alla sepultura di papa Iulio secondo in Santo Pietro in
Vincola; interponendosi la prefata Santit di nostro Signore, di
consenso e per convenzione fatta con il magnifico Hieronimo Tiranno,
oratore dell'illustrissimo signor Duca d'Urbino; alla quale convenzione
dipoi sua Eccellenza retific; depositai presso di voi pi somme di
danari per fornire detta opera, dei quali Raffaello da Monte Lupo ne
aveva avere scudi 445 di iuli dieci per scudo, per resto di scudi 550
simili; et questi per fornire cinque statue di marmo da me cominciate e
sbozzate, e per il prefato ambasciatore del Duca d'Urbino allogategli:
cio, una Nostra Donna con il Putto in braccio, una Sibilla, un Profeta,
una Vita attiva, e una Vita contemplativa: come di tutto appare
contratto per mano di messer Bartolomeo Cappello notaro di Camera, sotto
d XXI d'agosto 1542. Delle quali cinque statue, avendo nostro Signore a
mia preghiera e per mia sodisfazione concessomi un poco di tempo, ne
forni' dua di mia mano, cio la Vita contemplativa e l'attiva, per il
medesimo prezo che aveva a fare il detto Raffaello e dei medesimi danari
che aveva avere lui. E dipoi il detto Raffaello  fornite le altre tre e
messe in opera, come in detta sepultura si vede. Per il che gli
pagherete a suo piacere scudi cento settanta di moneta a iuli dieci per
iscudo che vi restano in mano di detta somma, pigliando da lui quitanza
finale, etiam per mano di detto notaro, per la quale si chiami di detta
opera sodisfatto et interamente pagato: et poneteli a conto di detta
somma che vi resta in mano. _Et bene valete._

  Da Roma, ai 3 di febraio 1545, a Nativitate.

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [421] Pubblicata anche questa dal Gaye, Op. cit., traendola da una
  copia di mano di Luigi del Riccio, che  tra i manoscritti della
  Biblioteca Nazionale di Firenze.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 13 di marzo (1545).

CDXLVI.

_A messer Luigi del Riccio in Roma._


E oggi a d tredici di marzo  ricevuti scudi cento dal Melighino per la
mia provvigione di Gennaio e Febbraio passati.


Messer Luigi. -- Io non  mai avuti danari dal Meligino, che io non abbi
fatto la quitanza: per se io pigliassi errore, si pu riconoscere per
le quitanze di mia mano.

                              Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,(1545).

CDXLVII.[422]

_A messer Luigi del Riccio._


L'amico nostro morto parla e dice: se 'l Cielo tolse ogni bellezza a
tutti gli altri uomini del mondo per far me solo, come fece, bello, e se
per legge divina al d del gudicio io debba ritornare il medesimo che
vivo so' stato; ne seguita, che la bellezza che m' data, non la pu
rendere a chi e' l' tolta, ma che io debba esser bello pi che gli
altri in eterno e lor bruti. E questo  el contrario del concetto che mi
dicesti ieri, e l'uno  favola, e l'altro  verit.

                              Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [422] Dall'autografo delle _Poesie_, sotto il madrigale che
  comincia: _Non pu per morte gi chi qui mi serra_. Questo
  madrigale o epitaffio fu fatto con molti altri dal Buonarroti per
  Cecchino di Zanobi Bracci, fiorentino, giovanetto bellissimo,
  grandemente amato dal Del Riccio suo parente e da Michelangelo, e
  morto di sedici anni in Roma l'otto di gennaio 1545. Volle il Del
  Riccio fargli un deposito di marmo, e Michelangelo a sua preghiera
  ne diede il disegno. I madrigali in lode del Bracci si leggono
  nella bellissima edizione di tutte le _Poesie_ del Buonarroti,
  fatta, secondo gli autografi, in Firenze nel 1863, dal mio
  carissimo amico e collega cav. Cesare Guasti. In questa lettera il
  Buonarroti spiega il concetto del madrigale suddetto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (1545).

CDXLVIII.[423]

(_A Luigi del Riccio_).


Io vi rimando i melloni col polizino; el disegno non ancora, ma lo far
a ogni modo come posso meglio disegnare. Racomandatemi a Baccio, e
ditegli che se io avessi avuto qua di quegli intingoli che e' mi dava
cost, ch'i' sarei oggi un altro Graziano. E lo ringraziate da mia
parte.


  [423] Sotto la poesia: _Dal Ciel fu la belt mia diva e 'ntera_.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (1545).

CDXLIX.

(_A messer Luigi del Riccio in Roma_).


Messer Luigi. -- Io vi prego mi mandiate l'ultimo madrigale che non
intendete, acci che io lo raconci, perch 'l sollecitatore de'
polizini, che  Urbino, fu s pronto, che non me lo lasci rivedere.

Circa l'esser domani insieme, io fo mie scuse con esso voi, perch il
tempo  cattivo e  faccenda in casa. Farem poi quel medesimo che faremo
domani, questa quaresima a Lungezza[424] con una grossa tinca.[425]


  [424] _Lunghezza_ chiamavasi una villa posseduta dagli Strozzi
  nelle vicinanze di Roma.

  [425] Sotto la poesia: _Nella memoria delle cose belle_; nel detto
  codice delle _Poesie_.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,(1545).

CDL.[426]

(_A messer Luigi del Riccio in Roma_).


Messer Luigi. -- Io mi racomando a voi e a chi voi amate. Messer Giuliano
e messer Ruberto[427] che mi scrivete, io son lor servidore, e se io non
fo quello che si conviene, fuggo i creditori, perch  gran debito e
pochi danari.


  [426] Nel detto codice autografo delle _Poesie_, sotto il
  madrigale: _Non sempre al mondo  s pregiato e caro._

  [427] Giuliano de' Medici, fratello di Lorenzino, uccisore del
  duca Alessandro, e Roberto degli Strozzi, fratello di Pietro e di
  Leone.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,(1545).

CDLI.

(_A Luigi del Riccio_).


Messer Luigi, amico caro. -- Io vi prego, che quand'io vengo cost, che
voi facciate a me quel ch'io fo a voi, quando venite qua. Voi mi fate
venire a darvi noia e non mel fate dire; in modo ch'i' resto un bufolo
prosuntuoso infino ne' servidori.

Io credo gioved dare ordine da tirar le figure[428] a San Piero in
Vincola, come v' detto altre volte: e perch io le voglio tirar co'
danari che vi restano in mano di dette figure, mi par ch'io facci un
mandato di detti danari, e che l'imbasciadore lo segni, acci non si
possa mai n a voi n a me dir niente. Per io vi prego facciate una
minuta, come vi par che abbia a star detto mandato.

Ier mattina io non conoscevo il figliuol di messer Bindo Altoviti, e voi
se 'l volevi menare qua, lo potevi dire liberamente, perch io mi tengo
servidore di messer Bindo e di tutti e' sua.


  [428] Della sepoltura di papa Giulio.




  BIBLIOTECA NAZIONALE DI FIRENZE.      Di Roma,(1545).

CDLII.[429]

_A messer Salvestro da Montauto in Roma._


Magnifico messer Salvestro da Montauto e compagni di Roma per
l'adrietro, e per loro Antonio Covoni e compagni. -- Del pagamento delle
tre figure di marmo, che  fatte over finite Raffaello da Montelupo
scultore, vi resta in deposito scudi cento settanta di moneta, cio di
10 iuli l'uno, et avendole detto Raffaello, come  detto, finite et
messe in opera a San Piero in Vincola nella sepultura di papa Iulio,
sarete contenti per l'ultimo suo pagamento pagarli a suo piacere i sopra
detti cento settanta scudi, perch  fatto tutto quello a che s'era
obrigato delle tre figure dette, cio una Nostra Donna col Putto in
braccio, un Profeta e una Sibilla, tutte qualcosa pi ch'el naturale.

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [429]  copia di mano di Luigi del Riccio. Fu pubblicata dal Gaye,
  Op. cit., vol. II, pag. 305.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (1545).

CDLIII.

_A messer Luigi del Riccio._


Messer Luigi. -- Voi sapete che 'l fuoco  scoperto una parte della
Cappella:[430] per a me pare, che la si debba ricoprire nel modo che
stava, pi presto che si pu, salvaticamente, se non altrimenti, per
insino a tempo nuovo, per rispetto delle piogge, che non solamente
guaston le pitture, ma muovono anche le mura. E perch la se ne va in
terra per l'ordinario, queste non gli sarebbon punto a proposito. Io
scrivo questo, acci che il Papa non sie messo in qualche grande spesa a
utilit pi d'altri, che della Cappella. Per vi prego, o che parlando
al Papa lo facciate intendere, o per via di messer Aurelio, al quale
ancora vi prego mi racomandiate.

                              Vostro MICHELAGNIOLO.


  [430] La Cappella Paolina.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (1545).

CDLIV.[431]

(_Alla Vittoria Colonna, marchesana di Pescara in Roma_).


Volevo, Signora, prima che io pigliassi le cose che vostra Signoria m'
pi volte volute dare, per riceverle manco indegnamente che io potevo,
far qualche cosa a quella di mia mano: dipoi riconosciuto e visto che la
grazia di Iddio non si pu comperare, e ch'el tenerla a disagio 
peccato grandissimo; dico mia colpa e volentieri dette cose accetto: e
quando l'r, non per averle in casa, ma per essere io in casa loro, mi
parr essere in paradiso: di che ne rester pi obrigato, se pi posso
essere di quel ch'i' sono, a vostra Signoria.

L'aportatore di questa sar Urbino che sta meco, al quale vostra
Signoria potr dire quando vuole ch'i' venga a vedere la testa e' 
promesso mostrarmi. E a quella mi racomando.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [431] Dal detto codice delle _Poesie_, sotto il sonetto: _Per
  esser manco almen, Signora, indegno_.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (1545).

CDLV.[432]

(_Alla Vittoria Colonna in Roma_).


Signora Marchesa. -- E' non par, sendo io in Roma, che egli accadessi
lasciar il Crocifisso[433] a messer Tommao[434] e farlo mezzano fra
vostra Signoria e me suo servo, acciocch io la serva, e massimo avendo
io desiderato di far pi per quella che per uomo che io conoscessi mai
al mondo; ma l'occupazione grande in che sono stato, e sono, non 
lasciato conoscer questo a vostra Signoria: e perch io so che ella sa
che amore non vuol maestro, e che chi ama non dorme, manco accadeva
ancora mezzi: e bench e' paressi che io non mi ricordassi, io facevo
quello ch'io non diceva per giugnere con cosa non aspettata.  stato
guasto il mio disegno: _Mal fa chi tanta f s tosto oblia_.

                                 Servitore di vostra Signoria

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [432] Pubblicata nelle _Lettere pittoriche_, vol. I, pag. 9; ma
  quivi  indirizzata a un signor Marchese. Nell'Archivio Buonarroti
   una copia tratta dal codice Vaticano delle _Poesie_, secondo la
  quale si d la presente.

  [433] Il Condivi e il Vasari parlano del disegno di un Crocifisso
  fatto da Michelangelo per la Colonna, che si dice conservarsi ora
  nella Galleria di Oxford. E da una lettera della stessa Colonna,
  apparirebbe che Michelangelo, oltre il disegno, le dipingesse
  ancora un quadro col medesimo soggetto.

  [434] Cavalieri.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (1545).

CDLVI.

(_A messer Luigi del Riccio_).


Messer Luigi. -- Quello amico, se di quel parlate, sia il benvenuto se
gli  tornato; e perch me n'avete detto tanto male voi con messer
Donato insieme, m' piovuto in sul fuoco. Per da qui inanzi guardatevi
dall'offerire. Domani dopo desinare verr a voi, e far quanto mi
comanderete.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (di dicembre 1545).

CDLVII.

_A messer Luigi del Riccio, amico caro in Lione._


Messer Luigi, amico caro. -- A tutti i vostri amici duole assai il vostro
male, e pi, non ve ne possendo aiutare, e massimo a messer Donato e a
me. Ma pure speriamo che abbi a esser piccola cosa, che a Dio piaccia.

Per un'altra vi scrissi, come se stavi molto a tornare, che io pensavo
venirvi a vedere; e cos vi raffermo: perch avendo io perduto il porto
di Piacenza,[435] e non possendo stare a Roma senza entrata, penso di
consumar pi presto quel poco che io  su per le osterie, che stare
aggranchiato a Roma com'un furfante. Per son disposto, non accadendo
altro, dopo pasqua d'Agnello andare a Santo Iacopo di Galizia, e non
sendo voi tornato, di far la via d'onde intender che siate.

Urbino  parlato a messer Aurelio e parler di nuovo; e per quello che
mi dice, rete per la sepultura di Cecchino[436] il luogo dove avete
desiderato: e detta sepultura  al fine, e riuscir cosa bella.

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano del Del Riccio._)

    1545. Di messer Michelagnolo Buonarroti dirizzata e tornata da
    Lione a d 22 di dicembre.


  [435] Veramente lo perd un anno dopo. Vedi a questo proposito
  quel che  stato detto nella nota alla lettera CLXXIX di questa
  Raccolta.

  [436] Bracci. Esso fu sepolto in Santa Maria in Aracoeli con questo
  epitaffio: _Francisco  Braccio  Florentino  nobili adolescenti
   immatura morte  prrepto  anno agenti XVI  die VIII 
  Januarii  MDXLV_.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (del marzo 1546).

CDLVIII.

_A messer Luigi del Riccio in Roma._


Messer Luigi, amico carissimo. -- Io mi ero resoluto, come sapete, di
trre per giusto prezzo le possessione de' Corboli.[437] Ora me ne tiro
a dietro: e la cagione  questa, che oltre a la decima, nno venti
cinque scudi d'albitrio, che mi sare' posto venti cinque volte l'anno.
Per io non vi voglio pi tenere sospesi; s che fatene il fatto vostro,
come meglio potete. E a voi mi racomando.

                              Vostro MICHELAGNIOLO.


  [437] A proposito delle possessioni de' Corboli offerte in compera
  a Michelangelo, vedi le sue lettere al nipote Lionardo sotto i
  numeri CLXI, CLXIII e CLXIV di questa Raccolta.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 26 d'aprile 1546.

CDLIX.[438]

_Al Cristianissimo Re di Francia._


Sacra Maest. -- Io non so qual si sie pi o la grazia o la maraviglia
che vostra Maest si  degnata scrivere a un mie pari, e pi ancora a
richiederlo delle sua cose non degnie non c'altro del nome di vostra
Maest: ma come si sieno, sappi vostra Maest che molto tempo  che 
desiderato servir quella, ma per non l'avere avuto a proposito, come non
 stato in Italia all'arte mia, non l' potuto fare. Ora mi trovo vechio
e per qualche mese ocupato nelle cose di papa Pagolo; ma se mi resta
dopo tale ocupazione qualche spazio di vita, quello che  desiderato,
come  detto, pi tempo di fare per vostra Maest m'ingegnier metterlo
a effetto, cio una cosa di marmo, una di bronzo, una di pittura. E se
la morte interrompe questo mio desiderio, e che si possa sculpire o
dipigniere nell'altra vita, non mancher di l, dove pi non s'invechia.
Ed a vostra Maest prego Dio che doni lunga e felice vita. Di Roma, il
giorno XXVI d'aprile MDXLVI.

Di vostra Cristianissima Maest

                                 Umilissimo servitore

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [438]  in risposta ad una di Francesco I, re di Francia,
  dell'otto di febbraio 1546, stata pi volte pubblicata, cio: nel
  1823 a Roma dal De Romanis nell'opuscolo per le nozze
  Cardinali-Bovi, intitolato: _Alcune Memorie di Michelangelo
  Buonarroti da' Manoscritti_. Poi dal barone Alfredo Reumont
  nell'operetta: _Ein Beitrag zum Leben Michelangelo Buonaroti's_:
  Stuttgart, 1834; quindi in _fac-simile_ dall'Artaud, nell'opera:
  _Machiavel, son gnie et ses erreurs_: Paris, 1835, vol. II, pag.
  252. In terzo luogo nel _Catalogue du Muse Wicar  Lille_,
  stampato nel 1856; nel qual Museo se ne conserva l'originale. E
  finalmente da Eugenio Piot, insieme con molte altre lettere, nel
  _Cabinet de l'Amateur_: Anne 1861 et 1862, pag. 151. Ma il re
  Francesco non ebbe tempo di veder soddisfatto questo suo
  desiderio, perch si mor l'anno seguente, n forse Michelangelo
  avrebbe potuto attenere le sue promesse, essendo stato creato poco
  dopo Architetto di San Pietro.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (1546).

CDLX.

(_A messer Luigi del Riccio_).


Messer Luigi. -- E' vi pare che io vi risponda quello che voi desiderate,
quando bene e' sia il contrario. Voi mi date quello che io v' negato, e
negatemi quello che io v' chiesto. E gi non peccate per ignoranza
mandandomelo per Ercole, vergogniandovi a darmelo voi.

Chi m' tolto alla morte, pu ben anche vituperarmi; ma io non so gi
qual si pesi pi o 'l vitupero o la morte. Per io vi prego e scongiuro
per la vera amicizia che  tra noi, che non mi pare che voi facciate
guastare quella stampa[439] e abbruciare quelle che sono stampate; e che
se voi fate bottega di me, non la vogliate far fare anche a altri; e se
fate di me mille pezzi, io ne far altrettanti, non di voi, ma delle
cose vostre.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


Non pittore n scultore n architettore, ma quel che voi volete, ma non
briaco, come vi dissi in casa.


  [439] Parlasi in questa lettera della stampa d'una pittura di
  Michelangelo. Forse  il _Giudizio_ della Sistina intagliato da
  Enea Vico, forse  una delle stampe di Giulio Bonasone.




  ARCHIVIO DI SANTA MARIA NUOVA.      Di Roma, 19 d'aprile 1549.

CDLXI.

(_A Benvenuto Ulivieri in Roma_).[440]


Magnifici messeri, Benvenuto e compagni di Roma. -- Piaceravvi pagare a
messere Bartolomeo Bettini e compagni scudi venti dua d'oro in oro ogni
mese; cominciando la prima paga del mese di gennaro prossimo passato,
che saranno ben pagati, perch da detti Bettini me ne vaglio mese per
mese; che sono li scudi venti dua per mese d'oro in oro che vi sono
rimessi del mio Notariato del civile di Romagnia: e cos piaccia a
vostra Signoria di seguire, fino che altro non acade. A d diciannove
d'aprile 1549.

                    Io MICHELAGNIOLO BUONARROTI di mano propria.[441]


  [440] Il presente ordine di pagamento si trova nell'Archivio di
  Santa Maria Nuova di Firenze: Eredit Galli-Tassi: Carte degli
  Ulivieri.

  [441] Sotto la lettera  scritto: Noi Bartolomeo Bettini e
  compagni abiamo ricevuto da Benvenuto Ulivieri e compagni scudi
  sesanta sei d'oro in oro, e' quali ci pagono per messer
  Michelagnolo Buonaroti Simoni, e sono per la paga di gennaro e
  febraro e marzo prossimi passati del suo Notariato di Romagnia:
  auti contanti questo d 26 d'aprile 1549 a messer Piero Nannucci
  .... scudi 66 d'oro in oro.

  E add xiii di giugno, scudi quaranta quatro di giuli X per
  ducato auti contanti per le paghe d'aprile e maggio .... sc. 44.

  E add xj di dicembre, scudi quaranta quatro di giuli auti
  contanti per le paghe di giugno e luglio .... sc. 44.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (1549).

CDLXII.

_A messer Benedetto Varchi._[442]


Messer Benedetto. -- Perch e' paia pure che io abbia ricevuto, come ,
il vostro Libretto, risponder qualche cosa a quel che e' mi
domanda,[443] bench ignorantemente. Io dico che la pittura mi pare pi
tenuta buona, quanto pi va verso il rilievo, et il rilievo pi tenuto
cattivo, quanto pi va verso la pittura: et per a me soleva parere che
la scultura fussi la lanterna della pittura, et che dall'una all'altra
fussi quella differenza ch' dal sole alla luna. Ora, poi che io  letto
nel vostro Libretto, dove dite, che, parlando filosoficamente, quelle
cose che nno un medesimo fine, sono una medesima cosa; sono mutato
d'oppinione: et dico, che se maggiore iudicio et difficult, impedimento
et fatica non fa maggiore nobilt; che la pittura et scultura  una
medesima cosa: et perch ella fussi tenuta cos, non doverrebbe ogni
pittore far manco di scultura che di pittura; e 'l simile, lo scultore
di pittura che di scultura. Io intendo scultura, quella che si fa per
forza di levare: quella che si fa per via di porre,  simile alla
pittura: basta, che venendo l'una e l'altra da una medesima
intelligenza, cio scultura et pittura, si pu far fare loro una buona
pace insieme, et lasciar tante dispute; perch vi va pi tempo, che a
far le figure. Colui che scrisse che la pittura era pi nobile della
scultura, s'egli avessi cos bene inteso l'altre cose ch'egli ha
scritte, le rebbe meglio scritte la mia fante. Infinite cose, et non
pi dette, ci sarebbe da dire di simili scienze; ma, come ho detto,
vorrebbono troppo tempo, et io n'ho poco, perch non solo son vechio, ma
quasi nel numero de' morti: per priego mi abbiate per iscusato. E a voi
mi racomando et vi ringrazio quanto so et posso del troppo onore che mi
fate, et non conveniente a me.

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [442]  copia del tempo, e Michelangelo il Giovane scrisse dietro:
  Dettemela il cav. Pierantonio di Giulio de' Nobili. Questa
  lettera, oltre la stampa fattane in Firenze dal Varchi nel 1549 e
  poi in Venezia nel 1564 dall'Aldo, si legge ancora nelle
  _Pittoriche_, vol. I, pag. 9.

  [443] Risponde alla questione sorta allora quale delle due arti,
  la Scultura e la Pittura, fosse pi nobile. Il Varchi, avuto il
  parere di varii artisti, stamp il Libretto intitolato: _Due
  lezioni di messer Benedetto Varchi_: nella prima delle quali _si
  dichiara un Sonetto di messer Michelagnolo Buonarroti_; nella
  seconda _si disputa quale sia pi nobile arte, la Scultura o la
  Pittura: con una lettera d'esso Michelagnolo, et pi altri
  eccellentissimi pittori et scultori sopra la questione
  sopradetta_. -- _In Fiorenza, appresso Lorenzo Torrentino,
  impressor ducale. MDXLIX, in-8._




  Di Roma, (1549).

CDLXIII.

(_A messer Luca Martini_).[444]


Magnifico messer Luca. -- I'  ricevuto da messer Bartolommeo Bettini una
vostra con un Libretto, comento di un sonetto di mia mano.[445] Il
sonetto vien bene da me, ma il comento viene dal Cielo; e veramente 
cosa mirabile, non dico al giudizio mio, ma degli uomini valenti, e
massimamente di messer Donato Giannotti, il quale non si sazia di
leggerlo: ed a voi si racomanda. Circa il sonetto, io conosco quello
ch'egli ; ma come si sia, non mi posso tenere che io non ne pigli un
poco di vanagloria, essendo stato cagione di s bello e dotto Comento. E
perch nell'autore di detto, sento per le sue parole e lodi d'essere
quello ch'io non sono, prego voi facciate per me parole verso di lui
come si conviene a tanto amore, affezione e cortesia. Io vi prego di
questo, perch mi sento di poco valore; e chi  in buona oppenione, non
debbe tentare la fortuna; e meglio  tacere, che cascare da alto. Io son
vechio, e la morte m' tolti i pensieri della giovaneza; e chi non sa
che cosa  la vechieza, abbia tanta pazienza che v'arrivi; che prima nol
pu sapere. Racomandatemi, come  detto, al Varchi, come suo
affezionatissimo, e delle sue virt, e al suo servizio dovunque io sono.

Vostro e al servizio vostro in tutte le cose a me possibili.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [444] Stampata nelle _Pittoriche_, vol. V, pag. 48.

  [445] Il Libretto di Benedetto Varchi, gi citato, col Commento
  sopra il sonetto di Michelangelo: _Non ha l'ottimo artista alcun
  concetto_.




  BIBLIOTECA NAZIONALE DI FIRENZE.      Di Roma, (d'ottobre 1549).

CDLXIV.[446]

_A Giovan Francesco, prete in Santa Maria in Firenze._


Messer Giovan Francesco. -- Perch  assai tempo che io non v' scritto,
ora per mostrarvi per questa che io son vivo, e per intendere per una
vostra il medesimo di voi, vi fo questi pochi versi, e racomandomi a
voi, e prgovi che questa va a messer Benedetto Varchi, luce e splendore
della Accademia fiorentina, che gniene diate, e ringraziatelo da mia
parte quel pi ch'io non fo n posso io. Altro non mi acade. Scrivetemi
qualche cosa.

Standomi a questi d in casa molto appassionato, fra certe mia cose,
trovai un numero grande di quelle cose[447] che gi vi solevo mandare:
delle quali ve ne mando quattro, forse mandate altre volte.

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [446] Fu pubblicata dal Gaye, Opera citata, vol. II, pag. 426, e
  dal Gualandi nel vol. I, pag. 21, della _Nuova Raccolta di Lettere
  sulla pittura, scultura ed architettura_. Bologna, 1844, in-8.

  [447] Intendi: le sue _Poesie_.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (d'ottobre 1549).

CDLXV.

_A Giovan Francesco (Fattucci), prete in Santa Maria in Firenze._[448]


Messer Giovan Francesco. -- Perch  pure assai tempo che io non v'
scritto, per mostrarvi per questa come ancora son vivo, e per intendere
per una vostra il medesimo di voi, vi fo questi pochi versi; e
racomandomi a voi, e pregovi che questa che va a messer Benedetto
Varchi, luce e splendore della Accademia fiorentina, perch stimo sia
molto amico vostro, gniene diate, e ringraziatelo da mia parte quel pi
che io non fo n posso far io.

E perch standomi a questi d molto malcontento in casa, cercando fra
certe mie cose, mi venne alle mani un numero grande di quelle
frascherie,[449] che gi solevo mandarvi altre volte; delle quali ve ne
mando quattro, forse mandatevi altre volte. Voi direte bene che io sia
vecchio e pazo: e io vi dico, che per istar sano e con manco passione,
non ci trovo meglio che la pazzia. Per non ve ne maravigliate: e
rispondetemi qualche cosa, ve ne priego: e sono sempre

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [448] Seconda minuta della precedente.

  [449] Cio, le sue _Poesie_.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma (   d'ottobre 1549).

CDLXVI.[450]

_A meser Giovan Francesco Fattucci, prete di Santa Maria del Fiore,
amico carissimo a Firenze._


Messer Giovan Francesco, amico caro. -- Bench da pi mesi in qua non ci
siamo scritti niente, non  per dimenticata la lunga et buona amicizia,
et che io non desideri il vostro bene, come sempre  fatto, et che io
non v'ami con tutto il core, et pi per gl'infiniti piaceri ricevuti.
Circa la vechieza, in che noi egualmente ci troviamo, rei caro di
sapere come la parte vostra vi tratta, perch la mia non mi contenta
molto: per vi prego mi scriviate qualche cosa. Voi sapete come abbiamo
Papa nuovo, e chi: di che se ne rallegra tutta Roma, grazia di Dio, et
non se ne aspetta altro che grandissimo bene, massime pe' poveri, per la
sua liberalit. Circa le cose mie rei caro, et farestimi grandissimo
piacere, che m'avvisassi come le cose di Lionardo vanno, et della verit
senza rispetti, perch  giovane e stonne con gelosia, et pi per essere
solo et senza consiglio. Altro non m'acade, salvo che a questi d messer
Tomao de' Cavalieri m'ha pregato ch'io ringrazi da sua parte il Varchi
per un certo libretto[451] mirabile che c' di suo in istampa, dove dice
che parla molto onorevolmente di lui, et non manco di me; et mmi dato
un sonetto fattogli da me in quei medesimi tempi, pregandomi che io
gliene mandi per una giustificazione; il qual vi mando in questa: se vi
piace, date; se no, datelo al fuoco, et pensate che io combatto colla
morte, et che io  il capo a altro: pure bisogna alle volte far cos.
Del farmi tanto onore detto messer Benedetto ne' suoi sonetti, come 
detto, vi prego lo ringraziate, offerendogli quel poco che io sono.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.


  [450] Terza minuta della medesima lettera.

  [451] Intendi: _il detto Commento al suo sonetto_.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 1 d'agosto 1550.

CDLXVII.

(_A messer Giovan Francesco Fattucci in Firenze_).[452]


Messer Giovan Francesco, amico caro. -- Accadendomi iscrivere cost a
Giorgio pittore, piglio sicurt di darvi un poco di noia; cio che gli
diate la lettera che sar in questa, stimando che sia amico vostro: e
per non essere troppo breve nello iscrivervi, non avendo da scrivere
altro, vi mando qualche una delle mie novelle[453] che io iscrivevo alla
marchesa di Pescara, la quale mi voleva grandissimo bene, e io non meno
a lei. Morte mi tolse uno grande amico. Altro non mi acade. Stommi a lo
usato, sopportando con pazienza e' difetti della vechieza. Credo cos
facciate voi. Add primo d'agosto 1550.


  [452] Dal codice citato delle _Poesie_.

  [453] Cio, _Poesie_.




  Di Roma, 1 d'agosto 1550.

CDLXVIII.[454]

_A messer Giorgio Vasari, pittore e amico singulare in Firenze._


Messer Giorgio, amico caro. -- Circa al rifondare San Piero a
Montorio,[455] come il Papa non volse intendere, non ve ne scrissi
niente, sapendo voi essere avisato dall'uomo vostro di qua. Ora mi
accade dirvi quello che segue, e questo , che iermattina, sendo il Papa
andato a detto Montorio, mand per me. Non fu' a tempo: riscontra'lo in
sul ponte che tornava. Ebbi lungo ragionamento seco circa le sepulture
allogatevi, e all'ultimo mi disse che era resoluto non volere metter
dette sepulture in su quel monte, ma nella chiesa de' Fiorentini; e
richiesemi di parere e di disegno, et io ne lo confortai assai, stimando
che per questo mezzo detta chiesa s'abbi a finire. Circa le vostre tre
ricevute, non ho penna da rispondere a tante altezze; ma se avessi caro
di essere in qualche parte quello che mi fate, non l'rei caro per
altro, se non perch voi avessi un servitore che valessi qualche cosa.
Ma io non mi maraviglio, sendo voi risucitatore d'uomini morti, che voi
allunghiate vita a' vivi, ovvero che i malvivi furiate per infinito
tempo alla morte. Per abbreviare io sono tutto vostro, com'io sono.

  A d 1 d'agosto 1550.

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [454] Le lettere di Michelangiolo a Giorgio Vasari sono riferite
  nella _Vita del Buonarroti_, scritta dal Biografo aretino, e nelle
  _Pittoriche_. Noi le ristampiamo pi corrette ed intere,
  servendoci di una copia che a' nostri giorni era in mano del cav.
  Bustelli, stata gi fatta da Michelangelo il Giovane sugli
  originali di esse lettere, possedute allora dal cav. Giorgio
  Vasari il Giovane.

  [455] Papa Giulio III si era vlto a fare in San Pietro a Montorio
  una cappella di marmo con due sepolture: l'una per il cardinale
  Antonio Del Monte suo zio, e l'altra per Fabiano suo avolo. Il
  Vasari ne aveva fatti disegni e modelli, e l'opera delle sepolture
  era stata allogata all'Ammannato, contentandosene Michelangelo, al
  quale era data la cura del tutto.




  Di Roma, 22 d'agosto 1550.

CDLXIX.

_A messer Giorgio Vasari, amico e pittore singolare._


Messer Giorgio, amico caro. -- Io ebbi molti giorni sono una vostra: non
risposi sbito per non parer mercatante. Ora vi dico, che delle molte
lodi che per la detta mi date, se io ne meritassi sol una, mi parrebbe,
quand'io mi vi dtti in anima et in corpo, avervi dato qualche cosa, e
aver sodisfatto a qualche minima parte di quello che io vi son debitore;
dove vi ricognosco ogni ora creditore di molto pi che io non  da
pagare; e perch son vechio, oramai non spero in questa, ma nell'altra
vita poter pareggiare il conto: per vi prego di pazienza.

Circa all'opera vostra,[456] io sono stato a veder Bartolommeo, e parmi
che la vadi tanto bene, quant' possibile. Lui lavora con fede e con
amore e  valente giovane, come sapete, e tanto da bene, che e' si pu
chiamare l'angelo Bartolommeo.

  A d 22 d'agosto 1551.

                    Vostro MICHELANGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [456] Cio, della cappella e sepolture in San Pietro a Montorio
  che lavorava l'Ammannati.




  Di Roma, 13 d'ottobre 1550.

CDLXX.

_A messer Giorgio Vasari, pittore e amico singulare in Firenze._


Messer Giorgio, signor mio caro. -- Sbito che Bartolommeo[457] fu giunto
qua, andai a parlare al Papa; e visto che voleva far rifondare a
Montorio per le sepulture, proveddi d'un muratore di Santo Pietro. El
Tantecose[458] lo seppe, e volsevi mandare uno a suo modo. Io, per non
combattere con chi d le mosse a' venti, mi son tirato a dietro, perch
sendo uomo leggieri, non vorrei essere traportato in qualche macchia.
Basta che nella chiesa de' Fiorentini non mi pare s'abbi pi a pensare.
Tornate presto e sano. Altro no' mi accade.

  Add 13 di ottobre 1550.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [457] Ammannato.

  [458] Cos chiamava Michelangelo il vescovo Aliotti.




  Di Roma, (1552).

CDLXXI.[459]

(_A Benvenuto Cellini_).


Benvenuto mio. -- Io vi  conosciuto tant'anni per il maggior orefice che
mai ci sia stato notizia, ed ora vi conoscer per iscultore simile.
Sappiate che messer Bindo Altoviti mi men a vedere una testa del suo
ritratto di bronzo,[460] e mi disse ch'ella era di vostra mano: io
n'ebbi molto piacere; ma mi seppe troppo male ch'ella era messa a
cattivo lume: che s'ella avesse il suo ragionevole lume, la si
mostrerebbe quella bell'opera ch'ell'.


  [459] Frammento di lettera che si legge riportato da Benvenuto
  Cellini nella propria _Vita_; che poi di nuovo fu pubblicato nel
  _Giornale Arcadico_ di Roma, tomo LVII, pag. 301, e ultimamente
  dal Moreni nell'_Illustrazione storico-critica d'una rarissima
  Medaglia rappresentante Bindo Altoviti: opera di Michelangelo
  Buonarroti_. Stampata in Firenze, per il Magheri, 1824, in-8.

  [460] Di questo ritratto bellissimo di bronzo parla il Cellini
  nella detta sua _Vita_. Al tempo del Moreni era ancora nelle case
  degli Altoviti a pi di Ponte Sant'Angelo di Roma.




  Di Roma, d'aprile 1554.

CDLXXII.

_A Giorgio Vasari._


Messer Giorgio, amico caro. -- Io  auto grandissimo piacere della
vostra, visto che pur ancora vi ricordate del povero vechio, e pi per
essersi trovato al trionfo che mi scrivete, d'aver visto rinnovare un
altro Buonarroto:[461] del quale aviso vi ringrazio quanto so e posso:
ma ben mi dispiace tal pompa, perch l'uomo non dee ridere, quando il
mondo tutto piange: per mi pare che Lionardo non abbi molto giudicio e
massimo per fare tanta festa d'uno che nasce, con quella allegrezza che
s' a serbare alla morte di chi  ben vissuto. Altro non m'acade. Vi
ringrazio sommamente dell'amore che mi portate, bench io non ne sia
degno. Le cose di qua stanno pur cos. A d non so quanti d'aprile 1554.

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [461] Il primo figliuolo nato a Lionardo suo nipote.




  Di Roma, 19 di settembre 1554.

CDLXXIII.

_A Giorgio Vasari._[462]


Messer Giorgio, amico caro. -- Voi direte ben ch'io sie vechio e pazzo a
voler fare sonetti: ma perch molti dicono ch'io son rimbambito, 
voluto far l'uficio mio. Per la vostra veggio l'amor che mi portate: e
sappiate per cosa certa ch'io rei caro di riporre queste mia debile
ossa a canto a quelle di mio padre, come mi pregate; ma partendo ora di
qua, sarei causa d'una gran rovina della fabbrica di Santo Pietro, d'una
gran vergognia e d'un grandissimo peccato. Ma come sie stabilito tutta
la composizione che non possa esser mutata, spero far quanto mi
scrivete, se gi non  peccato tenere a disagio parechi giotti
ch'aspetton ch'io mi parta presto.

  A d 19 di settembre 1554.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [462] Colla lettera era il sonetto che comincia: _Giunto  gi il
  corso della vita mia_.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (1555.)

CDLXXIV.[463]

(_A messer Bartolomeo Ammannati_).


Messer Bartolomeo, amico caro. -- E' non si pu negare che Bramante non
fussi valente nella architettura, quanto ogni altro che sia stato dagli
antichi in qua. Lui pose la prima pianta di Santo Pietro, non piena di
confusione, ma chiara e schietta, luminosa e isolata atorno, in modo che
non nuoceva a cosa nessuna del palazzo; e fu tenuta cosa bella, e come
ancora  manifesto; in modo che chiunque s' discostato da detto ordine
di Bramante, come  fatto il Sangallo, s' discostato dalla verit; e se
cos , chi  occhi non appassionati, nel suo modello lo pu vedere. Lui
con quel circolo che e' fa di fuori, la prima cosa toglie tutti i lumi a
la pianta di Bramante; e non solo questo, ma per s non  ancora lume
nessuno: e tanti nascondigli fra di sopra e di sotto, scuri, che fanno
comodit grande a infinite ribalderie: come tener segretamente sbanditi,
far monete false, impregniar monache e altre ribalderie, in modo che la
sera, quando detta chiesa si serrassi, bisognerebbe venticinque uomini a
cercare chi vi restassi nascosi dentro, e con fatica gli troverebbe, in
modo starebbe. Ancora ci sarebbe quest'altro inconveniente, che nel
circuire con l'aggiunta che il modello fa di fuora detta composizione di
Bramante, saria forza di mandare in terra la cappella di Paolo, le
stanze del Piombo, la Ruota e molte altre: n la cappella di Sisto,
credo, riuscirebbe netta. Circa la parte fatta dal circulo di fuori, che
dicono che cost centomila scudi, questo non  vero, perch con
sedicimila si farebbe, e rovinandolo poca cosa si perderebbe, perch le
pietre fattevi e' fondamenti non potrebbero venire pi a proposito, e
migliorerebbesi la fabrica dugentomila scudi e trecento anni di tempo.
Questo  quanto a me pare e senza passione; perch il vincere mi sarebbe
grandissima perdita. E se potete fare intendere questo al Papa, mi
farete piacere, ch non mi sento bene.

                              Vostro MICHELAGNIOLO.


[464]Osservando il modello del Sangallo, ne sguita ancora: che tutto
quello che s' fatto a mio tempo non vadi in terra, che sarebbe un
grandissimo danno.


  [463] La pubblic molto inesattamente per il primo il Bottari, ed
   nel vol. VI delle _Pittoriche_, pag. 40. Egli disse di averla
  tratta dall'originale presso gli eredi di Michelangelo, senza
  potere scoprire a chi fosse indirizzata. Ma che sia l'Ammannato
  non si pu dubitare.

  [464] Questo che segue manca in tutte le stampe.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 11 di maggio 1555.

CDLXXV.[465]

_A messer Giorgio, pittore eccellentissimo in Firenze._


Io fu' messo a forza ne la fabrica di Santo Pietro, e  servito circa
otto anni non solamente in dono, ma con grandissimo mie danno e
dispiacere: e ora che l' avviata e che c' danari da spendere, e che io
sono per voltare presto la cupola, se io mi partissi, sarebbe la rovina
di detta fabrica; sarebemi grandissima vergognia in tutta la
Cristianit, e a l'anima grandissimo peccato: per, messer Giorgio mio
caro, io vi prego che da mia parte voi ringraziate il Duca delle sue
grandissime offerte che voi mi scrivete, e che voi preghiate suo'
Signoria che con sua buona licenzia e grazia io possi seguitare qua
tanto che io me ne possi partire con buona fama e onore e senza peccato.

  Add undici di magio 1555.

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [465] Delle lettere di Michelangelo al Vasari questa  pubblicata
  ora per la prima volta. Si trova copiata ancora nel codicetto
  intitolato: _Copia di Poesie di Michelagnolo_.




  Di Roma, 22 di giugno 1555.

CDLXXVI.[466]

_Al mio caro messer Giorgio Vasari in Firenze._


Messer Giorgio, amico caro. -- A queste sere mi venne a trovare a casa un
giovane molto discreto e da bene, cio messer Lionardo,[467] cameriere
del Duca, e fecemi con grande amore e affezione da parte di sua Signoria
le medesime offerte che voi per l'ultima vostra. Io gli risposi il
medesimo ch'i' risposi a voi, cio che ringraziassi il Duca da mia parte
di s grande offerte, il pi e 'l meglio che sapeva, e che pregassi sua
Signoria che con sua licenzia io seguitassi qua la fabbrica di Santo
Pietro fin che fussi a termine, che la non potessi esser mutata per
dargli altra forma; perch partendomi prima, sare' causa d'una gran
rovina, d'una gran vergognia e d'un gran peccato; e di questo vi prego
per l'amor di Dio e di Santo Pietro ne preghiate il Duca, e
racomandatemi a sua Signoria. Messer Giorgio mio caro, io so che voi
conoscete nel mio scrivere ch'io sono alle 24 ore, e non nasce in me
pensiero che non vi sia dentro sculpita la morte: e[468] Idio voglia
ch'i' la tenga ancora a disagio qualch'anno.

  A d 22 di giugno 1555.

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [466] Anche questa era inedita.

  [467] Marinozzi da Ancona.

  [468] Con le parole che seguono, principia il Vasari un'altra
  lettera di Michelangelo a lui.




  Di Roma, 23 di febbraio 1556.

CDLXXVII.

_A messer Giorgio Vasari, amico caro in Firenze._


Messer Giorgio, amico caro. -- Io posso male scrivere, ma pur per
risposta della vostra dir qualche cosa. Voi sapete come Urbino 
morto:[469] di che m' stato grandissima grazia di Dio, ma con grave mio
danno e infinito dolore. La grazia  stata, che dove in vita mi teneva
vivo, morendo m' insegnato morire, non con dispiacere, ma con desidro
della morte. Io l' tenuto ventisei anni, et llo trovato realissimo e
fedele; e ora ch'io l'avevo fatto ricco e che io l'aspettavo bastone e
riposo della mia vechieza, m' sparito; n m' rimasto altra speranza
che rivederlo in paradiso. E di questo n' mostro segno Iddio per la
felicissima morte ch'egli  fatto: e pi assai che 'l morire, gli 
incresciuto il lasciarmi vivo in questo mondo traditore, con tanti
affanni; bench la maggior parte di me n' ita seco, n mi rimane altro
che un'infinita miseria.[470] E mi vi racomando e prgovi, se non v'
noia, che facciate mie scusa con messer Benvenuto[471] del non
rispondere alla sua, perch m'abonda tanta passione in simil pensieri,
ch'io non posso scrivere; e racomandatemi a lui, e io a vo' mi
racomando. A d 23 di febraio 1556.

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [469] Mor a' 3 di dicembre 1555. Vedi la lettera CCLXXXIV di
  questa Raccolta.

  [470] Quel che segue non  nello stampato.

  [471] Cellini.




  Di Roma, 28 di maggio 1556.

CDLXXVIII.[472]

_A messer Giorgio Vasari, amico carissimo in Firenze._


Messer Giorgio. -- Non ier l'altro parlai con messer Salustio[473] e non
prima, perch non  stato in Roma. Parmi che e' sia vlto a farvi ogni
piacere, ma pargli d'aspettare l'ocasione, e dice che volendo il Papa
mettere la vostra tavola[474] altrove, e non facendo sua Santit niente
di simil cose che nol chiami, tocher a lui il porla dove meglio gli
parr: e allora sar tempo ricordargli la merc vostra: e  speranza che
vi giover assai, che cos  il suo desiderio.

  A d 28 di maggio 1556.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.


  [472] Anche questa  inedita.

  [473] Peruzzi, architetto del Papa.

  [474] La tavola commessa al Vasari da papa Giulio III per una
  cappella del Vaticano. La qual tavola, perch non gli era stata
  pagata, fu poi per ordine di Pio IV fatta restituire al Vasari, e
  da lui mandata ad Arezzo e messa nella Pieve.




  Di Roma, 28 di dicembre 1556.

CDLXXIX.

(_A Giorgio Vasari_).


Messer Giorgio. -- Io  ricevuto il libretto di messer Cosimo,[475] che
voi mi mandate, e in questa sar una di ringraziamento che va a sua
Signoria. Pregovi che gniene diate e a quella mi racomandiate. Io  a
questi d auto con gran disagio e spesa un gran piacere nelle montagne
di Spuleti[476] a visitare que' romiti, in modo che io son ritornato men
che mezzo a Roma; perch veramente e' non si trova pace se non ne'
boschi. Altro non  che dirvi. Mi piace che siate sano e lieto. E a voi
mi racomando.

  A d 18 di dicembre 1556.

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [475] Il libretto mandato da Cosimo Bartoli a Michelangelo ha
  questo titolo: _Difesa della lingua fiorentina e di Dante, con le
  regole di far bella e numerosa la prosa_: Firenze, 1566, in-4. 
  opera di Carlo Lenzoni, ma avendola per morte lasciata imperfetta,
  fu terminata dal Giambullari: morto il quale, pervenne alle mani
  del Bartoli, che la mise in stampa, dedicandola al duca Cosimo.

  [476] Michelangelo discorre di questa sua fermata nelle montagne
  di Spoleto, essendo in cammino per Loreto, in una lettera al
  nipote Lionardo del 31 d'ottobre 1556. Pare che dimorasse col
  circa 40 giorni.




  Di Roma, 28 di marzo (1557).

CDLXXX.[477]

(_Alla Cornelia vedova dell'Urbino_).


Io m'ero accorto che tu t'eri sdegniata meco, ma non trovavo la cagione.
Ora per l'ultima tua mi pare avere inteso il perch. Quando tu mi
mandasti i caci, mi scrivesti che mi volevi mandare pi altre cose, ma
che i fazzoletti non erano ancor forniti; e io perch non entrassi in
ispesa per me, ti scrissi che tu non mi mandassi pi niente, ma che mi
richiedessi di qualche cosa, che mi faresti grandissimo piacere,
sappiendo, anzi dovendo esser certa dell'amore che io porto ancora a
Urbino, bench morto, e alle cose sue. Circa al venir cost a vedere e'
putti, o mandar qui Michelagniolo,[478]  di bisogno ch'io ti scriva in
che termine io mi trovo. Il mandar qua Michelagniolo non  al proposito,
perch sto senza donne e senza governo, e il putto  troppo tnero per
ancora, e potra nascere cosa, ch'io ne sarei molto malcontento: e dipoi
c' ancora, che 'l Duca di Firenze da un mese in qua, sua grazia, fa
gran forza ch'io torni a Firenze con grandissime offerte. Io gli 
chiesto tempo tanto, ch'io acconci qua le cose mie, e che io lasci in
buon termine la fabrica di San Pietro: in modo che io stimo star qua
tutta questa state: e acconcie le cose mie e le vostre circa al Monte
della Fede, questo verno andarmene a Firenze per sempre, perch sono
vechio, e non  tempo di pi ritornare a Roma; e passer di cost; e
volendomi dar Michelagniolo, lo terr in Firenze con pi amore, che i
figliuoli di Leonardo mio nipote; insegnandogli quello che io so, che 'l
padre desiderava ch'egli imparasse. Ieri a d ventisette di marzo ebbi
l'ultima tua lettera.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [477] Si legge nel vol. I, pag. 13, delle _Pittoriche_.

  [478] Figlioccio di Michelangelo.




  ARCHIVIO DI STATO IN FIRENZE.      Di Roma, (del maggio 1557).

CDLXXXI.[479]

_Allo illustrissimo signore Cosimo duca di Fiorenza._


Signor Duca. -- Circa tre mesi sono, o poco meno ch'i' feci intendere a
vostra Signoria, che io non potevo ancora lasciare la fabrica di Santo
Pietro senza gran danno suo e senza grandissima mia vergognia; e che a
volerla lasciare nel termine desiderato, non mancando le cose necessarie
a quella, mi bisogniava non manco d'un anno di tempo ancora: e di darmi
questo tempo, mi parve che vostra Signoria se ne contentassi. Ora  una
di nuovo pur di vostra Signoria, la quale mi sollecita al tornare pi
che io non aspettavo: ond'io n' passione e non poca, perch sono in
maggior fatica e fastidio circa le cose della fabrica ch'i' fussi mai; e
questo  che nella vlta della capella del Re di Francia, che  cosa
artifiziosa e non usata, per esser vechio e non vi potere andare spesso,
 natovi un certo errore, che mi bisognia disfare gran parte di quel che
v'era fatto: e che cappella questa sia, ne pu far testimonianzia
Bastiano da Sangimigniano,[480] ch' stato qua soprastante, e di quanta
importanza ell' a tutto il resto della fabrica. E corretta detta
cappella, per tutta questa state credo si finir; non mi resta a fare
altro poi, che a lasciarci el modello[481] del tutto, com'io son pregato
da ognuno e massimo da Carpi;[482] e poi tornarmi a Firenze con animo di
riposarmi co' la morte, con la quale d e notte cerco di domesticarmi, a
ci che la non mi tratti peggio che gli altri vechi.

Ora, per tornare al proposito, prego vostra Signoria mi conceda il tempo
chiesto d'un anno ancora per conto della fabrica, come mi parve che per
l'altra mia la si contentassi.

                               Minimo servo di vostra Signoria

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [479]  inedita nel _Carteggio_ del duca Cosimo, Filza 460; ed 
  in risposta ad una del Duca dell'otto di maggio 1557, che si legge
  nel vol. II, pag. 418, del _Carteggio inedito d'Artisti_, ec., del
  Gaye.

  [480] Malenotti.

  [481] Questo modello di legname  nell'Archivio della Fabbrica di
  San Pietro.

  [482] Il cardinale Rodolfo Pio da Carpi.




  Di Roma, (di maggio 1557).

CDLXXXII.

(_A Giorgio Vasari_).[483]


Messer Giorgio, amico caro. -- Io chiamo Iddio in testimonio, come io fu'
contra mia voglia con grandissima forza messo da papa Pagolo nella
fabrica di Santo Pietro di Roma dieci anni sono; e se si fussi insino a
oggi seguitato di lavorare in detta fabrica, come si faceva allora, io
sarei ora a quello di detta fabrica, ch'io  desiderato, per tornarmi
cost: ma per mancamento di lavori, ella s' molto allentata: e
allentasi, quando ella  giunta in pi faticosa e difficil parte: in
modo che abbandonandola ora, non sarebbe altro che con grandissima
vergognia perdere tutto il premio delle fatiche ch'io vi  durate in
detti X anni per l'amor di Dio. Io vi  fatto questo discorso per
risposta della vostra, e perch  una lettera del Duca che m' fatto
molto maravigliare, che sua Signoria si sia degnata a scrivere con tanta
dolcezza. Ne ringrazio Iddio e sua Eccellenzia quanto so e posso. Io
esco di proposito, perch  perduto la memoria e 'l cervello, e lo
scrivere m' di grande afanno, perch non  mia arte. La conclusione 
questa: di farvi intendere quello che segue dello abbandonare la
sopradetta fabrica, e partirsi di qua. La prima cosa, contenterei
parecchi ladri, e sarei cagione della sua rovina, e forse ancora del
serrarsi per sempre;[484] l'altra ch'io ci  qualche obrigo e una casa e
altre cose, tanto che vagliono qualche migliaio di scudi, e partendomi
senza licenzia, non so come andassino; l'altra ch'io son mal disposto
della vita e di renella, pietra e fianco, come nno tutti e' vechi; e
maestro Eraldo[485] ne pu far testimonianza, che  la vita per lui.
Per il tornar cost per ritornar qua, a me non ne basta l'animo; e 'l
tornarvi per sempre, ci vuole qualche tempo per assettar qua le cose in
modo ch'io non ci abbi pi a pensare. Egli  ch'io parti' di cost,
tanto che, quand'io giunsi qua, era ancor vivo papa Clemente, che in
capo di duo d mor poi.[486] Messer Giorgio, io mi raccomando a voi e
pregovi mi raccomandiate al Duca, e che facciate per me[487] perch a me
non basta l'animo ora se non di morire, e ci che vi scrivo dello stato
mio qua  pi che vero. La risposta ch'i' feci al Duca, la feci perch
mi fu detto ch'i' rispondessi, perch non mi bastava l'animo a scrivere
a sua Signoria e massimo s presto; e se io mi sentivo da cavalcare, io
venivo sbito cost e tornavo, che qua non si sara saputo.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [483]  in risposta ad una del Vasari dell'otto di maggio, che si
  legge nelle _Pittoriche,_ vol. I, pag. 6, ripetuta nel vol. VIII,
  pag. 45.

  [484] Quel che segue non si legge nelle stampe passate.

  [485] Realdo Colombo, medico celebre.

  [486] Papa Clemente mor a' 25 di settembre 1534. Michelangelo
  dunque giunse in Roma a' 23 del detto mese. Ma certamente questa
  sua andata col fu per pochi giorni, e anticip di tre mesi
  l'ultima, la quale fu sul finire del dicembre di quell'anno
  medesimo, come per altri riscontri si pu conoscere.

  [487] Crede Michelangelo il Giovane che qui manchi una parola,
  forse _scusa_; ma pare che, anche senza questa, il discorso torni.




  Di Roma, (17 d'agosto 1557).

CDLXXXIII.

(_A Giorgio Vasari_).


La cntina segnata di rosso la prese il capomaestro in sul corpo di
tutta la vlta. Dipoi come si cominci appressare al mezzo tondo, che 
nel colmo di detta vlta, s'accorse dell'errore che facea detta cntina,
come si vede qui nel disegno, che con una cntina sola si governava,
dove nno a essere infinite, come son qui nel disegno le segnate di
nero. Con questo errore  ita la vlta tanto innanzi, che s' disfare un
gran numero di pietre, perch in detta vlta non ci va nulla di muro, ma
tutto trevertino; e il diametro de' tondi senza la cornice che gli
recigne  ventidue palmi. Questo errore, avendo il modello fatto
appunto, com'io fo d'ogni cosa,[488] ma  stato per non vi potere andare
spesso per la vechiezza: e dove io credetti che ora fussi finita detta
vlta, non sar finita in tutto questo verno: e se si potesse morire di
vergognia e dolore, io non sarei vivo. Pregovi raguagliate il Duca,
perch non sono ora a Firenze:[489] bench pi altre cose mi tengono che
io non le posso scrivere.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.


  [488] Qui manca qualcosa, forse: _non si doveva mai pigliare_, o
  c' di pi la parola _ma_.

  [489] Le parole che seguono non sono negli stampati.




  Di Roma, (17) d'agosto 1557.

CDLXXXIV.

_A messer Giorgio Vasari in Firenze._


Messer Giorgio. -- Perch sia meglio inteso la difficult della vlta
ch'io mandai disegnata, ve ne mando la pianta, che non la mandai allora,
cio detta vlta, per osservare il nascimento suo insino di terra. 
stato forza dividerle in tre vlte, in luogo delle finestre da basso
divise da pilastri, come vedete che vanno piramidati al mezzo tondo del
colmo della vlta, come fa il fondo e' lati della vlta. Ancora e'
bisognia governarle con un numero infinito di cntine, e tanto fanno
mutazione e per tanti versi di punto in punto, che non ci si pu tener
regola ferma; e' tondi e' quadri che vengono nel mezzo de' loro fondi,
nno a diminuire e acrescere per tanti versi e andare per tanti punti,
che  difficil cosa a trovarne il modo vero. Nondimeno avendo il
modello, com'io fo di tutte le cose, non si doveva mai pigliare s
grande errore di volere con una cntina sola governare tutt'a tre que'
gusci; onde n' nato, ch' bisogniato con vergognia e danno disfare: e
disfassene ancora un gran numero di pietre. La vlta e' conci e' vani 
tutta di trevertino, come l'altre cose da basso: cosa non usata a Roma.

[490]Ringrazio quanto so e posso il Duca della sua carit, e Dio mi dia
grazia ch'io possa servirlo di questa povera persona, ch'altro non c':
la memoria e 'l cervello son iti a aspettarmi altrove.

  D'agosto 1557.

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [490] Quel che segue non  nelle stampe.




  Di Roma, 28 di settembre 1558.

CDLXXXV.[491]

_A messer Giorgio Vasari, pittore singularissimo in Firenze._


Messer Giorgio, amico caro. -- Circa la scala della Libreria, di che m'
stato tanto parlato, crediate che se io mi potessi ricordare come io
l'avevo ordinata, che io non mi farei pregare. Mi torna bene nella mente
come un sogno una certa scala, ma non credo che sia apunto quella che io
pensai allora, perch mi torna cosa goffa, pure la scriver qui: cio,
che se voi togliessi una quantit di scatole aovate, di fondo di un
palmo l'una, ma non d'una lunghezza e larghezza; e la maggiore prima
ponessi in sul pavimento, lontana dal muro dalla porta tanto, quanto
volete che la scala sia dolce o cruda; e un'altra ne mettessi sopra
questa che fussi tanto minore per ogni verso, che in su la prima, di
sotto avanzassi tanto piano quanto vuole il pi per salire, diminuendole
e ritirandole verso la porta fra l'una e l'altra, sempre per salire; e
che la diminuzione dell'ultimo grado sia quant'il vano della porta; e
detta parte di scala aovata abbi come due alie, una di qua et una di l;
che vi seguitino e' medesimi gradi, ma diritti e non aovati; questi pe'
servi e 'l mezzo pel signore, dal mezzo in su di detta scala; le rivolte
di dette alie ritornino al muro; dal mezzo in gi in sino in sul
pavimento, si discostino con tutta la scala dal muro circa tre palmi, in
modo che l'imbasamento del Ricetto non sia occupato in luogo nessuno e
resti libera ogni faccia. Io scrivo cosa da ridere, ma so bene che
messer Bartolomeo e voi troverete cosa al proposito.[492]

Del modello che mi scrivete, non sapete voi che non accadeva scriverne
niente, ma sbito mandarlo ove piacessi al Duca? E non che il modello,
ma volessi Iddio che qua si trovassi qualche cosa bella a mio modo, che
io non guarderei in cosa nessuna per mandarla a sua Signoria. De le
offerte grandissime, prego ne ringraziate sua Signoria. So bene che non
le merito, ma pure ne fo capitale.[493]

  Roma, 28 settembre 1558.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.


  [491] Stampata nelle _Pittoriche_, vol. I, pag. 4. Ma quivi la
  data  sbagliata, come nel Vasari.

  [492] Quel che segue manca nelle stampe. Traggo questa aggiunta,
  come alcune correzioni nel corpo della lettera, da una copia
  contemporanea che  presso il cav. Giuseppe Palagi.

  [493] Nonostante le spiegazioni da Michelangelo date al Vasari, ed
  il modelletto di terra mandato all'Ammannato, pure bisogna dire
  che la scala della Libreria di San Lorenzo, come oggi si vede,
  riusc cosa alquanto lontana dal concetto e dalla intenzione del
  Buonarroti.




  Di Roma (di gennaio 1559).

CDLXXXVI.[494]

(_A messer Bartolommeo Ammannati in Firenze_).


Messer Bartolomeo. -- Io vi scrissi com'io avevo fatto un modello piccolo
di terra della scala della Libreria; ora ve lo mando in una scatola, e
per esser cosa piccola non ho potuto fare se non l'invenzione,
ricordandomi che quello che gi vi ordinai, era isolato e non
s'appoggiava se non alla porta della Libreria. Sommi ingegnato tenere il
medesimo modo, e le scale che mettono in mezzo la principale, non vorrei
ch'avessin nella stremit balaustri, come la principale, ma fra ogni due
gradi un sedere, come  accennato dagli adornamenti. Base, cimase a que'
zoccoli ed altre cornicie non bisogna che io ve ne parli, perch siate
valente, e essendo nel luogo, molto meglio vedrete il bisogno che non fo
io. Della altezza e larghezza occupatene il luogo manco che potete col
ristrigniere e allargare come a voi parr.

 openione che quando detta scala si facesse di legname, cio d'un bel
noce, che starebbe meglio che di macigno e pi a proposito a' banchi, al
palco e alla porta.[495] Altro non m'acade. Son tutto vostro, vechio,
cieco e sordo e mal d'acordo con le mani e con la persona.

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [494] Da una copia gi presso il cav. Bustelli.

  [495] Pare che fino dal 1549 Michelangelo fosse stato richiesto
  circa la forma della scala della Libreria. In una lettera di Lelio
  Torelli a Pier Francesco Riccio, maggiordomo del duca Cosimo,
  scritta di Firenze il 20 gennaio 1549 (1550), si dice: _Io mando
  alla Signoria vostra una lettera di Michelangelo, ch'io m'havea
  proposto di ragionarli sopra la scala della Libreria di San
  Lorenzo; che havendo inteso che era cos bella et nuova
  inventione, et che quella che hora si disegnava non riusciva,
  pensandomi che la Signoria vostra potesse cavar qualche costrutto
  di questa consideratione, mi feci dar questa lettera da ser
  Giovanfrancesco_ (Fattucci): _la qual, come har vostra Signoria
  operato, li piacer rimandarmi; et della cosa far quanto le
  piacer. So che non propongo cosa ch'Ella non sappia, ma quando
  mor l'Ansuino_ (Andrea Sansovino) _in quelle stanze era il
  modello di detta scala, et intendo ch'erano lavorate tutte le
  pietre, excetto il primo scaglione_. (Archivio di Stato in
  Firenze, _Carteggio_ di Pier Francesco Riccio, Filza 7).




  ARCHIVIO DI STATO IN FIRENZE.      Di Roma, 1 di novembre 1559.

CDLXXXVII.[496]

(_Al duca Cosimo de' Medici_).


Illustrissimo signor Duca di Firenze. -- I Fiorentini nno avuto gi pi
volte grandissimo disidro di far qua in Roma una chiesa di Sangiovanni.
Ora a tempo di vostra Signoria sperando averne pi comodit, se ne sono
resoluti, e nno fatto cinque uomini sopra di ci, e' quali m'nno pi
volte richiesto e pregato d'un disegnio per detta chiesa. Sappiendo io
che papa Leone dtte gi prencipio a detta chiesa,  risposto loro non
ci volere attendere senza licenzia e commessione del Duca di Firenze.
Ora come si sia seguito poi, io mi truovo una lettera della vostra
Illustrissima Signoria molto benignia e graziosa, la quale tengo per
espresso comandamento, che io debba attendere alla sopradetta chiesa de'
Fiorentini, mostrando averne aver piacer grandisimo. nne fatti gi pi
disegni[497] convenienti al sito che m'nno dato per tale opera i
sopradetti deputati. Loro, come uomini di grande ingegnio e di gudicio,
n'nno eletto uno, el quale in verit m' parso el pi onorevole; el
quale si far ritrarre e disegniare pi nettamente, ch'io non  potuto
per la vecchiezza, e manderassi alla Illustrissima vostra Signoria: e
quello si eseguir che a quella parr.

Duolmi a me in questo caso assai esser s vechio e s male d'acordo con
la vita, che io poco posso promettere di me per detta fabrica; pure mi
sforzer, standomi in casa, di fare ci che mi sar domandato da parte
di vostra Signoria, e Dio voglia ch'i' possa non mancar di niente a
quella. A d primo novembre 1559.

                                Di vostra Eccellenza servitore

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [496] Sta nel vol. I, pag. 10, delle _Pittoriche_, e fu
  ripubblicata dal Gaye, Op. cit., vol. III, pag. 18, secondo
  l'originale che  nel _Carteggio_ del duca Cosimo de' Medici,
  Filza 482, carte 2.

  [497] De' cinque che ne fece, mand quello scelto da' Deputati al
  Duca in Firenze, per mezzo di Tiberio Calcagni. Ma la chiesa de'
  Fiorentini fu poi fatta col disegno di altri.




  ARCHIVIO DI STATO IN FIRENZE.      Di Roma, 5 di marzo 1560.

CDLXXXVIII.[498]

_Allo Illustrissimo et Eccellentissimo signor Duca di Firenze et Siena,
mio padrone osservandissimo._


Illustrissimo Signor mio osservandissimo. -- Questi deputati sopra la
fabrica della chiesa de' Fiorentini si sono resoluti mandare Tiberio
Calcagni a vostra Eccellenza Illustrissima: la qual cosa mi  molto
piaciuta, perch con i disegni che egli porta, ella sar capace pi che
colla pianta che vidde, di quello ci occorrerebbe di fare; e se questi
le sodisfaranno, si potr dipoi dar principio con lo aiuto della vostra
Eccellenza a fare li fondamenti, e a seguitare questa santa impresa. E
mi  parso il debito mio con questi pochi versi dirle, avendomi la
vostra Eccellenza comandato che io attenda a questa fabrica, che io non
mancher di quanto saperr et potr fare, sebene per la et e
indisposizione mia non posso quanto vorrei, e che sarebe il debito mio
di fare per servizio di vostra Eccellenza e della Nazione. Alla quale
con tutto il quore mi racomando e offero, e prego Iddio la mantenghi in
felicissimo stato.

  Di Roma, alli V di marzo 1560.

                      (_Sottoscritto_) Di vostra Eccellenza servitore
                                  MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [498] Pubblicata dal Gaye, Op. cit., vol. III, pag. 25.
  L'originale sottoscritto solamente dalla mano di Michelangelo si
  trova nella Filza 483, carte 797, del _Carteggio_ del duca Cosimo.




  ARCHIVIO DI STATO IN FIRENZE.      Di Roma, 25 d'aprile 1560.

CDLXXXIX.[499]

_A l'illustrissimo Duca di Fiorenza._


Illustrissimo signor Duca. -- Io  visto e' disegni delle stanze dipinte
da messer Giorgio,[500] e il modello della sala grande[501] con il
disegnio della fontana di messer Bartolommeo che va in detto luogo.
Circa alla pittura m' parso veder cose maravigliose, come sono e
saranno tutte quelle che sono e saran fatte sotto l'ombra di vostra
Eccellenza. Circa al modello della sala cos com', mi par basso;
bisognerebbe, poich si fa tanta spesa, alzarla almeno braccia 12. Circa
alla correzione del palazzo, a me pare, per i disegni che  visti, non
si potesse accomodar meglio. Quanto alla fontana di messer Bartolommeo
che va in detta sala, mi pare una bella fantasia che riuscir cosa
mirabile; del che io prego Dio che vi dia lunga vita, acci che quella
possa condurre e queste e dell'altre cose. Circa alla fabrica de'
Fiorentini qua, mi duole esser s vechio e vicino alla morte per non
poter sadisfare in tutto al desiderio suo; pur vivendo far quanto
potr: e a quella mi raccomando. Di Roma li d 25 di aprile 1560.

                    Di vostra Eccellenza Illustrissima servitore

                             MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [499] Si trova nella Filza 484 del detto _Carteggio_ del duca
  Cosimo:  scritta da altra mano, forse da Daniello Ricciarelli, e
  sottoscritta da Michelangelo. Fu pubblicata dal Gaye, Op. cit.,
  vol. III, pag. 25.

  [500] Il Vasari dipinse la _Genealogia degli Dei_ nelle stanze
  nuove del Palazzo Vecchio, che rispondono dalla Loggia del Grano.

  [501] La Sala detta de' 500.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,(1560).

CDXC.

