The Project Gutenberg EBook of Le notti degli emigrati a Londra, by 
Ferdinando Petruccelli della Gattina

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Title: Le notti degli emigrati a Londra

Author: Ferdinando Petruccelli della Gattina

Release Date: October 5, 2014 [EBook #47058]

Language: Italian

Character set encoding: ISO-8859-1

*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LE NOTTI DEGLI EMIGRATI A LONDRA ***




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                        NOTE DEL TRASCRITTORE:

--Corretti gli ovvii errori di stampa e punteggiatura.

--Il testo in grassetto  stato reso come =testo grassetto=.




                        LE NOTTI DEGLI EMIGRATI

                               A LONDRA.

DELLO STESSO AUTORE:

  =L'Histoire diplomatique des Conclaves=, 4 volumes. Paris.
  =Le Memorie di Giuda= (in francese ed in italiano).
  =Storia del Congresso di Vienna=, con Dumas, 11. volume
  della Storia dei Borboni.
  =Prliminaires de la question romaine=, 1 volume. Londres.
  =Il Re dei Re=, 4 volumi.
  =Il Concilio=, un volumetto.

D'IMMINENTE PUBBLICAZIONE:

  =L'Histoire politique et militaire de la Guerre de 1870-71.
      Britania Rule=, studi sull'Inghilterra sociale politica ed
      economica, 2 volumi.
  =Il Re prega=, romanzo. 1 volume.

IN PREPARAZIONE:

  =L'Histoire de la Civilisation en Italie=, 6 volumes.
  =Messaline=, Deuxime partie des =Mmoires de Judas=, 1 volume.


                     F. PETRUCCELLI DELLA GATTINA




                        LE NOTTI DEGLI EMIGRATI

                               A LONDRA




                           Maurizio Zapolyi

                     Il conte Giovanni Lowanowicz

                         Il marchese di Tregle




                                MILANO

                          E. TREVES, EDITORE

                                 1872.

                         Propriet letteraria
  per il Regno d'Italia, Trieste, Istria, Trentino, e Cantone Ticino,
                   dell'editore E. TREVES di Milano.


                    Milano, Stab. Tip. di E. Treves




NOTA PRELIMINARE DELL'EDITORE


I tre episodi delle _Notti degli Emigrati a Londra_ si riferiscono:
alla rivoluzione dell'Ungheria, nel 1848; alla sommossa della Polonia,
nel 1863-64; al tentativo di rivolta in Calabria, nel 1848.

Non  il romanzo storico. Non  la storia-romanzo.  la fantasia che
circola nella storia vera e ne fa un dramma. Tutto vive sotto questo
nuovo soffio: fatti, paesaggi, uomini. Gli enti fantastici che si
caccian dentro agli avvenimenti reali sono come un raggio di sole che
penetra in una camera oscura e rivela nell'ambiente del fascio luminoso
un mondo di molecole di oro, animate, vertiginose. Il cadavere della
storia risuscita e cammina.

Tutto  vero non pertanto--tranne le peripezie del cuore. L'Ungheria,
la Siberia, sono state fedelmente descritte; la poesia tenne la
paletta, ma la natura serv di modello. Le situazioni drammatiche sono
numerose ed impressive. L'interesse del racconto s'impossessa del
lettore e non gli lascia pi lena.

Uno spicchio di emigrati, scampati alle tempeste dei loro paesi,
gittati come alghe desolate sulle spiagge tutelari dell'Inghilterra, si
riuniscono la sera, e ciascuno racconta le miserie o le glorie della
sua patria, e le sue proprie peripezie.

Le avventure che narrano sono terribili.

L'ungherese  fatalista, nervoso, spiccio; appena se trova il tempo
di commuoversi: egli vola. Il polacco  cattolico, piega sotto la
mano della Provvidenza e giammai non si spezza,  minuto, istrutto,
osservatore, ma ha il cuore chiuso. La sua storia psicologica
s'intravede appena, come conviene ad un uomo nato in una contrada ove
il pensiero si spia e la parola si condanna. L'italiano  scettico e
frivolo. Egli  divenuto tale sotto i disinganni e le prove.

Delle tre donne dei tre episodi, la calabrese  l'intelligenza viva
e pronta che piglia a volo la sua parte e riceve l'amore nel cuore
come la torpedine riceve la scintilla elettrica. Appare: non  pi!
La siberiana  l'energia umana che lotta contro le forze della natura
e soccombe. La contessa ungherese  la fiera patrizia che aggiorna
l'amore all'ora del trionfo della patria.... ma quest'ora non giunge!
Dei nugoli di cosacchi, come i nugoli delle cavallette bibliche,
oscurano il sole della regina del Danubio.

Che tragedie!

_Il marchese di Tregle_ fu pubblicato prima in inglese nel _Cornhill
Magazine_ di Thackeray, poi in francese nelle _Revue Moderne_ a Parigi.
Questa stessa _Revue_ ha altres pubblicati gli altri due episodi.

Le rivoluzioni, cui si accenna, finirono tutte miseramente. Ma, quella
di Polonia eccetto, esse han preso di poi la rivincita. E l'Italia 
sorta; l'Ungheria ha assorbita l'Austria.

Il signor Petruccelli della Gattina fa seguire dunque questi racconti
da considerazioni politiche, ove la nuova trasformazione si accenna ed
i nuovi destini s'indicano. E questa  forse la parte la pi importante
del presente volume--non per le donne, no; ma per gli uomini, i
quali, in paese libero, nella marea della storia contemporanea--che
non si localizza ma agita tutta l'Europa e si frange su tutti i punti
dell'orizzonte,--desiderano approfondare la missione delle nazioni e
seguirne dello sguardo l'orbita fatale.

Sarebbe stato forse giovevole che l'autore avesse fatto per l'Italia
ci che ha fatto per la razza slava: una ricostruzione storica
limpidissima, a grandi tratti, ed una specie di foglio di via
dell'avvenire. Ma l'autore tratta l'Italia leggermente. Si direbbe
ch'egli la paghi della sua moneta; perocch gl'italiani non apprezzano
delle opere e nelle opere di lui che la parte frivola, lo stile vivo
e scorrevole, ed alcuno non va al fondo. Eppure un fondo nuovo,
originale, che penetra fino alle fibre rudimentali della vita, vi ,
e nella _Storia diplomatica dei Conclavi_, e nelle _Memorie di Giuda_,
cui un giornale tedesco chiamava il libro pi audace del secolo.

  Milano, ottobre 1871.




MAURIZIO ZAPOLYI


MAURIZIO ZAPOLYI


I.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

--Il nome che porto non  il mio, continu il colonnello Zapolyi. Non
oso pi nominare il villaggio ove nacqui. Ci che  una gloria ed una
gioja per altrui,  un ricordo di vergogna e di orrore per me.

Mio padre era nobile. Da dodici secoli, i miei antenati accampavano
nelle montagne della parte orientale della Transilvania, che serve di
confine alla Moldavia. Noi siamo Szekely, Siculi, cio a dire, quel
ramo di Magiari che discende da una banda primitiva dell'esercito
di Arpad, gli ultimi avanzi degli Unni che sopravvissero, riparati
nei monti, alla distruzione dell'impero di Attila. Questo paese,
come pure quella lista di terra che si stende lungo tutto l'impero
del sultano fino all'Adriatico, formano i Confini militari, dove,
sotto la dominazione dell'Austria, tutti gli uomini sono soldati.
L'amministrazione  militare. Il regime quello del reggimento. Il
colono non possiede il terreno che lavora; ne gode l'usufrutto
soltanto. La terra paterna passa di diritto al figlio, il quale
prende nel reggimento il posto del padre in ritiro. Allora il padre
coltiva, restando sempre nella riserva. Gli altri figli non hanno
nessun diritto. Mio fratello primogenito, morto poscia in Italia,
era al servizio in quell'epoca, e mio padre coltivava il pezzetto di
terra, che, durante sei secoli, i nostri antenati si erano trasmesso,
pagandolo, ad ogni generazione, col loro sangue e colla loro libert.

Correva il 1845. Io aveva quindici anni, e vivevo con mio padre,
che si era allora ammogliato per la seconda volta, con una giovine
nobile slovacca. Il focolare domestico era felice. Mio padre lavorava
alacremente. Egli si rispettava molto, aveva un alto sentimento della
dignit dell'uomo, qualunque sia il mestiere che esercita, ed un
grande orgoglio per la sua origine, malgrado la sua povert. Egli amava
sua moglie, come amano i vecchi vigorosi che non sono corrotti dal
vizio. La stimava, perch la era rispettabile, e perch la mi amava.
C'era una profonda armonia d'anima fra noi tutti, perch nostro padre,
avendo la religione del dovere e della giustizia, ci aveva formati sul
suo stampo.

Ahim! il serpente sguizz nel nostro povero Eden. Il serpente ama i
cespugli fioriti.

Questo serpente si chiamava il colonnello Schaffner--un tedesco.

Un giorno, egli vide mia madre, e se ne innamor, come se fosse stato
un giovine di vent'anni. N la sua et, n la sua bruttezza, n le sue
abitudini di libertino, d'ubbriaco e di carnefice, n la lealt ed i
doveri di una donna maritata, che rispetta ed ama suo marito, non gli
parvero ostacoli. Quel trapezio sgraziato e deforme pretese d'essere
amato. Egli impose il suo amore con delle atroci minaccie. Perseguit,
spavent quella povera donna. Che fare? Stanca delle umiliazioni che
soffriva, temendo una disgrazia, scorgendo degli agguati dovunque,
stomacata, ella denunzi la persecuzione ed il persecutore a suo
marito. Il brav'uomo arross, poi impallid, e tacque. Cenammo. Mio
padre lesse un capitolo della Bibbia,--siamo protestanti--, poi andammo
a coricarci.

Mio padre non dorm. Egli giudic il suo colonnello.

All'alba eravamo tutti in piedi. Mio padre s'apparecchiava ad andare al
campo, io alla scuola. Appo i protestanti ungheresi l'istruzione dei
ragazzi non  negletta.

--Cosa devo fare? domand timidamente mia madre.

Ella non aveva d'uopo d'indicare pi chiaramente la questione. Ella
vedeva il pensiero del suo oltraggio cristallizzato negli occhi di mio
padre.

--Digli di venire domani sera.... Io parto in viaggio nella prossima
notte.

Un doloroso stupore si dipinse negli occhi della povera donna. Non
comprese quell'ordine, o ebbe paura di comprenderlo. Nondimeno si
guard bene dal replicare. Da noi la donna  un oggetto amato,
rispettato, ma inferiore all'uomo.  la gioja, ma non il consiglio
della famiglia.  un'utilit.  l'amore, ma non il giudizio e
l'autorit del cenacolo. Ella  la primogenita delle figlie. Mia madre
non domand dunque conto a suo marito dell'ordine strano ed offensivo,
che le dava. Obbed.

L'indomani n io n mio padre non uscimmo. Mia madre disse nel
villaggio ch'eravamo partiti nella notte. Venne la sera.

Il colonnello non si fece attendere. Parmi ancora di vederlo! S'era
fatto radere; si era lavato. Aveva bevuto meno che all'ordinario,
perch il vino usurpa sull'amore. Aveva indossato il suo uniforme di
gala, con tutte le sue decorazioni. I suoi mustacchi lucevano come
un fiorino di zecca. Non aveva fumato che il zigaro, e anche il meno
possibile, poich l'odor di pipa non lo precedette, non l'annunzi
avanti di entrare. Portava un paniere di provvisioni del pranzo.
Le sue gambe, singolarmente contorte, barcollavano. Beveva gi
coll'imaginazione alla coppa della volutt di cui veniva in busca.
Entr ridendo, a braccia aperte, attendendo che mia madre vi si
gettasse. Il conte di Schaffner non ammetteva che mio padre, semplice
soldato, semplice colono, potesse essere trenta volte pi conte di
lui,--conte di fabbrica imperiale--e quindi che mia madre non dovesse
essere profondamente riconoscente degli abbracci ch'egli si sarebbe
degnato di darle. Un lieve rumore gli fece volgere il capo.

Era mio padre, che chiudeva la porta dietro di s.

Il colonnello si ferm di botto, e gli caddero le braccia. Non contava
proprio sopra un simile testimone della sua felicit.

La nostra casa, posta in mezzo ad un ampio verziere, si componeva di
tre stanze: un piano solo, ma una cantina al dissotto. Era situata
all'estremit del villaggio. Non c'erano vicini. Delle colline
sovrapposte una all'altra, sfrangiavano sull'orizzonte azzurro. Era
il mese di maggio: gli arbusti, gli alberi, i fiori delle aiuole che
circondavano la casa, tutto cantava, ed attirava gli sguardi sotto i
baci della primavera.

Dopo aver chiuso a chiave la porta, mio padre and a chiuder pure la
finestra. Mia madre accese due candele. Io guardavo, ritto sulla soglia
dell'uscio. Non una parola durante tutto ci. Si udivano gli ultimi
gridi della rondinella che accelerava la costruzione del suo nido. Mio
padre apr un vecchio cassettone, vicino al cammino, e ne cav due
spade, due sciabole e due pistole. Le spade erano due fioretti che
servivano per le mie lezioni di scherma, e ch'egli nella giornata aveva
aguzzati. Depose quegli oggetti sul tavolo, ove mia madre aveva messo i
due lumi, string solidamente i suoi calzoni, e rialz le maniche della
camicia, la quale, aprendosi sul petto, lasci vedere due cicatrici di
ferite prese al servizio dell'Austria.

--Avrei diritto di uccidervi, disse egli al colonnello; vi faccio
l'onore di battervi con me, e vi lascio il vantaggio di sceglier le
armi e di tirare pel primo.

Il colonnello comprese finalmente. Egli conosceva la tempra di
mio padre, e se lo vedeva li dinanzi, rizzarsi come un colosso,
inflessibile, solenne come il diritto. Si guard intorno: nessuno
scampo. Fiss il suo sguardo sullo sguardo immobile e senza collera di
mio padre. Non c'era grazia da sperare. Si vide morto. Che fare? Gioc
d'audacia.

--Domani, rispose egli assumendo un grugno severo, vi constituirete
prigioniero per avere insultato e minacciato il vostro colonnello.
Il Consiglio di guerra vi condanner a morte. Io vi far grazia,
lasciandovi passare solamente tre volte per le verghe tra due file di
trecento uomini.

--Domani, replic mio padre, voi farete ci che potrete. Per ora fate
ci che io voglio: scegliete le armi.

--Non mi batto con un mio inferiore. Voi che avete servito venticinque
anni, voi dovete saperlo.

--Se non vi battete, sar costretto di battervi io, di schiaffeggiarvi.

--Non mi oppongo. Domani vi far rendere codesti schiaffi dal carnefice
avanti di farvi appiccare.

Ogni discussione era inutile. Mio padre si avvicin al colonnello,
e lo percosse fortemente alla faccia. Il colonnello Schaffner rest
bravamente impassibile, avvegnach la sua testa piegasse a dritta
ed a sinistra sotto la possente mano dell'oltraggiato. E' credeva
cavarsela con quella correzione, e guardava dal lato della porta.
Ma mio padre aveva tutto previsto. Conosceva l'uomo. Fece quindi un
segno a mia madre, la quale tir dal cassettone un gomitolo di sottil
corda. Il colonnello trem. Divenne bianco come la camicia che aveva
probabilmente portata al suo primo ritrovo di amore.

--Volete dunque appiccarmi? sclam desso.

Mio padre non gli rispose. Sciolse la corda, si avvicin all'uomo, e,
di un colpo di pugno nel petto, di un calcio nelle gambe, lo gett a
terra. Avanti che il colonnello avesse compreso ci che volevasi fare
di lui, si trov i due polsi solidamente legati, i piedi strettamente
avvinti alle cavicchie, mani e piedi legati dietro la schiena, in
maniera che il trapezio era divenuto oramai un gomitolo. Mia madre apr
la botola che chiudeva la cantina. Mio padre trascin il colonnello,
che gridava ora come un pappagallo incollerito, e lo lasci rotolare
gi, sopra un piano inclinato di ventidue gradini.

--Ajuto, soccorso, mi assassinano! fu l'ultimo grido che gett colui
arrivando al fondo della scala.

La botola ricadde su lui, e non intendemmo pi che un gemito soffocato.
Mia madre prepar la tavola, e lev dal fuoco una casseruola, ove
cuoceva lentamente un pollo tagliato a pezzi entro un'eccellente salsa
rossa. Cenammo, come se nulla fosse accaduto. Poi, al solito, mio padre
lesse un capitolo della Bibbia prima di andare a letto. Quando la
preghiera fu finita, e' si rivolse a mia madre, e le disse:

--_Perla_ mia, Maurizio ed io abbandoniamo immediatamente questa casa
ed il paese. Tu resterai qui cinque giorni, e poi ritornerai nella tua
famiglia. Tuo fratello verr a cercarti. Durante questo tempo, porterai
ogni giorno un pezzo di pane di una libbra, e una brocca d'acqua, a
quel cane l abbasso. Quando tu e tuo fratello sarete partiti alla
vostra volta, il diavolo avr cura della sua preda. Vi metterete in
cammino alla notte. Verr a vederti, tosto che avr un riparo ove
condurti. Cos Dio ci protegga, e ci benedica!

Mio padre abbracci religiosamente mia madre, e uscimmo da quella casa
fortunata che i nostri antenati avevano abitata per dei secoli, da quel
villaggio ove mio padre era stimato da tutti e benedetto dai poveri.
L'ultimo suono che percosse le nostre orecchie fu il singhiozzo della
povera donna, che restava sola a far fronte alla retroguardia nemica.

Ahim! non dovevamo pi rivederla.

Ecco ci che avvenne.

Mia madre rest tre giorni prima di portar da mangiare e da bere al
prigioniero. Ella era spaventata dai sordi ruggiti che risuonavano
incessantemente alle sue orecchie, e dal rumore che udiva, poich
il colonnello rotolava e si batteva a tutti gli angoli, a tutti gli
utensili della cantina. Finalmente il terzo giorno ella discese, per
obbedire agli ordini di suo marito. Il colonnello non era riuscito a
slegarsi. Ma la corda penetrava nella carne ai polsi e martorizzava
terribilmente le cavicchie. Sembrava talmente esausto, che udendo
avvicinarsi mia madre, diede solo un debole gemito. Mia madre temette
per un momento ch'egli non rendesse l'ultimo sospiro. Poggi il lume
sopra l'ultimo gradino della scala, and verso quell'uomo, accovacciato
dietro un barile. Aveva la brocca ed il tozzo nelle mani. Glieli
mostr, e gli disse:

--Mangiate e bevete.

Stese le due mani nell'istesso tempo, lasciandogli la scelta di
mangiare innanzi di bere, o di bere innanzi di mangiare. La testa del
colonnello era spinta indietro, livida, quasi nera, il collo torto,
le vene gonfie come due gomene; gli occhi suoi parevano due macchie
di sangue; la bocca, pure insanguinata, restava aperta. La corda,
che gli passava attorno al collo, avanti di legare i piedi e le mani,
aveva roso la cravatta e intaccato la carne. La respirazione sembrava
soffocata. Mia madre n'ebbe piet. Essa prendeva nella sua tasca un
piccolo coltello per recidere quella corda, allorch senti afferrare
la sua mano. Due terribili file di denti l'azzannarono, la serrarono,
frangendola fino alle ossa nella loro morsicatura. Mia madre gett un
grido. Il colonnello la spinse, rotolando sui suoi piedi con tutto
il peso del suo corpo, e la rovesci. La povera donna era debole,
essendo ammalata ed incinta. Il colonnello strisci sopra di essa, e
raggiunse il suo viso, ove la morse orribilmente. Le grida avrebbero
scosso la casa e risvegliato i morti. In quel momento una testa apparve
all'apertura della botola. Era mio zio, mandato da noi.

Arrivava in tempo per liberare sua sorella, cos bella poco dianzi, e
ora cos atrocemente e spaventevolmente mutilata. Ma non arrivava in
tempo per salvarla.

La scomparsa del colonnello aveva dato l'allarme. La nostra partenza,
l'arrivo dello zio destarono dei sospetti. Si cercava gi da pertutto
il conte di Schaffner. Il giudice del circondario si present per fare
una visita nella nostra casa, come aveva fatto in altre. La vista di
mia madre, le grida soffocate che uscivano dal sotterraneo denunziarono
l'opera del padre mio. Occorre dir altro? Tre mesi dopo, quella
disgraziata donna era appiccata; mio zio posto in una segreta; la casa,
l'orto, le suppellettili, i nostri pannicelli, tutto fu confiscato.

Il colonnello aveva presieduto la Corte marziale che eman la sentenza.


Mio padre era anch'esso condannato al patibolo, e si prometteva un
premio a chi lo denunziasse e lo consegnasse nelle mani della giustizia.

La mancia era inutile. Era io che dovevo consumare la sua perdita.

Avevamo marciato, senza fermarci, dritto alla _puszta_--ovverossia
alla pianura dell'Ungheria magiara. Mio padre mi aveva lasciato presso
un cugino della mia vera madre, la sua prima moglie, sulle rive della
Tisza, ed egli, dopo un giorno di riposo, aveva raggiunto Rosza Sandor,
suo amico.

Rosza Sandor era un po' ci che gl'Italiani chiamano un brigante.
Celebre per i suoi audaci colpi di mano, preso, si evase, ed errava
nella _puszta_ da anni, conducendosi come un bravo ed onesto
masnadiero, non odiando n facendo male che agli Austriaci. Pi tardi
Rosza Sandor comand ad uno squadrone di volontarii, i suoi ussari,
che servirono la rivoluzione fedelmente, ma con troppe collere. Rosza
Sandor teneva la campagna ancora nel 1856, malgrado la ricompensa
promessa dall'Austria di 10,000 fiorini a chi lo catturasse. Mio padre
rest sei mesi con Rosza Sandor. Quando fu sicuro che la giustizia
austriaca aveva perduto le sue traccie, ci fissammo in un villaggio
della _puszta_ nei dominii del principe Nyraczi, che ci diede in
affitto una casa ed un campicello.

Mio padre prese il nome di Paolo Nagy.


II.

Sei mesi dopo la nostra istallazione nella novella dimora, una sera
mio padre m'abbracci e part, dicendomi che andava a vendicare
l'assassinio di sua moglie. Ritorn sei giorni dopo, ma s'astenne
dal comunicarmi il risultato della sua spedizione. Non osando
interrogarlo, feci un'ispezione delle sue armi. Partendo, egli aveva
nelle sue tasche una pistola e quattro cartuccie. Al suo ritorno,
una cartuccia mancava. Alcune settimane dopo, il giudice signorile
raccontava che il colonnello conte di Schaffner, d'un circondario
siculo presso la frontiera della Moldavia, era stato ucciso alla sua
porta, una sera, con un colpo di pistola, e che la giustizia non aveva
ancora trovato l'assassino.

Questo fu tutto.

La giustizia austriaca non  mai stata fortunata in que' paesi dei
Confini militari.

Passarono tre anni. La fortuna ci sorrideva. Mio padre era _jobbagy_,
cio colono del principe Nyraczi, e possedeva un quarto di _sessione_,
cio un pezzo di sedici jugeri di terra arativa, sei di prateria e
quattro di pascolo, con una casa ed un orto, per i quali pagava un
livello annuo di ventiquattro giorni di lavoro col bestiame, due
fiorini di tassa, la nona parte al signore, senza contare la decima ai
preti. Prosperavamo.

Io toccava i diciannove anni.

Una storditezza ci precipit nell'abisso.

Era una domenica del mese di ottobre. Io indossava un bel costume di
contadino magiaro: cio una bella camicia a larghe maniche increspate;
un panciotto a bottoni d'argento; un calzone largo color azzurro
chiaro, ricadente sugli stivali alti fino alle ginocchia; un mantello
con maniche, di lana bianca, ricamato a colori vivaci, adornato
d'astrakan e di bei fermagli d'argento, gettato sulle spalle, e tenuto
al petto da una catena di acciaio. Avevo sul capo una magnifica
berretta di panno color viola, orlata pure d'astrakan con una penna
di falco. Passavo per un bel giovine. Questa parola, almeno, era su
tutte le labbra, e mi faceva gi palpitare quando era pronunziata dalla
bocca di una ragazza. Nonpertanto, io non era contento della mia sorte.
Sapevo che ero nobile, e che potevo aspirare a tutto; la condizione di
mio padre, l'omicidio che aveva commesso, la santa vendetta che aveva
fatto del suo oltraggio, l'obbligavano a nascondersi, e mi forzavano a
tacere il nostro nome e restare contadini. Io mi ribellava contro il
destino, e mi preparava una rivincita, coll'istruirmi.

Quando tutta l'Ungheria risenti come una specie di scossa elettrica
alle scintille-folgori delle strofe di Petofi, io balzai come gli
altri, mentre il viso dell'Austria allibiva dal pallore dello spasimo.
Domandai: Chi  codesto possente, che muove le capanne ed i castelli,
le capitali ed i villaggi, le fanciulle ed i soldati? Mi risposero: 
il figlio di un oste-beccaio, un istrione malriescito!

La mia anima scoppi.

Io poteva arrivare a tutto.

Mio padre indovinava la vita interna del mio spirito. Le rughe del suo
fronte si oscuravano. Egli sapeva che mi aveva serrato al collo la
gogna del plebeo, fino a quando egli sarebbe vissuto, e forse anche
dopo la sua morte, se la degradazione, che seguiva la condanna, si
fosse riflessa sulla sua discendenza.

Quella domenica, io ronzava sulla piazza del villaggio, fra le quattro
chiese che si guardano e si fanno un po' di smorfia: la Greca, la
Cattolica, la Protestante e la Sinagoga. Un cavallo, montato da una
ragazza vestita d'una amazzone verde, il viso nascosto da denso velo,
pass di galoppo, e m'inzaccher. Due altri cavalieri la seguivano: il
principe di Nyraczi ed un domestico.

I villaggi d'Ungheria sono una specie di Venezia. In mezzo ad ogni
strada, corre, o piuttosto s'impantana una pozzanghera, un ruscello,
una cloaca, che si traversa sopra dei ponti fissi o mobili, ed ove
sguazzano delle oche, delle anitre e dei porci mostruosi. Delle belle
vacche bianche, civettelle, si fermavano sulle rive, e stupivano di
vedervisi cos brutte. La giovinetta, che mi aveva involontariamente
coperto di quel fango infetto, era la figliuola del principe, arrivata
da un collegio di Vienna il giorno innanzi, per passar le vacanze nel
castello di suo padre. Io non l'aveva, potuta vedere. La dicevano
sorprendentemente bella e capricciosa. Ella andava a caccia in un
piccolo bosco riservato nei dominii di suo padre, un'oasi di quercie,
di pini, d'olmi, in mezzo a quella interminabile pianura dell'Ungheria,
ove queste foreste in miniatura sono rare come le isole dell'Atlantico.

La cavalcata pass come una freccia.

Tutti, sapendomi un po' civettuolo, risero della mia disgrazia.
Rientrai in casa per pulirmi. Poi mi venne una voglia, una voglia
irresistibile: vedere quella giovine castellana! Mi armai, non so
perch, del fucile di mio padre, e mi slanciai nei campi verso il
piccolo bosco. In breve vi arrivai. Cacciavano di gi: lo scoppiettio
della fucilata me ne avvertiva. Io scavalcai la siepe, e mi rannicchiai
dietro un albero in una specie di viale che la cacciatrice doveva senza
dubbio traversare da un momento all'altro. Poco dopo, effettivamente,
un rumore di galoppo risuon dietro di me. Non era la ragazza, ma suo
padre, seguto da alcuni guardacaccia. Fui scoperto.

--Cosa fai tu l? mi grid pel primo il principe con aria altiera,
appena mi scorse da lungi.

Poteva io dirgli: Aspetto per vedere vostra figlia? Arrossii, e mi
confusi. Senza pensarci sopra, mi scapp dalle labbra una risposta:

--Sto in agguato di un capriuolo. Vo' cacciando.

Il principe fece un segno. I guardacaccia mi presero, e mi condussero
con loro.

Il giudizio non si fece attendere. Il processo non fu lungo. Il caso
non ammetteva circostanze attenuanti. I nobili in Ungheria non hanno
essi soli il diritto di caccia: le _capacit_ e gli _honoratiores_ lo
possedono pure. Era forse dubbio se io avessi potuto o no esercitare
questo diritto in qualunque altro sito, ma era vietato a tutti di
cacciare nei boschi riservati. Io aveva violata la legge.

Tradotto l'indomani alle ott'ore dinanzi il tribunale signoriale,
composto di cinque giudici, di cui il principe Nyraczi aveva
scelto il presidente, ad otto ore e mezza ero stato giudicato e
condannato--condannato a ricevere ventiquattro colpi di bastone. Essi
avevano aggravata la pena, non avendo diritto di condannarmi che a
dodici colpi. Poco importa: il numero non faceva nulla. Il pensiero del
dolor fisico, neppure.

Io mi aspettavo di esser condannato ad una ammenda, e cos pure mio
padre. Lo scorgevo in un angolo della sala del tribunale, e non ho mai
veduto una faccia umana decomporsi in quella guisa e cos rapidamente.
Forse il suo viso rifletteva lo sfacimento del mio. Quella pena era il
disonore, era la mia morte morale. Gli occhi di mio padre, iniettati di
sangue, lanciavano folgori; le sue labbra, livide e gonfie, tremavano.
Tutti i tratti della sua fisonomia s'increspavano come sotto una
scossa elettrica. Balbett delle parole, che non furono comprese. Le
sue narici allargate lasciavano passare una respirazione a sobbalzi,
tumultuosa. Temetti un momento che fosse fulminato da un colpo
d'apoplessia.

I giudici, osservando la trasformazione terribile di quella bella
testa di vecchio, i cui bianchi capelli si rizzavano sulle tempie, si
fermarono a fissarlo, attendendo che potesse riacquistare la parola.
Sembrava evidente ch'egli aveva a dire qualche cosa. Si fece silenzio.
Io cadeva accasciato sotto il peso della mia disgrazia La sentenza
non ammetteva appello. Eppure mio padre taceva ancora. Il presidente,
stanco di quel silenzio, fece un segno. I gendarmi misero la mano sulla
mia spalla, e furono per condurmi nel cortile ove si doveva eseguire la
condanna.

--Fermatevi, grid alla fine mio padre, facendo uno sforzo supremo
sopra s stesso.

Il presidente fece un altro gesto, le mani dei gendarmi mi lasciarono
libero.

--Voi cercate da tre anni colui che pun, e poi uccise il colonnello
conte di Schaffner?

--Vi sono mille fiorini di premio a chi lo dar in mano alla giustizia,
rispose il presidente.

--Ebbene, continu mio padre, l'uomo che cercate sono io.

--Voi?

--Io stesso; ma io sono nobile, io sono conte. Voi non potete
infliggere la pena del bastone a mio figlio. Mi abbandono al patibolo
pel mio delitto; pago l'ammenda per mio figlio.

Un istante di silenzio segu, momento terribile per tutti, d'agonia per
mio padre, di terrore per me. Egli aveva rivelato il suo vero nome. Il
presidente ed i cinque giudici scambiarono alcune parole fra loro, a
voce bassa. La loro deliberazione fu breve, pure ci parve durasse un
secolo. Finalmente il presidente disse:

--L'esecuzione della sentenza verso quel giovane non ammette dilazione.
Il caso non  previsto dalle nostre leggi. La sentenza avr dunque il
suo corso. In quanto all'assassino del conte di Schaffner, egli sar
inviato alla sede sicula, ove il delitto fu commesso, e consegnato alle
autorit locali.

Ecco tutto.

La Corte si alz, ed usc.

Un fremito corse in tutta l'assemblea.

Io subii la pena delle verghe.

Mio padre fu appiccato.

Lottai quarant'otto ore contro la tentazione del suicidio. Non bevetti,
non mangiai, non dormii durante questo tempo. Il mio cervello era
agitato dal caleidoscopio del delirio. Il terzo giorno, uno dei giudici
venne a portarmi i mille fiorini di ricompensa, prezzo del sangue
di mio padre. Egli indietreggi spaventato dinanzi la minaccia del
semplice mio sguardo, scivol sulla pozza che stava dinanzi la porta,
cadde, si rialz gridando, e fugg. La stessa sera abbandonai il
villaggio.

Tre anni avanti, venendo col, avevo portata negli occhi la cara
nostalgia delle mie montagne transilvane. Per lungo tempo ne avevo
avuto il miraggio alla sera, credendo veder nel lontano orizzonte,
attraverso il pallido azzurro del cielo cenericcio dell'Ungheria,
delle punte di zaffiro orlare la pianura come una collana. Ora mi
allontanavo, lasciando la _puzsta_ con l' ansia di chi abbandona
l'amato focolare e si immerge nell'infinito sconosciuto. Il sole rosso
tramontava, e circondava di un'aureola d'oro la prospettiva lontana.
Il cielo grigio brillava di pagliuzze lucenti, come un velo ricamato
a liste dorate. Una pianura interminabile, cielo e terra, senza
ondulazioni, s'allargava, fuggiva a me dinanzi, nascondendosi poco a
poco sotto l'invasione delle tenebre che si avanzavano dall'Oriente.
La Tisza, dalle rive piatte, dalla corrente azzurra e sonnacchiosa,
scorreva maestosamente verso il giallo Danubio, che serpeggia come
un boa, e la beve, per rigettarla ben tosto nei fiotti irrequieti
del mar Nero. Pi lungi, molto rari, alcuni bianchi villaggi dai
dorati campanili bizantini, che si prenderebbero per greggie in
riposo, chiazzavano il suolo giallastro; e di tanto in tanto, un
campo di tabacco dalle larghe foglie, delle canne acquatiche, dei
girasoli dal cuore nericcio, dei boschetti a foglie verdi pallide,
tremolanti sotto il venticello appena svegliato della sera. Poi, qua
e l, delle specie di grue dall'aria sinistra, che si rizzavano come
neri patiboli, e servono ad attignere l'acqua dal fondo dei pozzi ai
margini invisibili.... Poi ancora dei gruppi di ragazze colle braccia
ed i piedi nudi, dalla pelle bruna, colle gonne rialzate, le treccie
ondeggianti, belle e tranquille, che salutavano con un sorriso, di cui
il viaggiatore conserva la memoria. Dalla parte d'Occidente, ove la
luce era pi viva, vedevo alzarsi lentamente da terra, come dei fiocchi
di cotone, la nebbia bianca--quella lanuggine omicida dei paludi, che
s'apposta come in agguato nella pianura, e uccide chi la respira.
Poi finalmente delle cataste di fieno, rassomiglianti a dromedarii
accoccolati nelle fermate del deserto, e qualche pastore malinconico,
pensieroso, indolente, che segue le ondulazioni delle rare nuvolette
che si bagnano nell'immensit. Cosa sogna egli, il solitario della
_puzsta?_

Ogni Ungherese  l'embrione di un poeta, di un gentiluomo, d'un
soldato, d'un patriotta e di un pazzo--Don Chisciotte grave, capace di
tutti gli eroismi e di tutte le frivolit.

Questa pianura dell'Ungheria  grandemente triste,  la solitudine
animata, l'incerto dell'Oriente che trasalisce sotto gli amplessi
dell'Occidente. Io portava le lagrime negli occhi e lo scoraggiamento
nel cuore. Ogni passo che facevo verso l'ovest, era un passo
nell'esilio, ed io sentiva le fibre della patria cader una ad una dal
mio cuore, come si strappano i petali da un fiore. Venne la notte. Mi
lasciai cadere sopra un solco di granturco tagliato, e piansi.

Un solo avvenire si apriva ormai a me dinanzi. L'accettai senza
esitare. Era dar mano ad una creazione. Presi il nome che porto ora,
e mi feci soldato. Entrai in un reggimento d'ussari, a Vienna. Fui
inviato in Boemia, poi in Italia, poi in Polonia. Vi passai quattro
anni.

La rivoluzione del 1848 mi trov in Galizia sottotenente, promosso
soltanto dalla vigilia.


III.

Il mio reggimento aveva cangiato tre volte di colonnello. L'ultimo era
un tedesco, il conte Ferdinando Tichter. Io era segretario del suo
predecessore, un ungherese; il conte austriaco desider che restassi
a quel posto. Il colonnello Tichter mi spiacque irremissibilmente fin
dalla prima ora. In ricambio, amai sua moglie fin dal primo minuto.

Sei mesi dopo, ci arrivarono, una dietro l'altra, le notizie della
rivoluzione in Italia, della rivoluzione in Francia, della rivoluzione
a Vienna. Non saprei dirvi le impressioni opposte, che questi turbini
equinoziali produssero sopra il reggimento interamente ungherese,
e sopra il colonnello meschinamente ed orgogliosamente tedesco. La
notizia del 15 marzo di Pesth mise il colmo all'esasperazione di
questi, ed all'odio di queglino.

Di gi la Dieta di Presburgo aveva assunto un'attitudine
rivoluzionaria. Quando la notizia dell'insurrezione viennese si sparse
in Pesth, quattro giovani, di cui Petofi era l'anima, fecero irruzione
nelle scuole, e trascinarono gli studenti nella via di Hatvan. Si
presentarono dinanzi la stamperia Landerer, e domandarono la stampa
immediata dei _dodici articoli_--i nostri _Diritti dell'uomo_--e di un
canto di Petofi.

--Non posso, rispose lo stampatore. Gli scritti mancano
dell'_exequatur_ del censore.

--Dovete farlo, rispose Vasvati.

--Allora impadronitevi delle mie macchine, sugger lo stampatore, ed
obbedir alla violenza.

--Metto la mano sulle vostre macchine, e impongo agli operaj di
lavorare, sclam Jokay.

--Ed io aggiungo, riprese Bulyovsky, che non partiremo da qui che
quando il lavoro sia compiuto.