(_Al cardinale Rodolfo Pio da Carpi_).[502]


Monsignore reverendissimo. -- Quando una pianta  diverse parti, tutte
quelle che sono a un modo di qualit e quantit, nno a essere adorne di
un medesimo modo e d'una medesima maniera; e similmente e' loro
riscontri. Ma quando la pianta muta del tutto forma,  non solamente
lecito, ma necessario, mutare dal detto ancora gli adornamenti, e
similmente e' loro riscontri: e i mezzi sempre sono liberi come
vogliono; siccome il naso, che  nel mezzo del viso, non  obligato n
all'uno n all'altro ochio, ma l'una mano  bene obligata a essere come
l'altra, e l'uno ochio come l'altro, per rispetto degli lati e de'
riscontri. E per  cosa certa, che le membra dell'architettura
dipendono dalle membra dell'uomo. Chi non  stato o non  buon maestro
di figure, e massime di notomia, non se ne pu intendere.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [502] Pubblicata nelle _Pittoriche_, vol. I, pag. 11; ma senza
  indicazione di data e coll'indirizzo al duca Cosimo. Circa la
  data, si congettura il 1560; potendo benissimo essere di qualche
  altro anno indietro: e circa alla persona, vedendo che  scritta
  ad un Monsignore, si pu con ragione supporre che sia il cardinale
  Rodolfo Pio da Carpi, il quale si sa che fu uno de' deputati sopra
  il governo della Fabbrica di San Pietro. E questa lettera, o
  meglio spiegazione, pare che fosse dettata dal Buonarroti per
  risposta ad un qualche dubbio statogli mosso circa alcuna parte
  del suo lavoro.




  Di Roma,(1560).

CDXCI.[503]

_A' Soprastanti della Fabrica di Santo Pietro._


Voi sapete che io dissi al Balduccio che non mandassi la sua calce, se
la non era buona. Ora avendola mandata trista, senza dubbio d'aversela a
ripigliare, si pu credere che e' si sia patteggiato con chi l'
accettata. Questo fa un gran favore a quegli che io  cacciato di detta
fabrica per simil conto: e chi accetta le cose cattive, necessarie a
detta fabbrica, avendole io proibite, non fa altro che farsi amici
quelli che io m' fatti nimici. Credo che la sar una lega nuova. Le
promesse, le mancie, e' presenti corrompon la iustizia. Per vi prego da
qui innanzi, con quella autorit che  io dal Papa, non accettiate cosa
nessuna che non sia al proposito, se ben la venissi dal Cielo; acci che
non paia, come non sono, parziale.

                              Vostro MICHELAGNIOLO.


  [503] Questa lettera fa pubblicata dal Fea secondo l'originale,
  che egli non dice da chi posseduto, nell'operetta intitolata:
  _Notizie intorno a Raffaele Sanzio da Urbino_, ec. Roma, Poggioli,
  1822, in-8.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (10 di gennaio 1560).

CDXCII.

(_A Pier Filippo Vandini a Casteldurante_).


Magnifico messer Pier Filippo.[504] -- Per risposta della vostra lettera
delli X del presente, vi dico che ancora io  parere da' dottori, che
essendo vero che la casa non per fondo dotale, ma per estimo di 500
fiorini sia stata consegnata alla Cornelia,[505] ella non  obligata a
repigliarse la casa; ma pu avere li danari s'ella vuole. Ma perch mi
pare di conoscere, che la Cornelia vorrebbe stare in casa et avere li
500 fiorini et pigliarsi forse le migliore terre che possedono cost
cotesti poveri pupilli; essendo in questo, al parere mio, poco amorevole
madre; mi pare che doviamo per debito nostro operare di modo, che le
robbe delli pupilli non siano delapidate: et per forse sarebbe bene di
vedere se la casa si potesse vendere 500 fiorini, et se fosse possibile
800, come intendo che vale, et in effetto quel maggior prezzo che si
possesse; considerando che, avendosi alienare beni stabili, sia molto
meglio per li pupilli alienare la casa che li campi, che pigliare li
denari del Monte, che tuttavia guadagnano et aumentano, atteso massime
che li pupilli per tre o quattro scudi l'anno averanno a pigione una
buona casa, et non verranno alienare le cose pi fruttifere: et forse la
Cornelia, come intender che volete vendere la casa, muter fantasia et
si risolver a pigliare la casa, non le riuscendo quei disegni et
pensieri che ella  fatto. Et questo  il mio parere, rimettendomi
sempre alla prudenza et amorevolezza vostra, che siete in fatto, possete
molto meglio giudicare et consigliarvi che io non posso fare io: e mi
sara anco caro se vi paresse che avanti si inovasse altro, voi, come
cortesemente mi offerite, veniste a Roma, et ci abbocassimo insieme,
perch meglio ci intenderemo, meglio ci risolveremo, et meglio darimo
forma alle cose di cotesti poveri orfanelli. Vi prego dunque con tutto
il cuore, che quanto prima vi torner bene, noi facciamo questo
abbocamento. Et con tutto il cuore mi racomando a voi et alli pupilli.
Di Roma il d....[506]


  [504] Questo Pier Filippo fu per qualche tempo uno de' tutori di
  Michelangelo e di Francesco, figliuoli pupilli dell'Urbino.

  [505] La vedova dell'Urbino, figliuola di Guido da Colonnello, la
  quale nell'anno dopo si rimarit al dottor Giulio Brunelli da
  Gubbio.

  [506] Questa bozza di lettera non  di mano di Michelangelo.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 13 di settembre 1560.

CDXCIII.[507]

_All'Illustrissimo e Reverendissimo Signore et Padrone Colendissimo il
signor Cardinale di Carpi._


Illustrissimo et Reverendissimo Signore et Padrone mio colendissimo. --
Messer Francesco Bandini[508] mi  detto ieri che vostra Signoria
Illustrissima et Reverendissima gli disse che la fabbrica di San Pietro
non poteva andar peggio di quello che andava: cosa che mi  molto
veramente doluta, s perch ella non  stata informata del vero, come
ancora che io, come io debbo, desidero pi di tutti gli altri uomini che
la vadi bene. Et credo, s'io non mi gabbo, poterla con verit
assicurare, che, per quanto in essa ora si lavora, la non potrebbe
meglio passare. Ma percioch forse il proprio interesse et la vechieza
mi possono facilmente ingannare, et cos contra l'intenzione mia far
danno o pregiudizio alla prefata fabbrica; io intendo, come prima potr,
domandare licenza alla Santit di nostro Signore: anzi, per avanzar
tempo, voglio supricare, come fo, vostra Signoria Illustrissima et
Reverendissima, che sia contenta liberarmi da questa molestia, nella
quale per li comandamenti de' Papi, come ella sa, volentieri so' stato
gratis gi 17 anni. Nel qual tempo si pu manifestamente veder quanto
per opra mia sia stato fatto nella suddetta fabbrica. Tornandola
efficacemente a pregare di darmi licenza, che per una volta non mi
potrebbe far la pi singulare grazia. Et con ogni reverenza, umilmente
bascio la mano a vostra Signoria Illustrissima et Reverendissima.

  Di Casa, in Roma il d 13 di settembre nel LX.

          Di vostra Signoria Illustrissima et Reverendissima.

                             Umile servo


  [507]  tra le _Pittoriche_, nel vol. VI, pag. 43; noi la
  ripubblichiamo secondo una copia contemporanea.

  [508] A lui don Michelangelo la _Piet_ che ruppe, che oggi  nel
  Duomo di Firenze.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (del novembre 1561).

CDXCIV.[509]

(_Ai Deputati della Fabbrica di San Pietro_).


Signori Deputati. -- Essendo io vechio et vedendo che Cesare[510]  tanto
occupato nello offizio suo per le cose della fabbrica, perch gli uomini
restano spesse volte senza capo; per m' paruto necessario dare a detto
Cesare, Pierluigi[511] per suo compagno, quale conosco persona d'utile
et onore per la fabbrica; perch ancora era solito della fabbrica e
perch stando in casa mia, mi potr ragguagliare la sera quello si far
il giorno. Al quale le Signorie vostre li faranno ordinare il suo
mandato della sua provisione cominciata il primo di questo mese, della
quantit di quella di Cesare: altrimenti io la pagar del mio: perch io
son resoluto, conoscendo il bisogno e utile della fabbrica, che vi stia.
E a vostre Signorie mi racomando.


  [509] Non  di mano di Michelangelo, e trovasi scritta nel foglio
  bianco di una lettera del Vasari a Michelangelo, de' 4 di novembre
  1561.

  [510] Cesare da Castel Durante, uno de' soprastanti alla Fabbrica
  di San Pietro. A costui l'otto di agosto 1563, essendo a San
  Pietro, furono date tre pugnalate, per le quali in breve si mor.

  [511] Pier Luigi Gaeta, che il Vasari dice giovane, ma
  sufficientissimo, al quale accadde, nel 1561 essendo mandato da
  Michelangelo a cambiare certi ducati d'oro vecchi, di esser preso
  e messo in prigione per sospetto che avesse avuto mano nel furto
  di un gran tesoro trovato in que' giorni nella vigna di Orazio
  Muti.




  MUSEO BRITANNICO.      Di Firenze, 7 di gennaio 1524.

Aggiunta.

CDXCV.

(_A Giovanni Spina_).


Giovanni. -- L'aportatore di questa sar Antonio di Bernardo Mini che sta
meco, al quale pagerete ducati quindici d'oro per conto de' modegli
delle sepolture della sagrestia di San Lorenzo, che io fo per papa
Clemente.

  A d sette di gennaio mille cinque cento ventitre.

Ricievuto detto d.

                    Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.


FINE DELLE LETTERE A DIVERSI.




RICORDI DI MICHELANGELO BUONARROTI

DAL 1505 AL 1563.


SEPOLTURA DI GIULIO II.

[_Arch. Buon._ 1505?]

Per conto della sepultura mi bisogna ducati quattro cento ora e dipoi
cento ducati il mese per il medesimo conto, come sono i nostri primi
patti.


PITTURA DELLA SISTINA.

[_Museo Brit._ 1508 10 di maggio.]

Ricordo come oggi questo d dieci di maggio nel mille cinque ciento otto
io Michelagniolo scultore  ricievuto dalla Santit del nostro signore
papa Iulio secondo, ducati cinque ciento di camera, e' quali mi cont
messer Carlino cameriere e messer Carlo degli Albizzi, per conto della
pittura della vlta della cappella di papa Sisto,[512] per la quale
comincio oggi a lavorare, con quelle condizione e patti che appariscie
per una scritta di monsignor reverendissimo di Pa(_via_)[513] e
sottoscritta di mia mano.

  [512] A proposito di questa pittura, per mostrare come
  Michelangelo, contro l'opinione d'alcuni, la cominciasse veramente
  nel maggio di quell'anno, ci pare opportuno di riferire il
  presente documento:


  A nome di Dio a d 11 di magio 1508.

  Io Piero di Iacopo Roselli maestro di murare ne ricevuto ogi
  questo d 11 magio deto di sopra, da Michelagnolo Bonaroti
  iscultore, ducati dieci d'oro di camera per parte di isciarvare
  (_scialbare_) la vlta di papa Sisto in ne la cappella, e ariciare
  e fare quelo bisogner: che fane fare papa Giulio. E per fede del
  vero ne fato questa di mia propria mano questo d sopradeto duc.
  10 d'oro di camera.

  A d 24 di magio ducati quindici d'oro di camera ebi a d deto e
  per lui da Francesco Granaci contanti duc. 15 d'oro di cam.

  E a d 3 di gugnio ducati dieci d'oro di camera per lui da
  Francesco Granaci ebi contanti duc. 10 d'oro di cam.

  E a d 10 di gugnio ducati dieci d'oro di camera per lui da
  Francesco Granaci ebi contanti duc. 10 d'oro di cam.

  E a d 17 di Iulio ducati dieci d'oro di camera ebi contanti da
  Michelagnolo detto duc. 10 d'oro di cam.

  E a d 27 di Iulio ducati trenta d'oro di camera per resto di
  ponte e de l'ariciato e di quelo ne fato insino a questo d duc.
  30 d'oro di cam.

  [513] Francesco Alidosi, vescovo di Pavia.


Pe' garzoni[514] della pittura che s'nno a far venire da Fiorenza, che
saranno garzoni cinque, ducati venti d'oro di camera per uno, con questa
condizione; cio, che quando e' saranno qua e che e' saranno d'accordo
con esso noi, che i detti ducati venti per uno che gli ranno ricevuti,
vadino a conto del loro salario; incominciando detto salario il d che
e' si partino da Fiorenza per venire qua. E quando non sieno d'accordo
con esso noi, s'abbi a esser loro la met di detti danari per le spese
che ranno fatto a venire qua e per il tempo.

  [514] Per mostrargli il modo del lavorare in fresco e d'aiutarlo.


SEPOLTURA DI GIULIO II.

[_Arch. Buon._ 1515 dal 6 di magg. al 14 di giugno.]

Nota de' danari che  'uti Michelagniolo scultore per conto della
sepoltura di papa Iulio:

  Add vj di maggio ducati 200 d'oro di camera         Duc.  200
  Add xiiij di giugno ducati 200 d'oro di camera      Duc.  200
  Add xxiij di luglio ducati 200 d'oro di camera      Duc.  200
  Add xxvij di agosto ducati 200 d'oro di camera      Duc.  200
  Add xv d'ottobre ducati 200 d'oro di camera         Duc.  200
  Add xij di dicienbre ducati 200 d'oro di camera     Duc.  200
  Add xx di febbraro ducati 200 d'oro di camera       Duc.  200
  Add xiiij di giugno ducati 600 d'oro di camera      Duc.  600
                                                       ------------------
                                                       Duc. 2000

[1516 5 di gennaio.]

E a d cinque di giennaio  ricievuto da Bernardo Bini ducati cinque
ciento d'oro di camera.

El ditto d cinque di giennaio ebi ancora dal detto Bernardo ducati
ciento d'oro di camera.

[24 di marzo.]

Io Michelagniolo  ricievuto oggi questo d venti quatro di marzo da
Bernardo Bini una lettera di ducati mille secento d'oro largi, e' quali
m'nno a pagare e' Lanfredini in Firenze, e quando gli r ricievuti,
anderanno al sopra detto conto.

[30 d'agosto.]

Io Michelagniolo  ricievuto oggi questo d penultimo d'agosto nel mille
cinque cento sedici da' Lanfredini di Firenze ducati cinquecento largi,
e oggi otto d n'ebbi mille: che sono in tutto mille cinque cento largi,
e' quali m' fatto pagar qua Bernardo Bini pel sopra detto conto, cio
mille cinque cento largi. Fini' riscuotere il penultimo d d'agosto nel
mille cinque cento sedici per sopra detto conto.

[29 di novemb.]

Io Michelagniolo  ricievuto oggi questo d venti nove di novembre da
Bernardo Bini ducati quattrocento d'oro di camera.

[1517 2 di gennaio.]

Io Michelagniolo  avuti oggi questo d dua di giennaio mille cinque
cento sedici da Lanfredino Lanfredini e conpagni di Firenze ducati
quattrocento largi d'oro, e' quali ricev per me Buonarroto mio
fratello, per una di cambio di Bernardo Bini di Roma.

[1518 di febbraio.]

E a d.... di febraio mille cinque cento diciasette ebi da' Lanfredini
per Bernardo Bini per conto della sepultura di papa Iulio, ducati
quatrocento d'oro largi.


FACCIATA DI SAN LORENZO.

[_Museo Brit._ 1516 1 di dicembre.]

El primo d di dicembre mille cinque cento sedici andai da Carrara a
Roma a papa Leone per conto della facciata di San Lorenzo, e a d sei di
giennaio fui ritornato a Carrara: dua uomini e dua cavalli.

In Carrara per cercare delle colonne per detta opera ducati cinquanta a
Cagione, ducati venti sei al Cucherello, ducati diciotto al Mancino. Dua
volte da Carrara venni a vedere el modello che facea Baccio d'Agnolo,
ch' un mese, dua uomini e dua cavalli.

Venni da Carrara a segniare e' fondamenti di detta facciata di San
Lorenzo e fargli fare: un mese dua uomini e dua cavalli.

A' primi scarpellini che io menai a Seravezza ducati venticinque in
sull'osteria per infino che io fe' contratto con loro e in sul contratto
ducati cento.

A Sandro di Poggio ducati cento.

A maestro Domenico e suo fratello ducati cento.

Al Zucha ducati cento cinquanta.

A Bardoccio ducati cinquanta dua.

A Michele ducati diciotto.

A Donato ducati cinquanta sette.

A Francesco Peri ducati dugiento settanta.

Nel collare la prima colonna, ducati sessanta.

Nel collare la seconda, ducati trenta.

El marmo che i'  in Firenze per fare una figura per detta opera, ducati
settanta.

Cinquanta dua ducati mandati ora a Carrara per figure per detta opera:
un mese e mezzo v' stato ora Pietro[515] per dette figure con un
cavallo e un garzone.

  [515] Pietro d'Urbano da Pistoia.

Otto mesi sono stato a cavallo, cio dua cavalli e dua uomini: otto
mesi.

In fare cavare da me e sterrare e cercare di marmi a Seravezza, ducati
quaranta.

Fra scafaioli e carradori ducati dugiento cinquanta, e dieci ducati
riebbi manco dagli scalpellini di Pietra Santa, di cento che io dtti
loro, non volendo lor cavare.

[_Museo Brit._ 1516 5 di dicembre.]

A d cinque di dicembre mille cinque cento sedici andai da Carrara a
Roma a papa Leone, che mand per me per conto della facciata di San
Lorenzo.

[1517 7 di gennaio.]

E a d sei, ovvero sette (_di gennaio_), sendo tornato a Carrara
d'accordo col Papa a parole, giunse detto d in Carrara uno detto
Bentivoglio mandato da Iacopo Salviati, e portommi mille ducati da
Iacopo Salviati per conto del Papa per l'opera di San Lorenzo.

[d'agosto]

Poi l'agosto (31) vegniente mi fece detto papa Leone venire a Firenze a
fare un modello di legniame di detta opera: ond'io m'ammalai e Pietro
che sta meco, e fmo per morire. Di poi feci detto modello e manda'lo a
Roma. E come el papa Leone lo vide, mi scrisse andassi l: cos andai e
l fmo d'accordo di sopra detta opera e tolsila a fare in cottimo, come
apparisce per la scritta: e volse detto papa Leone che el lavoro
mio[516] di Roma io lo conducessi a Firenze a fare, per poter servire
lui: e lui mi promesse cavarmi di tutte le spese del condurre in qua e
ricondurre in l e di gabelle e danni e interessi, bench la scritta nol
dica.

  [516] Intendi: _la sepoltura di papa Giulio_.

[1518 dal 6 al 25 di febbraio.]

[_Museo Brit._ 1519 dal 20 al 26 di marzo.]

A' d sei di febraio seguente mille cinque cento diciassette tornai,
ovvero giunsi a Firenze e a d venti cinque ebbi da Iacopo Salviati
ducati ottocento per papa Leone per detta opera e andai a Carrara: e
mutandomi e' Carraresi e' patti fatti prima de' marmi di detta opera,
andai a cavare a Pietra Santa e fecivi l'avviamento che oggi si vede
fatto: che mai pi innanzi v'era stato cavato: e attesi a cavare per
detta opera in sino a d venti di marzo mille cinque cento diciotto: e
avendo a ordine, ovvero bozzate sei colonne di undici braccia e mezzo
l'una per detta opera e molti altri marmi, come ancora si vede, venni a
Firenze al Cardinale a chiedere danari per condurle. E a d venti sei di
marzo mille cinque cento diciannove mi fece pagare el cardinale de'
Medici da' Gaddi per conto di papa Leone detto per detta opera, ducati
cinque cento.

Nel collare la prima colonna, ducati sessanta. Vero  che la maggior
parte fu nella mattina nel collare la seconda: undici nelle girelle di
bronzo e sei nelle casse del ferro e in argani e in parati e in omini,
ducati trenta: el marmo che i'  in Firenze per fare una figura per la
faccia, ducati settanta mi viene a me.

Cinquanta dua ducati dati ora di nuovo a Carrara ec.

In fare cavare da me a Seravezza e in fare sterrare e cercare
d'avviamenti per fare cavare, ducati circa quaranta. cci di spesa fra
scafaioli e carradori ducati circa dugiento cinquanta.

Dieci ducati riebbi manco dagli scarpellini di Pietra Santa, di cento
che io dtti loro perch e' cavassino, non volendo lor poi cavare.

Venni per fare el modello da Carrara e ammala'mi. Dipoi lo feci e mandai
Pietro con esso a Roma: dipoi andai io: che frno circa tre mesi, ogni
cosa a mie spese, salvo che le giornate d'un garzone. Per cera che pag
Bernardo Nicolini.

Fui ancora mandato da Roma a Seravezza innanzi vi si cominciassi a
cavare, a vedere se v'era marmi: che spesi in quella gita circa
venticinque ducati.

De' danni mia non si seguitando la sopradetta opera a Roma, le
masserizie di casa, marmi e lavori fatti e levare e' marmi lavorati di
Firenze e ricondurgli a Roma, e 'l tempo che io non  lavorato per
questo conto.

[_Arch. Buon._ 1516 dal 5 al 15 di settembre.]

Ricordo come oggi questo d cinque di settembre giunsi in Carrara nel
mille cinque cento sedici.

E a d sette di detto mese tolsi a pigione una casa di Francesco di
Pelliccia.

E a d quattordici del detto prestai al detto Francesco di Pelliccia
ducati venti largi, come apparisce per una sua scritta.

E a d quindici del detto prestai al Mancino, figliuolo di Gian Pagolo
di Cagione, e a Betto di Nardo suo compagno, ducati tre largi in sulla
porta della chiesa di Carrara, presente Matteo di Cuccherello, con
condizione che cavando loro marmi al mio proposito, io ne pigliassi, e
andassino in quel conto; e nol facendo, me gli avessino a rendere.

[_Arch. di Stato in Firenze._ 1517 3 di gennaio.]

Io Michelagniolo di Lodovico Buonarroti  ricievuto ogi questo d tre di
gennaio in Carrara da papa Leone ducati mille d'oro largi per le mani di
Iacopo Salviati: e' quali m' mandati detto Iacopo per uno suo servitore
detto Bentivoglio fiorentino qui in Carrara, come  detto: e e' detti
danari, ci  ducati mille, gli  a spendere per commessione di detto
papa Leone i' marmi per la facciata di San Lorenzo di Firenze che lui
vuole fare. E per fede di ci io Michelagniolo detto  fatto questa
quitanza di mia propria mano, questo d sopra detto nel mille cinque
cento sedici.

    (_Fuori d'altra mano._)

    1516. Quitanza di Michelagniolo Buonarroti di ducati M d'oro
    mandatoli a Carrara.[517]

  [517] Pubblicato la prima volta col _fac-simile_ in litografia nel
  _Giornale storico degli Archivi toscani_, anno I, pag. 50.
  Firenze, Cellini, 1857, in-8.

[_Arch. Buon._ 1517 21 gennaio.]

Ricordo come oggi questo d venti uno di gennaio mille cinque cento
sedici, lasciai a serbo a maestro Domenico scultore[518] da Settignano
in Carrara, ducati mille d'oro larghi, e scudi diciassette per tanto
ch'io tornassi da Firenze o io, o altri per me.

  [518] Fancelli detto il _Zara,_ del quale  stato parlato altra
  volta.

[7 detto.]

Ad sette di gennaio parti' da Firenze per Pietrasanta, e portai
sessantuno ducato meco.

Per le pianelle ducati cinque.

A Meo fondatore ducati sei  a scrivere.

[5 di febbraio.]

Pietro di Francesco da Sa' Piero a Ponti fornaciaro ducati tre, a d
cinque febraio.

[1516 5 di dicembre.]

Ricordo come io Michelagniolo di Lodovico Simoni sendo a Carrara per mie
faccende, ebbi da papa Leone che io dovessi andare insino a Roma per
conto della facciata di San Lorenzo: ond'io a d 5 di dicembre mille
cinque cento sedici mi parti' da Carrara e andai al detto papa, e
restato d'accordo, seco mi tornai a Carrara: e quando fui a Firenze,
lasciai a Baccio d'Agnolo el disegno che avevo fatto a Roma di detta
opera, che ne facessi un modello. [31 detto.] Dipoi send'io giunto a
Carrara l'ultimo di dicembre sopradetto, tornato da Roma, (_ebbi_) ad
circa otto del mese seguente [1517 8 di gennaio.], da papa Leone ducati
mille d'oro, cio ducati mille larghi, e' quali mi mand Iacopo Salviati
a Carrara per uno suo servidore chiamato Bentivoglio. Poi passato circa
un mese, venni da Carrara a Firenze dua volte, come mi fu commesso, a
vedere il modello che io avevo lasciato a fare al detto Baccio, e ancora
venni poi un'altra volta, come mi fu scritto dal Papa per Domenico
Boninsegni di Carrara, a far fare e a segnare e' fondamenti della detta
facciata di San Lorenzo. E veduto all'ultimo che 'l detto Baccio non
aveva saputo o voluto fare el modello secondo el mio disegno; send'io
ritornato a Carrara alle mia faccende, mi fu riscritto dal Papa pel
detto Domenico ch'io dovessi lasciare ogni cosa e ritornare a Firenze a
far fare io el detto modello: e cos feci: e parti'mi da Carrara
all'ultimo d'agosto [31 d'agosto.], e feci fare el modello, e Bernardo
Niccolini pag el legname e le giornate d'un garzone che lo lavor.
Dipoi lo mandai a Roma e mandai seco un mio garzone:[519] ogni cosa a
mia spese, salvo che el mulattiere non pagai io. Dipoi giunto il
mulattiere a Roma col modello, ebbi lettere che io dovessi andar subito
l: e cos andai: ogni cosa sempre a mia spese: e giunto al Papa,
restmo di nuovo d'accordo insieme, come apparisce per dua scritte della
sopradetta opera. [1518 6 di febbraio.] E dipoi a d sei di febbraio
giunsi a Firenze per andare a Carrara a dare ordine a' marmi per detta
opera; e stetti a Firenze per insino a d venticinque di febbraio 1517
[25 detto.]; el qual d ebbi da papa Leone per le mani di Iacopo
Salviati ducati ottocento d'oro larghi.

  [519] Cio, Pietro Urbano da Pistoia.

[1517 25 d'aprile.]

Ricordo[520] come Michelagnolo comper da Lotto da Carrara una pietra
che  grossa per ogni verso 4 braccia, cio a Sponda, e detteliene 10
ducati e io per lui Piero Urbano da Pistoia liene contai in bottega di
Bernardino del Berrettaio, presente lui, Bernardino e Lazero di Petorso
da Carrara amendui, cio li contai contanti scudi dieci .... scudi 10.

  [520] Questi Ricordi sono scritti da Pietro Urbano.

[5 d'agosto.]

Ricordo come oggi questo d 5 di agosto 1517, Domenico di Betto di Nardo
da Torano ebbe oggi questo d sopra scritto da Michelagnolo ducati uno
per conto di bozzare certi marmi che lui  al Polvaccio, in presenzia di
me Piero Urbano suo garzone: cio ducati uno .... duc. 1.

E pi dtte a d 5 d'agosto 1517 dtte Michelagnolo a Iacopo detto
Pollina da Torano ducati due per bozzare certi marmi che el detto
Michelagnolo  al Polvaccio, in presenzia di Matteo di Cuccarello e di
me Piero Urbano soprascritto: cio ducati due .... duc. 2.

[14 detto.]

E pi dtte Michelagnolo a d 14 d'agosto al Pollina ducati uno e uno
ducato a Menico di Betto di Nardo da Torano per conto di lavorare certi
marmi che sono in sulla cava di Lione che li comper da maestro Domenico
fiorentino.[521]

  [521] Il detto Fancelli.

Io Piero Urbano tengo conto de' danari che io spendo per Michelagnolo.

[1518 2 di gennaio.]

E a d 2 di gennaio 1517 ebbe mona Vegnuta da maestro Domenico
fiorentino uno scudo per Michelagnolo che gliel dsse .... scudi 1.

[22 detto.]

E d 22 di gennaio 1517 entr Michelagnolo in casa di Francesco Maria a
pigione; l' tolta da monna Vegnuta, che gliene d uno scudo el mese.

[14 di febbraio.]

E pi a d 14 di feraio 1517 ebbe da Piero Urbano; prstolesi per
Michelagnolo; carlini tre.

[22 detto.]

E pi a d 22 feraio 1517 ebbe da me Piero Urbano da Pistoia Francesco
Maria carlini 11, 16, per conto di pigione de la sopra scritta casa, per
Michelagnolo. Li pagai che mel commesse.

[5 di marzo.]

E pi  dati stasera a d 5 di marzo 1517 scudi 3 al sopradetto
Francesco Maria: e' quali scudi ne richiese Michelagnolo in presto,
dicendo volere ire a Firenze e io lien' portati, com' detto, presente
la madre, cio mona Novella, e Cagione e Tone loro parenti.

[10 di giugno.]

E a d 10 di giugno 1518 dtti io Piero Urbano per Michelagnolo a
Francesco Maria scudi 1 per conto della casa, in presenzia de la moglie
di ser Galvano, e la madre.

[4 d'agosto.]

E pi a d 4 d'agosto 1518 ebe Francesco Maria sopra scritto ducati uno
da Michelagnolo: io per lui lielo dtti per conto della casa che elli 
a pigione: cio ducati 1.

[1517 12 di febbraio.]

Ricordo come stasera a d dodici di febbraio  pagato a maestro Domenico
detto Zara, presente maestro Giovanni suo fratello, da Settignano, scudi
sette e mezzo d'una pietra che e' m' venduta, che lui avea al Polvaccio
nel ravanetto di Leone, lunga braccia circa sei e e larga due e mezzo e
grossa un braccio e dua terzi.

[30 d'aprile.]

E a d 30 d'aprile 1517 ricordo come Michelagnolo di Lodovico Buonarroti
dtte al Pollina scudi 4 per bozzare certi marmi ch'el detto
Michelagnolo  al Polvaccio; e 'l detto Pollina li promesse in presenzia
di me Piero Urbano e ser Lionardo, e disse di cominciare fra 10 o dodici
d: e 'l detto ser Lionardo ne fu rogato per un contratto, che n'appare
per lui, cio scudi 4 in presenzia di me Piero Urbano sopra scritto, e
messer Lionardo: glieli dtte el detto Michelagnolo .... scudi 4.

[16 di maggio.]

Ricordo[522] come oggi questo d sedici di maggio, Lionardo detto
Casione di Carrara m'ha domandato scudi quattro o cinque per dare a'
lavoranti per conto di cento carrate di marmi ch'e' m' cavare e dare in
barca, come apparisce per contratto in forma Camera di ser Calvano da
Carrara; e io gli ho dati scudi dieci in piazza, sotto la casa d'Andrea
Ferraro, presente il mio garzone, cio Pietro Urbano da Pistoia, e lui
mandai in casa per essi il detto d nel mille cinque cento diciassette.

Io Michelagniolo scultore, di Lodovico Buonarrota Simoni, fiorentino, in
Carrara.

  [522] Di mano di Michelangelo.

[25 di giugno.]

E pi ebbe a d 25 di giugno 1517 da me Piero Urbano scudi 2 per
abbozzare certi marmi che sono al Polvaccio per Michelagnolo; glieli
pagai in presenzia del detto Michelagnolo in Carrara, contanti ....
scudi 2.

[9 di luglio.]

  Al nome di Dio, a d 9 di lugio 1517.

Prima noi metiamo d'una carata el pezo o de' dua, dui ducati la carata.

E de tre in fine a sei carata, ducati quatro la carata.

E de sete fine in otto carata, ducati cinque la carata.

E de novi e de diece carata, ducati sete la carata.

E le colone col capitelo e la basa, metiamo ducati 120 l'una.

E de architravi di carate 15 l'uno, metiamo ducati 90 l'uno.[523]

  [523] Questo conto fanno i cavatori.

[12 detto.]

  A d 12 di luglio 1517.

Io Piero Urbano da Pistoia dtti a Toschino scudi uno, perch Matteo di
Cuccarello lo chiese a Michelagniolo per conto di certi marmi ch'el
detto Matteo e 'l Mancino in solido li fanno al Polvaccio, come n'appare
per un contratto di ser Calvano; e per questo el detto Michelagnolo
gliel' dato. E io Piero sopra scritto per comandamento di Matteo lo
dtti al detto Toschino in presenzia di Cagione, d e anno ec. scudi 1.

[1517 17 di luglio.]

Ricordo come oggi questo d diciassette di luglio 1517 io Michelagniolo
 dato al Bello di Torano scudi sei, presente ser Lionardo, notaio di
Carrara, e Francesco d'Andrea di Nello; e detti sei scudi gli  dati per
conto d'un pezzo grande di marmo che lui mi dice volermi cavare in una
cava, dove  entrato di nuovo a cavare; e non gli riuscendo, sino
d'accordo e' detti scudi vadino a conto de' marmi che lui e 'l compagno
tolgono a cavarmi pi mesi sono, come apparisce per un contratto di ser
Lionardo sopra scritto.

[21 detto.]

Ricordo come oggi questo d venti uno di luglio 1517 Matteo di
Cuccherello mi fece dare uno scudo, presente ser Antonio da Massa, a
maestro Iansi da Torano, perch gli acconciassi el carretto per tirare
cinque delle mia pietre che io  al Polvaccio; tre di sei carrate l'una,
una di tre carrate, e una di dua. E 'l detto Matteo l' tolte a condurre
alla marina per ventisei ducati: e 'l detto scudo  per questo conto.

[22 detto.]

E oggi questo d venti dua di luglio 1517  dati al Mancino, a Matteo di
Cuccherello, a Betto di Nardo scudi dua per conto di marmi che mi fanno
a compagnia al Polvaccio nella cava del detto Mancino, come apparisce
per uno contratto di ser Calvano. E e' detti dua scudi dtti loro,
presente Vasotto a riscontro la sua bottega.

Ancora questo d detto venti dua di luglio 1517 dtti scudi dua al
Pollina in piazza, presente Francesco di Nardo, per conto di certe
pietre che lui e 'l figliuolo mi bozzano al Polvaccio.

[27 detto.]

E a d venti sette di luglio dtti a Matteo di Cuccherello e a maestro
Iansi, fratello di Marcuccio, ducati nove d'oro larghi in sulla bottega
di Vasotto, sua presenzia, per conto di cinque pietre ch'e' m'nno a
tirare alla marina dal Polvaccio; tre di sei carrate l'una, e una di tre
carrate, e una di due per ducati venti sei a tutte loro spese.

[28 detto.]

E a d venti otto del detto, dtti un ducato a Menichella, figliuolo di
Betto di Nardo, che mi bozzassi certe pietre al Polvaccio.

[8 d'agosto.]

[524]E add 8 di agosto 1517 ebbe Matteo di Cuccarello da Michelagnolo
ducati sette d'oro per conto della allogagione che detto Michelagnolo 
fatto a detto Matteo, cio di tirare alla marina cinque prete (_pietre_)
che sono al Polvaccio. E io Piero Urbano li dtti e' sette ducati in
presenzia di Vasotto. Glieli dtti e contli in sulla sua panca, cio
duc. 7.

  [524] Questi che seguono sono di mano di Pietro d'Urbano.

[11 detto.]

E add 11 d'agosto 1517 tir Matteo di Cuccarello una pietra che
Michelagnolo comper da maestro Domenico, che era in su la piazza de'
Porci per 2 ducati d'oro: e io Piero Urbano glieli dtti in presenzia di
Lazzino e di Menichella, cio .... duc. 2, a fni 10.

[1517 20 d'agosto.]

Ricordo come oggi questo d venti d'agosto 1517 si part Michelagnolo da
Carrara, per conto di fare el modello di Santo Lorenzo di Firenze, per
conto del Papa c' venuto e del Cardinale ci sta.


[_Arch. di Stato in Firenze._ 1517 20 di dicemb.]

+ 1517.

  Fondamenti facciamo in San Lorenzo di Firenze per
  la facciata d'essa, a nome della Santit di nostro
  Signore Leon papa, deon dare:

  Per tanti pagatone in fare votare cierto pozo per
  avere l'aqua, barelle, cieste, aguti e pale per a
  detto lavoro, computato uno scarpellino tenuto per
  fare buche per catene del fondamento                 Lire   19. 2. --.

  E per tanti pagatone a Meo fondatore per braccia
  4674 di fondamenti cavati al fondamento grosso e per
  le vlticiuole dove s'nno a posare le scalee a
  soldi 2 e soldi 1 denari 10 il braccio, che il
  fondamento maggiore fu in fondo di braccia 111/4 e
  braccia xij, e di grossezza braccia 4                     454. 3. --.

  E per tanti pagatone a Lorenzo di Francesco carrettai
  per braccia 2468 di terra levataci de' fondamenti
  grandi, abbattuto e' sassi, a soldi 1 denari 8 il
  braccio e carrettate 710 delle vlticiole                 288. 9. --.

  E per conto di braccia 251/8 e sassi smurati
  grossi e sassi di Mugnone per detti fondamenti,
  computato cierti lastroni per catene e legature a
  lire 35, 38 e lire 42 braccio de' sassi, oltre a
  braccia 4 o pi d'essi si trovarono ne' fondamenti        970. --.10.

  E per tanti pagatone a Francesco di Chimenti detto
  il Perla, misuratore, per misuratura di tutti e'
  sassi per nostra rata                                      32. --. --.

  A Lionardo e Taddeo di Cristofano fornaciarj, per
  costo di moggia 297 di calcina date a San Lorenzo
  per detti fondamenti a lire 4. 6.  --  il moggio:
  manco di tutta la somma lire 7. 2.  --                    1270. --. --.
                                                      ----------------------------------
                                                      Lire. 3258.14.10.

  Segue il costo delli fondamenti della facciata di
  San Lorenzo di Firenze, e monta la somma della
  faccia di l                                             3258.14.10.

  E per tanti pagatone a Francesco Corbinelli,
  Giuliano del Comparino et altri, per costo di 34
  migliaia di lavoro campigiano et nostrale, per
  vlticiuole xviiij fatte a lo 'ntorno del fondamento
  grosso, su le quali  a venire le scalee e per cierti
  archi fatti tra' muri, come  bisognato: e per tutto
  abbiamo pagato                                            396. 3. --.

  E per tanti pagatone a Bernardo di Giovanni Pistochi
  e Temoi muratore per opere 333 di maestro a detto
  lavoro: a soldi 20 l'opera d'esso Bernardo et Temoi:
  soldi 17 e 15 le altre: et opere 941 di manovale,
  a soldi 10, 9, e 8 il giorno, secondo li tempi            783. 4. --.

  E per tanti pagati a Andrea Ferrucci capo maestro
  per sua provisione                                         56. --. --.

  E per tanti pagatone a messer Ricardo Davanzati
  per suo servito di mesi V, tenuto saldamente in
  sul lavoro e solecita l'opere et altro                     35. --. --.
                                                       --------------------------------
                                                       Lire 4529. 1.10.

+ 1517.

  Magnifico Iacopo Salviati de'
  dare lir. 4529 sol. 1 d. x piccioli
  per quello monta lo spendio fatto
  ne' fondamenti di San Lorenzo:
  come in questo foglio si mostra
  vero                      Ducati 647. --. 3.

  E ducati xxxiiij, sol. iiij, den.
  viij d'oro larghi per costo di 2
  modelli per essa faciata di San
  Lorenzo: uno fatto per Baccio di
  Agnolo et altro per Michelagnolo. 34. 4. 8.
                                  ----------------------
                            Ducati 681. 4.11.
                                  487.10. --.
                                  ----------------------
                            Ducati 193.14.11.

+ 1517.

  Magnifico Iacopo Salviati de'
  avere a d 7 di novembre ducati
  cento d'oro per lui da pagamento.
  Ducati                           100. --. --.

  E de' avere ducati 3871/2 d'oro
  larghi a compimento di ducati 500
  d'oro Camera, che ci troviamo
  a ordine di detto Iacopo per servire
  a la strada di Pietrasanta, quali si
  possono fare servire a questo conto
  e aconciarli per conti o come a
  voi parr: ch duc. cento d'oro se
  ne pag a questi vostri sino add 2
  d'agosto                        388.10. --.
                                   --------------------
                            Ducati 487.10. --.

Restate debitori per queste partite come di sopra si vede, di ducati
cento novantatre, sol. xiiij e den. xj d'oro larghi, aconciando li
ducati cinquecento Camera per la strada di Pietrasanta, che ducati cento
ne pagamo qui a li vostri, come di sopra, et lo resto sono in credito
vostro. Cristo vi guardi.

                                        BERNARDO NICOLINI camarlingo
                                            de lo Arcivescovado
                                     a d xviiij di dicembre 1517.[525]

  [525] Pubblicato dal suo originale nel _Giornale_, ec.

    (_Fuori_.)

    Magnifico viro domino Iacopo Salviati in Firenze.

    Conto delli fondamenti per la facciata di San Lorenzo.

    (_E d'altra mano._)

    Copiata al Giornale a c. 159, et a c. 198.

[1518 8 di febbraio.]

Sia noto come a d otto di febbraio mille cinque cento diciassette,
Bartolomeo detto Mancino, figliuolo di Giampagolo di Cagione da Torano,
mi vend quattro pezzi di marmo.[526]

  [526] Il Contratto  del 15 di marzo 1518.

[25 detto.]

Io Michelagniolo di Lodovico Simoni  ricievuto, oggi questo d venti
cinque di febraio, da papa Leone, per conto della facciata di San
Lorenzo, ducati otto cento d'oro, ci  ducati ottocento; e per il detto
Papa me gli  pagati Iacopo Salviati propio. E per fede del vero  fatta
questa di mia mano propia detto d in Firenze 1517.[527]

  [527] Anche questo  stampato nel detto _Giornale,_ ec.

[_Arch. Buon._ 1518 4 d'agosto.]

Ricordo come stasera a d quattro d'agosto mille cinquecento diciotto
dtti ducati quattro a Barone, a Rubecchio, a Ceccone, a Sandro, a
Andrea in Seravezza in casa Tomm per conto della allogagione del cavare
marmi, come apparisce per uno contratto di ser Giovanni della Badessa da
Pietra Santa.

[5 detto.]

Ricordo, come a d cinque di detto, dtti uno ducato a Raffaello detto
Bardoccio scarpellino, pure da Settignano, in casa la Galante in
Seravezza, per conto di marmi che cava per me.

[7 detto.]

Ricordo, come a d sette di detto, dtti carlini dieci a certi manovali
per iscalzare un sasso su nella cava.

[10 detto.]

Ricordo, come a d dieci di detto, dtti a Michele di Piero di Pippo da
Settignano ducati dua per che gli andassi a Firenze per accattare certe
taglie dall'Opera.[528]

  [528] L'Opera di Santa Maria del Fiore di Firenze.

[13 detto.]

Ricordo, come a d tredici di detto, dtti un ducato a Giannone ferraro
in Seravezza per comperare ferro per fare due ulivelle e altri
ferramenti.

[15 detto.]

E a d quindici di detto, dtti carlini otto a certi manovali per
iscalzare certi marmi su nelle cave.

[19 detto.]

E a' d diciannove di detto, dtti un ducato a Raffaello detto
Bardoccio, per conto de' marmi che e' cava per me in Seravezza: e detto
d dtti a uno manovale soldi sedici per iscalzare marmi in nella cava.

[21 detto.]

E a d venti uno di detto, dtti a uno di Seravezza lire quattro d'un
noce mi vend per fare un argano per collocare dal monte una colonna
bozzata.

E a d venti uno dtti a Bardoccio ducati tre che dice volea dargli a
Filippo[529] da Carrara, che lavora seco.

  [529] Filippo di Bertocco, di Giorgio da Cagione, scarpellino, che
  abitava in Pietrasanta.

[22 detto.]

E a d venti dua pagai soldi cinquanta cinque a uno manovale per tante
giornate per iscalzare marmi nella cava.

E detto d pagai bolognini venti quattro a uno scarpellino o vero
cavatore Carrarese, che m'avea aiutato nella cava.

[24 detto.]

E a d ventiquattro di detto pagai a uno manovale, per iscalzare pietre
nella cava, lire tre e soldi sei per tante opere.

E detto d venti quattro pagai soldi quaranta per quattro giornate che
io tenni alla marina aspettare el canapo che venissi di Pisa in su la
barca.

[28 detto.]

E a d venti otto dtti a Raffaello detto Bardoccio ducati tre d'oro
larghi; e detto d a dua maestri di legname, carlini sedici per fattura
di dua argani; e dtti ancora carlini tre a uno manovale per tante
giornate per iscalzare marmi nella cava.

[1518 3 di settembre.]

E a d tre di settembre dtti a Raffaello detto Bardoccio ducati uno pel
sopra detto conto.

[5 detto.]

E a d cinque di settembre dtti al detto Raffaello uno ducato pel detto
conto.

[.... detto.]

E a d.... di settembre pagai a Bernardino calzolaio da Seravezza grossi
dua per una corda per legare l'argano per mandare gi una colonna; e
pagai a Baiardo carlini cinque per tante giornate per mandare gi la
colonna, e uno carlino a Cancherino per una giornata: pag Baccio da
Filicaia per me di danari avea di mio.

[12 detto.]

E a' d dodici di settembre dtti a Raffaello detto Bardoccio ducati dua
d'oro pel sopra detto conto.

E detto d dtti a maestro Pietro falegname carlini otto per tante
giornate per fare una lizza per la colonna; e dtti quattro carlini a
Antonio manovale per tante opere per aiutare mandare gi la colonna.

E detto d dodici dtti al fratello di Giuliano di Cacca uno carlino per
una giornata per mandare gi la colonna.

[14 detto.]

E a d quattordici pagai a Giuliano d'Isach, a Girolamo di Nardo, a
Barso di Polo, a Ambrogio di Polo, a Giovanni d'Andrea, a Lorenzo di
Giovanni, a Antonio da Convalli, a Iacopo di Gian Vai da Zaini, villa
sopra Seravezza, carlini undici per tante giornate per mandare gi la
colonna.

E a d quattordici dtti a maestro Cristofano sarto per uno ciriegio per
una lizza[530] per mandar gi la colonna, bolognini diciotto.

  [530] Forte _Carretto a due ruote_, detto anche nizza.

[25 detto.]

E a d venticinque di settembre dtti a Raffaello detto Bardoccio,
nell'osteria di Pistoia, ducati sei per conto di certe pietre che cava
per me a Seravezza: e detto d, in detta osteria, dtti a Michele di
Pietro di Pippo scarpellino ducati dua per conto di marmi che e' cava
per me in sopra ditto loco.

[28 detto.]

E a d venti otto di detto, dtti al sopradetto Bardoccio ducati dua per
el medesimo conto.

[29 d'ottobre.]

Oggi a d ventinove d'ottobre mille cinquecento diciotto cavai cento
sette ducati de' mille ch'io  in mano del Papa, cio del sacchetto
cucito, e dttine trenta a Topolino[531] scarpellino da Settignano, e
venticinque a Andrea scarpellino pure da Settignano, che andassino a
cavar marmi per la facciata di San Lorenzo a Pietrasanta, come appare
contratto di ser Filippo Cioni,[532] al quale dtti dua barili per
distendere il contratto.

  [531] Domenico di Giovanni Bertini detto _Topolino_.

  [532] Rogato il 29 d'ottobre 1518.

 a scrivere come io andai a Pietrasanta per collare la colonna che si
ruppe, e stettivi circa a dua mesi e mezzo, con una bestia e un garzone.
E perch Berto da Filicaia venne anch'egli, intender el d che noi
partimmo da Firenze; che non me ne ricordo: e 'l d ch'io partii da
Pietra Santa amalato, porr mente una fede ch'io  di mano di Donato
Benti di settanta ducati che io gli lasciai per conto de' mia marmi di
Carrara; e vedrollo e scriverr ancora.

[1518 28 d'ottobre.]

 a scrivere come Pietro torn a d ventiotto di detto da Pietra Santa,
che l'avevo mandato circa sei d innanzi col mulo a vedere quello faceva
Bardoccio, e a intendere se e' maestri di cava di Pietra Santa si
volevano obrigare a cavare una certa quantit di marmi per San Lorenzo.

 a scrivere come, quando partii ammalato da Pietra Santa, come  detto,
lasciai la mattina ducati tre a Baccio di Berto da Filicaia, che pagassi
el mulattiere e certe giornate d'uomini che m'aiutorno collare la
colonna che si ruppe, e a 'ntendere quello gli  restato in mano.

[30 detto.]

 a scrivere come stamani, a d trenta di detto, mi parto da Firenze e
vo a Pietrasanta a mettere in opera certi scarpellini che  obrigati per
ser Filippo Cioni, com' detto sopra.

 a scrivere d'un cavallo e vettura per otto d, d'una ferratura d'un
mulo, d'un paio di borzachini, d'un capello, d'un fodero d'una spada, e
del cinto da legarla, lire quindici, ora, d trenta di detto, ch'io vo a
Pietra Santa.

[_Arch. di Stato in Firenze._ 1518 3 di novembre.]

[533]A d tre di novembre mille cinquecento diciotto dtti a Donato
scultore ducati dieci in casa sua in Seravezza, presente Pietro che sta
meco, e presente la moglie di Donato[534] e le figliuole a tavola, per
aver cura e caricare e' mia marmi dall'Avenza, e per quelli io fo cavare
a Pietra Santa o vero a Seravezza; e quello spender per me, n' tenere
conto, e io gnien' a far buoni.

  [533] Di qui scrive Michelangelo.

  [534] Donato Benti, scultore fiorentino.

[5 detto.]

A d cinque di detto tornammo Pietro ed io da Seravezza a Firenze con
due cavalcature per conto di San Lorenzo.

E d cinque detto, dtti a ser Filippo Cioni barili quattro e soldi tre
per la copia di dua contratti di scarpellini che io  mandati a
Seravezza a cavare per San Lorenzo.


SITO COMPRATO DI VIA MOZZA.

[_Museo Brit._ 1518 24 di novemb.]

Ricordo come a d venti quattro di novembre mille cinque cento diciotto,
sere Matteo di Pavolo prete di San Lorenzo mi fece contratto d'un sito
che m'avea venduto nella strada che va da San Bernaba a Santa
Caterina,[535] e fu rogato di detto contratto ser Filippo Cioni che sta
nell'Opera di Santa Maria del Fiore, di notte, circa due ore in
Gualfonda in casa Francesco Gerini: e contai in su detto contratto cento
settanta ducati d'oro largi, che cos fmo d'accordo di detto sito, e fu
testimonio Matteo de' Servi e Baccio di Pecione legnaiuolo che fa
bottega lungo e' fondamenti; e dtti al detto notaio un ducato.

  [535] Compr questo sito in _Via Mozza_ o di San Zanobi per farvi
  una stanza da lavorare i suoi marmi.


FACCIATA DI SAN LORENZO.

[27 detto.]

Ricordo come a d ventisette di detto mandai Pietro che sta meco a
Pietra Santa per conto de' marmi ch'io fo cavare l per la facciata di
San Lorenzo.


SITO DI VIA MOZZA.

[1518 4 di dicembre.]

Ricordo come oggi a d quatro di dicembre dtti a Baccio di Puccione uno
ducato d'oro largo, che lo dssi a uno che mi portava sassi nel sito che
io comperai da San Bernaba per far certe mura.

[9 detto.]

Ricordo come a d nove di detto, dtti a Meo fondatore ducati quattro
d'oro largi nel sopradetto sito per certi fondamenti che lui mi vi fa
con un pozzo.

[11 detto.]

Ricordo come stamani a d undici di detto, dtti a Baccio di Puccione,
ec. (_e cos seguita per una facciata e mezzo._)


FACCIATA DI SAN LORENZO.

[_Arch. Buon._ 1518 27 di dicemb.]

Ricordo come ad ventisette di dicembre 1518 mandai a Donato Benti
scultore a Seravezza ducati dieci larghi per Domenico detto Zucca
scarpellino, che cava l marmi per San Lorenzo di Firenze.


SITO DI VIA MOZZA.

[1519 3 di gennaio.]

Ricordo come a' d tre di gennaio 1518 pagai alla Gabella de' Contratti
ducati undici d'oro larghi, e sei barili, presente messer Gian
Francesco, cappellano di Santa Maria del Fiore, e Matteo de' Servi, per
conto di un sito che io comperai da messer Matteo di Pagolo, prete di
San Lorenzo, ovvero da Francesco Gerini, ducati cento settanta. E il
detto pagamento della gabella  segnato al Campione Giuliano Biliotti.


FACCIATA DI SAN LORENZO.

[26 di marzo.]

Io Michelangiolo Buonarroti  ricevuto oggi questo d ventisei di marzo
mille cinquecento diciannove ducati cinquecento d'oro larghi da Bernardo
Niccolini, per le mani de' Gaddi di Firenze, i quali m' fatto pagare el
cardinale de' Medici per commissione di papa Leone per conto della
facciata di San Lorenzo che io fo: e cos n' fatte due quitanze.

[29 detto.]

Ricordo come a d 29 di marzo si part Michelagniolo di Lodovico Simoni
scultore e and a Pietra Santa.

E a d sopradetto a Raffaello scarpelino che sta a Signia con
Michelagniolo, lire quatro contanti.

[3 d'aprile.]

Io Michelagniolo, scultore fiorentino,  pagato oggi questo d tre
d'aprile mille cinque cento diciannove, ducati quindici d'oro largi a
Domenico di Matteo di Pagolo Morelli e Andrea di Giovanni d'Andrea del
Luchesino scarpellini da Settignano, per conto de' marmi nno tolto da
me a cavare nelle montagnie di Pietra Santa per la facciata di San
Lorenzo di Firenze, come appare per contratto di ser Filippo Cioni
cancelliere dell'Opera; e detto contratto fu fatto a d venti otto
d'ottobre mille cinque cento diciotto, e dal d detto contratto per
insino a questo d detto, detto Domenico e Andrea compagni confessono
avere ricievuti pel sopra detto conto co' quindici ducati detti, ducati
cento venti d'oro largi in sei partite; ducati venti cinque el d del
contratto; ducati trenta a d ventidua di dicenbre, e a' d dieci di
giennaio ducati dieci, e a d venti uno di febraio ducati venti, e a d
quatro di marzo ducati venti, e a d tre d'aprile, ci  oggi questo d,
ducati quindici, come  detto. E per fede della verit detto Andrea e
Domenico confessano avere ricevuti detti danari per detto conto; e cos
si sotto scriverranno qui di lor propia mano.

Io Domenico soprascritto confeso avere ricieuto con Andrea mio copagno
insino a ogi questo d 3 d'aprile sopra scritto.

Io Andrea cofeso avere ricevuti deti denari co' Domenico mio compangnio.

Io Domenico e Andrea confessiamo avere ricevuto ogi questo d 25
d'aprile 1519 ducati trentatre d'oro larghi per sopradetto conto.

[4 detto.]

Ricordo come oggi questo d quattro d'aprile mille cinquecento
diciannove io Michelagniolo, scultore fiorentino,  allogato overo dato
a fare uno carro a dua ruote a Pierino di Girolamo del Bianco da Massa,
con questi patti: che io gli debba dare dodici lire dell'una delle ruote
finita del legname solo; con questo inteso, che dandogli e' ferri, me le
debba ancora ferrare pel detto prezzo: e per caparra di ci, oggi questo
d detto gli  dato, al detto maestro, ducati dua in Seravezza, presente
prete Agostino.

E oggi questo d sopradetto  dato qui in Seravezza ducati dua a Donato
Benti che vadi a Carrara e che dia abozare una pietra che io  a Sponda,
che io comperai da Lotto scudi dieci; e come  detto, Donato la dia
abozare per una figura di cinque braccia, e dia detti dua ducati che io
gli  dati di caparra.

[6 detto.]

Ad sei di detto per mandare uno a Firenze per le girelle delle taglie
che le conduca in Pisa, grossi sette.

[8 detto.]

E a d otto d'aprile dtti ducati dua al Pollina, a Leone e a Bello da
Carrara, per conto di certi marmi nno tolto a farmi. nno promesso in
fra tre o quattro d venire qui a Seravezza a fare el contratto di detta
allogagione di marmi.

E detto d dtti a maestro Lazzero e a Leri suo fratello ducati dua per
conto de' ferramenti d'un carro, e delle casse d'un paio di taglie che
loro mi fanno di ferro e nno avuto per infino detto d ducati sei;
cinque da me, e uno da maestro Donato.

[12 detto.]

E a d dodici di detto per la portatura d'un canapo e di quattro girelle
di bronzo da Pisa a Seravezza, undici grossoni e mezzo.

E detto d per corde per legare le taglie per collare una colonna, lire
cinque e mezzo.

E detto d dodici pagai in Pisa ducati dugento settanta a' Salviati per
tanti n'aveano spesi per me: e cos n'ebbi la ricevuta da Francesco
Peri.

[13 detto.]

E a d tredici di detto, dtti barili tre a ser Giovanni della Badessa,
notaio in Pietra Santa, per parte di pagamento d'un contratto m' a
levare, fatto detto d col Pollina e col Bello e con Leone uomini da
Torano, villa di Carrara, maestri di cavar marmi, per otto pezzi di
marmo che m'nno a cavare e dare in barca, con condizione e tempi e modi
che appariscono per esso contratto di ser Giovanni della Badessa. E
detto d del contratto, in su 'l detto contratto, a' detti uomini di
Carrara contai e' detti ducati venti uno d'oro larghi; intendendosi
seguire el pagamento a' tempi che dice detto contratto.

[1519 16 d'aprile.]

E a d sedici pagai a maestro Lorenzo ferraro da Ripa di Seravezza lire
quattro per fattura della cassa di ferro d'una taglia; la qual taglia
m'avea a far maestro Lazaro dalla Corvara: e questi danari nno a dare a
suo conto.

[18 detto.]

E a d diciotto di detto pagai a maestro Domenico di Giovanni di
Bertino, scarpellino da Settignano, ducati sei larghi per conto de'
marmi mi cava in Finocchiaia per la facciata di San Lorenzo.

[25 detto.]

E a' d venticinque a detto maestro Domenico ducati tre d'oro larghi per
detto conto.

E detto d a Michele di Pier di Pippo scarpellino per sei opere per
collar la colonna, grossi dodici.

[22 di maggio.]

A d ventidua di maggio dtti a maestro Donato in Seravezza ducati dieci
che gli dssi a Michele di Piero di Pippo, scarpellino da Settignano, e
a Bastiano d'Agnoletto da Seravezza, presente Raffaello d'Iacopo di
Nencio scarpellino e detto Bastiano e Michele.

[12 di settemb.]

Ricordo come oggi a d dodici di settembre millecinquecento diciannove
pagai a Michele Lelli, e a Luca Fancellotti, carradori e compagni, lire
quaranta cinque per un resto di marmi che e' mi condussono da Signa, che
furono sette pezzi: e condussonmegli alla stanza mia di Via Mozza. E
detti carradori mi dissono aver condotti detti marmi, dua pezzi con tre
paia di buoi l'uno, e gli altri per insino in sette pezzi, dua paia di
buoi per pezzo. E io non avendo visto e' pezzi dtti loro e' detti
danari. [di settembre.] Dipoi visto e' pezzi, trovai che fra e' detti
sette ve n'era tre d'un paio di buoi per pezzo, e trova'mi giuntato di
nove lire, perch tre lire era el mercato tra noi per paio di buoi. E
dtti detto d a' detti carradori lire tre per tanti mi dissono avere
spesi per acconciare el carro.

Pochi d innanzi al sopra detto d, ero tornato da Carrara da vedere
Pietro che sta meco che stava per morire: el quale io avevo mandato l
con danari per conto delle figure della faccia di San Lorenzo. Fra
andare in poste e medico e medicine, e per levarlo da Carrara e condurlo
a Seravezza portato da gli uomini, e con dieci ducati che io gli lasciai
a Seravezza, mi trovai speso trenta tre ducati e mezo.

[1519 10 di maggio.]

A Bardoccio grossi tre a d dieci di maggio grossi cinque al carro detto
d.

Cinque ducati a Matteo dell'Opera per cinque legni a d undici detto.

Ducati quaranta quatro a Pietro per portare a Carrara a d detto.

[13 detto.]

E a d tredici di detto a Bardoccio dtti ducati dua al banco di
Giovanni de' Servi che gli dssi a' carradori che portono e' marmi da
Signia.

[14 detto.]

E a d quattordici di detto, dtti a Baccio di Puccione ducati cinque
largi in tanti barili, e' quali gli cont Giovanni de' Servi al banco
per resto d'asse che detto Baccio avea comperato per la soffitta della
stanza di Via Moza.

E detto d soldi trenta a dua segatori, per segature di certe piane per
detta stanza soldi trenta, e' quali port Ciappino.

[1519 16 di maggio.]

E a d sedici di detto, dtti a Baccio di Puccione legnaiuolo ducati tre
d'oro largi, presente ser Gian Francesco, cappellano di Santa Maria del
Fiore, in sulla porta dell'Opera per conto di finestre e porte e un
palco della stanza di Via Moza che io  murata.

[7 di giugno.]

E a d sette di giugno a Baccio di Puccione dtti un ducato d'oro, che
ne dtte grossi dua e uno barile al Mariola che and a portare un
comandamento a Signia a' carradori e a Michele di Pier di Pippo che and
acompagniare el carro ne dtte sei, e 'l resto si gli rimase per conto
dell'opere della stanza di Via Moza.

[9 detto.]

E a d nove di detto vennono e' carradori con un marmo con cinque paia
di buoi alla stanza di Via Moza, a' quali dtti loro ducati otto largi;
ducati sei per detta pietra di cinque paia di buoi a ragione di quattro
lire el paro; che cos fumo d'acordo, e penorno dua giornate; e dua
ducati che restavono aver prima per dua altre pietre. E detti danari
cont a' detti carradori, cio a Michele di Lello e sua compagni, Baccio
di Puccione, presente Topolino, e Michele di Pier di Pippo, in sulla
porta della stanza di Via Moza: a detto Michele dtti grossi cinque che
era venuto col carro.

[10 detto.]

E a d dieci di detto, dtti a Barone scarpellino un ducato e manda'lo a
Carrara a trovare Pietro per conto della allegagione de' marmi che io 
fatta l, come apariscie per ser Giovan Badessa da Pietra Santa.

[1520 10 di gennaio.]

Ricordo come io Michelagnolo, scultore fiorentino,  pagato oggi questo
d dieci di gennaio mille cinquecento diciannove, ducati quindici d'oro
larghi a maestro Domenico di Bertino, cio Giovanni di Bertino,
scarpellino da Settigniano, per conto d'una certa quantit di marmi che
io gli  dato a cavare nelle montagne di Pietra Santa, come apparisce
per uno contratto di ser Filippo Cioni, notaio fiorentino: e detti
danari gli  dati detto d in Seravezza in casa maestro Donato scultore,
presente lui e maestro Michele di Pier di Pippo, scarpellino da
Settigniano.

[12 detto.]

E pi a' d dodici di detto, dtti a maestro Donato Benti, scultore
fiorentino, ducati dieci d'oro larghi in Seravezza in casa sua per conto
de' marmi che e' mi fa caricare all'Avenza per Pisa:  per l'opera de'
marmi di San Lorenzo di Firenze, che si cavano a Seravezza.

E a d detto, dtti a Domenico di Matteo Moregli e a Andrea di Giovanni
del Luchesino suo compagnio, amendua scarpellini da Settigniano, ducati
dieci d'oro larghi per conto de' marmi che e' cavano per me nelle
montagne di Seravezza per conto della facciata di San Lorenzo di
Firenze, come appariscie per un contratto di ser Filippo Cioni. E detti
danari dtti loro in Seravezza in casa maestro Donato Benti, e in sua
presenza.

[1520 10 di gennaio.]

Ricordo come oggi questo d dieci di gennaio dtti a maestro Domenico di
Giovanni di Bertino, scarpellino da Settigniano, ducati quindici d'oro
larghi per conto d'una certa quantit di marmi che io gli  dato a
cavare nelle montagnie di Pietra Santa, come appariscie per un contratto
di ser Filippo Cioni.

[1520 4 di marzo.]

E a d quatro di marzo 1519 io Piero Urbano che sto con Michelagniolo 
pagato a maestro Domenico di Giovanni di Bertino, detto Topolino, da
Settigniano, ducati venti d'oro larghi per conto di cavare nelle cave di
Pietra Santa per l'opera di San Lorenzo che Michelagniolo  tolto a fare
di marmi e di colone; e confessa avere ati in pi volte ducati ottanta
dua, metendovi questi venti sopradetti: presente io Pietro, et Michele
di Piero da Settigniano, come appariscie contratto di ser Filippo Cioni.

[1 detto.]

E a d primo di marzo 1519 io Pietro Urbano che sto con Michelagniolo 
pagato a Domenico di Mateo di Paolo Morelli, e Andrea di Giovanni
d'Andrea de Luchesino suo compagnio, ducati venti d'oro largi, da
Setigniano, per conto di cavare nelle cave di Pietra Santa marmi per
cavare per Santo Lorenzo di Firenze, come apariscie per contratto che
apariscie per sere Filippo Cioni.

[4 detto.]

E a d 4 di marzo 1519  dato io Pietro Urbano a maestro Donato Benti
fiorentino scultore, ducati 10 d'oro larghi per conto de condure e'
marmi di Carrara in Pisa.

E a questo pagamento tutto  stato presente e testimoni Michelagniolo e
Michele di Piero, e Donato Benti scultore e io Pietro Urbano da Pistoia.

[8 detto.]

E a d 8 di marzo 1519 a Giovanni del Giudice da Seraveza ducati dua per
conto di conperare u' noce che  'n sul fiume di Seraveza.

E a d 8 detto per maestro Biagio di Cristofano, maestro di carra,
ducati dua per far principio di pagamento di detto carro de' fare del
detto nocie.

E a d 8 detto a Lazzero e Filippo suo fratello ducati 3 d'oro larghi
per conto di fare le casse d'un paio di taglie, e per pali e per un
manico d'ulivello in dua pezi.

E a d 8 sopradetto a Donato ducati tre d'oro largi per pagarne el carro
dua, e uno per farne tirare cierte pietre alla marina.

[10 detto.]

Sia noto come io Michelagniolo, scultor fiorentino, trovandomi a Carrara
per marmi per mia opere nel mille cinque cento sedici, ebi commessione
da papa Leone di fare cavare marmi per la facciata di San Lorenzo di
Firenze, secondo uno disegnio io gli aveo fatto di detta opera.

Dipoi a d otto o pi vero d del mese di giennaio in detto tempo ebbi
da papa Leone ducati mille largi per el sopra detto conto per le mani di
Iacopo Salviati, e contmegli in Carrara uno suo servidore detto
Bentivoglio.

E a d circa venticinque di febraio nel mille cinquecento diciassette o
pi vero tempo, ebbi da papa Leone in Firenze ducati ottocento per le
mani di Iacopo Salviati per detta opera de' marmi di San Lorenzo, e non
mi possendo servire a Carrara di detti marmi, mi missi a fare cavare
nelle montagnie di Seraveza, villa di Pietra Santa, dove inanzi non era
mai pi stato cavato.

E a d venti sei di marzo mille cinque cento diciannove mi fece pagare
el cardinale de' Medici pel papa Leone pel sopra detto conto, ducati
cinque cento; e contmegli e' Gadi di Firenze.

[1520 10 di marzo.]

Ora papa Leone forse per fare pi presto la sopra detta facciata di San
Lorenzo, che l'allogazione ch'egli avea fatta a me (_sic_) e cos
parendo ancora a me, d'acordo mi libera e per tutti e' danari sopra
detti che io  ricievuti si conta l'aviamento che io  fatto a Pietra
Santa e e' marmi che vi sono cavati e abozati come oggi si vede; e
chiamasi contento e sodisfatto da me, come  detto, di tutti e' danari
ricievuti per detta facciata di San Lorenzo e d'ogni altra cosa che io
abbia avuto a far seco insino a questo d dieci di marzo 1519: e cos mi
lascia in mia libert e disobrigo che io non abbia pi a rendere conto a
nessuno di cosa che io abbia avuto a far seco o con altri per suo conto.


COMPRA DEL PODERE DI ROVEZZANO.

[_Museo Brit._ 1520 11 di luglio.]

Io Michelagniolo di Lodovico Simoni  ricevuto oggi questo d undici di
luglio mille cinque cento venti da Buonarroto di Lodovico Simoni e
compagni, lanaiuoli, fiorini dugento settanta due in oro largi, e' quali
son parte d'un deposito di fiorini cinquecento trenta d'oro largi che fu
fatto a detto Buonarroto infino a d venti sette d'ottobre mille cinque
cento diciannove, da Piero di Bartolo Tedaldi, per conto di un podere
che io comperai da detto Piero nel popolo di San Michele a Rovezzano,
luogo detto el Fattoio, per prezzo di fiorini secento d'oro largi,
infino a d venti sette d'ottobre detto: e detto Piero di detto prezzo
n'ebbe fiorini settanta d'oro in sul contratto, e el resto, che sono
fiorini cinque cento trenta, se ne fece el detto diposito infino a tanto
io fossi ben sodo di detta compera: e perch el detto Piero Tedaldi avea
obrigato innanzi a detta vendita staira quaranta nove di terra di detto
podere per la somma di fiorini dugento cinquanta dua d'oro a Piero
Buonaguisi suo genero, promesse detto Piero Tedaldi che detto Piero
Buonaguisi retificherebbe a detto credito, come apparisce nel contratto.
Dipoi passato el tempo, domandato da Piero Tedaldi che Piero Buonaguisi
retificherebbe, e non avendo voluto retificare e volendo le dette
staira di terre per lui; io Michelagniolo detto per non mi essere
osservato el contratto rogato per ser Buonaventura di Lionardo, notaio
fiorentino, mi son fatto rendere dal sopradetto Buonarroto la somma di
fiorini dugento cinquanta dua, che tanto  detto Pier Buonaguisi in su
dette staira quaranta nove di dette terre; e pi mi son fatto rendere
fiorini venti d'oro largi, che tanti sono per la gabella che io avea
pagata, che io non posseggo, e altre spese fatte per detta parte di
dette staira: e di tutto come  detto, n' rogato ser Buonaventura di
Lionardo sopra detto. E per fede di ci io Michelagniolo sopra detto a
detto Buonarroto e compagni  fatta questa ricievuta di mia propria
mano, questo di sopra detto in Firenze.

Noi Buonaroto di Lodovico Simoni e compagni: (_diciamo_) che abbiamo
ricevuto questo d 7 di giugno 1522 fiorini dugiento settanta due d'oro,
moneta, da Michelagnolo di Lodovico Simoni, e' quali sono e' sopradetti
danari che noi rendemo a lui, e' quali sono parte de' danari del podere
che Michelagniolo comper da Piero Tedaldi che..... crediti di Monte che
sieno per sodo per Michelagniolo, come dice il contratto rogato per ser
Buonaventura di Lionardo, notaio fiorentino, sotto d 27 d'ottobre 1519.


SEPOLTURE DI SAN LORENZO.

[_Arch. Buon._ 1521 10 d'aprile.]

  A d dieci d'aprile nel millecinquecento ventuno.

Dtti a Scipione, scarpellino da Settignano, ducati dieci per conto di
suo salario che cominci detto d, per istare a Carrara a cavar marmi
per conto del cardinale de' Medici per le sepolture di San Lorenzo.

E a d nove di detto, ebbi da Domenico Boninsegni ducati dugento, per
andare a Carrara per detti marmi del Cardinale.


DEBITO PAGATO.

[18 detto.]

Io Pietro Urbano, garzone di Michelagnolo Buonarroti,  ricevuti questo
d dicotto d'aprile 1521 da Bernardo da Verrazano e compagni, ducati
sedici d'oro in oro larghi, li quali mi pagano per ordine d'Averardo e
Battista Salviati e compagni di Firenze, per altanti da ser Giov.
Francesco, cappellano di Santa Maria del Fiore: e per fede  fatto
questa prima quietanza di mia propria mano, ad detto, in Roma.

                              Io PIETRO URBANO scrissi.

[Sidenote 2: di maggio.]

Ricordo come oggi questo d dua di maggio mille cinquecento ventuno
rende' a Lionardo sellaio ducati quatro, che gli avea prestati a Roma a
Pietro da Pistoia che sta meco: e contogniene per me ser Giovan
Francesco, capellano di Santa Maria del Fiore, nello spezial del
Diamante, mie presenzia.


SEPOLTURE DI SAN LORENZO.

[1521 9 d'aprile.]

A d nove d'aprile mille cinque cento venti uno ebbi dal cardinale de'
Medici, e per lui da Domenico Boninsegni, ducati dugiento per andare a
Carrara allogare a cavare e' marmi per le sepulture che vanno nella
Sagrestia nuova di San Lorenzo. Andai a Carrara e l stetti circa venti
d, e l feci tutte le misure di dette sepulture di terra e disegniate
in carta, allogai e' marmi in dua parte a dua compagnie, cio a
Marcuccio e a Francione del Ferraro da Carrara, e a questi dtti
cinquanta ducati d'oro di caparra, come apariscie pel contratto di ser
Calvano da Carra(_ra_). L'altra compagnia fu el Pollina, Leone e 'l
Bello e Quindici uomini tutti da Torano, villa di Carrara: e a questi
dtti ducati cento, come apariscie per un altro contratto di detto ser
Calvano. Menai un garzone, Scipione da Settigniano, che stssi l a fare
osservar le misure e la qualit de' marmi, e dvogli sei ducati el mese,
e dttigli dieci ducati inanzi. Menai un altro garzone meco a cavallo,
Rafaello di Batista della Palla, al quale donai tre ducati. Tornati che
fmo, presente Stefano miniatore, fra cavagli e spese con tutte le spese
dette, mi rest de' dugento ducati alla tornata in mano, ducati
ventitre.

[20 di luglio.]

A d venti di luglio ebi dal cardinale de' Medici, e per lui da Domenico
Boninsegni ducati cento di corone, e' quali mi port Stefano miniatore.
Andai a Carrara con un fante a pi che si chiama Giovanni povero; e
stetti nove d. Non dtti danari a' Carraresi, perch non avevano fatto
quello m'era scritto. Dtti l cinque corone a Scipione per conto di suo
salario, e al fante che venne meco dua corone alla tornata.

[1521 16 d'agosto.]

E oggi a d sedici d'agosto, sendo venuti qua a Firenze le dua compagnie
de' detti Carraresi,  dato loro qua trenta ducati per compagnia, e'
quali portai a Giovanni de' Servi e fecigli pagare a lui loro, cio
sessanta ducati larghi, come apar pel suo libro.

[19 detto.]

E oggi a d diciannove di detto  finito di pagare Scipione di quatro
mesi che  stato a Carrara, che restava aver nove ducati e venti soldi.
gli portati a Giovanni de' Servi, e lui gli  pagati a detto Scipione,
come apar pel suo libro.


CRISTO DELLA MINERVA.

[26 d'ottobre.]

Ricordo come oggi a d ventisei d'ottobre millecinquecento ventiuno, io
Michelagniolo scultore dtti in sul banco di Giovanni de' Salviati a
Lionardo sellaio corone sette, e una me ne cambi detto Giovanni; e
dtti, oltre alle sette corone, quattro grossoni a detto Lionardo per
farle sette ducati d'oro; el resto dtte a me. E detti sette ducati
d'oro dtti a detto Lionardo, perch e' ne mandassi quattro a Federigo,
detto Frizzi,[536] scultore fiorentino a Roma, per conto di una figura
di un Cristo ch'e' mi ha finito a Roma, di marmo, di messer Metello
Vari, e messa in opera nella Minerva: e el resto, che sono tre ducati,
dice detto Lionardo che e' gli aveva avere da me, perch gli prest a
Roma a Pietro Urbano pistoiese che stava meco.

  [536] Questo Federigo Frizzi, scultore fiorentino abitante in
  Roma, racconci e messe su nella chiesa della Minerva la figura di
  Cristo, stata guasta da Pietro Urbino.


COMPRA D'UNA CASA.

[1522 11 di marzo.]

Questo d 11 di marzo 1521 si  pagato a messer Lionardo Buonafede,
Spedalingo di Santa Maria Nuova, fiorini 70 d'oro larghi per la valuta
di fiorini cento di sugello: e' quali denari  pagati Michelagnolo di
Lodovico Simoni per le mani di Bonaroto e Gismondo, fratelli di detto
Michelagnolo; sono per conto di una casetta conpr detto Michelagnolo da
detto Spedale in sino a d 7 d'aprile 1514, come appare per il contratto
rogato per Giovanni da Romena sotto detto d.

E quali danari si sono mesi a loro contratto per le mani di Fra Filippo
d...... (_sic_), camarlingo di detto Spedale a 38, e a Libro verde
segnato n. a 157, dove n' creditore e debitore detto Michelagnolo.
Veduto per Bonaroto Simoni questo d 14 di marzo 1521.


SEPOLTURE DI SAN LORENZO.

[1524 12 di gennaio.]

Ricordo come oggi questo d dodici di gennaio mille cinquecento ventitr
cominci Bastiano legnaiuolo a lavorar meco in su modegli delle
sepolture di San Lorenzo.

[11 di febbraio.]

Ricordo come oggi questo d undici di febbraio 1523  ricevuto da Marco
Fantini ducati otto, cio 8 ducati larghi per conto della pigione d'un
anno passato, d'una casa che tiene di nostro, in casa mia di grossi di
sei soldi l'uno.

[1524 29 di marzo.]

Ricordo come oggi questo d venti nove di marzo 1524 maestro Andrea[537]
da Fiesole scarpellino, capo maestro all'Opera di Santa Maria del Fiore,
 venuto a guidare l'opera delle sepolture che io fo nella Sagrestia di
San Lorenzo, cio a mettere le pietre innanzi agli squadratori: e verr
a detta opera una volta el d per un'ora, e quando bisogner vi star
ancora un mezo d, e un d intero: che cos sino d'accordo. E chiesemi
detto maestro Andrea per far questo, ducati sei el mese; io gniene
profersi quattro: ssi a dare in quel mezzo, secondo mi dice Baccio
legnaiuolo, che  stato mezzano. E detto maestro Andrea feci chiedere
agli Operai, di suo consentimento, a messere Iacopo da Prato.[538]

  [537] Ferrucci.

  [538] Modesti.

[31 d'agosto.]

Ricordo come oggi questo d ultimo di marzo  fatto portare in su' curri
da la stanza mia di Via Mozza a San Lorenzo un pezzo de' mia marmi lungo
braccia quattro giuste, largo un braccio e mezzo, grosso fra dua terzi e
tre quarti, per metterlo nelle sepolture della Sagrestia; e questo 
fatto, perch gli scarpellini m'nno levato una certa cornicetta di dua
pilastri, in modo che la non v' pi dentro, e bisogna rifarli, e non vi
sendo marmi ancora venuti al proposito, per non rifargli, v' messo per
non gli avere aspettare questo di mio, e se vi metter l'altro che vi
manca che s' guasto, lo scriverr qui di sotto. E gli scarpellini che
l'nno condotto dalla stanza mia di Via Mozza a San Lorenzo, son questi:
Scipione da Settignano, Urbano Bondo da Settignano, Marchionne figliuolo
di Scipione, el Biancalana da Settignano, el Bellegote da Settignano, el
Forello da la Porta alla Croce.

[1524 dall'8 di genn. al 31 di marzo.]

Ricordo come oggi questo d otto di gennaio mille cinque cento venti tre
spesi per conto della Sagrestia di San Lorenzo lire venti dua e soldi
quattordici in dua tigli, e' quali ebbi all'Opera da Matteo che  sopra
el legname.


SAGRESTIA E SEPOLTURE DI SAN LORENZO.

E a' d nove spesi per detto conto in venti quattro braccia d'asse
d'albero lire otto e soldi quattro, e la portatura soldi cinque.

E detto d in un quadernuccio, un grossone.

E a' d dodici di detto per quattro facchini che portorno una panca da
legnaiuoli in chiesa, sedici quattrini.

E a' d quindici di detto per quattro libbre d'aguti, soldi diciotto e
otto danari.

E a d sedici di detto per diciassette braccia d'asse, lire sei e sei
soldi e sette quattrini pel portatore.

E detto d per cinque giornate a Bastiano legnaiuolo, lire sette e
mezzo, a ragione di tre carlini el d.

E detto d, soldi quindici per fare segare un tiglio.

E a' d diciotto, nove quattrini per far segare due regoli di tiglio.

E a' d ventidua di detto a Bastiano legnaiuolo, un grossone per chiodi
e bullette.

E a' d ventitr, soldi tredici a Stefano miniatore, che avea dati a un
facchino che avea portato a San Lorenzo una panca da legnaiuoli, asse e
altri legnami.

E detto d ventitr pagai per sei giornate carlini diciotto a Bastiano
legnaiuolo, che fa e' modegli delle sepulture per San Lorenzo.

E a' d ventisei per dua libbre d'aguti a Bastiano, un carlino.

E a d venti otto di detto, dtti a Bastiano un carlino per un pezzo
d'asse e una crazia per colla.

E a d trenta di detto a Bastiano, (_quattrini_) quattordici per una
libbra di chiodi.

E detto d trenta a Bastiano per questa settimana dtti lire nove a
ragione di tre carlini el d, come di sopra.

E a' d primo di febbraio in quattro pezzi d'asse che furono braccia
nove e un terzo, crazie trentasette da que' di Cappello a San Tommaso.

E detto d primo, crazie quattro in pi carichi a un portatore.

E detto d a Baccio di Puccione per dua libbre di chiodi, venti otto
quattrini per conficcare l'asse del ponte della Sagrestia di San
Lorenzo.

E detto d a Baccio di Puccione legnaiuolo per una giornata soldi venti,
e per un maestro di murare soldi diciotto, e per un legnaiuolo soldi
dieci, e per un manovale soldi otto, che sono per cuoprire d'asse el
ponte della vlta della Sagrestia di San Lorenzo.

E a d tre di febbraio a Bastiano quattordici quattrini per una libbra
d'aguti, e sei quattrini a un portatore per portare un pezzo di tiglio
da San Lorenzo a casa.

E a d quattro di febbraio a quattro portatori che portorno da casa mia
a San Lorenzo un cassone col coperchio per un modello delle sepulture,
soldi venti tre e un quattrino.

E a d cinque dtti a quattro facchini sei crazie, perch mi portorno un
tiglio intero dall'Opera a San Lorenzo.

E a d sei di detto per cinque giornate a Bastiano legnaiuolo lire sette
e mezzo, presente Stefano.

E al Candela legnaiuolo oggi detto d sei per cinque giornate lire
quattro, presente Stefano.

E oggi detto d sei pagai a Baccio da Frascoli, overo da Decomano, lire
sei e soldi cinque, presente Stefano miniatore; per nove braccia d'asse
di mezzo, e per undici braccia di terzo, in bottega sua propia.

E detto d sei pagai a Bastiano, detto Bargiacca, scarpellino da
Fiesole, lire tre e soldi quattro per quattro giornate per intaccare e
ridirizzare e' quadri della vlta della Sagrestia di San Lorenzo per
potere far di stucco.

E a un segatore detto d, soldi ventidua, manco un quattrino, per segar
tiglio per fare cornice pe' sopra detti modegli.

E a d otto di detto, dtti a Goro che forma carlini tre in bottega sua
nella via de' Martegli, per una certa quantit di terra di cimatura che
lui mi dtte e acconci per fare uno de' quadri della vlta della
Sagrestia di San Lorenzo, acci che quegli che l'nno a fare di stucco
vegghino com'ella  stare.

E detto d, tre crazie in tre facchini che portorono tre carichi di
scaglie di marmo dalla stanza mia di Via Mozza a San Lorenzo, per
pestare e mettere in sulla calcina per fare lo stucco per detta vlta.

E a d tredici di detto pagai a Bastiano legnaiuolo lire nove per sei
giornate per conto de' modegli della Sagrestia di San Lorenzo, cio
delle sepulture.

E detto d a Bastiono, detto Bargiacca, scarpellino da Fiesole, pagai
lire quattro e soldi sedici per sei giornate per fare certe intaccature
alla vlta della Sagrestia.

E detto d pagai al Candela legnaiuolo lire quattro per cinque giornate
pe' detti modegli.

E detto d pagai a Stefano miniatore uno ducato che e' pagassi al Nizza
legnaiuolo per resto di asse che e' tolse da lui pe' detti modegli.

E detto d rende' a Stefano miniatore soldi otto per quattro fasci
ch'egli avea fatti portare, cio una panca da legnaiuoli a San Lorenzo
con un pezzo di tiglio da casa mia.

E detto d  renduto a Stefano lire otto e soldi quattro per libbre
ottocento venti di bianco ch'egli avea tolto e pagato a Giuliano,
fornaciaio da Castello, a ragione di soldi otto lo staio. Fassi lo staio
libbre quaranta: e tolselo per conto dello stucco della vlta della
cappella nuova, overo Sagrestia di San Lorenzo.

E detto d rende' a Stefano soldi otto per sei some di rena grossa per
conto dello stucco.

E detto d rende' a Stefano soldi venti dua per dua vagli ch'egli avea
comperati per detto conto.

E detto d rende' a Stefano venti otto quattrini per dua libbre d'aguti
tolti per detto conto.

E a d venti di detto a Bastiano legnaiuolo per sopra detto conto per
sei giornate, lire nove: port Stefano miniatore.

E detto d al Bargiacca scarpellino lire quattro per cinque giornate:
port Stefano.

E detto d a Francesco legnaiuolo, detto el Camicia, lire cinque per
cinque giornate.

E a d venti uno dtti tre grossoni a Piero ossaio per medicare Bastiano
scarpellino che era cascato della vlta della Sagrestia: cio el
Bargiacca.

E a d venti sette di febbraio dtti lire sette e soldi dieci a Bastiano
legnaiuolo per giornate cinque per conto de' modegli della Sagrestia di
San Lorenzo: e' quali port Stefano miniatore.

E detto d per detto conto a Francesco, detto il Camicia, legnaiuolo,
per giornate cinque, dtti lire cinque: e' quali port Stefano
miniatore.

E detto d per segare un tiglio per detto conto, soldi venti.

E a d cinque di marzo 1523 dtti a Bastiano legnaiuolo per sei giornate
lire nove pel conto sopra ditto de' modegli della Sagrestia, e lire sei
a Francesco, detto el Camicia, legnaiuolo, pel medesimo conto: e detto
d pagai a quattro facchini trenta dua quattrini per portare uno pancone
dal Borgo de' Greci a San Lorenzo, che mi vend il Camicia, per battervi
su la terra, per detto conto.

E a d otto di marzo in dua facchini che portorno marmo pesto dal
giardino de' Medici a San Lorenzo per conto dello stucco, dtti crazie
sei.

E detto d dtti crazie sette a Bastiano torniaio per quattro mezzi
balaustri pel modello delle sepulture della Sagrestia.

E detto d trenta soldi dtti a Goro scultore per terra che mi  fatto
cavare d'una cantina alla porta a San Niccol.

E detto d dtti sei grossoni per sei carrettate di detta terra per
portatura da San Niccol a San Lorenzo per conto de' sopradetti modegli.

E detto d dtti soldi dieci per dieci some di detta terra pel detto
conto.

E detto d sedici soldi e otto danari a detto Goro scultore per una
giornata che stette per me a fare cavare detta terra.

A d nove di marzo dtti a Pier manovale quattordici quattrini per una
libbra di chiodi per conficcare certe capre per detta opera.

E detto d per terra bianca, che fu libbre quattrocento sessanta, soldi
venti dua e un quattrino a ragione di cinque soldi el centinaio.

E detto d dua quattrini al Camicia per cacio per mastrice.

E a d dodici di marzo ebbe Stefano miniatore soldi trenta otto per
conto, o vero per parte di danari spesi del suo per conto della
Sagrestia: e quali danari se gli ritenne de' venti ducati che mi port
detto d dallo Spina.[539]

  [539] Giovanni. Erano denari della provvisione che gli faceva
  pagare papa Clemente.

E detto d dtti a Bastiano legnaiuolo lire sei per quattro giornate,
che fu l'ultimo d che fu finito uno de' modegli delle dua sepolture
della Sagrestia.

E detto d pel medesimo conto lire quattro al Camicia legnaiuolo per
quattro giornate.

E a d detto dtti a Baccio da Frascoli soldi trenta dua per conto di
certe asse che dtte a Bastiano legnaiuolo per conto della Sagrestia: e'
quali port Stefano.

E detto d rende' a Stefano miniatore lire sette e soldi quindici che
avea pagati a Francesco, detto el Camicia, legnaiuolo, per un pancone di
noce per battervi su la terra per la Sagrestia; el quale pancone s'era
tolto per insino a d quindici di febbraio passato.

E detto d rende' a Stefano lire tre che avea pagate per insino a d
quindici di febbraio per braccia dieci e cinque ottavi d'asse di terzo
al Nizza per conto della Sagrestia.

E detto d rende' a Stefano per some sei di rena, soldi nove, per conto
dello stucco.

E a d detto per libbre dua d'aguti, nove soldi e otto.

E detto d rende' a Stefano per dua libbre d'aguti, una di tozzetti,
l'altra di venti, soldi nove e otto che avea tolti insino a' diciassette
di febbraio.

E detto d rende' a Stefano per dua catini per lavare la rena, quatrini
sedici.

E detto d rende' a Stefano soldi trenta dua per dua opere che avea
pagate al Candela legnaiuolo per insino a d diciassette di febbraio:
port Bastiano legnaiuolo.

E a d dodici di marzo una crazia per cacio da mastrice: rende' a
Stefano.

E detto d rende' a Stefano nove soldi e otto per dua libbre d'aguti.

E detto d rende' a Stefano soldi quindici che avea dati al Camicia
legnaiuolo per conto della Sagrestia.

E detto d rende' a Stefano sette quatrini avea spesi in cacio da
mastrice per detto conto.

E detto d rende' a Stefano lire quattro e soldi dieci, e' quali avea
pagati a Francesco della Croce facchino per opere nove per pestare marmo
per lo stucco della Sagrestia.

E detto d rende' a Stefano lire cinque e mezzo ch'avea spese in un
vaglio d'ottone per vagliare la rena per lo stucco: el quale pes libbre
undici e mezzo, a soldi dieci la libbra.

E detto d rende' a Stefano un grossone per una staffa di ferro pel
pestello con che si pesta gli embrici vecchi per lo stucco.

E detto d rende' a Stefano per dua libbre d'aguti di Barga, soldi
dieci.

E detto d per cinquanta bullette da lamberchiare: rende' a Stefano una
crazia.

E detto d dodici di marzo rende' a Stefano lire nove per giornate
diciotto d'uno scarpellino per dirizare e intacare la vlta della
Sagrestia per lo stucco.

E a d detto rende' a Stefano lire dieci e soldi tre, e' quali avea
pagati a Matteo dell'Opera per un tiglio che io tolsi a d venti sette
di febraio passato, e per la portatura soldi dodici: rende' a detto
Stefano. El qual tiglio serv al modello delle sepulture della
Sagrestia.

E detto d rende' soldi cinque a Stefano per un tiglio a' segatori.

E a' d venti nove per tre libre d'aguti diciannove soldi e quatro:
rende' a Stefano.

E detto d rende' a Stefano soldi diciotto per cento bullette da
lamberchiare e dua libre di chiodi di sessanta e di Barga.

E detto d rende' a Stefano quatrini sei avea dato a' segatori.

E per quatro libre d'aguti, una di sessanta, dua di tozetti, e una di
trenta sei: rende' a Stefano soldi diciannove e un quatrino.

E detto d dodici di marzo 1523 port Stefano miniatore al Nizza
legnaiuolo lire dodici per conto, o vero per parte di pagamento d'asse
che tolse da lui pel modello delle sepulture della Sagrestia: cio port
lire dodici.

E a d venti uno di marzo  pagato a Baccio da Frascoli, o vero da
Decomano, lire quaranta sei, cio sei corone e quindici grossoni e nne
riavuti tre quatrini, per quatrocento sessanta braccia d'asse di faggio,
a ragione di sei quatrini el braccio, per fare el ponte della vlta
della Sagrestia di San Lorenzo, per potere farla di stuco: e dette asse
di faggio me le prest detto Baccio da Decomano a d primo di febraio
1523 per coprire el detto ponte: e stasera in bottega sua l' pagato
come  detto, presente ser Giovambatista Zeffi e Donato del Sera: e
(__) avuto lire quaranta sei.

E oggi a d venti dua di detto  pagato al Nizza legnaiuolo diciassette
grossoni, presente Stefano miniatore e Pier Gondi in bottega sua, per
resto di certe asse che avevo tolte da lui per conto d'un modello delle
sepulture della Sagrestia di San Lorenzo.

E oggi a d trentuno di marzo in quatro fogli di ferro stagniato per
fare modanature per gli scarpellini di San Lorenzo, soldi venti, a
ragion di cinque soldi el pezzo.

[1524 dall'8 di genn. al 1 d'aprile.]

Nota in quello si sono spesi li fiorini 50 d'oro ricievuti in tre volte,
come si dir appresso; e prima

Per conto d'un modello di legniame delle sepolture della Sagrestia di
San Lorenzo che io  a fare per papa Clemente:

  A d otto di gennaio mille cinquecento ventitre
    a Matteo che sta all'Opera di Santa Maria del
    Fiore, per dua tigli                           Lire   22. 14.  --.
  E a d nove di detto per braccia ventiquatro
    d'albero comperato a Santa Trinita da un
    legnaiuolo, con la portatura                          8.  9.  --.
  E a d sedici detto per braccia diciassette:
    in tutto con la portatura                             6.  8.  4.
  E a d primo di febraio per braccia nove e un
    terzo d'albero in quatro pezzi comperati da
    que' di Capello che sta da Santo Tommaso              3.  1.  8.
  E a d sei detto a Baccio da Decomano per
    braccia nove d'asse di mezo e undici di terzo
    comperate da lui: in tutto                            6.  5.  --.
  E a d detto a Stefano miniatore che gli pag
    al Nizza legnaiuolo per parte d'asse di mezzo
    e di terzo                                            6.  --.  --.
  E a d detto a Stefano per dare al Nizza               14.  --.  --.
  E a d tredici di febraio port Stefano per
    dare al Niza per resto                                7.  --.  --.
  E a d otto di marzo a Bastiano torniaio per
    quatro mezi balaustri per detto modello               --. 11.  8.
  E a d dodici detto a Baccio da Decomano, port
    Stefano, per asse dette a Bastiano legniaiuolo
    per detto modello                                     1. 12.  --.
  E a d detto lire dieci e soldi quindici a
    Stefano miniatore, che lire dieci e soldi tre
    avea pagato a Matteo dell'Opera per un tiglio
    avuto in fin di febraio, e soldi dodici per
    la portatura                                         10. 15.  --.
  E a d detto a Stefano miniatore per dare al
    Niza legniaiuolo per parte d'asse d'albero           12.  --.  --.
  E a d ventidua detto al Nizza per resto d'asse
    d'albero                                              5. 19.  --.
  E pi a Bastiano per un pezo d'asse e per
    colla sino a d venti otto di gennaio                 --. 11.  8.
  E pi a Stefano che gli avea pagati insino di
    febraio passato per braccia dieci e cinque
    ottavi d'asse di terzo                                3.  --.  --.
                                                         ------------------------
  Come si vede monta el legniame                   Lire  109.  7.  4.
                                                         ============
  E per tanti pagati in detto tempo per segature
    in pi volte                                          3.  7.  --.
  E pi s' pagato in detto tempo per portature
    di pi legnami, dove  bisognato, e per cacio
    da mastrice e fogli: tutto conperato a minuto         5. 13.  4.

      E per opere pagate agl'infrascritti:

  A Bastiano legniauolo per opere 49, a soldi 30
    l'una, messe in detto modello                  Lire   73. 10.  --.
  Al Candela legniauolo per opere sedici, a
    soldi 16 l'una                                       12. 16.  --.
  A Agostino legniauolo e altri per opere dieci           7.  5.  --.
  A Francesco, detto el Camicia, per opere venti         20.  --.  --.
                                                         ------------------------
  Come si vede in tutto montano.
      Somma in tutto quello costa detto modello    Lire  113. 11.  --.
                                                         ============

      Apresso quello s' speso per la vlta dello stucco:

  A d primo di febraio per una giornata a
    Baccio legniauolo per fare el ponte                   1.  --.  --.
  E a d detto a uno maestro di murare che aiut
    fare el ponte                                         --. 18.  --.
  E a d detto a uno legniaiuolo che aiut a fare
    el detto ponte                                        --. 10.  --.
  E a d detto a uno manovale che serv al
    detto ponte                                           --. 10.  --.
  E a d sei detto a Bastiano, detto Bargiaca,
    scarpellino, per 4 giornate per intacare la
    vlta della Sagrestia                                 3.  4.  --.
  E a d detto a Goro che forma per una soma di
    terra battuta con la cimatura per fare
    gl'intagli d'uno de' quadri della vlta,
    acci che si vedessi come s' a fare di stucco        1. 10.  --.
  E a d detto a tre fachini che portorno scaglie
    di marmo dalla stanza di Michelagniolo di Via
    Mozza a San Lorenzo per pestare per lo stucco         --.  5.  --.
  E a d 13 detto a Bastiano, detto Bargiacca, per
    sei giornate per intaccare la vlta dello
    stucco                                                4. 16.  --.
  E a d detto a Stefano miniatore per libre
    ottocento venti di bianco, a soldi 8 lo staio,
    che si fa libre 40 lo istaro                          8.  4.  --.
  E a d detto per some sei di rena grossa per
    lo stucco                                             --.  8.  --.
  E a d detto a Stefano per dua vagli per lo
    stucco                                                1.  2.  --.
  E a d detto al Bargiacca per cinque opere:
    port Stefano                                         4.  --.  --.
  E a d venti uno detto a Piero ossaio per fare
    medicare el Bargiacca che era cascato della
    vlta della Sagrestia                                 1.  1.  --.
  E a d 8 di marzo a dua fachini che portorno
    marmo pesto dal giardino de' Medici a San
    Lorenzo per lo stucco                                 --. 10.  --.
  E a d dodici detto per some 6 di rena                  --.  9.  --.
  E a d detto a Stefano per dua catini per
    lavare la rena                                        --.  5.  4.
  E a d detto a Stefano miniatore detto che
    avea pagato a Francesco delle Crocie fachino
    per nove giornate per pestare marmo                   4. 10.  --.
  E a d detto a Stefano detto per un vaglio
    d'ottone di libre undici e mezo, a soldi
    dieci la libra                                        5. 10.  --.
  E a d detto a Stefano per una staffa di ferro
    che si lega al pestello                               --.  7.  --.
  E a d detto a Stefano per dare all'Oca
    scarpellino per intaccar la vlta                     9.  --.  --.
  E a d venti uno detto a Baccio da Decomano
    per braccia 460 d'asse di faggio per el
    ponte dello stucco                                   46.  --.  --.
  E per libre undici d'aguti di pi ragioni e
    tozetti conperati in pi volte per detto conto        2. 13.  --.
  E a d detto a Stefano per pi cose spese a
    minuto in detto tempo                                 1. 15.  --.
                                                         ------------------------
      Sommma in tutto                              Lire   98. 10.  4.
                                                         ============

      Apresso quello s' speso per fare e' modelli delle figure:

  A d 8 di marzo a Goro scultore per terre 
    fatto cavare d'una cantina alla Porta a San
    Niccol per condurre a San Lorenzo                    5. 10.  --.
  E a d detto per carrate 6 di detta terra da
    detto luogo a San Lorenzo                             2.  2.  --.
  E a d detto per some dieci di detta terra              --. 10.  --.
  E a d detto a Goro datogli per sua fatica              --. 16.  8.
  E a d detto per libre quatrocento sessanta
    di terra bianca fatta venire da Monte
    Spertoli, a ragion di soldi cinque al cento           1.  2.  4.
  E a quatro fachini per portare uno pancone di
    nocie dal Borgo de' Greci a San Lorenzo per
    battere la terra                                      --. 10.  8.
  E a d dodici detto a Stefano miniatore lire
    sette e quindici soldi che avea pagati al
    Camicia legniaiuolo per il sopradetto pancone         7. 15.  --.
  E a d primo d'aprile per una soma (_di terra_)
    bianca pes libre 400                                 1.  --.  --.
                                                         ------------------------
      Somma                                        Lire   15.  6.  8.
                                                         ============

      Apresso quello s' speso per conto di lavorare
      di quadro di marmo fuora delle giornate;
      e prima:

  A d trentuno di marzo 1524 per quatro bande di
    ferro stagniato per fare modanature                   1.  --.  --.
  E a d primo d'aprile a Stefano miniatore pag
    pi fa per carboni per gli scarpellini                2. 10.  --.
  E a d detto a Stefano per una banda di ferro
    stagniato                                             --.  4.  8.
  E a d detto a Stefano per dua regoli di braccia
    cinque                                                --.  7.  --.
  E a d detto a Stefano per quatro portatori e un
    contadino per tirare un marmo dalla stanza di
    Via Mozza di Michelagniolo a San Lorenzo              1.  8.  --.
  E a d detto a Stefano pag a quatro portatori
    per detto conto                                       --. 13.  4.
                                                         ------------------------
      Somma                                        Lire    6.  3.  --.
                                                         ============

  Come si vede nella prima faccia monta el modello
    di legname per le sepulture                         238. 18.  8.
  E per la vlta della stuco, come si vede di
    contro                                               98. 10.  4.
  E per il modello delle figure, come si vede
    di sopra                                             15.  6.  8.
  E per conto di lavorare di quadro, come si vede
    di sopra                                              6.  3.  --.
                                                         ------------------------
      Somma in tutto quello s' speso sino a
      questo d 1 d'aprile 1524.                  Lire  358. 18.  8.

  Di che s'abatte fiorini cinquanta avuti come
    di sopra                                            350.  --.  --.
                                                         ------------------------
  Resto avere, come si vede per detto conto               8. 18.  8.
                                                         ============
  E di tanti  a essere rimborsato                 Lire    8. 18.  8.

[1524 dal 4 d'aprile al 9 di novem.]

A d 4 d'aprile 1524:

  Dallo Spina fiorini 10 d'oro                     Lire   70.  --.  --.
  Item d 4 detto a Piero manovale per 70 soldi           3. 10.  --.
  Item a Stefano per libre 58 di cimatura                 --. 18.  8.
  Item per 2 fogli[540]                                   --.  --.  8.

  [540] Queste prime partite del 4 d'aprile sono d'altra mano; quel che
  segue  scritto da Michelangelo.

  E a d 7 di detto a Giovanni di Lionardo
    lanciaio per libre tredici e otto oncie di
    filo di ferro per e' modegli delle figure di
    San Lorenzo, a soldi sette la libra                   4. 15.  --.
  E detto d rende' a Stefano soldi quaranta per
    cento libre di capechio per detti modegli             2.  --.  --.
  E a d otto d'aprile pagai a Baccio di Puccione
    legnaiuolo lire nove per dodici cassette da
    sedere per gli scarpellini                            9.  --.  --.
  E detto d a detto Baccio di Puccione lire
    quatro per dodici regoli per gli scarpellini          4.  --.  --.
  E a d dodici di detto a un manovale, che
    m'aiut in su detti modegli, donai crazie
    cinque                                                --.  8.  4.
  E detto d un carlino per aguti da bastieri
    per detti modegli                                     --. 10.  --.
  E detto d per una mezina, quatrini sei                 --.  2.  --.
  E detto d per una corda, dieci quatrini                --.  3.  4.
  E a d tredici di detto a Baccio di Puccione
    che m'aiuta fare e' modegli di terra per le
    figure di detta opera, per dua giornate               2.  --.  --.
  E detto d tredici quatrini in spago                    --.  4.  4.
  E a quattordici di detto a Pier della Bella
    soldi sessanta nove per una maza d'undici
    libre e mezzo, a ragion di sei soldi la libra         3.  9.  --.
  E detto d in dua fogli reali                           --.  --.  8.
  E detto d in un grossone per una chiave della
    porta di Sagrestia                                    --.  7.  --.
  E a d venti uno d'aprile in un campanuzzo per
    gli scarpellini per sonare le dtte                   1.  --.  --.
  E a d ventitre d'aprile in un'ascia da
    legniaiuoli, diciotto soldi                           --. 18.  --.
  E detto d in un martello, soldi quatordici             --. 14.  --.
  E detto d in dodici regoli e sei cassette per
    gli scarpellini e per una cicogna d'un
    campanuzo, e per un modano d'una mensola a
    Baccio di Puccione legniaiuolo, lire cinque
    e diciassette soldi                                   5. 17.  --.
  E a d venti sette d'aprile in una libra di
    candele per veder lume nella Sagrestia di
    San Lorenzo per el cattivo tempo                      --.  3.  --.
  E a d ultimo di detto, dtti 13 soldi e un
    quatrino a Meo delle Corte per ferro
    stagniato che io lo mandai a comperare per
    fare modani per la Sagrestia                          --. 13.  4.
  E detto d, quaranta sette soldi e un quatrino
    rende' al Bargiacca per carboni avea
    comperati per assottigliare                           2.  7.  4.
  E a d tredici di maggio 1524 per cimatura
    per le figure delle sepulture della
    Sagrestia, quatrini trenta uno con
    la portatura                                          --. 10.  4.
  E detto d, tredici quatrini in spago pel
    detto conto                                           --.  4.  4.
  E a d venti di detto per cimatura per e'
    detti modegli, che mi comper Antonio Mini,
    che fu libre cento cinque. Parte n'ebbe a
    uno quatrino la libra, e parte sei danari.
    Mont tutta con la portatura soldi cinquanta
    e un quatrino                                         2. 10.  4.
  E detto d in filo di ferro, cio in quatro
    libre, e un'oncia di filo di ferro, soldi
    venti sei e dua quatrini                              1.  6.  8.
  E detto d, quatro soldi in dua fachini che
    riportorno una panca da legniaioli che io
    avea accattata nella Sagrestia, quando feci
    el modello di legniame che lavor Bastiano
    di Bicci                                              --.  4.  --.
  E detto d in cento cinquanta libre di capechio
    per e' modegli delle figure di detta opera,
    el quale mi comper Antonio da Maca nostro
    lavoratore, e nella gabella, che fu tredici
    quatrini: e 'l capechio uno quatrino la libra         2. 14.  4.
  E a d venti uno di detto, dtti soldi dieci
    a Baccio di Puccione per una mezza giornata
    che m'aiut inporre una figura di capechio
    per farla di terra, di cimatura, pel
    sopradetto conto                                      --. 10.  --.
  E detto d in dua gomitoli di spago pel detto
    conto, dieci quattrini                                --.  3.  4.
  E a d ultimo di maggio 1524 rende' al Pisano
    e a Urbano scarpellini lire tre e mezzo, che
    avevano comperato una soma di carboni per
    assottigliare per la fabrica di San Lorenzo           3. 10.  --.
  E detto d comperai dieci pezzi d'asse d'abeto,
    dieci quatrini il pezzo per cuoprire le
    pietre lavorate nella stanza degli
    scarpellini a San Lorenzo, e and per esse
    Meo delle Corte e el Bellegote nella Via de'
    Servi a canto a San Michele                           1. 13.  4.
  E detto d per lime per fare modani, soldi sei
    e dua quatrini. And per esse detto Meo               --.  6.  8.
  E detto d in una chiave per la porta di sotto
    della Sagrestia, che s'era rotta, un grossone,
    e per una chiave co' la toppa per l'uscio
    di sopra che entra in sul palco della vlta:
    venticinque quatrini                                  --.  8.  4.
  E a d 4 di giugno a Gino scarpellino soldi
    tredici, e a Urbano soldi cinquanta, e a
    Marchionne soldi sette; rende' ch'avevono
    comperati carboni per assottigliare                   3. 10.  --.
  E a d sei di gugnio 1524 soldi dieci a Baccio
    di Puccione per una mezza giornata m'aiut
    a rivestire di capechio una figura de' modegli
    di San Lorenzo                                        --. 10.  --.

E detto d sei di gugnio sette quattrini a un fachino che port capechio
da casa mia a San Lorenzo.

E detto d, sedici soldi in filo di ferro, port Baccio di Puccione.

E detto d, quatro soldi in dua gomitoli di spago.

E detto d, quattordici quatrini in una libra d'aguti.

E detto d, in una libra di candele, nove quatrini pel detto conto.

E oggi questo d venti cinque di gugnio 1524 a Baccio di Puccione soldi
diciotto per una cassetta da sedere per Covone scarpellino che  venuto
a lavorare di nuovo.

E a d venti otto di detto, dtti lire 3 a Baccio di Puccione per 3
panconi che e' comper dal Buscaglia, a venti quatrini per fargli
portare a San Lorenzo e' detti panconi. nno a servire per uno o ver dua
deschi per lavorarvi su certe figure delle sepulture di San Lorenzo: e
montano detti panconi sei lire e mezzo, che cos  fatto el mercato
detto Baccio.

Queste tre lire de' panconi qui di sopra  riavute da lo Spina e 
pagato el resto lui.

E a d dieci di luglio 1524 a Baccio di Puccione per dua cassette da
scarpellini, una lira e sedici soldi.

E detto d per uno regolo di 4 braccia, sette soldi per gli scarpellini.

E detto d per una finestra d'asse d'abeto per la Sagrestia, dua barili.

E a d venti dua di luglio mi comper Baccio di Puccione dua curri,
venti dua soldi, per l'opera di San Lorenzo da maestro Girolamo
manganatore, e per la portatura a San Lorenzo, sei quatrini.

E a d venti 3 di detto (_dtti a_) detto Baccio in dua libre aguti e
nove oncie d'aguti vechi, uno grossone: comper detto Baccio per detta
opera.

E a d venti tre di detto, dtti a Baccio di Puccione tre grossoni, e'
quali avea spesi in aguti per conficare certe caprette e certi scabegli
per sedere e per far ponti per detta opera: e comperogli da Lorenzo da
Monte Aguto lanciaio.

E detto d dtti a Baccio di Puccione lire sei per sei opere m' aiutato
insino a d detto, per mettere marmi nella Sagrestia, e per fare le
dette capre e scabegli, che sono 4 e 4 gli scabegli.

E a d venti 3 ebi dallo Spina ducati dieci per ispendere in detta opera
e tenere conto.

E a d ventisette di detto per un castagni (_sic_) di braccia otto per
una lieva per mettere e' marmi in Sagrestia, venti tre soldi da quegli
di Capello da San Tomaso. Port Baccio di Puccione.

E a' medesimi  pagato questo medesimo d detto per braccia trenta di
corrente di faggio per le capre sopra ditte, soldi venti cinque. Port
detto Baccio.

E per braccia dua d'asse di quarto da' medesimi per medesmo conto, soldi
otto.

E per braccia dieci di piane d'abeto, ventitre soldi e un quatrino.

E per braccia quatro e mezzo d'asse di mezzo, soldi trenta per le dette
capre. Port Baccio di Puccione, da que' di Capello a San Tomaso.

A d venti 9 di luglio 1524 rende' al Piloto[541] dieci grossoni che
ave' pagati a un fabro che sta nella Via de' Servi per dua regoli di
ferro d'un braccio e mezo l'uno: m'avea fatti per li scarpellini di San
Lorenzo.

  [541] Giovanni di Baldassarre, orefice, detto _il Piloto_. Lavor
  per la Sagrestia di San Lorenzo la palla faccettata della cupola,
  e per la casa de' Medici in Via Larga fece una gelosia di rame
  traforata a una finestra inginocchiata disegnata da Michelangelo.
  Mor di ferite nel 1536.

E a d 3 d'agosto per una fune che fu libre 4, trenta quatrini e mezo,
da Lorenzo da Monte Aguto. Andmo Meo delle Corte e io per essa, per
legar la sega per segare un pezo di marmo a San Lorenzo.

E a d 8 di detto, trenta sei soldi al garzone che port la rena a San
Lorenzo per segare un pezo di marmo; e furono trenta sei some di rena. E
detti danari gli pag Antonio Mini in sull'uscio di casa mia.

E a d undici d'agosto 1524 rende' a Covone, scarpellino da Fiesole,
soldi cinquanta sei, e' quali avea spesi in carboni per assottigliare
per l'opera di San Lorenzo. E detti danari gli port Meo delle Corte.

E a d tredici a Baccio di Puccione legniaiuolo soldi 8 per una mezza
giornata aiut a Bernardino di Pier Basso fare un telaio da cr misure
per una figura che e' mi bozza.

E a d 19 d'agosto detto pagai a Matteo d'Andrea del Mazza lire venti
dua che frno trenta sei barili, e rende' mi un carlino nell'opera
presente ser Francesco del Tachino, e Giannozzo di Ducino Mancini per un
panno di sega da segar marmo che tolse dall'Opera Giovanni Spina e Meo
delle Corte per l'opera di San Lorenzo.

A d venti 7 d'agosto a Baccio di Puccione legniaiuolo soldi 35 per dua
capitelli del telaio della sega da marmi che lui fece per l'opera di San
Lorenzo, e per un graffietto per gli scarpellini per segniare certi
frontespitii de' tabernacoli per detta opera.

E a d trenta d'agosto al Bottaio che sta in sulla piazza di San Lorenzo
lire tre per una tinella per la rena pe' segatori de' marmi de l'opera
di San Lorenzo. E detti danari gli port Meo delle Corte scarpellino.

E oggi questo d venti quatro di settembre 1524  renduti soldi trenta
dua e un quatrino a Bernardino di Pier Basso, che lavora meco per certe
piane avea comperate della Nave di Mercato Vecchio per far certi telai
per le figure della Sagrestia di San Lorenzo.

Oggi questo d 4 d'ottobre 1524  pagato al renaiuolo che porta la rena
per segare e' marmi a San Lorenzo, soldi trentaquattro per trenta quatro
some di rena. E detti danari port Meo delle Corte.

A d 5 d'ottobre diciotto quatrini rende' a Bernardino Basso per una
libra d'aguti di trenta sei, e quatro quatrini d'aguti di centinaio per
far conficare centine per farvi su modegli per San Lorenzo.

E a d sei per dua libre e dua oncie di filo di ferro, quaranta quatro
quatrini.

E detto d sei per dua gomitoli di spago, quattordici quatrini, e per
dua libre d'aguti da bastieri per e' detti modegli, venti otto quatrini.
Tutto mi port Bernardino Basso.

E a d otto d'ottobre per tre libre di filo di ferro, soldi venti da
Cristofano di Lionardo lanciaio, e per quatro gomitoli di spago, soldi
nove e un quatrino per detto conto. Port Bernardino Basso.

E a d quindici d'ottobre 1524  pagato soldi undici per rena per e'
segatori per el detto conto. Port Meo delle Corte; e dua quatrini di
carta per modani.

E oggi questo d ventinove  pagato a Baccio di Puccione legniaiuolo
sedici grossoni per quattro telai di finestre per incartare, che io gli
 fatti fare per le finestre di sopra della Sagrestia di San Lorenzo,
per rispetto dell'acque che entravano e facean danno; e in fogli reali
soldi venti quatro.

A d nove di novembre 1524  pagato a Baccio di Puccione per otto telai
per otto finestre della lanterna, incartate perch vi piove, lire dieci.

A Piero manovale venti quatro fogli; e a detto Piero soldi cinque per
olio, per ugniere dette finestre.

E a detto Baccio per opere dua per far capre per mettervi su un marmo,
soldi quaranta; e per un capitello della sega, dua grossoni. Grossoni 36
quegli che io  dati a Baccio.

[dal 1 d'ottobre al 3 di dicemb.]

Quest' la copia della scritta che io mandai el primo d'ottobre 1524
allo Spina de' casi di Francesco da San Gallo, e de' primi danari del
lavorare in cottimo.

A Francesco da San Gallo darete uno ducato e mezzo; e questo  perch
tolse a fare in cottimo a dua ducati el braccio d'un certo fregio al
paragone d'una parte che ce n' fatta. nne fatto uno braccio: e perch
non  finito e non sta bene come l'altro, non gli voglio dare pi, se
non osserva di fare come  promesso.

A d 8 d'ottobre ebbe Francesco Sangallo lire nove.

A d 15 d'ottobre ebbe lire nove.

A d 22 d'ottobre ebbe uno ducato.

A d 29 d'ottobre ebbe uno ducato.

A d 5 di novembre ebbe lire sei.

A d 12 di novembre ebbe lire otto.

A d 19 di novembre ebbe uno ducato.

A d 26 di novembre ebbe uno ducato.

A d 3 di dicembre ebbe uno ducato.

[19 d'ottobre.]

Io Michelagniolo di Lodovico Simoni  ricevuto oggi questo d diciannove
d'ottobre mille cinquecento ventiquattro, da Giovanni Spina, ducati
quattrocento d'oro larghi per la provigione fattami otto mesi fa da papa
Clemente di cinquanta ducati al mese, per le figure delle sepolture
della Sagrestia di San Lorenzo, e per ogn'altra cosa che sua Santit mi
facci fare; e per fede del vero questo d detto  fatta questa di mia
propria mano.

Quest' la copia della quietanza mandata detto d per Antonio Mini, che
sta meco, a Giovanni Spina, che dice aver commessione pagarmi la
sopraddetta provigione.


SEPOLTURE DI SAN LORENZO.

[27 detto.]

Ricordo come oggi questo d ventisette d'ottobre 1524  ricevuto da
Bernardo Niccolini ducati quaranta d'oro larghi per dua pezzi di marmo
che io  messi di mio nell'opera delle sepulture della Sagrestia di San
Lorenzo: l'uno de' detti pezzi  quello che n' fatto ricordo qui di
sopra, che lo metto sedici ducati, che cos viene a me; l'altro  fatto
venire ora in questi d pur di Via Mozza dalla mia stanza a San Lorenzo,
che mi serve per una figura di quelle che vanno in su cassoni delle
sepulture dette che io fo; e questo m' tirato dalla stanza mia a San
Lorenzo Meo delle Corte scarpellino con altri scarpellini che lavorano
qua di quadro a dette sepulture. E detto marmo  lungo braccia quattro
giuste, grosso uno braccio e ottavo, largo un braccio e dua terzi: vero
 che  appuntato un poco a uso di figura: e questo metto o vero  messo
ventiquattro ducati. E detti danari mi port dal Niccolino Bernardino di
Pier Basso che lavora meco, e furono tutti grossoni: e io pel detto gli
mandai una polizza di mia mano che gniene pagassi.


LIBRERIA DI SAN LORENZO.

[_Arch. Buon._ 1525 dal .... al 3 d'aprile]

La spesa della Liberria.

Le mura che s'nno a fare di nuovo, che s'nno a cominciare sopra le
camere di sopra del chiostro di San Lorenzo dove viene el piano di detta
Liberria, sono ordinate braccia cento per lunghezza col portico che
viene inanzi all'entrata, grosse un braccio, alte sedici, con le rivolte
da capo e da pi: montano, fornite del tutto, quatrocento trenta ducati,
senza la croce.

La croce facendo diciotto braccia per ogni verso e 'l vano d'ogni lato,
vi va di muro della medesima altezza e grossezza, cento novanta tre
ducati.

El tetto della medesima li....

E oggi a d 3 d'aprile 1525  renduto a Bernardino Basso per tre fogli
stagniati pe' modani delle finestre di fuora della Liberria dua
grossoni.


FANTI E SERVITORI.

[_Museo Brit._ 1525 16 di luglio.]

Ricordo come oggi questo d 16 di luglio 1525  venuta a star meco mona
Lorenza, che sta in casa mia a pigione in Via Gibellina, e gli offerto
dieci fiorini l'anno: m' risposto che non vole ancora rispondermi
resoluto, perch dice che e' c' un suo figliuolo che se n' andare a
Roma infra quindici d, e che come se n' andato mi risponder: e in
questo mezzo verr ogni d a casa a fare le faccende di casa e
ritornerassi la sera al figliuolo e che non vuole in detto tempo gli
corra la pigione, e poi partito il figliuolo vedr d'accordarsi meco: e
cos sino d'accordo.

Ricordo come oggi questo d venti dua di detto, Mariagniola che stava
meco se n' andata, e gli pagato Antonio che sta meco lire 8 che dice
restava avere: mie presentia in tanti grossoni.

[_Arch. Buon._ 1525 3 d'agosto.]

Ricordo come oggi a d 3 d'agosto mille cinquecento venticinque, c'
venuto a stare meco per famiglio Nicol da Pescia per quattro lire e
mezo el mese: e cos sino d'acordo.

[1525 20 d'agosto.]

Oggi a d venti d'agosto  dato a Nicol che sta meco, lire tre e mezzo
per conto di salario.

[27 di settemb.]

Oggi a d venti 7 di settenbre  dato a Nicol sopra detto lire quatro e
mezzo di suo salario.

[2 di dicemb.]

Ricordo com'io  avuto questo d 2 di dicenbre 1525 ducati dua d'oro da
Bastiano detto Balena mio lavoratore a Settigniano o vero a Rovezano, e'
quali sono del frutto dell'anno passato di tre ducati e cinque lire che
m'avea a dare; gli fatto tempo del resto in sino alla ricolta prima che
viene.

[3 detto.]

E oggi a d 3 di dicenbre  dato a detto Nicol lire quattro per conto
di suo salario.


MARMO VENDUTO.

[_Museo Brit._ 1525 23 di dicemb.]

  23 di dicembre 1525.

Ricordo come oggi questo d  venduto Giovanni Spina uno pezzo di marmo
di questi del Papa che sono in sulla piazza di San Lorenzo, a' Capitani
d'Or San Michele per l'opera di Francesco Sangallo[542] lire cento sei:
el quale marmo a misura fu cinque mila trecento libre.

  [542] Intendi: il gruppo della Madonna con Ges bambino, e
  Sant'Anna che  nella chiesa d'Or San Michele.


SALARIO A UN SERVITORE.

[1526 28 di gennaio.]

E oggi a d venti otto di gennaio  pagato a Nicol, che sta meco per
famiglio, lire sette di quattrini neri, le quali gli cont Antonio Mini
che sta meco, mia presenza.


[15 d'aprile.]

Ricordo come insino a oggi a d quindici d'aprile  venduto del grano di
Pazolatico staia quattordici e mezzo, e staia sei, questo d detto 1526.


[d'agosto.]

Ricordo come oggi a d .... d'agosto 1526 Donato Benti scultore che sta
a Pietra Santa m' mandato questa scritta ovvero conto per Bernardino
Basso, e mmela portata qui in casa e' Macciagnini dov'io sto a San
Lorenzo, Bernardino Basso scarpellino.


[1527 29 d'aprile.]

Ricordo come pi d sono che Piero di Filippo Gondi mi richiese della
Sagrestia nuova di San Lorenzo per nascondervi certe loro robe per
rispetto del pericolo in che noi ci troviamo: stasera a d ventinove
d'aprile 1527 v'ha cominciato a far portare certi fasci: dice che sono
panni lini delle sorelle: et io per non vedere e' fatti sua n dove e'
si nasconde dette robe, gli  dato la chiave di detta Sagrestia detta
sera.


[4 di giugno.]

Ricordo oggi questo d 4 di giugnio 1527 com' dato a mona Chiara
grossoni nove per conto di suo salario, e ssi andata con Dio e
lasciatomi senza fante detto d, senza farmelo sapere inanzi.


FANTI E SERVITORI.

[1527 19 di luglio.]

Ricordo oggi questo d 19 di luglio 1527 com'io  ricevuto dal Balena
ducati dua di quaranta sette lire che io avevo aver da lui per insino a
ora: el resto che sono trenta tre lire glien' lasciati in presto sopra
un paio di buoi che tiene: e cos  stato contento: presente Antonio
Mini che sta meco e Lapo lavoratore: e con detto Lapo  fatto conto
detto d del dare e dell'avere, e sino del pari in sino a oggi.


MALATTIA E MORTE DI BUONARROTO.

[1528 dal 30 di giugno al 6 di luglio.]

Denari pagati a Pietro Pagolo di Stefano del Riccio speziale oggi questo
d trenta di giugno 1528 per la malattia di Buonarroto, che sono lire
tredici e soldi uno, come si vede per la scritta di detto Pietro Pagolo.

Danari spesi nel mortorio  pagati oggi a d sei di luglio 1528[543]
lire cinquantuna; e' quali danari port Antonio Mini a ser Antonio
notaio e insieme pagorno detti danari a' frati e preti in cera e in
becchini, come si vede per una scritta di detto ser Antonio.

  [543] Buonarroto, fratello di Michelangelo, mor di peste a d 2
  di luglio 1528.

Danari dati a' Medici: ducati dua e cinque grossoni a maestro Piero
Rosati, e ducati quattro o circa a maestro Baccio cerusico dagli
Alberigi,[544] e uno ducato a maestro Marcantonio[545] da Sangimigniano
e nove grossoni in un cappone premuto.

  [544] Intendi: che abitava nella Via degli Alberighi.

  [545] Montigiani.

Ducati quattro in una gamurra per la moglie[546] di Buonarroto per
mutarli e' panni che era ammorbata, comperata da mona Lessandra[547] che
fu moglie di Bernardo Mini.

  [546] Bartolommea Della Casa.

  [547] Da Panzano, madre di Antonio Mini che stava con
  Michelangelo.

Ducati sette spesi in pi volte a Settigniano in fra le spese alla
moglie di Buonarroto e a' figliuoli[548] e alle fante che erono in
guardia,[549] sanza el vino che fro barili quatro.

  [548] Per sospetto che anch'essi fossero ammorbati.

  [549] Buonarroto lasci tre figliuoli: Lionardo, Simone e
  Francesca. Simone mor fanciullo.

Uno ducato tra scarpe de' bambini e grembiuli e posta per iscuffie,
mentre erano in guardia.


SPESE PER LA FRANCESCA DI BUONARROTO.

[13 di settemb.]

  Denari spesi per la figliuola di Buonarroto:

Soldi otto per un braccio di tela bottana.

Soldi sei per tre quarti di tela per soppannare un gamurrino.

Ventiquattro soldi per tela bottana.

Cinque soldi per refe per la gamurra.

Dua crazie per refe pel gamurrino.

Soldi cinquanta la fattura della gamurra.

Soldi venticinque per la fattura del gamurrino.

Soldi quatro per nastro pel gamurrino.


LA FRANCESCA  MESSA IN MONASTERO.

[1528 13 di settemb.]

Ricordo come oggi questo d 13 di settembre 1528  menata la Francesca
mia nipote, figliola di Buonarroto mio fratello, nel munistero di
Boldrone in serbanza per tanto che la si mariti. E' patti che io  avuti
col munistero sono questi: che io dia l'anno a detto munistero ducati
diciotto largi in tre volte, ogni quattro mesi sei ducati; de' quali n'
pagati oggi questo d detto una paga, cio ducati sei in tanti barili:
e' quali  portati meco con la fanciulla, e contgli alla badessa, che 
una cugina carnale di Piero Pecori, Antonio Mini che sta meco; che
furono sessanta sette barili e sei quatrini bianchi: e gli dato a detto
munistero detto d per detta fanciulla, dua paia di lenzuola a tre teli,
dua tovaglie di sei braccia l'una, otto tovagliolini e quattro
canavacci: che cos furono e' patti: e' danari gli  messi di mio; e
dette lenzuola e tovagliolini e canavacci abbino tolte delle masserizie
di Buonarroto.

Dua braccia di posta nera per cigniere, soldi diciotto.

Dua soldi la ben vestita.

Uno paio di pianelle e uno paio di scarpette, soldi venti sei.

Uno braccio di tela per uno grembiale, soldi diciotto.

Tre braccia di nastro di seta nera, soldi otto.

Tre braccia di nastro di filugello, sette quattrini.

Tre agetti, tre quatrini.

Questi denari  io renduti oggi questo d tredici di settembre 1528 a
Antonio Mini che sta meco, e' quali gli avea spesi per me in queste cose
qui sopra dette. El panno della gamurra, che io  fatta fare alla
figliuola di Buonarroto,  dato io d'un mio lucco foderato di bassette
quasi nuovo, che io  fatto disfare per fargniene.


DOTE RESTITUITA ALLA MOGLIE DI BUONARROTO.

[16 detto.]

Ricordo oggi questo d sedici di settembre 1528 come s' renduto la dota
alla Bartolomea che fu moglie di Buonarroto mio fratello, e ssi conti
di danari contanti ducati cinquecento ventidua d'oro largi e cinque
grossoni fra corone d'oro e barili e grossoni e crazie; e detti danari
si sono tolti d'una certa quantit di danari contanti che si trov di
Buonarroto; e sonsi conti in casa Agniolo della Casa: e' quali gli 
conti Gismondo mio fratello a detta Bartolomea, presente lei e la sua
madre mona Piera e ser Bonaventura n' rogato, presente Pandolfo della
Casa e Raffaello da Gagliano e ser Antonio.... e Agniolo della Casa e
Tebaldo fratello di detta Bartolommea e un fratello di mona Piera e un
altro notaio, e presente Antonio di Bernardo Mini. E io Michelagniolo di
mia danari pagai uno ducato largo a ser Bonaventura pel contratto e a
ser Antonio e a Raffaello da Gagliano, perch 'n questo caso s'erono
aoperati pi de' detti, dtti dua corone d'oro per uno del mio, che sono
uno ducato e quatro scudi.


PAGAMENTO DELL'ACCATTO.

[24 detto.]

Ricordo oggi questo d ventiquatro di settembre 1528 com'io  pagato
ducati trentasette d'oro largi e grossoni tredici e danari sei per
l'accatto che io ho avuto dal Comune: e' quali denari port Antonio Mini
che sta meco e paggli al camarlingo che  Bernardo Gondi, e cos
apparisce al suo libro a carte settanta sei, cio 76: e con detto
Antonio and Domenico Mori.


SPESE PER LIONARDO SUO NIPOTE.

[1528 dal 1 al 15 di novembre.]

Otto lire in quattro braccia di panno Sanmatteo nero per fare una
zimarra a Nardo, che lo comper Antonio fuor della porta alla Croce
trenta soldi, per la manifattura di detta zimarra; uno grossone a Nardo
che lo dtte al maestro della scuola pel fuoco; se' soldi per nastro di
filugiello, e magliette e agetti che port la Caterina alla Cecca al
munistero di Boldrone: tutti e' sopra detti danari  pagati Antonio Mini
che sta meco, o vero conti di sua mano.

Ricordo come dal primo di novembre 1528 insino a oggid quindici di
detto novembre  speso per conto delle rede di Buonarroto mio fratello:
prima per uno Donadello per Nardo, soldi sei e un quatrino; per uno
cappello piloso nero per detto Nardo, soldi diciotto.

Tre ducati d'oro a mona Ginevra per diciotto d che la stette in casa
Buonarroto a sciorinare sua panni e masserizie.


SPESE PER FANTI E SERVE.

[21 di novemb.]

Ricordo come oggi questo d ventuno  dato a mona Ginevra sopra detta,
cio oggi a d ventuno di novembre 1528  pagato a detta mona Ginevra
lire sei, che la dice che restava avere da me dal d che la fin la
guardia in casa Buonarroto in sin a oggi. Bench la sia stata in detta
casa, tuttavia dice che  stata meco, e io l' detto di pagata a mio
conto e datole licenzia.


DENARI SPESI PER LA NIPOTE.

[1529 13 di gennaio.]

Ricordo come oggi questo d tredici di gennaio 1528  portato al
munistero di Boldrone ducati sei largi in tanti barili, cio barili
sessanta sette e otto quatrini: e' quali danari  conti alla badessa,
presente Domenico fratello d'Antonio di Migliore mio lavoratore a Maca:
e detti danari sono per conto della Francesca mia nipote che  in
serbanza in detto munistero.

[14 di maggio.]

Ricordo oggi questo d 14 di maggio 1529  pagato al munistero di
Boldrone ducati sei largi per conto della Francesca mia nipote; e' quali
denari port Antonio Mini che sta meco.


SPESE PER L'ANDATA E DIMORA IN VENEZIA.

[_Arch. Buon._ 1529 10 di settemb.]

Dieci ducati a Rinaldo Corsini.[550]

  [550] Questo conto di spese  in un foglio, dove Michelangelo
  aveva principiato una lettera in questo modo: Honorando mio
  maggiore. In Venezia oggi questo d dieci di settembre.

  La data del principio della lettera fa supporre che due sieno
  state le gite di Michelangelo a Venezia: l'una sul finire
  dell'agosto 1529, partendosi da Ferrara dove era stato mandato a
  vedere le fortificazioni; e l'altra quando fugg da Firenze il 21
  di settembre. Il conto delle spese riguarda questa seconda gita,
  essendovi nominati il Corsini, il Mini e il Piloto, che gli furono
  compagni.

Cinque ducati a messer Loredan per la pigione. --

Diciassette lire nelle calze d'Antonio.

Un ducato ne' sua stivali.

Venti soldi un paio di scarpe.

In dua scabegli da sedere e in una tavola da mangiare e in un forziere,
un mezzo ducato.

Otto soldi in paglia.

Quaranta soldi nella vettura del letto.

Dieci lire al fante che venne da Firenze.

Tre ducati dal Bondino insino a Vinegia nelle barche.

Venti soldi al Piloto in un paio di scarpette.

Sette ducati da Firenze al Bondino.

Dua camicie, cinque lire.

Un birettino e un cappello, soldi sessanta.

Quattordici d in Vinegia, lire venti.

Circa quatro ducati da Firenze al Bondino in cavagli pel Piloto.


SALARIO D'UNA FANTE.

[1529 14 di settemb.]

Ricordo come oggi questo d 14 di sett. 1529  dato a la Caterina che
sta meco lire sedici e una crazia per conto di suo salario, presente
Antonio Mini che gniene cont in crazie.


ROBE RIPOSTE QUANDO FUGG A VENEZIA.

[dal 19 al 25 d'ottobre.]

  Iesus add 19 di ottobre 1529.[551]

  [551] Questo Ricordo  scritto da Francesco Granacci.

Cose date per buono rispetto dalla Caterina, cio di Michelagniolo,
cavate di casa detto (_d_), come detta mi dice: e prima.

Dicemi in un luogo, grano aver messo moggia tre, staia venti, cio mogia
3 staia 20.

E in detto luogo staia sei di salina, cio staia 6.

E in un altro luogo dice averne messo moggia dua, staia dodici, cio 2 e
12.

E in detto luogo v' tutti sua pannilani, cio di dosso ed altro.

E in detto luogo v' forchette sette e dua cucchiai, cio d'argento.

Dicemi in un altro luogo aver messo moggia dua di grano grosso, cio 2.

E pi mi dice in detto luogo aver mandato moggia tre d'orzo, cio moggia
3.

E pi in detto luogo moggia uno di vena, cio moggia 1.

E in uno altro luogo dice aver mandato stagno, cio scodelle undici, e
scodellini undici e piattelli sette, e in sacco parecchi panni lini
cuciti.

E in detto luogo  mandato uno celone e una coltrice con un primaccio.

E pi una materassa di bambagia.

E pi dice averne dato a Gismondo staia quattordici di grano grosso,
cio 14.

E pi  avuto barili cinque di vino, come dice el lavoratore, cio 5.

E pi mi dice aver venduto staia ventisette di grano a soldi quarantasei
lo staio.

E cos barili sette d'olio dice aver venduto, sei di detto a L. nove e
soldi quattro el barile, e uno a lire nove sole, al fornaio.

E pi dice aver venduto staia sedici di grano grosso add 25 d'ottobre
1529, a soldi quarantatre lo staio, cio staia 16 per pagare, disse,
quello si mand a Vinegia.

E pi dice aver dato al Balena lire 3 per sua vettura, cio L. 3.

E add 24 d'ottobre 1529 avevono recato barili 38, cio 38 di vino da
Maca; recato da Antonio el Balena, che  pagato vettura tutta.

Ricordo come add 22 d'ottobre 1529 si dtte a Bastiano di Francesco
scarpellino per andare a Vinegia a trovare Michelagnolo, per parte, lire
trentatre, soldi sette, cio .... L. 33. 7.

Detti ne prest Bernardino di Pier Basso lire dieci, cio .... L. 10.

E io Francesco Granacci ne prestai lire nove, cio .... L. 9.

[1530 6 di gennaio.]

Io Michelagnolo Buonarroti trovai in casa, quando tornai da Vinegia,
circa cinque some di paglia; nne comperate poi tre altre some;  tenuti
tre cavagli circa un mese; ora n' uno solo. A d 6 di gennaio 1529.