Gli operaj non volevano di meglio. La folla intorno alla stamperia
aumentava di minuto in minuto. Un quarto d'ora dopo, il primo esemplare
dei due scritti appariva. Petofi mont sopra un tavolo, e li lesse. La
pioggia cadeva a torrenti: la folla resta immobile. Coi dodici articoli
si domandavano tutte le libert, la eguaglianza dinanzi la legge,
l'abolizione dei privilegi, l'autonomia dell'Ungheria, avente il suo
re, imperatore a Vienna. Si esigeva che i soldati ungheresi non fossero
inviati all'estero, e che i reggimenti stranieri fossero allontanati
dal paese. Le acclamazioni della folla divennero frenetiche. Per la
folla, come pei bambini, il grido  una forza. Petofi lesse allora la
sua poesia.

Petofi aveva appena ventiquattro anni, una piccola statura, un viso
magro rischiarato da due occhi neri e risplendenti, l'aspetto fiero. Si
lasciava accostare difficilmente. Vestiva da contadino e non portava
mai cravatta. Tutti lo conoscevano; lo si amava e lo si detestava
eccessivamente. Egli era fiero, brusco, brutale nella sua franchezza,
democratico intero ed assoluto, coraggioso fino alla storditezza.
Bem, pi tardi, lo prese per aiutante: erano degni di essere amici.
Vi racconter in seguito come mor. La poesia che egli lesse 
intraducibile. Abbiatene il riflesso--il riflesso del sole delle
regioni boreali nell'inverno.

  Della patria al santo appello,
    O Magiari, ors sorgete;
    Esser schiavi od esser liberi
     in poter di voi: scegliete.
  Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,
      Noi giuriamo,
      Noi giuriamo
    L'empio giogo di spezzar.

Questa strofa fu la miccia che mette il fuoco alla mina. Una voce
immensa, la voce di tutto un popolo, scoppi nel grido: Lo giuriamo!

S, essi lo giurarono, e tennero il giuramento dato.

Petofi continu:

  Fummo schiavi. In servo avello
    Gli avi dormono. A noi spetta
    Di giurar sui loro tumuli
    E compirne la vendetta.
  Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,
      Noi giuriamo,
      Noi giuriamo
    L'empio giogo di spezzar.

--Noi giuriamo, grid la folla di nuovo col rumore del tuono.

Petofi riprese:

  Maledetto chi, pugnando,
    Di morire avr timore,
    Chi la vita--inutil cencio--
    Prezza pi del patrio onore.
  Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,
        Noi giuriamo,
        Noi giuriamo
    L'empio giogo di spezzar.

Lo giuriamo! echeggi la folla, alzando le mani al cielo per prenderlo
a testimonio.

Petofi continu. Si sarebbe detto che la sua voce suonasse il tocco
funebre dell'Austria.

  Pi dei ceppi brilla il brando,
    E assai meglio il braccio adorna;
    Pur di ceppi fummo carichi,
    Ora, spada, a noi ritorna.
  Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,
        Noi giuriamo,
        Noi giuriamo
    L'empio giogo di spezzar.

--Noi giuriamo, url la folla, e tutti quelli che avevano una sciabola,
la brandirono.

Le due citt, Buda e Pesth, si riscossero all'eco di quel giuramento.

Petofi, commosso vivamente, declam l'altra strofa:

  Dei Magiari al nome, intera
    La sua gloria renderemo,
    L'onta vil di tanti secoli
    Noi col sangue laveremo.
  Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,
        Noi giuriamo,
        Noi giuriamo
    L'empio giogo di spezzar.

--Lo giuriamo, risuon, come il coro antico della feste patriottiche
della Grecia, l'immensa voce delle due citt.

Petofi fini il suo inno:

  Sui sepolcri nostri proni
    A pregar un d vedremo
    I redenti nostri posteri,
    E dal ciel n'esulteremo.
  Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,
        Noi giuriamo,
        Noi giuriamo
    L'empio giogo di spezzar.

--Lo giuriamo, ripet la folla, ed intuon l'intiero ritornello,
illuminandolo di una musica improvvisata, ed aggiungendovi: Viva
l'Ungheria! viva la libert!

Quando io, alla tavola degli ufficiali, lessi il racconto di questa
scena ed il canto di Petofi, che io pel primo aveva ricevuto, non rest
pi n un bicchiere n un tondo sulla tavola: tutto fu gettato in aria,
come per lo scoppio d'una bomba. All'indomani il colonnello, informato
di questa scena, ci mise tutti agli arresti. Sua moglie ci invi dello
Champagne e dei fiori. Noi spargemmo in mezzo ai soldati la poesia di
Petofi.

Da quel giorno, la nostra vita fu un accesso di febbre in permanenza.
Le notizie della nostra patria si succedevano sempre migliori. Il
_Comitato di salute pubblica_ decretava, organizzava, armava la
Guardia nazionale; un Ministero ungherese responsabile era nominato,
e ne facevano parte Luigi Batthyany, il cavaliere dell'Ungheria;
Deak, che pi tardi doveva essere il Fabio dell'autonomia ungherese;
quello Stefano Szechenyi, che durante trent'anni fu alla testa di
tutti i progressi, di tutte le audacie, di tutte le grandi cose e
le grandi idee del suo paese, e che la catastrofe della rivoluzione
doveva colpire di follia; il principe Eszterhazy, il quale, essendo in
missione come deputato della Dieta presso l'arciduca Francesco Carlo,
padre dell'imperatore attuale, e pregato di attendere perch l'arciduca
pranzava, sclam: Sua Altezza pu ben mangiare un piatto di meno,
quando la monarchia  in pericolo! Kossuth, finalmente, il cui spirito
patriottico anim l'Ungheria, e le rese il sole che aveva illuminato i
Giovanni Hunyad, i Giovanni Zapolya, i Francesco Rakoczy, i Bethlen, i
Bocskay.

Il movimento si propag alle altre razze, agli altri paesi della corona
di Santo Stefano: Slovacchi, Ruteni, Vendi, Croati, Serbi, Valacchi,
Sassoni, Siculi, Transilvani. Tutti si alzarono al fragore della grande
parola: libert! eguaglianza! Tutti benedissero l'iniziativa dei
Magiari. La Dieta di Kolosvar volle avere la sua notte del 4 agosto.
Il grande patriotta Nicola Wesselenyi, che usciva dalle prigioni
dell'Austria, ottuagenario, cieco, sorse in mezzo ad una fremente
assemblea, e sclam, parlando dei contadini:

--Che essi non sieno pi plebe! che sieno cittadini liberi.

--Sieno! rispose di una voce, come un sol uomo, l'assemblea levandosi
in piedi.

--Che sieno eguali dinanzi alla legge, come lo siamo noi, riprese
Wesselenyi.

--Sieno! ripeterono i deputati ungheresi.

--Che sieno nostri fratelli, ed abbiano comuni con noi doveri e diritti.

--Sieno! grid l'assemblea, coprendo d'applausi le parole dell'oratore.

--S, continu Wesselenyi, s, che da oggi, giorno della Trinit, in
avanti, tutti partecipino ai benefizii della libert, dell'eguaglianza,
della fraternit, quest'altra santa Trinit politica!

E sedette, mentre l'assemblea sempre in piedi applaudiva e sanzionava
il nuovo patto, e mentre che lo strepito delle sciabole e mille evviva
annunziavano al di fuori, che non c'erano pi in Transilvania che degli
uomini liberi.

Questa concordia, questa libert, erano la condanna della monarchia
austriaca. Essa lo comprese, e provvide.

La sede del Governo ungherese fu trasferita a Buda-Pesth. Le
nazionalit annesse ne furono gelose. Tanto bastava. La leva era
trovata, o, a meglio dire, creata. L'Austria, che aveva gi schiacciato
l'Italia, se ne impadron. I Croati diedero l'esempio. Il bano
Jellachich, il ganzo fortunato dell'arciduchessa Sofia--la fatale
amante del disgraziato duca di Reichstadt,--diede il segnale. Il mio
cuore  con voi gli aveva detto quell'arciduchessa, madre di Francesco
Giuseppe. I Serbi seguirono, poi i Sassoni, poi i Rumeni, poi i Confini
militari.

La Dieta si riun a Pesth. Essa vot una chiamata di 200,000 uomini, ed
un prestito di 42,000,000 di fiorini. Lo slancio era dato. Le ostilit
cominciarono. Il re, chiamato a Buda, rifiut di venirvi.

I Serbi batterono l'esercito ungherese a Szent-Ramas, ove apparve quel
famoso Janku, al quale, pi tardi, Francesco Giuseppe doveva dire
quel celebre: _Multum fecisti, Janku, vere multum fecisti!_, che lo
fece passare per un letterato. Il Palatino tent un colpo di Stato.
Jellachich pass la Drava. La Dieta che voleva ancora restare nella
legalit, invi una deputazione al re.

La Corte tenne a bada la deputazione.

La deputazione fin coll'accorgersene.

--A rivederci sulla Drava! disse Batthyany a Jellachich.

--A Pesth, se volete! rispose il venusto Croato: vi risparmio il
disturbo di rendermi visita.

E si pose alla testa del suo esercito, accompagnato dai voti di tutta
la Corte.

--Siamo attaccati da otto parti in una volta, sclam Kossuth in mezzo
alla Dieta.

Il Palatino fugg. L'Ungheria si sollev.

Le truppe ungheresi, che si trovavano in Italia, erano gi state
richiamate, ma Radetzky aveva rifiutato di lasciarle partire. Il d 20
agosto, il re firm il decreto pel quale i reggimenti ungheresi, nelle
altre provincie dell'Impero, erano restituiti in Ungheria. Il decreto
fu comunicato al colonnello Tichter, come agli altri capi di corpo.
Il colonnello lo stracci, sotto il pretesto che non era il ministro
della guerra dell'Impero, o dell'imperatore, che glielo significava,
ma il ministro del regno d'Ungheria e del re. Il colonnello era
austriaco nell'anima, vale a dire idolatra della forza. In conseguenza,
il decreto del diritto non gli pareva legale. Ma per noi era pi che
legale.

Attendemmo per cinque giorni l'ordine della partenza. L'ordine non
venne. La contessa mi disse: Non verr mai.

Il capitano del 4. squadrone diede il segnale.

Una mattina, un suono di tromba per la chiamata venne a destarci ad
un'ora inusata. Gli appartamenti del colonnello sporgevano sull'immensa
corte della caserma. Egli stava scorrendo la corrispondenza ed i
giornali arrivati da Vienna, e brontolava forte. La contessa leggeva
appo di lui i giornali ungheresi, e sembrava raggiante. A quella
fanfara inattesa, il colonnello si alz, e corse alla finestra. Aveva
una berretta rossa sul capo, la pipa in bocca, delle pianelle e una
zimarra da camera. Scendendo, prese uno scudiscio. E fu in questa guisa
ch'e' si present davanti il 4. squadrone, gi pronto e sul punto di
mettersi in marcia.

--Cosa  codesto? grid il conte Tichter, fulminando dello sguardo il
capitano.

--Colonnello, rispose questi, ponendosi alla testa dello squadrone, noi
partiamo.

--E dove andate?

--A Pesth, colonnello.

--Chi vi ha dato l'ordine della partenza?

--Il ministro della guerra, Lazzaro Meszaros.

--Non conosco i vostri pulcinelli io, rugg il colonnello; sono il
padrone del reggimento, ed esso non riceve ordini che da me.

--Colonnello, v' un padrone di tutti, re per noi, imperatore per voi.
Egli ha approvato il decreto del 20 agosto.

--Andate a costituirvi prigioniero; un Consiglio di guerra giudicher
la vostra risposta.

--A Pesth s. Qui no.

Quasi tutto il reggimento era accorso. Il colonnello adocchi il
capitano del 2. squadrone, che aveva riunito tutti i suoi; erano per
montar a cavallo.

--Capitano, gli disse, impadronitevi del capitano del 4. squadrone, e
fate disarmare l'intero squadrone.

--Colonnello, rispose pulitamente il capitano, date ad un altro
quest'ordine parto: anch'io. Partiamo col 4.

La tromba suon la marcia. I due squadroni lasciarono Marienpol. Il
colonnello lasci andare una spaventevole bestemmia, e rientr.

Ci aspettavamo che l'Austriaco all'indomani si fosse posto alla testa
dei due squadroni che gli restavano, ed avesse raggiunto il 2. ed il
4.

Non ne fece nulla. Il giorno dopo, tutti gli ufficiali e sotto
ufficiali gli intimarono la partenza. Bisogn che cedesse, sapendosi
sorvegliato.

--Non vi fidate di lui, mi disse alla sera la contessa. Egli medita un
colpo. Non so quale, ma un tradimento, sicuro.

--Vi  pericolo per voi, signora?

--Non so. Vegliate su me.

Questo vegliate su me era la confessione che io attendeva da sei
mesi. Ella sapeva che io l'amava come un forsennato, e mi tacevo. Suo
marito, egli stesso, mi pareva sospettasse la mia passione. La contessa
non aveva fatto nulla per incoraggiarmi, ma io aveva indovinato che
il mio amore l'aveva tocca, e che forse meco lo divideva. Come era
bella, Dio mio, quando il suo guardo inebbriato posava su di me, e mi
avviluppava di un'aureola luminosa!

Partimmo in mezzo agli applausi di tutti gli abitanti di quella citt;
le donne ci inviavano dei baci, i vecchi delle benedizioni, i giovani
degli augurii. Il colonnello si tenne sempre alla coda del reggimento,
sotto il pretesto di star vicino a sua moglie, che ci seguiva a
cavallo. Mi fe' restare presso di s, onde trasmettere al reggimento
i suoi ordini in ungherese, lingua ch'egli non parlava. Arrivammo al
Dniester. Pioveva da tre giorni: il fiume era ingrossato e torbido.
Bisognava traversarlo a nuoto. Il primo squadrone vi si lanci; il
terzo lo segu. Il colonnello non si mosse. Quando tutti furono
all'altra riva, egli afferr con violenza la briglia del cavallo di sua
moglie, dicendole:

--Seguimi.

--Soccorso! grid la contessa, strappandogli dalle mani la briglia.

M'interposi.

--La signora contessa vuol ella continuare il viaggio verso la sua
contrada? le domandai.

--S, lo voglio.

Per sola risposta, il colonnello cav una pistola dagli arcioni, e
fece fuoco su di me. Mi sbagli. Tirai a volta mia. Egli cadde. Il
colonnello Tichter era un colosso. M'impadronii allora delle briglie
del cavallo di Amelia, e ci lanciammo nel fiume. Fummo accolti
all'altra riva con urr interminabili: i miei compagni avevano veduto
tutta la scena. Continuammo la marcia. Ci mancavano viveri e denari.
Quel po' di pane che i contadini ci somministravano, era dato ai
cavalli, e per nostro conto ci alimentavamo con torzoli di cavoli, di
granturco e di legumi crudi, che si potevano trovare. Avevamo fretta
d'arrivare.

Altri reggimenti e frazioni di reggimenti fecero come noi.

Entrammo a Buda il giorno memorabile del 28 di settembre 1848.

La Corte di Vienna oggimai aveva gettata la maschera. Non cospirava
pi, attaccava. Il 25 settembre, essa lanci due manifesti reali. Col
primo, il re accusava di rivolta la Dieta, i ministri, la nazione, e
nominava il conte di Lamberg, ungherese di nascita, austriaco di cuore,
a commissario reale in tutto il paese, comandante di tutta la forza
armata. Col secondo, il re ordinava ai soldati di rientrare sotto le
loro antiche bandiere.

L'assemblea si era riunita al 27 di sera, ed aveva decretato: Che
i manifesti erano illegali ed incostituzionali; che la nomina di
Lamberg era nulla; che le truppe non dovevano obbedire, sotto pena di
tradimento. Kossuth stese in questo senso un proclama al paese, che
copriva all'indomani tutte le mura di Buda e di Pesth.

L'agitazione delle due citt era al colmo. Il general Lamberg la sfid.

Egli dimorava in un albergo di Buda. Il mattino, prese una vettura,
e si fece condurre a Pesth presso Giorgio Mailath giudice del regno.
Proprio in quel momento noi avevamo attraversato Buda in mezzo alle
frenetiche acclamazioni di una folla immensa e di un popolo intero,
armato di falci, di cui s'era impadronito in un pubblico deposito. La
nostra vista raddoppi il loro entusiasmo e la loro esasperazione.

Io mi separai dai miei compagni, perch la contessa mi aveva pregato
di accompagnarla alla sua casa. Io ero divenuto pallido, ma avevo
obbedito. Essa andava da suo padre. Alla porta del magnate, volli
ritirarmi, e colla disperazione nella voce le dissi addio. Ella mi
ordin di salire con lei. Quando fummo nel salotto, la mi disse:

--Signor Zapolyi, attendetemi un istante, voglio presentarvi a mio
padre.

--Al principe Nyraczi?

--Al principe Nyraczi.

--Giammai.

--Perch dunque, di grazia?

--Perch, signora, io sono il figlio di Paolo Nagy. Io sono quel
giovine disonorato, al quale vostro padre fece dare ventiquattro colpi
di frusta pel delitto commesso... di aver cercato di vedervi. Non l'ho
mai perdonato.

Amelia si lasci cadere sopra una seggiola, e sembr abbattuta. Io
restai in piedi, credendo vedere lo spettro di mio padre appiccato che
mi gridava: vendetta! D'un tratto la contessa si alz, si slanci a me
d'incontro, le braccia aperte, e sclam:

--Maurizio, io t'amo.

Da quel momento ho creduto alle visioni del paradiso.

Cinque minuti dopo, io usciva dal palazzo, e mi parve di emergere da
una stella e cadere in una notte eterna. Camminai forte: avevo bisogno
d'aria e di spazio. La mia vita straripava, mi soffocava. Mi fermai
un momento per respirare, all'estremit di quello splendido ponte
sul Danubio che congiunge Pesth a Buda. La giornata era raggiante.
Il cielo mi sembrava vestito a festa, di un azzurro pi limpido del
solito onde rallegrarsi della festa del mio cuore. Il Danubio, dallo
sguardo giallo, dall'andare tranquillo e linfatico, borbottava alcunch
di rauco e d'indeterminato, ma non aveva gi quell'accento di collera
che s'indovina nel brontolo del Po e del San Lorenzo. Al di l, la
roccia appesa e misteriosa che porta la cittadella, e sovrappiomba
nel fiume. All'indietro, delle brune colline dai poggi di vigna,
tagliati da burroni, lungo i quali s'arrampicano i casini, le osterie,
i caff, le case rustiche dai campaniletti rabescati; e pi lungi
ancora all'estremo orizzonte, in mezzo ad un vapore violaceo, dei punti
cerulei come una manata di turchesi, i primi spalti dei Carpazii. Io
scorgeva tutto ci in una volta, con uno sguardo interno, che avrebbe
abbellito ed illuminato la bottega d'un carbonajo, allorch una vettura
travers il ponte, ed una testa, coperta da un cappello da generale, si
mise fuori per guardarmi: era il conte Lamberg.

Fu visto e riconosciuto.

Non dur che un lampo. Una folla, che sbucava non so donde, si gitt
sopra di lui, rovesci la vettura, i cavalli, il cocchiere, lo trasse
fuori, lo trascin, l'uccise, gli tagli il capo. Io aveva appena
scrto un uomo vivente che mi squadrava di un'aria burbera; un minuto
dopo, vidi una testa pallida ed insanguinata in cima ad una picca. Un
brivido percorse tutta la citt. La folla armata di falci irruppe nella
sala dell'assemblea. Il presidente balz sul suo seggio, e con gesto da
re, grid:

--In nome della legge, vi ordino di uscire.

Le grida si spensero in un attimo, e quegli uomini insanguinati se ne
andarono come pecore, senza rispondere una parola.

All'indomani, Moga batteva Jellachich a Pakozd, lasciandogli l'infamia
di tirare il primo colpo di fuoco. Cinque giorni dopo, Grgey disarmava
mille ottocento austro-croati; ed il 7 ottobre, Maurizio Perczel
raggiungeva il corpo di Roth e Philippovich, forte di settemille e
cinquecento uomini, e l'obbligava a posare le armi.


IV.

L'uomo che aveva messe le mani al colpo di Stato contro l'autonomia
ungherese ed aveva inviato Lamberg, il conte Latour, ministro della
guerra in Austria, fu appeso ad un fanale dal popolo viennese
nell'insurrezione del 6 ottobre. Moga, che inseguiva l'esercito di
Jellachich, il quale marciava su Vienna, avendo esitato di passare a
tempo la Leitha, fu alla fine battuto presso Schwechat, in vista della
capitale dell'Impero, da Windischgraetz, che aveva gi schiacciato
Vienna, e che si preparava ora a marciare contro l'Ungheria. La
guerra che facevamo in Transilvania contro i Valacchi, i Sassoni, gli
Austriaci ed i Serbi, malgrado alcuni scontri brillanti, era, tutto
sommato, disgraziata, e l'esercito si ritirava sulla Maros, mentre
Schlick invadeva l'Ungheria settentrionale. La nostra causa era
seriamente minacciata, la patria seriamente in pericolo. Il _Comitato
di difesa_, che concentrava nelle sue mani tutto il potere esecutivo,
si mostr all'altezza della sua missione; e Kossuth, che lo riassumeva
tutto, riempiva gi della sua persona tutta l'ombra che aveva lasciata
la Casa di Absburgo, ritirandosi. Si domandarono delle nuove leve
di _honved_--difensori della patria--, e si ebbero pi uomini che
non s'avessero armi. Si cre una cavalleria, un'artiglieria. I capi
tiepidi, incapaci, dubbiosi, furono surrogati: Damjanich prese il posto
di Kiss al Sud, Grgey quello di Moga al Nord; Windischgraetz si mise
in moto.

Io aveva ottenuto un brevetto di capitano nel mio reggimento, che era
stato completato per supplire ai quattro squadroni che, trovandosi
in Boemia, non eran riesciti ad evadersi come noi. Io comandava il
settimo squadrone staccato presso l'esercito del nord. Grgey mi
nomin suo aiutante di campo.

Kossuth, consegnando il comando in capo dell'esercito del Nord al
maggiore Grgey, aveva detto all'Assemblea: Ho tirato un buon numero
dall'urna del destino! Ahim! Kossuth aveva letto quel numero a
rovescio. Io non aveva ancor veduto Grgey. Avevo applaudito quando
egli, eseguendo l'ordine del Consiglio di guerra di Csepel, aveva fatto
impiccare il conte Zichy che, andando incontro a Jellachich, aveva
introdotto l'inimico nella patria. Ma concepii tosto dei dubbi sul suo
carattere quando, essendosi disgustato col suo capo Maurizio Perczel,
riesc a farlo passare come incapace, e si fece attribuire il merito
della presa del corpo di Roth e Philippovich. Quando io lo vidi al suo
quartier generale di Pozsony, risentii come un subito colpo al cuore.

Arturo Grgey era militare. Aveva fatto gli studii all'Accademia
militare di Tuhn nell'Austria, poi aveva passato cinque anni nella
guardia nobile ungherese. Nominato luogotenente in un reggimento di
ussari, non avendo i mezzi di avanzare rapidamente, stanco della
vita di guarnigione, diede la sua dimissione, e si ritir a Praga
per studiarvi la chimica. L, aveva domandato in isposa una ricca e
nobile ereditiera, e non avendola ottenuta, spos la sua istitutrice,
una francese. Il suo carattere traspariva di gi: ambizione, invidia,
rancore, orgoglio, vendetta! Grgey dissimulava poco la feccia del
suo cuore, quando poteva farlo senza inconveniente; e cos forse
vendicavasi della natura che, nella composizione della sua persona,
metteva in guardia gli osservatori.

Grande, svelto, sottile, agile, il suo corpo di dandy finiva con una
testa di donna, piccola e non bella. Aveva capelli castani, rari,
tagliati corti, nell'intenzione di dare pi spazio e pi lume alla
sua fronte scura. I suoi occhi grigi, instabili, irritabili, non
avevano quella dietro-cortina degli ipocriti, che copre nell'abisso
della pupilla l'abisso dell'anima. Egli li velava con occhiali d'oro,
che offuscavano ci che v'era di petulante in quel viso. Un par di
mustacchi magri e sottili, faceva spiccare il pallore ceruleo e l'avida
sottigliezza delle labbra, sempre corrucciate, se un sorriso beffardo
cessava d'incresparle. Questa fisonomia corta sopra una statura
elevata, quei tratti comuni sopra un corpo disinvolto, quel viso ove la
natura aveva scritto una idea, ed ove la premeditazione sostituiva una
maschera, mi diedero a riflettere. Grgey s'accorse che io l'osservava.
E se avesse potuto dubitare che io dirigeva su lui la mia implacabile
attenzione, come un microscopio che lo scandagliava nel fondo delle
viscere, e notomizzava i suoi pensieri, m'avrebbe certo, alla prima
occasione, messo in un posto da essere ucciso sicuramente. Gi egli
disapprovava la mia condotta verso il colonnello Tichter Egli aveva
pochissima barba, ed era pallido. Di marziale, solo il contegno e le
abitudini. Poco avvicinabile, di maniere sdegnose, temendo rivelarsi
avanti il momento e fuor di proposito, egli sorvegliava le proprie
parole, fuorch nell'ironia e nella maldicenza, che aveva molto pronte
e colorite. Del resto, dava ai suoi pensieri delle forme poetiche, e
non mancava di eloquenza. La sua tenuta rigida imponeva il rispetto.
La sua andatura, sicura di s stessa, grave, fiera, imperiosa, ove
l'orgoglio traboccava, era d'accordo colla parola breve e col suono
brusco della voce. Egli correggeva coll'arroganza dell'animo e
dell'uomo, ci che poteva mancare di guerriero e di cavalleresco al
militare ed al generale.

Con tutto ci, eccellente cavaliero, sobrio, paziente, d'un bel
coraggio personale, ch'egli s'imponeva nelle circostanze decisive, con
uno sforzo di volont. La vista del sangue non lo turbava. Il pericolo
altrui lo toccava poco. Egli non lo fuggiva, il pericolo, ma non lo
cercava neppure, come avremo occasione di vedere. Non risparmiava le
fatiche alle sue truppe, ma le divideva, e dormiva con esse sulla
neve con un freddo di 18 gradi sotto il zero Raumur, senza pranzo
dopo un'assenza di asciolvere, e restando senza cena, dopo non aver
pranzato. Con lui, si riposava d'un combattimento con una marcia, e
d'una marcia con una battaglia. Severissimo nella disciplina, ingiusto
soltanto verso i suoi nemici e verso quelli di cui era geloso, che
invidiava o temeva. Pieno di ingegno, non sapeva mai riconoscere
l'ingegno degli altri, sempre disposto ad impiccolire il merito che
l'offuscava, senza generosit insomma, senza nobilt di animo.

I soldati lo amavano: essi non scorgevano che la persona; gli
ufficiali, eccetto i suoi fidi, lo detestavano, e diffidavano di lui:
gli leggevano nel cuore.

Grgey disprezzava tutto quanto non fosse militare. Considerava il
_civile_ come un intruso, un intrigante, un imbecille. Kossuth, che
l'avea creato, cadeva sul suo cuore abbietto come una goccia d'acido
solforico, che brucia senza posa e senza piet. Grgey sapeva eseguire
con molta abilit i piani altrui, ma era incapace di concepirne uno
egli stesso. Il suo spirito mancava d'iniziativa, egli non possedeva
la bussola dell'indefinito. Dopo una vittoria, non sapeva pi che
farne. La pletora del successo pesava sopra di lui, e lo rendeva
inetto, come l'eccesso dell'amore uccide l'amore. Tutte le sue passioni
occulte insorgevano allora, ed egli si consumava nel nasconderle o
nel coprirle sotto una forma onesta, se l'esplosione gli preparava
un ostacolo. Tutto era virile in lui. Niente era elevato. La sua
intelligenza nuotava nella visione delle grandezze le pi sfrenate,
mentre doveva imporsi una condotta moderata. Egli sentiva tutta la
superiorit morale ed intellettuale di Kossuth. L'Ungheria intera
accarezzava questa credenza, esprimeva questa convinzione. Grgey
intraprese un'opera di tenebre, a capo della quale, smascherando le
sue batterie, egli doveva far ricadere il suo paese al fondo d'un
precipizio. Ragno del male, egli tesseva la tela del disastro per
avvilupparvi un'opera divina, la risurrezione d'un popolo!

Grgey aveva l'anima austriaca. Egli non comprendeva dunque n la
libert, n la nazionalit, n l'indipendenza, n l'autonomia di una
razza, n la supremazia e la maturanza d'una civilt. Egli si batteva
contro l'Austria, non per odio contro un'istituzione un principio, ma
perch nutriva una rabbia concentrata contro i generali austriaci, e
ambiva di surrogare l'Austria in qualche luogo, per poi rimetterla a
posto, facendo per s nell'opera e nell'impero una parte corrispondente
all'altezza del servigio reso. L'Austria non si  dessa mostrata
generosa per certi meriti, la Casa di Absburgo per certi delitti?

Nel secondo abboccamento ch'ebbi con Grgey, lo compresi tutto.
Dissecai il suo pensiero, e lo giudicai. Da quel momento, lo odiai.
Egli ne sospett, e mi tenne presso di s, per sedurmi, o per perdermi.
Ma avr a riparlarvi di lui.

Windischgraetz, dopo i primi passi, rimase immobile. Egli esitava a
impegnare un combattimento, nel quale temeva di restare schiacciato.
Nondimeno, quando la Dieta ungherese rifiut, dopo l'abdicazione
del vecchio imperatore, di riconoscere il nuovo imperatore e re
Francesco Giuseppe, il maresciallo austriaco fu obbligato ad agire
seriamente. Egli si avanz, in conseguenza, alla testa di 50 a 60,000
uomini. Grgey non ne aveva che 23 a 24,000, sparsi sopra una grande
superficie, sulla diritta del Danubio; ed il corpo di Perczel, 5 a
6000 uomini, che doveva raggiungerlo, era ancora sulla Drava. Grgey
ordin la ritirata, ed avvis Kossuth di questa sua risoluzione. Egli
mi chiam alla sera, e m'ingiunse di partire sul momento per portare a
Pesth il suo dispaccio.

--Generale, io gli dissi, sono capitano, e non ho ancora assistito ad
una battaglia. Pur ritirandoci, noi ci batteremo certo. Posso chiedervi
il favore di restare?

Grgey, con un sorriso beffardo, mi rispose:

--Non ci batteremo punto. Partite.

Partii.

All'indomani, Grgey aveva cangiato d'avviso.

La prima sua ispirazione era, per altro, buona. Egli l'aveva adottata,
dietro un Consiglio di ufficiali superiori. Ora eseguiva quella stessa
ritirata, sotto la pressione immediata dei battaglioni austriaci, che
affluivano da ogni parte e lo circondavano. Onde, la fu una ritirata
brillante, ma disastrosa.

L'inverno si mostrava severo. L'immenso piano dell'Ungheria era
divenuto una stesa di neve, chiazzata qua e l da paludi traditrici,
come quella di Hansag, che inghiott un quarto della brigata di
Leopoldo Zichy. L'atmosfera aveva un colore plumbeo, ove ondulavano
talvolta, come vele stracciate dalla tempesta, dei cenci di nebbia
sucida, moventisi lentamente, cadenti di botto. Non c'era pi di
azzurro, che negli occhi elettrizzati dei nostri _honved_. Faceva
un freddo terribile. Le notti erano nere. Non trovavi pi traccia
di strade, e quelle vicine ai corsi d'acqua, erano sfondate ed
impraticabili. Bisognava marciare attraverso i campi, a caso. Le
truppe vestite leggermente e troppo cariche compivano delle marcie
interminabili, sempre sul _chi va l_, non prendendo fiato che per
respingere l'inimico, non riparando la loro sinistra, senza trovarsi di
fronte ad un pericolo a destra. Malgrado i bei combattimenti di Kmety a
Pahrendorf, e di Guyon, l'abile e valente irlandese, a Nagy-Szombath,
che coprirono la ritirata; malgrado il combattimento di retroguardia
a Raab, che si dovette sgomberare, la marcia retrograda continu.
Grgey fu respinto a Babolna, e Perczel sub una disfatta a Moor, che
si sarebbe potuta cangiar in vittoria, se Grgey fosse accorso in suo
aiuto. Egli non volle.

Il 1. gennaio, la Dieta abbandon la capitale, e trasfer la sede
del Governo a Debreczin, dietro la Tisza, in mezzo ad un'immensa
pianura, ove i villaggi, completamente magiari, sono molto disseminati.
L'8 gennaio a mezzogiorno, la retroguardia ungherese sgombrava anche
Buda-Pesth. Alcune ore dopo, l'esercito austriaco entr nella citt,
e la bandiera giallo-nera prese il posto dei tre colori nazionali,
bianco, rosso e verde come quelli dell'Italia.

Presentandogli il dispaccio, vidi per la prima volta Kossuth. Questo
abboccamento dur un istante, ma fu caratteristico. Amelia gli aveva
parlato di me, come una donna entusiasta parla di un bel giovane
che ama, e Kossuth aveva bevuto il mio elogio nella di lei parola
risplendente come una strofa di Vittor Hugo, sgorgando dalle labbra
della pi bella fra le Ungheresi. Gli domandai di lasciare Grgey, e
di essere inviato come aiutante, o perfino come semplice soldato, al
generale Bem, che operava in Transilvania.

--Perch ci?

--Perch con Bem il soldato si batte, e con Grgey si ritira; perch
Bem  un patriota fedele oggi, fedele sempre, e Grgey mormora oggi, e
tradir domani.

Kossuth assunse un'aria severa, e si torse i mustacchi. Poi disse:

--Voi meritate di esser punito per parlare cos del vostro capo.

--Accetto il castigo. Soltanto vi prego di aggiornarlo a sei mesi. Se a
quest'epoca la mia profezia....

--Basta cos. Andate ad attendere gli ordini del ministro della guerra,
e tenetevi pronto per partire nella notte.

Kossuth cadde in una profonda meditazione. Io uscii lentamente.

Tre ore dopo, io partiva per la Transilvania, come aiutante di campo
del generale Bem.

Non ebbi il coraggio di andar a vedere Amelia. Le scrissi.

Il proclama di Grgey, datato da Vaez il 6 gennaio, venne a provare
a Kossuth che io aveva giudicato rettamente il carattere di quel
generale. Grgey si ribellava contro l'autorit della Dieta.


V.

Io intanto correva la _puszta_.

Avevo traversato quel paese altra volta, con la morte nel cuore e la
disperazione negli occhi, andando incontro all'ignoto, con un sole
malinconico e smorto. La traversavo adesso, coll'amore nell'anima,
colla speranza che cantava nei miei sogni, in cerca di gloria. Sotto il
cielo basso, fosco, carico di neve che cadeva a larghi fiocchi e che
talvolta si polverizzava sotto l'impeto d'un vento turbinoso, oh come
io ricordava che tutto, quattro anni prima, era morto! Il contadino
era servo, il signore soggetto. L'Austria era qualcosa di tenebroso,
di misterioso, lontana, ma sacra ed inviolabile, le ciglia corrucciate
e cariche di minaccie. Se ne parlava a bassa voce e volgendo il capo
da un'altra parte. La donna si occupava della sua casa. La ragazza,
tutta infettucciata, pensava al primo bacio che aveva ricevuto, al
primo bacio che ella aspettava. Il bambino giuocava rotolandosi nel
pantano col porcellino, o si arruffava colle oche. L'aria era muta, o
risuonava di monotoni ritornelli. La sciabola e la penna erano oggetti
di addobbo. L'ebreo odiava. Il prete cattolico mirava a Vienna ed a
Roma.

Ora, il vassallo  uguale al suo padrone, e non paga pi tributo; il
padrone  cittadino. L'Austria batte, ma il suo prestigio  morto. Il
nome di _santa patria_ fa risuonare tutti gli echi. L'Ungherese si
batte contro il soldato imperiale, come si batteva una volta contro il
Turco. La donna cuce la tunica del suo marito, dei suoi figliuoli, che
si arruolano negli _honved_, attende le notizie dell'esercito, scrive
quelle del villaggio o della casa ai suoi cari, spera, prega, piange,
teme, si rallegra. La ragazza  ansiosa per le battaglie, ove  il suo
amoroso, o dove andr domani il suo fidanzato. Il fanciullo giuoca al
soldato. Gli ebrei, i preti cattolici benedicono la patria, hanno una
patria.

Il mio viaggio in mezzo alla _puszta_, malgrado la solitudine
dell'inverno, malgrado l'oscurit della notte, mi parve una festa.
Incontravo dovunque, notte e giorno, delle bande di cittadini che
andavano ad arrolarsi come volontarii, o a rispondere alla chiamata
come coscritti. Dappertutto un sorriso, in nessun luogo il cadavere
della speranza colpita a morte dall'insuccesso. In ogni soffio d'aria
ove un uomo aveva respirato, una strofa ardente di Petofi. Ovunque,
delle sciabole, dei pennacchi, dei vaghi vestiti per festeggiare la
lotta. Felice chi aveva un fucile od una pistola: tutti avevano un
cuore. Felice chi mi poteva ricevere nella sua capanna. Dico capanna:
il castello, ahim! era un altro affare. Una parola che io gettava,
passando di galoppo nei villaggi, si propagava di campanile in
campanile. Lo scampano rispondeva alla campana a martello. Ove io
gettava un grido, germogliavano soldati.

Incontrai le prime colonne dell'esercito del Sud, che il Governo
chiamava a difesa della linea della Tisza. Strinsi la mano a Damjanich,
colui che Klapka chiama l'uomo di ferro, l'energico comandante
delle formidabili _berrette rosse_, il 9. _honved_. Lasciando il
Banato, egli diresse ai Serbi un proclama, in cui loro ordinava di
starsene tranquilli, durante la sua assenza, e di rispettare uomini e
propriet, Magiari o Tedeschi, e concludeva:

Se vi accadesse di non fare alcun caso delle mie esortazioni, se
persisteste nei vostri conati sanguinarii e liberticidi, io vi giuro
che devaster le vostre contrade, e v'inseguir fino a che esister sul
suolo ungherese un solo Serbo; e allora, perch non resti in Ungheria
la menoma traccia della vostra razza traditora, uccider me pure.