SPESE NEL PODERE DI POZZOLATICO.

[_Museo Brit._ 1532 6 di gennaio.]

A d sei di gennaio 1531 fini' di pagare el manovale che aiuta a
Pazzolatica, il quale restava a avere di dieci giornate, a sedici soldi
il d, quattro lire e dodici soldi: e cos gli dtti.

E detto d dtti quattro carlini al lavoratore di Pazzolatico per
vettura di quatro some di legnie ch'avea portate.[552]

  [552] Il Podere di Pozzolatico.

E a d dieci di detto a Sandro calzaiuolo lire dieci per conto di un
paio di calze e di cosciali che e' mi fa.

E detto d al sarto per panno per un saione, lire quattordici.

E detto d al calzolaio per conto di un paio di borzachini e uno di
stivali, barili dieci.

E a d undici di detto lire dieci al sarto pel soppanno del saione.

E a d tredici di detto a Sandro calzaiuolo lire dodici e uno barile per
l'intero pagamento delle calze e de' cosciali che m' fatte.

E detto d al lavoratore da Pazzolatico barili 4 per comperare uno
orciolo di rame e dua libre d'aguti.


VISITA LA NIPOTE IN MONASTERO.

[1533 12 d'agosto.]

Ricordo come ad 12 d'agosto 1533 sendo in Firenze, andai a vedere la
mia nipote a Boldrone, e porta'gli venti braccia di panno per camice,
che mi cost ventuno soldi el braccio. E detto d 12 dtti alla badessa
scudi tre d'oro per conto della provigione ch'io do a detto monistero
per tenere la Cecca.


COMPRA DEL PODERE DE' TEDALDI.

[1533 5 di settemb.]

Ricordo come ad cinque di settembre ebbe da me ser Raffaello da Ripa
sessanta grossoni, per fine del pagamento per aver procurato per me per
conto del podere ch'i' comprai da Piero Tedaldi.


SALARIO ALL'URBINO.

[12 detto.]

Ricordo come oggi a d dodici di settembre ho dato a Urbino che sta
meco, per conto di suo salario, grossoni quaranta: add 12 di settembre
1533.


GITA A SAN MINIATO PER VEDERE IL PAPA.

[22 detto.]

Nel mille cinquecento trentatre. Ricordo come oggi a d 22 di settembre
che andai a Santo Miniato al Tedesco a parlare a papa Clemente che
andava a Nizza; e in tal d mi lasci frate Sebastiano del Piombo un suo
cavallo.


MASSERIZIE DE' NIPOTI IN CASA SUA.

[29 d'ottobre.]

E detto d (29 d'ottobre 1533)  renduto a Giovan Simone lire ventuna
per tante dice avea spese a fare sgomberare le cose, ci  le masserizie
de' mie Nipoti di casa sua in casa mia, ci  nella casa che tengo a
pigione da' Fortini nella via degli Sbanditi.


PROVENTO DEL PORTO DI PIACENZA.

[1537 2 di gennaio.]

Io Michelagniolo Buonarroti per la presente confesso oggi questo d dua
di gennaio 1536 avere ricevuto da messer Francesco Duranto di Piacenza
mio fittauolo, scudi novantuno e dua terzi d'oro in oro del Sole per la
rata de' dua mesi prossimi passati, cio ottobre e novembre di scudi
cinque cento cinquanta d'oro simili che e' m' a pagare ogni anno per el
passo del Po di Piacenza, che e' tiene da me: e quali scudi novantuno e
dua terzi detto messer Francesco  pagati per me in Piacenza a messere
Agostino da Lodi mio procuratore, e lui me li ha fatti pagare qui in
Roma a Tomaso Cavalcanti e Giovanni Giraldi e compagni: e in fede di ci
 fatta la presente quitanza di mia propria mano, oggi questo d dua di
gennaio sopra detto 1536 _ab incarnatione_, in Roma.


RICEVUTA DELLO SCHERANO.

  + 1537. Di Sandro Scherano per conto della Madonna faceva.[553]

  [553] Cio, la Madonna nella sepoltura di papa Giulio in San
  Pietro in Vincola. Sandro detto _lo Scherano_ fu de' Fancelli da
  Settignano, e nacque da Giovanni di Sandro scultore, fratello di
  Domenico detto _il Zara_.

[di dicembre.]

Io Sananadro (_sic_) di govani ne ricevuto da Michelaglo ischudi cique,
pere choto dela Madona che io facevo, da deto Orbino (_Urbino_): io mi
ciamo choteto di quelo che io ne auto a fare cho lui cho dito
Michelagolo isino a questo di dicebere 1537.

                    Io SANADORO (_sic_) ne fato questa di mia mano.


DANARI AL NIPOTE.

[1542 19 di gennaio.]

E oggi a d diciannove di gennaio 1542  mandato a Bartolomeo Bettini,
cio a' Cavalcanti e Giraldi, scudi cinquanta d'oro in oro che li faccia
pagare in Firenze a Lionardo mio nipote in Firenze: e detti scudi port
Urbino a detto Bartolomeo e contogniene: cio Francesco da Urbino che
sta meco.


MALATTIA DI MICHELANGIOLO.

[_Arch. Buon._ 1546 15 di gennaio.]

Ricordo oggi questo d 15 di gennaio 1545 come io Leonardo Buonarroti
andai a Roma in poste a vedere Michelangiolo che era malato: tornai ad
26 di gennaio.


PATTI CON DONNA PRESA PER FANTE.

[_Museo Brit._ 1547 ... di febbraio.]

Sia noto e manifesto a qualunque persona che legger la presente
iscritta, come mona Caterina di Giuliano fiorentino se ponga a stare con
messer Michelangelo Bonaroto fiorentino per prezzo di carlini dieci el
mese: e filare sia per lei: cos messer Michelangelo se obriga a tenere
una sua putta. El ditto Michelangelo  pagato scudi quattro d'oro in oro
(_a_) Agnolo da Casciese per conto di sua vettura: e cos el ditto
Agnolo promette: en tutto  patto per ditta carta.

Io Lorenzo del Bene fiorentino  fatto la presente di mia mano a pregera
dell'una parte e dell'altra.

Oggi questo d sopradetto.


PROVISIONE MENSUALE.

[1548 14 di marzo.]

Io Michelagniolo Buonarroti  ricievuto oggi questo d 14 di marzo da
messer Baco Giuntini, dipositario del reverendissimo Sotto Datario,
scudi cinquanta, mezzo oro e mezzo moneta, per la mia solita provigione
per il mese.

[6 d'agosto.]

Io Michelagniolo  ricevuto oggi questo d sei d'agosto 1548 da messer
Giovanni de Rubeis scudi cento, mezzo oro e mezzo moneta, per la mia
solita provigione del mese di luglio prossimo passato: cinquanta n'avevo
prima e cinquanta me n' aggiunti nostro Signore, cominciando il d
primo di luglio sopra detto i detti cinquanta che m' aggiunti.


SALARIO A UNA FANTE.

[25 d'ottobre.]

E oggi a d venticinque d'ottobre  renduto a Urbino uno scudo, il quale
aveva dato alla Caterina per il suo salario del mese d'agosto prossimo
passato: e insino a detto mese  pagata: di poi il settembre e l'ottobre
 stata ammalata che non gli  corso salario e massimo avendogli tenuto
una donna che la governi: che fra lei e medico e medicine mi cost circa
scudi nove d'oro.


PROVENTO DELL'UFFICIO DI ROMAGNA.

[1549 13 di febbraio.]

Io Michelagniolo Buonarroti  ricevuto add tredici di febbraio 1549 per
la paga del mio ufficio di Romagna del notariato del civile,[554] scudi
ventidua d'oro in oro per il mese di gennaio prossimo passato, per le
mani di messere Benvenuto Ulivieri e messere Bartolomeo Bettini.

  [554] Ebbe il provento di questo ufficio di Rimini, dopo che perd
  l'altro del passo del Po di Piacenza.


[1549 4 di novemb.]

E oggi a d 4 di novembre 1549  dato alla Caterina iuli dieci per conto
di suo salario per il mese di ottobre prossimo passato: contogniene
Iacopo che sta meco.


[5 di dicembre.]

E oggi a d cinque di dicembre dagli Altoviti  ricevuto scudi ventidua
in oro per la paga del mese di novembre prossimo passato, cio del fitto
del notariato di Romagna, 1551.


[1551 14 di ....]

Ricordo come oggi a d 14.... 1551  renduto a Urbino scudi dieci e
sette iuli, i quali avea spesi per me in paglia e fieno e biada.


L'URBINO MENA LA MOGLIE A ROMA.

[29 d'agosto.]

Ricordo come oggi questo d 29 d'agosto  renduto a Urbino scudi dodici
e sette iuli, i quali aveva spesi in casa in acconciare la sua camera
per menarvi la moglie e domattina va per essa a Castel Durante.

[25 di settemb.]

Ricordo come oggi a d 25 di settembre torn Urbino da Castel Durante
con la moglie e una serva.

Tre iuli pel confessoro.


FANTI E SERVITORI.

[1552 1 d'aprile.]

Ricordo come oggi a d primo di aprile 1552  venuto a star meco per
servidore Antonio da Castello Durante per dieci iuli il mese.

[1 di maggio.]

E oggi a d primo di maggio  dato iuli dieci a detto Antonio per il
mese che  stato meco, cio tutto aprile; e mandatolo via per buon
rispetto.

[16 detto.]

E oggi a d 16 maggio dagli Altoviti scudi ventidua d'oro in oro per la
paga d'aprile prossimo passato, 1552.


[18 di giugno.]

E oggi a d diciotto di giugno 1552  venuto a star in casa per
servidore Riccardo franzese per dieci iuli il mese.


[1553 4 d'aprile.]

E oggi a d 4 d'aprile 1553  venuto a star meco per serva Vincenzia da
Tigoli per dieci iuli il mese (_partita poi il 16 dicembre_).

[1554 1 di gennaio.]

E oggi a d primo di gennaio 1554  venuta da Castel Durante Lisabetta a
star meco per serva per dieci iuli il mese.


PROMESSA DI MARITARE UNA FANCIULLA.

[1 detto.]

Sia noto come oggi questo d primo di gennaio 1554, io Michelagniolo
Buonarroti  tolto in casa per maritarla una figliuola di Michele
pizzicarolo dal Macello de' Corvi, la quale  nome Vincenzia, con questa
condizione: che in capo di quattro anni, facendo buon portamenti per
l'anima e pel corpo, io sia tenuto a dargli di dota scudi cinquanta
d'oro in oro; e cos prometto quando la dota detta io vegga gli sia
sodata in buona sicurt; e per fede di ci, io Michelagniolo  fatta
questa di mia propria mano.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


[1554 1 di gennaio.]

Ricordo come a d primo di gennaio 1554 io Michelagniolo Buonarroti
tolsi a star meco in casa la Vincenzia, figliuola di Michele pizzicarolo
dal Macello de' Corvi, con patti che in capo de quattro anni s'ella
fussi stata meco, maritandosi, io gli avessi a dare cinquanta scudi
d'oro di dota.

[1555 26 di settemb.]

E oggi ad venti sei di settembre 1555  venuto Iacopo fratello di detta
Vincenzia in casa, e per forza bravando Urbino che era nel letto
ammalato, me l'ha tolta di casa e menata via: e presente (_a_) questo
s' trovato messer Roso de Rosi da Castello Durante e Dionigio che era
nella fabrica di Santo Pietro e pi altre persone.

Io Roso de li Rosi da Castello Durante foi presente quanto di sopra 
scritto, e per fede de la verit  scritto e sottoscritto di mia propria
mano.


ALTRA FANTE AL SUO SERVIZIO.

[1 d'ottobre.]

E detto d primo d'ottobre 1555  venuto a star meco da Castello Durante
la Lucia per serva e Antonio per servidore a uno scudo el mese per uno,
cio dieci iuli: e detta serva et servidore me gli  menati messer Roso
da Castello Durante.


[1556 29 di gennaio.]

E oggi a d 29 di gennaio 1556  venuto a star meco da Castel Durante
per serva la madre della Betta per dieci iuli il mese.


PAGHE DEL MONTE DELLA FEDE.

[4 di maggio.]

Ricordo come oggi questo d quattro di maggio 1556 --  riscosso
sessantotto iuli e diciotto quattrini per la prima paga del Monte della
Fede che io comperai de' denari che mi lasci Francesco D'Amadore detto
Urbino, da Castello Durante: e per le sua rede n' comperato detto
Monte, e per loro ne risquoto le page e la quantit de' danari che mi
lasci e come apparisce pel suo testamento.


ANDATA A SPOLETO.

[1 d'ottobre.]

E oggi a d primo d'ottobre trovandomi in Spuleti,  dato iuli dieci per
uno a dua Antonii mia servidori per conto di loro salario, e bench uno
di loro non l'abbi scritto qui, sempre  avuto il suo salario, come
apparisce scritto nel muro in camera mia.

[1557 31 d'ottobre.]

E oggi a d ultimo d'ottobre 1557 a' dua Antonii che stanno meco, sendo
da Spuleti tornato in Roma,  dato per conto di loro salario uno scudo
d'oro in oro per uno.

E oggi a d ultimo d'ottobre  dato scudi venti d'oro in oro a Pietro
Antonio lombardo in pi partite, per cinque settimane che m'ha guardato
la casa in Roma, send'io tante stato a Spuleti e trovandomi detto d in
Roma.


SALARII A' SERVITORI.

[31 detto.]

E detto d ultimo d'ottobre send'io in Roma,  dato a' dua Antonii che
stanno meco uno scudo d'oro in oro per uno per conto di loro salario,
bench l'ordinario sia dieci iuli il mese per uno.

E a Bastiano Malenotti, soprastante della fabrica di Santo Pietro,
perch  stato meco a Spuleti un meso e cinque d,  datogli sei iscudi
di oro in oro come  in detta fabrica.

[1 di dicembre.]

E oggi a d primo di dicembre uno scudo d'oro in oro per uno a' dua
Antonii per conto di loro salario.


[1558 1 di gennaio.]

E oggi a d primo di gennaio 1558  venuto a star meco Antonio da
Castello Durante per sei iuli e mezzo il mese, cio per sette e mezzo
iuli.


NUOVI FANTI E SERVITORI.

[28 d'aprile.]

E oggi a d 28 d'aprile 1558  venuta da Castel Durante a star meco
Laura, e una fanciulla sorella d'Antonio che sta meco, pur da Castel
Durante: e detta fanciulla  nome Benedetta.

[1 di luglio.]

E oggi a d primo di luglio un ducato d'oro in oro e 3 iuli a Antonio, e
un ducato d'oro in oro la Benedetta sua sorella, e un ducato d'oro in
oro a Laura per loro salario: e tutti stanno meco e tutti sono da
Castello Durante.

[1559 1 di giugno.]

E oggi detto d primo di giugno 1559  venuta a stare da Castel Durante
a star qui meco la Girolama per serva a uno scudo d'oro il mese: e detto
d gli  per tal conto gli  (_sic_) dato uno scudo d'oro, e a Pasquino
mulattiere che l'ha menata, gli  dato scudi 4 d'oro in oro per sua
vettura.

[1560 22 d'aprile.]

E oggi a d 22 di detto aprile  rimandata Laura, che stava meco, a
Castello Durante: tre scudi d'oro in oro  dato al mulattiere che la
porti, e sei scudi d'oro  donati a lei con uno che n'avea a aver da me
alla fine di detto aprile 1560.

[dall'1 al 5 d'agosto.]

E oggi a d primo d'agosto 1560 scudi dua a Antonio, uno a la Benedetta,
uno alla Girolama per conto di loro salario. Oggi a cinque d detto 
rimandata detta Girolama a Castel Durante con quaranta scudi d'oro che
l' avanzato meco in sedici mesi: che mai non ci fussi venuta: e quattro
d'oro  dati a Pasquino mulattiere che la riporti a Castel Durante.


PERDE IL PROVENTO DELL'UFFIZIO DI ROMAGNA.

[1560 ....]

..... scudi d'oro che tanti me ne  ri........ per parte della
p.....ione dell'entrata di mille dugento scudi d'oro che mi fu tolta dal
papa Caraffa, datami prima da papa Farnese .... porto di Piacenza me
l'aveva tolta prima l'Imperadore e ultimamente il papa Caraffa l'ufizio
.... in Romagna mi tolse il primo d che fu fatto papa.[555]

  [555] Fu eletto papa col nome di Paolo IV, il 23 di maggio 1555.


PAGHE DI SUA PROVISIONE.

[1560 1 di luglio.]

E oggi a d primo di luglio  ricevuto scudi cinquanta d'oro dal Papa
per il sopradetto conto.

[1561 12 di gennaio.]

E oggi a d dodici di gennaio  ricevuto la paga del mese di dicembre,
cio scudi cinquanta d'oro in tanta moneta nel mille cinque cento
sessanta uno.


DONO DEL PAPA.

[17 d'aprile.]

E oggi a d diciassette d'aprile  ricevuto dal Papa scudi dugiento
d'oro, e' quali mi dona per sua benignit e cortesia.


PAGHE DI SUA PROVISIONE.

[1562 1 di marzo.]

E oggi a d primo di marzo  ricevuto la paga del mese di febraio, cio
scudi cinquanta d'oro, in tanta moneta che m'ha portata Antonio in tanta
moneta (_sic_) che sta meco.

[1 d'aprile.]

E oggi a d da primo d'aprile  ricevuta la paga del mese di marzo, cio
cinquanta in tanta moneta port Antonio che sta meco.

[1563 7 di febbraio.]

E oggi a d sette di febraio nel mille cinque cento sessanta 3 
ricevuto la paga del mese di novembre del sessantadua, cio scudi
cinquanta d'oro in tanta moneta.[556]

  [556] I _Ricordi_ per tal conto vanno fino al luglio del 1563.


FINE DEI RICORDI.




CONTRATTI ARTISTICI DI MICHELANGELO BUONARROTI

DAL 1498 AL 1548.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Roma, 27 d'agosto 1498.

I.

_Allogazione a_ Michelangelo _del gruppo di marmo della Piet in Roma_.


                     Die xxvij mensis augusti 1498.

Sia noto et manifesto a chi leger la presente scripta, come el
reverendissimo cardinal di San Dionisio[557] si  convenuto con mastro
_Michelangelo_ statuario fiorentino, che lo dicto maestro debia far una
Piet di marmo a sue spese, ci  una Vergene Maria vestita, con Christo
morto in braccio, grande quanto sia vno homo iusto, per prezo di ducati
quattrocento cinquanta d'oro in oro papali, in termino di uno anno dal
d della principiata opera. Et lo dicto reverendissimo Cardinale
promette farli lo pagamento in questo modo, ci : Imprimis promette
darli ducati centocinquanta d'oro in oro papali, innanti che comenzi
l'opera: et da poi principiata l'opera promette ogni quattro mesi darli
ducati cento simili al dicto _Michelangelo_, in modo che li dicti quatro
cento cinquanta ducati d'oro in oro papali siano finiti di pagarli in
vno anno, se la dicta opera sar finita; et se prima sar finita, che la
sua reverendissima Signoria prima sia obligata a pagarlo del tutto.

Et io Iacobo Gallo prometto al reverendissimo Monsignore che lo dicto
_Michelangelo_ far la dicta opera in fra uno anno et sar la pi bella
opera di marmo che sia hoge in Roma, et che maestro nisuno la faria
megliore hoge. Et si _versa vice_ prometto al ditto _Michelangelo_ che
lo reverendissimo Cardinale la far lo pagamento secundo che de sopra 
scripto. Et a fede io Iacobo Gallo ho facta la presente di mia propria
mano, anno, mese et d sopradito. Intendendosi per questa scripta esser
cassa et annullata ogni altra scripta di mano mia, o vero di mano del
dicto _Michelangelo_, et questa solo habia effecto.

Hane dati il dicto reverendissimo Cardinale a me Iacobo pi tempo fa
ducati cento d'oro in oro di Camera et a d dicto ducati cinquanta d'oro
in oro papali.

  _Ita est_ IOANNES, CARDINALIS S. DYONISIJ.

                                  _Idem_ Iacobus Gallus manu propria.


  [557] Giovanni della Groslaye, francese, cardinale del titolo di
  Santa Sabina e chiamato il _Cardinale di San Dionigi_.

   noto che il gruppo della _Piet_ stette dapprima nella cappella
  di Santa Petronilla del vecchio San Pietro, e che poi rovinata la
  detta cappella nella riedificazione di quel tempio, fu trasportato
  nell'altra detta _della Madonna della Febbre_, dove ancora si
  vede. Michelangelo per provvedere il marmo che gli bisognava, fu
  senza dubbio a Carrara; e di queste, che furono forse le sue prime
  gite col, abbiamo la prova nelle seguenti due lettere del
  Cardinale suddetto: l'una agli Anziani di Lucca, pubblicata dal
  marchese Campori nelle _Notizie biografiche degli Artisti della
  provincia di Massa_: Modena, Vincenzi, 1874, in-8, e l'altra,
  fino ad ora inedita, alla Repubblica di Firenze.

  (_Archivio di Stato in Lucca._)

  _Magnifici ac potentes Domini tanquam fratres honorandi._ --
  Novamente ci semo convenuti con maestro _Michele Angelo_ di
  _Ludovico_ statuario fiorentino presente latore, che ei faccia una
  pietra di marmo, cio una Vergine Maria vestita con Cristo morto,
  nudo in braccio, per ponere in una certa Cappella, quale noi
  intendemo fondare in S. Piero di Roma nel luocho di Sancta
  Peronella; et conferendosi lui al presente l in quelle parti per
  far cavar et condurre qui li marmi a tale opera necessarij, noi
  confidentemente preghiamo le Signorie vostre a nostra
  comtemplatione li prestino ogni aiuto et favore per tal cosa, come
  da lui pi a pieno gli sar exposto: il che tutto reputaremo esser
  fatto in noi propio come in verit sar facto: et di tal benefitio
  non ci scorderemo: ma achadendo che mai possiamo riservire le
  Signorie vostre in cosa alchuna per effecto, intenderano quanto
  questo haveremo hauto accepto et grato. _Bene valete._

    _Rome, die xviii novembris 1497._

                                            Io: tituli Sancte Sabine
                                                 presbiter Cardinalis
                                                Sancti Dionisij, ec.


  (_Archivio di Stato in Firenze._)

  _Excelsi ac potentes Domini tanquam fratres precipui, salutem._ --
  Per che intendemo esser impedito a Carrara uno nostro; quale
  havemo mandato l per cavare marmi et farli condure a Roma per une
  certa opera che intendemo _domino concedente_ far fare in una
  nostra cappella in S. Piero di Roma, ricurremo a le Signorie
  Vostre, pregandole vogliano scrivere per tal modo al Marchese di
  quello luoco, al quale _etiam_ noi scrivemo, che mediante el
  conveniente prezo da pagarsi per dicto nostro, ogni impedimento
  rimoto, li lassi cavare et trasportare dicti marmi, et si degni
  prestarli ogni aiuto, non sia per alcuno modo turbato, o vero in
  longo detenuto. Il che certamente haveremo da le Signorie Vostre a
  gratia singulare. Et a li suoi beneplaciti sempre ce offerimo.
  _Bene valete._

    _Rome, die vij aprilis 1498._

                                                 M. SAXOFERRATENSIS.

  Da queste lettere si rileva che il lavoro era gi cominciato da
  Michelangelo circa un anno innanzi alla presente allogazione.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Firenze, 22 di maggio 1501.

II.

_Dichiarazione di_ Michelangelo _circa ad alcuni patti della scritta col
cardinal Piccolomini, poi Pio III, per le quindici statue della sua
cappella nel Duomo di Siena_.[558]


Io _Michelagniolo di Lodovicho Buonaroti_ sono contento e obrigomi a
quanto in questa scritta si contiene, eccietto che per spresso
dichiarato che nel capitolo dove dice che si tolga maestri per
dichiarare se le figure sono alla prefetione (_sic_) quanto nella
scritta si contiene, voglio e dichiaro che esso reverendissimo Monsignor
debba chiamare uno maestro dell'arte, qual piacie a sua Signoria, e io
_Michelagniolo_ ne debbo chiamare un altro dell'arte, qual piacie a me:
e quando essi due cos chiamati non fussin d'acordo, allora e in tal
caxo essi dua maestri chiamati debbino e possino tutti e dua d'acordo
chiamare uno maestro dell'arte. E poi cos chiamato, possino e' dua di
loro d'acordo dichiarare la prefezione (_sic_) delle sopradette figure,
come nella scritta si dicie.

E quanto al caso del sodamento che si dicie nella scritta, che e'
reverendissimo Monsignore mi debba dare quanto al pagamento delle
figure, e de' sodamento che si dicie che io debba dare del fare le
quindici figure; questa parte non intendo n voglio che essa sua
Signoria sia tenuta farlo, n io sia tenuto fare sodamento a sua
Signoria.

E quanto al tempo de' tre anni, si dichiara cominci el tempo di detti 3
anni el d che m'r sua Signoria pagati o fatti pagare e' ducati ciento
d'oro in oro in Firenze per conto della presta, come in questa scritta
si dicie.

Di tutte l'altre cose, eccietto queste dua ecciettuate, sono contento e
obrigomi come  detto di sopra, quando suo Signoria r soscritto e
obrigatosi a quanto in questa scritta si contiene e non altrimenti; e
per mi sono soscritto di mia propria mano in questo d ventidua di
maggio 1501.


  [558] Si vede che questa dichiarazione fu fatta da Michelangelo
  sopra la bozza della scritta passata tra lui e il Cardinale per
  quest'opera innanzi la definitiva allogazione di essa.




  ARCHIVIO DE' CONTRATTI DI SIENA.      Siena, 15 di settembre 1504.

III.

_Esibizione e ratifica fatta da Iacopo ed Andrea de' Piccolomini del
contratto passato tra_ Michelangelo _e il predetto Cardinale per l'opera
suindicata_.[559]


In nomine domini nostri Ihesu Christi. Anno Dominice incarnationis
millesimo quingentesimo quarto, inditione octava, die vero quintadecima
mensis septembris. Serie presentis publici documenti noverint universi,
qualiter constitutus personaliter coram me notario publico et testibus
infrascriptis, magnificus et generosus dominus Andreas de
Piccolominibus, eques, nobilis civis Senensis, facto produxit et
exhibuit quamdam scriptam privatam cum subscriptionibus tribus
diversarum literarum in fine illius existentium: cujus scripte et
subscriptionum tenores de verbo ad verbum sequntur et sunt tales,
videlicet:

In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti, et gloriosissime Virginis
Marie: Amen.

Sia noto et manifesto ad qualunche persona vedr ho (_sic_) leger la
presente scripta, come el reverendissimo Cardinale di Siena adcoptima et
alloca ad _Michelangelo_ di _Ludovico Bonarroti_, sculptor fiorentino,
ad fare figure quindici di marmo carrarese, novo, candido et bianco, et
non venoso, ma della perfectione se li richiede ad quelle: le quali
tutte, salvo le infrascripte, habiano ad essere de braccia due l'una
alte, quali sia tenuto ad fare in anni tre, per prezo di ducati
cinquecento d'oro in oro larghi ad tutte sue spese di marmo et ogni
altra cosa: et quando in Fiorenza non habia tanti marmi faccino le
quindici figure, sia tenuto farlo venire da Carrara a la sopradecta
perfectione.

Item, sia tenuto et obligato fare quelli Appostoli et Santi che sua
Signoria reverendissima nominar, a dextra et sinistra della cappella,
con li apanamenti, posamenti, gesti et nudo se li conviene; et sieno
della perfectione che lui promette; cio di pi bont, meglio conducte,
finite et a perfectione, che figure moderne sieno hogi in Roma. Et
perch decte cuindici (_sic_) figure se hanno per lui ad lavorare in
Fiorenza, dove sua Signoria reverendissima n altri per quella
intelligente et praticho pu vedere n considerare la lor perfectione,
ho (_sic_) manchamento et defecto havessero; si domanda per esso
Cardinale, che li sia lecito et possa volendo, finir (_sic, leggi_:
finite) che siano le due prime, farle vedere ad uno maestro perito
dell'arte, quale allui piacer; et similmente _Michelangnolo_, volendo,
possa ancora lui eleggere uno maestro quale li piacer, praticho; el
quale insieme con quello che elegger el Cardinale, habia ad iudicare se
le decte due figure sonno della bont et perfectione, che lui promette,
cio pi belle et meglio conducte et finite et di pi perfectione che
figure sieno hogi in Roma, moderne. Et quando essi due maestri non
fussero d'acordo, allora possino et debbino essi di comune volunt et
iudicio eleggere et chiamare uno terzo maestro, el quale habia insieme
con li due ad iudicare; et quello che li due di loro d'accordo
dichiararando (_sic_: dichiararanno) sia acceptato, sopra la perfectione
d'esse figure, come esso _Michelangnolo_ promette; et quelle non
havesseno la perfectione, dice et sia tenuta rifarle, o vero le facte
meglio redurre et finire, in fino habbino la perfectione li manchasse,
et sia da' maestri iudicata necessaria.

Item, sia tenuto et oblighato, duranti li tre anni, nelli quali promette
fare esse fighure quindici, non trre n pigliare ad fare altro lavoro
di marmo, ho altro, per lo quale si ritardasseno: ma quelle sia tenuto
continuare, et fare di sua mano, et finire in tutto, come promette per
una sua di mano di misser Iacomo Gallo.

Item, sia tenuto et obligato, innansi cominci affare esse figure, andare
ad Siena e vedere la Cappella, misurare le tribunette dove quelle hanno
da stare per li posamenti, zoccolo, o vero scabello dove si hanno a
collocare, non havendo el mezo tondo dirieto, ma andando alquanto piane
et dolci.

Item, finite sieno le due prime figure, et facte approbare da sua
Signoria reverendissima et _Michelangnolo_, come di sopra si contiene,
per maestri periti de l'arte, possa esso Cardinale volendo da due in
due, ho le altre tutte, finite siano, far vedere et iudicare da maestri,
come nel terzo capitolo si contiene: le quali quindici figure finite
sieno da _Michelangnolo_, come promette, in Fiorenza, ho dove altrove
lavorasse: et esso Cardinale ha da fare condurre ad Siena ad tutte sue
spese: et _Michelagnolo_ sia tenuto et obligato, fatte esse quindici
figure, andare ad Siena, et quelle mettare in opera nelle sue
tribunette, dove hanno da stare, et ad sue spese, ristio et fortuna.

Item, innansi cominci ad fare esse figure, dati li nomi delli Appostoli
et Sancti che vanno in essa Cappella, sia obligato quelli in prima
designiare in uno foglio, acci si vega panni, gesti et nudo se li
richiede, et bisogniando, innansi si faccino di marmo, si li possa
adiungere et diminuire quello si veder necessario.

Item, innansi cominci ad fare esse figure, esso reverendissimo Cardinale
sia tenuto et debbi prestare ad esso _Michelagnolo_ ducati cento d'oro
in oro larghi, per li quali, da scontare nelle tre utime figure, misser
Iacomo Gallo, cittadino Romano, per una sua scripta si obligha et
promette, che quando, Idio el cessasse, esso _Michelagniolo_ morisse, et
de le figure facte fusse paghato, sia tenuto ad esso Cardinale
restituire li ducati cento larghi hauti _Michelagniolo_ in presta.

Item, esso Cardinale sia tenuto paghare ad esso _Michelagnolo_ figura
per figura, quando sia finita con tutta sua perfectione interamente, in
Fiorenza, ducati trenta tre e uno terzo d'oro in oro larghi, toccando
tanto per una alle XV de li cinquecento.

Item, sia tenuto _Michelagnolo_ fare el Cristo va in summit d'essa
Cappella, secondo el disegno, maiore di due braccia uno palmo, per la
distantia dell'ochio: et similmente el Cristo va ne la tribuna grande di
mezo, quattro dita: el sancto Thomasio, et sancto Iohanni che li vanno
appresso, di braccia due: li due Agnoletti vano in lo extremo de le
cornici con le tronbette in mano, minori quatro dita di due braccia;
iudicando cos maestro _Andrea_[560] necessario.

Item, sia tenuto tutte le predecte figure fare di marmo carrarese novo
et bello, come di sopra si dice, et non di pezi capo, braccia, piedi,
come spesso se ne vede. Et pi si dice et dichiara, che el tempo delli
tre anni, ne li quali _Michelagnolo_ promette fare le quindici figure,
s'intendano cominciare dal d che in Fiorenza li serano numerati per
commessione d'esso reverendissimo Cardinale li cento ducati d'oro
larghi.

Item, perch vi he (_sic_: ) un sancto Francesco di marmo facto per
mano di _Pietro Turrisiani_,[561] si domanda per el Cardinale, che esso
_Michelagnolo_ per suo honore et cortesia et humanit, non essendo
quello finito di pannamenti et testa, che el finisca di sua mano in
Siena, dove sua Signoria reverendissima el far condurre, acci possa
stare infra le sue figure, et non si mostri maestro et mano diversa,
perch a lui ne sequitaria manchamento; ch ognuno el vedesse, diria
fusse sua opera.

Item, esso reverendissimo Cardinale vole potere, piacendoli; finite che
sieno esse figure et paghate da una in una iudicate da maesti (_sic_) da
due in due, come di sopra si dice, in Fiorenza; di quelle come di sue
disponere; stando in casa di _Michelagnolo_, di quella levarle,
piacendoli, et collocarle et metterle in Fiorenza dove li parer, ad sua
instantia, petitione et richesta, acci che in sue mani emuli et
malivoli non le guastassino et rompesseno. Et finite tutte, sua Signoria
reverendissima possa ad Siena farle condurre ad sue spese: et esso
_Michelagnolo_ sia tenuto come di sopra si dice, et obgligato (_sic_) ad
sue spese, ristio et fortuna andarle a mettere in opera, et colocarle
nelle sue tribunette, dove hanno ad stare.

Et per observatione di tutte le sopra decte cose et capitoli in questa
scripta si contengano, in prima esso reverendissimo Cardenale di sua
mano propria si sottoscrivar, et _similiter Michelagnolo_ di sua
propria mano: volendo la presente tanto vaglia, quanto ogni autentico
contracto: de le quali, una ne rimarr appresso sua reverendissima
Signoria et una apresso _Michelagnolo_. Datum Romae in domibus prefati
reverendissimi domini Cardinalis, die quinta Iunij MCCCCCi.

Ita est, F. Cardinalis Senensis manu propria.

Io _Michelagnolo di Ludovico Buonarroti_, fiorentino, sono contento di
osseruar quanto di sopra in questa si contiene, et per chiareza del vero
mi so' sottoscripto di mia propria mano, questo d 19 di gugnio 1501.

Io Iacomo Gallo prometto al reverendissimo Cardinale di Siena pagare li
cento ducati d'oro larghi, quali presta a lo sopra decto _Michelagnolo_:
quando dal detto _Michelagnolo_ sua Signoria reverendissima non sia
sodisfacta nel modo et forma che in nello octavo capitolo si contiene:
et per fede del vero, io Iacomo Gallo ho facti questi versi di mia
propria mano, questo d 25 di iunio 1501.

                                        Idem IA. GALLUS manu propria.


Asserens, quod locatio predicta propter obitum dicti reverendissimi
Cardinalis, deinde felicis recordationis domini Pii pape Tertii, eius
germani, non est sortita debitum effectum, et negotium ipsum remansit
infectum; volens, prout idem sanctissimus dominus Pius in sua ultima
voluntate disposuit, opus ipsum executioni debite demandare, nomine suo
proprio et vice et nomine magnifici viri et generosi domini, domini
Iacobi de Piccolominibus, equitis Senensis, eius etiam germani, pro quo
de rato promisit, et se facturum et curaturum taliter et cum effectu,
quod idem magnificus dominus Iacobus habebit ratum et gratum, et
attendet et observabit quicquid eius nomine in huiusmodi negotio per
ipsum magnificum dominum Andream factum fuerit sive gestum; nec non
hereditario nomine dicte olim felicis recordationis domini Pii pape
Tertii, cuius uterque, videlicet, dominus Iacobus, et dominus Andreas,
prout idem dominus Andreas asseruit, sunt heredes: ratam primo et gratam
habens omnem et quamlibet obligationem, quam idem _Michaelangelus_,
civis florentinus, sculptor prefatus, cum eo et prefato domino Iacobo in
absentia ipsorum, contraxit, ratificando omnia et singula in supradicta
scripta contenta, ut patere asseruit manu honorabilis viri ser Donati
Thome de Ciampellis notarii publici Florentini,[562] et Curie
Archiepiscopalis florentine scribe, publicum documentum. Et se ad ea
dictis nominibus de novo obligans, et omnia et singula in dicta scripta
contenta cum pactis et conditionibus additis infrascriptis, eandem
scriptam superius annotata et omnia et singula in ea contenta,
approbavit, confirmavit et emologavit, nominibus antedictis; et pro
confirmata, approbata et emologata, et inter prefatos heredes et
magistrum _Michaelangelum_ sculptorem de novo facta haberi voluit, et
habere se affirmavit in omnibus et per omnia, prout in ea continetur,
cum pactis et conditionibus additionalibus infrascriptis pro dicti
magistri _Michaelisangeli_ sculptoris commoditate appositis, videlicet:

Quod pro termino trium annorum, effluxo predicto, sit terminus duorum
annorum a presenti sive a die notificationis huiusmodi ratificationis
huiusmodi sibi facte computandus: ac quod huiusmodi terminus sibi non
currat, casu quo per magnificos dominos Florentinos flumen Arni
averteretur sive derivaretur, ut proponitur: quo fieret, ut marmoris
carrarensis copia fieret difficilior: ac in eventum infirmitatis dicti
magistri _Michaelisangeli_ sculptoris: in quibus casibus negotium sive
opus ipsum pro commoditate ipsius prorogetur ad tempus sive temporis
dilationem necessariam et oportunam. Que omnia et singula prefatus
magnificus dominus Andreas, nominibus quibus supra, promisit michi
notario publico infrascripto recipienti et stipulanti pro dicto magistro
_Michaelangelo_ sculptore absente, attendere et observare.

Acta fuerunt premissa Senis in curia audientie Causarum palatii
Archiepiscopatus Senarum, anno, inditione, die, mense, premissis, coram
et presentibus ibidem honorabilibus viris eximio utriusque iuris doctore
domino Nicolao Nannis Pieri de Piccolominibus, Francisco Coni de
Ragnonibus, nobilibus, ac Iohanne Pietri Chianciani, civibus Senensibus,
testibus.

Et ego Franciscus olim Iacobi Ilcinensis notarius, rogatus scripsi.


  [559] Questo contratto, tolto dai Rogiti di ser Francesco da
  Montalcino nell'Archivio de' Contratti di Siena, fu impresso la
  prima volta nel vol. III, pag. 19, dei _Documenti per la storia
  dell'Arte senese_, raccolti ed illustrati dal dott. Gaetano
  Milanesi. Siena, Porri, 1856, in-8.

  [560] Andrea Fusina milanese, che aveva dato il disegno della
  Cappella, e lavoratone il quadro e gli ornamenti.

  [561]  questi lo scultore fiorentino, che fu emulo del
  Buonarroti.

  [562] Esiste questo strumento tra i Rogiti del Ciampelli
  nell'Archivio generale de' Contratti di Firenze. Noi non abbiamo
  creduto di riferirlo, perch in pochi particolari differisce da
  quello che si legger pi innanzi, rogato da ser Lorenzo Violi
  sotto il d 11 ottobre 1504.




  ARCHIVIO DEL DUOMO DI FIRENZE.      Firenze, 16 d'agosto 1501.

IV.

_I Consoli dell'Arte della Lana, e gli Operai di Santa Maria del Fiore
allogano a_ Michelangelo _la figura del David_.[563]


                         1501, die xvj augusti.

Spectabiles etc. viri Consules Artis Lane una cum dominis Operariis
adunati in Audentia dicte Opere, elegerunt in sculptorem dicte Opere
dignum magistrum _Michelangelum Lodovici Bonarroti_, civem florentinum,
ad faciendum et perficiendum et perfecte finiendum quendam hominem
vocato _Gigante_ abozatum, brachiorum novem ex marmore, existentem in
dicta Opera, olim abozatum per magistrum _Augustinum grande_ de
Florentia, et male abozatum, pro tempore et termino annorum duorum
proxime futurorum, incipiendorum kalendis septembris proxime futuri, et
cum salario et mercede qualibet mense florenorum sex auri latorum de
moneta; et quicquid opus esset eidem circa dictum edificium faciendum,
Opera teneatur eidem presare et conmodare et homines dicte Opere et
lignamina, et omnia quecumque alia quibus indigeret: et finito dicto
opere et dicto homine marmoreo, tunc Consules et Operarii qui tunc
erunt, iudicabunt an mereatur maius pretium; remictentes hoc eorum
conscientiis. (_In margine  scritto_): Incepit dictus _Michelangelus_
laborare et sculpere dictum gigantem die 13 settembris 1501, et die lune
de mane, quamquam prius.... die eiusdem uno vel duobus ictibus scarpelli
substulisset quoddam nodum quem (_sic_) habebat in pectore: sed dicto
die incepit firmiter et fortiter laborare, dicto die 13 et die lune
primo mane.


  [563] Archivio dell'Opera di Santa Maria del Fiore: _Deliberazioni
  degli Operai dal 1496 al 1507_, c. 186. Fu pubblicato dal Gaye:
  _Carteggio inedito d'Artisti_, vol. II, pag. 454. Fino dal 2 di
  luglio del medesimo anno gli Operai avevano pensato a far finire
  la statua rimasta nell'Opera male abbozzata e guasta da maestro
  Agostino di Antonio di Duccio, al quale l'avevano allogata il 16
  d'aprile 1463; come si rileva da questa deliberazione: Operarii
  deliberaverunt quod quidam homo ex marmore vocato _David_ male
  abozatum et sculptum existentem in curte dicte Opere, et
  desiderantes talem gigantem erigi, et elevari in altum per
  magistros dicte Opere in pedes stare, ad hoc ut videatur per
  magistros in hoc expertos, si possit absolvi et finiri. (Libro
  cit., a carte 36.)

  Insieme coll'allogazione della statua del _David_ mi pare che
  importi di ripubblicare ancora il _Parere_ dei principali artisti
  di Firenze, chiamati a proporre il miglior luogo da darsi alla
  detta statua. Questo _Parere_ fu gi pubblicato dal Gaye, Op.
  cit., vol. II, pag. 455; ma ora si d pi corretto ed intiero. A
  questo faranno seguito altri documenti che si riferiscono alla
  stessa materia.

    Die 25 mensis ianuarii 1503 (s. c. 1504).

  Prefati Operarii -- viso qualiter statua vel seu _David_ est quasi
  finita; et desiderantes eam locare et eidem dare locum commodum et
  congruum, et tale locum tempore quo debet micti et mictenda est in
  tali loco, esse debere locum solidum et resolidatum, ex relato
  _Michelangeli_, magistri dicti _Gigantis_, et Consulum Artis Lane;
  et desiderantes tale consilium mitti ad effectum et modum
  predictum; omni modo -- deliberaverunt -- convocari et coadunari ad
  hoc ut eligatur dictus (_locus_) infrascriptos homines et
  architectores -- et quorum nomina sunt ista -- et vulgariter notata
  -- et eorum dicta adnotavi de verbo ad verbum:

  Andrea della Robbia

  Betto Buglioni [Benedetto di Giovanni Buglioni, scultore e
    maestro di terre cotte invetriate. Nacque nel 1469, e
    mor nel 1521.]

  Giovanni Cornuole [Giovanni di Lorenzo dell'Opere detto
    _delle Corniuole_.  celebre il ritratto in corniuola
    del Savonarola fatto da lui. Mor nel 1516.]

  Vante miniatore [Vante o Attavante di Gabbriello Attavanti,
    nato in Firenze nel 1452. Viveva ancora nel 1512.]

  L'Araldo di Palazzo [Francesco di Lorenzo Filareti.]

  Giovanni piffero [Cellini, padre di Benvenuto.]

  Lorenzo della Golpaia [L'autore del celebre Orologio, o
    meglio Planisferio.]

  Bonaccorso di Bartoluccio [Ghiberti.]

  Salvestro gioielliere [Del Lavacchio.]

  Michelangelo orafo [Bandinelli, padre di Baccio, scultore.]

  Cosimo Rosselli

  Guasparre orafo [Guasparre di Simone Baldini, padre di
    Bernardone, orafo.]

  Lodovico orafo e maestro di getti [Lodovico di Guglielmo
    Lotti, padre di Lorenzetto, scultore.]

  El Riccio orafo [Andrea di Giovanni, detto _il Riccio_.]

  Gallieno ricamatore [Gallieno di Mariano.]

  David dipintore [Del Ghirlandaio.]

  Simone del Pollaiuolo [Il Cronaca, architetto.]

  Philippo di Philippo dipintore [Filippino Lippi, pittore.]

  Sandro di Botticello pittore

  Giovanni alias vero Giuliano et

  Antonio da San Gallo

  Andrea da Monte a San Savino pittore (_sic_)

  Chimenti del Tasso [Clemente di Francesco del Tasso,
    legnaiuolo.]

  Francesco di Andrea Granacci

  Biagio pittore [Biagio d'Antonio Tucci.]

  Pietro di Cosimo pittore

  Lionardo da Vinci

  Pietro Perugino in Pinti pittore

  Lorenzo di Credi pittore

  Bernardo della Ciecha legnaiuolo. [Bernardo di Marco Renzi,
    intagliatore ed architetto, detto _della Cecca_,
    perch discepolo di Francesco d'Agnolo, chiamato _la
    Cecca_, ingegnere famoso. Mor nel 1529.]

  (_In margine  scritto_):

  Baccio d'Agnolo legnaiuolo, Giovanni piffero e fratello: ma
  questi non furono richiesti n vennono.

  Francesco da Settignano [Francesco di Stoldo Fancelli.], Chimenti
  scultore [Clemente di Taddeo da Santa Maria a Pontanico.].

  Iacopo legnaiuolo da Santa Maria in Campo, Gio. Francesco
  sculptore [Rustici.].

  Questi sono arroti e non furono invitati per errore.

  Comparuerunt dicti omnes supranominati in audientia dicte Opere
  et tanquam moniti et advocati a dictis operariis ad perihendum et
  deponendum dictum et voluntatem, et locum dandum ubi et in quo
  ponenda est dicta statua; et primo narrando de verbo ad verbum que
  retulerunt ex ore proprio vulgariter:

  _Maestro Francesco, araldo della Signoria._ Io ho rivolto per
  l'animo quello che mi possa dare el iuditio: havere due luoghi
  dove pu sopportare tale statua: el primo dove  la _Iuditta_; [La
  _Giuditta_ di bronzo di Donatello.] el secondo el mezo della corte
  del Palagio dove  il _David_ primo;[Il _David_ di bronzo del
  Verrocchio.] perch la _Iuditta_  segno mortifero: e non sta
  bene, havendo noi la + per insegnia et el giglio; non sta bene
  che la donna uccida l'uomo, et maxime essendo stata posta con
  chattiva chostellatione; perch da poi en qua siete iti di male in
  peggio et perdsi Pisa. Et _David_ della Corte  una figura e non
   perfetta, perch la gamba sua di drieto  sciocha. Pertanto io
  consiglierei che si ponesse questa statua in uno de' due luoghi;
  ma pi tosto dov  la _Iuditta_.

  _Francesco Monciatto, legnaiuolo_, rispose et disse: Io credo che
  tutte le cose che si fanno si fanno per qualche fine; e cos
  credo; perch fu fatta per mettere in su i pilastri di fuori, o
  sproni intorno alla chiesa [Di Santa Maria del Fiore.]. La causa
  di non ve la mettere, non so; e quivi a me pareva stssi bene in
  ornamento della chiesa et de' Consoli. E mutato loco, io consiglio
  che stia bene, poi che voi vi siete levato dal primo obietto, o in
  Palazo, o intorno alla chiesa: e non bene resoluto, referirommi al
  decto d'altri, come quello che non  bene pensato per la extremit
  del tempo, del luogo pi congruo.

  _Cosimo Rosselli._ Et per messer Francesco et per Francesco s'
  detto bene: che credo stia bene intorno a quello Palazo. Et aveo
  pensato di metterlo dalle schalee della chiesa dalla mano ritta
  chon uno inbasamento in sul chanto di dette schalee, con uno
  inbasamento et ornamento alto, et quivi le metterei, secondo me.

  _Sandro Botticello._ Cosimo  detto apunto dove a me pare esser
  veduto da' viandanti; et dall'altro canto con una _Iuditta_, o
  nella Loggia de' Signiori; ma piutosto in sul canto della chiesa:
  et quivi iudico stia bene, et esser el miglior luogo da' Lorini.

  _Giuliano da San Gallo._ L'animo mio era vlto in sul chanto
  della chiesa dove  detto Cosimo et  veduta da' viandanti: ma poi
  che  cosa pubblica, veduto la imperfectione del marmo, per lo
  essere tnero e chotto, et essendo stato all'acqua, non mi pare
  fussi durabile. Pertanto per questa causa  pensato che stia bene
  nell'archo di mezo della Loggia de' Signori o i' nel mezo
  dell'archo, che si potessi andarle intorno, o dal lato drnto
  presso al muro nel mezo chon uno nichio nero di drieto in modo di
  cappelluzza: che se la mettono all'acqua verr mancho presto: et
  vuole stare coperta.

  El _sicondo Araldo_ [Angelo Manfidi, genero del primo Araldo.].
  Vegho el detto di tutti e tutti a buono senso intendono per varii
  modi: et ricercando e luoghi rispetto a' diacci e freddi, 
  examinato volere stare al coperto, e el luogo suo essere nella
  Loggia detta e nell'archo presso al Palazo, et quivi stare coperta
  et essere honorata per chonto del Palazzo; et se nell'archo di
  mezo si romperebbe l'ordine delle cerimonie che si fanno quivi per
  e' Signori e li altri magistrati. (_In margine_): Questo aggiunse
  poi dopo il detto d'ognuno all'ultimo. Et avanti che si
  disponghino le Magnificentie Vostre dove  stare, lo chonferiate
  con li Signori, perch vi  de' buoni ingiegni.

  _Andrea_ vocato el _Riccio orafo_. Io mi achordo dove dicie
  messer Francesco araldo, et quivi stare bene coperta et essere
  quivi pi stimata et pi riguardata quando fussi per essere
  guasta, et stare meglio al coperto et e' viandanti andare a
  vedere, et non tal cosa andare incontro a' viandanti et che noi e'
  viandanti l'andino a vedere, et non che la figura venghi a vedere
  noi.

  _Lorenzo della Golpaia._ Io m'achordo al detto dell'Araldo di
  sopra e del Riccio e di Giuliano da San Gallo.

  _Biagio dipintore._ Io credo che saviamente sia detto et io sono
  di questo parere, che meglio sia dove  detto Giuliano, mettendola
  tanto drento non guasti le cerimonie delli uffici si fanno in
  nella Loggia o veramente in su le schalee.

  _Bernardo di Marcho._ Io mi appicho a Giuliano da San Gallo ed a
  me pare buona ragione, et vonne chon detto Giuliano per le ragioni
  da lui dette.

  _Leonardo di ser Piero da Vinci._ Io confermo che stia nella
  Loggia dove  dtto detto Giuliano in su el muricciuolo, dove
  s'appichano le spalliere allato al muro chon ornamento decente e
  in modo non guasti le cerimonie delli uffici.

  _Salvestro._ E' s' parlato e preso tutti i luoghi et che le
  siano tal cose vedute et dette. Credo che quello che l' facta sia
  per darle miglior luogo. Io per me mi stimo intorno al Palazo
  stare meglio, e che quello che l' facta niente di mancho, come 
  detto, sappia meglio el luogo che nissuno, per l'aria e modo della
  figura.

  _Philippo di Philippo._ Io (_sic_) per tutti  stato detto
  benissimo, et credo che el maestro habia miglior luogo et pi
  lungamente pensato el luogo e da lui s'intenda, confirmando el
  detto tutto di chi  parlato: che saviamente si  detto.

  _Gallieno richamatore._ A me, secondo mio ingiegno e veduto la
  qualit della statua, disegno stia bene dove  el lione di Piaza
  chon uno inbasamento in ornamento: el quale luogo a tal statua 
  conveniente, e el lione mettendo allato alla porta del Palazo in
  sul chanto del muricciuolo.

  _David dipintore._ A me pare che Gallieno habia detto el luogo
  tanto degnio quanto altro luogo, et quello sia el luogo congruo et
  commodo: et porre el lione altrove dove  detto, o in altro luogo
  dove meglio fussi iudicato.

  _Antonio legnaiuolo da San Gallo._ Se el marmo non fussi tnero,
  el luogo del lione  buono luogo: ma non credo fussi sopportato,
  essendo stato quivi lungo tempo. Pertanto essendo el marmo tnero,
  mi pare di darli luogo nella Loggia: e se non fussi cos, in sulla
  strada e' viandanti durino faticha a vederla insino quivi.

  _Michelangelo orafo._ Questi savi hano bene detto et maxime
  Giuliano da San Gallo. A me pare che el luogo della Loggia sia
  buono; e se quello non piacesse, nel mezo della sala del
  Consiglio.

  _Giovanni piffero._ Poich vegho la existimatione vostra, io
  confermerei el detto di Giuliano, se si vedesse tutta: ma non si
  vede tutta: ma e' s' pensare alla ragione, all'aria, alla
  apertura, alla pariete et al tecto: pertanto bisognia andarle
  intorno: et dall'altro lato potrebbe uno tristo darle chon uno
  stangone. Mi pare sia bene nella corte del Palazo, dove dixe
  messer Francesco araldo, et sar grande conforto allo autore,
  essendo in luogo degnio di tale statua.

  _Giovanni Cornuole._ Io ero vlto a metterla dove  el lione, ma
  non haveo pensato el marmo essere tnero et havere a esser guasto
  dall'acqua et freddi: pertanto io iudico che stia bene nella
  Loggia, dove Giuliano da San Gallo  detto.

  _Guasparre di Simone._ A me pareva metterla in sulla piaza di San
  Giovanni: ma a me pare la Loggia pi comodo luogo, poich 
  tnera.

  _Pietro di Cosimo dipintore._ Io confirmo el decto di Giuliano da
  San Gallo et pi che se ne achordi quello che l' facta, che lui
  sa meglio come vuole stare.

  Li altri sopra nominati e richiesti chol detto loro per pi
  brevit qui non si scripsono. Ma el detto loro fu che si
  riferirono al decto di quelli di sopra et a chi uno et chi a un
  altro de' sopra detti sanza discrepanza. (_Libro detto delle
  Deliberazioni degli Operai di Santa Maria del Fiore_, c. 71 e
  segg.)

    Die 25 februarii 1501 (s. c. 1502).

  Spectabiles viri Consules Artis Lane -- deliberaverunt quod
  Operarii possint dare _Michelangelo de Bonarrotis_ sculptori flor.
  400 largos de auro in auro pro _Gigante_ incepto per eum,
  computatos (_sic_) id quod habuit usque nunc, et quod possint sibi
  dare fioren. sex largos pro mense, donec fuerit finitum; et
  teneatur eum complevisse ad minus infra duos annos ab hodie ita
  quod in effectu possint expendere usque ad integram perfectionem
  dicti _Gigantis_ flor. 400 largos de auro in auro. (_Libro_ cit.,
  a c. 41 tergo.)

    Die 28 dicti mensis.

  Prefati Operarii -- visa dicta deliberatione facta sub dicta die
  25 februarii presentis, per predictos -- spectabiles -- Consules, ut
  supra, de declarando per dictos Operarios salarium dicti
  _Michelangeli de Bonarrotis_, et quod possint dicti Operarii
  declarare et facere dictam mercedem et salarium; et audita
  petitione tam facta per dictum _Michelangelum,_ quam voluntate
  dictorum Consulum; vigore auctoritatis predicte, declaraverunt
  dictum pretium et mercedem dicti _Michelangeli_ pro faciendo et
  conficiendo plene et perfecte dictum _Gigantem_ seu _David_,
  existentem in dicta Opera et iam semifactum per dictum
  _Michelangelum_, fuisse et esse floren. 400 largorum de auro in
  aurum, et eidem dictam summam persolvendam per camerarium dicte
  Opere, finito dicto _Gigante_, et cum salario quolibet mense,
  prout alias per dictos Consules factum fuit -- et usque ad dictum
  tempus et perfectionis (_sic_) dicti _Gigantis_ -- computatis in
  dictam summam flor. 400, id quod tunc habuisset vel habuerit.
  (_Libro_ cit., a c. 42 e 42 tergo.)

    Die xxviij mensis maii 1504.

  Item dicti domini -- deliberaverunt quod statua marmorea
  _Gigantis_ ad presens in eorum platea existens collocetur et
  ponatur in eo loco in quo ad presens est aerea statua _Iudit_ ante
  portam eorum Palatii, et propterea illa _Iudit_ exinde removeatur.

  Item -- deliberaverunt quod precipiatur spectabilibus viris
  Operariis Opere sancte Marie Floris de Florentia, quatenus quam
  citius fieri potest, iumptibus tamen et expensis dicte opere,
  ordinent et provideant magistros et manovales ac lignamina et
  omnia alia opportunos et opportuna ad conducendum et collocandum
  statuam marmoream in platea dictorum dominorum existentem ad locum
  et in loco in quo collocari debet. (_Deliberazioni de' Signori e
  Collegi del 1503-1504_, c. 49.)

    Die xj iunii 1504.

  Deliberaverunt quod precipiatur spectabilibus Operaris Opere
  sancte Marie Floris de Florentia quatenus sumptibus et expensis
  dicte Opere quam citius fieri potest facere faciant basam
  marmoream subtus et circum circa pedes gigantis ad presens ante
  portam eorum palatii existentis modo et forma et prout
  designabitur per _Simonem del Pollaiuolo_ et _Antonium de Sancto
  Gallo_, architectores florentinos. (_Deliberazioni_ dette, a c.
  52.)




  ARCHIVIO DI STATO IN FIRENZE.      Firenze, 12 d'agosto 1502.

V.

_Allogazione a_ Michelangelo _della figura di bronzo del_ David.[564]


-- Dicti domini -- locaverunt _Michaelangelo Ludovici Bonarroti_ de
Florentia et magistro sculture, ad faciendum unam figuram unius _Davit_
alti brachiis duobus et uno quarto alterius brachii in circa, bronzi,
infra tempus sex mensium proxime futurorum, pro ea mercede que
declarabitur post perfectam dictam figuram per duos amicos communes,
eligendos unum a dictis magnificis dominis Prioribus pro tempore
existentibus, et unum alium a dicto _Micaelangelo_, cum hoc quod dicti
Domini teneantur ad presens dare dicto _Michaelangelo_ totam materiam,
et ulterius florenos 50 largos auri in auro pro parte mercedis predicte:
et quam figuram dicti magnifici Domini dixerunt se velle facere fieri
pro donando illam Marischali de Gie francioso, et baroni regis
Francorum, quando perfecta fuerit.[565]


  [564] Libro delle _Deliberazioni de' Signori e Collegi del 1501 e
  1502_, n. 94, a c. 89 t. Fu pubblicata dal Gaye, Op. cit., vol.
  II, pag. 55.

  [565] Questa statua di bronzo era destinata, come  noto, a
  Monsignor di Nemours, chiamato il _Marescial di Gie_; ma, dopoch
  egli cadde dalla grazia del Re di Francia, fu dalla Repubblica
  mandata a donare al segretario Robertet.




  ARCHIVIO DEL DUOMO DI FIRENZE.      Firenze, 24 d'aprile 1503.

VI.

_Statue de' XII Apostoli allogate a_ Michelangelo _per il Duomo di
Firenze_.[566]


                           1503, die 24 aprilis.

Die 24 mensis eiusdem, presentibus _Iuliano Francisci da San Gallo_
vocato _Francione_ legnaiuolo, et _Simone Tommasii del Pollaiuolo_
caputmagistro in dicta Opera; actum in Opera predicta, et etiam presente
ser Niccolao Michelozii de Micheloziis cancellario dicte Artis Lane, et
aliis testibus.

Spectabiles viri Consules Artis Lane, absentibus Iacob (_sic_) de
Pandolfinis, Ioanne Pagni de Albizis, eorum collegis, et Operarii Opere
Sancte Marie del Fiore, absente tamen Paulo Simeonis de Carnesechis uno
ex dictis Operariis, locaverunt _Michelangelo Ludovici de Bonarrotis_,
sculptori et civi florentino, presenti et acceptanti, statuas duodecim
Apostolorum fiendorum de marmore carrariensi albo, altitudinis
brachiorum quatuor et unius quarti quolibet statua dictorum duodecim
Apostolorum, per dictum _Michelangelum_ in honorem Dei, famam totius
civitatis, et in ornamentum dicte civitatis et dicte ecclesie Sancte
Marie del Fiore; et ponendorum in dicta ecclesia in loco picturarum[567]
que in presenti sunt in dicta ecclesia, vel alibi ubi videbitur et
placebit et commodius prefatis Consulibus et Operariis pro tempore
existentibus. Quas statuas dictus _Michelangelus_ debeat sculpere et
laborare et perfecte finire et diligentissime et secundum dignitatem
dicte ecclesie et artem ingenium et artificium suum, adeo quod de eis
acquiratur gloria et honor civitati predicte et ecclesie et sibi. Quas
quidem 12 statuas dictus _Michelangelus_ debeat sculpere et laborare, et
illas sculpsisse et laborasse, et perfecte absolutas et completas dare
et consignare dictis Consulibus et Operariis et eorum successoribus tam
presentibus quam futuris, infra tempus et terminum annorum duodecim
hodie initiatorum; et videlicet anno unam absolutam et perfectam ad
minus. Et predicta omnia et singula suprascripta promisit dictus
_Michelangelus_ facere et observare diligenter et absolute ex parte sua,
remota omni cavillatione et seu contradictione, secundum consuetudinem
et usum boni et perfecti sculptoris et artificis et eius industriam,
magisterium et ingenium. Et versa vice dicti spectabiles viri Consules
et Operarii, ut supra, servatis servandis et omni modo -- promiserunt --
dare et tradere dicto _Michelangelo_, ab eo die quo dictus
_Michelangelus_ missus fuerit vel ibit Carrariam pro faciendo seu
procurando marmor seu bozas marmoreas duodecim (_statuarum_) et pro
pretio dictarum duodecim statuarum et pro eis et eas cavando, et illas
ad Operam conducendo ad omnes expensas dicte Opere, adeo quod per dictum
_Michelangelum_ nihil aliud mittatur, nisi eius industriam (_sic_), _che
non vi abbia a mettere se non la sua faticha et industria, e ogni altra
cosa l'Opera_, pro dictis duodecim Apostolis solvatur dicto
_Michelangelo_ expensas et sibi et sue comitive, non ascendendo plusquam
uno eius socio, si et in casu quo vellet se conferri ad cavandum dictas
statuas usque Carrariam, et non aliter. Et insuper et ultra predicta
solvere dicto _Michelangelo_ florenos duos auri largos in auro quolibet
mense, durantibus dictis XII annis, libere et absque aliqua
retentione[568].... et preterea solvere eidem _Michelangelo_ pro dicta
gita Carrariam et pro eius labore id totum et quicquid dictis
spectabilibus Operariis videbitur et placebit. Quorum discretioni dictus
_Michelangelus_ libere et absolute se submisit et conmisit, promictens
pro tali eius mercede recipere et acceptare quicquid prefatis Operariis,
et ultra dictos duos florenos largos in auro quolibet mense, videbitur
et placebit; et etiam nihil recipere, si ita dictis Operariis videbitur.
Et etiam promiserunt ut supra, dare et tradere et consignare
_Michelangelo_ predicto situm unum per eos hodie emptum in angulo vie
Pinti.... conspectu monasterii Cestelli, a Bernardo Bonaventure
Serzelli, longitudinis brachiorum vigintiquatuor per viam Pinti
predictam versus angulum Montislori, et br.... in via que vadit ad
monasterium Servorum.... sita quinque, et loca quinque situum domorum
designatorum cum hostiis per dictam viam que vadit ad dictum monasterium
Servorum, prout constat manu ser Stephani Antonii Pacis Bambelli notarii
dicte Opere. Super quo solo, prefati Consules et Operarii predicti
teneantur murare unam domum pro habitatione dicti _Michelangeli,_ in qua
domo intra solum predictum et edifitium domus fiende expendantur, et
intra dictam emptionem factam dictarum librarum noningentarum
quadraginta otto et solidorum decem expensarum in duabus vicibus, et
solutarum dicto Bernardo, pro ut in margine e contra apparet; et in
edificio et murando in totum ut supra: et inter omnia expendantur et
expendant prefati Operarii pro tempore ad minus florenos 600 largos de
auro in aurum. Que quidem domus fieri debeat et fiat iuxta et ad
similitudinem et secundum modellum factum uel fiendum per _Simonem del
Pollaiuolo_ caput magistrum dicte Opere et dictum _Michelangelum_ simul
concordes. Et si in dicta domo fienda secundum dictum modellum
expendatur uel expenderetur maior summa, quam predicta dictorum
florenorum 600 largorum; id totum reliquum expendi et exbursari debeat
per dictum _Michelangelum_ et non per dictam Operam. Et cum pacto in
predictis expresso et declarato, quod dictus _Michelangelus_ non
acquirat vel intelligatur acquirere ius vel dominium quoad dictam summam
florenorum 600 expendendam per dictos Operarios et Operam predictam inde
vel super dicta domo, nisi de tempore in tempus, secundum promisit,
sculpserit seu laboraverit dictas statuas, videlicet quotiescumqne
dictus _Michelangelus_ consignaverit vel dederit unam ex dictis statuis
absolutam et in omni sua parte perfectam; tunc intelligatur acquirere et
acquisisse ius et dominium super dicta domo de duodecima parte dictorum
florenorum 600 et non ultra; et si consignaverit duas statuas perfectas,
ut supra, intelligatur et voluerunt acquisisse et acquirere ius et
dominium super sexta parte dicte domus; et sic in reliquis statuis et
statua per.... observabitur. Et dictum salarium florenorum duorum
quolibet mense dicto _Michelangelo,_ incipiat et incipere intelligatur
die qua ibit Carrariam pro cavando dictas bozas vel quum non iret, et
huc ad Operam essent apportate, die qua incipiet laborare super prima
statua in dicta Opera. Que omnia -- promiserunt dicti Consules -- dicto
_Michelangelo_ presenti -- et non propterea eorum bona obbligare -- sed
bona dicte Opere; et e converso dictus _Michelangelus_ promisit dictis
dominis Consulibus et Operariis -- omnia suprascripta attendere et contra
non ire -- sub pena florenorum mille. --


  [566] Anche questa allogazione fu pubblicata dal Gaye, Op. cit.,
  vol. II, pag. 473. Noi la riproduciamo corretta ed ampliata
  secondo che sta nel libro originale delle _Deliberazioni degli
  Operai di Santa Maria del Fiore dal 1496 al 1507_. Si sa che di
  queste dodici statue di Apostoli, Michelangelo cominci solamente
  quella del _San Matteo_, la quale appena in parte abbozzata,
  rimasta per tre secoli nell'Opera, fu a' nostri giorni trasportata
  nell'Accademia delle Belle Arti di Firenze.

  [567] Fatte da Bicci di Lorenzo, pittore fiorentino.

  [568] Qui manca un verso.




  ARCHIVIO DE' CONTRATTI DI FIRENZE.      Firenze, 11 d'ottobre 1504.

VII.

_Nuova convenzione tra_ Michelangelo _e i fratelli ed eredi di papa Pio
III, sopra il lavoro della Cappella Piccolomini nel Duomo di
Siena_.[569]


                         1504, die xj octobris.

Actum Florentie in populo Sancti Pauli et in domo habitationis mei
Laurentii, presentibus honorabilibus viris domino Ricciardo Lodovici de
Giandonatis, plebano plebis sancti Iacobi de Soriana, et Roberto
Philippi Iohannis de Corbizis, civibus florentinis, testibus.

Certum esse dicitur, quod anno domini MDI, et sub die quinta mensis
Iunii dicti anni vel alio tempore veriori, fuit facta et firmata quedam
conventio per scriptam et cautionem privatam inter reverendissimum tunc
dominum Cardinalem de Senis ex parte una; qui Cardinalis postea
successit in pontificatu pape Alexandro Sexto, et vocatus fuit Pius
Tertius; et _Michelangelum Lodovici de Buonarrotis_, scultorem
florentinum, ex parte alia: per quam scriptam in effectu dictus
_Michelangelus_ promisit et se obligavit dicto domino Cardinali facere
et sua manu et opere sculpendo fabbricare quindecim statuas, et seu
figuras marmoreas, pro pretio florenorum quingentorum auri largorum in
auro, et cum illis tamen pactis, modis et capitulis, prout in dicta
scripta privata, et subscripta manu dicti reverendissimi domini
Cardinalis, et dicti _Michelangeli_ latius dicitur apparere: ad quam
habeatur relatio.

Et cum prefatus reverendissimus dominus Cardinalis, et beatissimus papa
Pius predictus hodie sit vita functus, et cum magnifici viri dominus
Iacobus et dominus Andreas fratres et filii olim domini Vannis de Senis,
sint heredes ex testamento felicissime recordationis dicti pape Pii, et
velint quod illud, quod per suam felicem memoriam fuerat inceptum et
ordinatum, sequatur et habeat suam perfectionem.

Hinc est, quod hodie hac presenti suprascripta die, venerabilis vir
dominus Philippus Nicolai Antonii, presbyter Senensis, et plebanus
plebis Sancti Blaxii de Scrofiano, comitatus Senarum, vice et nomine
prefatorum domini Iacobi et domini Andree fratrum et filiorum domini
Vannis de Senis et heredum ex testamento prefati beatissimi pape Pii,
pro quibus et quolibet eorum de rato promisit, etc. et se facturum, etc.
quod prefati dominus Iacobus et dominus Andreas infra unum mensem ab
hodie proxime futurum, rathificabunt et quilibet eorum rathificabit
omnia et singula in presenti instrumento contenta, alias de suo et
attendere, etc. promisit, etc. et quolibet dictorum modorum et nominum,
ex parte una, et prefatus _Michelangelus_ ex altera, per se et eorum et
cuiuslibet eorum dictis modis et nominibus heredes, etc. et omni modo,
etc. devenerunt ad infrascriptam novam conventionem, pacta, et
concordiam, videlicet:

In primis dicte partes sibi invicem et vicissim dictis modis et
nominibus promiserunt de novo, salvis infrascriptis, observare omnia
contenta in dicta scripta et cautione privata, exceptis tamen infra
dicendis, et cum infrascriptis limitationibus, correctionibus et
additionibus, et pactis et modis, videlicet. Quoniam virtute dicte
scripte et cautionis private dictus _Michelangelus_ tenetur facere
quindecim figurae et statuas marmoreas predictas, dicte partes ex nunc
declaraverunt dictum _Michelangelum_ usque in hunc diem de dictis
figuris iam fecisse et consignasse quatuor figuras et statuas marmoreas
dictis heredibus beatissimi Pii Tertii predicti, et dictos heredes
dictas quatuor statuas habuisse et acceptasse a dicto _Michelangelo_ pro
figuris idoneis et illius qualitatis et bonitatis, cuius tenebatur
facere dictus _Michelangelus_, virtute dicte scripte private: et ita
dictus dominus Philippus dictis nominibus confessus fuit sibi dictis
nominibus fuisse et esse consignatas et datas a dicto _Michelangelo_; et
 converso dictus _Michelangelus_ confessus fuit sibi fuisse et esse
integre solutum et satisfactum de pretio dictarum quatuor figurarum
consignatarum a dictis heredibus domini nostri pape Pii predicti, ultra
etiam centum ducatos, de quibus infra proxime fiet mentio. Et ideo
concorditer convenerunt dicte partes dictis modis et nominibus, quod
dictus _Michelangelus_ solum teneatur facere undecim figuras pro residuo
figurarum promissarum in dicta scripta, eo tamen modo et forma et pro
illo pretio pro qualibet figura, et solvendo singulum pretium pro
singola figura, ut et quemadmodum in dicta scripta inter partes
conventum fuit.

Item cum in dicta scripta dicatur, quod dictus _Michelangelus_ centum
ducatos, quos habere debebat a dicto domino Cardinali antequam operari
inciperet, non teneretur computare nisi in ultimis tribus figuris per
eum conficiendis, ut ibi latius in dicta scripta continetur; et cum
dictus _Michelangelus_ post dictam factam scriptam habuerit et habuisse
confiteatur dictos centum ducatos, ultra pretium dictarum quatuor
figurarum, de quibus supra fit mentio; convenerunt de novo, et sic
promisit dictus _Michelangelus_ illos centum ducatos computare in primis
pagis trium primarum figurarum fiendarum per eum ex numero dictarum
undecim.

Item cum tempus ad faciendum dictas figuras sit modo elapsum, secundum
tenorem dicte scripte, ideo de novo dicte partes dictis modis et
nominibus convenerunt quod dictus _Michelangelus_ habeat adhuc tempus
duorum annorum proxime futurorum ab hodie; et sic prorogaverunt dictum
tempus ad faciendas dictas xj figuras adhuc per duos annos predictos ab
hodie proxime futuros.

Item cum dictus _Michelangelus_ virtute dicte scripte pro conficiendis
figuris teneatur facere conducere marmora de montibus Carrarie ad
civitatem Florentie, et cum de nouo pro obsidione Pisanorum in comitatu
Pisarum vigeat guerra et Respublica Florentina conetur mutare cursum
fluminis Arni, et sic de facili posset impediri dicta conductio marmorum
de montibus Carrarie ad civitatem Florentie, et cum etiam dictus
_Michelangelus_ posset infirmare, quod Deus avertat: iccirco dicte
partes dictis nominibus convenerunt quod casu, modo aliquo, occasione,
vel propter revolutionem aquarum dicti fluminis Arni, vel propter
guerram, vel propter infirmitatem dicti _Michelangeli_ fieret aliquod
impedimentum, propter quod dicta marmora venire non possent, vel dictus
_Michelangelus_ operari non posset propter dictam infirmitatem; quod
tunc et in dictis casibus, et quolibet vel altero eorum, dictum tempus
dictorum duorum annorum non currat, durante et donec duraret dictum
impedimentum; sed cessante impedimento, procedat et sequatur cursus
dicti temporis.

Item cum dicte partes de mense septembris proxime preteriti fecerint
aliud contractum et conventionem super predictis, et seu circa predictas
figuras, prout constat manu ser Donati de Ciampellis notarii publici
Florentini, in quo contractu etiam dictus _Michelangelus_ etiam se
obligavit in forma Camere; ex nunc dicte partes dictis modis et
nominibus discesserunt a dicto contractu et obligatione facta per
instrumentum manu dicti ser Donati de Ciampellis rogatum de dicto mense
septembris proxime preterito, et noluerunt virtute dicti contractus et
instrumenti dictum _Michelangelum_ aliquo modo posse cogi vel inquietari
in rebus aut persona, sed convenerunt quod dictum instrumentum et dicta
obligatio habeatur et sit penitus pro non facta.

Item cum dictus _Michelangelus_ virtute dicte scripte teneatur ire Senas
ad videndum capellam in qua debent stare dicte figure; et quia hoc
observavit, declaraverunt dicte partes, quod ipse _Michelangelus_
amplius non teneatur ire ad videndum dictam capellam pro videndis locis
ubi stare debent dicte figure, quia ut dictum est, ipse observavit et
illuc ivit, antequam operari inciperet in dictis figuris.

Item convenerunt dicte partes dictis modis et nominibus, quod dicta
scripta, salvis et firmis stantibus supra contentis, remaneat et sit
firma in omnibus suis aliis partibus et capitulis, sane omnia
intelligendo. Que omnia, etc. promiserunt, etc. dicte partes dictis
modis et nominibus sibi invicem dictis modis et nominibus observare et
contra non facere, etc. sub refectione damnorum et expensarum litis et
extra et cuiuslibet interesse earum, etc. pro quibus, etc. bona, etc.
quibus, etc. per guarentigiam, etc. rogantes, etc.


  [569] Questo contratto  tra i Rogiti di ser Lorenzo Violi, e fu
  pubblicato la prima volta da Domenico Maria Manni nell'opuscolo:
  _Addizioni necessarie alle Vite de' due celebri statuarii
  Michelagnolo Buonarroti e Pietro Tacca._ -- In Firenze, MDCCCLXXIV,
  nella stamperia di Pietro Gaetano Viviani, in-8. -- Ma delle
  quindici statue Michelangelo pare non ne facesse che quattro, cio
  _San Pietro_, _San Paolo_, _San Pio_ e _San Gregorio_, oltre
  l'aver riformato e perfezionato il _San Francesco_ cominciato da
  Pietro Torrigiano. Chi poi facesse l'altre statue, che pur si
  vedono nella cappella Piccolomini,  ignoto. Rest Michelangelo
  tuttavia debitore di cento scudi anticipatigli dal cardinale
  Francesco, secondo i patti della prima convenzione, i quali Anton
  Maria Piccolomini ced nel 1537 a Paolo Panciatichi da Pistoia.




  ARCHIVIO COMUNALE DI CARRARA.      Carrara, 12 di novembre 1505.

VIII.

_Patti tra_ Michelangelo _e alcuni padroni di barche di Lavagna per
condurre marmi dal porto dell'Avenza a Roma_.[570]


                 In nomine etc. Die XII novembris 1505.

Pateat per hoc publicum instrumentum qualiter Dominicus Pargoli et
Iohannes Antonius de Merlo ambo de Lavagna, habentes et quilibet eorum
est patronus sue barce, constituti coram me notario et testibus
infrascriptis convenerunt per pactum expresse cum magistro
_Michaelleangelo Ludovici_ florentino sculptore marmorum, quod ipsi
patroni promittunt eidem portare Romam 34 carratas marmorum, inter quas
sunt due figure, que sunt 15 carrate, in hunc modum, videlicet: Quod
dicti Dominicus et Iohannes Antonius promiserunt et promittunt, a
presenti die usque ad 20 diem presentis mensis, venire ad littus maris
Aventie, et super eorum et utriusque eorum barcis onerare dictas
quantitates marmorum et deinde navigare expensis ipsius magistri
_Michaelis Angeli_, et deinde dictas quantitates marmorum vehere et
portare Romam, expensis ipsorum prenominatorum, exceptis gabellis, si
que fuerint; quas ipse magister _Michael Angelus_ teneatur solvere; et
deinde eam quantitatem marmorum exonerare ad Ripam, ubi marmora
exonerantur. Et si in illo loco ubi ipsa marmora exonerantur, non
possent ipsi patroni ipsa exonerare propter periculum frangendi suas
barcas; quod exonerare teneantur in loco comodiori, ubi non immineat
damnum frangendi dictas barcas: et ibi in exonerando dicta marmora ipse
magister _Michael Angelus_ promisit prestare petia lignaminum grossorum
secundum consuetudinem et morem boni et nobilis viri. Cum hoc pacto,
quod ipsi patroni, post quam oneraverint ipsa marmora in ipso littore
Aventie, non possint navigare nec aliud facere aut inceptum capere, nisi
ire Romam quam celerius poterint: salvo in omnibus supadictis omni iusto
impedimento: et quando dicti Patroni ad dictum 20 diem non venissent ad
ipsum littus Aventie sua culpa et non pro iusto impedimento, quod cadant
in penam 25 ducatorum solvendorum ipsi magistro _Michaeli Angelo_. Et ex
altera parte ipse magister _Michael Angelus_ promisit nomine nauli dare
et solvere eisdem patronis, etc. ducatos 62 auri in auro latos, etc. que
omnia, etc. promiserunt dicti, etc. et ipse magister _Michael Angelus_
hic presens promisit attendere, etc.

Actum Carrarie in domo mei not. etc.


  [570] Lo strumento  tra i Rogiti di ser Pandolfo Ghirlanda da
  Carrara, e fu pubblicato da Carlo Frediani nel _Ragionamento
  storico su le diverse gite fatte a Carrara da Michelangiolo
  Buonarroti_, Massa, pei Fratelli Frediani, 1837, in-8. Questo e
  gli altri si dnno secondo la lezione del Frediani.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Carrara, 10 di dicembre 1505.

IX.

_Convenzione di_ Michelangelo _con alcuni scarpellini di Carrara per
cavare marmi_.


Sia noto e manifesto a qualunche persona leggier la presente scritta,
com'io _Michelagniolo di Lodovico Buonarroti_, scultore fiorentino,
alluogo e acottimo oggi questo d dieci di dicembre nel mille cinque
cento cinque, a _Guido d'Antonio di Biagio_ e a _Matteo di Cucarello da
Carrara_ carrate sessanta di marmi all'uso di Charrara; ci  dumila
cinque cento libre la carrata: e infra i detti marmi s'intende essere
quatro pietre grosse, dua d'otto carrate l'una, e dua di cinque; e delle
dua pietre d'otto carrate l'una, restiamo d'acordo che io deba dare
trenta cinque ducati d'oro largi dell'una; e delle dua pietre di cinque
carrate l'una, siamo d'acordo io debba dare venti ducati simili
dell'una; e el resto delle carrate per insino al numero sopra scritto
debbono esser tutti pezi di dua carrate e da dua in gi; e di queste
simili carrate el prezo abbia a essere ducati dua d'oro largi la
carrata, che cos siamo d'acordo, e le pietre grosse con tutte l'altre
carrate soprascritte. Ancora restiamo d'acordo pel detto prezo mi debbin
dare in barca a ogni loro spese: e tutta la sopra scritta quantit di
marmi, e massimamente le pietre grosse, s'intenda essere nette di peli e
di veni e bianche sopratutto; e che non sieno niente peggio che quelle
che io  fatte nel sopra detto milleximo personalmente in Carrara.
Ancora debbino essere e' sopra scritti marmi vivi e forti e non cotti e
cavati al Polvaccio o in altro luogo; che sieno vivi simile a quegli,
quando sono bianchi, netti e begli. Ancora restiamo d'acordo che per
tutto el mese di maggio prossimo a venire i sopra scritti ci  _Guido_
e _Matteo_ mi debbino dare in barca carrate trenta delle sopra scritte,
infra le quale carrate debba essere dua delle grosse, una d'otto carrate
e l'altra di cinque, e poi per tutto settembre el resto per insino al
numero ditto. E tutti e' sopra ditti marmi debbino bozare, secondo le
misure che io dar loro. E perch el sopra detto _Matteo_ resta di
venire a Fiorenza infra un mese da oggi, restiamo d'acordo io in questo
tempo gli debba dare in Fiorenza le misure de' detti marmi o lasciare
gli sieno date.

Ancora se obrigano i sopra scritti darmi buona sicurt de' mia danari in
Luca o dov'io gli far loro pagare, ci  in questa forma; che non
osservando loro quanto in questa si contiene, la detta sicurt sia per
restituire e' mia danari; e io _Michelangniolo_ soprascritto debba in
fra dua mesi da ogi fare pagare a _Matteo_ e a _Guido_ sopra scritto
ducati cinquanta colla detta sicurt. E tutto ci che in questa si
contiene, s'intenda osservare l'uno all'altro, vivendo la Santit del
nostro signior papa Iulio; perch io _Michelagniolo_ sopra ditto e tutti
e' sopra detti marmi fo per sua Santit. Ancora, se bene vivessi e non
seguitassi l'opera per la quale i'  bisognio de' sopra ditti marmi,
s'intenda non esser valida la scritta; e a quel tempo che l'opera per
ogni rispetto non sguiti pi, io debba pigliare, e i sopra scritti mi
debbino dare marmi begli e netti, come  detto, pe' danari avessino
ricievuti. E per fede della verit e' sopra ditti, ci  _Matteo_ e
_Guido_ si sotto scriverranno di lor propria mano.

E io _Michelagniolo_  fatto oggi questo d sopra scritto in Carrara la
presente scritta, presente _Baccio di Giovanni_,[571] scultore
fiorentino e _Sandro di Nichol di Bartolo_,[572] scarpellino
fiorentino. E il detto _Baccio_ e _Sandro_ per testimoni della verit si
sotto scriveranno di lor propria mano.

Io _Guido d'Antonio di Blaxio_ di Carrara sono contento a tuto e quanto
di sopra si contiene a d me(_se_) anno soprascritti.

Io _Matteo di Chucarello_ soprascritto refermo quanto di sopra si
contiene a d e ano soprascritti in Carara.

Io _Bacco di Giovanni_ fiorentino sono testimone a quanto di sopra si
contiene.

Io _Sandro di Nichol di Bartolo_ sopradetto sono testimone a quanto di
sopra si chontiene: per fede di ci mi sono soschritto di mia mano.

Ancora di nuovo, perch il detto _Guido_ e _Matteo_ non vogliono auere a
trovare le barche pe' detti marmi, sieno tenuti avisarmi a Roma, o
dov'io sar, tanto innanzi che io le possa avere proviste al tempo che
loro me gli nno a dare in barca.


  [571] Baccio da Montelupo.

  [572] De' Fancelli.




  ARCHIVIO COMUNALE DI CARRARA.      Carrara, 23 di gennaio 1511.

X.

_Lodo dato nella controversia tra alcuni scarpellini per cagione della
loro compagnia nel cavar marmi per_ Michelangelo.[573]


                In nomine etc. Die XXIII ianuarii 1511.

Nos _Michael_ olim _Andree Iacobi Guidi_ et _Nicodemus_ olim _Cecchini
Corselli_, ambo de Torano, arbitri arbitratores et amicabiles
compositores et boni viri ellecti assumpti comuniter et concorditer
inter.... et _Guidonem Antonii_.... ex alia, super litibus et
differentiis et controversis inter ipsos, de quibus apparet in
compromisso in nos facto per dictas partes, rogato et scripto manu
notarii infr. sub suo datali: Viso in primis dicto compromisso, et visa
bailia et potestate nobis attributa et data per ipsas partes, virtute
dicti compromissi; Viso et lecto et diligenter considerato et excusso
quodam Consilio super dictis differentiis per nos habito de voluntate et
mutuo consensu dictarum partium ab eximio legum doctore D. Lazaro
Arnolfino, Lucensi cive: quod Consilium ego quoque notarius
infrascriptus vidi legi et perlegi coram testibus infrascriptis: cuius
Consilii tenor talis est, sic in lingua materna editum et scriptum,
videlicet:

Invocato etc. Visto uno scripto de compagnia facto a d 20 di magio 1506
in fra _Guido di Antonio di Biagio_, et _Matheo di Cucarello_ per una
quarta parte, et _Pedro di Matheo di Cason_, per un'altra quarta parte,
et _Iacopo di Antonio_ dicto _il Caldana_ per un'altra quarta parte, et
_Zampaulo_ el _Mancino_ per un'altra quarta parte, in cavare et lavorar
marmi in la cava de dicto _Zampaulo_; in lo quale etiam si chiarisse che
il lavoro dato per maestro _Michelangioro_ fiorentino a dicti _Guido_ et
_Matheo_ venghi in dicta compagnia: Visto etiam un altro scripto come li
dicti _Pedro_ et _Iacopo_ et _Mancino_ si obligano come compagni dare in
su la marina a Pierino da Lavagna carrate 16 di marmo, le quali si
dicono essere quelli marmi di maestro _Michelangelo_ et per lo quale
scripto dicto _Guido_ promette alli dicti due compagni di servirli et
pagar per loro li carratori et lavoranti che li serviranno appresso la
pietra grossa delle otto carrate: Visto ancora un altro scripto facto a
d 17 agosto 1506, per lo quale il dicto _Guido_ promette a' dicti
_Caldana_, _Mancino_ et _Pedro_ servirli di ugni quantit di danari far
loro bisogno per lo lavoro de Firenze loro avevano a compagnia, cio di
ducati uno per carrata o pi bisognando, et per lo quale li predetti
promettono al dicto _Guido_ per suo premio darli soldi 15 per carrata,
et che allo ritratto de' marmi dovesse _Guido_ havere il suo intero
pagamento con il suo premio. Visto etiam li acti della lite etc.: Visto
etiam il compromesso facto a d 14 agosto 1510 tra dicti, etc. etc.
_presertim_ per rispecto delli marmi di maestro _Michele Angelo_ et
delli marmi di Firenze, in _Michele_ e _Nicodemo_ di Torano; giudico le
parti di detti arbitri essere in giudicare sopra dicte differentie come
appresso, cio: ec. ec.

Et visis etc. omnibus computis dictarum partium tam ratione laborerii
dicti magistri _Michaelis Angeli_, quam etiam ratione laborerii de
Florentia: et Visis, etc. Christi ac, etc. nominibus invocatis, etc.
pronuntiamus, etc.

Quia primo dicimus et declaramus nos reperisse in dictis computis
dictarum partium dictos _Iacobum_, _Petrum_ et _Mancinum_ habuisse et
recepisse ducatos 50 a dicto _Guidone_ pro dictis marmoribus faciendis
dicto magistro _Michaeli Angelo_ in una partita, et in una alia etiam
habuisse mutuo a dicto _Guidone_ ducatos 32 pro vehendis et conducendis
ad marinam dictis marmoribus; deinde nos etiam invenisse in dictis
computis dictos _Iacobum_, _Petrum_ et _Mancinum_ satisfecisse dicto
_Guidoni_ sive magistro _Michaeli Angelo_ de dictis ducatos 50 in tot
marmoribus positis ad marinam, etc.... Et dicimus, etc. laudamus omni
meliori modo, etc....

Latum, etc. Carrarie in domo mei notarii, etc.


  [573] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Roma, 6 di maggio 1513.

XI.

_Secondo contratto per la sepoltura di papa Giulio II fra_ Michelangelo
_e gli esecutori testamentarii di detto Papa_.[574]


                             Die VI maij 1513.

Cum sit quod alias felicis recordationis Iulius papa Secundus in eius
testamento suos executores fecerit reverendissimum dominum, dominum
Leonardum, sacrosancte Romane Ecclesie presbiterum cardinalem Agienensem
vulgariter nuncupatum, et reverendum dominum Laurentium Puchium
prothonotarium apostolicum, Camere apostolice clericum et presidentem
nec non ipsius domini Iulii pape Secundi datarium; et inter cetera eis
commiserit ut sue sepulture constructionem procurarent; dicti
reverendissimus dominus Cardinalis et reverendus dominus Laurentius,
volentes testamentum et piam voluntatem ipsius domini Iulii pape in hac
parte totis pro viribus exequi: hinc est, quod prefati reverendissimus
dominus Cardinalis et dominus Laurentius Puchius, ut executores predicti
ac eorum nominibus propriis ex una, et honorabilis vir magister
_Michaelangelus_, florentinus scultor, partibus ex altera, super
scultura et fabricatione sepulture ipsius felicis recordationis Iulii
pape; insimul et ad inuicem convenerunt in modum et formam sequentes:

In primis convenerunt, et ita promisit prefatus magister
_Michaelangelus_ non capere aliud opus ad fabricandum saltim importantie
et per quod impediri posset fabrica et labor dicte sepulture; quin ymo
continue attendere in fabrica et labore dicte sepulture; quam sepulturam
promisit facere, finire et integre perficere infra septem annos proxime
futuros ab hodie incohandos et ut sequitur finiendos, secundum unum
designum modellum seu figuram dicte sepulture vel circa, et iuxta tale
designum sive modellum, quantum ipse magister _Michaelangelus_ poterit
pro maiori honorificentia et pulchritudine dicte sepulture.

Item conueniunt dicte partes dictis nominibus, quod prefatus
_Michaelangelus_ habeat habere pro eius mercede et salario dicte
sepulture et pro omnibus expensis in fabricatione dicte sepulture
fiendis, quas omnes teneatur et facere debeat dictus _Michaelangelus_,
habere debeat ducatos sexdecim mille quingentos auri de Camera soluendos
et eidem formis, modis temporibus et terminis infrascriptis. Et quod
super valore, extimatione et perfectione figurarum dicte sepulture
iudicio et conscientie dicti _Michaelisangeli_, pro quanto honorem et
famam suam existimat, stetur et stari debeat.

Item prefatus _Michaelangelus_ fuit confessus habuisse et recepisse de
dictis ducatis sexdecim millibus quingentis, ducatos tres mille
quingentos auri similes a prefato felicis recordationis Iulio Secundo
mille quingentos per manus eiusdem domini Iulii Secundi et duo mille per
manus Bernardi Bini ciuis et mercatoris florentini Curiam romanam
sequentis. De quibus se bene contentum vocauit et pagatum et propterea
eundem et eius successores quietauit.

Item convenerunt insimul super pretio solutionis tresdecim millium
ducatorum restantium de dictis ducatis sexdecim millibus quingentis,
quod prefatus _Michaelangelus_ debeat habere singulo mense ducatos
ducentos auri similes, hinc ad duos annos proxime futuros; et deinde in
aliis quinque annis restantibus, ducatos centum triginta sex similes,
singulis mensibus, usque ad complementum integre solutionis dicte summe
sexdecim millium quingentorum ducatorum auri similium.

Item convenerunt, quod in casum et euentum in quem prefatus
_Michaelangelus_ dictam sepulturam finiret ante dictos septem annos et
quandocumque ante dictum tempus, secundum designum et modellum ut supra;
quod tunc eidem _Michaeli Angelo_ fieri debeat integra solutio usque ad
complementum dicte summe sexdecim millium quingentorum ducatorum.

Item convenerunt, quod casu quo dicta sepultura propter aliquem casum
fortuitum aut propter difficultatem operis, gravis infirmitatis ipsius
_Michaelisangeli_, aut aliquem alium casum infra dictos septem annos
finiri non posset; quod nihilominus ipse _Michaelangelus_ in ea
continuare debeat et cum omnibus modis et viis possibilibus perficere et
finire. Et de tempore in quo eam dicto casu veniente finire debeat,
stare voluit idem _Michaelangelus_ declarationi prefati domini Bernardi
Bini et domini Bartholomei de Auria infrascripti.

Item promisit prefatus reverendus dominus Laurentius soluere dicto
_Michaeliangelo_ singulis primis mensibus ut supra, usque ad summam
ducatorum septem milium auri similium, qui sunt restantes de summa decem
millium quingentorum, quos prefatus felicis recordationis Iulius papa
Secundus pro constructione dicte sue sepulture dimiserat. Ipse vero
reverendissimus dominus Cardinalis promisit eidem _Michaeliangelo_ de
suis propriis pecuniis soluere et exbursare ducatos sexmille auri in
auro similes proportionabiliter ut prefertur, singulis mensibus post
solutionem dictorum septem millium ducatorum, singulis mensibus per
prefatum dominum Laurentium eidem _Michaeliangelo_ fiendam.

Et ad preces, instantiam et requisitionem dicti reverendissimi domini
Cardinalis, prefatus dominus Bartholomeus de Auria civis et mercator
ianuensis. Rome commorans, nec non dominus Bernardus Bini ciuis
florentinus prefatus, pro et ad instantiam dicti reverendi domini
Laurentii Puchii, et quilibet ipsorum respective, ipse Bartholomeus pro
reverendissimo domino Cardinali, et ipse Bernardus pro ipso reverendo
domino Laurentio, promiserunt et quilibet eorum promisit dicto
_Michaeliangelo_ dictam summam solvere et exbursare, ut premissum est,
et per prefatum reverendissimum dominum Cardinalem et reverendum dominum
Laurentium, ut premissum est. Pro quibus obligarunt se et quilibet
ipsorum in solidum etc.


Acta Rome in Palatio apostolico in camera ipsius reverendissimi domini
Cardinalis, presentibus dominis Galeatio Boscheto, prothonotario
apostolico, et domino Petro de Serris de Cortona, presbytero ipsius
reverendissimi domini Cardinalis, testibus.

                FRANCISCUS VIGOROSI Curie causarum Camere apostolice
                                    notarius.


Sia noto a qualunche persona com'io _Michelagniolo_, scultore
fiorentino, tolgo a fare la sepultura di papa Iulio di marmo da el
cardinale d'Aginensis e dal Datario, e' quali sono restati dopo la morte
sua seguitori di tale opera, per sedici migliaia di ducati d'oro di
Camera e cinquecento pur simili: e la composizione della detta sepultura
 essere in questa forma ci :

Un quadro che si uede da tre facce, e la quarta faccia s'apicca al muro
e non si pu vedere. La faccia dinanzi: cio la testa di questo quadro 
essere per larghezza palmi venti e alto quattordici, e l'altre dua
faccie che vanno verso el muro dove s'apiccha detto quadro, anno a
essere palmi trenta cinque lunge e alte pur quattordici e in ognuna di
queste tre faccie va dua tabernacoli, e' quali posano in sur uno
imbasamento che ricignie attorno el detto quadro e con loro adornamenti
di pilastri, d'architrave, fregio e cornicione, come s' visto per un
modello piccolo di legnio.

In ognuno de' detti sei tabernacoli va dua figure magiore circa un palmo
del naturale, che sono dodici figure, e innanzi a ogni pilastro di
quegli che mettono in mezo e' tabernacoli, va una figura di simile
grandeza: che sono dodici pilastri: vengono a essere dodici figure; e in
sul piano di sopra detto quadro viene un cassone con quatro piedi, come
si vede pel modello, in sul quale  a essere il detto papa Iulio et a
capo  a essere i' mezo di due figure ch'el tengono sospeso ed a pi i'
mezo di du' altre; che vengono a essere cinque figure in sul cassone
tutte a cinque magiore che 'l naturale, quasi per dua volte el naturale.
Intorno al detto cassone viene sei dadi, in su quali viene sei figure di
simile grandeza, tutte a sei a sedere: poi in su questo medesimo piano
dove sono queste sei figure, sopra quella faccia de la sepultura che
s'apicca al muro, nascie una capelletta, la quale va alta circa trenta
cinque palmi, nella quale va cinque figure maggiore che tutte l'altre,
per essere pi lontane dall'ochio. Ancora ci va tre storie o di marmo o
di bronzo, come piacer a' sopra detti seguitori, in ciascuna faccia de
la detta sepultura fra l'un tabernacolo e l'altro, come nel modello si
vede. E la detta sepultura m'obrigo a' dar finita tutta a mie spese col
sopradetto pagamento, faccendomelo in quel modo che pel contratto
aparir, in sette anni; e mancando finito i sette anni qualche parte
della detta sepultura che non sia finita, mi debba esser dato da' sopra
detti seguitori tanto tempo quanto fia possibile a fare quello che
restassi, non possendo fare altra cosa.


  [574] Questa si pu chiamare la seconda convenzione per conto
  della sepoltura di papa Giulio, essendoch un'altra ne fece con
  Michelangelo il medesimo Papa, mentre viveva.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Roma, 6 di maggio 1513.

XII.

_Volgarizzamento del precedente contratto._[575]


                          A d 6 di magio 1513.

Conciosiach _alias_ la felicie memoria di papa Iulio Secondo in suo
testamento habbia fatto sui executori lo reverendissimo signore Leonardo
cardinale de Agenna et lo reverendo messer Laurentio Puccio,
prothonotario apostolico et cherico di camera, suo Datario; et cum altre
cose loro avessi commesso prochurassino fare la sua sepoltura; volendo
li prefati reverendissimo Cardinale et il reverendo messer Lorenzo
datario, esso testamento et pia volunt de esso signore Iulio papa
Secondo in questa parte per tutta la loro possanza exequire; _Hinc est_,
che questo presente d sopra scripto, i prefati reverendissimo Cardinale
et il reverendo Lorenzo, come executori sopradicti et alli loro nomi
proprii da una parte e l'honorabile homo mastro _Michelangniolo_,
fiorentino sculptore, dall'altra parte, sopra la scultura e la
fabricatione della sepultura della decta santa memoria di papa Iulio,
insieme sonno convenuti in modo et forma infrascripta:

In prima sonno convenuti, et cos promette il prefato maestro
_Michelangniolo_ non pigliare altro lavoro a fabricare certo et
importante, per il quale si potessi impedire la fabrica et il lavoro
d'essa sepultura; ma di continuo attendere in la fabrica et lavoro
d'essa; la quale sepoltura promette di fare et finirla integramente in
fra sette anni prossimi futuri, da ogi incominciando et come sguita
finirsi; secondo el disegnio et modello, overo figura de essa sepultura,
vel incirca, et secondo il tale desegnio et modello, quanto esso poter,
per magiore honorificentia et belleza di essa sepultura.

Item sonno conventi ditte parti a detti nomi, che il prefato
_Michelagniolo_ habbia havere per la sua merzede et salario di decta
sepultura et per tutte le expese che sonno da fare in detta
fabricatione, alle quale sia tenuto esso _Michelagniolo_, ducati
sedicimilia cinquecento d'oro di Camera per pagarli a' tempi, modi et
termini infrascripti; et che sopra il valore, extimatione et perfectione
delle figure di detta sepultura se ne abbia a stare a iuditio et
conscientia de esso _Michelagniolo_, per quanto esso extima suo honore
et sua fama.

Item il prefato _Michelagniolo_ si confessa havere hauto et receputo di
detta somma di ducati sedicimila cinquecento d'oro simili, ducati tre
milia cinquecento dalla prefata felicie memoria (_di_) Iulio Secondo;
cio mille e cinquecento simili per le mani de essa felicie memoria et
dumilia per le mani de Bernardo Bini merchante fiorentino: delli quali
tremilia cinquecento si domanda bene contento et pagato, et proterea
(_sic_) esso et li sua successori et tutti altri ha quello obligati,
quita, libera et absolve ec.

Item sonno convenuti insieme sopra il pagamento de' ducati tredicimilia
restanti de' ducati sedicimilia cinquecento d'oro simili, habbia ad
havere ducati dugento d'oro simili per in fine a dua anni prossimi
futuri, et de poi li altri cinque anni restanti, ducati cento trentasei
simili per ciascheduno mese, fino allo integro pagamento de decta somma
di ducati sedicimila cinquecento simili.

Item sonno convenuti che in caso che esso _Michelagniolo_ finissi detta
sepultura innanzi detti sette anni et _quandocunque_ innanzi l'avessi
finita secondo il desegnio et modello sopradetto, che allora a esso
_Michelagniolo_ si faccia lo integro pagamento della soprascripta somma.

Item sonno convenuti che in caso che detta sepultura per alcuno caso
fortuito overo per dificult dell'opera, o grave infirmit d'esso
_Michelagniolo_, o altro caso non si possessi finire in fra detti setti
anni; nientedimeno esso _Michelagniolo_ habbia ad continuare, et detta
sepultura per tutti li modi et vie possibile finirla, et che del tempo
in caso sopradetto in nello quale l'abbia ad finire, ne vole stare alla
declaratione di Bartholomeo Doria infrascripti (_sic_).

Item promette il prefato messer Lorenzo Puccio pagare a detto
_Michelagniolo_ in ciascheduno de' dicti primi mesi, come di sopra, per
infino alla somma di ducati settemilia d'oro simili, quali sonno
restanti di detta somma di ducati diecimilia cinquecento, quali la
prefata felicie memoria di papa Iulio Secondo havea lassati per detta
sua sepultura: e esso reverendissimo Cardinale promette a esso
_Michelagniolo_ de' sua propii danari pagare et sborsare ducati semilia
d'oro simili _proporzionabiliter_ ogni (_e_) ciascheduno mese da poi che
sar fatto il pagamento di ducati settemilia per il prefato messer
Lorenzo Puccio datario, come di sopra  detto. E ad instantia et
requisitione di detto reverendissimo Cardinale, messer Bartholomeo Doria
mercante genovese, et per il reverendo messer Lorenzo Puccio sopradetto,
Bernardo Bini, promettano inrespectivamente, cio esso Bartholomeo per
il prefato reverendissimo Cardinale, et Bernardo per il reverendo messer
Lorenzo datario, pagare et sborsare a detto _Michelagniolo_ la
sopradetta somma di ducati tredicimila, come di sopra si contiene. Quali
Bartholomeo et Bernardo li prefati reverendissimo Cardinale et il
reverendo messer Lorenzo Puccio _inc_ (sic) _inde et respective_
promettano di rilevare indanno, _ita et taliter_ che per la presente
promessa non patiranno danno alcuno. Quale tutte cose le sopradette
parte promettono _inc_ (sic) _inde respective_ attendere et observare e
non contrafare n contravvenire, obligandosi ciascheduno di loro in
solido sotto le pene della Camera apostolica, con il giuramento et altre
clausole consuete e solite.


Dato in Roma in nel Palatio Apostolico e in la camera del prefato
reverendissimo Cardinale, presente messer Galeazzo Boschetto,
prothonotario apostolico, et messer Pietro de seris da Cortona, prete
del prefato reverendissimo Cardinale, testimoni etc.

              FRANCESCO VIGOROSI notario dello auditore della Camera ec.
    Firmato_) FRANCISCUS VIGOROSI Curie causarum Camere apostolice
                           notarius, subscripsi etc.


  [575] Il volgarizzamento  fatto dal notaro Francesco Vigorosi, e
  copiato da Michelangelo.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Roma, 9 di luglio 1513.

XIII.

_Maestro_ Antonio del Ponte a Sieve _si conviene con_ Michelangelo _di
fargli tutto il lavoro di quadro e d'intaglio per la sepoltura di papa
Giulio_.[576]


Sia noto a ciascuna persona, come maestro _Antonio dal Ponte a Sieve_ e
io _Michelagniolo_ scultore ci sino convenuti insieme d'una cierta
parte della sepultura che io fo di papa Iulio; la quale parte il detto
maestro _Antonio_ s'obriga darmi fatta e finita di quadro e d'intaglio
per ducati quatrociento cinquanta di carlini, a carlini dieci per ducato
di moneta vechia, ci  ducati 60 detti di sopra, dandogli io tutti e'
marmi che bisogniano a detta opera; la quale opera  la faccia che viene
dinanzi, cio una facciata larga palmi trenta circa, diciassette alta,
secondo che sta il disegno. E 'l detto maestro _Antonio_ s'obriga a
squadrare e intagliare la detta opera pel detto prezo nominato, bene
quanto si pu, a giudizio d'ogni maestro. E per fede del vero io
_Michelagniolo_  fatta la sopra detta scritta, presente maestro _Pietro
Rosetto_ e _Silvio_ che sta meco; e 'l sopra detto maestro _Antonio_ si
sotto scriverr per fede di sua mano e 'l sopradetto maestro _Piero_ e
_Silvio_, ogi questo d nove di luglio mille cinquecento tredici -- 1513.

Io _Antonio da Pontasieve_ aceto tanto quanto su questa si contiene, e
al fede del vero mi sono soto scrito di mia propria mano, questo d
sopra deto, 1513.

Io _Piero Roselli_[577] sono istato presente a la sopra deta iscrita, e
per fede de vero mi sono sotoiscrito di mia propria mano, questo d
sopra deto, 1513.

Io _Silvio Falconi_ sono stato presente al sopra deta scrita; per fede
del vero mi sono socto scrito di mia propria mano, questo d sopra
deto.[578]


  [576]  di mano di Michelangelo.

  [577] Muratore ed architetto fiorentino.

  [578] Seguono notati dalla mano di maestro Antonio i pagamenti
  fattigli da Michelangelo per questo conto dal 9 di luglio 1513 al
  25 d'aprile del 1514 che sommano a ducati 339 di carlini.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Roma, 14 di giugno 1514.

XIV.

_Allogazione a_ Michelangelo _della figura di marmo d'un Cristo risorto
per la chiesa della Minerva di Roma_.


                         Add 14 di gugnio 1514.

Sia noto e manifesto a chi leger la presente scritta, come messere
Bernardo Cencio canonico di San Piero e maestro Mario Scappucci e
Metello Vari nno dato a fare a _Michelagniolo di Lodovico Simoni_
scultore una figura di marmo d'un Cristo grande quanto el naturale,
ignudo, ritto, con una croce in braccio, in quell'attitudine che parr
al detto _Michelagniolo_, per prezo di ducati dugento d'oro di Camera, a
pagarli in questo modo, cio: al presente ducati cento cinquanta d'oro
di Camera, e 'l restante, che sono ducati cinquanta simili, el detto
maestro Mario e Metello delli Vari promettono pagarli alla fine del
lavoro, inanzi ch'el detto _Michelangniolo_ metta in opera detta figura;
la quale promette metterla in opera nella Minerva in quel luogo parr a'
sopradetti; e solo a sue spese n' fare una gocciola dove posi detta
figura; e ogni altro adornamento v'andassi, s'intende che li sopra detti
messer Bernardo e maestro Mario l'abino a fare a loro spese. La quale
figura el detto _Michelagniolo_ promette farla in termine di 4 anni
prossimi da venire, quel pi o manco che li paressi; intendendosi per
che non passi quatro anni.

E per fede della verit io Giovanni Nenti a preghiera de' sopradetti
parti (_sic_)  fatto la presente scritta di mia propria mano, la quale
sar soscritta di ciascuna delle parti; e delle simile scritte se n'
fatte dua, una ne terr el sopradetto maestro Bernardo e maestro Mario,
e l'altro el detto _Michelagniolo_.

Io _Michelagniolo Simoni_ sopra detto son contento e prometto oservare
quanto si contiene nella presente scritta, e per fede mi sono soscritto
questo d quattordici di gugnio.

Io Metello Vari prometto pagare ducati vinticinque d'oro ad maestro
_Michelagniolo_, come di sopra si contene, finita ditta opera, per la
parte mia.

Io Pietro Pavolo Castellano prometto pacare quanto di sopra  promesso
per maestro Mario Scapuccio in mio nome allo predetto maestro
_Michelagniolo_, cio ducati vinti cinque d'oro, per la parte mia,
finita l'opera: et affede del vero ho sottoscrita la presente di mia
mano.

    (_Fuori di mano di Luigi del Riccio._)

    + 1514. Scritta del Cristo della Minerva da Metello Vari.


    (_E di mano pi antica._)

    Scritta d'una figura a fare per Michelangelo Bonarrotti.

                            Io PIETRO PAVOLO CASTELLANO mano propria.

Noi Giovanni Balducci e compagni abiamo auto da Metello Vari pel detto
_Michelagniolo_ ducati cento cinquanta a iuli X per ducato, de li quali
abiamo a seguire la volont del detto _Michelagniolo_ e suo ordine, ogni
volta che abbia fatto detta figura senza alcuna eccezione, ch'ora per la
detta scritta si mostra.

Io _Michelagniolo di Lodovico di Buonarroto Simoni_ confesso avere
ricevuto oggi questo d da' Balducci di Roma, cio da Bonifazio Fazi,
per le mani di Zanobi del Bianco, in Firenze, ducati cento cinquanta
d'oro di Camera, e' quali ducati messer Metello Vari, cittadino romano,
con altri sua compagni dipositorno nel detto banco de' Balducci in Roma
a mia stanza, cio che e' ne facessi el mio piacimento per prencipio di
pagamento d'una figura di marmo ch'e' mi dettono a fare, come apariscie
per una scritta ch' tra noi.




  ARCHIVIO NOTARILE DI MASSA.      Seravezza, 18 di maggio 1515.

XV.

_Gli uomini del Comune di Seravezza nel Vicariato di Pietrasanta donano
alla Repubblica di Firenze le cave di marmo del monte detto Altissimo, e
dell'altro della Ceresola._[579]


               In nomine Domini, Amen. Die XVIII maij 1515.

Convocatis etc. hominibus Comunis Seravitie, Vicarie Petresancte
districtus civitatis Florentie, inferiori loco, de mandato et voluntate
Marci olim Gerardini et Luce olim Iacobi Folini de dicto Communi et
eiusdem Communis et hominum, consulum et officialium, sono campane, more
el loco consueto, pro infrascriptis peragendis et exequendis. In qua
quidem conventione, congregatione et cohadunatione interfuerunt
infrascripti 119 homines de dicto Communi: quorum officialium et hominum
hec sunt nomina, videlicet.... etc. Qui omnes homines una cum dictis
officialibus Communis Serravitii, etc. sunt ultra due partes quasi de
tribus partibus dicti Communis, etc. etc. tenore huius publici
instrumenti, etc. creaverunt; nomine ipsorum discrepante; et
ordinaverunt in eorum et totius dicti Communis sindices et procuratores,
etc. prudentes viros Thomeum olim Luce Thomei de dicto Communi, etc. et
Iacobum Ioannis Fetti de la Corvaria dicti Communis, etc. specialiter
expresse ac nominatim ad donandum ac titulo donationis tam pure et
simpliciter, etc. etc. excelse Dominationi et Populo Florentino Montem
qui dicitur _el Monte di lo Altissimo_ et Montem qui dicitur _el Monte
di Ceraxola_ sitos et posites in pertinentiis Seravicii et Capelle
Vicariatus Petresancte, in quibus dicitur esse cava et mineria pro
marmoribus cavandis; et que loca prefatus et excelsus Populus
Florentinus requisivit a dictis hominibus, ut dixerunt, pro cavandis
marmoribus. Item omnia alia loca existentia in dicto Vicariatu et
spectantia etc. in quibus essent marmora ad excavandum. Item loca ad
faciendam viam pro conducta dictorum marmorum a cavea seu a dictis
montibus et locis usque ad mare. Et in dictum excelsum Populum et
prefatam Dominationem Florentinam dictos montes et loca cum omnibus
spectantibus et pertinentibus ipsis montibus trasferendum et donandum
semel et pluries, et quotiens, etc. eisdem placebit, etc.... etc. Sub
obligatione, etc. Rogantes me Notarium infrascriptum ut de predictis
omnibus publicum conficerem instrumentum consilio sapientis extendendum,
substantia presentis mandati non mutata.

Acta in terra Serravicij in hospitali S. Marie videlicet al ponte di la
Capella etc.

Ego Antonius filius Peregrini olim Petri de Cortila, Vicariatus
Gragnole, Lunensis diocesis ad presens habitator Masse, notarius
scripsi.


  [579] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit., dai Rogiti di ser
  Antonio Cortile.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Roma, 8 di luglio 1516.

XVI.

_Terzo contratto per la sepoltura di papa Giulio II._


In Dei nomine, Amen. Anno a nativitate Domini millesimo quingentesimo
sexto decimo, indictione quarta, die vero quarta mensis iulii,
pontificatus Sanctissimi in Christo patris et domini nostri, domini
Leonis divina providentia pape Decimi, anno quarto.

In mei notarii infrascripti et testium infrascriptorum presentia,
personaliter constitutus reverendissimus in Christo pater et dominus,
dominus Laurentius de Pucciis florentinus, tituli Sanctorum Quatuor
Coronatorum nunc presbiter cardinalis, asserens se et reverendissimum
cardinalem Agennensem tunc executores testamenti, seu sepulture pape
Julii, cum quodam _Michaele Angelo_, sculptore florentino, certo modo
contraxisse, prout in instrumento desuper confecto dicitur contineri
manu spectabilis viri Francisci Vigorosi notarii Auditoris Camere
apostolice, sub die sexta mensis maii, millesimo quingentesimo tertio
decimo, vel alio tempore veriori: ad quod et que dictus reverendissimus
dominus Cardinalis se retulit et refert. Et quia dicte partes intendunt
super premissis certo modo transigere seu de novo contrahere et
convenire: Hinc est, quod hodie, hac presenti suprascripta die, dictus
reverendissimus Cardinalis, omni meliori modo, etc. non revocando, etc.
fecit, etc. procuratorem, etc. dictum reverendissimum dominum Leonardum
cardinalem Agennensem, licet absentem, ad transigendum cum dicto
_Michaele Angelo_ et quamcumque conventionem et pacta et obligationes
faciendum etc. in sua facta annullandum et de novo faciendum et modum
solutionis fiende apponendum. Item ad obligandum ad observationem
premissorum dictum Constituentem et in plena forma Camere, cum iuramento
Constitutionis procuratorum et aliis clausolis consuetis et ad
prestandum fideiussores ad libitum dicti Cardinalis et ad promittendum
dictis fideiussoribus conservationem indemnitatis.

Item pro interesse dicti Constituentis, quamcumque domum sitam Rome ubi
forsan habitavit dictus _Michael Angelus_ occasione dicte sepulture
conficende quo ad pensionem forsan dicto Cardinali debendam disponendo
tantum quo ad _Michaelem Angelum_, et dictum _Michaelem Angelum_ de
pensione decursa, quo ad interesse dicti reverendissimi domini
cardinalis de Pucciis finiendum, quietandum et liberandum.

Item quatenus expediat ad substituendum, et generaliter, etc. dans, etc.
promittens, etc. Super quibus, etc. rogatus fui quatenus de predictis
conficerem instrumentum vel instrumenta, unum seu plura.

Actum Rome in Palacio apostolico, anno mense die et pontificatu quibus
supra, presentibus ibidem venerabilibus viris dominis Hieronimo de
Iandaronibus de Senis, et Ferdinando Marzano Conchiensis diocesis et
Petro de Ferrato Monte et aliis familiaribus dicti reverendissimi domini
Cardinalis, testibus ad premissa vocatis, habitis specialiter atque
rogatis.

Et quia ego Albizus Francisci de Seralbizis notarius florentinus de
predictis rogatus, subscripsi etc.


In Dei nomine, Amen. Anno a nativitate Domini millesimo quingentesimo
sexto decimo, indictione quarta, die vero octava mensis iulii,
pontificatus sanctissimi in Christo patris et domini, et domini Leonis
divina providentia pape Decimi, anno quarto.

Cunctis pateat evidenter et sit notum, qualiter in presentia mei notarii
et testium infrascriptorum specialiter vocatorum, quod reverendissimus
dominus, dominus Leonardus cardinalis Agennensis vulgariter nuncupatus,
suo nomine proprio, ac pro et vice et nomine reverendissimi domini,
domini Laurentii de Pucciis tituli Sanctorum Quatuor Coronatorum, et
nomine procuratorio, et casu quo mandatum non sufficeret, promisit de
rato etc. Et dictis modis et nominibus et quolibet dictorum modorum et
nominum tam in solidum quam de per se, dicit et asseruit, quod cum alias
sanctissimus tunc papa Iulius in suo testamento ordinasset et sue future
sepulture conficiende et illius executores dictos dominum Laurentium
Puccium tunc Datarium et nunc reverendissimum dominum Cardinalem
prefatum instituisset. Unde dicti executores cupientes voluntati
defuncti consulere et ut executores exequi et adimplere ut tenebantur;
ac nominibus propriis tunc ex una; et honorabilis vir magister
_Michaelangelus_ sculptor florentinus, etiam suo nomine proprio, ex
parte alia, de et super sculptura et fabrica dicte sepulture insimul
certo modo ac cum certis pactis, modis et formis, et penis convenerunt,
prout in instrumenito desuper confecto manu Francisci Vigorosi notarii
auditoris Camere sub die sexta maii, millesimo quingentesimo decimo
tertio, vel alio tempore veriori dicitur contineri: cui et quibus dicte
partes intendunt hodie hac presenti suprascripta die transigere et
facere novam conventionem et de novo contrahere de et super premissis et
quolibet eorum, salvis nihilominus infrascriptis; dictus reverendissimus
dominus Cardinalis Agennensis tam nomine proprio, quam procuratorio
nomine dicti reverendissimi domini cardinalis de Pucciis, prout de eius
mandato constat manu mei notarii infrascripti sub suo tempore et data,
et dictis modis et nominibus et quolibet dictorum modorum et nominum tam
in solidum quam de per se: et casu quo mandatum non sufficeret, promisit
de rato in forma iuris valida, ex parte una; et dictus _Michael Angelus_
suo nomine proprio ex parte alia, devenerunt ad infrascriptam
transactionem, videlicet.

Imprimis dictus reverendissimus dominus Leonardus cardinalis Agennensis
etiam nominibus quibus supra et dictus _Michael Angelus_ dictum
instrumentum manu Francisci Vigorosi, et de quo supra fit mentio et
omnia in eo contenta, primitus et ante omnia cassarunt, annullarunt,
decernentes quod nullus vel alter ipsorum in futurum possit uti dictum
instrumentum in iudicio vel extra, sed ex nunc sit ac si nunquam
celebratum esset et sit nullius roboris et efficacie vel effectus; et
remiserunt hinc inde omnem et quamcumque penam conventionalem unus
alteri, et e converso; sed de novo convenerunt, salvis infrascriptis
videlicet.

Item convenerunt dicte partes hinc inde, ex eo quia dictus _Michael
Angelus_ promisit aliquod opus non capere saltim magni momenti, quo
mediante, impediatur fabrica prefata, sed prius sepultura prefata facere
et finire infra certum tempus: et quia dictus _Michaelangelus_ quantum
in eo fuit pacta servavit et adimplevit et dicta sepultura pro viribus
continue operam dedit, sed propter infirmitatem et gravitatem operis et
labores necessarios, voluit et convenerunt quod dictus _Michael Angelus_
teneatur perficere dictam sepulturam infra tempus et terminum novem
annorum inceptorum die sexta mensis maii, millesimo quingentesimo sexto
decimo, ut supra, et ut sequitur finiendorum, ita quod teneatur infra
dictum tempus opus perficere, prout infra, videlicet.

Item convenerunt dicte partes hinc inde et nominibus quibus supra, quod
dictus _Michael Angelus_ perficiat opus prefatum secundum novum
modellum, figuras, et designum ultimo factum per dictum _Michaelem
Angelum_ dicte sepulture conficiende, et secundum tale designum et novum
modellum, dictus _Michael Angelus_ promisit tunc dicto reverendissimo
cardinali Agennensi etiam presenti et perficere cum magna pulchritudine
et magnificentia iuxta eius conscientiam.

Cuius novi modelli tenor est talis, videlicet:

El modello  largo ne la faza dinanzi brachia undeci fiorentine vel
circa, ne la qualle largueza si move in sul piano de la terra uno
inbasamento cum quatro zocholi o vero quatro dadi colla loro cimasa che
ricigne per tutto; en su quali vno quatro figure tonde di marmo di tre
bracia et mezo l'una et drieto alle dicte figure in su uogni dado viene
il suo pilastro, su che vno alti insino alla prima cornice; la quale va
alta dal piano dove possa (_posa_) l'imbasamento, in su bracia sei, et
dua pilastri co' lor socoli da uno de' lati metto(_no_) in mezo uno
tabernaculo, el quale  alto al vano bracia quatre (_sic_) et mezo: et
similmente da l'altre bande metto(_no_) in mezo uno altro tabernaculo
simile che vengono ad essere duo tabernaculi ne la facia dinanci da la
prima cornice in g (_gi_), ne' quali in ogni uno viene una figura
simile a le supraditte. Di poi fra l'uno tabernaculo e l'altro resta uno
vano di bracia duo et mezo alto per infino alla prima cornice, nel quale
va una historia di bronzo. Et la dicta opera va murata tanto discosto al
muro, quanto la largeza d'uno de' tabernaculi che sono ne la facia
dinanci: et nelle rivolte de la dicta facia che vno al muro, co nelle
teste, vno duo tabernaculi simili a queli dinanzi co' loro zocoli et
colle lor figure di simile grandessa che vengono ad essere figure
dondeci (_dodici_) et una storia, come  decto, dalla prima cornice in
g (_gi_); et dalla prima cornice in su sopra e' pilastri che mettono
in mezo el tabernaculo di socto, viene altri dadi co' loro adornamento,
suvi meze colone che vno insino a l'ultima cornice, co vno alte
bracia octo dalla prima a la seconda cornice, ch' suo finimento; et da
una de le bande in mezo de le duo colonne, viene uno certo vano, nel
quale va una figura a sedere, alta a sedere bracia tre et mezo
fiorentine: el simile viene fra l'altre dua colone da l'altra banda. Et
fra il capo de le dicte figure e l'ultima cornice, resta uno vano di
circa a tre bracia simile per ogni verso, nel quale va una storia per
vano, di bronzo: che vengono ad essere tre storie ne la facia dinante:
et fra l'una figura a sedere et l'altra dinante, resta uno vano che
viene sopra il vano de la storia del mezo di socto, nel quale viene una
certa tribuneta, ne la quale viene la figura del morto, co di papa
Iulio, con dua altre figure che la metono in mezo. Et una Nostra Dona
pure di marmor alta bracia quatro simili, et supra e' tabernaculi de le
teste o vero delle rivolte de la parte di supra, ne le quali in ogni una
de le dua viene una figura a sedere in mezo de dua meze colone con una
storia di supra (_simile_) a quelle dinanti.


Item convenerunt dicte partes hinc inde dictis nominibus, quod prefatus
dominus _Michael Angelus_ habeat habere pro sua mercede de salario dicte
sepulture vel edificii et pro omnibus expensis in dicta fabrica
perferrendis, que sunt faciende sumptibus dicti _Michelis Angeli_; et
debeat habere, ut supra, ducatos sexdecim milliaria et quingentos auri
de Camera, solvendis (_sic_) per predictos duos Cardinales, modis et
formis, temporibus et terminis infrascriptis, cum pacto et conditione
quod perfectioni dicte sepulture et figurarum stari debeat et stetur
iudicio et conscientia tantum dicti _Michaelis Angeli_.

Item, quia alias in primo contractu manu Francisci Vigorosi, ut
prefatur, dictus _Michael Angelus_ confessus fuit de dicta summa,
ducatos tria milia et quingentos a sanctissimo papa Iulio, videlicet
mille et quingentos per manus tunc Pontificis, et duo milia per manus
Bernardi de Bignis mercatoris florentini: quam confessionem affirmavit
et confirmavit omni meliori modo et de predictis vocavit se bene pagatum
etc.

Item convenerunt de solutionibus fiendis de ducatis Xiij milium
restantibus de summa prefata, quod dictus _Michael Angelus_ habeat
habere et habiturus sit, singule quoque mense, ducatos ducentos similes,
inceptos iamdudum de mense maii millesimo quingentesimo tertio decimo
per duos annos, et de quibus habuit partem a Bernardo de Binis,
mercatore florentino, prout apparet per quandam scriptam manu dicti
_Michaelis Angeli_ penes Bernardum de Binis prefatum existentem. Et casu
quo dictus _Michael Angelus_ a die, videlicet a mense maii millesimo
quingentesimo tertio decimo, ut supra, a dicto Bernardo per duos annos
inceptos, ut supra, summam ad rationem ducentorum ducatorum non
exegerit; volunt et convenerunt, quod dictus _Michael Angelus_ dictum
residuum ad rationem prefatam in quibus restavit creditor, a dicto
Bernardo, ad eius libitum exigere posse, et finitis dictis duobus annis
inceptis, ut supra, dictus _Michael Angelus_ habeat habere et habiturus
sit deinde singulo quoquo mense ducatos centum et triginta similes usque
ad perfectionem et residuum solutionis fiende de dicta summa ducatorum
sexdecim milium et quingentorum, ut supra.

Item convenerunt quod premissis non obstantibus, dictus _Michael
Angelus_ dictam sepulturam ante tempus si perficeret secundum novam
modellum, ut prefertur; tunc et in tali casu, dicto _Michaeli Angelo_
debeat fieri integra solutio dicte summe per dictos reverendissimos
dominos Cardinales.

Item convenerunt pro maiori comoditate dicti _Michaelis Angeli_, et ut
facilius dictus _Michael Angelus_ laborare possit, quod dictus _Michael
Angelus_ possit laborare tam in Urbe, quam extra, Florentie, Pisis,
Carrarie et alias, dummodo figure et opus serviat fabrice prefate.

Item dictus reverendissimus dominus Cardinalis Agennensis tam nomine
proprio, quam procuratorio, ut prefertur, promisit dicto _Michaeli
Angelo_ presenti et infra tempus novem annorum, inceptum de mense maii,
millesimo quingentesimo tertio decimo, dedisse et concessisse gratis et
amore et pro faciliori commoditate dicti operis, dicto _Michaeli Angelo_
ad habitandum solummodo aut per se aut per alium, prout hodie concessit
per tempora predicta gratis et amore et sine mercede aut pensione,
durante tempore suprascripto novem annorum, infrascriptam domum,
videlicet:

Unam domum cum palchis, salis, cameris, puteo, horto et aliis suis
habituris, posita Rome in Regione Trevi, cui a primo via publica, a
secundo Hieronimi Petroci, a tertio Petri de Rossis, a quarto magistri
Petri Palucii, infra suos confines, etc. et in qua domo dictus _Michael
Angelus_ habuit et habet saxa marmorea et laboravit per multos menses
pro perfectione dicte sepulture. Et propterea ultra premissa, dictus
reverendissimus Cardinalis nomine suo et procuratorio quietavit et
finivit dicto _Michaeli Angelo_ presenti, etc. de omni et quacumque
pensione dicte domus tam presentis, quam future, et promisit per tempora
prefata manutenere dictum _Michaelem Angelum_ in dicta domo: etiam
laborando extra Romam, dictus _Michael Angelus_ habeat totum dominium
utile dicte domus et promisit, etc. dicto _Michaeli Angelo_ presenti,
etc. defensionem, etc. in forma iuris valida, sub pena dannorum,
expensarum et interesse.

Item convenerunt quod in casu et eventu fortuito infirmitatis aut
propter difficultatem operis dictus _Michael Angelus_ infra dictum
tempus opus perficere non valeret, nichilominus habeat perficere dictum
opus, declaratione temporis prorogandi reverendissimi domini Cardinalis
Agennensis.

Item dictus reverendissimus Cardinalis pro maiori observatione
premissorum, nomine procuratorio reverendissimi domini cardinalis de
Pucciis, promisit, etc. dicto _Michaeli Angelo_ dare et solvere eidem,
etc. per duos annos inceptos ut supra, salario quovis mense ducatos
ducentos et deinde singulo mense ducatos centum et triginta usque ad
summam sexdecim milium ducatorum de ducatis solutis, quos, ut dicitur,
remanserunt dari eidem de summa ducatorum decem milium, quos
sanctissimus tunc papa Iulius dimisit pro sepultura conficienda.

Item dictus reverendissimus Cardinalis Agennensis nomine proprio
promisit etc. eidem _Michaeli Angelo_ presenti, de suis propriis
pecuniis eidem solvere pro opera prefata, ut supra, ducatos septem milia
in auro de Camera, singulo quoquo mense pro rata, post perfectionem
solutionis fiende per dictum reverendissimum cardinalem de Pucciis.

Item dictus reverendissimus Cardinalis suo nomine proprio pro
observatione premissorum, quoad illum ad eius ratam, promisit dare, etc.
fideiussorem Bartholomeum Doria licet absentem, et promisit ea michi
notario, etc. ut publice persone illum conservare indennem, etc. Et
similiter procuratorio nomine reverendissimus dominus cardinalis de
Pucciis promisit dare Bernardum de Binis in fideiussorem cardinalis de
Puciis et servare indennem, etc. super quibus, etc. obligavit in forma
Camere cum iuramento constitutionis et aliis clausulis consuetis.

Actum Rome in palatio dicti reverendissimi domini Cardinalis,
presentibus dominis Gentile, auditore dicti reverendissimi domini
Cardinalis, et Petro de Cesis, el Francisco de Placentio et aliis
testibus.

Et quia ego Albizus Francisci de Seralbizis, notarius florentinus de
predictis rogatus, subscripsi etc.

Die X mensis Iulii 1516.

Nobilis vir Bartolomeus Doria mercator Ianuensis, sciens se non teneri
ad requisitionem reverendissimi domini Cardinalis Agennensis promisit,
etc. dicto _Michaeli Angelo_ presenti, etc. quod dictus reverendissimus
Cardinalis observabit solutionem per eum promissam occasione sepulture
conficiende sanctissimi domini pape Iulii premortui, alias de suo
proprio, etc. et in effectu obligavit se, iuxta aliam obligationem per
eum factam manu Francisci Vigorosi, millesimo quingentesimo tertio
decimo, vel alio tempore veriori, unica solutione sufficiente; et
obligavit se in parte forma Camere et iuramento constitution:
procuratorum, et aliis clausulis consuetis, super quibus etc. Actum in
Regione Pontis et in bancho dicti domini Bartholomei de Oria,
presentibus ibidem Iohanne Iacobo Spinola mercatore Ianuensi, et
Leonardo Francisci sellario florentino, et aliis testibus ad premissa
vocatis, habitis specialiter atque rogatis.

Et quia ego Albizus Francisci de Seralbizis, notarius florentinus de
predictis rogatus etc. etc.

Die undecimo mensis Iulii 1516.

Dominus Bernardus de Binis mercator florentinus, sciens non teneri etc.
habens notitiam de quadam transactione inter _Michaelem Angelum_
florentinum ex una, et reverendissimum dominum Cardinalem Agennensem,
tam proprio nomine quam procuratorio reverendissimi domini cardinalis de
Pucciis ex parte alia, manu mei notarii infrascripti. Et propterea pro
dicto domino cardinali de Pucciis se obligavit iuxta suprascriptam
transanctionem etiam in forma Camere dicto _Michaeli Angelo_ presenti
etc. iuxta obligationem alias per eum factam manu Francisci Vigorosi sub
die sexta maii 1513, unica solutione sufficiente.... Actum Rome in domo
dicti Bernardi, in Regione Pontis, presentibus Raphaele Auricellario et
Bernardo de Paulis et aliis testibus et domino Mateo....... can.
pontificis.

Et quia ego Albizus Francisci de Seralbizis, notarius florentinus et
archivio Romano matriculatus etc. etc.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Roma, 8 di luglio 1516.

XVII.

_Transunto in volgare del precedente contratto._[580]


Con ci sia cosa che altra volta la Santit di papa Iulio nell'ultimo
suo testamento abbi ordinato e fatto sua essecutori el reverendissimo
messer Leonardo cardinale Agiennense e 'l reverendissimo, allora messer
Lorenzo Pucci protonotario apostolico e allora Datario, e ora cardinale
di Santi Quatro vulgarmente chiamato, et in fr'altre cose a loro abbi
commesso che essi constituire (_sic_) faccino la sua sepultura; unde
detti reverendissimo cardinale Agennense e monsigniore reverendissimo
de' Pucci, come esecutori prefati, volendo el testamento et ultima
volont di detto papa Iulio come esecutori eseguire et adempiere, come
sono obligati; detti reverendissimi cardinali de' Santi Quatro e 'l
cardinale Agenna, come esecutori e in nome loro proprio da una parte;

E lo onorabile uomo maestro _Michelangelo_, fiorentino scultore, in suo
nome proprio dall'altra parte, sopra la scultura e fabricatione della
sepoltura di papa Iulio, come di sopra, insieme si convengono con certi
patti e modi e forma et pena, come nello instrumento di sopra ci fatto
si contiene per mano di Francesco Vigorosi, notaio dello Auditore della
Camera, sotto d sei di maggio 1513 o altro pi vero tempo: al quale et
le cose che si contengono in quello si referiscono.

E volendo detti reverendissimi Cardinali come esecutori prefati
transigere e fare nuova convenzione e novazione e di nuovo convenire
sopra le cose premisse et ciascheduna di quelle, salvo le cose
infrascritte; ditto istrumento et ci che si contiene in quello, prima
et innanzi ad ogni cosa anullono e cassano e vogliono che per tempo
avenire nessuno lo possa usare in iudicio o fuora, ma sia come se fatto
non fusse, salvo le infrascritte cose; et di pi ogni e qualunche pena
conventionale l'uno a l'altro _ converso_ remisseno, e di nuovo
convennono come di sotto, ci :

Imprima si convennono et cos l'uno all'altro et _presertim_ ditto
_Michelangelo_ promisse non pigliare alcuna opera di grande importanza,
per la quale si possa impedire la fabrica prefata, anzi promisse a
quella dare opera ferventemente.