Damjanich era Serbo.

Avrei voluto battermi sotto i suoi ordini, se non avessi avuto la
fortuna di andare a combattere sotto quelli di Bem.

Seguii il Danubio dall'aspetto terroso e triste, che non era gelato,
malgrado la temperatura di 20 gradi sotto lo zero, e rassomigliava ad
un filo di rame un po' ossidato sopra uno scudo d'acciaio riflettente
la luna. Alla fine arrivai alla frontiera della Transilvania, provincia
che  una fortezza, circondata dai Carpazii, aperta all'Ungheria
soltanto per tre porte: tre gole.

Bem mi aveva preceduto di sei giorni.

Lo raggiunsi, il 22 dicembre, nella direzione di Deez, e gli presentai
il dispaccio di Kossuth. Dico male dispaccio, dovrei dire viglietto.
Bem, entrando al servizio dell'Ungheria, aveva posto per condizione di
non dipendere direttamente che da Kossuth, _dal capo del Governo_.

--Dall'amico, avea risposto Kossuth. E gli tenne parola.

Kossuth gli scriveva queste semplici righe:

Amico mio, t'invio un giovanotto, che vuol farsi uccidere, o divenire
generale. Ha il diavolo in corpo, cio un amore nel cuore, ove
irradiansi i due pi bei occhi di myosotis dell'Ungheria. Fa ci che
puoi per questi due ragazzi. Prendi il capitano per aiutante di campo,
e sarai pi felice di me; la giovine donna abbraccier forse la tua
testa calva.

Bem fiss su di me i suoi grigi occhi d'aquila. Ci scrutammo
scambievolmente. E da quel momento fummo amici.

--Sta bene, disse il generale, vi prendo per mio aiutante. In sella.

L'esercito di Transilvania, diviso in tre corpi, ammontava in tutto
a 10,950 uomini d'infanteria, 1335 cavalieri, e 24 cannoni; la met
guardie nazionali. Il generale austriaco comandava a 20,000 uomini di
truppe regolari, e a diverse migliaia di _leve in massa_, Valacchi
e Sassoni, provvisti di 60 cannoni, e divisi pure in tre colonne. I
corpi ungheresi comandati da Baumgarten, da Dobay, da Czetz, avevano
incontrato l'inimico in marcia. Il 18, Baumgarten schiacci Urban, lo
sciacallo dell'esercito austriaco. Il 19, Dobay batt Wardener. Il 20,
Czetz, che ha scritto la storia di questa campagna, ruppe la terza
colonna austro-valacca. Il 23, Bem incontr la brigata imperiale di
Jablonowski, l'attacc alla baionetta, e la disperse. Ci precipitammo
allora verso Kolosvar. La marcia era talmente forzata, che rosicavamo
un pezzo di pan nero senza fermarci, e rimettevamo il sonno alla fine
della campagna, come diceva Petofi, che era aiutante di campo di Bem.
Arrivammo a Kolosvar, capitale della Transilvania, il 23 dicembre,
proprio il giorno fissato previamente da Bem al Comitato di difesa.
Gli Austriaci non accettarono la battaglia, e noi entrammo nella citt
che essi abbandonarono.

--Bene! disse Bem, ecco pagata in scadenza la nostra cambiale.

Egli proclam un'amnistia generale; ma, mentre lo si cercava per
acclamarlo, eravamo nuovamente in marcia. Il 29, avevamo di fronte
Urban e Jablonowski, trincerati in una eccellente posizione presso
Bethlen. La fucilata e il cannoneggiamento principiarono. Di punto in
bianco, Bem esclama:

--Finiamola con codesti buffetti: alla baionetta.

Un'ora dopo, gli Austro-Valacchi erano in rotta.

Bem insegu Urban; Riczko, Jablonowski. Il 31, Bem e Riczko batterono
di nuovo il nemico. Ci fermammo. Le munizioni erano esauste. Le nuove
munizioni arrivarono il 2 gennaio. Il 3 del 1849, Bem raggiunse gli
Austriaci presso Tihucza, appostati in un passo formidabile. Il
combattimento dur tutta la giornata. Alla sera, gli imperiali tagliati
a pezzi nella loro retroguardia, sloggiati, posti in fuga, decimati,
presi da terrore, correvano sulle cime delle montagne, ove le capre
stesse sarebbero state prese da vertigine, gettando sacchi e fucili;
e quelli che non rotolarono nei precipizi, o non si sprofondarono
negli abissi di neve, traversarono il confine, e si arrestarono, mezzo
gelati, nella Bukovina.

--Che insaponata! sclam Bem alla sera.

Infatti, il nord della Transilvania era netto d'Austriaci.

--Ragazzi, disse Bem, fa freddo, e non abbiamo nulla. Che diavolo
faremmo qui? Vi resteremmo gelati. Andiamo a riscaldarci nel
mezzogiorno; Puchner ci dar del fuoco.

Da quindici giorni non avevamo dormito che tre notti, e i nostri
pranzi non erano stati sostanziali, che quando avevamo posto la mano
sul rancio preparato dagli Austro Serbi. Rispondemmo ad una voce:

--In marcia, babbo.

Chiamavamo il generale: pap Bem.

Puchner si avanzava in cerca dell'esercito ungherese. Lo incontrammo in
vicinanza di Galfalva il 17 gennaio. Ci battemmo per cinque ore.

--Ingoiatemi un po' quei furfanti! grid Bem.

Allora li caricammo alla baionetta. Puchner fugg coi rimasugli della
sua colonna nella direzione di Nagy-Szeben (Hermannstadt).

--Addosso a quei cani, url Bem.

E noi incalzammo i fuggiaschi, la spada alle reni, per quattro giorni.
Nevicava, ventava. Nessuna strada. Attraverso burroni, montagne,
torrenti profondi come fiumi, i terreni sfondati e rappresi soltanto
alla superficie come per tenderci un agguato, i bagagli in ritardo. Il
pane, sempre un problema; senza tabacco.... e mai un lagno! Che volutt
quel far la guerra per un'idea, quando si ha fede in un capo dotato
di tutte le grandezze morali! Ci fermammo il 21 davanti Nagy-Szeben,
citt circondata da un muro di cinta continuato, munita di pezzi da
posizione, irta di bastite, di trinceramenti avanzati, difesa da 11,000
uomini, molte guardie nazionali, e 54 cannoni. Bem non aveva sotto i
suoi ordini che 4,500 fantaccini e 450 cavalieri, che marciavano da
quattro giorni, e 18 bocche da fuoco di piccolo calibro.

--- Generale, devo comandare l'assalto? gli domandai.

--Per bacco!

--Non volete dunque attendere i 1,700 uomini che deve condurci Czetz?

--Mettiamoci a tavola, li attenderemo mangiando.

Egli lanci la legione tedesca e i Siculi. Respinti. Li lanci ancora.
Respinti di nuovo. Li lanci per la terza volta. Indietreggiarono.

--Avanti gli ussari, grid Bem, mettendosi alla lor testa egli stesso.

Una grandine di mitraglia ci rovesci.

--Czetz  arrivato, generale.

--Avanti tutti, allora.

Gli Austriaci escono in massa, con quattro batterie alla testa. L'ala
sinistra ed il centro sono sfondati, i nostri fuggono. Puchner insegue.
Bem resta indietro con uno squadrone degli ussari di Mathias ed una
batteria, ch'egli punta in persona. Puchner si ferma, poi rientra nella
citt. Bem si stabilisce poco lungi, a Iselindek. Passano otto giorni.
Il 30 gennaio, Puchner ritorna, e ci circonda.

--Che fortuna! esclama Bem, ne avremo fino alla gola. Datevene a
crepapancia, ragazzi miei.

Puchner attacc, ritorn alla carica, poi attacc ancora. Battuto,
respinto, maltrattato, slogato, Puchner fa suonar la ritirata, e
rientra alla sera in Nagy-Szeben.

Questi combattimenti di tutti i giorni avevano ridotte le nostre
forze ad un numero veramente esiguo. Ci promettevano dei rinforzi,
che dovevano essere verso Deva. Andammo verso di loro. Puchner lanci
dietro a noi 12,000 uomini e dei cannoni. Noi eravamo 2,000.

--Cosa si fa, generale? gli chiesi.

--Per dinci! quando non si pu difendersi, si attacca, rispose Bem
senza levare di bocca la pipa. Fate suonar la carica.

Fummo schiacciati. Il nostro esercito si trov ridotto a 1300 uomini,
6 cannoni, e punto di munizioni. Arrivammo a Szerdahely. I Sassoni
diminuirono ancora le nostre forze, uccidendo i nostri feriti, che
Bem faceva sgombrare sopra Szasz-Sebey. Un grido d'indignazione si
alz. Bem non ebbe il tempo di puntare i suoi cannoni. I soldati si
scagliarono, bajonetta in mano, sulla citt. Mezz'ora dopo, essa era
spazzata dai nemici. Bem si stabil dietro una cinta fortificata, che
improvvis. Puchner non ci lasci tranquilli neppur l.

--Codesto diavolo d'uomo non mi lascia neppure il tempo d'empir la mia
pipa. Va bene. Cos facciamo economia di tabacco. Andiamcene, ragazzi.

E sempre lottando, senza esser mai intaccati, arrivammo a Szaszvaros.
Bem fu ferito alla coscia da una scheggia di mitraglia.

Il 7 febbrajo ci arriv un rinforzo: due compagnie di honved e due
squadroni di guardie nazionali a cavallo. Inoltre essi ci fecero
conoscere che erano seguiti da 7700 uomini con 28 cannoni. Puchner
venne a offrirci battaglia di nuovo; Bem l'accett.

--Facciamo una burla ai nostri fratelli, diss'egli. Quando arriveranno,
troveranno l'affar fatto. _Tarde venientibus ossa_. Avanti.

Fummo ancora battuti, e perdemmo i nostri ultimi quattro cannoni.

--Quei monelli hanno preso la gotta per via. Andiamo a vedere come sta
la cosa.

Bem part sul momento per Piski. Io solo lo accompagnai.

Trovammo effettivamente i 7700 uomini ed i 28 cannoni. Il 9 febbrajo
eravamo di nuovo di fronte agli Austriaci.

Questa battaglia fu drammatica. Gli honved respinsero il nemico, che
si avanzava sul ponte di Sztrigy dinanzi la citt, poi traversarono il
fiume sopra dei banchi di ghiaccio che galleggiavano, e li caricarono.
Gli ussari di Mathias indietreggiavano. Bem, malgrado la violenza
della febbre che la ferita e la lunga corsa al galoppo gli avevano
data, venne a prendere il comando. L'inimico fu respinto in disordine,
la cavalleria gli diede la caccia. Ma ecco che ci cacciamo dentro ad
un'imboscata. Il nemico prese l'offensiva. Noi avevamo consumato tutte
le munizioni.

--Come! quei facchini, grid Bem, ballerebbero colla musica che abbiamo
pagata noi. Alla bajonetta dunque!

Gli Austriaci anch'essi non avevano pi munizioni.

La sera, eravamo padroni della vittoria, che era dubbia al mattino, che
ci sorrideva a mezzo giorno, e che ci abbandonava alle tre.

Bem, col suo infallibile colpo d'occhio, vide allora la posizione della
campagna.

Puchner non aveva pi base alle sue operazioni.

La nostra base, la pi sicura, la pi favorevole, era il paese dei
Siculi, amici nostri, ove avremmo trovato uomini, armi, provvigioni
d'ogni fatta.

Bem ordin all'istante una maravigliosa marcia di fianco. Passammo fin
sotto le mura della fortezza di Karolyvar, sotto il fuoco del cannone
nemico. Ci arrampicammo per delle montagne coperte di neve, irte di
precipizi, sdrucciolanti, a picco sopra voragini che ci aspiravano,
circondati da un uragano che ci toglieva il respiro, e soffocava uomini
e bestie. Scivolammo sopra dei campi di neve indurita, che talvolta
c'inghiottivano, passando per delle gole ove quattro uomini di fronte
avanzavano a stento, bloccati dalla tempesta che s'ingolfava col
rumore e la forza di una batteria tuonante di cannoni. Valicammo dei
torrenti, che trascinavano dei massi di pietra e dei massi di ghiaccio,
formando dei turbini traditori, gli uomini ajutando le bestie, tirando
colle braccia l'artiglieria, carichi di bagaglio, mal nutriti, vestiti
insufficientemente, gelati, senza tende, senza riposo, senza sonno...
E cantavamo i ritornelli di Petofi, che marciava sempre alla testa,
e che era primo sempre alla mischia, mentre gli echi della montagna
ripercuotevano i viva a pap Bem, e ripetevano la famosa strofa sopra
la barba del generale polacco, che Petofi chiamava uno stendardo
bianco!

Il 15 febbraio raggiungemmo Medgyes.

L ritrovai Amelia.


VI.

La contessa Tichter aveva lasciato Pesth, quando gli Austriaci e
Windischgraetz vi entravano. Ella aveva saputo a Debreczin, ove suo
padre sedeva nella Dieta, che suo marito viveva ancora, ed anzi che
egli era in Ungheria. Ella era andata al castello di suo padre; poi,
avendo appreso che Bem conduceva il suo esercito nelle sedi sicule, ove
io era nato, ove tante sventure dovevano ricordarmi i miei antenati,
i miei parenti, ella vi si rec pure per velarmi colle visioni
dell'avvenire le lugubri memorie del passato.

Arrivata la vigilia, essa volava incontro a noi.

Eravamo attesi.

Delle cinque sedi sicule, quattro, sedotte, si erano sottomesse
all'imperatore. La quinta, che era la mia, rest fedele alla patria.
Ma, appena apparve Bem, i Szekely delle cinque sedi presero fuoco;
e ricevemmo molto a proposito dei rinforzi da Kolosvar. Bem non
voleva nessuna Capua. Quegli che i suoi compatriotti chiamavano un
aristocratico, da due mesi non si era coricato che cinque volte sopra
un letto, ed anche dopo essere stato ferito. Quanto a noi, ne avevamo
perfino perduta la memoria. Partimmo. Questa volta ancora ci trovavamo
di fronte ad Urban, che ritornava. Bem lo raggiunse presso Jad, il 23
febbrajo, lo schiacci, e lo rigett anche una volta nella Bukovina.
Puchner riapparve, ma rinforzato da 10,000 Russi, cui aveva chiesti, e
cui il general Lders, occupante la Moldo-Valacchia, gli aveva inviati
sotto il comando dei generali Skariatin ed Engelhardt. Il primo scontro
ci fu favorevole, il secondo contrario. Fummo obbligati ad uscire da
Medgyes, e ripiegare sopra Segesvar. Bem vi ricevette dei rapporti, e
diede l'ordine di porsi immediatamente in marcia.

--Ragazzo mio, va, sei per avere ben presto un duro cmpito, mi disse
il generale, dandomi il comando di due squadroni di ussari e di due
compagnie di honved.

Amelia, che ci aveva preceduti, mi spieg le parole di Bem.

Ella mi fece chiamare. La trovai in piedi, vestita di un'amazzone, in
mezzo agli ufficiali dello stato-maggiore, pronta a mettersi in marcia
con noi.

--Maurizio, ella mi disse, la moglie di Luigi IX di Francia, durante
l'assedio di Damiata, preg il signor di Joinville di ucciderla, se la
vedesse vicina a cadere nelle mani dei Saraceni. Il signor di Joinville
rispose:--Regina, ci avevo pensato.--Voi che fareste in una simile
circostanza?...

--Ci che avrebbe fatto il signor di Joinville, risposi io impallidendo.

--Grazie, replic Amelia. Mio marito  a Nagy-Szeben. Noi vi andiamo.
Io vengo con voi.

Io aprii le mie braccia, ella vi si gett; il patto era firmato.

Arrivammo l'11 marzo avanti al capoluogo dei Sassoni, ch anch'essi
aveano invocato l'ajuto dei Cosacchi. Il nemico si avanzava incontro
a noi. Con uno slancio alla bajonetta lo respingemmo nella citt. Gli
Austriaci tentarono una seconda sortita, ne tentarono sei altre, e noi
li costringemmo sempre a cercare un ricovero dietro i bastioni. La
notte scendeva. Bisognava finirla. Bem lanci la colonna di Bethlen,
ove era io. Amelia si tenne presso il generale sopra una piccola
altura, cui la mitraglia spazzava senza tregua. Invademmo i sobborghi,
cantando un nuovo ritornello di Petofi, ed ivi ci precipitammo contro
la porta di Nagy-Szeben. Fummo forzati ad indietreggiare tre volte.
Accadde allora un fatto, come se ne incontrano spesso nell'Iliade,
e come un altro doveva accaderne pochi giorni dopo, il 4 aprile, a
Nagy-Kata, fra il capo degli ussari croati, Riedesel, e il capo degli
ussari ungheresi. Seb. Il colonnello Tichter comandava la quarta
sortita. Io slanciai il quarto attacco. Ci trovammo faccia a faccia. Ci
riconoscemmo.

Amelia vedeva tutto, e indicava la scena a Bem.

--Diavolo! colonnello, gridai io, avete la vita tenace.

Egli non rispose, ma scaric d'una mano un colpo di pistola a
bruciapelo sulla mia testa, mentre con l'altra mi lasci andare un
fendente. Io ebbi il tempo di far impennare il mio cavallo, che
ricevette il colpo di sciabola; la palla bruci i miei capelli. Il mio
cavallo non cadde. Lo lanciai allora sul colonnello. Come per tacito
consenso, i soldati e gli uffiziali delle due parti fecero alto onde
assistere a questo duello. Io attaccai alla mia volta, frugando con
la sinistra nella sella per trarne una pistola. Il colonnello par,
indietreggiando: io l'incalzavo sempre. Trovai finalmente la mia
pistola. Lo mirai fra i due occhi. Cadde, e questa volta per non pi
rialzarsi. La battaglia pass sul suo corpo.

I battaglioni siculi marciarono in avanti, ed entrammo nella citt.
La notte, gli Austro-Russi fuggirono. Bem m'abbracci, e mi nomin
maggiore.

Bem proclam l'amnistia, e m'invi alla Dieta a portar l'annunzio che
la Transilvania era ormai libera. Bem la spazz due giorni dopo.

Io partii: Amelia e i suoi dieci domestici mi accompagnarono. Il mio
cuore ridondava di gioia. Il destino mi carezzava; Bem e Petofi erano
miei amici; Amelia era libera e mi amava.

Essere l'amico di Bem!...

Voi vi sarete gi disegnati nella vostra mente questa figura.

Egli era uno scienziato, specialmente in geologia ed in mineralogia.
Era stato l'anima della insurrezione di Vienna, ed era uscito dalla
citt dopo lo scacco, nascosto in un carro di fieno, sfuggendo cos
alla sorte di Roberto Blum. I suoi compatriotti gli contesero a Pesth
il comando della legione polacca, ed un giovine del suo paese tent
perfino di assassinarlo, tirandogli un colpo di pistola, che lo fer
al viso.

Bem era piccolo, ma ben costrutto, agile come un camoscio, elastico
come la tigre. Il pensiero, il genio alloggiavano nella sua enorme
testa, come un Dio in un tempio. Nulla di misterioso, d'oscuro, di
traditore, di basso, di falso, nei suoi tratti: si leggeva nella sua
anima a libro aperto; tutto vi era vasto e luminoso. La sua barba
bianca ondeggiava a capriccio dell'aria, come una di quelle vele
latine, che issano le barche nel Mediterraneo, molcite dall'immenso
azzurro. Il suo cranio accidentato era calvo; le tempie avevano
conservato delle lunghe ciocche di capelli bianchi. Il fronte alto
e largo, appena rugato, olimpico, torreggiava, e si rialzava negli
angoli arrotondandosi. Esso conteneva pi che una volont, rivelava un
carattere. Nulla di sanguinario, come nel cranio di Napoleone, ma un
misto di scienziato e di poeta.

Bem abborriva il sangue. La prima sua parola, quando la vittoria
pareva decisa, era: Basta! Il primo suo atto, quando entrava in una
citt o in un paese conquistato, era di proclamare l'amnistia. I suoi
occhi grigi, mobili o fissi a volont, avrebbero frugato nel fondo
dell'Oceano. Nondimeno tutto vi risplendeva, potente, limpido e dolce a
volta a volta, come in quelli d'un fanciullo di genio, che principia ad
interrogare il mondo e la vita.

Bem non levava mai di bocca la sua pipa. La conservava dormendo; a
tavola l'accarezzava colla mano, come il mento d'una bella amante.
La sua parola era pittoresca. Amava le metafore, soprattutto nelle
circostanze drammatiche, perch allora la metafora d precisione.
La sua voce elettrizzava. Gli si credeva. E non pertanto alcuno
degli uomini della sua tempera, a tipo leggendario, non ha s poco
sceneggiato il Messia ed il Mos. Bem restava paterno, nello stesso
tempo che realizzava la formula la pi assoluta dell'autorit e della
volont, che s'impongono e che trionfano. Egli non comunicava i suoi
disegni a nessuno, forse perch aveva uno scopo e non aveva un metodo.
Il suo genio, pieno di espedienti, di presenza di spirito, di slanci,
di scintille, gli rivelava all'istante il nodo delle situazioni. La
sua bravura era temeraria. Egli scorgeva tutto in un colpo d'occhio:
l'insieme ed i particolari; la sua induzione teneva il posto della
divinazione. Come la rondinella, egli andava sempre dritto, senza
riposare, senza stancarsi mai.

Estremamente sobrio, vestito d'una tunica grigia, egli  stato il pi
realmente semplice fra tutti gli eroi; colui che lo seppe meno, e meno
se ne cur. Non carezz mai l'ammirazione del pubblico. Non s'atteggi
in nessuna maniera, n alla magnanimit, n alla generosit, e neppure
a quel disinteresse teatrale e sciocco, che abbaglia il popolaccio. La
Dieta lo nomin luogotenente-maresciallo, e gli diede la decorazione
di prima classe, ed egli accett. Bem non prese niente, non domand
niente, ma sdegn la parte volgare d'un Cincinnato da melodramma.
Quando occorse farsi Turco, per aver la ventura di battersi contro
la Russia e l'Austria, egli salut la mezza-luna, e divenne pasci.
Sarebbe andato in collera se i suoi, quelli che avevano fede in lui,
come nel genio della guerra e della libert--fede virile--l'avessero
trattato niente niente come un Dio od un eroe. Bem rispettava la
dignit umana, ed avrebbe arrossito di vederla oltraggiata dalla
degradazione e dall'adulazione. Leale, franco, generosissimo, non
invidiando nessuno, sapendosi ricco del suo, non imponendosi mai,
non intrigando in nessuna maniera egli spavent Grgey; il quale,
confrontandosi con quella grandezza morale, si trov piccolo ed abietto.

Perci Grgey, quando fu ministro della guerra, tent di disfarsi di
Bem. Ma Kossuth lo sostenne.

La fulminante audacia dei suoi colpi di mano, la sicurezza che mostrava
nella vittoria definitiva; una parola d'elogio senza enfasi, che
sapeva dire a tempo e farne come un cammeo; le ricompense che non
lesin; l'esempio che dava, non domandando agli altri cosa ch'egli non
avesse fatto, o volesse fare; la sua sorprendente attivit, al punto
che si sarebbe detto uno spirito, una fiamma elettrica, una visione;
la rapidit della concezione e dell'esecuzione.... tutte queste
qualit lo facevano idolatrare dalle sue truppe. Bem  passato allo
stato di leggenda nel sud dell'Ungheria. L'Europa non se ne fece un
feticcio,--ci che  proprio delle glorie vere, serie e durature. I
semi-dei della plebe hanno sempre del ciarlatano. Petofi lo chiamava un
Giulio Cesare galantuomo.

La notizia, che io portava, mi aveva preceduto. Ci non le tolse di
essere bene accolta;--ed anzi Kossuth diede un banchetto, ove io
raccontai, coi pi pittoreschi particolari di uomini e luoghi, l'epopea
della campagna. La fortuna sorrideva di nuovo all'Ungheria.

Grgey, dopo essersi rivoltato contro il Governo nazionale, dichiarando
che non obbedirebbe che al ministro della guerra nominato dal re--cio
dall'imperatore d'Austria--aveva continuato la sua difficile ritirata,
inquietato da ogni parte dall'inimico, che era tenuto a distanza
in tutti gli scontri dal bravo Guyon alla retroguardia e da Aulich
all'ala sinistra. La ritirata era penosa, attraverso gole senza strade,
montagne rese impraticabili dalla neve, piene di precipizii nascosti,
di nebbie che avviluppavano e impedivano la vista dei nemici, di fossi
che inghiottivano artiglieria e cavalleria, di ponti rotti, di fiumi
traboccati, senza scarpe, con una temperatura di venti gradi sotto lo
zero. Malgrado tutto ci, Guyon batt Schlick a Braniczko, mentre che
Grgey danzava a Lcse, a quattro leghe dal campo di battaglia: Klapka
lo batteva ancora a Tokaj; Bulharyn a Tarczal. Schultz schiacciava
l'ala sinistra degli Austriaci a Kisfalud; Perczel sconfiggeva
Ottinger a Szolnok, a Czegled. L'esercito ungherese si trovava cos
riunito dietro la Tisza, e Dembinski ne otteneva il comando supremo,
mentre che Windischgraetz, padrone della capitale, si credeva padrone
dell'Ungheria.

Questa illusione non dur molto.

Noi riprendemmo presto l'offensiva. L'esercito ungherese si componeva
di 46,000 uomini, 6,000 cavalli e 170 cannoni. Windischgraetz disponeva
di circa 60,000 uomini, 5,000 cavalli, 200 bocche da fuoco. Il primo
scontro fra i due eserciti ebbe luogo a Kapolna, ove gli Austriaci
misero in linea 35,000 uomini, e gli Ungheresi 17,000. La battaglia
dur due giorni, il 26 ed il 27 febbrajo. Grgey, che detestava
Dembinski, come detestava Kossuth, come detestava Bem, come detestava
Perczel, Guyon, Klapka, Damjanich, ritardando l'arrivo delle due
divisioni Kmetz e Guyon sul campo di battaglia, rese il combattimento
all'incirca indeciso; ma Windischgraetz tenne la posizione, e
Dembinski, per una precauzione eccessiva, ordin la ritirata dall'altra
parte della Tisza. Questa ritirata, a traverso le paludi terribili di
Egerfarmos, fu disastrosa. Dembinski cedette il comando. Wetter prese
il suo posto, ma Grgey ottenne tre corpi sotto i suoi ordini. Questo
fu il pi grande sbaglio, l'unico forse, che Kossuth abbia commesso
durante tutto il tempo in cui tenne il destino dell'Ungheria nelle
sue mani. Grgey doveva esser fucilato, ed egli ne faceva il padrone
dell'esercito!...

Le ostilit ricominciarono immediatamente. La vittoria si fiss alle
nostre bandiere. Damjanich ne apr la serie col brillante scontro di
Szolnok il 3 marzo. Wetter, che aveva elaborato il piano di campagna,
cadde malato, e Grgey ebbe infine la felicit ineffabile di essere
investito del comando supremo, cos ardentemente ambito. Kossuth
m'invi nuovamente presso di lui come ajutante di campo. Ma di gi
Grgey mi faceva l'onore di odiarmi, sapendo come io adorassi Bem, e
come ne parlassi cogli ufficiali di stato-maggiore. Egli mi ricevette
molto male, quantunque gli fossi presentato dallo stesso Kossuth, che
venne al campo. Grgey mi rivolse appena la parola, e mi diede poi
degli ordini calcolati per sacrificarmi. Le ferite non mi mancarono
certo.

Gaspar esord col battere Schlick a Hatvon. Klapka e Damjanich misero
in fuga Jellachich a Tapio-Bicske, e gli fecero subire delle perdite
considerevoli. Finalmente, il 6 aprile, tutto l'esercito si trov in
presenza degli Austriaci a Isaszeg. L'inimico era pi forte di un
terzo, occupava delle alture boscose, ed aveva alle spalle una foresta.
Klapka cominci l'attacco. Damjanich gli venne in ajuto, e tutti e
due non avevano di fronte che il corpo di Jellachich, appostato sulle
alture, dinanzi e dietro Isaszeg. A tre ore arriv il corpo d'armata
sotto gli ordini di Windischgraetz, e Damjanich fu investito di fianco
da Schlick. 14,000 Ungheresi tenevano testa a 30,000 Austriaci. L'ala
sinistra, comandata da Klapka, gi piegava. Damjanich teneva fermo
alla diritta. A quattr'ore arriv Grgey, e prese la direzione della
battaglia. Ci malgrado, gli Ungheresi si ripiegavano.

Ad una lega di distanza, accampavano due corpi del nostro esercito.
Gaspar con 16,000 uomini da una parte, Aulich dall'altra con 8,000
uomini, 1000 cavalli e 38 cannoni. I due capi udivano, fino dal
mezzogiorno, la voce del cannone. Gaspar rest immobile, attendendo un
ordine che lo chiamasse. Io, spontaneo, mi slanciai verso Aulich, per
sollecitarlo a venire al nostro soccorso. Ma egli era gi in marcia,
senza essere invitato, ed arriv come Desaix a Marengo, a cinque ore,
per decidere della battaglia. La vittoria fu completa. Kossuth era
presente. Io fui ferito al capo da una scheggia di mitraglia.

Tre giorni dopo, il 9 aprile, Damjanich e Klapka rompevano Gtz alla
testa di 12,000 uomini a Vacz; dieci giorni dopo, il 19, questi
due stessi generali, con 18,000 uomini, vincevano la battaglia di
Nagy-Sarlo, ove il generale Wohlgemuth comandava a 26,000 Austriaci.
Grgey non si allontan dal suo quartier generale di Leva. Si
marci in avanti per sbloccare Comorn, e vi si riesci dopo due ore
di combattimento. Grgey arriv alla sera. Gaspar, secondo la sua
abitudine, non arriv punto. Gli Austriaci avevano abbandonato Pesth,
e si ritiravano su Vienna per la via di Raab. Grgey avrebbe dovuto
inseguirli, e rientrare con loro, o prima di loro, nella capitale
degli Absburghi. Egli prefer ritornar sui suoi passi per cacciare la
guarnigione austriaca da Buda, ove si era rinchiusa.

Nel frattempo, un grande atto si compieva a Debreczin, un gran delitto
a Vienna.

L'Austria infliggeva a s stessa il disonore d'invocare l'assistenza
della Russia--ed era un ungherese, il conte Enrico Zichy, che accettava
l'infamia di andare a chiedere il soccorso dello czar.

Kossuth proponeva alla Dieta la decadenza degli Absburghi.


VII.

Era il 14 aprile 1849. Questa data segna un'epoca nella vita e
nella storia del popolo ungherese. I primi soffi della primavera
intiepidivano gi l'aria. Il cielo era grigio-chiaro, il che velava
forse l'infinito, ma addolciva lo sguardo. Il sole provava i suoi primi
raggi. La neve s'era sciolta, ma l'immensa pianura trasudava una nebbia
bianca, leggiera, allegra, che il venticello dell'aurora smuoveva,
stuzzicava, le dava la vita della lama agitata. Si sarebbe detto che
il mar Bianco avesse scavalcato le steppe della Russia, franta la
cintura azzurra dei Balcani e dei Carpazii, e si fosse rovesciato tutto
fremente sul paese piatto del Danubio. Tutte le campane delle torri
bizantine di Debreczin suonavano a gloria. La citt si adornava come
per una festa, un gran movimento di persone e di parole animava le vie.

Debreczin  una citt di 50,000 anime, il centro della razza magiara.
Le donne con gli usatti maschili, colla casacca di pelle d'agnello,
il pelo al di dentro a causa della freschezza del mattino, ornata
d'astrakan e di ricami in lana di varii colori, un fazzoletto di cotone
o di seta sul capo legato sotto il mento, i capelli intrecciati dietro
la testa con una quantit di fettuccie; le donne, dico, erano superbe
di non portar pi alcun ornamento d'oro o d'argento: esse avevano
offerto tutto alla patria. Non si vedeva pi un anello, una collana,
un paio d'orecchini sopra le donne ungheresi, principalmente su quelle
della classe del popolo; avevano tutto dato come dono patriottico. Gli
uomini erano tutti, in una maniera o nell'altra, armati. L'Ungherese 
grande, solidamente costrutto; ha la faccia aperta, lo sguardo franco,
della vivacit nello spirito, una personalit che conosce s stessa e
si confessa quale , nonostante l'incoerenza delle idee, la leggerezza
dei propositi, la vanit generata dalla bellezza della razza--tutti
sapendosi nobili, o credendosi tali. L'Ungheria sembra abitata da
un popolo di gentiluomini. In mezzo per a tanti grandi e leggiadri
uomini, a tante belle ed allegre donne, tutti dall'aria felice, ben
nutriti, ben alloggiati--i contadini avendo dei bei poderi che lor
danno da vivere, ed i borghesi, in poco numero per, esercenti una
professione od un'industria--, si introducevano dei mendicanti che
mostravano delle piaghe schifose--loro strumento di lavoro--, o un
nugolo di zingari color cioccolatte. Tutta questa gente si dirigeva
verso la sala ordinaria della seconda Camera--il Collegio riformato di
Debreczin--e l'invadeva.

La Dieta aveva discusso in comitato secreto, durante due giorni, la
decadenza della Casa di Absburgo, ed aveva deciso di deliberarne
pubblicamente in quel giorno. I magnati si erano riuniti ai deputati,
e si mischiavano a loro, vestiti del loro mantello di velluto rosso,
celeste o nero, impellicciato d'astrakan, di martoro zibellino, coperti
dal Kalpack nazionale con un pennacchio di pietre preziose e penne
d'aquila, la cintura, la collana e la sciabola tempestate di turchesi,
di rubini, di perle e di granate orientali. Questo costume teatrale,
quello che portavano alla Corte, dava uno scintillamento abbagliante
all'assemblea, ed aumentava la solennit. La sala era troppo piccola;
la folla, che vi soffocava, si port al tempio riformato, e fece
proporre alla Dieta, da uno dei suoi membri, di trasferirvi per
quel giorno la sede delle deliberazioni. L'Assemblea si condusse
immediatamente alla chiesa protestante, ed occup il posto ai piedi e
dirimpetto al pergamo, lasciando al pubblico il resto della chiesa e
le gallerie. Paolo Almasy, presidente della seconda Camera, e Prnyi,
presidente della Tavola dei magnati, si stabilirono alla presidenza:
Kossuth ascese alla tribuna. Il silenzio era perfetto. Alla vista di
Kossuth, un fremito scosse la folla come scintilla elettrica, ed un
evviva immenso e prolungato risuon sotto la volta. La Dieta, magnati e
deputati, fece eco. Fu un abbarbagliante sfolgoro di berretti piumati
agitati nell'aria, uno strepito di sciabole risuonanti rumorosamente.
Lo spettacolo divenne sublime.

Pochi uomini hanno avuto la fortuna di Kossuth. Come Washington, egli
fu l'anima, la fede di un gran popolo, e si mostr degno della sua
parte. Kossuth  una delle pi belle espressioni del tipo magiaro,
L'occhio ceruleo, ardito, fiero, la testa alta, il contegno nobile, il
portamento altiero; egli domina col suo gesto, impone il rispetto con
ogni movimento, seduce col prestigio della voce. Questo Alcibiade ha
l'accento, l'audacia, la poesia, l'elettricit della parola di Mirabeau
e di Burke, l'elevatezza d'idee di Chatham e di Fox. La serenit del
suo animo, nelle circostanze complicate, stupisce. Egli possiede il
calore della concezione dell'uomo di Stato francese, ed il giudizio
freddo ed infallibile dell'uomo di Stato inglese. Il vigore della
forma, i ricchi colori di cui veste la sua eloquenza, aumentano la
precisione geometrica dei suoi ragionamenti. Egli calcola a lunghe
distanze di epoca. Ed ecco perch alcuni suoi atti, che non ebbero
tempo di svolgersi e di maturare, sembrarono errori. Egli non possiede,
forse, l'organo felice dell'osservazione profonda dei caratteri, cui
Pitt ebbe, e che manc a Napoleone; forse non ha la ruvida fibra della
resistenza, particolare di Canning; ma forse pure, la sua fede nella
grandezza, nella giustizia, nella verit dello scopo, gli fecero
negligere queste precauzioni. Il suo solo fallo, durante due anni
d'impero, fu Grgey. Egli non scrut il cuore; giudic il talento, e
non misur la feccia delle passioni. Kossuth credeva alla sua opera, e
domin la nazione dall'alto della sua fede. L'Ungheria, questo Oriente
dell'Occidente, ha la confidenza indolente degli Orientali, e lo
spirito d'esame dei popoli dell'Occidente svegliato e pronto.

Il discorso di Kossuth fu un poema, interrotto ad ogni strofa da
applausi. Egli tess l'atto d'accusa della dinastia degli Absburgo, e
mai a coscienza umana cancrenata non fu presentata sotto un aspetto
pi lurido. Ogni frase dell'oratore conteneva un fatto; ogni fatto
diveniva una gogna; una doccia di fuoco stillava sull'uditorio. Questi
sono i fatti, continu egli. Dopo atti simili,  egli possibile che
il popolo conservi il menomo rispetto per la dinastia? Mantenere la
Casa d'Austria sul trono, sarebbe annientare ogni sentimento onesto,
calpestare sotto i piedi ogni morale. Noi non esporremo a ci il paese.

--No, no, gridarono tutti, Dieta e popolo.

-- dunque venuta l'ora, riprese Kossuth, in cui  dovere
dell'Ungheria, dovere dei rappresentanti della nazione dichiarare in
faccia all'Europa ed al popolo, in faccia di Dio e dell'Universo, che
vogliono esser liberi ed indipendenti.

L'entusiasmo fu al colmo, Kossuth fin il racconto della lotta di
tre secoli fra l'Ungheria e la Casa d'Austria, espose la situazione,
raccont le peripezie dell'ultima guerra, e concluse colle due seguenti
proposizioni:

1. Che l'Ungheria fosse dichiarata Stato indipendente, e,
relativamente al territorio, indivisibile, inviolabile;

2. Che la Casa di Absburgo-Lorena fosse dichiarata decaduta per
sempre dal governo, proscritta dal suolo ungherese, priva dei diritti
civili dell'Ungheria.

Poi, alzando le mani al cielo in attitudine religiosa, esclam:

--Cos sia! _Amen_!

Le proposizioni furono votate ad unanimit.

Kossuth fu eletto presidente-governatore dell'Ungheria.

Gli _Eljen Kossuth_ furono interminabili. Kossuth, profondamente
commosso, con le lagrime agli occhi e sulle guance, con la voce
tremante, soggiunse:

--Giuro pel Dio eterno e sul mio onore che non terr il potere un solo
istante dopo che i diritti dello nazione saranno assicurati, perocch
io non voglia essere che un povero e modesto cittadino dell'Ungheria
liberata.

Egli  adesso nell'esilio--come Vittor Hugo, Ledru-Rollin,
Quinet....--esempio della rigidit della coscienza umana.

Il primo magnate, che vot la decadenza degli Absburgo e l'indipendenza
dell'Ungheria, fu un vegliardo quasi ottuagenario, il principe
Nyraczi--il padre d'Amelia.

Il 24 aprile, gli Ungheresi rientrarono in Pesth. Buda restava in mano
di 4000 Austriaci. Grgey, che poteva marciare su Vienna e sanzionare
col la decadenza della Casa imperiale, comunicando all'Europa attonita
il decreto di Debreczin, Grgey si preoccup della guarnigione di Buda,
ritorn sui suoi passi, e diresse all'esercito questo proclama:

Commilitoni.

 scorso appena un mese da quando, confinati dietro la Tisza, noi
gettavamo uno sguardo dubbioso sul nostro avvenire oscurato. Chi
avrebbe allora creduto che, un mese dopo, avremmo passato il Danubio
e liberato il nostro bel paese dal giogo di una dinastia spergiura? I
pi arditi fra noi non avrebbero certo osato nutrire una cos grande
speranza. Ma voi bruciavate del nobile amor di patria, e l'inimico
ha provato il vostro coraggio, eguale a numerosi eserciti! Voi avete
trionfato, trionfato sette volte, una dopo l'altra. Oggimai voi
trionferete mai sempre.

Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!

Ognuna delle battaglie che abbiamo combattute fu decisiva. Pi
decisive ancora saranno quelle che combatteremo d'ora in avanti.
Sacrificando la vostra vita, voi avete avuto la fortuna di assicurare
all'Ungheria la sua antica indipendenza, la sua nazionalit, la sua
libert, la sua esistenza duratura. Tale fu la nostra missione, la pi
santa fra le missioni.

Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!

Molti fra voi credono che l'avvenire desiderato  fin d'ora
conquistato. Non v'ingannate. Questa lotta pei diritti naturali
dei popoli contro le usurpazioni della tirannia, non sar soltanto
sostenuta dall'Ungheria. Ed i popoli vinceranno dovunque! Voi non
sarete forse testimoni della loro vittoria. Consacrandovi a questa
lotta con fedelt incrollabile, voi dovete essere fermamente risoluti
a cadere vittime della pi bella e della pi gloriosa di tutte le
vittorie.

Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!

E siccome io ho la convinzione che non uno fra voi preferirebbe una
miserabile esistenza ad una morte cos gloriosa, e che voi tutti
sentite come me che gli  impossibile di asservire una nazione, i cui
figli eguagliano gli eroi di Szolnok, di Hatvan, di Tapio-Bicske, di
Isaszeg, di Vacz, di Nagy-Sarlo e di Komarom; per ci, in mezzo anche
allo spaventevole rumore delle battaglie, io d'ora in avanti non avr
per voi che un sol grido:

Avanti, camerati, avanti.

Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!

_Avanti!_ gridavano le truppe come il capo. Avanti! Ma Grgey
ritornava indietro. Per lui, il pericolo non stava a Vienna: stava a
Pesth! Per lui, il nemico non era Francesco-Giuseppe, era Kossuth.


VIII.

--Ho di parlare di me, continu il colonnello Zapolyi, in mezzo ai
grandi fatti ai quali ho preso parte, ai grandi disastri che mi restano
a raccontare. Ma voi mi avete domandata la mia storia, ed io la finir.

La mia ferita era appena guarita. Si battevano dinanzi a Buda. Accorsi
col. Amelia e suo padre abitavano gi Pesth, ove il Governo riportava
la sua sede.

Grgey investiva la fortezza di Buda con forze considerevoli. Un primo
attacco, per distruggere la pompa ad acqua che approvvigionava la
guarnigione, era stato respinto. Era principiato il fuoco per aprire la
breccia. Hentzi, che comandava la fortezza, rispose bombardando Pesth,
come Windischgraetz aveva bombardato Vienna, come Radetzky bombardava
le citt italiane. Questa citt monumentale ardeva in diversi punti.

--Sono le torce funebri intorno alla bara di Casa d'Absburgo! diceva
Grgey.

Egli ordin un assalto generale, bench l'artiglieria non avesse ancora
resa praticabile la breccia. L'attacco ebbe luogo nella notte dal 16
al 17 maggio. Io era arrivato la sera; non m'ero ancora presentato
al generale. Sentendo il cannone di notte, mi condussi in mezzo
ai combattenti come semplice volontario, e mi trovai col corpo di
Nagy-Sandor, che aveva ricevuto l'ordine d'impadronirsi della breccia.
Il combattimento dur tre ore,--combattimento feroce, la baionetta
contro il cannone!--Gli honved si slanciarono all'assalto sei volte.
Fummo sempre respinti. La breccia restava inaccessibile: le scale,
colle quali tentammo la scalata, si trovarono troppo corte. Il giorno
cominciava a spuntare. Gli altri Corpi non erano stati pi felici di
noi alla porta di Vienna, al Varkapu (porta del castello), al giardino,
alla macchina dell'acqua. Suon la ritirata. Il cannone ricominci
l'opera della breccia.

Il 21 maggio, questa sembr praticabile. All'alba l'attacco generale
fu rinnovato, al grido formidabile di: _Eljen a Magyar!_ La fanteria
ungherese si slanci di nuovo sulle mura. Noi corremmo alla breccia.
Ci respinsero ancora. Gli altri Corpi ruppero la resistenza in tutti
i punti. La pompa fu presa da Kmety, a cui mancata due volte. Noi
ritornammo all'assalto, e finalmente riescimmo ad impadronirci della
breccia, ed a salire sugli spaldi dei bastioni. Io m'era arrampicato in
cima ad una scala. I soldati italiani della guarnigione ci porgevano
la mano per aiutarci a montare. Io era sul punto di saltare sulla
spianata, quando un ufficiale austriaco uccise l'italiano di un colpo
di spada, e con un secondo colpo, traversandomi la spalla sinistra, mi
precipit sul terrapieno in mezzo ai mucchi di cadaveri. Ma la fortezza
era nostra.

Ripresi i sensi all'ospitale del Tabor.

Grgey non prese parte all'azione: egli rest a grande distanza, nel
quartier generale, sopra la collina Kis-Svbhegy.

Mi assopii, dopo che la mia ferita fu medicata. Due ore dopo, mi
risvegliai all'improvviso. Amelia serrava la mia testa sul suo cuore,
ed appoggiava le sue labbra al mio fronte. Ella volle farmi trasportare
in sua casa, o piuttosto nell'appartamento che la occupava nel palazzo
di suo padre. Io mi opposi, e resistei tre giorni. Al quarto cedetti.
Ci fu causa di una violenta scena fra Amelia e suo padre, ed il primo
passo verso la catastrofe che doveva inghiottirci tutti.

Il principe Nyraczi era il pi ardente patriotta, ma in pari tempo
il pi forsennato aristocratico dell'Ungheria. Nessuno si mostr pi
generoso di lui, ma nessuno altres pi ostinatamente reazionario.
Egli aveva dato alla patria centomila franchi, tutto il suo vasellame
d'argento d'un enorme valore, degli oggetti in natura in quantit
considerevole, dei cavalli per gli Ussari leggieri. Aveva equipaggiato
una compagnia di duecentocinquanta volontarii, comandati da suo nipote
come suo luogotenente: _i berretti gialli_, che da due anni facevano
la guerra a sue spese. Egli s'incaricava della coltura delle terre
di quelli fra i contadini del suo distretto che combattevano fra gli
honved. Ogni settimana, due o tre mila poveri del comitato venivano
alla porta del castello, ove ricevevano elemosine, soccorsi, prestiti!
Aveva fatto venire dall'Inghilterra una batteria di cannoni completa,
coi suoi affusti, e l'aveva regalata a Bem, suo amico. Nei suoi
castelli non restava pi n biancheria, n coperte, n materassi. Tutto
era stato inviato agli ospitali pei feriti. E tutto era stato inviato
e ricevuto dietro i suoi ordini, senza rumore: la cosa era fatta per
s stessa, e non per ostentazione. Ma la voce del principe Nyraczi fu
la sola che si oppose all'emancipazione dei contadini, all'abolizione
delle corves, dei livelli, delle decime. Egli aveva esatto mai sempre
questi tributi di servit, per la servit in s stessa, non gi per
il profitto; perocch egli trovava mezzo di dare ogni anno in regalo
ai suoi contadini dieci volte pi di quel che prendeva come signore.
Abborriva l'Austria, perch l'Austria  tedesca, e l'imperatore perch
non  magiaro; ma non perch l'una  la tirannia straniera, l'altro
un padrone. Non poteva comprendere che un contadino e lui, principe
Nyraczi, fossero dell'istessa stoffa, e dovessero godere degli stessi
diritti sociali, civili e politici. E, nella sua natura di bronzo, n
le idee, n le passioni si modificavano mai.

Egli conosceva tutta la mia storia, e le relazioni ch'io aveva con
sua figlia dapoich l'avevo incontrata da suo marito, il colonnello
Tichter. Ma io, per lui, era sempre il figlio degli impiccati, che
avevano perduto il diritto di nobilt; il contadino, al quale egli
aveva fatto infliggere la pena disonorante del bastone. Cacciatore di
contrabbando e ladro, per lui erano l'istessa cosa. Aveva giudicato sua
figlia in silenzio, perch non ci era scandalo nella nostra condotta,
perch il nostro amore non era contaminato da nessuna macchia. Ma lo
scandalo ora c'era. Io abitava il suo palazzo, presso sua figlia.

Egli la fece chiamare, e l'attese nel salone a fine di togliere
all'abboccamento ogni carattere di paternit. Non dovevano esserci
col che il principe di Nyraczi e la contessa Tichter. Amelia comprese
tutto ci di uno sguardo. Suo padre stava ritto presso il vano della
finestra, ch'ei riempiva della sua figura colossale. Aveva gettato
sopra una seggiola la sua berretta di velluto nero dalla penna
bianca, e con la testa alta squadrava la contessa. Il suo dolman di
panno violetto, rattenuto sulla spalla sinistra da una catenella
d'oro, aggiungeva un'aria marziale alla sua aria grave di vecchio
e di aristocratico indurito. L'et avanzata non aveva curvato di
una linea la sua persona, come l'esperienza non aveva fatto piegare
l'inflessibilit delle sue idee. Teneva la sciabola attaccata alla
cintura, che risuonava ad ogni movimento contro gli speroni d'argento
degli stivali inverniciati, guarniti di astrakan, che gli arrivavano
fin su del ginocchio. La sua bella barba bianca gli scendeva a mezzo
il petto, armonizzando coi lunghi e ricciuti capelli. La commozione lo
faceva pallido, e questo pallore prendeva una espressione di collera,
sotto il riflesso di due pupille nere, accese dall'interna violenza.
Gli occhi erano il dinamometro delle passioni del principe. Sua figlia
aveva l'abitudine di leggervi entro la calma o la tempesta. Ella
conosceva il carattere di suo padre. Pi d'una volta questi due nugoli
carichi di fulmine s'erano incontrati, ed avevano scambiato dei lampi.

--So, disse Amelia con voce ferma, perch m'avete fatta chiamare. Che
ordine volete darmi?

--Uno di questi due, rispose freddamente il principe: spazzate il mio
palazzo dalla lordura che vi avete introdotta, o lasciatelo voi stessa.

--Gli antenati di quello che voi chiamate una lordura, rispose
fieramente Amelia, erano conti, quando i nostri non erano ancora che
semplici nobilucci. Il titolo di quei baroni data dal quinto secolo,
il nostro dal sedicesimo. Essi lo tengono da Attila, e furono capi di
bande guerriere; noi lo abbiamo dalla Casa d'Austria per servigi resi
ad uno straniero, ad un padrone. Ecco, per la lordura. Io l'amo, ecco
la mia ragione.

--Lo so, rispose il principe, senza uscire dalla sua calma tempestosa;
ecco perch vi ho posto un dilemma, e non vi ho scacciata semplicemente.

--Il dilemma diviene inutile, dappoich io non sono qui n in casa
di mio padre, n in casa mia. Ah! pel principe di Nyraczi, una
contessa.... che cosa? una contessa Tichter non  una lordura.

--Dei rimproveri, ora? Sono io forse che ha fatto codesto matrimonio?
Non fui forse messo nella necessit di non poterlo rifiutare?

--Io aveva sedici anni allora.

--E cosa bisognava che io mi facessi, signora, la situazione essendo
divenuta inesorabile?

--Uccidermi.

Il principe pieg il capo, e riflesse. Poi soggiunse:

--Hai ragione, Amelia, io fui un vile.

--Dunque, domani noi lasceremo il vostro palazzo.

--Noi! di gi?

--Noi. Io sono vedova, non vi domando nulla, fuorch la vostra
benedizi....

--Giammai!

--Giammai. Che importa d'altronde? Non arriveremo forse mai a codesto
punto. Gli avvenimenti si accalcano su di noi. Centomila Russi hanno
gi varcato il confine su tutti i punti; altri centomila ricalcan le
tracce delle prime colonne; noi saremo schiacciati.

--Ed allora?

--Allora, voi sarete impiccato. Io mi uccider. L'_altro_ sar gi
caduto sopra un campo di battaglia qualunque.

Il principe tacque per un momento ancora, poi sclam:

--Basta. Addio.

--A rivederci, disse la contessa.

--Ah!

--Vado ad attendervi a Szeged, nel castello di mia madre. Quello  mio,
ed io vi offro un asilo col, quando i Russi vi avranno cacciato da
Pesth.

Ella non attese la risposta, ed usc.

Ella venne a trovarmi in un grande stato d'esaltazione. Compresi subito
la scena che era avvenuta, e che io aveva prevista. Mi raccont tutto.
Siccome io non era in istato d'intraprendere un viaggio, il chirurgo,
che aveva medicata la mia ferita, mi accolse nella sua famiglia, e mi
affid alle eccellenti attenzioni di sua moglie e delle sue figlie.
Amelia lasci Pesth pochi giorni dopo, incrociandosi con Kossuth, il
quale ritornava in mezzo alle pi entusiastiche ovazioni dei paesi che
attraversava.

Aveva io il tempo di essere ammalato?


IX.

L'esercito austriaco, non vedendosi inseguito, si ferm a Presburgo.
Noi riprendemmo l'offensiva, nella speranza di battere gli Austriaci
prima che le orde dello czar traboccassero su di noi. Noi avevamo
nelle regioni superiori del Danubio 55,000 uomini e 230 cannoni
contro un esercito di 82,000 uomini e 324 bocche da fuoco. Grgey
contro Haynau, quell'Haynau che il macello di Brescia aveva posto in
evidenza, e che la correzione inflittagli dagli operaj della birreria
Barclay e Berkins a Londra rese celebre. Haynau era una delle jene
dell'esercito austriaco, che, generalmente,  rispettabile. Grgey, per
una aberrazione inqualificabile, seguiva la riva sinistra del Danubio,
che  la linea pi lunga, frastagliata da torrenti e seminata di paludi
omicide.

Il combattimento glorioso di Csorna, guadagnato da Kmeti, inaugur
bene la campagna. Ma questi ultimi sorrisi della vittoria erano pi
un'ironia che un favore del destino. Io raggiunsi Grgey a Perod, il 21
giugno. Kossuth m'aveva addetto allo stato-maggiore.

Grgey mi ricevette ancor peggio di prima; e se non mi mise agli
arresti per essermi battuto a Buda, invece di presentarmi al suo
quartier generale, si fu perch avevamo avuto nel giorno precedente
degli scontri disgraziati, e dovevamo batterci nel giorno stesso. Il
21 giugno ci fu altrettanto funesto che il 20. Russi ed Austriaci ci
oppressero colle loro forze. Io mi battei come un semplice soldato.
Haynau si prepar a marciare sopra Pesth per la riva diritta del
Danubio, rimasta libera, mentre Grgey intrigava e si allontanava
continuamente dall'esercito, cumulando il grado di generalissimo con
quello di ministro della guerra. Al 28, subimmo un'altra disfatta a
Raab, e fummo obbligati ad abbandonare il terreno. Francesco Giuseppe
assisteva alla battaglia. Grgey scrisse a Kossuth d'abbandonare
Pesth entro tre giorni, e finiva il suo dispaccio con queste parole:
Quanto a me, abbandonatemi al mio destino. Grido d'allarme calcolato.
Significava: rimettetemi i poteri concentrati, la dittatura. Egli non
mirava oramai che a questo, e non sognava che colpi di Stato.

In questo momento, l'esercito russo arrivato dal nord, sotto gli ordini
di Paskevitch, formava un insieme di 130,000 uomini. Lo czar l'aveva
passato in rivista a Zmygrod. Il granduca Costantino lo seguiva da
dilettante. Di gi Lders, nel sud, aveva invaso la Transilvania, il
19 giugno, alla testa di 50,000 uomini. In breve, il 1. luglio
c'erano in Ungheria 191,587 Russi e 130,000 Austriaci. Contro questa
massa formidabile l'Ungheria non pot opporre che 150,000 uomini sopra
un'estensione immensa: per mancanza d'armi, non per mancanza d'uomini.
Non potendo far fronte a quella valanga, si cerc la salvezza nella
strategia. Dembinski concep il piano di campagna, prendendo per base
d'operazione il Banato, provvisto di due difese naturali, la Tisza e la
Maros. Grgey, che era, l'ho gi detto, incapace di formare egli stesso
un piano, promise d'eseguire quello del suo inimico, piano, del resto,
discusso ed approvato da un Consiglio di guerra. Ma egli non vi si
conform. E fece ancor peggio. Abbandon il fiume Czonczo, che copriva
la via di Buda-Pesth, e si ritir nel campo trincerato di Comorn,
lasciando il terzo Corpo isolato sulla Vag. Cinquantamila Austriaci
vennero ad offrirci battaglia. L'accettammo senza esitare.

Il combattimento ebbe principio all'alba. Ad un'ora gli Austriaci,
posti in rotta all'ala sinistra, piegavano anche al centro, sotto una
irresistibile carica di ventiquattro squadroni di Ussari condotti da
Grgey. Io ne comandava quattro, e fui testimonio d'un attentato che mi
addolor, quantunque lo trovassi salutare: un ussaro misur a Grgey,
per di dietro, un colpo di sciabola alla testa--per liberare il paese
ch'egli tradiva. Noi credemmo assicurata la vittoria. Da un punto
all'altro, dinanzi agli Austriaci dispersi e Francesco Giuseppe che
fuggiva, apparve la riserva russa, che smascher cinquanta pezzi posti
in batteria. Era la tela del destino, che si alzava per mostrarci la
voragine nella quale la patria doveva perdersi. La notte, che scese,
mise fine alla pugna, e copr la nostra disfatta.

Grgey invi al Governo un dispaccio ribelle, che provoc la sua
dimissione; ma si commise il fallo di lasciargli il portafogli
della guerra. Kossuth si faceva ancora illusione, o voleva ancora,
a forza di magnanimit, ritardare il tradimento di quell'infame.
L'esercito, commosso dai commentarii insolenti del colonnello
Bayer, capo dello stato-maggior generale, si mostr scontento della
destituzione di Grgey. Un Consiglio di guerra nomin due delegati,
Klapka e Nagy-Sandor, per andar a pregare Kossuth di levare a Grgey,
piuttosto il portafogli della guerra, che il comando in capo. Io pregai
Nagy-Sandor di condurmi seco a Pesth. Sentivo che, se fossi restato
presso Grgey, l'avrei ucciso.

Partimmo. Il 5 luglio, i delegati furono ammessi dinanzi al Consiglio
dei ministri, e la loro domanda fu accordata; ma il Consiglio
insistette sulla pronta partenza dell'esercito dell'alto Danubio per
andare a concentrarsi colle truppe che dovevano operare sulla Tisza.
L'accecamento era incurabile: Dio, che voleva perderci, colpiva di
demenza il Governo e l'esercito! Pi Grgey s'inoltrava nella via del
tradimento, pi la sua popolarit aumentava. A lui si attribuivano
tutti i successi, mentre egli rigettava sopra questi e sopra quegli
la responsabilit dei falli e dei disastri. Pure, le pi brillanti
vittorie dell'esercito del Danubio non erano state riportate da lui.
Guyon aveva guadagnata quella di Braniczko; Gaspar quella di Hatvan;
Demjanich quella di Bicske; quella di Isacszeg fu principiata senza di
lui; egli non assisteva n a quella di Vacz, n a quella di Nagy-Sarlo,
n a quella di Buda. Si dimenticava tutto ci. Si era gi entrati in
quella vertigine che spinge all'abisso.

Grgey non obbed alle ultime ingiunzioni. Egli non part. Al
contrario, tent di rompere le linee nemiche intorno a Comorn.
L'esercito si batt tutta la giornata dell'11 luglio, senza riescirvi.
Alla sera, dopo la disfatta, dovette rientrare nel suo campo
trincerato. Grgey diede finalmente il segnale della partenza.

Era troppo tardi, perch i Russi occupavano gi Debreczin, e gli
Austriaci Buda-Pesth. Haynau lanci nella capitale un proclama, ove
l'orribile gareggiava col grottesco. D'altra parte, Guyon aveva battuto
Jellachich parecchie volte, e gli Ungheresi rioccupavano la regione
posta fra la Tisza ed il Danubio. Ma Szeged, ove il Governo trasfer la
sua sede, era minacciata.

Kossuth mi aveva nominato colonnello, e Bem mi chiamava nel suo
esercito, riservandomi un comando. I miei voti erano esauditi. Mi posi
in cammino. Avevamo ora la speranza della disperazione: perderci nel
naufragio! Il naufragio ci pareva inevitabile, poich l'acciecamento
ed il tradimento s'eran messi della partita. Io era terribilmente
triste. Incontravo sui margini delle strade dei gruppi di giovani, che
ritornavano dall'esercito, laceri, dimagriti, terribilmente consumati
dalla febbre, tremanti sotto un sole pesante, denso, giallastro, che
divorava tutto ci che toccava, agonizzanti, assetati e non avendo da
bere che l'acqua limosa, verdastra e pestilenziale delle paludi. La
_puszta_ non era pi quell'antico lago di 500 chilometri di diametro
cangiato in prateria, che alla primavera sembrava un mare di verdura
ondulante, limitato dalla gran curva del Danubio, da Pesth a Belgrado,
ed il semicerchio delle montagne azzurre dei Carpazii; era un mare
giallo, gonfiato qua e l da vapori bianchi, che strisciavano sotto
l'aspirazione esausta del sole,--la nebbia avvelenata delle paludi, ove
il toro bianco e la cavalla selvaggia degli Czikos, si trascuravano
essi stessi, sonnolenti ed oppressi. La Tisza e la Maros travolgevano
delle onde melmose d'un verde livido. Tutto aveva l'itterizia e
l'ardore divorante della febbre. La caldura annientava le forze. Nei
villaggi si vedevano degli uomini, validi ancora, accovacciati agli
angoli delle strade, la pipa in bocca, aspettare l'ignoto, che pesava
sovr'essi e li stringeva da ogni parte. Non un soffio d'aria, non una
goccia di rugiada: sempre l'alito snervante e malaticcio, che corre
sulle acque tenebrose delle paludi, come quello d'un demone. Io sentiva
la voglia di piangere. Affrettavo il passo, seminando consolazioni ed
incoraggiamenti, che erano accettati col sorriso della rassegnazione.
Due uomini soli non disperavano ancora, Kossuth e Bem.

Bem aveva gi cominciate le sue operazioni. Egli aveva sotto i suoi
ordini 20,000 uomini effettivi, e con questo pugno di coscritti doveva
far fronte a 13,000 Austriaci e 50,000 Russi, e impedir loro d'entrare
in Transilvania. Quest'impresa prendeva le proporzioni d'un miracolo;
la storia si tagliava le ciarpe della leggenda. Ma in guerra i grossi
battaglioni finiscono sempre col divorare i piccoli. I Russi, venendo
dalla Valacchia e dalla Bucovina, presentandosi a tutte le entrate in
una volta, avevano finito col forzarle sotto la pressione delle loro
possenti colonne. Essi penetravano nella Transilvania da sei passi.

Io incontrai Bem il 10 luglio, di mattina, al momento che i Russi
l'attaccavano, presso Besztercze. Egli non volle ripiegarsi, e subimmo
un grosso scacco. Sei giorni dopo, a Szered-falva, fummo nuovamente
battuti. Bem aveva subito gi due altre disfatte presso Teke, malgrado
i prodigi che seppe fare con poche centinaia d'uomini, circondati dai
Cosacchi, come il mare circonda un'isola. Nondimeno corremmo nel paese
siculo a dar battaglia a Clam-Gallas. Vincemmo due giorni di seguito,
il 21 e 22 luglio, poi con 2,500 uomini entrammo in Valacchia per fare
una diversione ai Russi. I Moldo-Valacchi non risposero alla nostra
chiamata, quantunque l'avessero promesso, e ritornammo sui nostri passi.

Nell'andare, avevamo molto maltrattato i Russi che volevano tagliarci
la strada. Al ritorno, Lders accampava gi in Segesvar, quando Bem
venne, poco lungi dalla citt, a dargli battaglia. Ai primi colpi di
cannone, egli fu ferito e rovesciato in un fosso. Non potendo pi stare
a cavallo a causa della sua prima ferita, Bem comandava correndo in una
piccola vettura tirata da due focosi _inkers_ attaccati all'ungherese,
con delle bardature chiamate _csalang_, da cui pendono da tutte le
parti dei cuoi adornati da piastrine di ottone e da piccole strisce
di panno pavonazzo come nappe. Vettura, cocchiere, cavalli e padrone
furono rovesciati nel ruscello fangoso. Bem vi si tenne quatto a tutta
prima. Poi, strisciando nella belletta, and a nascondersi fino alla
notte nelle paludi. Io feci tutto il possibile per scacciare i Russi da
quel sito. Mettendo in esecuzione quella eterna manovra di respingere i
Cosacchi, ebbi il terribile spettacolo, che non pu pi cancellarsi dai
miei occhi: la morte di Petofi.

Egli caricava, alla sua volta, con una dozzina di ussari leggieri. Una
ondata di cavalieri russi piomb sopra lui, e sommerse i suoi compagni.
Il suo cavallo, un diabolico _tarkas_ della Puszta, part con un salto
di fianco, e lo trasport traverso uno spazio ch'esso vide solitario.
Ed era solitario per una buona ragione. Quello era uno stagno, coperto
da una lanugine traditrice di erbe marcite, che prendevano la forma del
terreno ove l'erba tentava di crescere. Il cavallo fece ancora alcuni
passi sopra quella voragine di fango, aderente, tenace, viscoso. Pareva
volare anzich camminare, perch sentiva il suolo venirgli meno sotto i
piedi. Petofi prov di farlo tornar indietro, ma lo slancio era preso.
Egli penzolava gi sopra una specie di vortice, che si sarebbe detto
bollisse, tanto la melma si ingolfava con precipitazione nelle fessure
del suolo. Io gettai un grido di spavento.

Petofi volse il capo, e mi rispose con una specie di sorriso orribile.
Egli scendeva gi nell'abisso. Il cavallo si dibatteva dalla stretta
formidabile del fango. Ma pi egli si sforzava di sollevarsi, pi
scavava il vuoto che lo aspirava, pi ingrandiva il buco da cui
era inghiottito. Petofi si rizz sul corpo del cavallo, gi quasi
scomparso. Sper per un momento che la sua cavalcatura colmasse la
fessura della palude. Illusione della speranza! Derisione del destino!
L'uomo che aveva vissuto di raggi, doveva morire soffocato nella
melma. Lo vidi scendere, scendere sempre, immergersi fino a quel
petto ove batteva un cuore cos generoso e cos eroico, fino alla
testa ch'egli portava s alta, malgrado il peso del pensiero, sotto
l'aureola del genio! Vidi quel capo cos fieramente caratteristico
sparire, ed il fango rinchiudersi sopra il tutto, dopo questo orribile
agguato dell'abisso, come se nulla fosse avvenuto, ed ogni cosa
ritornare all'aspetto formidabilmente tranquillo dell'imboscata calma e
silenziosa. Fuggii da quel sito.

Bem usc dalla sua palude, come Mario, verso notte, e raggiunse il suo
corpo. Trov riuniti 7,000 uomini a Maros-Vasarhly. Si gett sopra
Nagy-Szeben, respinse gli Austriaci a Medgyes, rovesci i Russi a
Vizahna, prese d'assalto Nagy-Szeben. Lders accorse all'indomani, e si
present in ordine di battaglia sotto le mura della citt. Bem non lo
fece attendere. Gli and incontro, dicendoci:

--Siamo civili con questo Calmucco.

I Sassoni di Nagy-Szeben ci gettarono dell'acqua bollente sul capo,
e tirarono dalle finestre su noi. Lders ci bombard a meraviglia.
Ritirandosi, Bem incontr la staffetta del Governo, che lo richiamava
in Ungheria in qualit di generalissimo. Kossuth ricalcitrava ancora
all'idea di confidare la dittatura a Grgey. La proposta era stata
fatta, e le circostanze la imponevano.

Grgey aveva eseguita la sua ritirata da Comorn con grande abilit,
salvando i suoi 25,000 uomini dall'inseguimento dei 120,000 Russi, che
gli erano sempre dietro, battendoli negli scontri di retroguardia,
barcamenandosi fra l'esercito di Paskevitch, che lo balestrava da una
parte, ed un nuovo esercito russo, che veniva alla sinistra dalla
Gallizia, condotto da Osten-Sacken. Avrebbe anche potuto venire in
soccorso di Nagy-Sandor, il quale, non avendo seco che 7 a 8000 uomini,
era attaccato all'improvviso a Debreczin da 80,000 Russi.

--Ecco Nagy-Sandor, che riceve una bastonata! sclam sorridendo Grgey,
udendo tuonare il cannone.

Grgey aveva giurato la distruzione di Nagy-Sandor e del suo corpo.
Quando egli aveva emessa l'idea di una dittatura militare, Nagy-Sandor
aveva detto:

--Se c' qualcuno che vuol divenir Cesare, io sar il suo Bruto.

Finalmente Grgey aveva ricondotto l'esercito ad Arad. Ma il Governo
aveva dovuto abbandonare anche Szeged. Dembinski vi aveva riunito circa
35,000 uomini in una specie di campo trincierato, appena abbozzato.
Nonostante, la posizione non sembrandogli tenibile sotto le valanghe
di Russi e di Austriaci che affluivano da tutte le parti, aveva dato
l'ordine di abbandonarla e di stabilirsi un po' pi lungi, a Szoreg.

Haynau, che comprendeva il suo vantaggio di numero e di posizione, non
gli lasci il tempo di condurre a fine il suo cambiamento di posto.
Attacc le truppe, che cominciavano a prender stanza a Szoreg. La
battaglia ebbe principio il 5 agosto di sera. Gli Ungheresi avevano
gli occhi abbagliati dal sole che tramontava ed impediva loro di
vedere l'inimico. Essi non furono sconfitti, ma piuttosto cedettero
il terreno, protetti dagli ussari, che rinnovando delle ammirabili
cariche, tennero in iscacco gli Austriaci.

Dembinski aveva a scegliere allora fra due linee di ritirata: Arad, ove
Grgey doveva arrivare il giorno stesso; o Temesvar, fortezza che era
nelle mani degli Austriaci, ma dove sperava di tirare a s il corpo di
Kmety. Il vecchio generale polacco prefer, per fatalit, Temesvar,
la cui guarnigione, credeva egli, non poteva resistere lungamente.
Il Governo seguiva il corpo d'armata di Dembinski. La Dieta si era
aggiornata _sine die_. Il principe Nyraczi e sua figlia si ritiravano
coll'esercito, cacciati dall'ultima loro dimora di Szeged e spinti
dalla tempesta, che li travolgeva dinanzi a s.

C'era un'altra ragione. Il nipote del principe, che comandava il suo
battaglione di volontarii, era stato ucciso. Gli ufficiali avevano
domandato al principe di scegliere un nuovo capo per condurli.

--Io stessa, grid Amelia.

--Sotto ai miei ordini, rispose il principe.

E prese il comando.

Li ritrovai a Temesvar, ove arrivai con Bem il 9 agosto.

Ove arrivava Bem, arrivava la pugna. Egli prese immediatamente
dalle mani del suo compatriotta Dembinski il comando in capo come
generalissimo, schier i battaglioni magiari, mise l'artiglieria in
posizione, ed apr il fuoco contro il nemico. Haynau rotto, sconvolto,
fece avanzare la riserva russa. Di un tratto, il fuoco ungherese si
estingue. Mancano le munizioni. Bem ordina la ritirata. Scende la notte.

Ci eravamo impegnati in una stretta nel mezzo d'un bosco, ove i nostri
distaccamenti si confondevano gli uni cogli altri, sfiniti, affamati,
non avendo mangiato fino dal giorno innanzi. Dei nugoli di Cosacchi ci
seguivano come corvi, raccogliendo tutti quelli che restavano indietro,
ritardando la nostra marcia, obbligandoci ad ogni istante di far fronte
per respingerli. Bem, con un pugno di ussari che io comandava, e col
battaglione del principe Nyraczi, copriva la ritirata. In un istante,
l'avanguardia, sbucando da una stretta fra due avvallamenti di colline,
si trov di faccia all'inimico,--il corpo di Lichtenstein, che Bem
aveva voluto evitare, cessando la lotta. Un fremito straordinario
clse il nostro esercito. Bem si slanci in avanti per prendere la
testa dell'avanguardia, ma per un indietreggiare delle file anteriori,
il suo cavallo s'impenn, e cavallo e cavaliere caddero rovesciati.
Mi precipitavo in suo soccorso, quando un lungo grido dietro di noi
mi annunzi un altro pericolo. Guardai: il battaglione del principe
Nyraczi era intieramente ravvolto in un turbine di Cosacchi, come un
giallo d'uovo nella sua albumina. In mezzo ai volontarii, o piuttosto
alla loro testa, si trovava Amelia.

La scrsi da lontano, al crepuscolo della notte che sorgeva dal
piano, vestita da amazzone, fieramente rizzata sugli arcioni,
sciabolare i Russi. Ella aveva perduto il suo kalpak di velluto
celeste guarnito di cigno, col pennacchietto di perle, ed il suo
dolman violetto agramentato d'oro ed argento. Le treccie disciolte dei
capelli ondeggiavano sulle sue spalle. La sua sciabola brillava d'un
corruscamento fosco e rossastro, sotto i colpi che dava o parava. La si
sarebbe detta l'angelo scaduto dell'Ungheria che lanciava i suoi ultimi
raggi avanti di eclissarsi. Non una parola le usciva di bocca. Il
lavoro terribile che compieva, l'assorbiva. Ma i Cosacchi, alle prese
con una giovine donna, bella di una bellezza pi splendida di tutte
le loro madonne bizantine, gettavano degli urli grotteschi, feroci,
lascivi, pieni di desiderii, di paura e di ammirazione nell'istesso
tempo. I volontarii ungheresi ruggivano alla loro volta, scagliandosi
sui Cosacchi per respingerli, o cadendo sotto i ferri dei loro cavalli.
Io mi spinsi avanti colla paura della disperazione, calpestando sotto i
piedi amici e nemici onde arrivare sino a lei. La siepe si faceva pi
fitta. Cadaveri e viventi ostruivano lo stretto passaggio, che io aveva
a varcare.

Il principe Nyraczi fu pi fortunato di me. Io lo credetti almeno per
un istante, vedendolo accorrere dall'altra estremit della gola, quasi
al galoppo, abbattendo come spighe, sotto la sua vecchia sciabola,
tutti quelli che incontrava.

Egli non aveva pi ottant'anni. Il pericolo cui correva la vita e
soprattutto l'onore di sua figlia gli dava una nuova giovinezza.
Giunse alfine. Giunse nel momento in cui il cavallo d'Amelia cedeva
sotto di lei, ed i Cosacchi piombavano sulla loro preda, come un
branco di pesci-cani sopra una persona caduta in mare. Il principe
la vide sparire e parve disperato, poich tir una pistola dai suoi
arcioni. Tuttavolta, per un istante, la mischia si calm. Egli la
vide, e la vidi io pure, quasi nuda ormai sotto quelle mani immonde.
Il principe non ebbe che un secondo di quella vista orrenda, che a me
parve un'eternit. Ci bast. Arm, punt la sua pistola, mir, tir un
colpo, e sua figlia cadde all'indietro colla testa franta da una palla.
I Cosacchi, non sapendo d'onde venisse quel colpo, si rialzarono. Il
principe Nyraczi sembrava un gigante ritto sulle staffe, la mano ancora
tesa, lo sguardo profondo, fisso, perduto, spaventevole. Egli faceva
paura.