E la quale sepoltura promisse fare e finire infra nove anni prossimi
futuri, cominciati pi tempo fa, ci  a d sei di maggio 1513, e cos
finire come segue, secondo uno nuovo modello, figura e disegnio fatto
per detto _Michelagniolo_ a detta sepoltura; et secondo tale disegno e
nuovo modello promisse a' detti Reverendissimi fare quanto lui potr per
maggiore bellezza e magnificentia di detta sepoltura secondo la sua
conscienzia. Del quale nuovo modello el tenore si  questo, ci :

  El modello  largo nella faccia dinanzi braccia undici fiorentine
  vel circa; nella quale largeza si muove in sul piano della terra
  uno inbasamento con quatro zocoli overo quatro dadi co la loro
  cimasa che ricignie per tutto, in su quali vanno quatro figure
  tonde di marmo di tre braccia e mezo l'una e drieto alle dette
  figure, in su ogni dado va el suo pilastro; alti insino alla
  prima cornice, la quale va alta dal piano dove posa l'inbasamento
  in su braccia sei; e dua pilastri dall'uno de' lati co' loro
  zocholi mettono in mezo un tabernacolo, el quale  alto el vano
  braccia quatro e mezo; e similmente dall'altra banda e' dua altri
  pilastri mettono in mezo uno altro tabernacolo simile: che
  vengono a essere dua tabernacoli nella faccia dinanzi dalla prima
  cornicie in gi, ne' quali in ognuno viene una figura simile alle
  sopra dette. Di poi fra l'un tabernacolo e l'altro, resta un vano
  di braccia, dua e mezo, alto per insino alla prima cornicie, nel
  quale va una storia di bronzo. E la decta opera va murata tanto
  discosto al muro, quant' (_la_) largezza d'uno de' tabernacoli
  detti, che sono nella faccia dinanzi; e nelle rivolte della detta
  faccia che vanno al muro, cio nelle teste, vanno dua tabernacoli
  simili a quelli dinanzi co' lor zocoli e con le lor figure di
  simile grandeza: che vengono a essere figure dodici dalla prima
  cornice in gi e una storia, come  detto; e dalla prima cornicie
  in su, sopra e' pilastri che metto(_no_) in mezo e' tabernacoli
  di sotto, viene altri dadi con loro adornamento, suvi meze
  colonne che vanno insino all'ultima cornice, ci  vanno alte
  braccia otto simile dalla prima alla seconda cornice che  suo
  finimento; e da una delle bande in mezo alle dua colonne, viene
  un certo vano, nel quale va una figura a sedere, alta a sedere
  braccia tre e mezo fiorentine: el simile va fra l'altre dua
  colonne da l'altra banda: e fra 'l capo delle dette figure e
  l'ultima cornicie resta un vano di circa a braccia tre per ogni
  verso, nel quale va una storia per vano, di bronzo: che vengono a
  essere tre storie nella faccia dinanzi: e fra l'una figura a
  sedere e l'altra dinanzi, resta un vano che viene sopra el vano
  della storia del mezo di sotto, nel quale viene una certa
  trebunetta, nella quale va la figura del morto, ci  di papa
  Iulio, con dua altre figure che 'l mettono in mezo; e una Nostra
  Donna di sopra di marmo, alta braccia quatro simile: e sopra e'
  tabernaculi delle teste, o vero delle rivolte della parte di
  sotto, viene le rivolte della parte di sopra, nelle quale, in
  ognuna delle dua, va una figura a sedere in mezo di dua colonne,
  con una storia di sopra simile a quelle dinanzi.


Item si convennero dette parte in detti modi e nomi, che il prefato
_Michelangiolo_ habi havere per sua mercede et salario di detta
sepultura et edifizio e per ogni spesa da farsi in detta fabrica; le
quali in detta s'abino a fare per detto _Michelangelo_; e debba avere
per recompensa d'essa e per sua fatica, ducati sedicimila cinque cento
d'oro di Camera, da pagarsi pe' detti a detto _Michelangiolo_ ne' modi e
forma, tempi e termini infrascritti: con patto che sopra alla stima et
perfezione di detta sepoltura et figure se ne stia e habi a stare al
parere et conscienzia di detto _Michelagniolo_.

Ancora, perch detto _Michelangelo_ nel detto primo contratto per mano
di Francesco Vigorosi, come di sopra, ha confessato havere avuto e
ricevuto de' detti sedicimila cinque cento ducati, tremila cinquecento
da papa Iulio, ci  mille cinque cento per le mani di detto Papa, e duo
mila per le mani di Bernardo Bini mercante fiorentino: de' quali
medesimamente oggi si chiama contento e pagato.

Ancora si convennono de' pagamenti da farsi de' ducati tredici mila
restanti della somma de' sedici mila cinque cento, che detto
_Michelagniolo_ habbi havere et habbi ogni mese ducati dugento d'oro
simili, cominciati del mese di maggio 1513, per dua anni; e finiti detti
dua anni, cominciati _ut supra_, habbi avere ogni mese dipoi ducati
cento e trenta simili insino al compimento et perfetione e resto del
pagamento di detta somma de' sedici mila cinque cento d'oro, come di
sopra.

Ancora si convennono che in caso che detto _Michelangiolo_ detta
sepoltura finissi innanzi al sopra scritto tempo, che ogni volta che
l'r finita secondo el nuovo modello, come di sopra; allora et in tale
caso, a detto _Michelagniolo_ si debba fare lo intero pagamento di detta
somma, come di sopra, non ostante le cose premisse.

Ancora si convennono per maggiore comodit di detto _Michelagniolo_ et
acci che pi facilmente possa lavorare cos in Roma, come fuora; detti
Cardinali promissono a detto _Michelagniolo_ presente infra il tempo
degli anni nove soscritti, cominciati a d sei di maggio nel 1514 e per
(_e'_) tempi concedessono et dessino ad habitare, come oggi dnno e
concedono per habitare solamente o per s o altri per lui o di sua
commissione _gratis et amore_, e senza alcuna mercede o pigione durante
il tempo soscritto a detto _Michelagniolo_ presente:

Una casa con palchi, sale, camere, terreni, orto, pozzi e sui altri
habituri, posta in Roma in nella Regione di Treio apresso alle cose di
Ieronimo Petrucci da Velletri, apresso alle cose di Pietro de' Rossi,
dinanzi la via publica, adpresso a Santa Maria del Loreto: confini
dirieto apresso le cose delli figliuoli di messer Carlo Crispo, apresso
le cose di messer Pietro Paluzzi e la via publica dirieto responde a la
piaza di San Marco; et nella quale detto _Michelagniolo_  pi figure
avute et e' marmi et lavori, et ha lavorato per molti mesi per detta
sepoltura. Et per tanto detto reverendissimo monsignore Laurentio de'
Pucci cardinale fece fine a detto _Michelagniolo_ d'ogni e qualunche
pensione potessi adomandargli per conto di detta casa. Et ancora ditto
messer reverendissimo cardinale Agenna promisse infra e per il tempo che
resta da fare detta sepoltura, dare et concedere, come oggi d e
concede, ad habitare a ditto _Michelagniolo_ detta soscritta casa per
lavoro sopra scritto, e promisse a sua spese condurre ditta casa a sua
propia pigione et a ditto _Michelagniolo_ darla per habitare _gratis et
amore_, come oggi d e consegnia e promette che nessuno non gli
domander mai pigione; et in caso di molestia, mantenervelo et
conservarlo senza danno, sotto pena e spesa et interessi: et lavorando
fuor di Roma o in Roma abi l'uso della casa.

Ancora perch detto _Michelagniolo_  stato e di presente non si sente
troppo bene, si convennono che detto _Michelagniolo_ possi a suo piacere
lavorare per finire detta opera a Firenze, a Pisa, a Carrara e dove
parr a lui, pure che il lavoro che far servi a detta sepoltura.

Ancora si convennono che in caso che per caso fortuito o per difficolt
dell'opera o per infirmit, o alcuno altro caso, infra ditto tempo ditto
_Michelagniolo_ finir non possi; nientedimeno ditto _Michelagniolo_ abbi
a continuare e finire ditta opera nel tempo che chiarir el
reverendissimo cardinale Agenna.

Item promisse il reverendissimo cardinale de' Pucci al detto
_Michelagniolo_ presente et stipulante, ogni mese dare et pagare per
primi dua anni cominciati come di sopra, ducati dugento il mese, insino
che a lui tochi il pagamento insino alla somma de' ducati settemilia di
Camera, e' quali gli restorno della somma de' ducati diecimila
cinquecento, e' quali il prefato santissimo nostro papa Iulio lasci per
fare detta sepultura.

Ancora el reverendissimo cardinale Agenna promisse a detto
_Michelagniolo_ presente, di sua proprii danari pagarli ducati semila
d'oro di Camera ogni mese per errata, doppo il pagamento fattogli per il
reverendissimo cardinale de' Pucci.

Item a pregiera, requisizione et instanzia di detti reverendissimi
Cardinali, reverendo messer Bartolomeo Doria mercante genovese per il
detto reverendissimo cardinale Agenna, e Bernardo Bini per il
reverendissimo cardinale de' Pucci _respective_ promissono a detto
_Michelagniolo_ detta somma, come di sopra da pagarsi, obligandosi come
principali in forma Camera con guramento e altre clausole consuete.

E detti promessono a' detti mercatanti conservargli senza danno.


  [580]  di mano di Michelangiolo.




  ARCHIVIO COMUNALE DI CARRARA.      Carrara, 1 di novembre 1516.

XVIII.

Francesco Pelliccia _fa quietanza di cento scudi avuti da_ Michelangelo
_per cavare quattro figure_.[581]


_Francesco_ che fu di _Giovannandrea de Pelliccia_ da Bargana existente
et personalmente constituito dinanci a me notario infrascripto non per
fortia, inganno o paura, overo per alcuna altra machinatione
circonvenuto, ma di sua spontanea volunt et certa scientia di animo, et
non per alcuno errore di ragione o di facto, per questo presente publico
istrumento, et con ogni altro melior modo, via, ragione et forma, con li
quali lui meglio ha potuto et pu, per s et soi heredi, ha confessato
et publicamente ha dichiarato lui avere hauto et ricevuto realmente et
interamente dallo excellente homo maestro _Michelagnolo_, figliolo di
_Ludovico Bonarota_, sculptore et ciptadino fiorentino, presente
stipulante per s et soi heredi, ducati cento d'oro in oro larghi di
buono et iusto peso. De li quali dicto _Francesco_ ne ebbe ducati 20
d'oro inanci alla celebratione del presente instrumento, s come el si
dice constare per una scriptura privata scripta per mano di _Sanctino_,
figliuolo di dicto _Francesco_, la quale il prefato maestro
_Michelagnolo_ rese et restitu al dicto _Francesco_ l presente, _ita_
che da qui inanci sia cessa et cancellata: et il resto et compimento de'
dicti ducati cento, _videlicet_ ducati 80, il prefato maestro
_Michelagnolo_ di, pag numer et exburs in tanto oro in questo
medesimo loco, presenti et videnti me notaro et testimoni infrascritti:
de li quali ducati cento pagati in quel modo et forma che di sopra,
dicto _Francesco_ si chiam ben pagato tacito et contento, renuntiando
lui alla exceptione del non havere hauto et riceuto dal prefato maestro
_Michelagnolo_ dicti ducati cento in quel modo et forma che di sopra. --
Li quali ducati cento sono per arra et principio di pagamento di figure
4 di marmo, di altezza per ciascuna, braccia 4 e mez., et per ogni verso
della sua largheza brac. 2 et uno terzo, cos etiandio per ogni verso
della sua grosseza brac. 2 et un terzo egualmente, abozando dicte figure
quanto si conviene in quella parte che a dicto maestro _Michelagnolo_
parr; apregiata ciascheduna de dicte figure fra epse parte di comune
concordia, ducati 18 d'oro in oro. Item et figure 15 di alteza per
ciascuna brac. 4 et un quarto, et larghe et grosse secondo richiedono le
loro proportioni; apregiata ciascheduna de dicte figure fra epse parte
di comune concordia ducati 18 d'oro in oro. Le quali figure 4 e le 15,
come di sopra, dicto _Francesco_ ha promisso per s et soi heredi al
prefato maestro _Michelagnolo_, stipulante _ut supra_, remossa ogni
exceptione di rasone et di facto, di farle del pi bello et del pi
bianco marmoro della sua cava che sia vivo, bianco et necto di vene et
di peli et senza macula nissuna, simile al saggio lui port al dicto
maestro _Michelagnolo_, alla misura et precio che di sopra  dicto et
dichiarato, abozandole _ut supra_. Et de ogni due mesi in ogni due mesi,
incominciando adesso, consignare fatte al prefato maestro _Michelagnolo_
in nel canale existente a pi de dicta cava una de dicte figure 4 di
alteza brac. 4 e mezo _ut supra_, et 3 delle dicte figure 15 di alteza
brac. 4 et un quarto _ut supra_, cos seguitando et consegnando di due
mesi in due mesi _ut supra_, per insino alla fine del numero de dicte
figure.

Le quali cose tutte et singule supradicte promesse il prenominato
_Francesco_ al prefato maestro _Michelangelo_ stipulante _ut supra_
attendere, etc. sotto pena del doppio di tutto quello si havesse ad
agitare. La quale pena paghata o no, rate et ferme tutte le cose
sopradicte sempre siano et perdurino.

Actum Carrarie in domo dicti _Francisci_ posita burgo Carrarie ab imo
platee Comunis, in qua prefatus magister _Michelangelus_ ad presens
habitat, presentibus etc.

Die VII aprilis 1517. De voluntate, presentia et auctoritate prefati
magistri _Michaeliangeli_ et dicti _Francisci_ cassum et cancellatum
fuit suprascriptum instrumentum per me notarium infrascriptum eo quia
comuni concordia dictus magister _Michelangelus_ fuit confessus habuisse
a dicto _Francisco_, ac sibi restitutos fuisse supradictos ducatos 100,
videlicet 60 ante presentem cassationem etc.


  [581] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit., dai Rogiti di ser
  Calvano Parlontiotto.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Carrara, 18 di novembre 1516.

XIX.

Bartolommeo di Giampaolo _detto_ Mancino _da Carrara si obbliga di
cavare marmi per_ Michelangelo _nella cava del Polvaccio_.[582]


Sia noto come oggi questo d diciotto di novembre mille cinque cento
sedici, _Bartolomeo_ decto _Mancino_, figliolo di _Giampagolo di
Cagione_ da Torano,  venduto a me _Michelagnolo_, scultore fiorentino,
pezzi tre di marmo bianchi e begli, i quali lui  cavato al presente al
Polvaccio nella sua cava; e el maggiore pezzo  lungo circa braccia
cinque e grosso circa a tre e dua e mezo per ogni verso. Gli altri dua
sono circa quatro carrate l'uno, pur bianchi e netti, e lungi l'uno
braccia quatro e largo braccia circa tre, e grosso circa un braccio o
vero dua palmi: e questo  spicato dal pezo grosso sopraditto. L'altro 
braccia tre e mezo e per ogni verso di grosseza circa dua o vero uno e
mezo, per ducati dodici; e' quali io _Michelagniolo_ sopra detto gli 
pagati oggi questo d sopra detto, e lui, cio el detto _Mancino_,
confessa avergli ricievuti e dicie si chiama contento. Ancora confessa
il detto _Mancino_ avere ricievuti da me _Michelagniolo_, oltre a'
dodici ducati sopra detti, ducati venti d'oro largi, e' quali io ne lo
servo perch lui si metta a cavare nella sopra detta cava del Polvaccio
dove lui  cavati e' pezi detti che io  comprati, e mandi gi una certa
pietra grande che lui  scoperta, nella quale per quello che si vede di
fuora  grossezza di braccia quatro e per largeza el simile e per
lungeza braccia otto e dieci. E non si mettendo a cavare la detta pietra
infra un mese, s'obriga el detto _Mancino_ restituirmi e' venti ducati
che io gli  dati oggi questo d detto, ci (__) non cavando la detta
pietra; e cavandola, io gli prometto trne una certa quantit, sendovi
le mie misure, e sendo begli: e non sendo cos, s'intenda che io debba
trne tanti marmi a mia scielta per iusto prezo, che io mi pagi de'
venti ducati che lui  ricievuti. E perch nelle sopra dette pietre che
io  comprate si vede qualche pelo, il detto _Mancino_ promette, quando
mi facessino danno, soddisfarmi negli altri marmi che e' mi vender.
Ancora perch e' detti tre pezi che io  comprati sono in sul ravaneto
della sua cava detta, lui, il detto _Mancino_, s'obriga mandargli gi
nel canale e sodisfarmi, se lui gli rompessi mandandogli gi, o vero
mandando gi gli altri marmi che lui caver. Ancora promette quando
m'accadessi per bozare mia pietre, prestarmi pali, martelli, e altre
cose necessarie. E per fede del vero, perch el detto _Mancino_ non sa
scrivere, far scrivere in suo nome qui di sotto maestro _Domenicho_,
scultore fiorentino,[583] come lui  ricievuti e' sopra detti danari, e
come accietta ci che in questa  scritto, present'e' testimoni che si
sotto scriveranno. Ancora il detto _Mancino_ s'obriga non dare a altri
de' marmi che lui caver facendo per me.

Io maestro _Domenicho_ di _Sandro_, fiorentino ischultore, a pregiera di
_Mancino_ sopra detto, perch no sa iscrivere, in suo nome afermo quanto
di sopra si contiene e come testimone afermo come di sopra  detto.

E io _Stefano_ di _Giovambatista Ghuerrazi_[584] come testimonio schrivo
questo verso a quanto di sopra  detto.

Sia noto come el _Mancino_ da Torano detto, oltre a tre pezzi di marmo
che io _Michelagniolo_ confesso in questa avere ricievuti dallui o vero
lui avermi consegniati, e i'  pagati come apariscie per questa.


  [582]  di mano di Michelangelo.

  [583] Fancelli.

  [584] Era da Pisa e fu discepolo di maestro Domenico, il quale lo
  condusse seco, allorch and a lavorare in Spagna, e morendo col
  lo fece erede di tutte le masserizie dell'arte sua.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Carrara, 3 di gennaio 1517.

XX.

Iacopo _di_ Piero _da Torano e_ Antonio _d_'Iacopo _da Puliga si
convengono con_ Michelangelo _di cavargli de' marmi al Polvaccio_.[585]


Sia noto come io _Michelagniolo_, scultore fiorentino,  allogato oggi
questo d tre di gennaio mille cinque cento sedici a _Iacopo_ di _Piero_
di _Gildo_ da Torano e _Antonio_ di _Iacopo_ da Puliga figure quatro,
cio quatro pezi di marmo, alti l'uno braccia quatro e un quarto e
bozati col picone in que' modi che io dar loro le misure, in modo che
l'uno sar carrate quatro: e obrigansi i detti, cio _Iacopo_ e
_Antonio_, cavargli nella loro cava al Polvaccio d'una certa sorte marmi
che e' v'nno, che  simile a un pezo di tre carrate che e' ne cavorno a
maestro _Domenico_ fiorentino, el quale  in sulla piaza de' Porci: e
obrigansi darmi el pezo posto in sulla piaza de' Porci, per iscudi
dieci; e obrigansi non attendere a altro che servirmi de' detti pezi.
Ancora s'obrigano, volendo io una quantit di marmi, non potere lavorare
per altri che per me per gusto prezo, tanto che io sia servito: e del
prezo delle sopra ditte pietre io _Michelagniolo_ do loro ogi questo d
detto scudi sedici: e cos loro confessono avere ricievuti. E per fede
del vero si sottoscriveranno di loro propria mano. E perch loro non
sanno scrivere, fanno scrivere per loro a maestro _Domenico_, scultore
fiorentino.

Io _Domenicho_ di _Sandro_ fiorentino perch e' sopra detti (_dissero_)
no sapere iscrivere, iscrivo per loro e sono testimone chome si contiene
in questa ne la verit.

Io _Raffaello_ di _Nichol_[586] fiorentino fo fede chome testimonio, fo
fede chome ci che si chontene in questa  la verit.


  [585] Anche questo  di mano di Michelangelo.

  [586] Raffaello di Niccol di Lorenzo Mazzocchi, matricolato
  all'Arte de' maestri di pietra. Le sue memorie vanno fino al 1525.




  ARCHIVIO COMUNALE DI CARRARA.      Carrara,    di febbraio 1517.

XXI.

_Libello di_ Michelangelo _contro_ Iacopo _da_ Torano _e_ Antonio _da_
Puliga _scarpellini, che si erano obbligati a cavar marmi per lui_.[587]


           Coram vobis spectabili domino Vicario Carrarie,
                   vestroque officio et curia etc.

Constitutus in iure et coram vobis prefato domino Vicario pro tribunali
sedente etc. _Michaelangelus_ olim _Ludovici Bonerote_, civis florentini
et Sedis Apostolice archimagister, sculptor, qui suo proprio et privato
nomine pro declaratione et iustificatione iurium suorum, dicit, narrat
et esponit, qualiter de anno presenti 1516, secundum cursum et
consuetudinem civitatis Florentie, et 1517, secundum cursum et
consuetudinem Lunigiane, sub die tertia ianuarii proxime preteriti ad
eius instantiam, petitionem et requisitionem _Iacobus_ olim _Petri
Guidi_ de Torano et _Antonius_ olim _Iacobi_ de Pulega, habitatores
Torani, promiserunt et simul se obligaverunt effodere, abbozzare et
piconizare eidem archimagistro _Michaelangelo_ quatuor lapides
carratarum quatuor pro singulo lapide, marmoris eorum cavee sue effodine
_del Polvaccio_, pertinentia Torani, pro conficiendis seu sculpendis
quatuor figuris; modis, formis, mensuris et pro pretio contentis, et que
continentur in quadam appodixia sive scriptura privata facta scripta et
notata manu propria prefati archimagistri sculptoris, et subscripta
duobus testibus fidedignis contentis et subscriptis in eadem appodixia.
Quam quidem appodixiam idem archimagister pro liquidatione predictorum
et infrascriptorum iurium suorum exhibet et producit coram vobis domino
Vicario pro tribunali sedente etc.

Item dicit narrat et exponit idem archimagister _Michaelangelus_
qualiter dicti _Iacobus_ et _Antonius_ se simul obligaverunt et
promiserunt nil aliud facere, operari aut laborare in dicta eorum cavea
seu effodina marmoris aut alibi, donec et quousque ipsi non effodissent,
piconizassent et conduxissent predictos quatuor lapides sub platea
Porcorum Carrarie, modis, formis, mensuris et pro pretio contentis in
eadem appodixia seu scriptura privata scripta et subscripta, exhibita et
producta, ut supra.

Item dicit, narrat, et exponit idem archimagister qualiter nomine arre
et pro principio solutionis pretii dictorum quatuor lapidum, idem
_Michaelangelus_ archimagister dedit, numeravit et exbursavit realiter
et cum effectu eisdem _Iacobo_ et _Antonio_ scutos sexdecim auri a Sole,
prout constat et clarissime apparet ex predicta appodisia seu scriptura
privata.

Item dicit, narrat, et exponit idem archimagister _Michelangelus_,
qualiter predicti _Iacobus_ et _Antonius_ neglexerunt, prout modo
negligunt, velle observare et manutenere pacta et conventiones factas
inter prefatum archimagistrum et ipsos contra omne ius et iustitiam et
contra bones mores et in maximum damnum, detrimentum, perditam et
preiuditium ipsius archimagistri, qui culpa, deffectu, et negligentia
predictorum _Iacobi_ et _Antonii_ hucusque damnificatus est in ducatis
ducentis auri latis et plus, occaxione eius temporis ammissi, et pro
aliis extraordinariis expensis per ipsum factis eorum culpa et deffectu;
et eo maxime, quia si dicti _Iacobus_ et _Antonius_ uti voluissent ea
sollicitudine qua debuissent et potuissent, effodissent piconizassent et
conduxissent sub predicta platea Porcorum, dictos quatuor lapides intra
bimestrem seu intra duos menses ad plus, prout probabitur et expediet:
quod fuit et est in maximum damnum et preiudicium ipsius archimagistri
_Michaelangeli_, et contra pacta et conventiones contentas in dicta
appodixia seu scriptura privata et successive contra seriem, formam et
tenorem Statutorum curie vestre de huiusmodi materia loquentium: que
statuta idem archimagister allegat et producit in parte et partibus etc.

Idcirco ne de predictis dicti _Iacobus_ et _Antonius_ ullo unquam
tempore valeant ignorantiam aut aliam excusationem allegare, eo quod non
fuerit eis aut alteri eorum intimatum, notificatum et protestatum; idem
archimagister _Michelangelus_ omni meliori modo, via, iure et forma etc.
in hiis scriptis solemniter protestatus fuit et protestatur contra
dictos _Iacobum Petri Guidi_ et _Antonium Iacobi_ citatos per numptium
publicum curie vestre, prout retulit et refert, videlicet contra dictum
_Iacobum Petri Guidi_ citatum personaliter et dictum _Antonium Iacobi_
citatum per proclama et ad domum, secundum formam preallegatorum
Statutorum vestrorum loquentium de citatione absentis fiende: et
protestatur contra ipsos et quemlibet eorum de omnibus eius damnis
expensis et interesse quomodocunque et qualitercunque passis et in
futurum patiendis tam in iuditio quam extra, occasione predicta, et de
temporis sui ammissione, et de inobservatione predicte appodixie seu
scripture private et non tantum dicto modo, sed etiam omni alio meliori
modo etc.


  [587] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Carrara, 7 di febbraio 1517.

XXII.

_Confessione e quitanza fatta da_ Michelangelo _a_ Bartolommeo _detto_
Mancino _per marmi avuti da lui_.[588]


Sia noto come add diciotto di novembre mille cinquecento diciassette,
_Bartolomeo_ detto _Mancino_, figliolo di _Giampagolo_ di _Cagione_ da
Torano, a me _Michelagniolo_, scultore fiorentino, vend e consegni in
sul ravaneto della sua cava al Polvaccio pezzi tre di marmo: l'uno lungo
braccia circa cinque e circa dua e mezo per insino in tre grosso per
ogni verso; l'altro spicato da questo sopra detto della medesima
lunghezza e largheza, salvo che per grosseza non  pi che un braccio o
dua palmi nel manco; l'altro  braccia tre e mezzo lungo e la grosseza
per ogni verso circa braccia dua o vero uno e mezo; e detti tre prezzi
mi dtte per ducati dodici d'oro largi: tre gniene avevo dati inanzi,
perch'egli cavassi e' detti pezi, e poi cavati, gli dtti el resto per
insino in dodici; e prestai el medesimo d al detto _Mancino_, oltre a'
dodici ducati detti, ducati venti d'oro largi, perch lui mandassi gi,
overo cavassi certi altri pezi di marmo; con questa conditione, che
cavandogli e mi piacessino, io ne dovessi trre a mia scielta tanti che
io mi pagassi de' venti ducati e quel pi che mi parea. Ora il detto
_Mancino_  finito di cavare e mandar gi oggi questo d sette di
febraio i detti pezi, cio  cavato e mandato gi appi del suo ravaneto
questo d detto di febraio di nuovo pezi quatro di marmo: l'uno  lungo
braccia circa sei e largo braccia dua e mezo, e grosso circa dua;
l'altro  lungo circa cinque braccia, e poco manco che dua per ogni
verso; l'altro  una lapida grossa un braccio e quarto, e larga circa
tre, e lunga quatro; l'altro  un ciottolo circa tre braccia lungo, e
dua per ogni verso: che sarebono questi quatro pezzi co' tre comperati
inanzi sopra scritti, pezzi sette. Ma perch nel venire gi uno di
questi  rotto uno di quegli comperati e pagati di sopra e fattone dua,
vengono a essere otto pezi. E di questi quatro ultimi pezzi che gli 
mandati gi ora del detto mese di febraio, del prezo loro il detto
_Mancino_ l' rimessa in _Baldassarre_ di _Cagione_ e in maestro
_Domenicho_, scultore fiorentino, e nno gudicato che io gli debba dare,
oltre a' venti ducati che io gli prestai, ducati quatro; che cos sono
ben pagati; e cos gli  dati e' detti quatro ducati: che viene avere
avuto in tutto ducati trenta sei in pi volte, come  detto, de' detti
otto pezzi di marmo, e chiamasi contento e sodisfatto da me per insino a
questo d detto, e confessa avere ricevuti e' detti danari. E detti
pezzi di marmo m' consegniati a pi del suo ravaneto e segniati col mio
segnio, (_e_) mi chiamo contento e sodisfatto da lui per insino a questo
d. E perch el detto _Mancino_ dice non sapere scrivere, _Baldassarre_
e maestro _Domenico_ ditti che nno gudicato, per fede della verit si
sotto scriveranno in questa pel detto _Mancino_.[589]


  [588]  di mano di Michelangelo.

  [589] Mancano le sottoscrizioni.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Carrara, 7 di febbraio 1517.

XXIII.

_Convenzione di_ Michelangelo _con_ Lionardo _detto_ Cagione _da Carrara
per cavare marmi_.[590]


Sia noto come _Lionardo_ detto _Cagione_, d'_Andrea_ di _Cagione_ da
Carrara,  cavato una pietra nella sua cava a me _Michelangiolo_,
scultore fiorentino, nella quale s'obriga bozzare, secondo le misure che
io gli dar, una figura di braccia quattro e un quarto o vero di braccia
quatro e mezo, la quale sar carrate quatro: e obrigasi darmela posta in
sulla piaza de' Porci di Carrara a tutte sue spese per iscudi dieci; e
obrigasi darmela nel detto luogo infra quindici d, cominciando oggi
questo d sette di febraio mille cinquecento diciassette. E io
_Michelagniolo_ detto gli do oggi questo d detto della detta pietra e
dieci scudi di contanti, e 'l detto _Cagione_ se ne chiama pagato e
contento, come in questa si sotto scriverr di sua propria mano.

Ancora io _Michelagniolo_ gli do, oltre a dieci scudi della sopra detta
pietra, cinque altri scudi, acci che lui sguiti di cavare nel medesimo
luogo, e cavando pietre belle a mia misura, non le possa dare a altri
che a me per giusto prezo: e non cavando, m'abi a sodisfare de' cinque
scudi di tanti marmi a mia scielta. E per fede di ci, come  detto, lui
in questa si sotto scriver di sua mano.

Io _Lunardo_ deto _Chasone_ chomfeso avere receuti e' soprascritti
danari e obrigomi a quanto in questa si chontiene: e per fede di ci mi
sono sotoscrito di mia mano in questo d soprascrito.

E pi  receuti oze in questo d venti uno di febraio 1517 schudi cinque
dal dito _Michele Angelo_ per farli una altra figura de la soprascrita
mesura e porla in lo soprascrito locho per lo soprascrito precio.


  [590]  di mano di Michelangelo.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Carrara, 12 di febbraio 1517.

XXIV.

_Compagnia tra_ Michelangelo _e_ Lionardo _di_ Cagione _in una cava di
marmi_.[591]


Sia noto come avend'io a fare per comessione di papa Leone Decimo,
fiorentino, una quantit di marmi per la faccia di San Lorenzo di
Firenze, e trovandomi a Carrara per altri mia lavori e per questo, e
cercando io _Michelagniolo_, scultore fiorentino, de' detti marmi, e
avendomi mostro _Lionardo_, detto _Cagione_, d'_Andrea_ di _Cagione_ da
Carrara, una sua cava antica dove si potrebe fare grande aviamento; m'
parso da farvelo per cavare tutti marmi. E avendo il detto _Cagione_
caro far meco compagnia nella detta cava e io seco, ci sino acordati
oggi questo d dodici di febraio mille cinque cento diciassette, e
abino fatto compagnia insieme; intendendosi stare a meza la spesa e a
meza l'utilit, tenendo io tanti uomini a lavorare per me, quanti il
detto _Cagione_ ne terr lui per s nella detta cava; e promettesi l'uno
all'altro avere a durare la detta compagnia, tanto che io sia fornito di
tutti e' marmi che io  di bisognio per l'opere sopra ditte; non
acadendo o morte di Papa o d'altri o guerre, o mia infermit o cose che
dieno noia, e riuscendo e' marmi begli e recipienti alle cose che  da
fare. E' prezzi che noi pognino alle pietre saranno scritti qui di
sotto. E _Cagione_ sopra scritto, come d'acordo abbino fatto i detti
prezzi e come  contento della detta compagnia, per fede della verit in
questa si sotoscriverr di sua mano propria.

E' prezzi de' marmi: un pezo di carrata, scudi dua; un pezzo di dua
carrate, scudi quatro; un pezzo di tre carrate per insino in quatro,
scudi dua e mezo la carrata, e da quatro per insino in sei carrate,
scudi tre la carrata, e da sei per insino in otto carrate, scudi quatro
la carrata, e da otto per insino in dieci carrate, scudi quatro e mezzo
la carrata, e da dieci carrate per insino in dodici, scudi cinque la
carrata. E intendesi tutti e' detti pezi di marmo delle dette carrate
col detto prezzo s'abbino a porre in barca: e se altrove gli volessi, se
ne abbia a levare la spesa che vi sare' di manco. E cos sino d'acordo.
E acadendo per sorte qualche sinistro o qualche dificult non pensata o
nel cavare o nel condurre e' detti marmi o in altro che s'apartenga alla
detta compagnia, ci promettiamo l'uno all'altro usare di ci quella
discrezione che sar conveniente.

E ancora s'intende come  detto, riuscendo e' marmi al mio proposito,
abbia a seguitare la compagnia come di sopra  scritto, tanto che io sia
servito de' marmi che  di bisognio pei sopradetti lavori, e che in
questo tempo, non noiando e' mia lavori, si possa servire ancora altri
di quelle pietre che non fanno per me; e quando e' marmi della sopra
detta cava non riuscissino begli come e' mostrano avere a riuscire e che
e' non sodisfacessino, io debba e possa de' mia danari spesi in ci,
pigliarmene marmi e uscirmi della compagnia, parendomi.

E la sopra scritta compagnia s'intende che abbia a essere di tre
compagni, ci  el sopra scritto _Cagione_, e io _Michelagniolo_ detto e
l'altro, _Giandomenico_ di _Marchi_ di _Maragio_ da Carrara, partendo
per terzo la spesa e l'utilit, con le conditione sopra scritte.

Io _Lunardo_ dito _Chasone_ mi chomtento e afermo la sopra dita
chompagia chom lo dito _Michelangelo_ chom tute le chomdecione e precie
sopraditi; e chos'io mi sono sopra scrito di mia mano propria.


  [591] Anche questo  di mano di Michelangelo.




  ARCHIVIO COMUNALE DI CARRARA.      Carrara, 6 di marzo 1517.

XXV.

_Confessione di_ Matteo di Cuccarello _e_ Lazarino _di_ Pietro _di_
Bellone _di denari ricevuti da_ Michelangelo _per marmi da cavare_.[592]


                 In nom. etc. Die VI martii 1517.

_Matheo_ gi di _Michele Cuccarello_, _Lazarino_ gi di _Pietro_ di
_Bellone_ etc. etc. tutti da Berzola, villa di Carrara, constituiti
dinanti a me notaro et testimoni infrascritti, hanno confessato et
publicamente hanno declarato haver hauto dallo excellente homo maestro
_Michel Angelo_ di _Lodovico Bonarota_ presente scudi 20 d'oro buoni, li
quali il prefato maestro _Michel Angelo_ di, pag etc. Et sono per arra
di colunne 2 di marmo, le quali li prenominati promettono et per solemne
stipulatione si convengono, obligandosi al prefato maestro _Michel
Angelo_ stipulante, _ut supra_, di farle del marmoro della loro cava
posta nella alpe di Carrara in loco dicto a Rozeto apresso le sue
confine: et facte, ad esso maestro _Michel Angelo_, o a chi sar per
lui, consignarle, poste in barca ad ogni loro expesa, per di qui a tutto
il mese di giugno proximo hae a venire, per precio di scudi 40 d'oro
buoni et de iusto peso per ciascheduna di epsa colunna, dichiarando che
ciascuna di epsa sia et deba essere de alteza _sive_ lungheza brac. 10,
et alla misura che esso maestro _Michel Angelo_ ha loro data, et di
grosseza da pi di dicta colunna braccia 1 e un terzo di braccio, senza
lo regolino che va da pi di decta colunna, quale abia ad essere di
misura una onza incirca. Et sia ancora et deba essere ciascuna di esse
colonne senza alcuni peli et di quella medesima biancheza di marmo che
ha quello marmoro che  posto da imo _sive_ da pi di dicta cava.

Per tutte le quali cose et singule, fermamente da essere attese et
adempite, _ut sopra_, li prenominati hanno obligato etc. -- Costituendosi
loro per ciascuno insolido al prefato maestro _Michel Angelo_
stipulante, etc. observare tutte le cose predicte a Carrara, a Roma, a
Firenze, a Lucca, a Pisa, et generalmente, purch la generalit non
deroghi alla specialit et _ converso_, in ciascuna altra parte del
mondo etc. Sottoponendosi per insino adesso ad ogni iurisdictione,
compulsione, ragione et censura di tutti li Magistrati et Corte cos
eclesiastiche come seculari etc. etc.

  Actum Carrarie in domo mei not. etc.


  [592] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit.




  ARCHIVIO COMUNALE DI CARRARA.      Carrara, 14 di marzo 1517.

XXVI.

Lionardo _di_ Cagione _si obbliga di cavar marmi per_ Michelangelo.[593]


                    In nom. etc. Die XIV martii 1517.

_Lunardo_ dicto _Cagione_ z di _Andrea_ di _Cagione_ da Torano,
constituito dinanti di me notaro et testimonii infrascripti, ha
confessato haver hauto dallo excellente homo maestro _Michele Angelo_ di
_Lodovico Bonarota_ presente, scudi 50 d'oro, in tanto oro. -- Li quali
scudi 50 sono per arra di carrate 100 di marmo di 25 centinaia per
carrata, le quali dicto _Lunardo_ per s ha promesso farle del marmo
della cava sua alla Sponda, alla misura che dicto maestro _Michel
Angelo_ li dar, per di qui ad uno anno proximo hae a venire, in due
volte, cio carrate 50, per di qui a tutto il mese di septembre, per
insino alla fine di dicto anno lo resto di dicte carrate 100, cio
carrate 50: et cos facte in nelli lor termini _ut supra_ al prefato
maestro _Michele Angelo_, o a chi per lui ser, consignarle poste in
barca ad ogni expesa di esso _Lunardo_ per li precii infrascripti, cio
per scudi 2 d'oro, buoni et di iusto peso per ciascuna carrata di marmo;
et di ogni pezo di marmo di 2 carrate, scudi 4; et di ogni pezo di
carrate 3 per in sino in 4, scudi 2 et mezo per ciascuna carrata; et di
ogni pezo di carrate 5 per insino in 6, scudi 3 per ciascuna carrata; et
di ogni pezo di carrate 7, scudi 3 et mezo per ciascuna carrata; et di
ogni pezo di carrate 8, scudi 4 per ciascuna carrata; et de ogni pezo di
carrate 9, per insino a 10, scudi 4 et mezo per ciascuna carrata:
dichiarando che dicte carrate 100 siano et debino essere di marmo
biancho et senza peli alcuni; et quando pur havessino alcune vene, ma
non molte, si debano intendere essere idonee; risalvando le figure
infrascripte, le quali siano et debano essere di marmo bianco senza
peli, simile a quello che gi pi giorni fa esso maestro _Michel Angelo_
hebbe da dicto _Lunardo_. -- Item dicto _Lunardo_ per pacto expresso si 
convenuto et ha promisso al prefato maestro _Michel Angelo_, de dicte
carrate 100 farli figure 2 di marmo buono et senza peli, vene et machie
alcune, _ut supra_, et che ciascuna di esse figure sia di alteza braccia
5 per insino in 6, et del resto secondo le misure che il prefato maestro
_Michel Angelo_ gli dar; et figure 4 di marmo bianco, per ciascuna di
alteza braccia 4 e un quarto, et di largheza et grosezza, secondo le
misure che dicto maestro _Michel Angelo_ gli dar. Item che quando che
di dicte carrate 100 ci fusse una pietra o due senza peli alcuni, apte a
fare una colunna o due, di alteza per ciascuna colunna braccia 10, dicto
_Lunardo_ promette a esso maestro _Michel Angelo_ di far le dicte alteze
et secondo le misure et per quello medesimo precio per ciascuna colunna:
della quale misura et precio esso maestro _Michel Angelo_ s' convenuto
col _Cucarello_, _Lazarino_ de _Bellone_ per vigore d'uno contracto
rogato per mano di me notaro infrascripto il 6 marzo, mese presente. --
Et non essendovi pietra per fare dicte colunne, dicto _Lunardo_ non sia
obligato alle dicte colunne: con questo aggiunto, che dicto _Lunardo_
non possi fare n far fare ad altre persone marmi alcuni di dicta cava o
fuora, ma al bene continovamente perseverare in dicto lavoro persino a
tanto che dicto lavoro non sia portato alli termini suoi.

Le quali cose tutte etc.

_Preterea_  stato facto et convenuto fra epse parte per pacto expresso
con solenne stipulazione _hinc inde_ interveniente, che quando che li
padroni del prefato maestro _Michele Angelo_, li quali gli fanno fare
dicto lavoro, per guerre non volessino che l'opera di dicto lavoro
seguitasse et andasse inanci, o per morte loro o per alcuna altra causa,
dicta opera et lavoro restasse che non andasse pi avanti; allora et in
quel caso dicto maestro _Michel Angelo_ sia tenuto et obligato pigliare
da dicto _Lunardo_ almanco tanti de' dicti marmi per la somma de' dicti
scudi 50.

Per tutte le quali cose etc.

Actum Carrarie in domo mei notarii infrascripti, presentibus magistro
_Domenico Alexandri_ de Septignano districtus Florentie etc.


  [593] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Carrara, 17 d'aprile 1517.

XXVII.

_Alcuni scarpellini Carraresi Promettono a_ Michelangelo _di cavargli
marmi_.[594]


In nomine Domini, Amen. Ne l'anno de la Nativit del nostro Signore Iesu
Christo del mille cinquecento dicesette, inditione quinta, secundo il
corso e consuetudine de' notari di Lunisana, a d dicessette del mese di
aprile, la excelentia et sublimit de lo archimaestro sculptore de la
Sedia Apostolica, _Michelangelo_ di _Ludovico Bonarota_, citadino
fiorentino, da una parte; et _Francesco_ gi di _Iacopo_ di _Vanello_ da
Torano, et _Bartholomeo_ di _Michel_ dal _Bardino_ abitante a Torano,
compagni, insieme et in solido per loro e suoi heredi da l'altra parte;
per il qual _Bartholomeo_, perch  figliol di famiglia, a pi abondante
cautella, dicto _Francesco_ promette de rato sotto la obligatione de
tutti e' suoi beni, constituendosi epso _Francesco_ principale obligato
per dicto _Bartholomeo_, renumptiando in forma etc. Et anbe le predicte
parte sono venute a li infrascripti pacti e convenctione tra loro. Et
prima dicti compagni nominati di sopra, insieme et in solido hanno
promesso et in questo publico instrumento solemnemente si sono obligati
di dare e consignare al prefato archimaestro _Michelangelo_ qui
presente, stipulante, recipiente et acceptante per s et per li suoi
heredi et successori, carate cinquanta di marmore de la cava d'il
Papello dal Prado posto a la Mandria pertimentia de Torano, al precio e
misure che si contengono in dui altri contracti di conducta de marmori
facti per il prefato archimaestro cum _Leonardo_ di _Andrea_ di
_Casone_, et _Bartholomeo_ dicto il _Mancino_ di _Zampaulo_ di _Casone_
da Torano e loro compagni, et rogati per ser Galvano di ser Nicola,
notario Carrarese publico et autentico: qual precio et misure contente
in dicti contracti, epso _Francesco_ et _Bartholomeo_ compagni acceptano
e riconfermano per il presente instrumento, s come in questo medemo
instrumento fusseno specificati, nominati e posti, perch hanno hauto
noticia de' precii e misure antedicte contente in epsi cuntracti; con
special pacto inhito, facto, expresso fra ambe le dicte parte qui
presente e l'una con l'altra insieme stipulante et acceptante, che li
dicti _Francesco_ e _Bartholomeo_ compagni, come di sopra, siano tenuti
et obligati et coss epsi promettano et se obligano di dare e realmente
consignare al prefato archimaestro _Michelangelo_ qui presente,
stipulante, dicte carate cinquanta di marmore, nel modo, forma et
termine qui di sotto expresso, carate vinti cinque e pi, se pi si
potr, caricate in barcha a la piaggia de Lavenza a le proprie spese de
ambi dicti compagni, al precio et misure antedicte, dal tempo presente
sino a kalende di novembre proximo a venire, e pi presto e inanti al
dicto termine, se pi presto e inanti si potr. Et il resto de le
cinquanta carate di marmore, dicti compagni promettano e si obligano in
forma di darle e consignare caricate in barca a loro proprie spese, come
di sopra, al prefato archimaestro, a kalende di maggio che seguir di
poi d'il 1518 e pi presto, se pi presto si potr, a li precii e misure
antedicte: promectendo dicto _Francesco_ e _Bartholomeo_ compagni,
obligandosi solemnemente insieme et in solido sotto la pena infrascripta
al prefato archimaestro presente et stipulante, come di sopra, di cavare
e lavorare continuamente dicti marmori, solamente ad instantia di epso
archimaestro, sino al compimento de le cinquanta carrate dicte di sopra,
rimosso ogni causa et exceptione che si potesse opponere; excetto che,
se per caso evenisse ch'el prefato archimaestro per la Beatitudine del
pastore apostolico, Summo Pontefice, o per qualunque altro principale
fusse revocato da la impresa, et che il lavoro ordinato non procedesse;
in tal caso epso archimaestro promette pigliar solamente ogni quantit
di marmi che havessino in quel punto cavati dicti compagni ad instantia
di epso, ultra al denaro che havessero hauto, pur che siano a la misura
dicta di sopra e sensa alcuno difecto: con special pacto anchora inhito
e facto fra ambe le dicte parte, che 'l prefato archimaestro
_Michelangelo_ sia tenuto et obligato soccorrere dicti compagni de
denari di poco in poco, secundo il lavoro che faranno. E gi per arra e
per principio di pagamento de' dicti marmori epso archimaestro ha dato,
numerato et exborsato a li dicti _Francesco_ e _Bartholomeo_ compagni
qui presenti, et confessati di havere hauto et effectualmente riceuto da
epso a la presentia di me notario et de li testimoni infrascripti, scudi
vinti de oro in oro dal Sole; renunptiando epsi compagni a la exceptione
di non havere hauto e riceuto dicta quantit de denari: _et cetera_.

(_Omissis aliis._)

Facto in Carrara, sottoposta a la diocesi di Luni, in casa di me notario
antedicto et infrascripto, presenti _Matteo_ di _Cucharello_ da Berzola
e _Francesco_ di _Ton_ di _Guido_ da Torano et _Antonio_ di _Matt_ da
Monzone habitante a Gragnana, ville di Carrara, testimoni etc.

Ego Leonardus Lombardellus, etc. notarius, etc. Carrariensis, etc.
interfui, eaque rogatus scribere, scripsi etc.


  [594]  originale.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Carrara, 19 di giugno 1517.

XXVIII.

_Confessione di alcuni scarpellini di aver ricevuto danari da_
Michelangelo _per conto di marmi_.


                        A d 19 di giugno 1517.

Sia noto e manifesto, come in questo d sopradetto _Piero Urbano de
Anniballe_ da Pistoia, garzone di maistro _Michelle Anzollo Simoni_ di
Fiorentia, scultore al presente in Carrara, d e esborsa in denari
contanti, zo scudi dodexe d'oro in oro, e li quali scudi d a _Mateo_
dito _Cucarello_ e al _Manzino_ di _Zanpaulo_ da Torano e _Betto_ di
_Iachopone_ di _Nardo_; intendendo che cescaduno di loro hane auto scudi
quatro per conto de lavore che (__) alogato maistro _Michelanzollo_
sopraditto, come n' contrato per mane di ser Galvano di ser Nicolao,
presente prete Antonio di Piero del Mastro e Antonio dito Sarto da
Compiano; e cox dito prete Antonio se sotoscriver, de simelle _Mateo_
predetto e presente ancora Bernardino di Iacopo del Berettaro: e cox
dito Bernardino se sotto.... e scriver per Antonio dito Sarto
soprascrito, perch dito Sarto non sa scrivere e simelle scriver per lo
_Manzino_ e _Betto_ soprascriti, perch loro non sanno scrivere. E io
Carlino di Simone da Santo Terenzio ho fato questa scritta con la
soprascrita parte, a d e anno soprascriti.

Io _Mateo_ soprascrito  areceuto li scudi 4 come di cuante sopera si
dise, a d e anno soprascriti, in Carara.

Io prete Antonio di Piero del Mastro sono stato testimonio a la presente
quanto di sopra si contiene...... li soprascritti a d e anno
soprascritto.

E io _Bertino_ ditto il _Mancino_ di _Zanpaulo_ soprascrito confesso
avere auto e ricevuto scudi quatro d'oro dal Sole, come dice di sopra, e
io Bernardino di Iacopo soprascrito ho scripto per nome del ditto
_Bertino_ ditto _Mancino_, perch lui non sapea scrivere.

E io _Betto_ di _Iacopon_ di _Nardo_ soprascrito confesso avere auto e
ricevuto scudi quatro d'oro dal Sole, come dice di sopra, e io
Bernardino sopra detto ho scripto per nome di _Betto_ soprascrito perch
non sapea scrivere.

E io Antonio ditto Sarto di Compiano soprascrito fui prexente a le coxe
soprascrite, e io Bernardino soprascrito ho scripto de mia propria mano,
perch ditto Antonio Sarto non sapea scrivere, a d e anno soprascrito.

E io Bernardino di Iacopo del Berettaro fui prexente a le soprascrite
cose, e per fede de la verit mi sono soto scrito de mia propia mano a
d e anno soprascrito, in Carrara, in butega mia.




  ARCHIVIO COMUNALE DI CARRARA.      Carrara, 16 d'agosto 1517.

XXIX.

_Alcuni scarpellini si obbligano di condurre marmi dalla cava del
Polvaccio alla spiaggia dell'Avenza._[595]


                  In nomine etc. Die XVI augusti 1517.

_Matheo Cucarello_, _Leone Puglia_ et _Francesco_ dicto _Bello_, tutti
insieme, ec. hanno promesso per questo publico instrumento per s, ec.
allo excellente homo maestro _Michel Angelo_, figliuolo di _Lodovico
Buonarota_, ec. presente, ec. di condurre o far condurre a salvamento a
ogni loro spesa et periculo dal ravaneto de la cava del _Mancino_ di
_Giovampaulo_ di _Cagione_ posta nell'Alpe di Carrara, in logo dicto al
Polvaccio, et similmente dal ravaneto della cava di dicto _Leone_ posta
in quel medesimo luogo, per insino in su la spiagia di Lavenza, per di
qui a tutto il mese di septembre proximo hae a venire, li marmi di esso
maestro _Michel Angelo_ infrascripto, existenti al presente in dicti
ravaneti, cio: el primo 1 figura di lungheza brac. 5 con sua grosseza
et fatteze; item un'altra figura a sedere di longheza brac. 3 et mezo
con sua grosseza et fatteze; et altra figura di longheza braccia 3 et
mezzo et quarti tre con sua grossezze et fattezze; quadroni 2 di alteza
per ciascuno brac. 3 et quarti 3 et brac. 1 et un terzo per ogni verso.
Item 2 altri quadroni di 2 carrate l'uno; item carrate 6 di altri marmi
minuti di 1 carrata o manco il pezo. Le quali figure, quadroni et marmi,
_ut supra_, dicto maestro _Michel Angelo_ compr dal sopradicto
_Mancino_ abozati per il _Polina_ et per _Domenico_ di _Betto_, ambidue
di Tomeo. Item un altro quadrone comprato per esso maestro _Michel
Angelo_ dal sopradicto _Leone_. Et cos dicte figure, quadroni et marmi
conducti et posti in su la dicta spiagia, drento del sopradicto termine
ad esso maestro _Michel Angelo_, o a chi per lui ser, consignarli: et
questo per ducati 47 d'oro in oro larchi ec. per precio et mercede de
dicta conducta. Li quali duc. 47 il prefato maestro _Michel Angelo_ l
in presentia di me notaro et testimoni infrascripti di, pag, numer;
de li quali si sono chiamati contenti ec.

  Actum Carrarie in domo mei notarii etc.


  [595] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit.




  ARCHIVIO COMUNALE DI CARRARA.      Carrara, 18 d'agosto 1517.

XXX.

_Ricevuta di danari pagati da_ Michelangelo _per conto di marmi
cavati_.[596]


                 In nomine etc. Die XVIII augusti 1517.

_Bartolomeo_ dicto _Mancino_ di _Giovampaulo Cagioni_ et _Matheo
Cucarello_ tutti insieme han confessato havere hauto, ec. dallo
excellente homo maestro _Michel Angelo_, figliuolo di _Lodovico
Bonarota_, ec. presente, ec. scudi 93 d'oro et mezo in nel modo et forma
infrascripta, cio: Et primo sc. 50 d'oro, de li quali appare in
instrumento rogato et scripto per mano di me notaro infrascripto a d 14
marzo 1517, et scudi 12 d'oro, de li quali ne appare una poliza sive
scripta privata, scripta per mano di Carlino di Simone da Sancto
Terentio habitante a Carrara, a d, mese et anno che in quella se
contiene, et scudi 1 dato et pagato per dicto maestro _Michel Angelo_ a
uno lavorante decto Toschino, di comissione et volunt di dicto
_Bartolomeo_; et sc. 2 pagati et dati a esso _Bartolomeo_ inanci a la
celebratione del presente contracto; et sc. 28 et mezo. Li quali il
prefato maestro _Michel Angelo_ di et pag alli prenominati
_Bartolomeo_ et _Matheo_: che tutti dicti scudi fanno la somma de li
decti scudi 93 et mezzo, de li quali si chiamano ben pagati taciti e
contenti: renuntiando ec. Et sono per cagione di pezi 24 di marmo della
grandeza, quantit et misura che aparisce nel libro di dicto maestro
_Michel Angelo_, al quale si deba aver piena relatione. De li quali pezi
24, tre ne sono conducti alla marina, et 21 ne sono rimasti in nello
ravaneto della cava di dicto _Bartolomeo_ al Polvacio, come esse parti
hanno asserito: li quali 21 pezi di marmo dicti _Bartolomeo_ et _Matheo_
hanno promisso et promettono condure dalla dicta cava di dicto _Mancino_
per insino in su la spiagia de Lavenza, et consegnarli in barca al
prefato maestro _Michel Angelo_ o a chi per lui, ad ogni loro spese et
danno, per tutto il mese di septembre proximo hae a venire, senza alcuna
exceptione ec. Con pacto expresso, che una volta conducti et consegnati
che saranno alla dicta spiagia li dicti pezi 21, il contracto di
obligatione facto tra loro et scripto per mano di me notario
infrascripto a d 14 marzo 1517, sia vano, casso et cancellato et di
nessuna forza: ma quando che li prenominati _Bartolomeo_ et _Matheo_ non
conducessino dicti pezi 21 di marmo et quelli non consegnassino, _ut
supra_, allora et in quello caso dicto contracto sia come prima ec. --
Item per pacto expresso, ec. si sono convenuti che dicti _Bartolomeo_ et
_Matheo_ siano tenuti et obligati mantenere ad esso maestro _Michel
Angelo_ quelle figure che sono adesso in nello ravaneto della cava di
dicto _Bartolomeo_ di quella bont, biancheza, misura et qualit che
erano et che sono adesso et che aparisce in nel libro di dicto maestro
_Michel Angelo_, al quale si deba avere sempre piena relatione. -- Le
quali cose tutte ec.

  Actum Carrarie in domo mei notarii etc.


  [596] Anche questo si legge nel citato Opuscolo del Frediani.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Carrara, 18 d'agosto 1517.

XXXI.

Lionardo _detto_ Cagione _confessa di aver ricevuto da_ Michelangelo
_novanta scudi d'oro_.


In nomine Domini, Amen. Anno Nativitatis eiusdem, millesimo
quingentesimo decimo septimo, indictione quinta, die xviij augusti.

_Lunardo_ dicto _Cagione_ di _Andrea_ da Torano, villa di Carrara, ha
confessato -- et dichiarato -- haver hauto et riceuto -- dallo excellente
homo maestro _Michelangiolo_ di _Ludovico Buonaruoto_, cittadino et
sculptore fiorentino, presente, scudi novanta d'oro in oro in nel modo
et forma infrascripti, cio: e prima scudi venti d'oro sborsati a esso
_Lunardo_ per il prefato maestro _Michelangiolo_ avanti la celebratione
del presente contracto, et scudi cinquanta d'oro, de li quali apparisce
in nel contracto rogato e scripto per mano di me notaio infrascripto a'
d 14 marzo 1517; et scudi dieci d'oro sborsati al ditto _Lunardo_ per
_Pietro_, garzone di dicto maestro _Michelangiolo_, inanci alla ditta
celebratione del presente instrumento; et scudi dieci d'oro, li quali il
prefato maestro _Michelangiolo_ li pag et exburs al dicto _Lunardo_:
delli quali scudi novanta dicto _Lunardo_ s' chiamato ben pagato,
tacito et contento. E sono per cagione di pezi venti di marmo della
grandezza, qualit et misura che apparisce in nel libro di dicto maestro
_Michelangiolo_, al quale si debia haver piena relatione: delli quali
pezzi venti di marmo, nove ne sono alla marina et undici ne sono in
nello ravaneto della cava di dicto _Lunardo_, posto in nelle Alpe di
Carrara in luogo detto a Sponda. Li quali pezzi undici di marmo dicto
_Lunardo_ ha promisso al prefato maestro _Michelangiolo_ di condurli
dalla dicta sua cava per insino in su la spiagia di Lavenza, et conducto
insieme con quelli altri nove pezzi, porli et consignarli in barcha al
prefato maestro _Michelangiolo_ -- ad ogni sua spesa -- per tutto il mese
di settenbre proximo. --

Actum Carrarie in domo mei notarii, presentibus Carlino Simonis de
Sancto Terrentio, habitatore Carrarie, Angelo Ioannis Dominici de Furno,
vicariatus Masse, et Ioannopetro Simonis Tallini de Vinca, habitatore
Colunnate, ville Carrarie, testibus etc.

Ego Galvanus olim ser Nicolai ser Thome de Carraria, notarius, rogatus,
scripsi etc. etc.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Carrara, 20 d'agosto 1517.

XXXII.

Lionardo _detto si chiama debitore di_ Michelangelo _della somma di 11
scudi_.


+ Die 20 augusti 1517.

Sia noto ad ogni persona, come _Lunardo_ ditto _Cagione_ de Carrara si
chiama essere vero et legiptimo debitore dello excellente homo maestro
_Michelangiolo_, cittadino et sculptor fiorentino, di scudi undici
d'oro, li quali dicto _Lunardo_ hae hauto di pi delli marmi dati et
consignati ad esso maestro _Michelangiolo_ inanci alla presente scripta;
per li quali dicto _Lunardo_ promette ad esso maestro _Michelangiolo_,
presente et acceptante, di darli tanti marmi per la somma di dicti scudi
undici, conducti alla marina et posti in barca, di quella medesima bont
et biancheza et di quella medesima sorte et qualit che sono li altri
marmi che dicto maestro _Michelangiolo_ hae hauto da dicto _Lunardo_: et
questo per di qui a tutto septembre proximo.

E per fede di ci io Galvano di ser Niccol da Carrara ho scripto la
presente scripta in casa mia posta in Carrara, presente el _Mancino_ di
_Giovanpaulo_ di _Cagione_, testimonio.




  Roma, 19 di gennaio 1518.

XXXIII.

_Papa Leone X alloga a_ Michelangelo _la costruzione della facciata di
San Lorenzo di Firenze_.[597]


Sia manifesto a qualunque persona, come hoggi questo d XIX di gennaio
MDXVIII, la Santit di nostro Signore papa Leone Decimo ha allogato a
_Michelagniolo_ di _Lodovico di Bonarroto Simoni_, sculptore fiorentino,
el quale cos accepta, lo edifitio o vero fabbrica et muramento della
faccia di Santo Lorenzo di Firenze, ne' modi et patti che di sotto si
diranno.

In prima detto _Michelangiolo_ piglia sopra di s ad fare ditta faccia a
tutte sue spese, in tempo di anni otto proximi futuri, cominciando tale
tempo add primo di febbraio proximo futuro et cos continue da seguire,
per prezo di ducati quarantamila d'oro in oro larghi: la quale faccia
debba essere di marmi bianchi et fini di Carrara o Pietrasanta, dove
meglio iudicher al proposito della opera: et tutto lo spendio di
cavatura, conductura, lavoramento di quadro et figure di rilievo et
basso rilievo di marmo et bronzo, et ad marmo et bronzo et calo, sia ad
spese di detto _Michelagniolo_. La quale opera debba essere composta,
ordinata et seguita ad exemplo et proportione del modello di legname
composto con figure di cera et fatto et fatto fare per ditto
_Michelagniolo_; el quale lui mand da Firenze del mese di dicembre
proximo passato; et composto nel modo si dir:

Da basso nella faccia dinanzi infino alla prima cornicie intervengono
otto colonne di marmo canalate, alte ciaschuna circa braccia XI, con li
sua capitelli et base, infralle quali vengono tre porte della detta
Chiesa et quattro figure di tutto rilievo, alte ciaschuna braccia cinque
in circa, con certi quadri di mezzo rilievo, com' nel modello.

Item, in ditto piano fino alla prima cornice viene due rivolte, in
ciaschuna delle quali vengono due colonne, et nel mezo d'epse una figura
tonda simile ad quelle della faccia dinanzi, come per el ditto modello
si vede.

Item, sopra la prima cornicie all'altro grado viene sopra ciascuna delle
colonne della faccia dinanzi, et cos delle rivolte, uno piramidone o
vero pilastro alto braccia sei in sette, in mezo delli quali vengono
quattro figure nel dinanzi et due nelle teste, tutte tonde; et stando a
sedere, viene la loro alteza braccia 4 1/2: le quali hanno ad essere di
bronzo.

Item, allo extremo di detti pilastri si move una cornicie, sulla quale
nasce otto pilastri dinanzi, et nelle rivolte quattro pilastri simili,
cio dua da ogni banda, con li loro zocholi, capitelli e imbasamenti,
infra quali sono dalla banda dinanzi 4 tabernaculi et 2 tabernaculi
simili nelle rivolte: et in ciaschuno ha da essere una figura tonda di
marmo di alteza di braccia 5 1/2 incirca.

Item, viene sopra ciascuno de' detti tabernaculi uno quadro, nel quale
vi ha ad essere in ciascuno una figura ad sedere quanto  el naturale,
di marmo, et di pi che mezo rilievo, come nel modello si vede.

Item, nel compartimento di detto modello viene nella faccia dinanzi
cinque storie in quadri et due in tondi, quali hanno ad essere di mezo
rilievo: delle quali storie di quadro ve ne sono 4 lunghe circa braccia
8 et una circa braccia 9; et delle storie de' tondi, sar el diametro di
detti tondi braccia 6 in 7 per ciaschuno: le quali storie di basso
rilievo hanno ad essere di marmo et le figure al naturale o pi. Et
perch e' potrebbe essere che ditte storie di basso rilievo non fussino
tanto evidente che bastassi, el ditto _Michelagniolo_ vole essere tenuto
et obligato ad farle o farle fare di tanto rilievo, che sia a
sufficientia, et che stieno competentemente et bene.

Item, all'ultima cornicie vi ha ad essere alla nave di mezo el frontone
con le sue cornici et finimenti et ornamenti di arme et di livree, el
quale ha ad essere nella forma che pel modello si vede, et di pi detti
ornamenti.

Item, perch in ditto modello non sono interamente fatti tutti li
ornamenti, come intagli di cornici et porte et altre storiette, el ditto
_Michelagniolo_ vole essere tenuto ad fare tutte le ditte cose nel modo
et luoghi che si conviene, a tutte sue spese et ancora ad tutto quello
muramento achadessi per congiugnere le rivolte di tale faccia col vechio
della Chiesa.

Le quali tutte cose ditto _Michelagniolo_ toglie a fare per ditto prezo
et tempo in tutto et per tutto a sue spese, facendo le figure di sua
mano et cos le dette storie. Et volendone allogare alchuna o farsi
adiutare, si rimette allui et si li d piena libert di allogare et non
allogare et fare in tutti quelli modi che penser nostro Signore sia
bene servito et satisfatto nel tempo preditto. Et non obstante li
sopraditti patti, per causa di alchuno accidente di fortuna, come
malattie, guerre o altro che causassi impedimento alla opera, di tutto
ditto _Michelagniolo_ se ne rimette nella discretione di sua Santit.

Et per causa di dare principio all'opera per seguire di poi la sua
perfectione, el prefato nostro Signore vole che sia pagato per ciaschuno
anno al ditto _Michelagniolo_ ducati cinquemilia d'oro larghi, o quel
tanto che lui domandassi sino ad tale somma, durante el tempo delli
detti otto anni: intendendosi che di presente li sia dato per cominciare
ad cavare e' marmi et per altre spese, ducati quattromilia d'oro in oro
larghi, e' quali si debbino difalcare et andare in diminutione della
somma del prezo di tutto el preditto lavoro.

Item, che ditto _Michelagniolo_ debba essere achomodato sanza alchuna
sua spesa, d'una stanza propinqua alla ditta chiesa di Santo Lorenzo,
nella quale possa fare lavorare li marmi et altre cose per conto di
detta faccia.

Et ad tutti li predetti patti et conditione ditto _Michelagniolo_ vole
essere tenuto et obligato ad arbitrio di nostro Signore prefato. Et per
ci observare, si subscriver di mano propria di cos essere contento.

  Placet: I(_oannes_.)


Io _Michelagniolo_ di _Lodovicho Simoni_ sopradecto son chontento a
quanto in questa scricta si chontiene, e per fede di ci mi son socto
schricto di mia mano propria in Roma questo d sopra decto.


  [597] Uno de' due originali del presente contratto era un tempo
  nelle mani del prof. Achille Gennarelli.




  ARCHIVIO DE' CONTRATTI DI FIRENZE.      Pietrasanta, 15 di marzo 1518.

XXXIV.

Michelangelo _alloga a cavar marmi in Seravezza per la facciata di San
Lorenzo_.[598]


                       In nomine Domini, Amen.