--Sono con voi, sono con voi, gli gridai da lontano. Tenete fermo
ancora un minuto.

La mia voce lo fece trasalire. Lev lo sguardo dal cadavere e mi
scrse. Mi riconobbe.

--No! url egli; non voglio l'aiuto d'un servo che ho fatto frustare
come un ladro.

E, dicendo queste insensate parole, continuava il molinello colla sua
sciabola, e mieteva i Cosacchi. Mi fermai. Ebbi torto. Avrei potuto
forse salvarlo suo malgrado. Lo vidi cadere un istante dopo sotto i
kandjari dei Russi, e coprire col suo corpo il cadavere di sua figlia.
Non distinsi pi nulla. Non so come e da chi fui trasportato a Lugos.
Credo di essere svenuto.


X.

Il resto non m'importava pi. L'Ungheria aveva soccombuto. Io voleva
morire. Ma avrei voluto vedere, prima, la punizione di Grgey.

Grgey trattava gi coi Russi.

Egli propose di offrire la corona di Ungheria al principe di
Leuchtemberg. Il Governo approv questa idea. Kossuth non vi si
oppose. La nazione, che ritta dietro lui, l'aveva sostenuto per due
anni, era atterrita sotto il peso di 350,000 soldati austro-russi[1]
e sotto l'influenza del suo proprio esercito abbattuto. L'11 agosto,
Kossuth diede la sua dimissione, e decret la dittatura a Grgey. Ami
egli il suo paese, disse Kossuth alla nazione nel suo proclama, col
disinteresse che l'ho amato io stesso, e pi fortunato di me pervenga
ad assicurare la felicit della patria. Cos il Dio di giustizia e di
misericordia sia con essa.

Paskewich rispose: L'unico scopo dell'esercito russo  di combattere.
Se Grgey vuol fare la sua sommissione al suo sovrano legittimo, si
rivolga al comandante in capo dell'esercito austriaco.

--Morremo tutti combattendo, allora, replic Grgey.

Egli aveva aperto le trattative per rendersi ai Russi colla clausola
espressa di non deporre le armi senza condizioni dinanzi gli
Austriaci.

Grgey non tanto detestava l'Austria, quanto era geloso di Kossuth. Ma
egli sapeva cosa sarebbe avvenuto dopo una reddizione agli Austriaci.
Di gi Haynau aveva fatto appiccare Guber e Mednyanszky, ufficiali
ungheresi. La proposizione di Grgey fu alfine accettata da Paskewich,
e subita da Haynau. Grgey lasci allora Arad, e si mise in marcia per
Vilagos. Pochi ufficiali soltanto sapevano che l'esercito ungherese
si avvicinava ai Russi per metter gi le armi. L'esercito credeva di
andare a battersi ancora, e non domandava che la battaglia, quantunque
ormai certo della sua disfatta finale.

Bem m'invi a portare i suoi ordini a Grgey, nella sua qualit di
generalissimo, poich egli considerava come incostituzionale la
trasmissione di poteri fatta da Kossuth a Grgey, senza la sanzione
della Dieta. Arrivai a Vilagos il 12 agosto, alla sera, ma non
potei penetrare nel castello di Bohus, ove risiedeva Grgey, e non
insistetti. Circolai un po' nelle file dell'esercito.

Gli ufficiali erano tristi, i soldati in collera. Tutti gli aspetti
che la disgrazia, lo scoraggiamento, la malinconia, la rabbia e
l'abbattimento possono prendere, si dipingevano sulle fisonomie di
quegli uomini. Tutte le impronte strazianti, che il dolore e la
disperazione possono scolpire sopra una faccia virile e vivente, i
tratti di quei soldati le portavano. La notizia della reddizione era
ormai conosciuta. Non c'era pi subordinazione. I bivacchi della
notte furono tregende. Qui gridavano, bestemmiavano, maledicevano, od
insultavano gli ufficiali meno afflitti; l si rompevano le armi, si
ammazzavano i cavalli, si suicidavano. Il dolore ebbe voci diverse,
ma immense e spaventevoli. Nessuno mangi. Nessuno dorm. I cavalli
stessi parevano penetrati da un sentimento di pesante tristezza. Si
facevano dei progetti assurdi. Si concepivano speranze insensate.
Tutti erano accusati, e nessuno si scusava. Si ricordavano i giorni
gloriosi della vittoria, della gioia, l'entrata trionfale nelle citt,
il perdono generoso accordato al nemico dopo di averlo vinto, i colpi
fortunati, le orride serate del bivacco d'inverno, coricati sulla neve,
senza fuoco, senza mantello, senza cena, e pure felici. Si gittava al
vento un ritornello patriottico di Petofi, ormai senza eco: un flebile
ritornello delle arie della pianura, che provocava una esplosione
di lagrime, che ricordava il villaggio, le serate d'estate sotto
l'effluvio delle stelle, le serate d'inverno all'angolo dell'amato
focolare, la madre, la sorella, la fidanzata, la sposa lasciate
per la patria, i fanciulli benedetti partendo, che giocavano colle
sciabole. I buffi d'indignazione e di annientamento si alternavano e
si succedevano. C'erano l 30,000 uomini, che domandavano di battersi
ancora. Si desiderava la battaglia del destino--la disperazione contro
la potenza.

Una notte serena, irradiata da uno spolverio di stelle, filtrata da
un vapore bianco e leggero, avviluppava di ombre tutto il paesaggio.
Le finestre del castello di Bohus risplendevano. L si macchinava il
disonore, e si vegliava. L stavano forse l'insonnia ed il rimorso
degli uni, il dubbio e l'esitazione degli altri, la volont calcolata
del capo. Poi, quando l'alba principi a imbiancare il cielo, quando
arriv l'ora dell'esecuzione, e' fu come un accesso di delirio. Ad un
punto, centinaia e migliaia d'uomini presero la fuga, e si nascosero
nei boschi: 7,000 uomini sparvero dalle file in pochi quarti d'ora.

Il sole si alz.

La resa doveva aver luogo a mezzogiorno, nella pianura di Szollos.
L'agitazione della notte cess. Un silenzio sinistro segu, interrotto
soltanto da qualche singhiozzo soffocato, da qualche singulto
indomabile. Quelli che restavano sembravano rassegnati. Si compiacevano
a credere in qualche cosa d'ignoto al quale ognuno dava la forma che
pi gli sorrideva. Un mistero dominava su quest'opera di tenebre.
Non si voleva ancora vedere in Grgey un semplice traditore. Gli si
attribuivano vendette diaboliche nascoste, colpi orrendi premeditati,
accordi presi coi Russi contro gli Austriaci, articoli secreti nella
convenzione, intelligenze collo Czar di Pietroburgo contro il Cesare
di Vienna, degli abissi profondi, degli agguati spaventevoli. Il
tradimento pare inverisimile, mostruoso, al soldato, malgrado le
smentite della storia. Vada pel diplomatico, per l'uomo politico,
per il civile. Il tradimento si addice a costoro,  il loro mestiere
giuocare d'astuzia: sono volpi. Ma l'uomo di spada! il leone, franco,
aperto, brutale, sovente generoso perch forte..., egli tessere delle
ombre! egli, delle menzogne, delle infamie, delle nefandit? egli
ordire degli agguati! impossibile!

Le trombe ed i tamburi risuonarono. I soldati si posero sotto le
armi, in fila. Poi, in marcia. E si arriv al piano di Szollos. Sotto
una tenda, dei generali e degli ufficiali russi attendevano gi. Non
una divisa austriaca. Qualche migliaio di soldati russi formavano
un piccolo accampamento; essi pure sotto le armi, in linea, la loro
bandiera ondeggiante al vento. I 23,000 uomini, residuo dell'esercito
ungherese, si arrestarono. Posero in fascio le loro armi e le poche
loro bandiere, riuniti in massa, come per fare un riposo. Poi
rientrarono nelle file. Gli ufficiali conservavano le spade. Le trombe
suonarono di nuovo. I cavalieri misero piede a terra. Essi ed i soldati
di linea sfilarono davanti al piccolo gruppo di Russi, che presentava
le armi. Pi lungi, le file si rompevano. I soldati e bassi ufficiali,
che non avevano servito prima del 1848, raggiunsero provvisoriamente le
loro case. Gli altri ufficiali passavano dietro le file dei Russi, e
si costituivano prigionieri. Il general Rdiger, che presiedette alla
sommissione, li diresse a Sarkad; una settimana dopo, Paskewich li
consegn a Haynau per ordine dello czar.

Avevano confidato nella grandezza d'animo di Niccol! Essi
dimenticavano la Polonia!

Grgey fu condotto al quartier generale russo, a Nagy-Varad. Il
granduca Costantino ottenne il suo perdono. L'Austria lo intern a
Klagenfurt.

Il dramma era finito.

Io raggiunsi Bem. La mia vita era un'agonia insopportabile. Incontrai
Bem a Lugos. Kossuth aveva preso, fino dalla vigilia, la via
dell'esilio, dirigendosi verso la Turchia. Bem tent di riaccendere
il fuoco, e Kmety si batt ancora una volta, il 15 agosto, vicino a
Lugos; ma la disperazione aveva accasciati tutti gli animi. Vecsey
diede l'esempio della dissoluzione del piccolo esercito di Bem,
sottomettendosi ai Russi, il 16 agosto.

Vecsey fu il primo a salire sul patibolo di Haynau!

Noi penetrammo in Transilvania. Quel pugno d'uomini, che ci restava
ancora, sembrava disposto a lasciarsi uccidere, piuttosto che battersi.
Perch aggiungere nuove vittime all'ecatombe gi finita? C'impegnammo
nelle montagne, e, per sentieri quasi inaccessibili, raggiungemmo il
territorio turco, avendo l'ultima gioia, non lungi di Mehadia, di
accoppare gli Austriaci che guardavano il confine per arrestare i
fuggitivi.

Klapka tir da Comorn l'ultimo colpo di cannone contro il vessillo
giallo-nero. Poi capitol anch'egli.

E l'opera del carnefice incominci.

Luigi Batthyany, primo ministro ungherese, fu trascinato dinanzi un
Consiglio di guerra austriaco.

--Io sono Ungherese, e non posso essere giudicato che da Ungheresi,
sclam egli.

Fu condannato a morire di corda, _pei suoi atti politici_. Tent di
suicidarsi, e vi riesc per met. Lo fucilarono per finirlo.

Ci accadeva a Pesth.

Ad Arad, i generali Ernesto Kiss, Schweidel, Dessewffy e Lazar vennero
pure fucilati, per _grazia_ particolare di Haynau. I generali Trk,
Lahner, Knezich, Pltenberg, il conte Vecsey, il conte Leiningen, il
colonnello Lazar furono impiccati.

--_Hodie mihi, cras tibi!_ sclam il formidabile Nagy-Sandor, al
momento in cui il carnefice gli passava la corda al collo.

E fu impiccato.

--Io aveva, per ordine del re, giurato fedelt alla Costituzione, e
dovetti restar fedele al mio giuramento, disse Aulich, rivolgendosi al
pubblico, come s'era vlto ai giudici, nel momento che il carnefice gli
aggiustava al collo il nodo fatale.

E fu appiccato.

Damjanich, che aveva rotta una gamba, condotto ultimo, sopra un carro,
al luogo del supplizio, grid con inesprimibile dolore:

--Io che era sempre il primo dinanzi l'inimico, arrivo qui dopo tutti
gli altri!

E fu appiccato.

Era il tredicesimo. Di gi Windischgraetz aveva fatto appiccare il
comandante dei cacciatori tirolesi, il capo della legione tedesca,
Szll, il generale Lazar, il colonnello Nadosy.

Il barone Sigismondo Prnyi era un uomo avanzato in et. Era stato
presidente della Camera dei magnati e della Corte suprema di giustizia.
Fu impiccato. Ladislao Csany era stato ministro. Fu impiccato.
Emerico Szasvay, segretario della Camera dei rappresentanti; Czernus,
consigliere al ministero delle finanze; il barone Giovanni Jeszenak
furono impiccati. Il colonnello principe Woroniecki, gli ufficiali
Giron e Abancourt furono impiccati. Il colonnello Kasinczy fu fucilato
in Arad.

Lascio i pi oscuri, ma non meno degni. Il pudore mi proibisce di
nominare le dame e le donne flagellate. Madamigella Esther Lazar, che
segu lo stato-maggiore di Bem, vestita d'amazzone, Bianca Teleki,
Clara Lvey furono poste in prigione.

L'Austria tir una linea nera sull'Ungheria, sulle sue istituzioni,
sulla sua lingua, sulla sua storia, e credette di averne fatto una
provincia austriaca.

Bem mor di febbre in Aleppo, ove il Sultano ci aveva internati
dietro la domanda dell'Austria e della Russia. Quando gli si propose
d'abiurare il cristianesimo, in vista d'una possibile guerra della
Turchia contro la Russia, Bem sclam:

--Non ho nulla da abiurare. Io non sono cristiano. Non ho che a
scambiare l'incomodo costume dell'Occidente contro quello pi ampio
degli Orientali.

Kossuth fu internato a Kutahia.

Pi tardi potemmo tutti ritornare in Europa, o imbarcarci per
l'America[2].


XI (ed ultimo)

Ed ora una parola di conclusione a questa storia.

L'Ungheria si  riconciliata coll'Austria.

Il colonnello conte Maurizio Zapolyi  restato in esilio come Kossuth.
Questi aveva detto nel suo gran discorso, ove proponeva la decadenza
degli Absburgo:

Dio pu disporre di me in questa vita come gli piacer. Pu colmarmi
di sofferenze fisiche, pu condurmi al patibolo, pu condannarmi
alla cicuta, od all'esilio. Ma una cosa nella quale egli non potr
manifestarmi la sua onnipotenza , che mi faccia ridivenire suddito
della Casa d'Austria.

Egli ha tenuto la sua parola.

Deak, un gran cittadino, ha sostenuto nella seconda fase della storia
dell'Ungheria quella grande parte che Kossuth ebbe nella prima.
Egli  arrivato ad un risultato: la riconciliazione dell'Austria
coll'Ungheria. Ma questa riconciliazione  dessa sincera? Lo crediamo.
 dessa possibile? Lo desideriamo.  dessa duratura? Ne dubitiamo.

Ne dubitiamo, perch ci sembra che l'Austria non  ancora abbastanza
matura, abbastanza sbattuta dai disastri; ch'ella non  ancora
abbastanza convinta della necessit di formarsi in un insieme omogeneo,
e disfarsi di tutte le parti angolose, vulnerabili, disaggregate del
suo territorio. Occorre un'altra Sadowa per posare l'Austria sulla
sua vera base definitiva e costituirla nella sua grandezza utile e
naturale. Se la sua alleanza col Governo imperiale francese--io non
dico con la Francia--fosse sincero, questo ultimo colpo del destino
coverebbe nell'ombra; e alla divisa del passato, _Felix Austria nube_,
sarebbe mestieri sostituire la strana e provvidenziale dell'avvenire:
_Felix Austria succumbe_!

L'Austria non ha pi posto nell'Occidente. Ecco il punto di partenza
di quell'avvenire, che  stato inaugurato dalla riconciliazione
coll'Ungheria. Essa ha cessato di essere apostolica, come ha cessato
d'esser tedesca, come ha cessato d'essere il perno delle alleanze
continentali contro la Francia. Un nuovo mondo  nato a Solferino ed 
stato battezzato a Sadowa. L'Austria  di questo nuovo mondo, ma con
una missione differente e sotto una forma differente da quella gotica
dell'Impero. Questa forma fu l'_acarus_ che l'imperatore Napoleone
le inser sotto la pelle col trattato di Presburgo, quando, ad
un'altr'epoca di rigenerazione per il disastro, l'Austria ebbe la sorte
di liberarsi dal peso del mantello imperiale d'Allemagna. Le sceniche
assise di Carlo Magno non fanno pro' ai giorni nostri. L'_acarus_
dell'Impero ha divorato l'Austria. Il signor di Bismarck ha estratto,
_ferro et igne_, il germe della dissoluzione, che il terribile Crso
aveva infuso nel vecchio sangue di Absburgo. L'Impero di Austria non
esiste pi che come un titolo. Francesco Giuseppe non ha altra corona
reale e potente che quella di S. Stefano. Il Tirolo  un imbarazzo, la
Boemia una minaccia, l'arciducato d'Austria un pericolo.

S'ha a conchiudere da tutto ci che l'Austria dovrebbe abbandonare in
bala della corrente queste parti del suo dominio? Certo che no.

Noi crediamo che l'integrit dell'Austria, con qualche utile
rettificazione delle sue frontiere, sia una salvaguardia della pace
europea. Soltanto essa deve modificare la costituzione di queste parti
dell'Impero e cangiare la loro natura di provincia in quella di Stato.
Forse, in questa trasformazione, l'autorit centrale perder la met
della sua energia, ma essa acquister per certo la totalit del suo
rispetto, la sicurezza di durare e continuare, la sua base di azione,
la potenza del suo effetto ed un elemento di similitudine. Il Tirolo
e l'arciducato non sono finalmente che un'appendice, la Gallizia un
deposito. La casa d'Ausburgo deve essere preparata a perderli, in un
dato giorno, ma con un compenso--il giuoco della casa di Savoia.

La base della nuova Austria  l'Ungheria. L'Ungheria sviluppata
nei suoi confini naturali, vale a dire dal Pruth e dai Balkani
all'Adriatico, da Presburgo al Mar Nero, determina la nuova missione
dell'Austria e la sua feconda grandezza. Se l'Arciducato, il Tirolo,
la Boemia, la Gallizia nella loro integrit le restano, e possono
restarle, questi Stati non devono avere col centro del regno che dei
legami accessorii, in modo che si possa tagliare il cordone ombelicale
senza pericolo per la vita e per lo sviluppo dell'insieme, quando la
_necessit_ lo imporr, come fece l'Inghilterra delle isole Ionie.
Codesta necessit si addimanda attrazione delle razze, sicurezza delle
frontiere. Si persiste ancora, s'insorge ancora contro le esigenze
di questo decreto di salute dei popoli e delle nazioni. Non importa.
L'Inghilterra ha dato l'esempio. La resistenza  gi minore oggid che
nol fosse nel 1815. E se la giustizia, la verit, il diritto incontrano
sul loro cammino pi ostacoli che non ne incontri il male sotto i varii
suoi nomi, ci vuol dire che sono ancora le dinastie che pesano sulla
politica, e non i popoli che la ispirano direttamente.

Gli Stati di origine diplomatica, scaturiti dalle guerre o da altre
enormit politiche, non hanno pi ragione di essere. Il bisogno
del nostro tempo  di semplificare per economizzare l'uso costoso
dell'autorit, a quella guisa che noi economizziamo li tempo, lo
spazio, le forze improduttive. Si comprende un'Italia. Si comprende
una Germania. Si comprende una Francia. Si comprende un'Inghilterra,
una Russia, un'America, un'Ungheria, che racchiuda tutti i popoli del
bacino del Danubio, una Polonia. Ma qual' la missione civilizzatrice,
l'utilit umana dell'Impero d'Austria, composto di pezzi mal uniti e
tenuti insieme da una cerchia di baionette?... Per fortuna, questo
amalgama infecondo si decompone sotto l'azione della stessa forza che
l'avea formato: il cannone.

Se la decomposizione non fosse stata normale, l'Europa non avrebbe
permesso che si compisse. Lascerebbe essa, infatti, compiere la
rottura dell'Italia o dell'Allemagna per le mani della Francia?
La riconciliazione dell'Austria coll'Ungheria  nata da questa
evoluzione: la rottura del violento connubio degli Stati; la formazione
delle prospere unioni omogenee. La scissura si  operata a colpi
di folgore; il ravvicinamento sotto l'impulso dell'inevitabile. Si
vorr rassegnarsi giammai a questi decreti della necessit?...
Tutto consiste in ci. L'avvenire della dinastia d'Absburgo sta
nell'abdicazione de' suoi vecchi propositi a favore della sua nuova
missione. Il suo perno  l'Ungheria. Il Re d'Ungheria  alla testa
della politica della nuova Europa: l'Europa ch' uscita dalla ruina
dell'edifizio infelice, di cui il Congresso di Mnster aveva gittato
le prime basi, ed il trattato di Utrecht lev le pareti, lasciando al
Congresso di Vienna la trista bisogna di completare il mostro.

Che cosa  dunque il Re d'Ungheria?...

In una parola,  il contrappeso dello Czar di Moscovia.

Il Re d'Ungheria non deve ambire di essere altro. Questa sua missione
 gi vasta abbastanza, egli deve volger le spalle all'Europa. Se il
suo sosio, l'Arciduca d'Austria, ha ancora delle inquietudini che
l'attirano verso la Germania, delle vertigini che lo riconducono
verso l'Italia, egli deve bandirlo come il genio del male. Lo sguardo
del Re d'Ungheria si spinge in avanti, l dove sorge il sole. La
sua corsa  parallela a quella dello Czar di Moscovia: egli mira
alla stessa meta; la sua attivit aspira ai medesimi resultati. Essi
devono aiutarsi a vicenda, se  possibile, ma non intraprender nulla
l'uno contro l'altro. Nondimeno, il pericolo dell'Europa sarebbe
nell'accordo di questo Czar e di questo Re. Ma ecco appunto perch 
necessario di lasciare che la Germania si costituisca senza crearle
ostacoli, di aiutare la Polonia ad interporsi fra questi tre, e di
consolidare l'alleanza della Francia coll'Italia sul cadavere del
papato temporale, o di compiere la loro rottura, mediante l'alleanza
sana, definitiva, politica, dell'Alemagna protestante e dell'Italia
scettica. Ci  ancora nel potere dell'imperatore Napoleone, se si
decide ad escire risolutamente una volta dalla tutela dell'infausta sua
consorte ultramontana e dall'influenza del gineceo cattolico. La sua
attitudine indeterminata attuale lo rimpicciolisce: essa getta l'Italia
nelle braccia della Prussia, la Prussia nelle braccia della Russia, e
compromette la vita nuova dell'Italia.

Circoscrivere il mostruoso ingrandimento della Russia, ecco il compito
dell'Ungheria nel mondo moderno, come nei secoli passati essa pose un
argine all'invasione della Turchia nell'Occidente. Ma si deve altres
fissare, senza gelosia, senza grettezze, senza puerili timori, dove
questo ingrandimento cessa di essere naturale e necessario, dove
comincia ad essere mostruoso.

Pretendere che una nazione cos omogenea, come la Russia, sia una
nazione mediterranea, senza uno sbocco sul mare eterno, chiusa al
nord per otto mesi dell'anno dal ghiaccio, strangolata al Bosforo
sotto la sorveglianza dell'Europa gelosa e paurosa, sarebbe un
pretendere l'impossibile; vale a dire che non vi sia sviluppo l
dove c' vita, giovent e salute. Nessuna nazione moderna pu vivere
senza l'Oceano. La Russia ha il suo punto di gravitazione inevitabile
verso Costantinopoli; le  necessario, e l'avr, presto o tardi,
dalla ragione, dall'astuzia, dai trattati, o dalla violenza, facendo
nascere o profittando delle complicazioni dell'Europa occidentale.
Costantinopoli le far lasciar Pietroburgo, la quarta capitale della
sua quarta evoluzione; ed allora essa cesser di pesare sull'Europa per
sorvegliar l'Asia ed aiutare il sultano nella sua azione, nella sua
missione: nell'opera sua sulla razza siamica. La Turchia  per l'Asia
occidentale ci che  l'Ungheria per i residui delle razze consanguinee
slave. A questo prezzo la Russia abbandoner la Polonia.

L'Ungheria e la Polonia redente, la Germania costituita, l'Italia
consolidata e compiuta, l'alleanza delle potenze del Mediterraneo
assicurata, le flotte dell'Inghilterra, della Francia e dell'Italia
sempre allestite...... ove sarebbe allora il pericolo, il timore del
_colosso moscovita_ a Costantinopoli, che turba i sonni dei politici
di corta lena?.... Bisogna finirla, insomma, con le anticaglie
diplomatiche delle _supremazie_ dei _laghi_, dell'_influenza_, della
_protezione_, dell'_alta signoria_ (_suzeraint_), codesti bagattelli,
codeste lanterne magiche, codesti semafori dei tempi passati. Largo
alle ferrovie, al gas, alle macchine da filare, ai telegrafi elettrici
della politica moderna.

Noi non siamo ancora alla vigilia della guarigione logica ed etnologica
delle deformit europee. Ma il metodo  trovato, grazie all'imperatore
Napoleone, a Cavour ed a Bismarck. Ecco perch la riconciliazione
dell'Austria con l'Ungheria sarebbe un fatto da rallegrarsene, se
non nasconde degli occulti intendimenti. Questi occulti intendimenti
possono esistere ancora. Il ravvicinamento pu ancora non essere
sincero. Lo sar per fermo il giorno in cui una novella battaglia
perduta sbarazzer la casa d'Austria dall'arciducato, che  tedesco, e
deve far parte dell'Alemagna; del Tirolo, che  italiano, e deve far
parte dell'Italia; della Galizia, che deve ritornare alla Polonia.
Annettete presto all'Ungheria il paese che la Turchia possede, o di cui
ha l'_alta signoria_ al di qua del mar Nero--eccetto l'Epiro e qualche
cantone dell'Albania--, e la soluzione  prossima.

L'Europa _reale_ termina all'Oder. L'Europa al di l  piuttosto
l'Oriente. L'Ungheria e la Polonia sono le primogenite di codesta
Europa slava orientale, che  un pericolo, e che dev'essere una forza,
e cui si tratta di costituire. L'Europa deve dunque incoraggiare
la formazione dell'Ungheria quale deve essere, ed affrettare la
decomposizione dell'Austria quale essa  ancora, ma senza forzare con
la guerra la mano al destino.

IL CONTE GIOVANNI LOWANOWICZ




IL CONTE GIOVANNI LOWANOWICZ


I.

.....Il mio bisavolo, quantunque avanzatissimo in et, si era trovato
il 10 ottobre 1793 alla battaglia di Macieiovich, e vi era perito
vicino a Koshiusko, che non pronunzi mai il famoso _finis Poloniae!_
Mio nonno, anch'egli molto vecchio, era morto il 25 febbrajo 1831 alla
battaglia di Grochow, ove l'armata polacca lott tre giorni contro
la russa. Mio padre era stato impiccato nel 1848, dopo una di quelle
cospirazioni tenebrose, che intorbidarono s di sovente l'olimpico
regno dell'imperatore Niccol. Egli lasciava due figli: il primogenito,
ch'era io, e mio fratello Casimiro, pi giovane di due anni.

La storia della mia famiglia, di cui non ho ricordato che la fine dei
tre suoi ultimi capi, indicava la nostra probabile sorte.

Quando si nasce sotto un Governo col quale si  sicuri di trovarsi
tosto o tardi in lotta, bisogna prepararvisi e stare in guardia.  ci
che pens nostra madre. Il cmpito non era difficile, e non occorreva
del genio per definirlo.

Ci che guasta i caratteri, e per contraccolpo consolida le tirannie,
 la mancanza di abitudine nel sopportare il dolor fisico;  lo
sbigottimento subito, che ci colpisce in presenza dei fenomeni, dei
fatti morali. Abituare il corpo alle sofferenze e lo spirito ad ogni
sorta di urto, gli  rendersi padroni del timone della vita.

--La prospettiva che vi si apre dinanzi, ci disse nostra madre, quando
apprese come era morto nostro padre, si riassume in questo: morire
combattendo; morire sopra un patibolo, o sotto il knut; perire in
Siberia. Non c' esempio che un conte di Lowanowicz sia morto per la
mano di Dio. Bisogna dunque prepararvi, non gi alla morte, che non
 nulla, ma a subire con sguardo sicuro, con cuore virile, le ansie
terribili che la precedono.

L'educazione, che ella ci diede, fu dunque conseguente a questo
programma.

Non parlo dell'istruzione. Fu quella che gentiluomini ben educati
dovevano avere, e potevano ricevere nelle Universit tedesche e
completare viaggiando. Rammento soltanto che, a quindici anni, noi
eravamo maestri consumati nel maneggio d'ogni sorta d'armi; che
potevamo dormire a cielo scoperto tutta una notte, succintamente
vestiti, con venti gradi di freddo; che potevamo restare, senza alcun
incomodo, tre giorni a digiuno; che potevamo ricevere qualche colpo
di knut senza muover palpebra; che nessun lavoro materiale penoso ci
ripugnava; che conoscevamo la geografia del Caucaso, dell'Oremburgo e
della Siberia, e diversi dialetti di quelle contrade, come si conosce
la propria casa e la propria lingua. Ci eravamo dunque famigliarizzati
con tutte le cose impreviste. Eravamo preparati alla nostra parte. Ma
questa parte non doveva essere la medesima per ambedue.

Il conte Andrea Zamoyski era stato l'amico di mio padre. Il marchese
Alessandro Vielopolski-Myszkowski era parente di mia madre. Questi due
personaggi, due incarnazioni della Polonia contemporanea, influirono in
diversa maniera sul mio spirito e su quello di mio fratello, e decisero
del nostro doppio destino. Io restai Polacco _per opera_ della Polonia
stessa, come il conte Andrea Zamoyski; Casimiro divenne Polacco _per
opera_ della Russia, come il marchese Wielopolski.

--La nobilt polacca, diceva il marchese, preferir certo meglio di
camminare coi Russi alla testa della civilt slava, giovane, vigorosa e
piena d'avvenire, che di trascinarsi, imbarazzata, disprezzata, odiata,
ingiuriata, in coda alla civilt decrepita, brogliona e prosuntuosa
delle nazioni occidentali. Diamoci dunque ai Romanoff da uomini liberi,
che hanno il coraggio di riconoscersi vinti, senza condizioni, senza
riserva, con una preghiera silenziosa sulle labbra: di strappare, cio,
alla razza tedesca i brani della Polonia del 1772, ch'essa possiede.

--Restiamo noi medesimi, diceva il conte Zamoyski, poich Dio non ci ha
confusi coi Russi, poich tutti i tentativi ed i misfatti degli uomini
per cangiarci sono falliti. Cinque o sei volte divisa e rimanipolata,
vinta nel 1794, schiacciata nel 1831, data in mano alla rude
assimilazione tedesca a Posen, massacrata in Gallizia, stritolata sotto
la Russia, la Polonia attesta la sua vitalit indestruttibile. Questa
nazione  un'anima anzi tutto. Operiamo come un'anima, e per l'anima;
siamo il diritto e la giustizia che, alla lunga, trionfano sempre della
forza. Esistiamo, e persistiamo. La risurrezione per la forza non ci 
mai riescita; proviamo la risurrezione per la trasformazione morale.
_Sursum corda_!

Queste parole non potevano mancare di fare una breccia profonda in un
carattere come il mio, freddo, convinto, perseverante, senza paura e
senza impazienza. La teoria del marchese scosse mio fratello, cuore
pieno di foga, altiero e vendicativo. Noi eravamo, nel fondo, i due
sistemi della rinnovazione della Polonia; ma entrambi Polacchi. Pure
ci parve che un abisso s'interponesse fra noi, e la tenerezza severa di
nostra madre fu impotente a colmarlo.

Una circostanza allarg lo spazio che ci separava.

Casimiro s'innamor della moglie di un generale russo, una Polacca.
Entr nell'esercito russo, e vi fece la sua strada. Nel 1861 era
aiutante di campo del granduca Costantino. A quell'epoca, egli aveva
ventidue anni, io ventiquattro. Egli era a Pietroburgo, io a Varsavia.


II.

Arrivavo dalla Germania, quando l'imperatore Alessandro II venne a
Varsavia, nel maggio 1856. Le promesse del conte Orloff al Congresso
di Parigi, le intenzioni liberali che si attribuivano al nuovo Czar,
mantenevano nell'Europa occidentale la meravigliosa speranza della
rigenerazione della Russia. Ognuno si rallegrava della parte che andava
a toccare alla Polonia in questa palingenesi slava. Il meno che si
potr fare per noi, ci si diceva, gli  di ritornare alla politica di
Alessandro I, formulata al Congresso di Vienna. Si aspettava lo Czar
con ansiet, con impazienza; i pi scettici, essi stessi, sembravano
scossi.

Lo Czar venne. Egli parl. Intendo che l'ordine stabilito da mio padre
sia mantenuto, diss'egli. Cos, signori, ed anzi tutto, non pi ubbie!
non pi ubbie! La felicit della Polonia, dipende dalla sua intera
fusione coi popoli del mio Impero. Ci che mio padre fece  ben fatto,
ed io lo manterr... Il mio regno sar la continuazione del suo!... E
siccome uno dei marescialli della nobilt sembrava voler parlare, cos
Alessandro II si volse, e riprese: M'avete compreso? Io amo meglio
ricompensare che punire... e punir severamente...

Ci che Niccol aveva fatto della Polonia, il mondo lo sa. Per
Alessandro II era _ben fatto_, ed egli voleva continuare l'opera
paterna.

Io non ricorder che questo solo fatto. Un giorno, con un decreto,
di sua propria mano, Niccol scrisse la sentenza, cui nulla aveva
provocato, della deportazione al Caucaso di _quarantacinquemila_
famiglie polacche, di cui il Governo _diffidava_!

Alessandro II aveva detto tutto. La sfida era corsa. Le anime
agghiadate si risvegliarono, i cuori arditi si prepararono.

Ma ci non era tutto ancora.

L'eco dell'unit italiana compiuta risonava nella nostra vecchia
coscienza nazionale, gualcita. Lo Czar scelse Varsavia per incontrarsi
col re di Prussia e l'imperatore d'Austria, affin d'intendersi ed
avvisare insieme sulla situazione dell'Europa. Egli portava una nuova
sfida: una sfida alla Polonia, l'incarnazione sanguinosa delle nazioni
vittime; una sfida all'Europa occidentale, che si diceva favorevole
alla politica delle nazionalit inaugurata dalla Francia. La lezione
di Wilna, ove nessuna dama accett l'invito al ballo che il generale
Nazimof dava al suo padrone ed ai cinque principi tedeschi che
l'accompagnavano, questo avvertimento severo non rischiar punto lo
Czar. Egli si rec a Varsavia coi suoi due condivisori della Polonia.
Varsavia rest deserta, fredda, silenziosa come una steppa.

--Gli  l'imperatore d'Austria, dissero i cortigiani russi, che  la
causa di questo agghiacciato ricevimento.

--Gli  lo Czar che vale all'imperatore Francesco Giuseppe questo
freddo accoglimento! dissero i giornali ufficiali di Vienna.

Lo Czar part da Varsavia, con l'anima ulcerata ed umiliata.

Varsavia trasal sotto l'ingiuria di codesto sinistro ritrovo.

Le dimostrazioni principiarono.

I Siberiani, vale a dire gli esuli ritornati dalla Siberia, in virt di
quell'equivoca amnistia accordata da Alessandro II pel suo avvenimento
al trono, avevano rafforzato quella specie di misticismo pieno di fede,
che i poeti avevano gi inoculato alla nazione. La rigenerazione per
mezzo delle sofferenze, predicata un d in Italia da Savonarola, era
divenuta la leva politica, che doveva agire oggimai per rovesciare
la dominazione degli Czar, e stancare la forza. Le dimostrazioni
principiarono dunque con uffizii religiosi, onde onorare la memoria
dei poeti patriotti Mickiewicz, Krasinski e Slovacki. Il 29 novembre
risuon, per la prima volta nella cattedrale, il _Boze cos Polske_,
quel canto che  stato la strana _Marseillaise_ della nostra ultima
insurrezione.

Signore Iddio--si cantava--tu che durante tanti secoli circondasti
la Polonia di splendore, di potenza e di gloria, tu che la coprivi
allora del tuo scudo paterno, tu che stornasti per cos lungo tempo
i flagelli, da cui  stata in fine schiacciata, Signore, prosternati
dinanzi ai tuoi altari, noi ti scongiuriamo, rendici la patria, rendici
la libert!

Signore Iddio, tu che pi tardi, commosso dalla nostra rovina, hai
protetto i campioni della pi santa delle cause, tu che hai dato loro
il mondo intero a testimonio del loro coraggio, ed ingrandita la loro
gloria nel seno stesso della loro calamit, Signore, prosternati
dinanzi ai tuoi altari, te ne scongiuriamo, rendici la patria, rendici
la libert!

Signore Iddio, tu il cui braccio giusto e vendicatore brucia in
un attimo gli scettri e i brandi dei padroni del mondo, annienta i
propositi e le opere dei perversi, risveglia la speranza della nostra
anima polacca, rendici la patria. Signore, rendici la libert!

Dio santissimo, di cui una sola parola pu risuscitarci in un istante,
dgnati strappare il Popolo polacco dalla mano dei tiranni, dgnati
benedire gli ardori della nostra giovent; rendici, o Signore, la
patria, rendici la libert!

Dio tre volte santo, in nome delle piaghe sanguinose del Cristo,
dgnati aprire la luce eterna ai nostri fratelli periti per il loro
popolo oppresso, dgnati accettare l'offerta delle nostre lagrime e dei
nostri canti funebri; rendici la patria, o Signore, rendici la libert!

Dio santissimo, non  scorso un secolo ancora che la libert 
scomparsa dalla terra polacca, e per riconquistarla, il nostro sangue
 sgorgato a torrenti; ma se costa tanto perdere la patria di questo
mondo, ah! come debbono tremare coloro che perderanno la patria eterna.

Prosternati dinanzi ai tuoi altari, te ne scongiuriamo o Signore,
rendici la patria, rendici la libert!

L'impulso era dato.

La Societ agricola, fondata da Andrea Zamoiski, deliber allora sul
diritto definitivo dei contadini a divenire proprietarii. Gli studenti
polacchi arrivarono dalle Universit di Kiew, Mosca, Dorpat, e si
agitarono in Varsavia onde ottenere un'Universit nazionale. L'idea
d'un indirizzo all'Imperatore per reclamare una Costituzione e la
ricostruzione della Polonia, albeggi. Giunse il 25 febbrajo 1861.

Era l'anniversario della battaglia di Grochow. La giornata apparve cupa
e caliginosa. La neve era caduta durante la notte, le strade n'erano
bianche. Nessuna parola d'ordine era stata data, perocch non v'era
presso di noi, come in Italia, un Comitato che regolasse i battiti del
cuore nazionale, per ordine, ad ora fissa, con uno scopo determinato.
L'anima della Polonia  omogenea: i Polacchi sentono all'unisono. Per
un impulso spontaneo, ognuno pens che bisognava in quel d pregare
per coloro che erano morti per la patria. Cinquantamila persone si
trovarono quindi nelle vie, animati dall'istessa idea, fiancheggiandosi
e seguendosi. Una processione si form naturalmente. Si comperarono
dei ceri per via. Una bandiera coll'aquila bianca, sboccando non si sa
donde, si pose alla testa del corteggio. Tutto un popolo con una sola
voce, nell'istesso momento, intuon l'inno _Swiety Boze_:

Dio santo, Dio possente, abbiate piet di noi, degnatevi di renderci
la nostra patria; Santa Vergine Maria, regina di Polonia, pregate per
noi!

Nessun disordine. Nessun grido sedizioso. Nessuna disposizione ostile.
Neppur l'ombra di un'arma. Non un viso aggressivo. Tutto ad un
tratto, il colonnello Trepow, capo della polizia, si mostra seguto
da due squadroni di gendarmi. La folla cade in ginocchio, e continua
a cantare. I soldati si precipitano su quella massa compatta, e
sciabolano alla cieca.

Un centinajo di persone caddero morte o ferite.

Io era l. Mia madre tocc una ferita al braccio. Io aveva un revolver
in tasca, e restai calmo.

All'indomani, la citt intera vest a corruccio.

Il governatore, principe Gortschakoff, sembr atterrito. Il generale
Liprandi ne fu costernato.

Due giorni dopo, il 27, correva l'anniversario della morte del conte
Zawisza ed altri patriotti, impiccati dai Russi come mio padre.
Trentamila persone si trovarono riunite nella chiesa del Carmine e nei
dintorni. Il massacro dell'antivigilia non aveva impaurito alcuno,
n le donne, n i fanciulli. Si assist alla messa, poi, uscendo, ci
disponemmo a processione. Io dava il braccio a mia madre, la quale,
quantunque ferita, non volle mancare.

Il generale Zabolotzkoy accorre coi suoi Cosacchi. Noi non avevamo
armi. I Cosacchi si sbrancarono sopra di noi. La fucilata risuon. Gli
sterminatori sciabolarono a loro voglia un popolo prosternato, che,
colle mani alzate al cielo, cantava:

Santa Vergine Maria, madre della Polonia, pregate per noi!

Un centinaio di persone restarono sul lastrico.

Il principe Gortschakoff si precipit in mezzo alla folla per arrestare
la carneficina.

--Ma, alla fin fine, cosa volete? grid egli quasi fuori di s.

--Vogliamo una patria! rispose il popolo con una sola voce.

L'arcivescovo, il conte Zamoyski, diversi nobili, parecchi notabili si
recarono al castello per protestare, con linguaggio severo ed energico,
contro l'ordine di quella esecuzione.

--Mi prendete voi forse per un Austriaco! sclam il principe
Gortschakoff indignato. Io non ho dato che un solo ordine: quello di
non consegnarvi la cittadella, neppure sopra un'ingiunzione firmata di
mia mano.

Il principe era sincero. La sera, la polizia della citt fu confidata
agli studenti; i Russi furono consegnati nelle loro caserme; un
indirizzo all'Imperatore, sottoscritto dall'arcivescovo, dal gran
rabbino, dai marescialli della nobilt, circol. Si chiedeva una
chiesa, una legislazione, una istruzione pubblica, una organizzazione
sociale, colle stigmate del genio nazionale e delle tradizioni
storiche.

La Polonia, che il Governo russo credeva di aver uccisa, si levava di
un tratto, ritta, vivente, e dava i brividi all'Europa, i cui rimorsi
per averla abbandonata sembravano addormentati. Si sparse allora un
avvertimento: In ogni parte della Polonia, diceva questo avviso,
s'indosser il lutto per un tempo indeterminato.... La corona di spine,
ecco il nostro emblema da un secolo! Questa corona ornava jeri i
cataletti dei nostri padri.... Essa significa: pazienza nel dolore,
sacrifizio, liberazione, e perdono!

La calma si ristabil. Ci aument lo stupore e lo spavento dei Russi.
Cosa nascondeva quel silenzio?

--Tutta la citt vi obbedisce, disse il principe Gortschakoff al conte
Zamoyski. Ci non pu durare. Ho delle truppe, adesso; io non vi temo
punto.

--Noi siamo pronti a ricevere le vostra palle, rispose il conte.

--No, no, grid il principe di Gortschakoff: ci batteremo.

--Giammai! Noi non ci batteremo punto, riprese il conte Zamoyski. Ci
assassinerete, se lo volete.

--Se avete bisogno d'armi, ve ne dar io, disse il principe fuori di s.

--Noi non le adopreremo, dichiar il conte Andrea.

I Russi non comprendevano pi nulla di una situazione cos strana.

--Ma essi non dimandano nulla, disse il granduca Costantino, quando lo
Czar lesse davanti la sua famiglia la petizione di Varsavia.

--Gli  precisamente ci che v'ha di grave! rispose l'Imperatore.

L'indefinito spaventava lo Czar. Eppure egli sapeva troppo bene ci che
nascondeva questo indefinito, ci che le allusioni vaghe dei Polacchi
significavano.

Il signor Muchanoff, ministro dell'interno a Varsavia--quello stesso
che, opponendosi ad ogni sviluppo dell'istruzione pubblica, aveva
detto: Che dipingano codesti Polacchi, cos non penseranno!--il
signor Muchanoff scocc una circolare segreta ai contadini, onde
rinnovassero il massacro che il principe di Metternich aveva consumato
in Gallizia. Il principe di Gortschakoff lo destitu, e l'obblig a
partire da Varsavia.

Lo Czar si decise ad inviare un piano di riforma, che non era neppure
la realizzazione del famoso _Statuto_ di Niccol. Queste concessioni
ridicole arrivarono in pari tempo delle truppe che marciavano su
Varsavia.

Il 7 aprile, la folla, che era stata al cimitero a pregare pei morti
di febbraio, si ferm sulla piazza del castello, a fine di chiedere
si revocasse il decreto di scioglimento della Societ agricola. La
piazza era occupata dai soldati. E' si ritirarono. La sera seguente,
una moltitudine pi numerosa si rec di nuovo sulla piazza onde
rinnovare la domanda della vigilia. Noi non avevamo pi neppure la
bandiera coll'aquila bianca, per non porgere pretesti. L'attitudine era
pacifica. La voce calma e supplicante. Il principe Gortschakoff scese
sulla piazza, e ripet la sua domanda.

--Insomma, che cosa volete?

--Vogliamo una patria! rispose di nuovo la folla.

In quel momento, passa un postiglione, e fa risuonare col suo corno
l'aria di Dombrowski: No, la Polonia non perir! Tosto un grido
entusiasta scoppia. Donne, fanciulli, vecchi, studenti, nobili, ad
una voce, con lo stesso accento, gridano: Viva la Polonia!... e tutti
cadono in ginocchio.

--Ritiratevi, urlarono le truppe, che accampavano militarmente sulla
piazza.

--Uccideteci, ma non ci muoveremo, rispose la folla.

L'ingiunzione non fu ripetuta.

La fanteria fece fuoco, poi fece fuoco di nuovo, poi ricominci le
sue scariche: quindici volte! Squadroni di cavalleria caricarono.
Lsciovi imaginare il macello. Fummo circondati: le donne ed i ragazzi,
inginocchiati all'estremit della piazza, intorno ad una statua della
Vergine, gli uomini indietro. Ricevemmo la fucilata e le sciabolate
dei Cosacchi, senza muoverci, senza lagnarci, pregando e cantando. La
truppa, spaventata, lasci quel sito.

Non si  mai conosciuto il numero delle vittime.

Un disprezzo della morte, inaudito, entusiasta, irresistibile,
s'impadron di noi.

Il principe Gortschakoff ne divenne pazzo, e due mesi dopo mor
all'improvviso. Egli gridava, due giorni avanti di morire: Oh! le
donne nere! le donne nere! Eccole ancora, eccole.... Allontanatele!

Il generale Suchozanett gli succedette; ma nel Consiglio dominava
il marchese Wielopolski. Non si poterono intendere. Il generale fu
richiamato; e lasciando Varsavia, e' non seppe domare il turbamento
della sua coscienza.

--Potrete accusarmi d'essere un uomo poco abile, sclam egli, ma non
potrete dire che io fui un carnefice; non ho fatto fucilare nessuno.

Il movimento si stese alle antiche provincie della Polonia del 1772.

Wilna rinnov le scene di Varsavia.

La situazione prese un aspetto nuovo. La Russia sembrava disposta alla
moderazione. La Polonia inaugurava il mezzo della rivendicazione
legale dei diritti usurpati.

Il 10 ottobre, ebbe luogo il pellegrinaggio a Horodlo, ove s'era
compiuta l'unione della Lituania e della Polonia. Ci poteva dare
origine ad una carneficina. Il generale Chrustef, uomo dabbene, lasci
celebrare una messa fuori della citt, sopra un altare improvvisato.
Lasci sventolare quaranta bandiere, rappresentanti tutte le provincie
dell'antica Polonia, intorno all'immenso vessillo, che portava le armi
unite della Lituania e della Polonia.

Lasci arringare la folla da un prete basiliano del rito greco-unito,
il quale, chiudendo, si volse verso il pennone, e sclam: Uccello
senza macchia, aquila bianca, che un d distribuisti corone e non
ne hai pi per te, librati al dissopra dei tuoi fratelli, e va ad
annunziare ai quattro angoli del mondo che tu respiri ancora! Cnvoca
i tuoi figli, i tuoi emigrati, gli antichi tuoi difensori, e mostra
loro il cammino. Tu soffrirai, tu soffrirai molto...; ma un giorno ti
alzerai pi alto, pi alto ancora che nel passato, e spiegherai le tue
ali come per benedire la nazione, libera alfine!

L'ultima manifestazione doveva aver luogo il 15 ottobre per la
celebrazione di una festa religiosa in onore di Kosciusko. Il 14,
lo stato d'assedio fu proclamato. Forse il conte Lambert, il quale
era succeduto al generale Suchozanett come luogotenente, ne aveva
ripugnanza. Certo  che gli uomini del vecchio partito russo, che
lo circondavano, ve lo decisero. Lo stato d'assedio per non poteva
spaventare un popolo, che guardava in faccia la morte con fanatismo
voluttuoso.

Dalle sette del mattino, le chiese rigurgitavano di cittadini, le
donne a bruno, gli uomini, come sempre, disarmati. La truppa, dalla
mezzanotte, occupava militarmente la citt.

Essa non s'oppose all'entrata dei cittadini nelle chiese, per,
cangiando avviso, bentosto li circond, e li accolse. La Cattedrale
ed i Bernardini furono assediati. Nugoli di Cosacchi e di Circassi
invasero la citt, correndo dovunque, percotendo gli uomini,
insultando le donne, saccheggiando le case. Si intim al popolo di
uscire dalle chiese.

--No, rispondemmo unanimi, no, fino a tanto che l'esercito ci assedia.

Si rest cos tutto il giorno. I Polacchi rinsaccati nelle chiese, i
Russi accampati alle porte. L'ansiet divenne estrema. Si prevedevano
delle conseguenze sinistre, delle scene di orrore. Avevamo fame e sete.
Ad otto ore di sera, si present un generale, e c'intim di nuovo di
renderci alla grazia ed alla merc del luogotenente del regno.

--No, rispondemmo tutti. Non vi  luogo a grazia, ove non vi  delitto.
Resteremo qui, fino a tanto che le truppe non siano rientrate nello
loro caserme.

Si accesero i ceri del catafalco, eretto il giorno prima al morto
arcivescovo, e s'intuon il _Swiety Boze_: Dio santo, Dio potente,
abbiate piet di noi, degnatevi renderci la nostra patria; santa
Vergine Maria, Regina di Polonia, pregate per noi.

Alle due del mattino, un nuovo parlamentario rec l'istessa
intimazione. Ottenne la stessa risposta. La situazione aveva acquistato
una tensione estrema. La crisi si librava sul nostro capo, cupa,
minacciosa, feroce; la sentivamo, la vedevamo. Due ore di angoscia
mortale scorsero. Alle quattro, le truppe, in piedi da diciassette
ore, tenendoci rinchiusi, minacciandoci con sguardi pieni di odio,
ricevettero l'ordine di fare sgombrare le chiese. L'ordine fu eseguito.
Pi di duemila persone furono prese e condotte in cittadella.

Questa misura fu causa di rottura fra il conte Lambert ed il generale
Gerstenzweig, capo dello stato d'assedio. Scambiarono parole di
collera: Gerstenzweig si bruci le cervella; il conte Lambert lasci
bruscamente Varsavia.

Il partito della violenza prevalse.

Le chiese, le scuole, i teatri furono chiusi. I Siberiani amnistiati
furono rimandati in Siberia. Un gran numero di studenti, di preti, di
operaj furono trasportati nel Caucaso e ad Oremburgo. Il gran rabbino
e parecchi dei suoi colleghi furono espulsi. Il pastore evangelico
Otho condannato alla deportazione, Il Capitolo di Varsavia ebbe dieci
proscritti, ed il suo amministratore, vecchio di ottant'anni, fu
condannato a morte. Il reclutamento fu ordinato, applicabile soltanto
alle citt, sopra una lista di coscritti redatta dalla polizia. La
retata del 15 gennaio 1862, eseguita fra un'ora e le otto del mattino,
ebbe luogo. La Russia proclam in faccia all'Europa questa _razza_ di
giovani, presi durante il sonno, come il trionfo dell'ordine sulla
rivoluzione.

La coppa traboccava.

Il 22 gennajo, l'insurrezione scoppi.


III.

Il granduca Costantino, assistito dal marchese Wielopolski, aveva preso
il posto di luogotenente imperiale, dopo la partenza del conte Lambert.
Il marchese aveva presentato l'applicazione del reclutamento esclusivo
nelle citt come una operazione di depurazione d'alta polizia, per
estirpare dal regno tutti gli elementi di turbolenza. Imperciocch la
coscrizione, appo noi,  un castigo: una Siberia mitigata!

Il Consiglio del distretto di Pioto Kow esponeva per essere esentato
dalla pi grande delle disgrazie, che dal 1835 al 1855, _undicimila_
giovani erano stati rapiti al distretto come reclute, e non ne erano
ritornati che 498, la maggior parte dei quali aveva perduto lingua,
religione, costumi, e ogni specie di attitudine al lavoro.

Dopo la guerra di Crimea, il reclutamento era stato sospeso. Il
granduca ed il marchese ricominciarono la tratta. In pochi giorni,
dalla frontiera della Lituania fino al ducato di Posen, la Polonia si
copr di bande composte della giovent che fuggiva in massa; ed i primi
scontri tra i fuggiaschi e le truppe russe avevano luogo nelle foreste
dei governi di Plock, Lublino, Sandomir e della Podlachia.

Facendo parte del Comitato nazionale, io aveva dovuto restare a
Varsavia.

Non avendo lo intendimento di portare la questione polacca sul terreno
della forza, ma di stancare la Russia mediante le dimostrazioni legali
del diritto, sorpresi dagli avvenimenti, non avevamo fatto nessun
apparecchio d'armi. Quindi demmo l'ordine di evitare il combattimento,
per quanto fosse possibile. Alcuni fucili da caccia, la falce, il
randello ferrato erano essi sufficienti per tener testa alla mitraglia?

I nostri capi di banda pensarono che bisognava combattere per armarsi,
impadronendosi dei fucili e dei cannoni dell'inimico.

La guerra e l'insurrezione armata d'altra volta ripugnavano alla
maggioranza della nazione. I contadini, i nobili, gli studenti stessi
tennero, infatti, un riserbo significativo, durante tutta la state
del 1862. Con un po' pi di tatto e di moderazione per parte della
Russia, la resistenza armata avrebbe ceduto poco a poco. La violenza,
la crudelt, l'acciecamento, l'odio del partito militare, che dominava
intorno al granduca Costantino, precipitarono la catastrofe. Quelli
che esitavano, si videro trascinati; e' si fecero un punto d'onore di
non rinnegare, di non abbandonare coloro che si erano compromessi e
coloro che soffrivano della brutalit russa senza averla provocata. Da
quel momento, studenti, nobili, contadini, vecchi e donne si misero
della partita; e si ud, in un villaggio di Lublino, delle donne, a
cui s'intimava di rendersi, rispondere con questo motto antico: Qui
le donne muojono vicino ai loro mariti, ed i figliuoli vicino ai loro
padri.

Breve: nel mese di marzo 1863, avevamo sotto le armi 57,000 combattenti
sulla riva sinistra e sulla diritta della Vistola, 30,000 nella
Lituania, e pi di 30,000 nella Podolia e nell'Ukrania.

I nomi di Langiewicz, di Jezioranski, di Bochdanowicz, di Frankowski,
di Podlewski, di Zewandowski risuonavano nei bollettini russi e nel
cuore della nazione. Diciassette combattimenti erano stati dati, di cui
uno solo disgraziato, e tre dubbii.

Io non intendo raccontare la storia di questa guerra dai mille scontri,
ove le peripezie si rassomigliano, e lo scioglimento  sempre lo
stesso. Non amo parlare che di ci che ho veduto; e formando parte del
Comitato, che si rinnovava del terzo, per sorteggio, ogni tre mesi,
ebbi la sfortuna di non uscirne che tardi, e per non pi rientrarvi--di
addormentarmi nell'agonia, per risvegliarmi in Siberia.

Non ebbi neppure migliore ventura, allorch potei alla fine entrare in
campagna. Il Comitato mi aveva inviato all'incontro delle bande formate
in Galizia, entrate di gi in Volinia. Era un corpo di 1700 uomini, che
Wysocky ci conduceva, diviso in tre colonne. Il loro punto di riunione
doveva essere Radziwitow. I Russi vennero a cognizione di questo
movimento, e rinforzarono la guarnigione di quella citt, posta sotto
gli ordini di un capo abile e ardito, il maggiore Semenow. Incontrai
Wysocky nella foresta di Zeloski, ove s'era accampato, sul punto di dar
battaglia.

Rinviamo la nostra conferenza alla sera, dopo il combattimento.

Era un'ora dopo mezzogiorno, il 1. giugno 1863. Penetrammo nella
citt per le paludi, avendo dell'acqua marcia fino al petto. I Russi
ci aspettavano. L'urto fu violento. Ma io non aveva ancor fatto che
pochi passi, non avevo ancora tirato un colpo di revolver, n dato un
colpo di sciabola, che un dragone di Kargopot, del granduca Costantino,
si avvis di spaccarmi il cranio per di dietro e aprirmelo come una
melagrana. Caddi da cavallo. Fui pigiato per due ore. I Polacchi furono
muti. L'azione, mi fu detto, era stata delle pi sanguinose e delle
pi drammatiche. Le perdite dei Polacchi erano state considerevoli,
aggiungevano i Russi. Gli abitanti si lagnavano acerbamente della
maniera colla quale questi celebrarono la loro vittoria, a spese della
citt devota ai Polacchi. Tutto ci pu esser vero. Avvenne cos in
ogni tempo, avviene ancora oggid in ogni sito dove sono stati e sono
soldati, guerra, vittorie e borghesi pacifici.

Quanto a me, non rinvenni che tardi nella sera, e mi trovai steso sopra
un po' di paglia, nell'angolo di un magazzino, in compagnia di diversi
altri pi o meno malconci come me, Russi e Polacchi, misti insieme.
Mi avevano avviluppato il capo con una fascia a guisa di turbante. Mi
avevano alleggerito della borsa, dell'orologio e del portafogli. La fu
per me una circostanza fortunata. Avevo nel mio taccuino delle carte di
visita col mio nome ed indirizzo. Il mio nome ricord immediatamente
quello di mio fratello, aiutante di campo di Costantino, e quindi
molto conosciuto nell'esercito russo in Polonia. Non fui dunque niente
meravigliato di vedere al mio capezzale, alle dieci di sera, l'eroe
della giornata, il maggiore Semenow in persona, un poco male in gambe,
poich levavasi di tavola, e veniva ad informarsi se io era parente del
conte Casimiro Lawanowicz, aiutante di campo favorito di S. A. I. il
granduca luogotenente. Non avevo nessuna ragione di mentire; risposi
dunque: Che arrossivo di essere il suo fratello maggiore.

Io poteva arrossire a mio comodo di questa parentela, ma il maggiore
non voleva saperne tanto. Ordin una barella, mi fece trasportare nella
casa che occupava egli stesso, e mi confid alle cure del chirurgo il
pi abile, di cui disponeva. La mia ferita era spaventevole. Il cranio
franto, la _dura-madre_ tagliata, la sostanza grigia del cervello
tocca.... In breve, io aveva novantacinque probabilit contro cinque di
non cavarmi di l; ed in prospettiva, disse il dottore, se mi tiravo
dal mal passo, la pazzia o l'idiotismo, l'intervento provvidenziale
del Consiglio di guerra permettendolo. Infrattanto la febbre si
dichiar, sopravvenne il delirio, una specie di coma mi accasci e dur
quarantotto ore. Il chirurgo era polacco. Quindici giorni dopo, nulla
ostante, io era in convalescenza! Il sedicesimo giorno, il maggiore
Semenow accompagnava mia madre, che era accorsa da Varsavia.

--Che disgrazia, figlio mio, sclam essa, vedendomi quasi guarito: tu
non morrai delle tue ferite!

Il maggiore Semenow, scosso da questo voto di una madre, si ritir
confuso e quasi costernato.

Al 5 agosto, il dottore Kazala dichiar che io era in istato di
viaggiare. Da quindici giorni, il maggiore, ora colonnello Semenow,
aveva ricevuto l'ordine di spedirmi a Varsavia. Mia madre dovette
lasciarmi.

Ho io bisogno di dire che in tutto questo si manifestava la misteriosa
protezione di mio fratello? Egli aveva appreso dal rapporto della
battaglia, mandato dal maggiore al luogotenente generale, che io era in
mezzo ai prigionieri, come parecchi altri nobili, e interveniva a mio
favore, senza mostrarsi.


IV.

Lasciai Radziwitow il 7 agosto. Il colonnello Semenow, che mi aveva
dimostrato tutta la cortesia che aveva creduta compatibile col suo
grado e la sua posizione, si trov presente alla mia partenza per darmi
un tacito addio. Mi avevano poste le manette e le catene ai piedi.
Nella Ribitka, un ufficiale di gendarmeria sedeva a lato a me, e due
gendarmi coi facili carichi stavanmi dirimpetto. L'ufficiale era un
tedesco, grossolano, ma non cattivo, chiamato Krnn. Fumava sempre,
beveva finch aveva denari, e prendeva molto diletto a conversare, onde
aver il solletico di vantarsi dei servigi che aveva resi e rendeva allo
Czar per domare i Polacchi. Siccome nel mio caso eravi alcun che di
straordinario, cui io non aveva voluto spiegargli, cos mi tratt con
molta deferenza. Forse il colonnello Semenow l'aveva messo in guardia.
Comunque si fosse, gli  che noi viaggiavamo quasi a seconda della mia
volont, cui, del resto, io dissimulava sotto la pi delicata urbanit.
Il colonnello gli aveva consegnata la borsa lasciatami da mia madre, ed
il degno gendarme trattavami, e si trattava, da principe.

Il tempo era splendido. Un sole raggiante animava la continua monotonia
delle contrade cui traversavamo, e le pozzanghere d'acqua putrida degli
stagni divenivano scintillanti, il verde nero delle foreste si smaltava
di una vernice fosca, che incantava lo sguardo. Il cielo della Polonia
 di un azzurro dolce e carezzevole, tra il celeste grigio del cielo
di Francia ed il denso cobalto del cielo d'Italia. Viaggiavamo notte
e giorno, cangiando di tempo in tempo i gendarmi. Le notti divenivano
fresche, soprattutto verso l'alba, e quasi sempre umide. La nebbia,
che c'investiva il mattino, ci lasciava quasi sempre bagnati. Il
capitano Krnn temeva che io ne soffrissi, vedendomi cos delicato,
di un aspetto quasi femmineo. Imperciocch il cielo della Siberia non
mi aveva dato la tinta virile, che mi osservate oggid. Il bleu dei
miei occhi si  addensato sotto l'ardente riverbero dei ghiacci del
paese degli Zchoukos; la lanugine dorata, che copriva le mie labbra,
 divenuta baffi biondi; la bianchezza diafana della pelle si 
abbronzata sotto l'alito dei venti del mare del polo; la vita snella e
fine si  ingrossata e fortificata sotto le strette del lavoro. Ma, a
quell'epoca, si sarebbe detto che io fossi una amazzone, che lasciavasi
andare ai capricci del viaggiare. Vestivo la tunica grigia degl'insorti
e portavo una specie di kep rosso orlato di nero.

Bisogna aver viaggiato in Polonia od in Russia per aver un'idea della
celerit che pu raggiungere una vettura a cavalli. Avremmo potuto
percorrere duecento verste (chilometri) al giorno, con una rapidit
vertiginosa, se io non avessi pregato il capitano Krnn di moderare il
corso del nostro leggero veicolo. Le manette e le catene mi facevano
soffrire orribilmente, e risentivo nel capo i balzi prodigiosi e gli
sbattimenti amorosi della kibitka. In certi momenti parevami divenir
pazzo, talmente il sangue, che mi affluiva alla testa, mi dava delle
allucinazioni, delle vertigini, dei miraggi fantastici. Tentavo
scacciare del mio spirito l'orrido pensiero della mia posizione, ma
esso mi assediava, mi possedeva, e diveniva pi pressante ad ogni
versta che ci ravvicinava a Varsavia. Il pieno sole, l'aria libera,
l'infinito cielo, il movimento e l'imponente linguaggio della natura,
la vista dell'uomo, dei boschi, delle citt, delle acque, la vita
che spirava dovunque, mi facevano per ancora illusione. Io non era
ancora in faccia al mio delitto, abbaruffandomi col carnefice. Ero in
faccia alla societ ed alla natura. Questa scappatoia della speranza
doveva ben tosto svanire. Finalmente una sera, a dieci ore, arrivammo a
Varsavia.

Se io non avessi lasciata questa citt due mesi avanti, avrei creduto
di entrare in una necropoli. Lo stato d'assedio pesava sugli abitanti,
come uno spegnitoio gigantesco, che intercetta il suono, la luce,
l'aria, limita lo spazio, sopprime la vita. Non una vettura, non un
viandante nelle strade. Non si udiva che il passo delle pattuglie, ed
il rombo gutturale, cadenzato delle sentinelle. Si sarebbe detto che
i lampioni mandassero una fiamma a corruccio, tanto essi spandevano
quella caliginosa e rossastra luce delle lucerne fumose. Nessuno
strepito trapelava dalle case; non uno spiraglio, che lasciasse
trapelare un raggio. Tutte le imposte e le persiane restavano chiuse.
Passai dinnanzi alla mia casa: mi parve una tomba. Mi si serr il
cuore. Che faceva mia madre a quell'ora? Pregava, senza dubbio. Alcuni
cani abbaiavano lontano lontano. Forse i Cosacchi li torturavano, prima
di mangiarli.

La kibitka si arrest dinanzi la cittadella. Io aveva tutte le
membra intirizzite. I gendarmi mi presero nelle loro braccia, e mi
portarono. Fui deposto prima in una specie di sala di cancelleria
del colonnello, comandante della cittadella. E' fu avvertito del mio
arrivo. Infrattanto mi perquisirono, onde non perdere l'abitudine;
perocch sapevano bene che altri avevan dovuto compiere quella
formalit parecchie volte prima di loro. Il colonnello arriv subito,
ed il capitano Krnn s'intrattenne con lui alcuni istanti, parlando a
voce bassa e consegnandogli una filza voluminosa di carte.

Il colonnello m'interrog. La sua voce tradiva la collera, ma egli si
sforzava di conservarsi calmo. Risposi a monosillabi, ovvero mi tacqui.
Il mio nome fu scritto sopra un registro. Credetti udire il colonnello
chiedere al cancelliere se restasse ancor vuota una cellula. La
risposta fu negativa. Si consultarono, poi fu pronunziato un numero, ed
i soldati mi trasportarono attraverso un dedalo di corridoi. La domanda
di essere liberato dalle manette mi corse pi volte alle labbra; ma per
timore di un rifiuto, m'astenni di emetterla. Fu quindi in tale stato
che mi deposero in una muda, in fondo ad un corridoio, donde l'avevano
tagliata fuori, chiudendolo fino alla vlta con un'immensa porta munita
di un abbaino.

 stato molto scritto e detto contro le prigioni russe. Esse non sono
n pi n meno atroci di quelle dell'imperatore Francesco I d'Austria,
e del fu re di Napoli Ferdinando. Vi sono cos orride rivelazioni da
fare contro la Russia, che l'esagerazione diviene inutile, e disonora
chi se ne serve. Fui gettato sopra un'umida pietra, e la porta si
rinchiuse con rumore sopra di me. Cercai, brancolando, un angolo, in
cui mi lasciai cascare, e mi addormentai. Nella kibitka, io non aveva
avuto da parecchi giorni che una continua insonnia. Il sonno, che
allora mi cadde sopra come piombo, fu benefico; esso mi sottrasse al
supplizio di quella folla di farnetiche larve, che s'impadroniscono
del prigioniero, e popolano di orribili immagini, le prime ore della
prigione.

All'indomani fui risvegliato d'improvviso dal carceriere e dal rumore
dei calci dei fucili, che percuotevano le lastre del corridoio.
Venivano a cercarmi per presentarmi al Consiglio di guerra. Tanto
meglio, dissi io, l'affare sar presto finito. Per non fu davanti al
Consiglio di guerra che mi condussero.

Mi trovai in mezzo alla Commissione dello stato d'assedio. Ci mi
sorprese, ma il mio stupore non dur a lungo.

Si sfior l'interrogatorio in quanto alle mie imprese militari. Pareva
loro inutile sciupar tempo con un uomo che, fin dal primo istante,
aveva dimostrato non voler parlare; e cercare altri elementi, quando ve
ne erano gi bastanti per condannarmi, sia ad esser fucilato, sia ad
esser impiccato--secondo l'umore, la fantasia, lo stato di digestione
dei giudici, e l'ora del giudizio. L'istruzione s'aggir sopra altro
terreno.

Pareva loro straordinario che un giovane, della mia famiglia, co' miei
principii e le mie relazioni, fosse restato a Varsavia, quasi per due
anni, in una specie di febbrile indifferenza, in una calma irrequieta,
mentre i miei compatriotti, i giovani della mia et e della mia
nascita si battevano per la causa nazionale. Si sapeva l'ostilit che
regnava fra mio fratello e me. Non s'ignorava il mio odio contro i
Russi. Perch dunque mi ero deciso cos tardi ad entrare in campagna?

--Voi siete membro del Comitato, mi disse il colonnello presidente.

--Voi mi fate troppo onore, signore, sclamai, fremendo internamente.

Il colonnello fiss sopra di me il suo sguardo grigio, petulante, e
ripet:

--Voi siete membro del Comitato, e latore dei suoi ordini.

--Voi leggete dunque nella coscienza, signore, poich vi permettete
simili accuse!

--Legger ben tosto in questa carte, rispose il colonnello con un
sorriso trionfante.

Allora ei frug nel quaderno del mio processo, compilato a Radzewilow,
e ne tir fuori un pezzo di carta, sul quale correvano dall'ovest al
sud, di traverso, a zig-zag, degli sgorbi, delle strisce, delle piccole
chiazze di inchiostro, delle zampette di mosca, ed ogni sorta di segni
grotteschi. Ei me lo present, e mi disse:

--Leggete un po' codesto.

Io guardai, e proruppi in un omerico scroscio di riso.

Ecco di che si trattava.

La sera avanti la mia partenza per la Volinia, io era andato a far
visita ad una signora, che aveva suo figlio tra gl'insorti di quel
paese. Mentre noi conversavamo, seduti intorno ad un tavolo su cui
c'era carta e calamaio, una bambina di quattro anni s'era divertita a
scarabocchiare sopra un foglio, che poi mi aveva presentato, dicendo:
Ho scritto al mio piccolo marito che lo amo tanto! La ragazzina aveva
quindi rotolato la parte scritta della carta a foggia di zigaretto, e
l'aveva, a mia insaputa, cacciata nella tasca della mia tunica, ove
era rimasta sotto la pezzuola. Dopo la mia ferita, frugando nelle
mie tasche, quello stoppino era stato trovato, era stato svolto, ed
avevan veduto lo strano geroglifico.  uno scritto in cifra! aveva
probabilmente esclamato il commissario incaricato dell'istruzione
del mio processo. E come tale, ei l'aveva inviato fra le carte a
mio carico. Da uno scritto in cifra all'esser membro del Comitato,
ci correva certo un vasto spazio. Ma vi  nulla di comparabile alla
miracolosa velocit d'immaginazione d'un giudice d'istruzione che ha
gi un partito preso?

La mia ilarit sconcert ed offese il colonnello.

--Si pu conoscere la causa di codesta gaiezza? disse egli lentamente.

--Ma non vedete, signore, che codesti sono gli sgorbi d'un bimbo, che
vuole scimmiottar la scrittura?

--E chi  il bimbo che l'ha fatti?

Tacqui. Ero preso. Dovevo io nominare la figliuola della mia amica?
Avrei scatenato la tempesta su quella povera famiglia, gi tanto
provata dalla sventura, poich due dei suoi giovani erano morti, uno
era prigioniero, e il quarto si batteva ancora. Il mio silenzio cangi
il dubbio in convinzione: io era membro o emissario del Comitato!
Io era dunque la prima luce che poteva guidarli, onde scandagliare
quell'abisso di tenebre che metteva in iscompiglio il Governo dello
Czar.

L'onnipotenza di quel Comitato, cui tutta una nazione conosceva forse e
nessuno tradiva, al quale tutti obbedivano, che agiva come la folgore,
e maneggiava a suo grado l'anima nazionale, stordiva l'imperatore
Alessandro, irritava il granduca Costantino, costernava la burocrazia
moscovita. Potete immaginarvi quindi se dovessero rassegnarsi alla mia
risposta ed al mio silenzio. Tutto quello che io potei soggiungere per
confermare la mia spiegazione, non valse che a consolidare il sospetto.
Occorreva quindi trovare il mezzo di farmi parlare a mio malgrado.


IV.

Ci che v'ha di terribile in tutte le istruzioni criminali si  che il
giudice vi arriva sempre imbevuto di una convinzione, cui si sforza di
realizzare, come il matematico si mette a provare il problema che si 
proposto. Le mie ragioni non ebbero dunque alcun valore. Si trattava
omai di strapparmi, in qualunque modo, delle confessioni, che venissero
a confermare l'opinione prestabilita dalla Commissione dello stato
d'assedio. Ecco il suo cmpito. Ora il Corpo della polizia e quello
della magistratura in Russia si servono di una quantit di mezzi pi
o meno terribili per isciogliere lo scilinguagnolo ed anche nel senso
che meglio loro aggrada. Questa procedura si riassume in una parola: la
tortura.

--Vi accordo ventiquattr'ore di riflessione, mi disse il colonnello
presidente. Se domani voi persistete a tacere, sappiate che noi abbiamo
il potere di fare per lo meno gridare queglino che non vogliono parlare.

--Signor presidente, io parlo; ma non  colpa mia, se non posso
accettare il linguaggio che m'imponete.

Mi ricondussero alla mia secreta. Era mezzogiorno. Vi ho detto che quel
buco non aveva altra apertura che un piccolo abaino praticato nella
porta, pel quale filtrava un'aria mefitica e la luce d'una lanterna,
accesa notte e giorno all'altra estremit del corridojo. Restai in
piedi dietro quel finestrino, onde respirare quant'aria potessi,
perocch mi sentivo venir meno. Allora udii un lagno nel carcere, e mi
accorsi che non ero solo.

--Soffoco, disse la voce; di grazia levatevi di l.

--Scusate, sclamai, non sapevo di avere acquistato un compagno.

Impossibile distinguer altra cosa che un mucchio di stracci di carne
umana tritata, accovacciato in un angolo. Scambiammo i nostri nomi. Ci
eravamo conosciuti in societ. Tutta la Polonia conosce i suoi poemi.
Era il poeta studente Zoliwski, arrestato dopo la a manifestazione
del 15 ottobre, e torturato, perch anch'egli sospetto di appartenere
al Comitato. Aveva gi presi due _bagni di sangue_, essendo passato
due volte per le verghe. Le sue ossa erano rotte, la sua carne cadeva
a brani; il corpo non presentava pi che una piaga putrescente.
Agonizzava, senza poter morire, e si vedeva morire! Il carceriere
interruppe la nostra conversazione. Ci portava il pasto: del pane,
della carne salata, ed una sola brocca d'acqua per Zoliwski.

--E la mia brocca? chiesi io.

--L'ho dimenticata; ve la porto...

La porta si rinchiuse.

--Non toccate la carne, prima che v'abbiano portato l'acqua, disse
Zoliwski. Questa dimenticanza  forse premeditata. Vogliono farvi fare
le vostre prime armi nella tortura, provandovi colla sete.

Non toccai n la carne, n il pane. Il carceriere non ricomparve.

La notte era gi avanzata, quando l'ispettore della prigione venne ad
annunziarmi la visita di mio fratello Casimiro.

--Non ho fratello, risposi io con fermezza, quantunque il cuore mi si
serrasse; non voglio riceverlo.