Sia noto et manifesto ad ogni persona lo presente publico instrumento
legeranno et vederanno, come dello A. N. D. mille cinquecento decimo
octavo, inditione sei, _die vero_ quindecima del presente mese di marso
(_sic_), lo egregio homo maestro _Michele Angelo_ di _Lodovicho
Bonarroti_ di _Simone_, citadino et iscultore fiorentino benemerito, qui
presente, per sua cierta scientia e non per alchuno di ragione o
veramente di facto errore, per s et suoi heredi et successori, per
tenore del presente publico istrumento d, concede et alluogha alli
infrascripti maestri cavatori di marmi, cio ad maestro _Alexandro_ di
_Giovanni_ di _Bertino_ da Septignano, a maestro _Michel_ di _Piero_ di
_Pippo_ da Septignano, a maestro _Angelo_ di _Zachara_ di _Angelo_ da
Septignano, a maestro _Francesco_ di _Maso_ di _Papo_ da San Martino a
Mensola, a maestro _Bartolo_ di _Chimenti_ di _Fruosino_ da Septignano,
a maestro _Barone_ di _Giovanni_ d'_Andrea_ dal Ponte Assieve, habitante
a Septignano, a maestro _Thomaso_ di _Simone_ di _Patriarcha_ da
Septignano, a maestro _Andrea_ di _Giovanni_ di _Andrea_ da Septignano,
a maestro _Bastiano_ di _Angelo_ di _Benedecto_, decto _Angelotto_, da
Azano, vicinanza di Pietra Sancta, tutti maestri et cavatori de marmi et
a qualunque di loro principalmente et in solido una solennemente
satisfactione contenti, presenti et conducenti pro _sese in solidum_ et
loro heredi et successori, tutte ed ogni quantit di marmi che vanno
nella faciata della detta chiesa de Santo Lorenzo de Florentia: la quale
facciata d'essa Chiesa s' da fare ad nome del santissimo in Christo
padre papa Leone Decimo, et decti marmi esso prefato maestro _Michele
Angelo_ ha in decti soprascricti cavatori d'essi marmi allogato, come de
sopra, a cavare et sbozare nella montagna et iurisdictione della terra
de Pietra Santa del Stato del magnifico et excelso Populo et Dominio
florentino, in loco decto Finochiaia _sive_ Transvaserra o veramente
altro pi veriore nome se appellasse: nel quale loco, dove sono decti
marmi et dssi cavare decto marmo; et dirimpetto et riscontro in loco
detto alla Cappella, iurisdictione et vicinanza di Pietra Sancta. In
dello quale loco decte due parte confessano in presentia di me notaro et
testimoni infrascricti, loro et qualunque di loro insieme essere stati
et decto loco oculata fede havere et colli loro ochi veduto. In dello
quale loco esse ambe parte hanno veduto essere marmi sufficienti et apti
et boni allo lavoro et opera s' da fare per esso maestro _Michele
Angelo_, scultore in decta facciata d'essa chiesa di San Lorenzo. Et
item sono rimasi de accordio decto maestro _Michele Angelo_ et decti
maestri presenti, in decto loco debbino cavare et fodere decti marmi;
cum questa declaratione, che se in decto loco seu in loco convicino et
appresso decto loco fusseno marmi pi accomodati et sieno belli et boni
per decto lavoro, chome quelli belli dello loco soprascricto, se intendi
per vigore di questo contracto et allogatione essere stato loro per esso
maestro _Michelangelo_ allogato, et chos decti marmi esso maestro
_Michelangelo_ sia tenuto et debbia pigliare decti marmi, chome quelli
nello loco soprascripto, _dummodo_ habbino ad essere sufficienti, di
bona qualit, boni, bianchi e belli et necti di pelo, chome seranno et
debeno essere li soprascripti si faranno nello primo loco sopra
declarato; et tutta quella quantit di marmi sar per detti maestri et
cavatori da fare che saranno allo proposito d'essa opra, siano tenuti,
et cos se obligano, darli ad esso maestro _Michelangelo_ tutta isbozata
in bona isbozatura, alle misure d'esso maestro _Michelangelo_ qui di
sotto si dichiara, et consignarli sani et belli et sanza pelo, come sono
et saranno li belli d'esso loco di Finochiaia _sive_ Transvaserra,
_videlicet_ colonne dodici che vanno nella sopra detta opera, lungho lo
fusto, senza la basa et senza lo capitello, undeci braccia alla misura
di Firenze, grossa da pi uno braccio e mezzo et da capo uno braccio e
uno terzo l'apunto, per qualunque d'essa colonna; ad pregio et valuta
per qualunque d'esse colonne nelle soprascripte misure, ducati trenta
d'oro in oro larghi l'una, isbozata et posta a pi del ravaneto allo
Poggio dove portare, andare et conducere el carro per quelle caricare,
quando sar fatto la via et strada in decto loco. Et ancora si obligano
detti maestri et cavator marmorai soprascripti et cos promettano a
detto maestro _Michelangelo_ presente etc. dare et consignare a detto
maestro _Michelangelo_ allo detto caricatoio sopra expresso et nominato
due stipiti di porta marmorei et di marmi predecti lunghi braccia dieci
et uno terzo l'uno, de' medesimi marmi, ad ragione et pregio di ducati
venti d'oro in oro larghi l'uno, posti in detto soprascripto caricatoio
et Pogio, come detto  di sopra: et cos similmente promettono detti
maestri et cavatori soprascripti a detto maestro _Michelangelo_ presente
etc. dare et consignare tutti li altri marmi in quella medesima bont,
biancheza, boni et belli et senza pelo se troveranno et caverannosi in
detti luoghi (_di_) Finochiaia, alla misura d'esso maestro
_Michelangelo_; intendendo sempre essere bene et sufficientemente
isbozati, ad ragione d'uno ducato d'oro in oro largho d'un pezo d'una
carrata d'essi marmi, per fino un pezo di cinque carrate l'uno, ducato
uno d'oro in oro largho la carrata, come  detto, et di pezi de sei
carrate l'uno; ad ragione di lire dieci la carrata di moneta fiorentina,
per insino in pezi di octo carrate l'uno; posto tutto lo detto lavoro
allo caricatoio soprascripto. Intendendo sempre essere la carrata allo
uso et costume di Carrara, cio di centinaia venticinque per carrata. La
quale quantit de marmi, tutti soprascripti maestri cavatori d'essi
marmi in solido promettono a detto maestro _Michele Angelo_ presente
etc. darli et consignarli in fra anni cinque proximi ad venire, in
qualunque anno la debita rata, talmente che in detti cinque anni tutta
la quantit acader in detta opera allo tempo de cinque anni,
incominciandosi finito sar la detta via, et finiendo come seguiter, in
fra anni cinque proximi ad venire: cum patto in principio, mezo et fine
de questo contracto ogni solepne stipulatione vallato, che in caso la
Sanctit del nostro Signore, signor papa Leone, sollicitasse esso
maestro _Michelangelo_ a sollicitare decta opera in pi breve tempo: se
dovesse fare; el detto maestro _Michelangelo_ sia tenuto et debbia a'
detti maestri cavatori notificare loro questo caso, et possendo loro
sodisfare, a detto maestro _Michelangelo_ dare tutto lo lavoro sar
necessario in detta opera, in quello modo che 'l sanctissimo Papa
desiderr, non possa n debbia pigliare detti marmi da altri maestri che
da' decti maestri et cavatori soprascripti; et in caso che non potessano
satisfare, sia licito a detto maestro _Michelangelo_ pensare ogni modo
et via per satisfare alla volunt et desiderio d'esso nostro Signore,
signore Papa, per decta opera: et cum questo inteso, che accadesse in
questo mezo, prima fusse compiuta et finita detta opera, et qualunque
causa accadesse non se havesse in quella pi allavorare; in decto caso
esso maestro _Michele Angelo_ sia tenuto et debbia cum effetto fino a
quello d della saputa data loro, pigliare tutto lo lavoro che per decta
opera decti maestri soprascripti haveranno cavato et isbozato alle
misure soprascripte d'esso maestro _Michelangelo_, quello satisfare loro
fino a quello d et da quinde in l il decto maestro _Michelangelo_
ultra a' detti maestri non sia tenuto, et similmente loro allui; et
questo per patto expresso, inito et firmato tra le dette parte:
intendendo sempre lo lavoro doversi consignare allo caricatoio
soprascripto.

Et per parte di pagamento d'esso lavoro et magisterio di cavare et
isbozare e' soprascripti marmi lo soprascripto maestro _Michelangelo_ a'
soprascripti tutti maestri cavatori d'essi marmi qui presenti,
stipulanti et recipienti in solido, in presentia di me notario et
testimoni infrascripti, presenti et vedenti, d, pagha, et numera cum
effetto ducati cento d'oro in oro larghi di bono oro et iusto peso di
diversi cunii, li quali rimaseno apresso d'essi tutti maestri in solido,
et lo resto fino alla monta et valuta de tutti decti marmi et lavoro
come di sopra nominati, lo soprascripto maestro _Michele Angelo_ per
solepne stipulatione promette a detti maestri presenti et recipienti in
solido, dare et pagare cum effetto alla rata della consegna per loro
sar da fare d'essi marmi anno per anno fino allo intero pagamento
monteranno detti marmi. Et perci lo soprascripto maestro
_Michelangiolo_ obliga a' detti soprascripti maestri cavatori presenti,
stipulanti et recipienti, s et suo heredi et successori et ogni suoi
beni mobili et immobili et seu s moventi presenti et futuri sotto nome
di pegno et ypoteca ec. ec.

Actum Petresancte in sala domus habitationis ad presens magistri
_Donati_ scultoris olim _Baptiste Benti_, cive florentino, habitatore
(_sic_) Petresancte et ser Iohanne olim Dominici Carducci de
Petrasancta, testibus.

Et ego Ioannes quondam Pauli Badisse de Petrasancta, publicus imperiali
auctoritate notarius, dum suprascripta omnia et singula sic fierent et
agerentur, interfui et de his rogatus fui et in fidem me subscripsi etc.
etc.


  [598] Pubblicato da Vincenzo Santini nel vol. V, pag. 216, de'
  _Commentarii storici sulla Versilia centrale_: Pisa, Pieraccini,
  1863, in-8, e riscontrato coll'originale nei Protocolli di ser
  Giovanni Della Badessa.




  ARCHIVIO DE' CONTRATTI DI FIRENZE.      Pietrasanta, 14 d'aprile 1518.

XXXV.

_Alcuni scarpellini confessano di aver ricevuto cento scudi per cavar
marmi nell'Altissimo._[599]


In nomine Domini, Amen. Anno Nativitatis eiusdem, millesimo
quingentesimo decimo octavo, die vero xiiij aprilis, anno sexto
pontificatus sanctissimi in Christo patris Domini nostri, domini Leonis,
divina providentia pape X.mi

Magister _Dominicus_ olim _Michaellis Pighinucci_, _Filippus_ olim
_magistri Bertochi_ de Carraria, _Michael Pighinucci_, _Vincentius_ olim
_magistri Ioannis_ marmaroli, _et Nicholaus_ olim _Iachomini Rainaldi_,
_Pellegrinus_ olim _Augustini Casolis_, omnes de Petrasancta, qui
presenti, per loro et ciascuno di loro, costituiti dinanzi a me notaro
infrascritto -- hanno confessato et publicamente dichiarito, et
confessano et dichiarano havere hauto et ricevuto -- da lo excellente
huomo maestro _Michelangelo_ di _Ludovico di Buonarota_, citadino
fiorentino, scultore, presente -- ducati cento d'oro in oro larghi et di
iusto peso. Li quali ducati cento il prefato maestro _Michelangelo_ di
et pag -- a li prenominati maestro _Dominicho_, _Filippo_, _Michele_,
_Nicholao_, _Vincenti_ et _Pellegrino_ presenti. -- Et detti ducati cento
sono per arra et principio di paghamento di marmi che li soprascripti
hanno promisso fare et consegnare al prefato maestro _Michelangelo_
presente -- per la facciata de la chiesa di Santo Lorenzo di Firenze, per
la santit del Signor nostro papa Leone, per divina providentia papa
Decimo: li quali marmi li prefati maestri hanno a cavare et lavorare a
l'Altissimo, luogo ditto _a la Piastra_ di verso Strettoia _sive_
Antognia, et dove per lo mandato del prefato maestro _Michelangelo_ li
dimostrar, per gli infrascritti pregii et secondo le misure
infrascripte, cio: per pezo di carrata una per in fine di pezi in
carrate cinque, a ragione di ducato uno d'oro largho per ciascuna
carrata; et per pezo di carrate sei per fine otto, a ragione di lire
dieci di moneta fiorentina per ciascuna carrata; et per pezo di carrate
otto per fine in dieci, lire dodici di detta moneta per ciascuna
carrata: et che sia di marmo biancho et buono, secondo che appare in
ditto luogho. Dichiarando come ditto s', che detti marmi et pezi siano
et esser s'intendino di marmo biancho et senza peli alcuni, et se pure
havessono alcuna venetta, ma non molte, s'intendino essere ydonei et
buoni per ditto lavoro; reservando le figure o vero pietre per fare
figure, le quali siano et debbino essere di marmo biancho sanza peli,
vene o machia alcuna. Et accadendo a prefato maestro _Michelangelo_
havere bisognio di colonne di marmo d'alteza di braccia undici a la
fiorentina, et di grosseza corrispondente a la detta alteza, secondo la
dichiaratione d'esso maestro _Michelangelo_ e altri per lui; dicto
maestro _Michelangelo_ sia tenuto per ciaschuno fuso di dette colonne
senza base et capitello, dare et pagare a li sopranominati per loro
fatiche et facture ducati trenta d'oro larghi per ciaschuna d'esse
colonne.

Item et similmente accadendo bisognio al detto maestro _Michelangelo_ di
stipiti di porte di alteza di braccia dieci nette, siano tenuti li
soprascripti, li ditti stipiti darli per ducati venti d'oro larghi per
ciaschuno stipito. Et tutti li dicti marmi si intendino esser consignati
per li soprascripti al prefato maestro _Michelangelo_ in dicto luogho
dell'Altissimo -- e a le cave di dicti marmi.

Item si sono convenutosi le soprascripte parte che la soprascripta
obligatione da l'una et l'altra parte sia et intendisi durare a
beneplacito et volunt de la santit di papa Leone Decimo: de la quale
volunt, quando fusse che non seguisse pi avanti, dicto maestro
_Michelangelo_, o altri per lui, lo habbi a intimare alli soprascripti,
o vero ad alcuno di loro; con questo inteso, che accadendo che la
volunt de la sanctit del Signor nostro papa Leone si mutasse et non
volesse persequire pi avanti in nel cavare per detto conto, che ditto 
di sopra, de la facciata de la chiesa di Santo Lorenzo; che alora et in
tal caso, ditto maestro _Michelangelo_ sia tenuto pigliare tutto il
lavoro che per li soprascripti fusse cavato a le soprascripte misure per
li pregii, come di sopra: et in dicto caso restasseno denari in mano
alli soprascripti del prefato maestro _Michelangelo_; che in tal caso
siano restituiti per li soprascripti al prefato maestro _Michelangelo_
in pecunia, o vero in tanti marmi a le misure soprascripte et per li
soprascripti pregi.

Item che li sopra nominati con ogni vigilantia et sollicitudine siano
tenuti a cavare marmi, come di sopra, et in tal lavoro continuare per
fine a tanto che dicto maestro _Michelangelo_ non dir loro non farsi
pi di bisognio. Et acci che con pi presteza et sollicitudine si facci
buona quantit di marmi; il che pi facilmente si fa per via di persone
assai; dicto maestro _Michelangelo_ si obliga, a causa che li sopra
nominati possino aggiungere uomini a tal lavoro, dare a li soprascripti
quella quantit di denari per dicto lavoro, et secondo che lavoreranno
et monter dicto lavoro, et secondo le conditione soprascripte etc. etc.
etc.

Actum Petresancte in palatio residentie magnifici domini generalis
Comissarii Petresante, coram et presentibus excellenti iuris utriusque
doctori (_sic_) domino Petro Gerardo de Petrasanta, magistro Simone
Santis de Mutina, magistro gramatice, et _Bartolomeo_ olim magistri
_Laurentii_ de Petrasanta, testibus etc.

Ego Joannes Bertonus olim ser Mathei Blaxii Bertonis de Petrasanta --
notarius -- rogatus -- scripsi.


  [599] Dai Rogiti di ser Giovanni Bertoni. Di questo contratto 
  una copia nell'Archivio Buonarroti.




  ARCHIVIO DEL VECCHIO IN CARRARA.      Carrara, 17 d'aprile 1518.

XXXVI.

Michelangelo _fa procuratore_ Donato Benti _per caricare i suoi marmi e
condurli alla marina_.[600]


                        Die XVII aprilis 1518.

Excellens dominus archimagister _Michael Angelus_ olim _Ludovici
Bonerote_, civis florentinus, omni meliori modo etc. fecit constituit
atque solemniter ordinavit eius procuratorem, factorem et certum
numptium specialem et quid de iure melius facere potest, providum virum
magistrum _Donatum_ olim _Baptiste Benti_, civem et sculptorem
florentinum, presentem et acceptantem generaliter ad onerandum et
onerari faciendi et transuehendi omnia et singula marmora que predictus
dominus constituens habet in alpibus et sub marinellis Aventie et ad
omnia alia et singula etc.

  Actum Carrarie in domo mei notarii infrascripti.


  [600] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit., dai Protocolli di ser
  Lionardo Lombardelli.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Firenze, 22 d'aprile 1518.

XXXVII.

_I Proveditori dell'Arte della Lana concedono, finch vive, a_
Michelangelo _di estrarre marmi dalle cave della Cappella e del monte
Altissimo_.


                    Die XXij mensis aprilis 1518.

Gli spettabili signori Proveditori degli ordini dell'Arte della Lana per
vigore di qualunche loro autorit et potest, examinando la donatione
de' beni fatta all'opera di Santa Maria del Fiore per el comune di
Pietra Santa e Seravezza et la Cappella, e maxime e' monti chiamati
l'Altissimo; et trovato in detti monti per relatione di periti si
farebbe cave di marmi, d'onde aviandogli si caverebbe assai marmi et
buoni, e' quali sarebbero a sufficientia alla detta Opera et a ogni cosa
si facessi nel territorio fiorentino, e da servire ogni altra natione ne
volessi: il che facendosi, donde ora si ha a ire pe' marmi altrove, et
comperagli da altri, ve ne sarebbe da usare et potere vendere a ognuno;
il che sarebbe grande utile a detta Opera et honore alla citt et a
detta Opera; e sopra dette cose havuta diligente examina di
excellentissimi huomini periti in tal cosa, e di molti prudenti
cittadini; et trovato a tale opera condurre essere necessaria grande
spesa, et etiam che se ne cavi assai et mettinsi in opera, e per le mani
di qualche huomo in detto exercitio excellente et famoso che dia
reputatione per cavarne e mettere in opera e' detti luoghi e marmi,
_adeo_ s'abbandoni e' luoghi dove si va per essi e venghisi a quelli; et
examinato a' presenti tempi a simile opera non esser nessuno pi apto
che _Michelagnolo di Lodovico Bonarroti_, oggi scultore excellentissimo,
et che di riputatione et fama supera ogni altro; et per indurlo a tale
opera laboriosa et di spesa assai, et che ricercha diligentia
grandissima, hanno deliberato mostrare liberalit inverso ditto
_Michelagnolo_, la quale sanno sar utile grande a detta Opera, et lui
per la liberalit usatagli, sanno tutta la sua diligentia metter in
fare detti luoghi utili, et a detti luoghi et marmi dare riputatione et
crescere la sua fama; et atteso anche che detti luoghi per diligentia et
cura di detto _Michelagnolo_ sono venuti in detta Opera, et per quelli
adviare a detta Opera.

Et per tanto providono et ordinorno, che a detto _Michelagnolo_, durante
la sua vita, sia lecito cavare et fare cavare di detti luoghi tutti
quelli marmi di qualunche ragione et qualit si voglia che lui vorr,
per adoperare in qualunche opera o lavoro lui avessi preso a fare, o per
l'avenire piglier, tante volte quante allui parr, et quelli trarre di
detti luoghi et fare portare dove allui o altri fussi per lui parr,
liberamente et sanza alcuno impedimento, sanza che abbi a detta Opera, o
ad altri, pagare premio o cosa nessuna per detti marmi, o cavatura, o
trattura di quelli per qualunque parte di detti luoghi, et tante volte
quante allui parr. Et promettono a detto _Michelagnolo_, bench
absente, e a me notaro della presente rogato, ricevente, che a detto
_Michelagnolo_, o chi per lui sar, sar mantenuta la detta facult di
cavare et trarre detti marmi durante detto tempo della sua vita, et che
da nessuno sar impedito detti marmi cavare et trarre di detti luoghi,
et che n allui n a' suoi heredi, o chi per lui gli trarr, mai per
tempo nessuno sar domandato premio o cosa alcuna per marmi ne havessi
cavati e caveranno: e altrimenti seguendo, lui et suoi heredi e chi per
lui havessi cavato o caver, conservargli senza danno. Et statuirno et
deliberorno che detto _Michelagnolo_, n altri che per lui cavassi, per
modo alcuno possino essere molestati n impediti detti marmi cavare et
trarre per adoperare in qualunche opera o lavoro lui havessi preso
affare, o per l'avenire piglier, tante volte quante allui parr, et
quelli trarre di detti luoghi, et fare portare dove allui, o chi fussi
per lui, parr, liberamente sanza alcuno impedimento: e chi contra
facessi, di qualunche qualit, grado o dignit si sia, s'intenda _ipso
iure_ caduto in pena di scudi cento d'oro per qualunche volta
contrafacessi, da applicarsi per met a detta Arte, per l'altra met a
detto _Michelagnolo_. Et promettono la presente concessione per tempo
nessuno durante la vita di detto _Michelagnolo_ non rivocare, n in modo
nessuno alterare direttamente o indirettamente, ma quella durante detta
sua vita observargli et mantenere, obligandogli per la observantia della
Arte et huomini di quella, et beni di detta Opera e di detta Arte.
_Mandantes conservari, etc. non obstantibus, etc._

Ego Nicolaus olim Michelotii de' Michelotiis, cancellarius dicte Artis
et dictorum Provisorum de predictis rogatus, in fidem me subscripsi.




  ARCHIVIO DE' CONTRATTI DI FIRENZE.      Pietrasanta, 27 d'aprile 1518.

XXXVIII.

Michelangelo _fa procuratore maestro_ Donato Benti _a far cavare,
sbozzare e condurre alla marina i marmi di Pietrasanta e di
Seravezza_.[601]


                         Die 27 aprilis 1518.

Spectabilis vir magister _Michael Angelus_, scultor civis florentinus,
olim _Lodovici Bonarroti Simonis_ de Florentia hic presens, hoc publico
instrumento ex sua certa scientia et non per aliquem iuris vel facti
errorem -- fecit constituit -- suum verum et legitimum procuratorem, --
magistrum _Donatum_ olim _Baptiste Benti_, scultorem, civem florentinum
et habitatorem Petresancte -- quod cum cum sit, quod idem magister
_Michael Angelus_ locaverit ad fodiendum, cavandum et disbozandum
nonnullis magistris cavatoribus et disbozatoribus marmorum in montibus
de Cappella, vicarie Petresancte, pro fodendo, et cavando, et disbozando
marmora in dicto et loco dicto Finocchiaia sive Transvaserra -- pro
fabrica ecclesie Sancti Laurentii de Florentia et pro facciata dicte
ecclesie, de mandato sanctissimi Domini nostri, domini pape Leonis
Decimi, prout apparet ex publico instrumento locationis scripto et
rogato manu mei notarii infrascripti sub die XV mensis martii presentis
anni. -- Et cum sit quod idem magister _Michael Angelus_, eidem opus sit
accedere Florentiam pro suis negotiis urgentibus et ne dictum laborerium
remaneret derelictum ab ipso magistro _Michaele Angelo_; propterea
devenit ad presens instrumentum procurationis facte in persona
supradicti magistri _Donati_ ad omnia et singula infrascripta peragenda,
videlicet ad faciendum marmora fienda per dictos magistros et cavatores
et disbozatores predictos conduci, trahi et levari de ipsis montibus de
Finocchiaia et ipsa conduci facere per viam propterea ordinatam pro
ipsis marmoreis conducendis, nec non ad dandum dictis cavatoribus et
disbozatoribus dictorum marmorum omnes mensuras et modos qualitatis et
condictionis dictorum marmorum ita extrahendorum et fodiendorum de --
dictis montibus de Finochiaia, et alia quoque peragenda, fienda et
facienda que et qualia exigit dictum laborerium pro constructione et
fabricatione suprascripte facciate dicte ecclesie Sancti Laurentii, et
in predictis et circa predicta et quolibet predictorum faciendum et
exercendum, prout facere et exercere posset et valeret ibidem magister
_Michael Angelus_, si presens et personaliter adesset. Et si casu
acciderit quod dicti magistri, et cavatores et desbozatores ita
conductos et conducendos tam per ipsum magistrum _Michaelem Angelum_,
opus et laborerium predictum non ita sollicite, non ita acte, non ita
perfecte facerent, exararent et adimpleverint iuxta convencta facta cum
ipso magistro _Michaele Angelo_, quod forsan reddundare posset in
preiudicium ditti suprascripti magistri _Michaelis Angeli_
constituentis; propterea cum potestate notificandi, intimandi,
inquirendi, requirendi et protestandi contra ipsos magistros et
cavatores et disbozatores de damnis expensis et interesse ipsius
magistri _Michaelis Angeli_ constituentis, et propterea ad omnes lites
et causas contra ipsos et quemlibet eorum modo aliquo movendas, agendum,
causandum, etc. etc. etc.


  [601] Dai Rogiti di ser Giovanni Della Badessa, di Pietrasanta:
  Protocollo del 1518 e 1519, c. 130, nello _Archivio de' Contratti
  di Firenze_. Si legge ancora nell'Op. cit. del Santini, vol. V,
  pag. 221.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Firenze, 18 di maggio 1518.

XXXIX.

_Ricordo de' patti circa il cavare de' marmi tra_ Michelangelo _e alcuni
scarpellini da Settignano._


                        A d 18 di maggio 1518.

Danari che serve _Michelagnolo_ di _Ludovico Simoni_ scultore a questi
qui a pi.

A _Sandro_ di _Giovanni Bertini_, E _Filippo_ di _Vangelista_ di
_Niccol del Maca_, E _Dionigi_ di _Lorenzo_ di _Salvadore_, tutti da
Settignano.

Obligati per duchati cento d'oro ogniuno in tutto, e _Dionigi_ detto
obligato per tutti a _Michelagnolo di Lodovico Simoni_ per detti ducati
100 d'oro, e' quali ebono per detto _Michelagnolo_ da Bonarotto suo
fratello questo d 18 di magio sopradetto in duchati tuti d'oro buono:
portgli _Sandro di Giovanni_ sopradetto: obrigati come di sopra in
questo modo, cio: che se infra d 5 prosimi, cio per tutto d 21 del
presente mese, e' detti non si fusino rapresentati: cio il detto
_Sandro di Giovanni_ e _Filippo di Vangelista_ si sono rapresentati a
Pietra Santa a _Michelagnolo_ detto e secho rimasti d'acordo: che sieno
tenuti infra dieci d poi a rendere e' detti ducati cento d'oro al detto
_Michelagnolo_; e restando d'achordo, s che abino avergli ghuadagnati a
cavare marmi per detto _Michelagnolo_ in fra mesi quatro prosimi futuri;
e non avendo in fra 4 mesi cavato tanti marmi, che _Michelagniolo_ sia
sodisfato, abino a rendere e' detti ducati 100 a detto _Michelagnolo_ o
quelo restasino a guadagniare, pure che sieno d'achordo con detto
_Michelagnolo_, sotto la pena del dopio quela parte che non oservase;
non anulando per altro contrato avesino fato prima. E di tanto se n'
fato contrato questo d detto, roghato ser Buonaventura di........
nottaio florentino a la Merchantia. Testimoni Anton Francesco Schali e
Bartolomeo Schali suo nipote.

Pagsi grosi 6 al detto notaio.

[602]Nota che e' restino obrigati tutti come e' sono, e come e' non
m'nno osservato el contratto, e come e' cento ducati ch'io do a
_Sandro_, gli do per mia discretione, non gi ch'io gli abi a dare; e
lui  a dare la sicurt di soddisfarmi detti cento ducati, e di qualli
che nno avuti tutti loro che sono altri cento, come aparisce pel
contratto. E  el detto _Sandro_ a dar sicurt di sodisfarmi di detti
danari infra quatro mesi, non si liberando n l'uno n nessuno degli
altri del primo contratto.


  [602] Quel che segue  scritto da Michelangelo.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Pietrasanta, 22 di maggio 1518.

XL.

Alessandro Bertini _da Settignano s'obbliga_ con _Michelangelo_ _di
cavargli colonne e stipiti di marmo per scontare un suo debito_.


                         Die XXij maii 1518.

Sia noto a qualunque persona, come avendo _Michelangelo_ di _Lodovico
Buonarroti_, scultore fiorentino, prestato add 18 di detto ducati cento
d'oro in oro larghi a maestro _Alexandro_ di _Giovanni_ di _Bertino_,
scarpellino da Settignano; quali ducati cento d'oro in oro furono cnti
et numerati a detto maestro _Alexandro_ per lui in Firenze da Buonarroto
suo fratello, come ne appare contracto rogo per mano di ser
Buonaventura, cancelliere della Mercatantia di Firenze; et volendo detto
maestro _Alexandro_ satisfare de' detti 100 ducati d'oro in oro al detto
_Michelangelo Buonarroti_; convennono questo d sopradetto insieme, cio
che el sopradetto maestro _Alexandro_ sia in pagamento di essi flor. 100
d'oro in oro tenuto a dare fra quattro mesi da oggi tanti marmi da
doversi trarre et cavare nel comune della Cappella, vicinanza di Pietra
Santa, luogo detto Finocchiaia, alle misure che saranno qui di sotto,
bozati, con prezi et belleza et bont, come di sotto si dir; con questo
inteso, che detto maestro _Alexandro_ non si debba mettere a cavare in
luogo che impedisca et dia noia a maestro _Michele_ di _Piero_ di
_Pippo_ da Settignano, il quale cava in detto luogo. Et in caso che in
fra e' detti quattro mesi proximi a venire, detto maestro _Alexandro_
non avessi cavato tanti marmi alle misure che si dir, et postogli al
caricatoio, che montino et ascendino alla somma di ducati 100 d'oro in
oro; allora et in tal caso detto maestro _Alexandro_ sia tenuto rendere
al detto _Michelangelo_ li sopradetti ducati 100 d'oro in oro.

Le misure de' detti marmi sono queste:

Colonne di braccia undici alla misura fiorentina, di lungheza et di
grosseza di braccia uno et duo terzi da pi et braccio uno et mezo da
capo.

Stipiti di porta di lungheza di braccia dieci et uno quarto et largheza
di uno braccio et uno 4 et di grosseza uno braccio, e quel pi che dir
maestro _Donato Benti_ fiorentino: altri marmi alle misure che dir
detto maestro _Donato_. Et tutti detti marmi sieno bianchi et netti di
peli et d'ogni altra macula, et de' pi belli del luogo.

E' prezi convenuti fra loro de' sopra detti marmi sono questi: cio per
ciascuna delle dette colonne, ducati trenta d'oro in oro larghi; per
ciascuno stipite, ducati venti d'oro larghi; di ogni altro marmo da
cinque carrate in su e per insino in cinque carrate, ducati uno per
carrata; de' pezi di sei carate l'uno insino a x carate, lire dodici
piccioli. E io ser Pierangelo di maestro Francesco di Nicola da Barga,
al presente cancellieri del Commissario di Pietrasanta, non come persona
pubblica, ma privata, di consentimento et volunt et presentia delle
dette parti  scripta questa di mia propria mano, anno, d et mese
soprascripti, in presentia di ser Piero di maestro Matteo Gherardi da
Pietrasanta, et maestro _Donato Benti_, testimoni chiamati dalle parti,
e' quali di sotto insieme con tutte le dette parti di loro propria mano
si sottoscriveranno.

Io maestro _Alessandro_ sopra ditto sono contento e mi obrigo a quanto
di sopra  detto, e per fede di ci detto d, mese e anno mi sono
sottoscritto di mia propria mano, presente messer Pier Gerardi da
Pietrasanta, e maestro _Donato Benti_, e' quali si sotto scrierano di
loro propria mano.

Io _Michelagniolo_ sopra detto sono contento a quanto di sopra si
contiene, e in fede di ci mi sono sottoscritto di mia propria mano
questo d sopraditto in presenzia de' sopra nominati.

Ego Petrus Gerardus de Petra Santa legum doctor, omnibus suprascriptis
interfui et presens fui et ut testis, ut supra, de voluntate
suprascriptorum partium me hic propria manu subscripsi, die, mense et
anno suprascriptis.

Io _Donato_ di _Batista Benti_ fiorentino fui presente e testimonio a
quanto in questa iscritta di sopra si contiene, e per f di ci mi so'
sottoscritto di mia propria mano col detto messer Piero.




  ARCHIVIO DE' CONTRATTI DI FIRENZE.      Pietrasanta, 1 di giugno 1518.

XLI.

Donato Benti _come procuratore di_ Michelangelo _e de' suoi denari,
presta a due scarpellini dieci ducati d'oro che essi promettono di
scontare in tanti marmi_.[603]


                         Die prima iunii 1518.

In nomine Domini, Amen.

Sia noto e manifesto ad ogni persona leger lo presente instrumento,
come maestro _Donato_ gi fu di _Baptista Benti_, scultore fiorentino,
abitatore allo presente in Pietrasanta, distretto del magnifico e
excelso Populo e Dominio fiorentino, come procuratore e in nome di
procuratore dello egregio omo maestro _Michelangiolo di Lodovico
Bonarroto_, _similiter_ scultore, cittadino fiorentino, et _etiam_ come
di sua procura ne appare uno contratto per mano di me notaro
infrascripto e per lo quale maestro _Michele Angelo_ promette de rato
sotto obligazione, d et numera et presta -- a maestro _Michele_ di
_Piero_ di _Pippo_ da Septignano, scarpellino e foditore di marmi, et
_Bastiano_ d'_Angelo_ di _Benedetto Iohanni Marchi_ della Cappella,
vicinanza di Pietrasanta, e a qualunque di loro principalmente et in
solido -- ducati dieci larghi d'oro in oro, delli quali maestro _Michele_
e _Bastiano_ in presentia di me notaro e testimoni infrascripti
confessano _in veritate_ da esso maestro _Donato_ in detto nome gi
avere avuto ducati due d'oro in oro larghi. Et ducati octo larghi d'oro
in oro il soprascripto maestro _Donato_ -- d, paga, numera e presta. --
Li quali ducati octo larghi d'oro in oro rimanghino apresso di esso
maestro _Michele_ e _Bastiano_ in solido. -- Dichiarando esso maestro
_Donato_ essere della pecunia e denari propri d'esso maestro
_Michelangelo_ per prestargli alli soprascritti maestri _Michele_ e
_Bastiano_, in solido. -- Li quali ducati dieci d'oro in oro larghi
soprascripti, maestro _Michele_ e _Sebastiano_ -- promettono ad esso
maestro _Donato_ -- dare et pagare a lui e suo principale in due mesi
proximi ad venire in tanti marmi da essere chavati e isbozati in buona
isbozatura alle mesure del principale d'esso maestro _Donato_ e ad loro
sar data per detto maestro _Donato_, detto nome. Li quali marmi
s'ranno ad cavare in Finochiaia della Cappella, iurisdictione e
vicinanza di Pietrasanta, de' pi belli che sono in detto loco, netti di
vene e di peli, per pregii che fe' maestro _Allixandro_ di _Giovanni_ di
_Bertino_ da Septignano, ogni excusatione e cavillatione remossa.


  [603] _Archivio_ detto, da' Rogiti di ser Giovanni Della Badessa:
  Protocollo del 1518 e 1519, c. 199.




  ARCHIVIO DE' CONTRATTI DI FIRENZE.      Firenze, 29 d'ottobre 1518.

XLII.

_Colonne, architrave e stipiti da cavarsi per la facciata di San Lorenzo
allogati a vari scarpellini da Settignano._[604]


                       Die 29 mensis octobris 1518.

Providus et prudens vir _Michelangelus Ludovici Leonardi de Simonibus_,
civis honorandus ac sculptor excellentissimus florentinus -- locavit et
concessit -- magistro _Dominico Iohannis Bertini_, scalpellino populi
Sancte Marie a Septignano, ibidem presenti et conducenti ad fodiendum,
faciendum et bozandum  marmore existente in fodinis et in montibus
Petresancte desuper Seraveziam _in luoco detto Finochiaia_  contra
Capellam infrascriptas columnas et petra magna et parva marmorea pro
pretiis et mercedibus, temporibus et terminis infrascriptis, singula
singulis referendo: et que sunt ista, videlicet:

Dua colonne di lungheza di braccia xj e 1/4 alla misura fiorentina et
grosse da pi br. 1 2/3 et da capo braccia 1 1/3 con le base et
capitelli convenienti a epse colonne et con quelle misure gli saranno
date da decto _Michelagnolo_: et decto _Michelagnolo_ promecte dare a
decto maestro _Domenico_ per sua fatica di ciaschuna di decte colonne,
ci  per il fuso silecto, cavate et bozate nel luoco proprio della cava
predetta, fior. quaranta larghi d'oro in oro: et pi

Dua pezi d'architravi, e' quali nel vivo debbino essere et sieno br. vij
et 1/3 et nello ogiecto br. 8 et 1/3, et alti br. 1 1/2 et le rivolte
br. 2 1/2 nello ogiecto, et il vivo delle rivolte br. 2. E decto
_Michelagnolo_ gli debbe dare per ciascuno pezzo di decti architravi
abozati con le misure da darsi per decto _Michelagnolo_, et in quello
luoco dove s'abozeranno come di sopra, fior. xxv d'oro larghi in oro: et
pi

Uno stipite delle porte maggiore lungo br. 20 1/4 con la grosseza et
alteza da darsegli, come di sopra, per prezo di fior. xxx larghi d'oro
in oro, bozato come di sopra: et pi

Quattro stipiti delle porte minori con due loro architravi et con
l'architrave della porta grande, posti come di sopra in su la cava, per
prezo di ducati novanta larghi d'oro in oro, o vero la met de' decti 4
stipiti et architravi, come detto maestro _Domenico_ fussi d'acordo con
gl'infrascripti altri conduttori nella infrascripta altra locatione
nominati. Et che decto maestro _Domenico_ sia obligato a dare a detto
_Michelagnolo_ tutte l'altre pietre minore da cinque carrate in su
abozate nel decto lavoro per insino al manco prezo delle soprascripte
per fior. uno largo d'oro in oro la carrata. Et di cinque et da cinque
carrate in gi, detto maestro _Domenico_ sia obbligato a darle bozate al
caricatoio, dove pu andare il carro, per prezo di fior. uno largo d'oro
in oro la carrata. Et inoltre sia obligato decto maestro _Domenico_,
oltre alle carrate delle decte pietre grosse, a dare a decto
_Michelagnolo_ tante carrate delle pietre pichole, che in tucto faccino
numero, _omnibus computatis_, di carrate cento cinquanta. Con pacto che
la belleza et biancheza di tutti detti marmi debbino essere come quelle
della colonna si roppe o pi presto meglio; et che circa de' casi de'
peli o cotture, detti marmi debbino essere netti al tutto. Et li quali
marmi et colonne detto maestro _Domenico_ sia tenuto et obbligato di
aver fatti et bozati in questo modo, ci : una di dette colonne per di
qui a mesi due da oggi et il restante per tutto il mese di giugno
proximo 1519, senza alcuna exceptione. La quale locatione et tutte le
cose predette detto _Michelagnolo_ fa al detto maestro _Domenico_ con
patto in principio, mezo et fine del presente contratto, aposto et
repetito, che al caso sopravenissi la morte di nostro signore papa
Leone, _quod Deus avertat_, o che per altri casi sua Santit non volessi
seguitare il lavoro della facciata di San Lorenzo, per la cui causa si
fanno detti lavori; che in tal caso o casi, o per qualunque di quelli,
epso _Michelagnolo_ non sia obligato a seguitare tal'opera; ma che
avendo detto maestro _Domenico_ danari in mano di detto _Michelagnolo_,
che epso maestro _Domenico_ sia obligato a dar tanti marmi al detto
_Michelagnolo_ di quelli che cos fussino bozati per suo conto, che
sconti detto restante avessi di suo in mano. Et al caso che esso maestro
_Domenico_ avessi cavato et bozato a mesura di detto _Michelagnolo_ pi
marmi che non  la quantit gli restassi in mano; che detto
_Michelagnolo_ gli ne debbe pagare alla ragione predetta: intendendo
sempre tutte le dette cose a sano et puro intelletto. Et inoltre detto
_Michelagnolo_ per parte di detti lavori da farsi dtte et numer a
detto maestro _Domenico_, quivi presente, in presenza di me notaio et
delli testimoni infrascripti, fior. trenta larghi d'oro in oro, et della
qual quantit lui si chiam ben pagato, tacito et contento. -- Et in
oltre a' prieghi et mandato del decto maestro _Domenico_ -- stecte
mallevadore _Francesco_ d'_Andrea_ di _Giovanni_, scalpellino da
Septignano -- etc. etc.

Item postea et incontinenti -- prefatus _Michelangelus_ -- locavit et
concessit ad fodendum et hozandum, ut supra totidem ex marmoribus
suprascriptis et ad mensuram et pro pretio, modis et conditionibus et
temporibus sopradictis, singula singulis referendo, _Andree Ioannis
Andree_ ed _Dominico Mattei Pauli Morelli_, scalpellinis populi Sancte
Marie a Septignano, comitatus Florentie -- et pro parte laboreriorum
predictorum dictus _Michaelangelus_ solvit et numeravit dictis _Andree_
et _Dominico_ sociis predictis. -- florenos xxv auri latos in aurum. --


  [604] Da' Rogiti di ser Filippo Cioni da Firenze: Protocollo del
  1518 e 1519, c. 23.




  ARCHIVIO DE' CONTRATTI DI FIRENZE.      Firenze, 18 di dicembre 1518.

XLIII.

_Concordia tra_ Michelangelo _e_ Raffaello _detto_ Bardoccio, _per la
cava d'una colonna di marmo di Pietrasanta_.[605]


        Die XViij mensis decembris (1518) Actum in Opera Sancte
                      Marie Floris de Florentia.

Cum sit quod providus vir _Michelangelus Ludovici de Simonibus_, civis
honorandus et sculptor florentinus excellentissimus, iam sunt menses
quatuor proxime elapsi, verbo tenus ut dixerunt partes infrascripte,
locaverit _Raphaeli Dominici Iacobi Nencii_ scalpellino, et de presenti
habitatori a Signa, alias decto _Bardoccio_, ad fodendum unam columnam
de marmore in fodinis Petre Sancte de novo ibidem discoperte et invente,
(_sic_) longitudinis brachior. xj 1/4 et _grossa da pi_ brac. 1 2/3 et
da capo br. 1 1/2, videlicet _il fuso solo abozato_ pro pretio florenor.
30 auri latorum in aurum. Et cum sit quod dictus _Raphael_ accesserit ad
dictas fodinas et inceperit dictam columnam et non perfecerit. Et cum
sit quod dictus _Raphael_ non observaverit promissa, et nolit observare
promissa et conventa dicto _Michelangelo_; qua propter hac presenti die
prefatus _Michelangelus_ ex una et dictas _Raphael_ ex alia, devenerunt
ad invicem et vicissim ad infrascriptas conventiones et pacta:
videlicet, quod dictus _Raphael_ teneatur et obligatus sit et ita
promisit dicto _Micheli Angelo_ ibidem presenti, de presenti ire ad
dictas fodinas et perficere dictam columnam et ipsam abozatam reddere
teneatur ipsi _Michelangelo_ hinc ad duos menses proxime futuros ab
hodie, sine aliqua exceptione. Et quia prefatus _Michelangelus_ mutuavit
dicto _Raphaeli_ pro dicta de causa flor. 50 latos, prout dictus
_Raphael_ coram me notario et testium -- asseruit; qua propter dictus
_Michelangelus_, non obstante dicta concordia ut supra facta inter eos,
pro dictis flor. 30 latorum in auro, fuit et est contentus, quod si et
casu quo dictus _Raphael_ reddiderit dictam columnam tempore predicto
abozatam ut supra, quod ipse _Raphael_ lucretur totam dictam quantitatem
dictorum florenor. 50 largorum -- et ex nunc ipsum in casu predicto et
non aliter absolvit et liberavit a quantitate predicta.


  [605] Da' Rogiti di ser Filippo Cioni da Firenze: Protocollo del
  1518 e 1519, c. 52.




  ARCHIVIO DE' CONTRATTI DI FIRENZE.      Pietrasanta, 13 d'aprile 1519.

XLIV.

_Alcuni scarpellini Carraresi si obbligano con_ Michelangelo _di
cavargli marmi_.[606]


In nomine Domini, Amen. _Iacopo_ di _Thomeo_ de Casa Pulcia, habitatore
a Torano, villa di Carrara; _Antonio_, alias decto _Leone_, di _Iacopo
Puliga_ de Puliga, habitatore a Torano; et _Francesco_, decto _Bello_,
gi di _Iacopo Vannelli_ de Torano soprascripto, maestri cavatori et
disbozatori di marmi qui presenti, promectano et convengano allo egregio
omo maestro _Michelangelo_, scultore benemerito, di _Lodovicho
Bonarotti_, citadino fiorentino, presente, di fare, isbozare, cavare,
dare et consignare a decto maestro _Michelangelo_ pezi octo di marmo
carrarese, cio della cava appellata -- la cava dello _Leone_ di Carrara;
la quale cava est (_sic_) del soprascripto _Antonio_; la quale ha, come
dice, pro indiviso cum _Iacopo_ di _Guido_, appellato sopranome
_Quindecim_, de Torano soprascripto: cio pezi quatro di marmo _seu
marmorei_, alti l'uno braccia cinque, larghi braccia uno et uno quarto
de uno altro braccio, grossi braccio uno et mezo, per qualunque de'
decti pezi quatro di marmo: per pregio di ducati trenta due d'oro in oro
larghi per qualunque pezo.

Item altri quatro pezi di marmo, per alteza braccia quatro et mezo,
larghi braccia uno et mezo, grossi braccio uno et uno quarto di braccio
per qualunque de' decti pezi quattro d'essi marmi, ad ragione di ducati
_quindecim_ d'oro in oro larghi per qualunque pezo d'essi marmi. E quali
marmi sopra expressi debbino essere di bona biancheza, qualit, e senza
peli, vene et vivi o altre machule, et siano simili ad altri dua pezi di
carrate septe gi avuti da decto _Antonio_, detto _Leone_, et _Iacopo
Quindecim_ suo compagno dalla soprascritta cava, quale dicesi la cava
del Polvaccio allo dirimpetto della cava del _Mancino_, ad ragione di
ducati trenta duo d'oro in oro larghi lo magiore, et lo minore ad
ragione di ducati _quindecim_ larghi d'oro in oro per qualunque d'essi
marmi. Li quali marmi e lavoro d'essi marmi -- promectono -- a decto
maestro _Michelangelo_ scultore, presente -- dargli et consignarli per di
qui a mezo lo mese di luglio proximo ad venire, cio pezi dua delli
grandi, et dua pezi delli picholi a decto tempo posti in barcha, et
quelli in barcha consignarli ad ogni spesa, danno, pericolo et interesse
de' soprascripti maestri compagni cavatori.

Item li altri quatro, cio pezi dua delli grandi et pezi dua delli
picholi d'essi marmi, essendo d'essa conditione -- per di qui per tutto
lo mese d'octobre proximo. -- Circa questo pacto -- a' soprascripti
maestri cavatori et disbozzatori sia licito -- possere cavare et
disbozare in detta cava del soprascripto _Iacopo_, posta in territorio
di Carrara loco decto allo Polvaccio, che  confine con la cava del
_Leone_, e _Iacopo_ decto _Quindecim_, pure siano de quella qualit,
boneza, belleza, senza vene et peli, sono et erano quelli dua pezi di
marmi (_che_) gi esso maestro _Michelangelo_ (_ha_) havuti dallo
soprascripto _Antonio_ decto _Leone_. -- Et per parte di pagamento d'essi
marmi lo soprascripto maestro _Michele Angelo_ a' soprascripti _Iacopo_,
_Antonio_ et _Francesco_ -- d, paga et numera, ducati venti uno d'oro in
oro larghi, computati in quelli, ducati dua d'oro in oro larghi gi
havuti -- da esso maestro _Michelangelo_, li quali ducati decenove -- ch'
lo resto d'essi ducati venti uno, dicto maestro _Michelangelo_ -- d et
paga: -- et ducati trenta d'oro in oro larghi per di qui a mezo lo mese
di magio proximo ad venire presente anno 1519, quando decti pezi d'essi
marmi seranno cavati, disbozati per detti cavatori et disbozatori a
decto tempo -- et lo resto della valuta et monta d'essi quatro pezi
d'essi marmi sempre e quando saranno posti in barcha et consignati -- et
cos si debbi intendere dovere seguire lo pagamento delli altri quatro
pezi d'essi marmi.

Actum Petresancte in apotecha heredum olim Luce de Panicis de
Petrasancta, anno Domini nostri 1519, indictione vij, die vero xiij
aprilis, coram et presentibus venerabilibus viris magistro Iohanne olim
magistri Mathei Guasparis, presbitero Stephano olim Iacobi magistri
Iannini, et egregio viro artium et medicine doctore magistro Ludovicho
magistri Opizi de Petrasancta, testibus etc.

Et ego Ioannes quondam Pauli Badisse de Petrasancta -- notarius -- rogatus
fui -- et -- subscripsi.


  [606] Dai Rogiti di ser Giovanni Della Badessa da Pietrasanta:
  Protocollo del 1519.




  ARCHIVIO COMUNALE DI CARRARA.      Carrara, 30 d'aprile 1519.

XLV.

Iacopo Guidi _da Torano entra nella compagnia di alcuni scarpellini che
avevano preso a cavar marmi per_ Michelangelo.[607]


Cum sit et fuerit quod providi viri _Iacobus_ olim _Thome_ de Casapodio,
habitator Torani, et _Franciscus Iacobi Vanelli_ de Torano, et _Leonus
Iacobi_ de Pulega, habitator Torani, se simul et in solidum obligaverint
excellentissimo viro archimagistro _Michaeli Angelo_ olim _Ludovici
Bonarote_, sculptori florentino, ad faciendum, effodiendum et laborandum
quedam marmora contenta et que continentur in publico instrumento rogato
et celebrato per publicum notarium Petrasanctensem: et cum sit et fuerit
quod _Iacobus_ olim _Petri Guidi_ de Torano vellet se sociare cum dictis
_Iacobo_, _Francisco_ et _Leone_ ad effodiendum et laborandum dicta
marmora: idcirco dictus _Iacobus_ per se et suos heredes obligavit et se
posuit in societatem et comunionem dictorum _Iacobi_, _Francisci_ et
_Leonis_ eo modo et forma contenta in dicto instrumento rogato ut supra,
et voluit se esse obligatum, prout et sicut fuisset descriptum et
obligatum in dicto instrumento: promittens per se et suos heredes
attendere et omnia et singula in dicto instrumento contenta observare,
sub pena dupli. Insuper iuraverunt omnes etc.

  Actum Carrarie in domo mei notarii etc.


  [607] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit., dai Rogiti di ser
  Lionardo Lombardelli.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Carrara, 18 di maggio 1519.

XLVI.

_Fede di Carlino da San Terenzio che_ Pietro Urbano _da Pistoia mandato
da_ Michelangelo _a Carrara non pag li scarpellini perch non avevano
finito il lavoro_.


Facio fede io Carlino di Simone da Santo Terentio habitante a Carrara,
come _Piero di Aniballe_ da Pistoia, garzone di _Michelle Anzollo_, vene
a Carrara a d 14 di magio presente, et subito chomo dito _Piero_ fu
zunto a Carara trov _Polina_ e _Bello_ e _Lione_ tuti da Torano, e
dimand a che porto era e' lavoro el qualle loro hano prexo a fare a
_Michele Anzollo_ soprascritto, e como apare contrato in fra loro,
secondo dice _Piero_ suprascrito: e loro resposono, como e' lavoro non
era ancora fornito, ma che era a bono porto. E vedendo _Piero_ che el
soprascripto lavoro non era ancora fornito, non  voluto dare alcuni
denari. Et io Carlino ho fato questa fede per dito di _Piero_
soprascrito, e Marcho Antonio de Rosso da Carrara disse se trov a la
soprascrita coxa: e la presente scrita  fata presente Marcho Antonio
soprascrito e Vaxolo da Gussano, habitante a Carrara.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Seravezza, 29 di luglio 1520.

XLVII.

_Il_ Bello _e il_ Pollina _confessano d'aver ricevuto venti ducati d'oro
da_ Michelangelo.


                         A d 29 di luglio 1520.

Appaia manifesto per questa privata schritta, chome  la verit, che
_Francesco_ da Torano ditto el _Bello_, e _Iacopo di Tomeo_ de Casa
Pogio da Torano, insiemi et in solido con 2 altri loro compagni, come si
conteni in uno contratto fatto per mano di ser Giovanni Badessa notaro
di Pietra Santa, si chiamano avere auto e rizeuto ogi questo d
soprascritto, da lo spetabile omo maestro _Michele Angelo_, schultore
fiorentino, duchati vinti d'oro larghi: li quali ducati 20 d'oro larghi
sono per resto di pagamento di pietre cinque sotto le sue misure, quali
si contengano ne lo contratto soprascritto, presenti Bacio speziali e
maestro _Donatto Benti_, li quali si sotto schriverano di loro propria
mano. E io Bernardino di maestro Antonio Voltaglia  fatto la presente
scritta di volunt de li parte a d e anno soprascritto.

E ditte 5 pietre sono per lo Papa per la faziata di San Lorenzo di
Fiorenza.

Io Bacio ispeziale in Saravezia fui presente a la ricieuta de detti
vente ducati, come di sopra si contiene.

Io _Donato Benti_ fiorentino, abitante a presente in Seraveza, fui
presente quando e _Bello_ e _Iachopo_ detto _Polina_ riceverno duchati
venti d'oro in oro larghi da _Michelagnolo_, iscultore fiorentino, per
cinque priete da figure, come apare per uno contratto soprascrito.




  ARCHIVIO COMUNALE DI CARRARA.      Carrara, 22 d'aprile 1521.

XLVIII.

_Fede di alcuni scarpellini di aver ricevuto da_ Michelangelo _cento
scudi per conto di marmi cavati per la Sagrestia di San Lorenzo_.[608]


                 In nomine etc. Die XXII aprilis 1521.

_Iacopo_ dicto _Pollina_, gi de _Thomeo_ da Casapozi, villa di Carrara;
_Francesco_ dicto _Bello_, gi di _Iacopo Vanelli_ da Torano, di villa
Carrara; _Iacopo_ gi di _Pietro Guidi_ da Torano predicto, constituiti
dinanti a me notaro hanno confessato et publicamente hanno declarato
haver auto ec. dallo excellente omo maestro _Michel Angiolo_, figliuolo
di _Ludovico Bonarrota_, presente, ducati 100 d'oro ec. ec. Et sono
dicti danari per arra di una certa quantit di marmi, la quale secondo
il numero de li pezi et le misure alli prenominati scripte et designate
per mano di dicto maestro _Michel Angelo_ et sottoscritte per mano di me
notaro infrascritto, epse parte di comune concordia hanno stimato esser
circa de carrate 200 o pi o meno secondo seranno; li quali pezi et
misure, _ut supra_ designate, dicto maestro _Michel Angelo_ ha dato et
consignato alli prenominati acceptanti, presente et vidente me notaro et
testimoni infrascripti. La quale quantit di marmi li prenominati per
s, ec. hanno promesso, ec. di farla secundo dicte misure per di qui ad
mesi 18 proximi hanno a venire: et spetialmente fare delli dicti marmi
figure tre, et pi se pi potranno, et similmente delli altri marmi del
quadro quanto potranno, per di qui a tutto il mese de luglio proximo hae
a venire. Et cos facti dicti marmi drento del sopradicto termine al
prefato maestro _Michel Angiolo_, o a chi per lui sar, consignarli
posti in barca ad ogni spesa delli prenominati per li precii infr.,
cio: Et primo per ogni pezo: dichiarando che siano et debino essere
cavati dalla cava che fu del _Mancino_ di _Zampaulo_ di _Casone_, posta
al Polvacio; et oltra a questo, siano di marmo vivo et non cotto, bianco
et senza vene, machie et peli alcuni, et di quella pasta di marmo quale
 uno pezzo di marmo cavato alla cava posta al Polvacio de li
prenominati, per loro al presente dato et consignato al prefato maestro
_Michel Angelo_, ch', come si dice, di circa carrate 7, non abozato,
dove ser il segno del prefato maestro _Michel Angiolo_, et similmente
di quella sorta et qualit di marmo che sono stati li altri per loro
dati per lo passato al prefato maestro _Michel Angiolo_, purch siano
netti, _ut supra_, maxime quelli che sono per fare figure; ma li altri
per il quadro, quantunque habessino alcune venette, ma non molte, _ita_
che non sia cosa disohonesta, si habino acceptare. Et _ita_ li
prenominati _Iacopo_, ec. hanno promisso, ec. di non fare n far fare.
Et similmente ripigliarsi tutti quelli marmi che loro avessino facto
fuora delle dette misure et conventioni, sempre et quando fussino
rinuntiati et rifiutati dal prefato maestro _Michel Angiolo_, o da
quelli che per lui fussino deputati a pigliar dicti marmi.

Le quali cose tutte ec. ec.

Et per li prenominati _Iacopo_, ec. a loro preghiera et mandato, Martino
del Brigantino da Miseglia, villa di Carrara, presente, se ben sapendo
lui non essere tenuto,  stato et  principale pagatore verso il prefato
maestro _Michel Angelo_, ec. constituendosi lui principale, ec.

_Preterea_ il prefato maestro _Michel Angiolo_ ha promisso per s di dar
loro denari di mano in mano, secondo loro caveranno et lavoreranno.

Et perch il prefato maestro _Michel Angelo_ fa fare dicti marmi per la
Sagrestia di San Lorenzo di Fiorenza, l'opera de li quali marmi lo
rev.mo cardinale de' Medici gli fa fare, come epso maestro _Michel
Angelo_ disse, pertanto per pacto expresso  stato convenuto fra epse
parte che se il prefato rev.mo Cardinale per alcuna cagione non volesse
che dicta opera andasse inanti, overo per dicto maestro _Michel Angiolo_
restasse che non seguitasse, alora et in quel caso dicto maestro _Michel
Angiolo_ sia tenuto et obligato pigliarsi tutti quelli marmi che saranno
facti in quel tempo, quando li prenominati haveranno hauto scientia et
notitia della volunt del prefato rev.mo Cardinale et dicto maestro
_Michel Angelo_ et non altrimenti.

Le quali cose dicto maestro _Michel Angelo_ ha promisso di observare,
ec. sotto pena, ec. renuntiando, ec.

Actum Carrarie in domo Francisci Pelliccia, sita in la strada del Bosso
solita residentia dicti magistri _Michaellisangeli_, presentibus....
etc....


  [608] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit., dai Rogiti di ser
  Niccol Parlontiotto.




  ARCHIVIO COMUNALE DI CARRARA.      Carrara, 23 d'aprile 1521.

XLIX.

_Ricevuta di altri scarpellini di danari avuti da_ Michelangelo _per
conto di marmi cavati_.[609]


_Marcuccio_ gi di _Bernardo_ di Petrognano, et _Francione_ gi di _Zan
Ferraro_, ambedue habitanti in Carrara, constituiti dinanci a me notaro,
ec. ec. hanno confessato et publicamente hanno declarato, ec. haver
hauto, ec. dallo excellente homo maestro _Michel Angelo_ di _Ludovico
Bonarota_, presente, ducati 50 d'oro. -- Et sono dicti danari per arra
ec. di una certa quantit di marmi, la quale, secondo il numero delli
pezi et le misure alli prenominati scripte, hanno stimato essere carrate
100 o pi o meno secondo saranno: li quali pezi et misure _ut supra_
dessignate. La quale quantit li prenominati per s hanno promesso ec.
di farla secondo dicte misure per di qui ad uno anno proximo hae a
venire: et spetialmente fare delli dicti marmi una figura di Nostra
Donna a sedere secondo  disegnata, et pi altre figure secondo dicte
misure, se pi potranno, per di qui a tutto il mese di luglio proximo
hae a venire.

  Actum Carrarie etc.


  [609] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit., dai Rogiti di ser
  Niccol Parlontiotto.




  ARCHIVIO COMUNALE DI CARRARA.      Carrara, 13 di novembre 1522.

L.

_Maestro_ Domenico Bertini _da Settignano sborsa certi danari a_ Marco
di Rosso _da Carrara per conto di_ Michelangelo.[610]


                 In nomine etc. Die XIII novembris 1522.

Pateat per hoc publicum instrumentum qualiter magister _Dominicus_ de
Septignano lapicida fuit citatus et requisitus in iudicio et coram
domino Vicario Carrarie ad instantiam _Marci Rubei_ de Carraria, in eo
et pro eo quod ipse _Marcus_ ad instantiam magistri _Petri de Carona_,
Valle Lugani, negociorum gestoris magistri _Michaelis Angeli Bonarota_,
scultoris florentini laboravit.... marmora, quibus pro mercede sua ipse
_Dominicus_ restabat habere ab ipso magistro _Petro_, nomine dicti
magistri _Michaelis Angeli_ ducatos duos auri latos, prout via iuris
visum est computum per _Petrum_ olim _Mathei Casoni_ et _Leonem_ de
Torano a iure electos: ex quo constitit ipsum _Marcum_ esse creditorem
dictorum duorum ducatorum. -- Quapropter dictus _Marcus_ sciens ipsum
magistrum _Dominicum_ habere in manu aliquam pecunie quantitatem ipsius
magistri _Michaelis Angeli_, de iure et a supradicto domino Vicario fuit
coactus et compulsus numerare et dare ipsi _Marco_ dictos duos ducatos.
Et sic in presentia mei notarii idem magister _Dominicus_ actualiter
ibidem numeravit et dedit ipsi _Marco_ in auro duos scutos auri
imperiales et residuum in moneta argentea etc. Renuntians etc.

  Actum Carrarie etc.


  [610] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit., dai Rogiti di ser
  Pandolfo Ghirlanda.




  ARCHIVIO COMUNALE DI CARRARA.      Carrara, 3 di novembre 1523.

LI.

_Alcuni scarpellini promettono di cavar marmi a maestro_ Domenico
Bertini, _agente del cardinale Giulio de' Medici_.[611]


                 In nomine etc. Die III novembris 1523.

_Antonius_ et _Iacobus_ olim _Petri Guidi_ de Torano, et _Antonius_,
cognominatus _Leo_, olim _Puleghe_ de Torano, ambo simul promiserunt
magistro _Dominico Iohannis Bertini_ de Septignano, districtus
Florentie, tanquam agenti et negotiorum gestori in Valle Carrarie pro
reverendissimo domino, domino Cardinali de Medicis, presenti, stipulanti
et recipienti nomine et vice prefati reverendissimi Domini, avellere et
facere eidem de eorum cavea sita _al Polvaccio_ petios sex marmorum
alborum sine aliqua macula vel pilis, secundum mensuras quas dictus
magister _Dominicus_ dabit eis vel alicui eorum, illosque consignare
eidem positos in barca eorum propriis expensis, pro illo precio et
preciis de quibus et prout et sicut alias dicti _Leo_ etc. convenerunt
cum magistro _Michaele Angelo Ludovici Bonarote_, scultore florentino,
in instrumento rogato manu mei notarii sub suo tempore et datali, ad
quod pro veritate debita habeatur relatio. Et hoc promiserunt facere
hinc ad et per totum mensem decembris proxime futuri, salvo iusto
impedimento etc.

  Actum Carrarie etc.


  [611] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit., dai Rogiti di ser
  Girolamo Ghirlanda.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Firenze, 14 di giugno 1525.

LII.

_Mandato di procura di_ Michelangelo _a ser Giovan Francesco Fattucci
per trattare in Roma i suoi interessi per conto della sepoltura di papa
Giulio_.


In nomine Domini, Amen. Anno a Nativitate Domini millesimo quingentesimo
vigesimo quinto, indictione decima tertia, die vero xiiij mensis iunii,
pontificatus Santissimi in Christo patris et domini nostri, domini
Clementis divina providentia pape Septimi, anno eius secundo. In mei
notarii publici, testiumque infrascriptorum ad hec specialiter vocatorum
et rogatorum, presentia personaliter constitutus honorabilis vir dominus
_Michael Angelus Ludovici de Bonarrotis_, sculptor florentinus,
principaliter pro se ipso; citra tamen quorum adque procuratorum per eum
hactenus quomodolibet constitutorum revocatione; omnibus melioribus modo
via, iure, causa et forma, quibus melius et efficacius potuit et debuit,
fecit, consituit, creavit et nominavit et solempniter ordinavit suum
verum, certum, legitimum et indubitatum procuratorem, actorem, factorem,
negotiorumque suorum infrascriptorum gestorem ac nuntium specialem et
generalem; ita tamen quod specialitas generalitati non deroget, nec 
contra; videlicet, venerabilem virum dominum Iohannem Franciscum Antonii
Benedicti, cappellanum ecclesie Sancte Marie del Fiore civitatis
Florentie, absentem tamquam presentem, specialiter et expresse ad ipsius
constituentis nomine et pro eo quandam litem seu controversiam quam
habet contra illustrem dominum Bartholomeum de Ruere et alios quoscumque
heredes sive executores testamenti felicis recordationis Iulii pape
Secundi, coram reverendo patre domino Cornelio della Volta causarum
Palatii apostolici auditor, de et super inobservantia certi contractus
inter ipsum constituentem ex una, et bone memorie Leonardum cardinalem
Agennensem et Laurentium episcopum Prenestinum, sancte Romane Ecclesie
cardinalem, executores dicti testamenti, super opera sive fabrica
sepulture dicti domini Iulii pape, etc. rebus aliis in actis, etc.
huiusmodi latius deductis, celebrati in unum vel plures, arbitrum vel
arbitros compromittendum et compromissum generale et speciale faciendum,
facultatem dandum, procedendum de iure et de facto, et de iure tantum et
de facto tantum alte et basse, diebus feriatis et non feriatis, ac parte
citata vel non, pro tempore et termino prout eidem procuratori
constituto visum fuerit et placuerit; et promittendum ab arbitris,
arbitramento, sive laudo fiendo non reclamare aut reductionem petere ad
arbitrium boni viri, sub pena ac pactis et conventionibus prout eidem
procuratori constituto visum fuerit expedire. Et si necesse fuerit pro
premissis omnibus et singulis et eorum occasione coram quibuscumque
iudicibus ecclesiasticis et secularibus comparendum et agendum etc.
Promittens nichilominus dictus Constituens michi notario publico
infrascripto tamquam publice et autentice persone rite et legitime
stipulanti et recipienti vice et nomine omnium et singulorum quorum
interest, intererit, aut interesse poterit, quomodolibet in futurum se
ratum, gratum, atque firmum perpetuo habiturum totum id et quicquid per
predictum suum procuratorem, ac substituendum seu substituendos ab eo,
actum, dictum, factum, gestum, procuratumve fuerit in premissis seu
aliquo premissorum.

Relevans etc. Rogans etc.

Quibus premissis omnibus et singulis idem Constituens sibi et me notario
publico infrascripto unum vel plura instrumenta etc. Presentibus ibidem
veneralibus viris dominis _Bartholomeo Dominici Antonii_, legnaiuolo
populi Santi Laurentii de Florentia, et ser Ioannantonio Iohannis
magistri Ugolini presbitero populi Santi Ambrosii de Florentia testibus.




  ARCHIVIO DI STATO IN FIRENZE.      Firenze, 22 d'agosto 1528.

LIII.

_Allogazione a_ Michelangelo _del gruppo di marmo di Ercole e
Cacco_.[612]


XXII augusti 1528. Prefati excelsi domini et Vexillifer simul adunati --
desiderando che d'uno certo marmo che si truova all'ora all'Opera, fatto
venire circa tre anni sono da Carrara per farne la imagine et figura di
Cacco, et constituirla in luogo publico per ornamento della citt, se ne
facci qualche bella statua, et per si lavori da uomo excellente in tale
mestiero, et cognoscendo la perizia et scienzia inaudita, cos nella
scultura come nella pittura, dello egregio et unico exemplo di qualunche
di decte dua virt, _Michelagniolo Buonarroti_, loro dilectissimo
cittadino, deliberorno per loro solemne partito, et observato quello che
per loro Signorie si doveva observare, ch'el decto marmo, non obstante
che pel passato fussi stato allogato ad altri, si debba dare et
concedere, et cos per il dicto partito dectono e concedono el prefato
marmo al prenominato _Michelagniolo Bonarroti_, el quale ne debba cavare
e farvi drento una figura insieme o congiunta con altra, che et come
parr et piacer a _Michelagniolo_ decto, per collocarla in quel luogo e
modo che per questa Signoria sar deliberato: el qual _Michelagniolo_
per di qui a Ognisanti proximo ad venire debba a sua beneplacito entrare
in opera in detto marmo, et continuare fino alla perfectione di tal
figura.


  [612] _Deliberazioni della Signoria di Firenze dal 1527 al 1528_,
  vol. CXCII. Fu pubblicato dal Gaye, Op. cit., vol. II, pag. 88. 
  noto poi che questo marmo fu dato a Baccio Bandinelli, il quale ne
  cav il gruppo d'Ercole e Cacco, tanto biasimato a' suoi giorni,
  che si vede in Piazza della Signoria.




  ARCHIVIO DI STATO IN FIRENZE.      Firenze, 6 d'aprile 1529.

LIV.