Mio fratello seguiva a due passi l'ispettore. Ud la mia risposta,
e non rispose. Scorsero due minuti o tre. Forse ei rifletteva,
esitava; poi udii il tintinnio dei suoi speroni risuonare lentamente
ed allontanarsi. Piegai il capo fra le mani, ed i miei occhi si
inumidirono.

L'indomani non fui chiamato dinanzi alla Commissione dello stato
d'assedio, e ne seppi pi tardi la ragione. Il granduca Costantino, il
quale non era poi un diavolo cos nero come lo si  voluto dipingere,
era stato informato del mio interrogatorio e della spiegazione
_umoristica_ che io aveva dato sul documento principale dell'istruzione
contro di me: lo scritto in cifra! Il granduca aveva sorriso della
_gherminella_, che io giuocava alla giustizia russa, ma aveva, in pari
tempo, ordinato che una Commissione di calligrafi emettesse la sua
opinione su quel curioso geroglifico. Nondimeno, mio fratello era
spaventato, non della sorte finale che mi aspettava, non dubitando
punto che io saprei morire, ma delle sofferenze orribili che io doveva
traversare prima di annientarmi nella morte. Egli non temeva che io mi
disonorassi con una confessione estorta dal dolore: sapeva che io mi
sarei mozzata la lingua co' miei denti, e l'avrei inghiottita piuttosto
che parlare; ma egli avrebbe voluto raddolcire la mia _via crucis_, e
presentare dinanzi ai miei occhi quell'estasi che nascondeva ai martiri
il supplizio. Implor dal granduca che mia madre potesse visitarmi.
Il granduca aveva accordato allora tale permesso alla madre del mio
compagno di carcere; e consent. L'ispettore aveva dunque accompagnata
la madre di Zoliwski, quando, sul cader della notte, accompagn ed
introdusse anche la mia nella muda.

Io mi era fatto pi piccino che avevo potuto, e mi ero rannicchiato
in un angolo della secreta, per non turbare il mistero sacro del
colloquio, forse l'ultimo, del mio compagno con sua madre. Avrei
voluto convincerli che io era cieco e sordo, per non isgomentare
il loro dolore, per non soffocare i loro lamenti,--i lamenti sono
di rado eroici--, per lasciare ogni libert alle loro confidenze,
all'effusione delle loro anime. Fui spaventato del dolore infinito di
quei due esseri, dolore che non ebbe neppure un grido! La madre cadde
in ginocchio presso il corpo del suo figliuolo, le loro bocche si
avvicinarono, le loro lagrime si confusero. Non dissero una parola. Che
cosa avevano a dirsi, del resto? La madre sapeva che il figlio doveva
in breve morire sotto le verghe, in una spaventevole agonia; il figlio
sapeva che la madre non gli sopravviverebbe. Mia madre arriv.

Mia madre era donna d'altra tempra. Ella aveva il carattere forte,
ma drammatico. Sarebbe stata grande e nobile nella ristretta cerchia
della famiglia; ma sostenere una parte la seduceva: ricoprire
l'intera nazione col velo delle sue disgrazie, era il suo sogno.
La sua tenerezza verso di me non aveva limiti; ma avrebbe creduto
derogare al suo carattere, se l'avesse lasciata vedere, ed ella fosse
apparsa pi madre che Polacca. Nullaostante mi strinse fra le sue
braccia, ed io sentii per la prima volta l'atrocit delle manette, non
potendola stringere fra le mie. La mia presenza nel carcere aveva forse
intimidito la madre di Zoliwski. La presenza di quei due testimonii
esalt invece mia madre. Ella respinse quanto vi poteva esser di donna
nel suo cuor lacerato, e si atteggi a cittadina.

Lo confesso, ne fui afflitto.

Io non le domandava un'ora di eroismo, ma un'ora di tenerezza materna.

--Ho veduto tuo fratello, mi diss'ella. Egli mi disse che tu non hai
voluto riceverlo. Mi ha informato delle complicazioni terribili, che si
sono aggravate su te.

--Io le affronto tranquillamente, madre mia, risposi io.

--Tu non sai forse ci che ti riservano, continu essa.

--Se l'avessi ignorato, madre mia, ho l, nella persona del mio
compagno, Carlo Zoliwski, l'esempio terribile del loro potere, di ci
ch'essi fanno prima di uccidere.

--Tu non hai a temere n le verghe, n lo knut, rispose mia madre;
tu godi ancora del privilegio della nobilt, l'esenzione dalle pene
corporali. Ma essi hanno altri mezzi per maciullare la carne vivente e
colpire l'anima.

--Lo so.

--Konarski fu quasi sul punto di confessare, nella tortura della fame.

--Ma egli resistette.

--Levitox sub tali slogamenti di membra, che prefer mettere il fuoco
al suo pagliariccio ed abbruciarsi, per paura di parlare suo malgrado.

--Voi vedete dunque che vi sono dei mezzi per sottrarci all'infamia.

--Gorski rest quarantott'ore sospeso pei piedi, colla testa in gi,
sopra un focolajo, ove si faceva ardere della paglia inumidita.

--Ci avveniva al tempo di quel mostro che si chiam lo czar Nicol;
ora non si commettono pi di tali atrocit.

--Se ne commettono sempre, se ne commettono delle altre.... tu lo
vedrai domani.

--S, mi hanno minacciato di ci. Ma io voglio vederlo. Io son
preparato.

--Ebbene! io non voglio che tu soffra, io. Se fosse almeno per
salvarti la vita! Ma no. Tu sei condannato, avvenga che vuolsi. Ti
si tormenter per istrapparti delle confessioni; e ti si mander al
patibolo perch ti sei battuto. Oh no! ho veduto impiccare tuo padre,
mi basta.

--Ma che possiamo noi fare, madre mia? Quand'anche avessi qualcosa a
dire, e non ho nulla, io non posso parlare.

--Ma, disgraziato figliuolo, gli  appunto quello che io temo. Tu
potresti parlare, perch non sai nulla. Il dolore potrebbe strapparti
dei gemiti, che essi prenderebbero per parole. Puoi divagare. Il
delirio potrebbe impossessarsi di te nello spaventevole turbamento che
essi gettano nel tuo sangue. Chi pu esser sicuro di s? Chi conosce
appuntino la tempera dei propri nervi? Ora, figliuolo mio, un solo
sospiro, che pu esser interpretato come una confessione,  il disonore.

--Oh! Dio mio, madre mia, perch venite voi a mettere questa
costernazione nell'anima mia, sclamai io in una suprema angoscia. Ho io
mostrato qualche segno che v'ispiri codesti dubbii?

--Io voglio prevenire, voglio risparmiarti il dolore. Voglio strapparti
al supplizio. Ah! se tu potessi vivere. Ma la tua sentenza  segnata.
Il tuo patibolo  rizzato. La sorte che ti destino, del resto, sar
anche la mia. Io non posso sopravvivere alla tua morte, avendo
l'altro nel partito figlio dei carnefici. Sono stanca di piangere, di
sperare, di pregar Dio che non ci ascolta, di credere ad uomini che
ci tradiscono. Vuoi tu che io divenga russa alla mia volta, e che io
solleciti lo Czar onde castighi codesta Germania, codesta Francia,
per le quali noi abbiamo versato tanto sangue e che non hanno per noi
neppure una fiera parola?...

--Madre mia, voi parlate come mio fratello. Rassegnatevi.

--Io preferisco non pi vederti, anzi che perdonare ai nostri nemici.
Dunque, figlio mio, la mia risoluzione  presa. Io non voglio che tu
subisca la tortura; non voglio che tu sii esposto al pericolo di una
confessione per debolezza nervosa; non voglio che tu muoia per mano del
carnefice. Poich tu devi morire, muori di mia mano; poich tu devi
passare per un'agonia spaventevole e lunga, abbreviala. Schiaccia sotto
i tuoi denti questo lampone di vetro: ho anch'io il mio.

--Che cos' ci, madre mia?

--Dell'acido prussico. Essi verranno a cercarti or ora per trascinarti
dinanzi ai giudici: troveranno due cadaveri. L'Europa ne sar
atterrita, e avr forse un rimorso.

--Mai pi, madre mia, gridai io. Io non mi ritraggo dinanzi al mio
destino, qualunque possa essere. Non pi una parola su ci. Voi mi fate
arrossire. Guardate dunque quel giovane, in quell'angolo della segreta,
ridotto un gruppo di carne marcita. Sono io a quel punto forse, perch
mi proponiate di suicidarmi nel fondo di un carcere? Sono io pi vile,
che debba spaventarmi di soffrire almeno quanto lui? No, madre mia, io
voglio andare fino alla fine; io non sono ancora esaurito.

--Ma io lo sono, disse allora Zoliwski con una voce s affranta, s
spenta, che parve mandasse l'ultimo anelito. Di grazia, o signora,
datemi la salvezza che vostro figlio rifiuta, senza sapere ci che
rifiuta.

Essi avevano udito la nostra conversazione, bench tenuta a voce bassa.
La madre di Zoliwski si trascin ai piedi di mia madre, senza aprir
bocca, e li abbracci. Io era annientato. Mia madre tremava in tutta la
persona.

--Guardatemi, signora, continu Zoliwski. Non ho un pollice della mia
pelle che non sia lacerato. Non ho un muscolo che non sia straziato;
non ho pi un osso al suo posto; non ho pi un organo che funzioni
altrimenti che per darmi gli spasimi pi atroci. Le ore della mia
spaventevole agonia sono contate. Abbiate piet di un cristiano,
signora; abbreviate, poich lo potete, il mio terrore: io assisto alla
mia distruzione.

La madre non diceva nulla. Ella abbracciava sempre i piedi della mia. E
mia madre, profondamente scossa, pareva convinta, bench esitasse.

--Sarebbe un omicidio! esclamai io.

--No, riprese Zoliwski,  una liberazione, forse una redenzione. Io
sento che non resisterei pi. La prossima volta parlerei forse....
Orrore! l'infamia per me, la morte per chi sa quanti altri! Oh grazia,
signora, grazia! Voi avete nelle vostre mani l'onore e la vita di un
uomo, che non  stato figlio indegno della patria.... Piet per il
vinto! merc pel debole! abbiate carit di me.

--Prendete, grid mia madre, non resistendo pi. Dio mi giudicher.

Non fu che un lampo. Prima che avessi raggiunto il braccio di mia madre
per arrestarla, la madre di Zoliwski aveva abbrancato il lampone di
acido prussico, e se l'era cacciato in bocca.

--L'altro per mio figlio, diss'ella alzandosi: Dio onnipotente non mi
strapperebbe pi questo.

Non posso descrivervi il terrore, che s'impadron di noi. Chiamare i
carcerieri era un tradire mia madre. Lasciar compiere il suicidio
di quella donna era un assassinio. Tentare di strapparle la capsula
fatale, le cui pareti avevano lo spessore di una pellicola di cipolla,
era forse affrettare la catastrofe. Aggiungere al martirio di Zoliwski
lo spettacolo della morte di sua madre era un'esecrabile atrocit. Le
preghiere, le ragioni, le minaccie, le promesse non servirono a nulla.
La madre supplic che la si lasciasse morire nelle braccia del figlio.
La disperazione tranquilla di quei due infelici era irresistibile.
L'eloquenza del figlio avrebbe intenerito lo Czar Niccol. Io non
sapeva pi che dire. Io non trovava pi una sola ragione seria.--Mia
madre tremava come una foglia, ma era intenerita. La madre di Zoliwski
si gett di nuovo ai suoi piedi, e pianse, supplic.... Mia madre
cedette. Volse il capo, nascose il suo viso nel mio seno, allung la
mano, abbandon la capsula, e comp l'omicidio. La madre di Zoliwski
gett un grido di gioia selvaggia, baci la mano di mia madre, e si
precipit sul suo figlio.

Si fece silenzio. I nostri cuori non battevano pi. I nostri petti non
respiravano. Tutto ad un tratto l'abaino della segreta si rischiar.
Udimmo dei passi nel corritoio, poi il rumore dei fucili, poi lo
stridere delle chiavi. L'ispettore delle prigioni entr. L'ora del
colloquio era scorsa, egli veniva per far escire le due signore.--La
cellula era rischiarata dalla lucerna del carceriere. Ci volgemmo verso
il gruppo delle due creature, che avevamo fulminate. La madre ed il
figlio si tenevano allacciati nelle braccia l'uno dell'altra, bocca a
bocca, cuore su cuore. L'ispettore li scorse, e non ricevette risposta
... Dio nella sua misericordia infinita avr perdonato a mia madre! Fu
un grido di terrore, che scapp da tutte le bocche.

Tre giorni dopo, io partiva per la Siberia, la terra dalla quale non
si ritorna pi!

La Commissione dei calligrafi avendo constatata la verit del mio
racconto, mio fratello aveva ottenuto dal granduca Costantino la
commutazione della pena di morte, pronunziata dal Consiglio di guerra,
in quella della deportazione a perpetuit e cinque anni di lavori
forzati in Siberia.


V.

Ci che mi aveva maggiormente afflitto nella mia sentenza era la
degradazione dalla nobilt. Io sono poco democratico. Non disprezzo
il popolo, ma amo meglio innalzarlo fino a me coll'istruzione e col
lavoro che discendere fino a lui, abdicando una parte di me stesso.
Pure, siccome l'applicazione della pena non principiava che dal giorno
del mio arrivo a destinazione, cos io godeva ancora de' due privilegi
della nobilt russa: l'esenzione dai castighi corporali, e il non esser
condotto in Siberia per _convoglio_.

Il convoglio  una carovana di cento a duecento cinquanta condannati
di ogni specie, riuniti sotto la sorveglianza dei soldati e di qualche
Cosacco. Fanno il viaggio a piedi, incatenati a due a due, colle mani o
col piede, ad una catena comune a tutti. Essi camminano due giorni, si
fermano il terzo in capannoni costrutti espressamente lungo la via, da
Kiu fino a Nertscinsk, sotto la dipendenza assoluta dell'ufficiale che
li conduce, durante un tragitto che dura un anno fino a Tobolsk, e due
se la destinazione  alle terribili mine di Nertscinsk.

Quando io ebbi udita la mia sentenza e l'ebbi sottoscritta, mi
denudarono fino alla cintola, e si presero i miei connotati. Poi fui
vestito del cappotto grigio a maniche corte, da viaggio, e mi furono
levate le manette, che m'avevano chiuso i polsi durante un mese.

Non mi ricordo di aver mai avuto in mia vita una soddisfazione pi
inebbriante.

Mentre si procedeva a questa operazione, l'ispettore della prigione
mi lasci scivolare furtivamente qualche cosa nella mano. Erano due
borse contenenti mille rubli oro, che mio fratello mi faceva tenere.
Credetti venissero da mia madre. In Russia, come dovunque pi o meno,
i funzionarii sono venali. L'ispettore mi rimetteva quel denaro di
nascosto, a fine di sottrarmi alla rapacit degli agenti russi, per
le cui mani io doveva passare. Nascosi le borse nei rovesci dei miei
stivali. Era quella un'arma di salvezza. L'indomani, a cinque ore, mi
trovai installato, fra due gendarmi, in una kibitka.

Varcando la porta della cittadella, io volsi il capo per dare un tacito
addio a tante anime desolate che gemevano l dentro. Mio fratello,
ritto dietro un casotto da sentinella, silenzioso e pallido, era venuto
per vedermi partire e per dare di nascosto duecento rubli ai due
gendarmi, che dovevano accompagnarmi fino ad Omsk. Cav il suo kep,
senza avvicinarsi. Sentii sdilinquirmi nel cuore. Stesi le braccia
verso di lui: la kibitka part come una freccia. E mia madre? Pensai
che la nobile donna si fosse offesa del mio rifiuto di suicidarmi e mi
tenesse il broncio. M'ingannavo. Rannicchiata dietro l'angolo di una
casa, mi vide passare, e svenne.

La mia lotta cogli uomini era finita, io andava a principiare una lotta
col destino.

Dico il destino, poich per gli uomini, dai miei gendarmi fino al
governatore generale della Siberia, io non era pi un individuo, ora,
ma un oggetto pericoloso. Essi erano la forza, io non era pi una
volont; io doveva dunque subire, come un corpo inerte, le leggi di
gravitazione di tutto il sistema dello czarismo.

Viaggiavamo colla rapidit di 14 chilometri all'ora, che aument, anzi
che diminuire, fino a Nertscinsk.

La mattina era splendida e calda; tutto sorrideva e cantava. La
tensione straordinaria delle mie facolt, da un mese in qua, si
rallent tutto in una volta, ora che la mia sorte era fissata. Mi
accasciai per istanchezza, come un pallone che si sgonfia. Poco
disposto naturalmente a conversare, non trovando nulla d'affabile nei
miei gendarmi, la cui fisionomia stupida mi urtava; vinto che non si
rassegna e che perci si raccoglie in s stesso, chiusi gli occhi, e
mi addormentai, tessendo nel mio spirito tutto un piano di resistenza
legale e di rivolta, se l'occasione mi avesse favorito. La natura
esterna, in questi primi giorni di vita interna o di abbattimento, non
ebbe alcuna presa su me. Che io vegliassi o dormissi, io era assente.
Non principiai ad aver coscienza di me stesso se non quando, dopo
aver traversato Minsk, Smolensk, Mosca, i tre cavalli della kibitka
si lanciarono in contrade, ove io non aveva ancora viaggiato, e che
perdevano, di tappa in tappa, la fisionomia europea. Le strade erano
detestabili, perch la via ferrata le faceva negligere. Vladimir,
che traversammo in mezzo alla nebbia dell'alba, mi parve desolata.
Nijni-Novogorod aveva l'aspetto di una decorazione d'opera. Sospesa
quasi a picco sul Volga, essa si aggruppa sopra un'altura ove alcuni
precipizii, uniti da ponti, limitano i quartieri della citt. La
citt nuova  sulla riva diritta di questo fiume, che mette in
comunicazione il Baltico col Caspio, l'aorta della Russia, ove la sua
vita commerciale palpita pi vivamente. Battelli a vapore, bastimenti a
vela, barche d'ogni sorta s'incrociavano, venendo dal nord o dall'est,
o recandovisi. Questa citt acquista uno strano aspetto, dicono,
al tempo della fiera, poich vi si vedono allora tutti i campioni
delle razze e semi-razze dell'Europa e dell'Asia, dal Parigino fino
ai Kirghisi, ai Persiani, ai Turchi, agli Armeni, ai Georgiani, ai
Calmucchi, agli Ind, ai Turcomani, ai Russi, ai Cosacchi, ai Tartari
... Vi ci fermammo il tempo di cangiare i cavalli, prendere un pasto
e fare alcune provvisioni, poich i miei gendarmi avevano veduto che
io non mi adattava gran fatto al pan saraceno ed alla zuppa di cavoli
condita con olio rancido, soli alimenti che potevano offrirmi nelle
tappe successive.

Avremmo potuto prender qui il battello a vapore sul Volga e sulla
Kama, che ci avrebbe condotto diritti a Perm. Ma tale conforto non 
accordato ai viaggiatori della mia categoria. Continuammo dunque per la
via ordinaria.

Costeggiammo quasi sempre le rive del Volga. Il fiume d una certa
animazione ed una fisionomia a queste contrade, singolari d'altronde
pel tipo, i costumi e le abitudini de' suoi abitanti. Tutte le variet
del tipo tartaro vi sono rappresentate, ed oltre i Tartari, vi si
scorgono i resti di quelle orde venute dall'Asia, la cui origine 
nella razza mongola, colle numerose ramificazioni che sbucciano da
quella grande linea.

Da quest'Asia pittoresca, che si traversa, si casca in una citt
assolutamente europea, Kazan, ove c' museo, universit, ginnasio,
osservatorio, vescovato, teatro, officine, scuole primarie, e tutto ci
che una citt incivilita pu offrire di _confortable_, di fastoso, di
aggradevole. Avrei potuto simulare una grande stanchezza, una malattia
anzi, senza troppe smorfie, poich io era molto pallido ed avevo
l'aspetto d'un tisico senza speranza. Ma non avevo ancora imparato che
nella disgrazia occorre esser nobile, ma non fiero. Facevo le mie prime
prove. Ond' che rispondevo a monosillabi, ovvero restavo silenzioso
verso i curiosi e le curiose, molto convenienti e pieni di compassione
del resto, che ronzavano a me d'intorno, sia che io restassi nella
kibitka, o che cercassi ravvivare un po' le gambe indolenzite negli
uffizii delle tappe. I gendarmi m'informarono allora che mio
fratello aveva dato loro 200 rubli, onde procurarmi per via tutti
gli alleviamenti che potessero, senza compromettersi. E se qualche
ufficiale delle stazioni si stupiva della loro premura nel servirmi,
essi mormoravano: Suo fratello  l'aiutante favorito del Granduca
Costantino; chi sa dunque? Non occorreva di pi.

Il paesaggio era monotono: steppe e foreste. E poi, lo confesso, io
non intendo bene in tutta la creazione, che una sola bellezza, quella
della donna! Gli splendori della natura, i prodigi dell'arte, faceano
poco effetto su me. Noi abbiamo tutti delle corde che vibrano e delle
corde rotte, in quanto alle armonie esteriori. Traversai Viatka di
notte. Dormivo nella kibitka come nel mio letto. Le notti erano
fredde. Eravamo in settembre, vale a dire al principio del verno per
contrade che non conoscono stagioni intermedie. La vallata della Kama
non acquista una bellezza affascinante che all'alba ed al tramonto,
quando i bianchi vapori espirati della notte si dissipano, prendendo
forme fantastiche vivamente ondulate, o quando la caligine della sera
avviluppa di un velo misterioso i campanili delle chiese greche e i
minareti dei villaggi, le foreste che si sottraggono allo sguardo, e
le distanze che scompaiono come per rientrare nelle sacre funzioni
della natura. Nulla di carezzevole in tutto ci che ci circondava; ma
non pochi profili giganteschi e boschi immensi ci sorprendevano. Ed
eccoci a Perm, ai piedi della catena degli Urali, la porta di quella
cittadella da titani che noi ci accingevamo a scalare.

Dietro a noi, la valle della Volga e della Kama, il mondo reale;
dinanzi a noi, i picchi coperti di nevi, le roccie scarne, le foreste
secolari, i valloni profondi, le vette vergini, i precipizii irti, i
torrenti sonori e... la Siberia: l'indefinito e l'infinito.

Una bella giovinetta venne ad offrirmi delle ciambelle: era il giorno
della festa di sua madre. Il direttore della posta mi offerse il th:
il samowar bolliva sul suo tavolo. Accettai. Poi, siccome occorreva
rattoppare non so che di rotto nella kibitka, cos mi stesi sur un
banco, e mi addormentai.

Perm  una triste e sordida cittaduzza commerciante. Per contrario,
la strada, che taglia traversalmente la catena degli Urali, fino ad
Ekaterinenburg,  magnifica. Queste montagne sono popolatissime di
borghi, o piuttosto _stabilimenti_, come li chiamano, propriet in
parte della Corona, in parte dei signori padroni delle mine. Tutti
sono minatori in queste castella, persino le donne ed i fanciulli.
Si estrae il ferro, il rame, anche l'oro, il platino, l'argento,
e marmi preziosi, e pietre fine. Il paese  ricco; le case e gli
abitatori che incontriamo in questi valichi e gole grandiose, han
l'aria prospera e felice. La strada penetra nelle selve, taglia le
rocce, si slancia sulle correnti, che scorrono verso il mar Glaciale
ed il Caspio, costeggia gli abissi vertiginosi, lambe le vallate che,
durante la state, debbono essere deliziose; si precipita a perpendicolo
nelle frane, sotto i rami dei pini selvaggi e degli abeti, che gi
si sprizzolano di brina, mentre le cime dei monti si mantellano di
nuova neve. Noi calpestammo la neve della notte. La montagna non ha
ancora voci, ma essa ha gi dei sospiri, e, nella notte, dei gemiti;
le rocce infocate nella state si fendono di un tratto, il vecchio
albero scoppia, e d il suo alito estremo! I camini di qualche opifizio
fumano. Le macchine idrauliche strepitano. I torrenti mugghiano. Noi
voliamo attraverso tutto ci, senza prender fiato, senza allentare
il galoppo; ci arrampichiamo sui vertici come aquile, sprofondiamo
negli abissi come valanghe, cos sicuri come se percorressimo i viali
di un parco. Il postiglione, i cavalli il veicolo, hanno un'anima
sola--un'anima che sfida l'audacia stessa. Ah, se io fossi poeta, che
inno! Ah, se io fossi trovator di armonie, che fanfara!

Gli Urali son valicati: siamo a Khaterinenburg, ai piedi del versante
opposto, il versante orientale: siamo in Asia, siamo in Siberia!
La citt ha qualche bell'edifizio: la zecca, lo stabilimento della
direzione delle mine, l'arsenale ove si fondono cannoni e fabbricano
armi, la dogana... Vi  grande movimento industriale e commerciale:
forni, opificii, officine di pietre preziose, lavatoj d'oro e di
platino... che mi importa tutto ci? Io non sono pi un'anima.

I lineamenti del Siberiano sono regolari, ma pallidi. Non si resta
chiusi impunemente per otto mesi dell'anno in camera riscaldatissime,
poco o punto aereate.

Poi di nuovo la pianura. Passiamo l'Isset, poi la Tura, sulla quale si
stende Tiumen. Mi disponevo a discendere dalla kibitka per pranzare,
mentre si cambiavano i cavalli, quando scrsi alla porta dell'albergo
della posta parecchi uffiziali russi. Mi vi assisi. Essi osservavano i
miei movimenti, e chiesero ai gendarmi chi mi fossi.

--_Uno sventurato_, risposero i gendarmi, un Polacco condannato
politico.

Quegli uffiziali appartenevano ad un reggimento, che era stato parecchi
anni di guarnigione in Polonia. Lo avevano balzato in Siberia per
punirlo, non volendolo sterminare. Il capitano si avvicin, e mi preg,
coi modi pi dilicati e squisiti, di andare a pranzo con loro. Mi
sentii commosso: l'invito era cos imprevisto, inatteso, contrario al
corso delle mie idee.... Accettai. Dieci mani si stesero per aiutarmi a
discendere. S'intuon l'aria di Dombrowski: _No, la Polonia non perir!_

Io non so se il pranzo fu buono, o cattivo. Credetti cullarmi in
un sogno. Era io a tavola con uffiziali russi, o in un club di
repubblicani? Un motto sopra tutto mi colp: questo motto  tutto un
programma, forse il programma dell'avvenire.

--Non  contro la Russia che i Polacchi debbono insorgere, ma contro lo
Czarismo, disse il capitano. Allora, invece di esser nemici, noi saremo
fratelli d'arme. Prima di essere Russo o Polacco, gli  mestieri esser
uomo.

Lo Champagne scorse a fiotti. La Russia  il paese ove si consuma pi
di questo vino, autentico o apocrifo che sia.

Il destino definitivo dei deportati  fissato dalla Commissione che
siede a Tobolsk, quando condannati vi arrivano per convoglio. Io
arrivava in kibitka. Gli era dunque il governatore generale della
Siberia occidentale, residente a Omsk, che doveva statuire sul mio
stabilimento. Partimmo dunque diritto per questa capitale.

A Novozaimsk, dopo Yalontorowsk, entrammo nelle steppe, cui percorremmo
per parecchi giorni, molto al di l di Tomsk. Le strade sono cattive,
il cielo grigio e basso; il silenzio sarebbe assoluto, se i campanelli
dei cavalli non lo interrompessero. Passiamo l'Ichim presso Abatskaia,
e cominciamo a trovare dei blokhaus di terra e di legno, di distanza in
distanza sulla strada, ma abbandonati, dappoich le trib dei Kalmuki e
dei Khirghisi si sono sottomesse definitivamente.

La Siberia pesava gi sopra di me: la tristezza mi opprimeva. Nelle
vicinanze di Omsk, un barcone ci prese a bordo per farci traversare il
Yenisei, uno dei pi larghi fiumi della Siberia. Le acque fangose si
frangevano con impeto contro la barca. Ed eccoci a Omsk.

La kibitka si ferm innanzi la fortezza per dare avviso del mio arrivo
al comandante, ed i gendarmi mi depositarono nel corpo di guardia,
vicino al palazzo del governatore, il generale Duhamel. Un'ora non era
scorsa, che avevo gi ricevuto la visita del comandante della fortezza
e del commissario di polizia, e ch'ero chiamato alla presenza del
governatore.

La sala d'aspetto, ove mi fermai, era riccamente mobiliata e zeppa
di funzionari e sollecitatori. Mi guardavano tutti con attenzione,
qualcuno con tenerezza. Io mi assisi in un angolo, e presi a
contemplare i ferri dei miei piedi.

La signora Duhamel era polacca; il generale suo marito si chiudeva
quindi in un riserbo austero, quando trattavasi di condannati politici
polacchi. E' lasciava fare al Consiglio, e non ne alterava giammai le
risoluzioni.

Uno dei consiglieri usc dal gabinetto del generale per vedermi. La
fisionomia, l'et, la costituzione, le maniere del condannato hanno un
peso considerevole sulla decisione del Consiglio, la quale pu essere
un decreto di morte a breve scadenza. Mi alzai. Il consigliere mi
squadr dal capo ai piedi, con quell'aria scrutatrice degli scozzoni,
che esaminano un cavallo che voglion comprare. Questo esame dur
parecchi minuti. Io abbassai gli occhi, reprimendomi. Infine e' dimand:

--_Tu_ sei dunque malato?

Senza essere orgoglioso, io aveva sempre avuto dei modi cos
circospetti, una gravit s vera ed assoluta, che mio fratello stesso,
dall'et di quindici anni, non mi aveva pi dato dal tu. Quel tu,
scoccato come uno schiaffo da uno sconosciuto, da un uomo che non era
n della mia casa n de' miei amici, mi parve un vivo oltraggio. Alzai
dunque la testa con arroganza, fissai sul consigliere uno sguardo vivo,
e gli dissi:

--_Voi_ v'ingannate: io sto benissimo.

Un nugolo si stese sul volto del mio uomo: la sua fronte si corrug. E'
non rispose. Volse le spalle, e si ritir.

La mia risposta, il mio atteggiamento gittarono la costernazione fra i
Polacchi che lavoravano nell'uffizio del generale. Essi sclamarono ad
una voce: Disgraziato!

Scorse un'ora, un'ora di tortura.

Il consigliere riapparve.

--_Signore_, mi disse con aria troppo pulita, il Consiglio vi destina
al lavoro della mine del verderame, a Nertscinsk.

Nertscinsk  la Caina di Dante, vale a dire la cerchia pi spaventevole
dell'inferno del forzato in Siberia.

La sentenza mi colp al cuore, ma non abbassai lo sguardo. Il brivido
non dur, del resto, che un istante; mi ricordai che quel sito era
il pi vicino alla frontiera cinese ed all'Oceano Pacifico--due
porte della speranza. Uscii. Nel tempo stesso entrava Astatchef, il
concessionario delle mine del Governo, ed io intravidi i funzionari
polacchi serrarsi attorno a lui e favellargli con calore. Gi mi
attendevano un'altra kibitka ed un'altra scorta, quella che doveva
accompagnarmi fino al termine della mia deportazione.

Era il 17 settembre 1863. Avevo impiegato venti giorni per arrivare ad
Omsk, viaggiando d e notte--in media 14 chilometri l'ora.

Partimmo all'istante.

Traversai Omsk, ma non la vidi: io entrava nell'estasi del sogno della
liberazione!

Il paese, per cui passiamo, ha l'aspetto selvaggio e monotono; ma 
solamente un poco innanzi la stazione di Turumoff che s'entra nelle
paludi della Baraba.

Il postiglione di questa stazione mi domand se io avessi una maschera;
imperciocch, quantunque i primi buffi di vento dell'Oceano glaciale
avessero cacciato via qualcuna delle specie delle zanzare, restavano
ancora troppi di questi dipteri succhiatori per divorarmi vivo prima
della fine della traversata. Comperai da lui una maschera di crini, e
feci bene.

Queste paludi hanno 325 chilometri nella loro parte meno larga--una
specie d'imbuto in fra gli altipiani pi elevati dell'Obi e del
Irtitsc. Le acque non hanno scolo, ed il sottosuolo argilloso, che
le riceve, non le assorbe. Da ci gli stagni ed i pantani fetidi e
micidiali. Gli abitanti rarissimi di queste contrade desolate le
fuggono. Non vi s'incontra che qualche pastore Ostiako, squallido,
tremante di febbre, e trascinantesi dietro ad armenti pieni di vita,
che pascolano un'erba fresca e succulenta.

Gli era infatti un mare d'erba, che ondulava sotto il vento, ed ove
migliaia di uccelli acquatici svolazzavano. Impossibile di asciolvere a
Bulatova. Io galleggiava in mezzo ad un nugolo di zanzare, di tafani,
di moscherini, di maringuini, di tipole grosse come una testa di
spillo, che mi trafiggevano attraverso la maschera ed attraverso il mio
gabbano da forzato. I cavalli grondavano sangue d'ogni poro, pugnalati
da tafani lunghi un pollice, armati di trombe e lancette formidabili.

A Kamsk, assiso vicino ad un gran fuoco, mi avventurai a prendere una
zuppa di rape. Ma non appena servita, era immediatamente coperta da uno
spesso strato di questi insetti, che vi si precipitarono alla stordita.

Kamsk  al centro della Baraba. Gli abitanti avevano tutti emigrato a
Kolivan od a Omsk.

La strada che segue, fino a Karghinsk,  quasi sempre nell'acqua. Per
indicarla, mettono dei tronchi di abeti per traverso, li ricoprono di
argilla, specie di lastrico poco solido e poco durevole. Il terreno
oscilla sotto le ruote del veicolo, l'acqua si agita, il vapore si
sprigiona da quelle alte erbe verdeggianti che tremolano; i rami
d'abete, denudati dell'intonaco argilloso, rassomigliano a tibie umane
in un carnaio. Una caligine grigia limita il paesaggio, e si dondola
lentamente prendendo forme fantastiche. Delle mappe di acqua giallastra
dietro a mappe di acqua verdastra; delle praterie torbose coperte di
erbe mostruose, alte sei piedi: giunchi, ginestre, piante paludacee
a foggia di canne, fiori selvaggi molto splendidi, gigli, achillee,
iridi, ledracocefale... un orrore splendido, che all'alba ed al
tramonto vi riempie di ammirazione e di terrore misterioso! La natura
vi celebra le sue nozze della creazione per mezzo della distruzione!

A qualche versta di l, un dramma orrendo si compi sotto i miei
occhi, vicino a Karghinsk. Una _taranta_ ci seguiva, tirata da cinque
cavalli, che i tafani avevano imbizzarriti fino alla pazzia, e cui il
postiglione apostrofava col suo linguaggio pi energico, pregando nel
tempo stesso Dio e il diavolo di aiutarlo a contenerli. Ad un tratto,
udiamo un grido formidabile di disperazione. Ci fermiamo a guardare: la
taranta, il postiglione, i viaggiatori, trascinati dai cavalli, avevano
abbandonato il sentiero e vagavano di fianco a traverso il palude.
Vedemmo da prima un solco moventesi in mezzo all'erba, seguto da un
nugolo nero d'insetti, poi le erbe cessarono di ondulare, gl'insetti
piombarono sur un punto come un uragano sibilante, il movimento si
estinse, il silenzio successe: taranta, cavalli, uomini erano stati
assorbiti dallo stagno, ed i feroci dipteri spigolavano i rimasugli
della strage.

A Sektinskaia, uscimmo dalla Baraba, che avevamo traversata per
cinquanta ore. La contrada non divenne per pi gaia. Noi volavamo
sempre in mezzo a quella steppa immensa, ove eravamo entrati a
Novozaimsk, non vedendo un'anima che desse indizio di vita fra quelle
macchie nere, quelle brughiere e giunchi grigiastri. Arrivammo a
Kolivan a mezza notte, e fino a Dombrovino, ove traversammo l'Obi sur
una chiatta, la strada conteggi gli stagni. Qualche figura dal tipo
mongolico, qualche casolare popolato di Tartari apparvero qua e l:
miseria, lordura, scoraggiamento, impotenza, rassegnazione... Ecco
tutto ci che esprimono quegli uomini, quelle donne, quei fanciulli,
coperti di pelli di montoni, cui l'Europa si  abituata a considerare
ed a temere con una specie di terrore misterioso.

La Russia  abilissima nel dar le traveggole.

Il paesaggio non cangia fino a Tomsk. Questa piccola citt avrebbe una
fisionomia affatto europea, se non fosse la collezione completa di
tipi siberici, Bouriatti, Kalmuki, Khirghisi, che si incontrano nelle
strade. Il quartiere tartaro, all'est, giace sul Toru, che taglia a
mezzo la citt.

Io finivo di prendere il mio pasto nella stazione e rimontavo nella
kibitka, quando la strada fu invasa da una gaia partita di nozze, la
quale entrava nella casa dirimpetto. Lo sposo era un Russo, appaltatore
di lavatoj d'oro e di platino; la giovane sposa, una Polacca, figlia di
un esule. Un curioso dimand al gendarme chi io mi fossi. La Polacca
ud la risposta. Ella si distacc come un lampo dal braccio del manto,
si slanci su di me, e mi baci. Poi strapp dal suo collo un piccolo
cuore di oro, e me lo porse, dicendo:

--Vien di laggi.... era di mia madre!

Il marito and a cercare del pane e del sale, e me l'offerse sur un
desco, soggiungendo:

--Dio vi consoli, fratello!

Le mie guance si bagnarono. Non potei rispondere una sola parola.

E la kibitka fend lo spazio come uno sparviere. Il fiume Tchoula, ad
Atchiusk, separa la Siberia orientale dall'occidentale. A Krasnoirk
termina la steppa, che percorrevamo da sei giorni. Anche questa
citt ha un aspetto completamente europeo. Un bellissimo giardino,
specchiandosi nell'Ienisei, presenta uno splendida panorama. Poi,
carrozze, donne eleganti, ricche e pittoresche livree, musica militare,
passeggio, caff, sale da ballo: un insieme prospero. Non un giornale!!
V' alcuno qui che pensi esservi nel mondo una cosa, che si addimanda
libert, per la quale tanti popoli soffrono e tanti pensatori muoiono?