Michelangelo _ eletto governator generale delle fortificazioni di
Firenze_.[613]


                        A d VI d'aprile MDXXIX.

Li Magnifici Signori Dieci -- desiderando che la munitione et
fortificazione della nostra citt, dopo lunga discussione et matura
consultatione finalmente giudicata non solo utile, ma necessaria a
resistere agli imminenti pericoli che si veggono ogni giorno non solo a
noi, ma a tutta Italia, per le frequenti inundationi de' barbari
soprastare; et veduto tale et cos importante impresa non si poter al
desiderato fine et alla debita perfezione conducere, senza l'ordine et
indirizo d'alcuno excellente architectore, che e' concepti suoi atti
secondo la disciplina di quella arte, come peritissimo uomo sappia et
come amorevole verso questa patria _etiam_ voglia mettere in opera;
hanno hauto in consideratione molte persone che in tale professione sono
famosissime, et finalmente giudicorono, dove abondono e' proprii e
domestici thesori, esser cosa superflua degli externi andar cercando.
Pertanto, considerata la virt et disciplina di _Michelagnolo_ di
_Lodovico Bonarroti_ vostro cittadino, et sapendo quanto egli sia
excellente nella architectura, oltre alle altre sue singularissime virt
et arte liberali, in modo che per universale consenso delli huomini non
trova hoggi superiori; et appresso, come per amore et affectione verso
la patria  pari a qualunche altro buono et amorevole cittadino;
ricordandosi della fatica per lui durata et diligentia usata nella
sopradetta opera sino a questo d _gratis_ et amorevolmente; et volendo
per lo advenire per li sopradetti effecti servirsi della industria et
opera sua; spontaneamente et per lor _proprio motu_, in ogni miglior
modo et via che seppeno et poterno, detto _Michelagnolo_ conduxono in
generale governatore et procuratore costituito sopra alla detta fabrica
et fortificatione delle mura, et qualunche altra spetie di
fortificatione et munitione della citt di Firenze, per uno anno
proximo, hoggi felicemente da incominciare et da finire come segue; con
piena autorit di ordinare et comandare a qualunche persona circa le
cose pertinenti alla detta reparatione o dependente da quella etc. con
stipendio e provisione di fiorini uno largo d'oro in oro, netto d'ogni
retentione, el giorno, et per ciascuno giorno, da doversegli stantiare
et pagare nel modo et forma, come fu ultimamente per legge proveduto che
si pagassino le spese da farsi per il sopradetto magistrato de' Signori
Dieci.


  [613] La elezione di Michelangelo a fortificare Firenze fu per la
  prima volta pubblicata nel _Giornale Storico degli Archivi
  Toscani_, vol. II, anno 1858, pag. 66, traendola dal _Libro di
  Stanziamenti e Condotte de' Dieci dall'anno 1527 al 1529_. Da
  questo documento si prova che Michelangelo anche avanti aveva
  prestato gratuitamente l'opera sua nelle fortificazioni della
  citt.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Roma, 29 d'aprile 1532.

LV.

_Nuovo contratto per la sepoltura di papa Giulio II._


In nomine Domini, Amen. Anno a Nativitate eiusdem Domini millesimo
quingentesimo trigesimo secundo, indictione quinta, die vero vigesima
nona mensis aprilis, pontificatus Santissimi in Christo patris et domini
nostri, domini Clementis divina providentia pape Septimi, anno nono;
coram eodem domino nostro papa Clemente Septimo; de qua sue Sanctitatis
voluntate, consensu pariter et assensu ad infrascripta omnia et singula
interveniente. In mei Camere apostolice notarii, testiumque
infrascriptorum ad hec specialiter vocatorum et rogatorum presentia,
personaliter constituti magnifici viri domini Ioannes Maria de la Porta
Mutinensis, et illustrissimi domini Francisci Marie ducis Urbini apud
eundem sanctissimum Dominum Nostrum orator, et Hieronimus Stacculus de
Urbino, Romanam Curiam sequens, eiusdem illustrissimi Ducis
procuratores; de quorum mandato constat publico instrumento manu domini
Bernardini ser Gasparis de Factoribus civis et notarii publici
Pisauriensis, sub die xiiij decembris, millesimi quingentesimi trigesimi
primi, ex una; et magister _Michael Angelus de Bonarottis_, civis
florentinus, pictor et statuarius in Urbe unicus, partibus ex altera.
Asserentes quod alias felicis recordationis Iulius papa Secundus in
humanis agens, locavit et ad fabricandum dedit et ad construendum sui
sepulchrum seu sepulturam marmoream pro ducatis decem millibus; et inde
defuncto predicto Iulio, illius exequtores pro sexdecim millibus, seu
verioribus summis predicto magistro _Michaeli Angelo_ denuo locarunt,
prout in instrumento desuper per publicos notarios, et presertim vno per
ser Albizum notarium publicum florentinum confecto: ad que et illorum
tenores partes predicte pro nunc se retulerunt plenius; continetur, quod
que pro huiusmodi sepulchri confectione idem magister _Michael Angelus_
habuit, prout idem habuisse confessus fuit in diversis solutionibus
summam octo milium ducatorum auri de Camera, et sepulchrum huiusmodi
nondum est perfectum, prout nec illud partes intendunt construi et
confici iuxta dicta alias conventa:

Hinc est, quod propterea ad infrascriptam dicte partes, cum presentia,
voluntate et consensu prefati sanctissimi domini nostri Pape, noviter
devenerunt concordiam et capitulationem; videlicet, quod prefatus
sanctissimus Dominus Noster et procuratores prenominati nomine seu
nominibus quibus supra, vigore dicti mandati, omnibus melioribus modo,
via, iure, causa et forma quibus magis, melius, tutius, et efficacius de
iure vel consuetudine dici et fieri potest et debet, prenominatum
magistrum _Michael Angelum_ ibidem presentem[614] acceptantem et
stipulantem pro se suisque heredibus et successoribus quietent, liberent
et absolvant, prout quietarunt, liberarunt penitus et absolverunt ab
observatione hactenus factarum conventionum et summa ducatorum octo
millium predictorum: cassantes propterea, extinguentes, et annullantes,
ac pro cassis, irritis et annullatis habentes omnes et singulos
contractus, pacta et conventiones desuper alias occasione confectionis
et constructionis dicti sepulchri cum predicto Iulio Secundo, et illius
exequtoribus seu aliis quibuscumque personis initos et factos, cum pacto
perpetuo de amplius non repetendo summam et calculum sive computum
illorum ab ipso magistro _Michele_, nec ab illius heredibus sive
successoribus in iudicio vel extra. Hanc autem quietationem,
cassationem, absolutionem fecerunt supranominati sanctissimus Dominus
Noster et procuratores prefati, eo quia predictus magister _Michael
Angelus_ promisit facere et dare novum modellum seu designum dicti
sepulchri ad sui libitum, in quo et illius compositione ponet et dabit,
prout dare promisit idem magister _Michael Angelus_, sex statuas
marmoreas inceptas et nondum perfectas, Rome vel Florentie existentes,
hic Rome, sua manu et opere perfectas, nec non alia quecumque ad dictum
sepulchrum parata. Et insuper idem magister _Michael Angelus_ pro dicto
conficiendo sepulchro promisit infra triennium proxime a kalendis
augusti incipiens, solvere et exbursare usque ad summam duorum millium
ducatorum auri de Camera, comprehensa et computata in eisdem duobus
millibus ducatis, domo posita in Urbe prope Macellum Corvorum, ubi
nonnulle statue marmoree pro dicto sepulchro existunt, et totum illud
plus quod ultra dicta duo millia ducatorum pro conficiendo et
construendo dicto sepulchro exponi necesse erit. Et ut sepulchrum seu
sepultura huiusmodi confici, construi et ad debitum finem perduci
possit, prelibatus sanctissimus dominus noster Papa, dedit, prout dat,
licentiam, facultatem dicto magistro _Michaeli Angelo_ presenti et
stipulanti, ut supra, ut dicto durante triennio possit ad urbem Romam
venire et singulo anno in ea stare et commorari per duos menses et plus
vel minus prout dicto santissimo Domino Nostro placebit. Et de consensu
dictorum procuratorum similiter dedit facultatem dicto magistro
_Michaeli Angelo_, quod preter dictas sex statuas, possit opus sepulchri
huiusmodi in totum vel in partem ali seu aliis locare ad modellum et
designum quod ipse dabit. Et insuper promisit idem magister _Michael
Angelus_ dictum sepulchrum perficere iuxta designum et modellum infra
triennium in loco infra quattuor menses sibi ab hodie assignando in
Urbe; et quod pecunias predictas per eum exbursandas, ut supra, illas
semper exbursabit de tempore in tempus de consensu et voluntate
procuratorum seu procuratoris prefati illustrissimi ducis Urbini, seu ad
id deputati pro eo agentis, et non aliter nec alio modo. Et insuper
convenerunt partes predicte, quod in eventu in quem prefatus magister
_Michael Angelus_ premissa non observaverit, quietantia premissa sit
nulla et nullius momenti. Et ipse magister _Michael Angelus_ teneatur ad
observationem alias conventorum ac si presens contractus celebratus non
fuisset et predictus illustrissimus dux Urbini et sui in pristinum
statum redeant et ad dictam observationem alias conventorum ipsum
compellere possint, non obstante hoc presenti instrumento et in eo
contentis. Et successive incontanenter reverendissimi domini, dominus
Antonius episcopus Portuensis, cardinalis de Monte nuncupatus, ac
illustrissimus et reverendissimus dominus Hercules cardinalis de Mantua,
nec non illustrissima domina Felix de Ruere de Ursinis, ibidem
presentes; quatenus ad mandatum procurationis predictorum non esset ad
premissa sufficiens; promiserunt et quilibet eorum promisit de rato in
forma iuris valida, et dare instrumentum ratificationis infra duos
menses. Pro quibus omnibus et singulis observandis et adimplendis
prefati reverendissimi Cardinales et prefata illustrissima Felix sese et
procuratores prefati eorum principaliter, nec non dictus magister
_Michael Angelus_ obligaverunt et quilibet eorum obligavit se, suosque
heredes et successores et bona omnia presentia et futura in forma Camere
apostolice ampliori, seque ac suos heredes et successores, nec non omnia
et singula bona sua presentia et futura, mobilia et stabilia ubicumque
existentia una pars alteri et altera alteri presentibus et stipulantibus
pro se, suisque heredibus et successoribus respective etc. Et nominibus
quibus supra respective -- fecerunt constituerunt -- suos procuratores,
videlicet spectabiles viros dominos Iacobum Cortesium, Alexandrum
Fuscherium, Felicem de Tibaldeschis et Salvatorem de Petrutiis in Romana
Curia causarum procuratores, nec non Ioannem Frumenti, Philippum de
Quintiliis, Iacobum Apocellum et Ioannem de Nicia, dicte Curie causarum
Camere apostolice notarios. -- Promictentes dicte partes et earum
quelibet habere ratum, gratum atque firmum omne id et quicquid per
dictos suos procuratores et eorum quemlibet dictum actum, gestum, factum
et procuratum fuerit; et iuraverunt dicte partes et eorum quelibet,
videlicet prefati reverendissimi domini Cardinales manu ad pectus admota
more prelatorum; prefati vero procuratores et illustrissima domina Felix
et magister _Michael Angelus_ tactis scripturis sacrosanctis ad Sancta
Dei evangelia in manibus mei notarii infrascripti, premissa omnia et
singula semper attendere et observare et contra non facere, dicere vel
venire aliqua ratione, iure, modo etc.

Actum Rome in palatio Apostolico et in camera eiusdem sanctissimi domini
nostri Pape, presentibus ibidem discretis viris dominis Bernardo de
Milanensibus canonico Ecclesie florentine, et fratre _Sebastiano de
Lucianis_ bullarum Sedis Apostolice plumbatore, testibus etc.

    (_Nell'occhietto di mano di Luigi del Riccio  scritto._)

    Contratto fatto con lo imbasciatore del duca d'Urbino per conto
    della sepultura di papa Iulio, add 29 d'aprile 1532.


  [614] Vero  che Michelangelo non si trov presente a questo
  contratto, come egli stesso dichiara nella sua lettera, che  la
  CDXXXV, a pag. 489 e segg., di questa Raccolta.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Roma, 29 d'aprile 1532.

LVI.

_Volgarizzamento del precedente contratto._


Al nome di Dio, Amen. L'anno dalla Nativit del nostro Signore
M.D.XXXij, nella inditione quinta, a d xxviiij del mese d'aprile,
pontificato del Sanctissimo in Christo padre et signore, nostro signore
Clemente per divina providentia papa VII, anno nono.

Dinanzi a detto Signor nostro papa Clemente vij, di volont, consenso,
et assenso di sua Santit a tutte le infrascripte cose interveniente et
in presentia di me notaro della Camera Apostolica et testimoni
infrascritti, a questo spetialmente chiamati et rogati; personalmente
constituti li magnifici homini messer Giovan Maria della Porta modanese,
et dello illustrissimo signor Francesco Maria duca d'Urbino apresso a
detto Santissimo nostro, oratore, et messer Hyeronimo Stacculo da
Urbino, seguitando la Romana Corte, di detto illustrissimo Duca
procuratore; del loro mandato aparisce publico instrumento per mano di
messer Bernardino di ser Gasparri de' Factori, ciptadino e notaro
publico Pisauriense, sotto d xiiij del mese di dicembre M.D.XXXj, da
una parte; et maestro _Michelagnolo de' Bonaroti_, cittadin fiorentino,
pittore et statuario in Roma, unico, per l'altra parte; affermando che
altra volta la felice recordatione di Iulio papa II in vita sua loc et
dtte a fabricare et construire il suo sepolcro o vero sepoltura
marmorea per ducati diecimila, et dipoi defunto detto Iulio li sua
executori per sedicimilia o vere (_altre_) somme al predetto maestro
_Michelagnolo_ di nuovo locorno, come per publici instrumenti per
publici notari facti aparisce, et per uno di ser Albizo, notaro publico
fiorentino; al tenor de' quali le parte predette si referirno
pienamente, et per la factione del presente sepolcro epso maestro
_Michelagnolo_ hebbe, s come epso confess, in diversi pagamenti la
somma di viij mila ducati d'oro di Camera, et detto sepolcro non 
perfetto et le parte non intendano si facci et si construisca secondo
l'altre dette conventioni:

Onde per questo le dette parte con la presentia, volont et consenso del
prefato santissimo signor nostro Papa, vennano a nuova concordia et
capitulatione, cio che 'l prefato santissimo Signor Nostro et
procuratori prenominati, nel nome et nomi come di sopra et per vigor del
detto mandato, in ogni miglior modo, via, ragione, causa et forma, che
pi et meglio et efficacemente di ragione o ver di consuetudine dire et
fare si possa et debba, il prenominato maestro _Michelagnolo_, quivi
presente et aceptante et stipulante per s, sui heredi et successori,
quietino, liberino et asolvino, s come quietorno, liberorno et
totalmente asolverno dalle oservationi et conventioni facte sino a qui
et somma delli detti docati ottomilia; cassando, extinguendo perci et
anullando, et per cassi, rotti et anullati hebbano ogni et ciascheduno
contratto, patti, conventioni per cagione come di sopra della
constructione del detto sepolcro col predetto Iulio II et sua executori,
o con qualunche altre persone incominciati et fatti; con patto perpetuo
di pi non ridomandare la somma, n ricercare calculo o ver conto di
quelli del detto maestro _Michelagnolo_, n da sua heredi e successori
in iudicio, n fuora.

Questa presente quietatione, cassatione et absolutione feciano li sopra
nominati santissimo Signor Nostro et procuratori prefati, perch il
detto maestro _Michelagnolo_ promesse fare et dare nuovo modello o ver
disegno del detto sepolcro ad suo piacere, nella composizione del quale
porr et dar come dar promesse sei statue marmoree cominciate et non
finite in Roma o vero in Firenze existenti, qui in Roma, di sua mano et
opera finite: similmente ogni altra cosa apartenente a detto sepolcro.
Et oltre alle predette cose, detto maestro _Michelagnolo_ per fabricare
detto sepolcro promesse in fra tre anni proximi, a kalende d'agosto
incominciarsi, pagare et sborsare per insino a la somma di duo milia
ducati d'oro di Camera, compresa et computata ne' detti duo milia ducati
la casa posta in Roma apresso al Macello de' Corbi, nella quale sono
certe statue marmoree per il detto sepolcro, et tutto quel pi che oltra
a detti duo milia ducati, per construire et fare detto sepolcro fussi di
necessit. Et acioch il presente sepolcro o vero sepoltura fare,
construire et a debito fine produr si possa, il prelibato santissimo
signor nostro Papa dtte licentia, facult a detto maestro
_Michelagnolo_, presente et stipulante come di sopra, durante il detto
termine possa ogni anno venire a Roma, et quivi stare dua mesi et pi et
meno come al detto santissimo Signor Nostro piacer. Et di consenso de'
detti procuratori, similmente dtte facult al detto maestro
_Michelagnolo_, che, dalle dette sei statue in fuora, possa l'opera del
presente sepolcro in tutto o in parte ad altri locare secondo il modello
et disegno che lui dar. Et oltre a le predette cose, detto maestro
_Michelagnolo_ promesse detto sepolcro finire secondo il disegno infra
tre anni, nel loco infra quattro mesi a lui da oggi asegnarsi in Roma,
et ch'e' danar predetti per lui sborsarsi come di sopra, sempre sborser
di tempo in tempo di consenso et volont de' procuratori o ver
procuratore del prefato illustrissimo signor duca d'Urbino o di sua
agenti per questo deputati, et in altro modo. Et in oltre convennan le
parte predette che in evento il detto maestro _Michelagnolo_ le predette
cose non osservassi, la sopradetta quietantia sia nulla et di nullo
momento, et detto maestro _Michelagnolo_ sia tenuto a l'osservantia
delle cose altre volte convenute, come se 'l presente contratto
celebrato non fussi: et il predetto illustrissimo duca d'Urbino nel suo
pristino stato rimangha et a la detta oservatione de l'altre cose
convenute, epso convenir possa, non obstante il presente instrumento et
le cose contenute in epso. Et incontinenti doppo le dette cose il
reverendissimo signore, signore Antonio episcopo Portuense cardinal de
Monti, et lo illustrissimo et reverendissimo don Hercole cardinal di
Mantova, et la illustrissima signora Felice della Rovere Orsina, quivi
presenti, in caso che 'l mandato delli detti procuratori a le
soprascripte cose non fussi sufficiente, promessano et ogniun di lor
promesse de rato in forma di ragion valida et dare lo instrumento della
retificatione infra duo mesi. Per le qual cose osservare et adempire li
prefati reverendissimi Cardinali et la prefata illustrissima signora
Felice, loro et li prefati procuratori, il lor principale, et similmente
il detto maestro _Michelagnolo_ se obligorno con tutti li lor beni et
loro heredi _in forma Camere_ colle clausole generale solite et consuete
in forma pienissima.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Firenze, 20 d'agosto 1533.

LVII.

_Allogazione ad alcuni maestri scarpellini della cava delle pietre per
le porte e scala della Libreria di San Lorenzo._


                         A d 20 agosto 1533.

La presente per far noto et fede in che luogo et apresso di che persona
bisogno fussi esser cierta cosa, come oggi questo d noi Baptista
Figiovanni et _Michelagnolo Buonaroti_, agienti della Santit di nostro
Signore alla fabrica a San Lorenzo farsi da sua Beatitudine, abiamo
convenuto con _Francesco_ d'_Andrea Luchesini_ et _Michele_ et
_Leonardo_ di _Ioanni Luchesini_, sua nipoti da Settignano, e _Antonio_
e _Simon_ di _Jacopo_ di _Berto_ da Santo Martino a Mensola, tutti
maestri scarpellini, et a questi allogato affare 2 porte et una scala
per essa Libreria, e della pietra del Fossato, et del colore et sapore,
secondo il saggio dalloro a noi portato: le quale 3 cose e pietre nno a
essere alloro spese fatte condurre alla detta fabrica e luogo, e dove si
nno a murare e dove sempre uno di loro maestri scarpellini abbia a
esser presente con il maestro muratore; ma prima per ben lavorate nel
modo, forma et misura, siccome  disegnato tutto non tanto in sul
chiostro, ma per il modino fatto di terra dal nostro _Michelagnolo_,
come ciascuno de' sopra detti maestri veduto apresso nno. In che per
si dichiara expresso che li scaglioni della scala nno a essere 14,
tutti d'un pezzo l'uno e massime li primi 7 colle rivolte, sanza che si
dimostri alcun convento: in che come nelle 2 porte e scala la fusse
alcuna pietra nella fabrica che noi ci volessimo o poter accomodare o
servire, sia in nostro volere et potere et per loro non si potere
richusare et quelle quale pietre ci servissimo, si abbino per 2 amici
comuni far stimare et la tanta somma fatta far defalcar del credito
loro; e in che altro in queste 3 cose spendio alcuno acadesse, come
fatto si sia, non per nel murarle, abbiano a' esser alloro spese, in
modo che a noi non sia altro obrigo di spendio, che la somma di ducati
360 a L. 7 per ducato, siccome per la scritta per loro data et per lor
oferta  restata per la minor somma. Et promettono ancora aver condotto
tutte 3 queste sopra dette cose nella perfettione nel modino lavorate et
a piacimento di _Michelagnolo_, et poste alluogo per murarsi per tutto
marzo 1534; cominciandosi per dalla prima porta in testa della Libreria
et seguitando l'altra, et poi la scala: et in caso che per loro si
mancassi el tanto promesso dare al tempo ordinato, la cosa fatta o non
bene fatta, a noi sia licito potere eleggiere altri maestri et persone
di nostro piacimento et fare fornire alcuna delle 3 cose, a spese di
detti maestri, da essi cominciate o no. Et di esso spendio o altro
nostro danno et sinistro siano obligati ciascuno di loro in tutto e uno
per l'altro satisfare et restituire indirieto ogni somma di danari
presi. Et in fede si sottoscriveranno essere obligati a quanto di sopra
 scritto alla observantia et a senno del nostro savio.

Io _Francesco_ e tutti li altri computati, che son 6 persone, si sono
sotto scritti come etc.[615]


  [615] Mancano le sottoscrizioni.




  ARCHIVIO VATICANO.      Roma, 1 di settembre 1535.

LVIII.

_Breve di papa Paolo col quale elegge_ Michelangelo _a supremo
architetto, pittore e scultore del Palazzo Vaticano_.[616]


   _Paulus Papa III. Dilecto filio_ Michaeli Angelo de Bonarrotis,
                          _patritio florentino_.

Dilecte Fili, salutem etc. Excellentia virtutis tue cum in sculptura et
pictura, tum in omni architectura, quibus te et nostrum seculum ampliter
exornasti, veteres non solum adequando, sed congestis in te omnibus que
singula illos admirandos reddebant, prope superando; Nos merito
permovet, ut te in loco honoris et amoris nostri precipuo collocantes
usum virtutis tue in picturis, sculpturis et architecturis Palatii
nostri Apostolici ac operibus in illo nunc et pro tempore faciendis
libenter capiamus. Itaque te supremum architectum, sculptorem, et
pictorem eiusdem Palatii nostri Apostolici auctoritate apostolica
deputamus, ac nostrum familiarem cum omnibus et singulis gratiis,
prerogativis, honoribus, oneribus et antelationibus, quibus alii nostri
familiares utuntur et uti possunt, seu consueverunt, facimus, et aliis
familiaribus nostris aggregamus per presentes. Mandantes dilecto filio
Magistro Domus nostre ut te in rotulo familiarium nostrorum describat et
describi faciat, prout Nos etiam describimus. Et insuper, cum Nos tibi
pro dipingendo a te pariete altaris Cappelle nostre pictura et historia
ultimi Iudicii, ad laborem et virtutem tuam in hoc et ceteris operibus
in Palatio nostro a te, si opus fuerit, faciendis, remunerando et
satisfaciendo, introitum et redditum mille et ducentorum scutorum auri
annuatim ad vitam tuam promiserimus, prout etiam promittimus per
presentes; Nos, ut dictum opus a te inchoari ceptum prosequaris et
perficias, et si quo alio in opere voluerimus, nobis inservias; Passum
Padi prope Placentiam, quem quondam Iohannes Franciscus Burla dum
viveret obtinebat, cum solitis emolumentis, iurisdictionibus, honoribus
et oneribus suis pro parte dicti introitus tibi promissi, videlicet pro
sexcentis scutis auri, quot ipsum Passum annuatim reddere accepimus,
nostra promissione, quoad reliquos sexcentos scutos firma remanente ad
vitam tuam, auctoritate Apostolica tenore presentium tibi concedimus;
mandantes Vicelegato nostro Gallie Cispadane nunc et pro tempore
existenti, ac dilectis filiis Antianis, Comunitati et hominibus dicte
civitatis Placentie, et aliis ad quos spectat, ut te vel procuratorem
tuum pro te in possessionem dicti Passus, eiusque exercitii admittant,
et admissum tueantur, faciantque huiusmodi nostra concessione vita tua
durante, pacifice frui et gaudere, contrariis non obstantibus
quibuscumque.

Datum Rome apud Sanctum Marcum, prima septembris 1535, anno primo.


  [616] Pubblicato dal canonico Moreni nella Prefazione all'_Idea
  della perfezione della pittura_, di Rolando Freart, tradotta dal
  francese da Anton Maria Salvini. Firenze, Carli, 1809, in-8.




  MUSEO BRITANNICO.      Roma, 27 di febbraio 1542.

LIX.

Raffaello da Montelupo _piglia a finire da_ Michelangelo _tre figure
della sepoltura di papa Giulio II_.


Sia noto a qualunque persona, come io _Michelagniolo Buonarroti_  dato
oggi questo d venti sette di febraio 1542 a finire tre figure di marmo
maggiore che 'l naturale, bozzate di mia mano, a _Raffaello da Monte
Lupo_, scultore qui in Roma, per iscudi quattrocento: e dette figure
detto _Raffaello_ mi promette infra diciotto mesi darmele finite, come
qui di sotto si sotto scriverr; e per detto conto, detto d gli  dati
scudi venticinque: infra diciotto mesi mi promette darmele finite,
cominciando detto tempo oggi detto d.

Io _Rafaello da Monte Lupo_ prometto et obligomi fare quanto in questa
di sopra si contiene, e pel sopradetto conto dal detto _Michelagnolo_ 
risceuto oggi questo d venti sette di febraio 1542 scudi venti cinque.

E pi a d 30 di marzo i'  risceuti scudi venticinque, e' quali mi
port Gabriello suo garzone, pure per conto della sopradetta opra.

E pi a d 2 di giugnio ebbi da _Urbino_ scudi trenta d'oro in oro per
conto di _Michelagnolo_.

E pi a d 27 di luglio  risceuto scudi venti cinque, computando quelli
tre che avanzano alli trenta scudi d'oro.

Io _Raffaello da Monte Lupo_, scultore fiorentino, havendomi messer
_Michelangelo Buonarroti_ allogato pi statue della sepultura di papa
Iulio a fornire, et fra le altre una Vita contemplativa et una Vita
attiva per scudi cento cinquanta di moneta; per la presente sono
contento, non ostante tal convenzione, che detto messer _Michelangelo_
possa fornire da s dette dua statue, cio la Vita contemplativa e
attiva; quali fornendo lui da s, io non habbia havere detti scudi
centocinquanta, ma restino al detto messer _Michelangelo_, come 
onesto. Et in fede  fatto fare la presente, sotto scritta di mia
propria mano, in Roma, add 23 d'agosto 1542.

Io _Rafaello da Monte Lupo_ sono contento come di sopra, e per mi sono
sotto scritto.

Io _Rafaello_ scultore fo fede come oggi questo d 5 d'otobre 1542 
risceuto scudi dieci di moneta da Urbino per conto di 4 teste di Termini
per San Pietro in Vincola, che li  fatti _Jacomo_[617] mio garzone.


  [617] Forse Iacopo Del Duca, scultore siciliano.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Roma, 16 di maggio 1542.

LX.

Michelangelo _alloga a maestro_ Giovanni de' Marchesi _e a_ Francesco
_detto_ l'Urbino _il lavoro del quadro e ornamento per la sepoltura di
papa Giulio II_.


                              + Ihesu, 1542.

Sia noto a chi vedr la presente, come havendo messer _Michelagnolo
Bonarroti_ pi fa tolto a fare la sepultura della bona memoria di papa
Giulio in Santo Piero in Vincola con pi statue, come per e' patti et
conventioni fatti con li executori del testamento appare; et havendo di
gi dato principio al quadro et ornamento di detta sepultura,
desiderando fornirla, conviene questo d xvj di maggio 1542, con maestro
_Giovanni_ di _Marchisi_ scarpellino, abitante in piazza di Brancha, et
con _Francesco_ di _Bernardino_ d'_Amadore_ da Urbino,[618] alle
soptoscripte conventioni:

In prima aluogha loro tutta l'opera del quadro di detta sepultura da
quello che sino al presente  fatto in su, come per uno disegnio fatto
et soptoscripto di mano di me scriptore si vede, excepto certo ornamento
che va sopra l'ultimo cornicione, il quale detto messer _Michelagnolo_ 
a far fare a sue spese: el quale resto di quadro, detti maestro
_Giovanni_ et _Francesco_ hanno a fare di marmi nuovi o vechi, secondo
parr a loro, pure sieno buoni, et simili a quelli di sotto, et
lavorarli nel medesimo modo et diligentia che il quadro fatto di sotto,
secondo il disegnio et modello hauto dal detto messer _Michelagnolo_; e'
quali marmi et lavoratura habbino a fare a loro spese, simile il
murarli, et questo in tempo di otto mesi proximi da oggi, salvo giusto
impedimento, et per prezzo di scudi septecento di giuli x per scudo; con
patto che habbino a pigliare lo scudo d'oro per giuli undici. Delli
quali scudi septecento ne ha dati loro questo d scudi cento simili, e
per lo avenire ogni volta mosterranno el lavoro fatto per la monta de'
danari hauti, dar loro altri scudi cento, et cos _successive_ sino
allo intero pagamento della fine de l'opera, la quale in tutto fornita,
detto messer _Michelagnolo_ pagher loro il resto sino a l'intero
pagamento. Et sono d'acordo che nascendo diferentie fra loro, ne sia
iudice messer Donato Giannotti, alla semplice dichiaratione del quale
promettono starne. Et per observantia di quanto  detto, si obrighano
l'uno a l'altro, et l'altro a l'uno, sopto pena di rifare l'uno l'altro,
di chi mancassi, di tutti danni, spese et interessi, da giudicarsi per
il detto messer Donato Giannotti. Et in fede s' fatto la prexente a
richiesta di ciascuna delle parti, di mano di me Luigi del Riccio,
prexenti messer Donato Giannotti et Francesco Bracci; quale sar
soptoscripta di mano di tutti a dua loro, e' quali d'acordo vogliono
resti apresso di me Luigi del Riccio per servirne di loro chi ne havessi
di bisognio etc. questo d 16 di maggio sopradetto 1542, in Roma.

Io maestro _Iouane_  reuto scude cento e prometo quato di sopra.

Io Luigi del Riccio in nome di _Francesco da Urbino_, non sappiendo lui
scrivere, a sua richiesta fo fede che si obrigha et promette come di
sopra.

Io _Michelagniolo Buonarroti_ son contento e prometto quanto di sopra si
contiene, questo d sopra decto.

Io Donato Giannotti fui presente a quanto di sopra si contiene.

Io Francesco di Zanobi Bracci fui presente a quanto di sopra si
contiene.

    (Dietro.)

    + Allogatione del quadro della sepoltura di papa Iulio a
    _Francesco da Urbino_ et a maestro _Giovanni_ scarpellino.


  [618]  questi l'Urbino, servitore di Michelangelo. Dal presente
  contratto apparisce che egli per sua professione era scarpellino,
  e forse Michelangelo ebbe occasione di conoscerlo e servirsi di
  lui fin da quando ferm la sua dimora in Roma; il che fu nel
  dicembre del 1533, come  stato detto altrove.




  BIBLIOTECA NAZIONALE DI FIRENZE.      Roma, 1 di giugno 1542.

LXI.

_Nuova allogazione a maestro_ Giovanni de' Marchesi _e all'_Urbino _del
lavoro del quadro della sepoltura di papa Giulio II_.


Avendo messer _Michelagnolo Buonarroti_ sino add 16 di maggio proximo
passato allogato et dato a fare il resto del quadro della sepoltura di
papa Iulio in San Pietro in Vincola a maestro _Giovanni di Marchesi_,
scarpellino, abitante in piaza di Branca, et a _Francesco_ di
_Bernardino_ d'_Amadore_ da Urbino, con pi patti e convenzione, come
per una scritta fatta fra loro sopto ditto d largamente appare; et
essendo venuti detto maestro _Giovanni_ et _Francesco_ a rottura et a
pi differenzie insieme, per il che l'opera ne pativa; et desiderando
messer _Michelagnolo_ porre fine a tali lite, acci che detta opera abbi
pi presto possibile la sua perfezione: di consenso di tutti a dua e'
sopradetti maestro _Giovanni_ et _Francesco_ si ripiglia in s la detta
opera, ciedendo ciascuno di loro per la presente a tutte le
iurisdictioni et ragioni, che per vigore della sopra allegata scripta o
in qualunque altro modo ci potesino aver sopra, rendendola in tutto et
per tutto liberamente al detto messer _Michelagnolo_, il quale, acci
che detta opera si fornisca, di nuovo la rialluoga come a pi:

In prima detto messer _Michelagnolo_ alluoga la sopradetta opera a
_Francesco_ di _Bernardino_ d'_Amadore_ da Urbino, et a maestro
_Giovanni Marchesi_ scarpellino, per il medeximo prezo et a pagarsi ne'
medesimi tempi et modi come nell'altra convenzione dichiarati, nella
quale li abbino a fare buoni scudi 100, di giuli X per scudo, che
hebbano in principio de l'opera, in diminuzione della somma di scudi 700
simili, che hanno havere di tutta l'opera, con patti che il detto
_Francesco_ da Urbino habbia ad attendere di continuo alla detta opera
et esercitarsi in essa con ogni sua forza et ingegno, non attendendo ad
altro, et habbia lui a provedere a tutti li garzoni bisognassino, et
pagarli della compagnia, et a trre e' marmi mancassino per fornire
l'opera, quali sieno buoni et recipienti per il lavoro; secondo la forma
dell'altra convenzione, et habbia a sollecitar l'opera in modo che sia
fornita a Natale proximo: in sino al qual tempo duri la provisione et
non pi: et durando pi che detto tempo, in ogni modo sia tenuto a
sollecitare come prima, senza provisione, et solo i marmi si habbino a
comprare di comune consenso et della bont secondo la forma della prima
scritta, a iuditio di detto messer _Michelagnolo_; ma possa detto
maestro _Giovanni_ a suo piacere attendere alla sua bottega et alli
altri lavori che alla giornata li accadessino. Et perch detto
_Francesco_ da Urbino per seguitare questa opera ha lasciato altri
lavori et facciende, per le quali aveva buona provisione, sono d'acordo
che durante l'opera habbia scudi 6, di giuli X per scudo, il mese,
cominciando add 1 di giugno presente et cos _successive_: quali scudi
sei si habbino a porre a conto della compagnia: et il detto maestro
_Giovanni_ per essere libero della persona sua, non abbia avere cosa
alcuna, ma possa a suo piacer andare a veder lavorare, acci che li
ordini che dar detto _Urbino_ sieno idonei per l'opera.

Ancor vogliamo che alla fine del presente mese di giugno, detto maestro
_Giovanni_ et _Francesco_ da Urbino habbino a far conto di tutti e'
marmi messi et lavorati, pagati per detta opera sino a quel d, presente
_Michelagnolo_; et che detto maestro _Giovanni_ habbia a produrre e'
conti fatti altra volta con detto _Francesco_, et abbino a saldare ogni
cosa sino a quel giorno: et nasciendo fra loro diferenzia alcuna ne sia
iudice messer _Michelagnolo_, alla semplice parola del quale ciascuno di
essi ne abbia a star, sotto pena di scudi 100 di pagarsi per chi
contrafacessi subito al Governatore et Fiscale di Roma: et in oltre
quello che recalcitrassi, s'intenda subito et sia fuori dell'opera, et
non abbia pi che fare in essa.

E di pi sono d'accordo che di poi ogni mese detto _Francesco_ abbia a
fare conto con maestro _Giovanni_ sopradetto, presente messer
_Michelagnolo_, quale habbia a essere iudice di tutte le loro diferenzie
sotto le pene sopradette contro a chi non stssi a quanto lui dicessi.

Sono ancora d'accordo che tutti i marmi di detta opera si abbino a
lavorare secondo il disegno dato loro (_da_) detto messer
_Michelagnolo_, et nel modo parr a lui, et alla fine dell'opera; la
quale abbia a essere da lui aprovata se star bene o no, et lui abbia a
pagare loro quello restassino avere di scudi 700, di giuli X per scudo;
et se l'opra fussi costata pi, loro habbino a rifare lui, senza replica
alcuna.

Convengono ancora che in fine di detta opera detto maestro _Giovanni_ et
_Francesco_ abino a far conto insieme di tutto quello sar costa, et
essendovi utile, partecipino per met, et similmente essendovi danno,
che ciascuno concorra per met et rifaccia detto messer _Michelagnolo_
della sua rata; et nascendo tanto ne' conti quanto in ogni altra cosa
diferenzia fra li detti _Francesco_ et maestro _Giovanni_, se ne
rimettino et ne voglino stare alla semplice dichiarazione di detto
messer _Michelagnolo_, sotto le pene che di sopra  detto senza alcuna
replica.




  BIBLIOTECA NAZIONALE DI FIRENZE.      Roma, 8 di luglio 1542.

LXII.

_Lodo de' maestri chiamati a giudicare il lavoro di quadro fatto da
sopraddetti_ Giovanni e Francesco.[619]


                           A d 8 luio 1542.

Faciamo fede noi eletti camatti, cio io maestro _Iuliano_, camatto da
_Michelangello Bonarota_, e maestro _Bernardino da Marco_, camato da
magistro _Iovane da Sattri_, e 'l dito _Iuliano_ e _Bernardino_ no
camato per terzo _Andreia Bevelacqua_ scarpellino, a stimare e vedere
uno lavoro che aveva a fare l'_Orbino_, e maestro _Govane da Sattre_ a
conpania; li sopra scritti maistri no visto e misurato dito lavoro,
trovano che dal dito lavoro n' fato dali sete parte l'una, stimato
ditto lavoro con consintimento dali sopra scrite partie, e noi d'acordo
avemo stimati insieme.[620]


  [619] Pubblicato dal Gaye, Op. cit., vol. I, pag. 295.

  [620] Nell'originale seguono le firme.




  BIBLIOTECA NAZIONALE DI FIRENZE.      Roma, 20 d'agosto 1542.

LXIII.

_Ultima convenzione tra_ Michelangelo _e gli agenti del duca d'Urbino
per la sepoltura di papa Giulio II_.


                           A d XX agosto 1542.

In nomine Domini, Amen. Conciosia cosa che avendo messer _Michelangelo
Buonarroti_ pi tempo fa preso a fabricare et costruere la sepoltura
della felice remembranza di Iulio papa II con pi et diversi patti et
convenzioni, come per diversi contratti sopra di ci fatti appare, li
quali furono cassati et annullati per uno contratto fatto dinanti alla
bona memoria di Clemente VII co' lo illustrissimo signor duca d'Urbino
sotto d XXVIIII di aprile MDXXXII con nove convenzioni: li quali il
prefato messer _Michelagnolo_ per iusti et legitimi impedimenti fin qui
non ha possuto adimpire, n dal fine a detta sepoltura secondo detto
ultimo contratto, _presertim_ per esser stato occupato in dipingere la
capella di Sixto in el Palazzo apostolico; et non possendo il medesimo
messer _Michelagnolo_ ancor per l'avenire attendere a detta opera della
sepoltura per essere costretto dalla Santit di nostro signor Paulo papa
III, a dipingere la sua nuova capella, et per la ett non potria
resistere nella pittura et sculptura; desiderando levarsi et liberarsi
in tutto del carigo, obligo et convenzione, che in el ditto contratto
de' XXVIIII d'aprile 1532 si contengono; et per questo essendo
ultimamente venuto a nuove convenzioni con la excellenzia del prefato
signor duca d'Urbino, come per una sua lettera de' VI di marzo 1542
diretta al prefato messer _Michelagnolo_, dove si vede; finalmente per
mezanit di sua Beatitudine oggi, questo giorno soprascritto, davanti a
sua Santit et di suo consenso et volont il prefato messer
_Michelagnolo_ constituto in presentia etc. di nuovo  convenuto e
conviene con il prenominato illustrissimo signor Duca, e per sua
Eccellenzia con il magnifico signor Girolamo Tiranno, suo oratore,
presente, e per ditta sua Excellenzia stipulante, alle infrascritte
convenzioni et patti:

Inprimis di comune consenso et volont li prefati signori Ambasciatori
et messer _Michelagnolo_ cassorono, annullorno et invalidorno, et per
cassi, annullati et invalidati ebbero et hanno il contratto sotto d
XXVIIII d'aprile 1532, quanto ogni altro contratto et scripture per
conto di detta sepoltura fatte inanti et poi ditto contratto: et cos il
medesimo oratore messer Girolamo in nome di sua Excellenzia et per lei
liber et absolv, et libera et absolve il medesimo messer
_Michelagnolo_, presente et acceptante per s et suoi eredi, da ogni
obligo et promessa et anco convenzione, che il detto messer
_Michelagnolo_ per scripture publice e private, o in qual si voglia
altro modo avesse fatto, per conto di detta sepoltura fin' a questo d,
come mai se ne fusse impacciato. Et questo ha fatto e fa detto oratore,
per che messer _Michelagnolo_ predetto ha gi depositato in sul banco
di messer Silvestro da Montauto et compagni di Roma, in nome et ad
istanzia di sua Eccellenzia et per complemento et fine della sepoltura
et opera, scudi 1400 di moneta, et ad commodo et pericolo di sua
Excellenzia, talch di detto deposito non abbia pi a fare esso messer
_Michelagnolo_; et detti scudi 1400 in modo alcuno non possa toccare o
rimovere, se non per spendere giornalmente per finire detta opera, cio
scudi 800 che ha de avere _Francesco d'Urbino_, che gi si crede n'abbia
auto 300; et questi scudi 800 sono per la monta dell'opera della parte
di sopra del quadro, cio ornamento che ci resta a fare per detta
sepoltura, allogatoli per prezzo di scudi 800, il quale piglier alla
giornata secondo che lavorer; et scudi 550 che ha d'avere _Raphaello da
Montelupo_, scultore, de' quali gi si dice ha auto 105. Quali 550 sono
per fornitura di cinque statue, allogateli a finire per detto prezzo: le
quali statue sono una Nostra Donna con il Putto in braccio, quale di gi
in tutto  finita; una Sibilla, uno Profeta, una Vita attiva et una Vita
contemplativa, bozzate et quasi finite di mano di detto messer
_Michelagnolo_. Quali statue maestro _Raphaello_ ander alla giornata
forniendo, et di pi scudi 50 che si ranno a dare a _Francesco
d'Urbino_ per condurre le dette statue a San Pietro in Vincula, dove 
cominciata detta sepoltura, et metterle in opera; et la statua del
_Moises_, che va in questa opera, detto messer _Michelagnolo_ la dar
finita et condutta a l'opera a sue spese et per detti scudi 1400, come
di sopra depositati di ordine et consenso del prefato signor
ambasciatore. Esso signor ambasciatore quieta, libera et absolve detto
messer _Michelagnolo_ presente etc. della opera predetta et sepoltura,
et di tutti li denari che detto messer _Michelagnolo_ havesse avuti da
qual si voglia persona per conto di detta sepoltura fino al d presente,
lasciando libera et espedita al detto messer _Michelagnolo_ et per sua
la casa, della quale si dice in ditto strumento di 29 aprile 1532,
promettendo che mai per conto di detta opera et fabrica di sepoltura di
Iulio papa II, n per conto de' denari che messer _Michelagnolo_ habbia
avuti, n per conto di detta casa, per tempo alcuno dalla excellenzia
del prefato signor Duca, n da altri in suo nome, o da altri sotto qual
si voglia quesito colore di eredit, parentado, amicizia, execuzione di
testamento o scripture publice o private sopra ci fatte, o protesti
_etiam_ secretamente fatti, il detto messer _Michelagnolo_, per quanto
sua Excellenzia puotr, non sar molestato: dechiarando, che per questo
contratto si ponga silenzio perpetuo a questo negocio di sepoltura per
conto di detto messer _Michelagnolo_. Et per maggiore et pi valida
fermezza di tutte le soprascritte cose, il prefato messer Girolamo,
oratore, in nome della excellenzia del duca di Urbino prenominato, et
per lui promettendo _de rato_ in forma valida si obliga, _videlicet_,
che sua Excellenzia ratificar per publico instrumento questo contratto
et tutto quello che in esso si contiene, et per lettera che sua
Excellenzia scriver a messer _Michelagnolo_ in fra XV d da oggi: il
quale contratto et lettera sua Excellenzia, subito che saran qui venuti
fra detto tempo, far recognoscere fra XV d da poi da tre persone degne
di fede. E di presenzia, consenso et volont di sua Beatitudine ambedui
le parti, come di sopra, in detti nomi si obligorno in forma della
Camera Apostolica da extendersi a longo con le submissioni,
renunziazioni et constituzioni de' procuratori et con tutte le altre
clausole necessarie et consuete, non mutata la substanzia delle cose
predette, et giurorno etc. Quibus omnibus et singulis premissis coram
sua Sanctitate, sic ut prefertur lectis et stipulatis, etiam de illis
idem prelibatus sanctissimus Dominus Noster plene informatus, salva
etiam latissima et amplissima confirmatione etc. etc.

Acta fuerunt hec Rome in palatio Sancti Marci in camera sue Sanctitatis,
presentibus ibidem Reverendis patribus domino Alexandro episcopo
Adiacensi, sue Sanctitatis magistro domus, et Nicolao Ardinghello
episcopo Forosemproniensi, eiusdem domini nostri Pape datario, D.
Bernardino Helvino, thesaurario generali Sedis Apostolice, ac dominio
Cortesio et aliis testibus etc.

                (_Firmato_): BARTHOLOMEUS CAPPELLUS, notarius rogatus.

Maestro _Raffaello da Montelupo_ avere alli 21 d'agosto scudi 445, avuti
da messer Hieronimo Tiranno, oratore del signor duca d'Urbino, per mano
di messer _Michelangelo Buonarroti_.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Roma, 21 d'agosto 1542.

LXIV.

_Girolamo Tiranno, oratore del duca d'Urbino, alloga a_ Raffaello da
Montelupo _a finire cinque statue di marmo, e a_ Francesco _detto_
l'Urbino _a fare il resto del lavoro di quadro della sepoltura di papa
Giulio II_.


In nomine Domine, Amen. Per hoc presens publicum instrumentum cunctis
pateat evidenter et sit notum, quod anno ab eiusdem Domini nativitate
millesimi quingentesimi quadragesimi secundi, indictione quintadecima,
die vero vigesima prima augusti, Pontificatus sanctissimi in Christo
patris et domini nostri, domini Pauli divina providentia pape iij, anno
octavo, in mei notarii publici testiumque infrascriptorum ad hec
specialiter vocatorum, personaliter constitutus:

Il magnifico messer Hieronimo Tiranno, oratore dell'illustrissimo signor
duca di Urbino, in nome di sua Excellentia, di messer _Michelangelo
Buonarruoti_, et de l'opera della sepoltura della felice recordazione di
Iulio papa ij incominciata in la chiesa di San Pietro ad Vincula di
Roma; accioch la detta opera abbia il suo debito fine, in ogni miglior
modo che possa et debba, allog et dtte a maestro _Raphaello da
Montelupo_, scultore fiorentino, a finire cinque statue di marmo che
vanno in detta sepoltura et che erano prima sbozzate et quasi finite dal
prefato messer _Michelangelo Bonarruoti_: le quali sonno, _videlicet_,
una Nostra Donna con il Putto in braccio, una Sibilla, un Propheta, una
Vita activa et una Vita contemplativa: et tutto per prezzo di scudi
cinque cento cinquanta di moneta, a iuli x per scudo: le quali statue
esso maestro _Raphaello_ ha da dar finite del tutto nella stanza dove
sono in casa del prefato messer _Michelangelo Bonarruoti_, nel modo et
secondo che giornalmente li ordinar et commetter il detto messer
_Michelangelo_, a cui obedienza ha da stare, et questo in tempo di xx
mesi proximi, cominciati questo d: de' quali scudi cento cinquanta
detto maestro _Raphaello_, quivi presente, confess avere avuto scudi
cento cinque per mano del medesimo messer _Michelangelo Bonarruoti_ in
pi partite fino a questo d ventuno di agosto, et il resto, che sono
scudi quattrocento quaranta cinque simili, ha avuto una cedula del banco
di Silvestro da Montauto et compagni, per averli alla giornata; secondo
andar lavorando et di ordine et per poliza del predetto messer
_Michelangelo_, sottoscritta di mano del prefato magnifico signore
imbasciatore; et messer Luigi de Riccio: _nome proprio_ promesse et
promette che il prefato maestro _Raphaello_ finir per il detto prezzo
le dette cinque statue in detto tempo, salvo iusto et legitimo
impedimento; il qual cessante, sia in ogni modo tenuto a finirle.

Item il detto signor imbasciatore, in nome come di sopra, similmente
allog a _Francesco_ d'_Amadore_ da Urbino, _etiam_ presente, tutto il
resto del quadro, cio de l'ornamento di detta sepoltura, cominciata,
come  detto di sopra, in San Pietro ad Vincula, con tutto il
fontespitio (_sic_) et candellieri; il qual quadro, ornamento et opera
ha da fare di ordine et comandamento del detto messer _Michelangelo_, et
come a lui parr et secondo il disegno che ha mandato detto messer
_Michelangelo_ a sua Excellentia, dove di sua mano  notata l'altezza et
larghezza: et questo, detto _Francesco_ ha da fare per prezzo di scudi
ottocento di moneta, a iuli x per scudo: la qual'opera detto _Francesco_
promesse aver finita in dieci mesi proximi, similmente cominciati questo
d: de' quali scudi ottocento di moneta, detto _Francesco_ confess
avere avuto trecento in pi partite per mano del medesimo messer
_Michelangelo_, et il resto ha ricevuto in una poliza over cedula del
bancho di messer Silvestro da Montauto et compagni, per averli alla
giornata, secondo andr lavorando, di ordine et per poliza del detto
messer _Michelagnolo_ et sottoscritta di mano del prefato signor
imbasciadore. Et pi il detto _Francesco_ si oblig et promesse che
detto messer _Michelagnolo_ ritoccher la faccia della statua di papa
Iulio che  in su l'opera et quella de' Termini, secondo che ad esso
messer _Michelangelo_ parr stia bene. Et ancho detto _Francesco_ da
Urbino si oblig condurre et far condurre a sue proprie spese le cinque
statue che vanno in detta sepoltura, da casa del detto messer
_Michelangelo_ dove sonno, in su detta opera, dove hanno a stare, per
prezzo di scudi cinquanta simili di moneta, quali dicano gi essere
depositati come di sopra, per averli detto _Francesco_ quando egli arr
condotte e poste dette statue a luogo loro. Li quali maestro
_Raphaello_, messer Luigi et _Francesco_ presenti per observatione di
tutto quello che di sopra  detto et scritto, si obligorno et ciaschun
si oblig in forma amplissima della Camera Apostolica, da extendersi con
tutte le clausule, cautele et promissioni solite et opportune; et
giurorno _ad sancta Dei evangelia_. Le quali cose furon fatte come di
sopra, in Roma, nel Consolato de' Fiorentini, presenti messer Giovanni
Pandolfini cittadin fiorentino, et Giovanni Bancozzo clerico fesulano,
testimoni.

Et ego Bartholomeus Cappellus de Montepolitiano, Camere Apostolice
notarius et nationis florentine de Urbe cancellarius, de premissis ut
supra gestis rogatus, hoc presens publicum instrumentum aliena manu
fideliter scriptum, subscripsi et publicavi meis nomine et signo
consuetis in fidem premissorum muniendo, requisitus.




  BIBLIOTECA NAZIONALE DI FIRENZE.      Roma, 6 di febbraio 1543.

LXV.

Battista _di_ Donato Benti _prende a fare dall'_Urbino _un'arme di marmo
per la sepoltura di papa Giulio II_.[621]


Sia noto a chi vedr la presente, come _Francesco da Madore_ (_sic_) da
Urbino  alogato et dato a fare a _Batista_ da _Pietra Santa_[622] una
arme di papa Iulio II, di marmo d'un pezo, secondo il modello auto da
messer _Michelagnolo Buonarroti_, a tutta sua spesa della fattura: solo
detto _Francesco_ da Urbino li  a dare il marmo et fargnene portare a
casa sua vicino a Camposanto, et di l, fatta che la sar, levarla et
condurla a San Pietro in Vincula a spese sua, per prezzo di scudi 36, di
giuli x per scudo, di moneta vechia; detto _Pietra Santa_ promette
averla di tutto finita per tutto marzo proximo 1543.

  6 febbraio 1543, in Roma.


  [621] Anche questo  pubblicato dal Gaye, Op. cit., vol. II, pag.
  296.

  [622] Figliuolo di quel Donato Benti, scultore fiorentino, pi
  volte nominato.




  ARCHIVIO BUONARROTI.      Firenze, 14 di maggio 1548.

LXVI.

_Fede di Bernardo Bini di aver pagato, in nome del cardinale Aginense,
a_ Michelangelo _3000 ducati per conto della sepoltura di papa Giulio
II_.


In Dei nomine, Amen. Universis et singulis presentis publici instrumenti
seriem inspecturis pateat evidenter et notum sit, quod anno
Incarnationis Dominice millesimo quingentesimo quadragesimo octavo,
indictione sexta, die vero xiiij mensis maii, Pontificatus sanctissimi
in Christo patris et domini nostri, domini Pauli divina providentia pape
Tertii, anno quartodecimo, in mei notarii publici, testiumque
infrascriptorum presentia, personaliter constitutus spectabilis vir
Bernardus de Binis, civis florentinus, requisitus pro parte eximii viri
_Michelangeli de Bonarrotis_, civis et scultoris florentini, volens
veritatem manifestare, suo medio iuramento in manibus mei notarii
prestito, dixit et testificatus est, qualiter in principio pontificatus
domini Leonis pape Decimi in circa, ut vult recordari, ipse testis ad
requisitionem et instantiam reverendissimi Cardinalis Agennensis, prout
similiter vult recordari, solvit et numeravit sopradicto _Michelangelo_
ducatos triamilia in circa occasione et causa et pro parte sepulchri seu
sepulture felicis recordationis domini Iulii pape Secundi, quam dictus
_Michelangelus_ sculpebat; de quo fecit memoriam super libris dicti
testis, quos non habet penes se; et quod fuit in urbe Rome, et quod
predicta dixit pro veritate tantum. Super quibus rogavit me, ut publicum
conficerem instrumentum.

Acta fuerunt hec omnia Florentie in domo dicti Bernardi, presentibus
ibidem venerabilibus viris ser Iohanne Francisco Antonii Fattucci
cappellano cathedralis Ecclesie florentine, et ser Matheo Maganzi
presbitero florentino, testibus ad premessa vocatis, habitis et rogatis.

Et quia ego Scipio ser Alexandri de Braccesis Apostolica et imperiali
auctoritatibus notarius et civis florentinus premissis omnibus dum sic
agebatur, cum prenominatis testibus interfui et ex sic fieri vidi, et
audivi, et in notam sumpsi ex qua hoc presens publicum instrumentum
confeci et publicavi; ideo in fidem premissorum me subscripsi et signum
meum apposui consuetum, rogatus et requisitus.

    (_Dietro  scritto._)

    Confesso della ricevuta di scudi 3000 per conto della sepoltura
    di Iulio ij.


                   FINE DE' CONTRATTI E DEL VOLUME.




INDICE DEL VOLUME.


  PREFAZIONE                                                Pag.    v
   LETTERE ALLA FAMIGLIA.
      A Lodovico suo padre (dal 1497 al 1523)                       3
      A Buonarroto suo fratello (dal 1497 al 1527)                 59
      A Giovan Simone suo fratello (dal 1507 al 1546)             147
      A Gismondo suo fratello (dal 1540 al 1542)                  159
      A Lionardo suo nipote (dal 1540 al 1563)                    161
  LETTERE A DIVERSI (dal 1496 al 1561)                            375
  RICORDI DI MICHELANGELO BUONARROTI
    (dal 1505 al 1563)                                            563
  CONTRATTI ARTISTICI DI MICHELANGELO BUONARROTI
    (dal 1498 al 1548)                                            613




PUBBLICATO IL XII DI SETTEMBRE M. DCCC. LXXV.





Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, cos come le
numerosissime grafie alternative. Sono stati corretti senza annotazione
minimi errori tipografici soltanto nel testo delle note e della
Prefazione, con l'unica eccezione dell'atto a pag. 701 (numero LIV,
"Michelangelo  eletto governator generale delle fortificazioni di
Firenze"), nel cui titolo l'anno MCXXIX appariva un evidente refuso,
corretto in MDXXIX.





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Michelangelo Buonarroti

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Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg-tm and future
generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
Sections 3 and 4 and the Foundation information page at
www.gutenberg.org Section 3. Information about the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
U.S. federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is in Fairbanks, Alaska, with the
mailing address: PO Box 750175, Fairbanks, AK 99775, but its
volunteers and employees are scattered throughout numerous
locations. Its business office is located at 809 North 1500 West, Salt
Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to
date contact information can be found at the Foundation's web site and
official page at www.gutenberg.org/contact

For additional contact information:

    Dr. Gregory B. Newby
    Chief Executive and Director
    gbnewby@pglaf.org

Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation

Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
spread public support and donations to carry out its mission of
increasing the number of public domain and licensed works that can be
freely distributed in machine readable form accessible by the widest
array of equipment including outdated equipment. Many small donations
($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
status with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements. We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
state visit www.gutenberg.org/donate

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations. To
donate, please visit: www.gutenberg.org/donate

Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works.

Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be
freely shared with anyone. For forty years, he produced and
distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of
volunteer support.

Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
edition.

Most people start at our Web site which has the main PG search
facility: www.gutenberg.org

This Web site includes information about Project Gutenberg-tm,
including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.


Updated editions will replace the previous one--the old editions
will be renamed.

Creating the works from public domain print editions means that no
one owns a United States copyright in these works, so the Foundation
(and you!) can copy and distribute it in the United States without
permission and without paying copyright royalties.  Special rules,
set forth in the General Terms of Use part of this license, apply to
copying and distributing Project Gutenberg-tm electronic works to
protect the PROJECT GUTENBERG-tm concept and trademark.  Project
Gutenberg is a registered trademark, and may not be used if you
charge for the eBooks, unless you receive specific permission.  If you
do not charge anything for copies of this eBook, complying with the
rules is very easy.  You may use this eBook for nearly any purpose
such as creation of derivative works, reports, performances and
research.  They may be modified and printed and given away--you may do
practically ANYTHING with public domain eBooks.  Redistribution is
subject to the trademark license, especially commercial
redistribution.



*** START: FULL LICENSE ***

THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE
PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK

To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free
distribution of electronic works, by using or distributing this work
(or any other work associated in any way with the phrase "Project
Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full Project
Gutenberg-tm License (available with this file or online at
http://gutenberg.org/license).


Section 1.  General Terms of Use and Redistributing Project Gutenberg-tm
electronic works

1.A.  By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm
electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to
and accept all the terms of this license and intellectual property
(trademark/copyright) agreement.  If you do not agree to abide by all
the terms of this agreement, you must cease using and return or destroy
all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your possession.
If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a Project
Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound by the
terms of this agreement, you may obtain a refund from the person or
entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph 1.E.8.

1.B.  "Project Gutenberg" is a registered trademark.  It may only be
used on or associated in any way with an electronic work by people who
agree to be bound by the terms of this agreement.  There are a few
things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works
even without complying with the full terms of this agreement.  See
paragraph 1.C below.  There are a lot of things you can do with Project
Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this agreement
and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm electronic
works.  See paragraph 1.E below.

1.C.  The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the Foundation"
or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection of Project
Gutenberg-tm electronic works.  Nearly all the individual works in the
collection are in the public domain in the United States.  If an
individual work is in the public domain in the United States and you are
located in the United States, we do not claim a right to prevent you from
copying, distributing, performing, displaying or creating derivative
works based on the work as long as all references to Project Gutenberg
are removed.  Of course, we hope that you will support the Project
Gutenberg-tm mission of promoting free access to electronic works by
freely sharing Project Gutenberg-tm works in compliance with the terms of
this agreement for keeping the Project Gutenberg-tm name associated with
the work.  You can easily comply with the terms of this agreement by
keeping this work in the same format with its attached full Project
Gutenberg-tm License when you share it without charge with others.

1.D.  The copyright laws of the place where you are located also govern
what you can do with this work.  Copyright laws in most countries are in
a constant state of change.  If you are outside the United States, check
the laws of your country in addition to the terms of this agreement
before downloading, copying, displaying, performing, distributing or
creating derivative works based on this work or any other Project
Gutenberg-tm work.  The Foundation makes no representations concerning
the copyright status of any work in any country outside the United
States.

1.E.  Unless you have removed all references to Project Gutenberg:

1.E.1.  The following sentence, with active links to, or other immediate
access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear prominently
whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work on which the
phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the phrase "Project
Gutenberg" is associated) is accessed, displayed, performed, viewed,
copied or distributed:

This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
almost no restrictions whatsoever.  You may copy it, give it away or
re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
with this eBook or online at www.gutenberg.org/license

1.E.2.  If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is derived
from the public domain (does not contain a notice indicating that it is
posted with permission of the copyright holder), the work can be copied
and distributed to anyone in the United States without paying any fees
or charges.  If you are redistributing or providing access to a work
with the phrase "Project Gutenberg" associated with or appearing on the
work, you must comply either with the requirements of paragraphs 1.E.1
through 1.E.7 or obtain permission for the use of the work and the
Project Gutenberg-tm trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or
1.E.9.

1.E.3.  If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted
with the permission of the copyright holder, your use and distribution
must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any additional
terms imposed by the copyright holder.  Additional terms will be linked
to the Project Gutenberg-tm License for all works posted with the
permission of the copyright holder found at the beginning of this work.

1.E.4.  Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm
License terms from this work, or any files containing a part of this
work or any other work associated with Project Gutenberg-tm.

1.E.5.  Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this
electronic work, or any part of this electronic work, without
prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with
active links or immediate access to the full terms of the Project
Gutenberg-tm License.

1.E.6.  You may convert to and distribute this work in any binary,
compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including any
word processing or hypertext form.  However, if you provide access to or
distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format other than
"Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official version
posted on the official Project Gutenberg-tm web site (www.gutenberg.org),
you must, at no additional cost, fee or expense to the user, provide a
copy, a means of exporting a copy, or a means of obtaining a copy upon
request, of the work in its original "Plain Vanilla ASCII" or other
form.  Any alternate format must include the full Project Gutenberg-tm
License as specified in paragraph 1.E.1.

1.E.7.  Do not charge a fee for access to, viewing, displaying,
performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works
unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9.

1.E.8.  You may charge a reasonable fee for copies of or providing
access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works provided
that

- You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from
     the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method
     you already use to calculate your applicable taxes.  The fee is
     owed to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he
     has agreed to donate royalties under this paragraph to the
     Project Gutenberg Literary Archive Foundation.  Royalty payments
     must be paid within 60 days following each date on which you
     prepare (or are legally required to prepare) your periodic tax
     returns.  Royalty payments should be clearly marked as such and
     sent to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation at the
     address specified in Section 4, "Information about donations to
     the Project Gutenberg Literary Archive Foundation."

- You provide a full refund of any money paid by a user who notifies
     you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he
     does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm
     License.  You must require such a user to return or
     destroy all copies of the works possessed in a physical medium
     and discontinue all use of and all access to other copies of
     Project Gutenberg-tm works.

- You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of any
     money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
     electronic work is discovered and reported to you within 90 days
     of receipt of the work.

- You comply with all other terms of this agreement for free
     distribution of Project Gutenberg-tm works.

1.E.9.  If you wish to charge a fee or distribute a Project Gutenberg-tm
electronic work or group of works on different terms than are set
forth in this agreement, you must obtain permission in writing from
both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and Michael
Hart, the owner of the Project Gutenberg-tm trademark.  Contact the
Foundation as set forth in Section 3 below.

1.F.

1.F.1.  Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable
effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread
public domain works in creating the Project Gutenberg-tm
collection.  Despite these efforts, Project Gutenberg-tm electronic
works, and the medium on which they may be stored, may contain
"Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate or
corrupt data, transcription errors, a copyright or other intellectual
property infringement, a defective or damaged disk or other medium, a
computer virus, or computer codes that damage or cannot be read by
your equipment.

1.F.2.  LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right
of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project
Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project
Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all
liability to you for damages, costs and expenses, including legal
fees.  YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT
LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE
PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3.  YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE
TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE
LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR
INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH
DAMAGE.

1.F.3.  LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a
defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can
receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a
written explanation to the person you received the work from.  If you
received the work on a physical medium, you must return the medium with
your written explanation.  The person or entity that provided you with
the defective work may elect to provide a replacement copy in lieu of a
refund.  If you received the work electronically, the person or entity
providing it to you may choose to give you a second opportunity to
receive the work electronically in lieu of a refund.  If the second copy
is also defective, you may demand a refund in writing without further
opportunities to fix the problem.

1.F.4.  Except for the limited right of replacement or refund set forth
in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS' WITH NO OTHER
WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT LIMITED TO
WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.

1.F.5.  Some states do not allow disclaimers of certain implied
warranties or the exclusion or limitation of certain types of damages.
If any disclaimer or limitation set forth in this agreement violates the
law of the state applicable to this agreement, the agreement shall be
interpreted to make the maximum disclaimer or limitation permitted by
the applicable state law.  The invalidity or unenforceability of any
provision of this agreement shall not void the remaining provisions.

1.F.6.  INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the
trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in accordance
with this agreement, and any volunteers associated with the production,
promotion and distribution of Project Gutenberg-tm electronic works,
harmless from all liability, costs and expenses, including legal fees,
that arise directly or indirectly from any of the following which you do
or cause to occur: (a) distribution of this or any Project Gutenberg-tm
work, (b) alteration, modification, or additions or deletions to any
Project Gutenberg-tm work, and (c) any Defect you cause.


Section  2.  Information about the Mission of Project Gutenberg-tm

Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of computers
including obsolete, old, middle-aged and new computers.  It exists
because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from
people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need, are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
remain freely available for generations to come.  In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations.
To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
and the Foundation web page at http://www.pglaf.org.


Section 3.  Information about the Project Gutenberg Literary Archive
Foundation

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service.  The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541.  Its 501(c)(3) letter is posted at
http://pglaf.org/fundraising.  Contributions to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
permitted by U.S. federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S.
Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
throughout numerous locations.  Its business office is located at
809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email
business@pglaf.org.  Email contact links and up to date contact
information can be found at the Foundation's web site and official
page at http://pglaf.org

For additional contact information:
     Dr. Gregory B. Newby
     Chief Executive and Director
     gbnewby@pglaf.org


Section 4.  Information about Donations to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation

Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
spread public support and donations to carry out its mission of
increasing the number of public domain and licensed works that can be
freely distributed in machine readable form accessible by the widest
array of equipment including outdated equipment.  Many small donations
($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
status with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States.  Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements.  We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance.  To
SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any
particular state visit http://pglaf.org

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States.  U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses.  Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations.
To donate, please visit: http://pglaf.org/donate


Section 5.  General Information About Project Gutenberg-tm electronic
works.

Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg-tm
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone.  For thirty years, he produced and distributed Project
Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support.


Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S.
unless a copyright notice is included.  Thus, we do not necessarily
keep eBooks in compliance with any particular paper edition.


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