La strada, fino a Kansk,  magnifica. Noi scendiamo al galoppo
la collina, ove accampa Krasnoravsk; valichiamo l'Ienisei, dalle
correnti vertiginose, dalle onde chiare e sonore, largo come un lago;
traversiamo Kansk, assisa sulla riviera; poi Niveondiusk, ove sono
rilegati parecchi dei nostri compatriotti, e passando un fiume dopo
l'altro, belle valli, casali piacevoli dai campanili di stagno e dalla
croce dorata, un territorio boscoso, variato, con betulle, pini ed erbe
verdeggianti, la catena degli Oltai a destra e dei Soblonoi di fronte,
arriviamo finalmente a Irkeretsk, la capitale della Siberia orientale,
adagiata sul versante elevato dell'Angara--a un mese da Pekia.

In questa citt, pi chiese che case, case a mattoni e tugurii in
legno; il movimento febbrile di una capitale che fa assai; macadam,
marciapiedi in legno, piazze ombreggiate, gore di fango, insegne
francesi, pianoforti a coda, poliziotti, viali sull'Angara, lampioni ad
olio, milionari: non portinaj n lacche di montone!

Il governatore  il generale Ionkowski, di cui stavo oramai per
divenire umile suddito, o piuttosto misero oggetto. Il capo della
polizia, Wokoulski, capit. Egli esamin le mie carte, ed ordin ai
gendarmi di continuare la strada. Non si cur nemmeno di dimandarmi
se, avendo percorsi, di un sol fiato, 5000 chilometri, io avessi potuto
aver bisogno di un po' di riposo.

Una scena caratteristica venne a distrarmi ed a rattristarmi. Mentre io
aspettava nel corpo di guardia che il capo della polizia avesse letto
la mia filza (_incartamento_), due gendarmi, dall'uniforme azzurro e
dall'elmo di rame, spinsero l dentro un bipede legato ed incatenato
come una bestia feroce. Egli  impossibile figurarsi alcun che di pi
orrido. Era un forzato, scappato dai cantieri di costruzione di Okotsk.
Egli avea cancellato, mediante l'acido fosforico, le lettere fatali
_vor_, ladro, che il carnefice gli aveva impresse sulla fronte e sulle
guance, e si era per tal guisa dato un aspetto mostruoso.

--Chi dunque ha perfezionata cos la tua bellezza? gli domand il
custode del corpo di guardia.

--Caddi, essendo ubbriaco, in un focolaio ardente, rispose il galeotto.

--Povero uomo, sclam l'altro. Ora, sai tu ci che la bont dello Czar
ti riserba?

--Ebbene, che dunque? chiese il forzato.

--- Cinquanta colpi di knut, ed il resto, replic l'aguzzino.

--Li subir, disse il vor di un'aria rassegnata e maligna. Cosa 
ci? Ma non  dello knut che io mi lamento; gli  del mio onore che
s'insulta, dicendo che io sono un vor corretto.

--Sopporter desso i cinquanta colpi di knut? dimandai al mio gendarme.


--Prima del ventesimo, e' sar crepato. Pertanto quel mariuolo potria
bene andare fino a venticinque, se il carnefice non serra troppo il
dito mignolo.

--Ecco ci che mi aspetta, pensai io, se me la scapolo malamente e
se mi riprendono! Grazie allo Czar, tra quell'uomo e me non vi  pi
alcuna differenza: siamo entrambi forzati!

--Andiamo, grid il mio postiglione; io sono pronto.

Un colpo di frusta, e Irkutsk rest alle nostre spalle. Saliamo sempre,
contornando la splendida valle dell'Angara, il livello del lago Baikal
essendo pi alto di quello della pianura. L'Angara, pi larga del Reno,
scorre tra due sponde alte a mo' di _falaise_, rimboscate di pini e di
cedri. La corrente  forte; il colore dell'acqua  turchino. Il paese
 coltivato, alla sinistra del fiume; a destra, sono gole profonde e
nere e foreste di abeti. L'Angara, allo sboccare del lago, larga pi di
un miglio, si precipita fra due montagne a picco, allogate l come i
due pilastri della sua porta. Lo spettacolo fa impressione, sopratutto
se il sole al tramonto lambe ed increspa questa massa immensa d'acqua
limpida e mugghiante.

A Listvenitchnaia, piccolo porto sul lago, lasciamo la Kibitka, e
montiamo sur un battello a vapore, che solca il lago per cinque mesi
dell'anno; in ottobre comincia a gelare.

Questo lago  forse il pi grande del mondo: 600 chilometri sur una
larghezza variabile di 30 ad 80 chilometri. Gli  un cratere vulcanico
spento, la cui profondit non ha potuto essere scandagliata. Le rocce
obrupte, che l'inquadrano, hanno un'altezza, in qualche parte, di circa
1200 piedi, le une coperte di boschi, le altre nude, dall'aspetto
fantastico e basaltico. L'acqua  dolce ed azzurra; l'ondata ha
l'incesso ed i furori di quella del mare. La rena delle sponde 
bianca. Qui, i fiotti si frangono contro picchi perpendicolari; l essi
dormono, e si affusolano di foglie di piccole ninfacee, delle foglie
lunghe e strette dei potomagetoni, delle punte dei miriafilli, e dei
fiori rossi della poligonia delle paludi. I palmipedi di ogni specie vi
fanno gazzarra e galloria. Delle caverne inesplorate, sui fianchi irti
dei balzi del Chamerdoban, giammai senza neve. L'eco sempre sveglia. Si
direbbe che il Baikal  un pozzo gigantesco, dai margini merlati.

Sbarcammo a Passolsk, sulla riva orientale. Uno dei gendarmi and a
cercare un _telega_ per continuare il nostro viaggio. Avremmo potuto
fare il giro del lago al sud per terribili ed impraticabili montagne,
poich la strada postale da Irkoutsk a Selenguinsk non era ancora
terminata; ma si volle risparmiarmi questo sopraccarico di disagio.
Il viaggio fu cos abbreviato di parecchi giorni. Le contrade che
percorremmo, avendo continuamente sotto gli occhi, a sinistra, le vette
radianti dei monti Vablonoi, variano di tappa in tappa: ora sterili,
ora ben coltivate, ora lande rossigne, ora praterie di un verde
azzurrognolo.

Passammo la Selenza in chiatta, a Verineoudinsk, ove sembianti polacchi
circondarono la mia slitta, mentre si cangiavano i cavalli. La riviera
 larghissima.  dessa, certo, fra le riviere del mondo quella che
ha il corso il pi lungo; perocch, sotto nomi diversi, le sue acque
s'immettono nel mare Artico, dopo aver percorso una distanza di 1300
leghe e tagliati ventisei paralleli di latitudine.

Prima di giunger a Tchita, il nostro telega si ruppe. Continuammo
la via a piedi fino a questa citt. Alla mia destra, si stendeva la
Mongolia, culla dei compagni di Tchinghiz-Khan; alla sinistra, le rive
del Baikal. Poi, le trib nomadi dei Buriati, cui i Russi si sforzano
invano di fissare; ed a qualche centinaio di verste, la frontiera
cinese. Silenzio e solitudine ovunque: l'inverno cominciava. L'aquila
ed il caimano, essi stessi, emigravano verso l'alto Gobi, abbandonando
i deserti chiaro-azzurri del cielo, il deserto della terra non offrendo
loro pi prede. Il suolo non ha pi vita...

Infine, eccoci a Nertscinsk.

Avevo percorsi ottomila chilometri di un solo fiato. Ero spossato.
Avevo visto poco del mondo che fendevo a tiro di ala. Avevo vissuto di
una vita interna: fino ad Omsk, del passato; a partir dall'annunzio
della mia sentenza, dell'avvenire. Ora, eccomi solo, ma risoluto, in
faccia al destino.


VI.

Nertscinsk  un borgo di 2000 anime, sulla sponda sinistra della
Schilka, al confluente della Nertcha, ornato di un Osservatorio e di
una scuola delle miniere. La direzione e l'amministrazione dello scavo
delle miniere di oro, di piombo argentifero, di stagno, di mercurio, di
rame di queste regioni, sono concentrate in questa piccola squallida
cittadina, ove si versano tante lagrime, ove esplodono tanti ruggiti.
Le miniere propriamente sono a 300 o 400 verste ancora al nord-ovest,
fra i monti Sablonoi, nella vallata della Schilka, e al di l del
confluente della Schilka e dell'Argun, lungo l'Amur. Io non avevo
dunque raggiunto ancora esattamente il mio destino.

Ricevei quel giorno stesso la visita del capo della polizia. E' mi
squadr con una persistenza fredda, che mi rivolt internamente;
sfogli il mio incartamento, e non m'indirizz affatto la parola.

All'indomani fui chiamato appo il direttore delle miniere. Era un uomo
adiposo, dall'occhio vivo, di origine tedesca, dall'aspetto gradevole
ed esperto.

--Siete dunque venuto di un sol tratto da Varsavia a qui? mi chiese
egli.

--S, signore.

--Avete l'aria malata ed assai delicata; perch non avete voi dimandato
di riposarvi un giorno o due a Omsk, a Yrkutsk? Ne avevate il diritto.

--Perch ho avuto paura me lo rifiutassero, dissi io abbassando il capo.

Il direttore tacque, e mi osserv pi attentamente; poi soggiunse:

--Vi resta ancora trecentoquaranta verste a percorrere, prima di
arrivare alla mina di Ukbul, ove dovrete lavorare. Avete qualche cosa a
dimandarmi?

--S, se l'osassi, non sapendo se ci sia nelle vostre attribuzioni.

--Osate.

--Ebbene, vorrei essere liberato delle mie catene. Sono circa tre mesi
che non ho levato i miei stivali.

--E poi ancora?

--Oh! sclamai io, con un vivo slancio di riconoscenza, potreste voi
cangiare la mia destinazione? Quelle miniere di verderame....

--Ci, no. La pena  fissata dal governatore generale della Siberia
occidentale, il quale, peraltro, non ne aveva il diritto, poich voi
venivate nella Siberia orientale. Gli  dunque il governatore generale
della Siberia orientale, che pu revocare la sentenza, ovvero il
concessionario delle miniere del Governo, il signor Astatchef, che pu
derogarvi. Bisogner fare una domanda e farla appoggiare dal direttore
della miniera di Ukbul.

--Mi rassegno.

--Le vostre catene vi saranno tolte, e partirete fra tre o quattro d.
Non sovvenitevi troppo di ci che foste, signore; la fierezza non pu
che peggiorare la vostra condizione, di gi s trista.

E' chiam, e dette degli ordini. Un'ora dopo, ero sgravato dei ferri, e
passeggiavo per la citt.

Ecco la Russia, ed ecco la causa dei giudizi contradditorii che si
portano sopra di lei: un funzionario vendicativo aveva aggravata
esorbitantemente la mia pena a Omsk; un funzionario umano l'addolciva
pi che non avrebbe potuto, perocch io avrei dovuto conservare le mie
catene fino ad Ukbul!

Incontrai molti Polacchi, che mi diedero utilissimi ragguagli. Mi
comperai dei vestiti caldi, dei grandi stivali di pelle di cane di
mare, un berretto a pelli, che scendeva fino alle spalle e mi copriva
il viso, non avendo che piccoli fori per la bocca e le orecchie.
Cangiai un centinaio di rubli, e cucii il resto in una specie di
legacci, che attorcigliai alle mie gambe, sotto le mie calze--e
compresi l'utilit di questa precauzione ad Ukbul, quando mi misero
affatto ignudo, fino alle anche, per verificare i miei connotati presi
a Varsavia. Mi munii di un poco di chinino, cui nascosi pure nei
risvolti dei miei stivali. E sei giorni dopo, ero alle miniere.

Il direttore, o piuttosto l'ispettore, al quale il mio gendarme rimise
le carte che mi riguardavano, venne. Mi fece spogliare, e, colle carte
in mano, verific la mia identit. Poi ordin d'iscrivermi al registro
dei forzati, sotto il numero corrente, e di condurmi ad una specie di
_yurta_, cui due altri minatori gi occupavano. Cessai d'allora di
essere un individuo, e non fui pi che _il numero_ 367.

All'indomani mi condussero alla miniera.

I pozzi della miniera erano in un precipizio della montagna, uno
screpolo perpendicolare, largo un chilometro ed alto duemila piedi.
La state, una magnifica cascata, prodotta dalla fusione delle nevi
dei Sablonoi, metteva in movimento una ruota idraulica al servizio
della miniera. L'inverno, quella cascata si cangiava in una gittata
di cristallo sulle pareti grigie e rossastre della roccia. La fessura
della montagna aveva delle asperit, ove si accoccavano dei ciuffi
di lichene, degli arbusti e degli albericciuoli, che, l'inverno,
assumevano l'aria di sgorbi geroglifici sur un foglio di carta bianca.
Il vertice della montagna restava accappellato di neve tutto l'anno;
gli spaldi, coperti di abeti e di betulle, prendevano per quattro
mesi un bell'ornamento verde cupo. Ora, di gi ottobre, l'inverno era
cominciato, la neve era caduta, il vento soffiava: non pi foglie, n
erba, n uccelli; un sole squallido di freddo, che si coricava alle tre
e mezzo; un cielo sovente splendido, la notte, chiaro il giorno, ma
rischiarando poco; o l'uragano di neve, che polverizzava ed aguzzava ad
aghi la brina della vigilia. Una tristezza infinita succedeva ad una
fatica snervante.

Io aveva visitate, nei miei viaggi, le miniere dell'Inghilterra,
del Belgio, dell'Allemagna, perocch io aveva studiato la geologia
e la mineralogia. Non avevo fatto, del resto, che studii utili--e
perci molto poco di scienze morali e punto di metafisica. Le miniere
della Siberia non m'offrirono alcuno di quei progressi che facilitano
l'esplorazione, raddoppiano la produzione, garantiscono la vita e la
salute del minatore. Quindi, non pompe idrauliche per l'estrazione
dell'acqua e la trazione del minerale, non ferrovie nell'interno
delle gallerie, non _men-engine_, come si chiama in Inghilterra, o
_fahrkunst_, come si addimanda in Germania, per salire e discendere i
minatori; non l'assisa salubre del minatore inglese e la candela al
cappello che lo rischiara.

Il pozzo dell'Ukbul aveva 430 metri di profondit, ad asse inclinata.
Bisognava discendervi per una scala interminabile, con rare panche
di riposo,--operazione che prendeva un'ora e mezzo, e due ore per
salire, e dava agli operaj delle anemie, di cui infine morivano. Alcuni
preferivano a questa fatica, quando il potevano, il paniere a minerale,
cos pericoloso.

Dugento cinquanta minatori lavoravano all'opere diverse dell'interno,
sorvegliati da caporali, sorvegliati essi pure da un capitano, e tutti
sotto la direzione d'un intendente. La miniera aveva degli strati di
rame e di stagno. Io era stato destinato al traforo delle gallerie.
La miniera aveva parecchie gallerie laterali e parecchi pozzi negli
strati, ove ci recavamo, sospesi ad un pezzo di fievole corda avvolta
ad un verricello. L'infiltramento dell'acqua, durante l'inverno,
diminuiva moltissimo, e l'acqua gelava appena messa in contatto
dell'aria nel serbatoio. La si tirava su allora nel paniere a minerale.

Io non obblier giammai la prima impressione che mi colp.

Erano le otto del mattino, quando misi il piede sul primo piuolo della
scala del pozzo. Le poche lucerne, che fumigavano nei buchi del muro,
servivano a constatare, anzi che rischiarare le tenebre. Sul mio capo,
delle ombre che si sprofondavano nel baratro; sotto i miei piedi, degli
spettri, ai quali la poca luce, che filtrava dall'alto, esagerava i
cenci selvaggi e le proporzioni difformi. Ciascuno si vestiva di ci
che poteva; di brani di pelle di vitello marino o di montone, di lembi
della casacca del galeotto. I sembianti erano divenuti orridi. Ogni
compagnia era seguita dal suo caporale, armato di scudiscio. Queglino
che avevano raggiunto il fondo del pozzo lavoravano gi, ed io udiva i
colpi del martello, il rumore metallico del punteruolo risuonante sulla
roccia. La banda, di cui io faceva parte, si ferm ai tre quarti della
scesa, ad una galleria traversale che si prolungava.

Si lavorava gi ad un pozzo interno scavato nel filone. Si praticava
un buco di mina, battendo l'un dietro l'altro sullo scalpello, cui un
terzo minatore sosteneva. Il macigno era duro, e scintillava sotto
l'addentar dell'acciaio. In una galleria vicina, si trasportava il
minerale abbattuto fino al sito dell'estrazione. Il luogo era schiarato
appena. L'aria mancava, e la respirazione ne soffriva. Bench pi calda
che alla superficie del suolo, l'aria era ancora pizzicante e viziata
in quel dedalo inestricabile, ove si affondava e circolava. Il terreno,
che scavavamo per profondar le gallerie, si sbricciolava, quando non
incontravamo il piperno: quindi due pericoli, due catastrofi, che si
rinnovellavano ogni settimana--degli sfondamenti imprevisti, talvolta
provocati a disegno, che sotterravano i minatori; ovvero l'esplosione
a contratempo di un cavo di mina, che li acciecava, li sfigurava o li
uccideva. Il minerale, sminuzzolandosi, degenerava in fine polvere:
arsenico, se era minerale di stagno; verderame, se era rame. Noi
respiravamo dunque del tossico a piene sorsate. Se la stanchezza ci
guadagnava, il caporale, sempre cupo e silenzioso, scaricava per
di dietro un subisso di colpi. Se si cadeva spossati, l'intendente
tratteneva i pochi kopeki di mercede, che l'intraprenditore della
miniera accordava per vivere. Imperciocch il Governo non somministra
ai condannati che due _pound_ di farina di segala--33 chilogrammi--e
cinque franchi al mese, con che bisogna nudrirsi, alloggiarsi, tenersi
in essere. I minatori possono inoltre disporre di una settimana sopra
quattro a loro talento. La giornata di lavoro era di dieci ore.

Dappoich la mia vista si fu abituata alle tenebre, io rabbrividii
all'aspetto dei dannati fra i quali mi trovavo. Degli uomini a lunga
barba, dalle lunghe zazzere orribilmente irte e luride, dal color quasi
nero, le guance ed il fronte stigmatizzati dal ferro rovente, che vi
aveva impresso la sinistra sillaba vor; cogli occhi stralunati di
collera concentrata e di disperazione, quasi nudi o peggio che nudi,
con cenci infami, l'alito fetido, la pelle scagliosa o screpolata,
bestemmiando o lamentandosi di aver fame... ovvero, se erano
condannati politici come me, dei sembianti squallidi, scarni, tisici,
dei corpi affranti, esalando l'anima, alitando, ferendosi ad ogni colpo
di vanga, uccidendosi di lavoro per non esser battuti....

Questi spettri circolavano in gallerie nere, si calavano in buchi,
disparivano nelle viscere della terra per pozzi tenebrosi: zampillavano
dal suolo l'un dopo l'altro come apparizioni dell'inferno, o
sprofondavano nelle ombre, come se il moto li avesse assorbiti. Credevo
sognare. Quando la sera rivenni alla superficie della terra, presi a
dimandarmi se non avessi avuto delle lunghe ore di delirio. La febbre
mi assal. La notte non potei chiuder palpebre. Per ventura, uno dei
miei compagni della _yurta_ era anch'egli condannato politico--un
Russo, che da Minusink avevano trasferito a Nertscinsk per punizione, e
che vi era giunto appena da una settimana. L'altro coabitatore della
_yurta_ era un brigante Tonguso, il quale aveva rubato ed ucciso.
Nessuno dei due non aveva avuto ancora il tempo di costruirsi una
capanna, ed il Governo li alloggiava nelle sue _yurte_.

A capo di una settimana, la disperazione s'impossess di me. Non
avevo pi forza per lavorare, meno ancora per intraprendere la mia
evasione. Udivo la frusta del caporale sibilare alle mie orecchie, e
non mi riposavo mai onde non essere battuto; ma ci accelerava la mia
morte. Non mangiavo pi. Il sangue mi si agghiadava nelle vene. Risolsi
finirla.

Lavoravo da tre giorni a scalzare un macigno. Mi proponevo di
allogarmivi sotto, quando cadrebbe, e lasciarmi schiacciare. Due giorni
ancora di lavoro, ed acquistavo la libert! Io scavava dunque con una
specie di rabbia tutto il d. Una fibra della mia vita se ne andava ad
ogni colpo di zappa, ma io persisteva. Ci mi sposs. All'indomani, non
potei pi levarmi. Il medico, chiamato dal mio compagno russo, venne.
Avevo febbre e delirio. Mi fece trasportare allo spedale.

Quando ripresi i sensi, quarant'otto ore dopo, mi trovai in uno
stabilimento in legno, disposto a guisa di interiore di nave. Ogni
cabina conteneva dieci malati, cacciati entro scanzie, basse e strette,
sovrapposte l'una all'altra, non lasciando fra le due file che lo
spazio necessario al passaggio di un uomo. Impossibile di dar volta
su quelle nude panche; il compartimento superiore schiacciava quello
di sotto. L'oscurit vi era quasi completa; l'aria putrida. I meno
ammalati assistevano gli agonizzanti. Il medico non osava penetrare in
quel carnaio; i forzati convalescenti rinculavano dinanzi l'officio di
infermiere. Mi sentivo morire. Rinvenni nei sensi per, come qualcuno
a cui si fa respirare un alcali in uno svenimento. Apersi gli occhi,
cercai ricordarmi, riconoscermi, ritrovarmi; potei infine distinguere
gli oggetti in mezzo a quella notte.... Orrore! Sopra due degli
scaffali di contro a me, giacevano due cadaveri in putrefazione. Mi
lasciai cadere dal mio giaciglio, e mi trascinai, a carponi, all'aria
libera, deciso di morire sotto la mia _yurta_ come un cane, anzi che
sapermi sotterrato vivo in quel sepolcro omicida. Per fortuna, il mio
Russo, Clemente Balardine, veniva a visitarmi. E' mi raccolse, e mi
port nella _yurta_....

Tre settimane dopo, ritornavo alla miniera. Il capitano, vedendomi s
magro e pallido, mi colloc in una compagnia che lavorava al di fuori,
alla trazione del minerale. Quel capitano era al postutto un bravo
uomo, malgrado le apparenze severe e rigide: era anzitutto giusto.

--Chi diavolo ha potuto mandarvi a crepar qui, mi disse egli: che
delitto avete voi commesso?

--Sono polacco, risposi io.

--Comprendo, mormor il capitano. Non vi occorre dirmi altro; l'uovo
che s'incaparbia a schiacciare il martello!

--Capitano, sapete voi che cosa  la patria?

--Io so ci che  lo Czar. Ma, non importa, credo comprendervi. Quando
mi ricordo il villaggio ove son nato, ove ho passata l'infanzia, ove ho
lasciato il mio vecchio padre, ove ho visto morire mia madre.... che il
diavolo mi porti! io non mi sento mica a mio modo.

--Ecco la patria, sclamai io. Ora supponete che, invece dello Czar,
fosse l'imperatore di Austria od il Sultano che imperasse al vostro
villaggio, come vostro padrone... e conchiudete.

Il capitano non fiat pi, e mi fece segno di andare a lavorare. Quel
bruto mi sembr sconcertato.

L'inverno fu aspro, ed io ne sentii tutto il rigore, lavorando quasi
sempre all'aria aperta. Ma non ne fui incomodato. Ero ben coperto.
Mi davo un nutrimento sostanziale. Il capitano, per una ragione o
per un'altra, trovava sempre un pretesto di destinarmi ad un'altra
occupazione, anzich a quella assai penosa di issare la gerla a
minerale. Io impiegavo la mia settimana di vacanza a costruirmi una
baracca per me solo, ed il legno non mi costava che la pena di andarlo
a tagliare sulla montagna e trascinarlo.... E sempre facendo sembiante
di assestarmi definitivamente e di rassegnarmi alla mia sorte, io
prendeva delle misure per svignarmela.

L'evasione non presentava alcun ostacolo invincibile: non avevo che
a seguire il corso della Schilka ed abbordare la thalweg dell'Amour,
ove comincia la frontiera cinese--la Mandchuria. Formai i miei piani;
tirai le mie linee. Rimisi la realizzazione del mio progetto al mese
di marzo, quando il paese  ancora gelato, ma l'intensit del freddo 
diminuita, e quando i giorni sono pi lunghi. Raccoglievo infrattanto
delle informazioni sui posti dei Cosacchi che guardavano i confini,
sulla protezione che potevo promettermi dalle Autorit cinesi.
Conoscevo gi da lungo tempo la topografia del paese, che avevo a
percorrere per recarmi, sia a Pekino, sia nella Corea, sia alle sponde
del mare del Giappone. Insomma, io mi abituavo a considerare la mia
deportazione in Siberia come una partita di piacere, un'occasione
singolare per accoccare una beffa allo Czar, quando una circostanza
venne a tagliar corto alle mie visioni.

Un giorno, verso la fine di febbraio 1864, il signor Astatchef, il
concessionario delle miniere, arriv.

E' veniva da Omsk, da Irkutsk, da Nerscinsk. Mi aveva rimarcato,
quando io uscii dall'anticamera del generale Duhamel. Aveva appreso la
scena, che aveva determinata la mia destinazione a Nerscinsk, ed udito
con interesse le raccomandazioni dei miei compatriotti. Egli aveva
interrogato il generale, che si era mostrato afflitto della severit
con cui mi avevano colpito e che egli non avea osato distornare. Il
signor Astatchef aveva preso il mio nome, il mio numero di registro
a Omsk, poi il numero dei registri a Yrkutsk ed a Nerscinsk. A Ukbul
aveva dimandato delle informazioni sul mio conto al direttore e al
capitano. Non so che rapporti raccogliesse. Il fatto sta che mi fece
chiamare.

--Signore--mi disse egli, guardandomi con attenzione,--percorrendo
il registro della miniera, ho osservato che siete stato parecchie
settimane malato. Il capitano mi ha informato che  stato mestieri,
e lo  ancora, risparmiarvi per non farvi soccombere. Ora, io ho
l'abitudine di tirare dagli uomini che pago il pi grande profitto che
posso. L'uomo non sviluppa tutta la sua potenza che quando  nella
linea delle sue capacit. Egli  evidente che non  nel romper massi e
nell'avvolgere una corda che voi mi rendete il vostro meglio.

Le parole erano sensate e dure; ma egli aveva il sorriso sulle labbra,
la benevolenza nella voce. Che rispondere?

--Non sono io, dissi, che ho domandato questo genere di lavoro. Ho
fatto ci che ho potuto. Non mi lamento. Non ho dimandato di essere
risparmiato. Ora io sono il n. 367; usatene come vi aggrada.

--Calmatevi, signore, calmatevi, riprese Astatchef, non sorridendo pi.
I vostri compatriotti ad Omsk e la signora Duhamel ella stessa vi hanno
raccomandato a me. Ho promesso raddolcire la vostra sventura; vogliate
rendermi questo cmpito facile. La vita non  tollerabile che quando
la si accetta tale quale , lavorando sempre a migliorarla. Voi vi
rammentate troppo.

--Ma....

--Calmatevi, vi ripeto. Voi dovete avere altre attitudini. La vostra
missione nel mondo non era di esser minatore. Non vi hanno appreso
solamente a tirar moschettate contro i Russi. Io non biasimo le
moschettate. Mio padre ne tir non male contro i Francesi, i quali
vennero a fare appo noi presso a poco quello che noi facciamo contro
di voi. Ma, insomma, poich vi hanno condannato ai lavori forzati, e
che vi hanno destinato alle miniere che io fo lavorare, proviamo, io
di piacervi, voi di essermi utile. Quale  dunque l'occupazione che io
posso darvi? Cosa sapete fare?

--Non so far nulla, e posso far tutto. Scegliete voi stesso. So il
francese, l'inglese, il tedesco. Parlo il russo come voi. Scrivo tutte
codeste lingue. Conosco benissimo la scrittura, la scherma, la musica,
il disegno, persino la pittura. Ebbi, per dirigere i miei studii,
un uomo che diceva: bisogna imparare dapprima le cose utili per s
e per gli altri--ed ei m'insegn la storia naturale, la botanica,
la geologia, la chimica, la fisica, la meccanica, le matematiche,
l'economia politica, la storia.... Restammo l. La rivoluzione mi
chiam.

--Come? avete tutto codesto nel vostro capo, e sareste ridotto a non
servirvi che delle vostre braccia? No, no, io non penso che ci sia
giusto. Abbandonerete la miniera. E' mi sembra impossibile che il
governatore della Siberia orientale non trovi qualche cosa a farvi
fare, non fosse che chiamarvi a suonare i valzer sul piano della
signora Jukowski per far danzare le sue figliuole! Infrattanto, vi
prendo come mio secretario fino ad Yrkutsk. Ho non poche carte da
mettere in ordine, e son dietro da redigere una memoria per lo Czar.
Voi vi caverete di questa bisogna meglio di me, poich voi siete
economista, geologo e botanico.....

--Io non ho lo stile imperiale, signore: ve ne prevengo.

--Lo ritoccher io. D'altronde non si tratta di suppliche. Io era un
semplice mercante di Tomsk, e col lavoro e l'industria ho guadagnato
qualche milione, e ne fo guadagnare per centinaia al Governo. Ho avuto
l'occasione di vedere, di osservare, di riflettere molto. La non pu
durare cos in Siberia. Ci mandano qui, tutti gli anni, diecimila
condannati in media, senza contare gli anni ubertosi delle rivoluzioni
polacche; i matrimoni non scarseggiano; la vita non  punto cara: al
contrario; il suolo produce tutto, malgrado gli otto mesi di verno
terribile che pesa su noi; abbiamo dei corsi di acqua magnifici; uno
strato di _humus_ fertilissimo sopra un letto di ghiaccio eterno;
le comunicazioni sono facili; la terra non costa quasi nulla.... e
nondimeno, la Siberia  il soggiorno della desolazione e della miseria.
No, la non pu durare cos. Vi  un vizio radicale nel sistema. Io
non pretendo averlo scoverto, ma avr il coraggio di segnalare almeno
qualcuno dei difetti secondarii.

--Fate attenzione, gli dissi: codesto coraggio potrebbe divenirvi
fatale.

--In Russia non vi  di fatale che la verit politica. Del resto, non
vi  a mutar nulla. Noi saremo un giorno assai fortunati di avere i
Cosacchi per imporci la libert! Il male che io segnalo  di natura
affatto economica: gli  lo sciupo delle forze. Si aggioga un elefante
per trasportare un foglio di carta! Non vi  proporzione tra lo sforzo
ed il prodotto. Si distorna l'attivit umana dalla produzione utile,
durevole,--l'agricoltura,--per la produzione effimera e minima,
comparata agli strumenti che si usano, le miniere... Ma parleremo di
ci. Ci siamo dunque intesi. Partiremo fra un'ora. Siate pronto.

Rimasi atterrato. Questo cangiamento di posizione rovesciava il mio
avvenire. Bisognava ricominciare il progetto della mia liberazione sur
un altro piano, scegliere forse un'altra via. Se fossi stato sicuro
almeno di restare ad Yrkutsk!....

Due mesi dopo, il governatore di Yrkutsk mi nominava professore di
lingua francese in uno istituto di fanciulle, magnifico stabilimento
consacrato alla educazione ed allogato sotto la protezione, s'intende,
dell'imperatrice, rappresentata dalla moglie del governatore. Coprivo
inoltre l'album della signora Jukowski di paesaggi e caricature,
suonavo le contradanze, come Astatchef l'aveva bene indovinato, e
giuocavo agli scacchi col generale. Tutto ci per 100 rubli al mese!
Me ne andavo in brodo di giuggiole. La mia fuga diveniva una certezza.
La frontiera toccava per cos dire la mia porta. La citt di Kiakhta 
a tre o quattro giorni, per _slitta_, nell'inverno, e l comincia la
Cina. Pekino non  che a 360 leghe.

Rimisi dunque il compimento del mio progetto al prossimo inverno.
Infrattanto, per abituare il mondo alla mia disparizione, feci
dimandare al generale Jukowski, da sua moglie, il permesso di andare a
caccia. E l'ottenni.


VII.

Un incidente complic il mio destino.

Evvi a Yrkutsk un numero considerevole di esiliati polacchi. I
deportati del 1862 sgomitano queglino del 1848, questi i deportati del
1831, e tutti salutano i vecchi avanzi del 1825. Tutti costoro, bene o
male allogati, esercitano un'industria, occupano un posto, riempiono
una funzione; e ci tanto pi facilmente, che taluni degli emigrati
delle epoche che ho ricordate, han potuto ritornare ai loro focolari,
dopo quell'equivoca amnistia del 1855. Il colonnello Niemcewski
apparteneva alla categoria del 1831. Io aveva udito pi di una volta
mia madre parlar di lui come di un amico intimo di mio padre. Fui
felice di apprendere ch'egli abitava Yrkutsk; imperciocch egli non era
stato compreso nell'amnistia. Mi recai immediatamente da lui.

E' dimorava nel sobborgo, in una casipola di legno, vivendo
poverissimamente della piccola pensione di proscritto del Governo e
delle limosine dissimulate dei suoi compagni di sventura. Una fanciulla
di quindici a sedici anni, di una grande bellezza, sua figlia, venne ad
aprirmi la porta, e mi annunzi al vegliardo.

Il colonnello aveva poco pi di sessanta anni, ma pareva ne avesse
ottanta. Cieco da dieci anni, e' si teneva accovacciato sur una
seggiola, e si bagnava al sole che filtrava dalla sua finestra. I suoi
lunghi capelli bianchi, ben pettinati, gli cadevano sulle spalle. I
suoi vestiti, bottonati fino al collo, frusti ma lindi, lo serravano
militarmente. Un cane gli teneva luogo di sgabello.

--Sareste voi per avventura parente del mio amico Taddeo Lowanovicz,
signore? mi dimand egli, udendo il rumore dei miei passi.

--S, colonnello; sono il suo primogenito, risposi io.

E' si alz, e mi strinse fra le sue braccia. Tremava in tutta la sua
persona. Delle lagrime scorrevano sulle sue guance. Si accasci quasi
sulla sedia; poi, cercando la mano di sua figlia e mettendola nella
mia, cui egli continuava a premere, sclam con voce profondamente
commossa:

--L'onnipotente Dio sia benedetto! Cesara, io posso morire senza
disperarmi adesso; Dio ti ha mandato un fratello.

Io era inginocchiato da un lato della seggiola del vecchio, Cesara
dall'altro. Ci levammo con un simultaneo sentimento istintivo, e le
labbra di Cesara e le mie si toccarono.

--Ve lo giuro sul patibolo di mio padre, colonnello, sclamai io, io
sar un fratello per la figliuola vostra, un figlio per voi.

All'indomani, aiutato da un falegname, cominciai ad aggiungere una
stanzuccia alla capanna del colonnello. Due settimane dopo, io aveva
un focolare. La consolazione entr nella famiglia. Cesara vi spandeva
talvolta la gaiezza: ella cantava con voce meravigliosa i nostri vecchi
inni polacchi. Io non parlava pi di evadermi, o piuttosto ne parlavamo
come di un progetto aggiornato ad un'epoca indeterminata. Perch? Ho
bisogno di dirvelo?

La primavera, la state passarono senza incidenti. Io aveva conquistato
la stima del generale Jukowski, l'affezione della parte femminina della
sua casa, la benevolenza dell'istituto ove insegnavo, e la simpatia
di tutta la citt, senza mettervi gran che del mio, conservando una
dignit molto vicina alla fierezza. Vivevamo nell'agiatezza. Il signor
Astatchef mi aveva regalato 500 rubli per la memoria che io aveva
redatta sulle sue note, completandole, e che egli aveva trovata di
pieno suo gusto ed aveva gi indirizzata al Governo, a Pietroburgo. I
miei 1000 rubli erano quasi al completo. Sgorbiavo ritratti, che mi si
pagavano, e dei bozzetti di paesaggio o caricature per gli album delle
dame di Yrkutsk, che io offriva quando elleno me li dimandavano. Due
avvenimenti vennero ad offuscar questo cielo radioso.

Alla fine di agosto, il colonnello mor subitamente, di un'aneurisma al
cuore.

Nel mese di settembre, arriv il generale Ozeroff, governatore di
Jakutsk.

Questo generale, aspettando l'asciolvere, si mise un mattino a
sfogliare l'album che io aveva regalato alla signora Jukowski, esposto
in vista sur una tavola nel salone. Egli fece i suoi complimenti a
questa dama, da uomo galante, sulla ricchezza del suo album. Io entrava
proprio allora per parlare al generale. Madama Jukowski mi present al
suo ospite, il generale Ozeroff....

La scatt come una palla, e fu accordato su due piedi per un movimento
irreflessivo, ma irrevocabile: il generale Ozeroff mi chiese al suo
collega per dare delle lezioni di disegno alle sue figliuole! Il
generale Jukowski mi consegn, da una mano all'altra, come una delle
curiosit cinesi dei suoi stipi. Madama Jukowski non ebbe neppure
il tempo di gridare: E le mie polke! chi dunque suoner i miei
_Lanciers?_ Io aveva cangiato di proprietario. Non restava pi che una
piccola formalit di cancelleria da compiere per mutare il mio numero,
e tutto era in ordine. Non si diedero neppure la pena d'interrogarmi,
di chiedere il mio avviso, bench io mi fossi presente!--E' non si
trattava pi di un uomo.

Essi mi avevano non pertanto fulminato.

Dopo la morte del colonnello, l'amor mio per Cesara aveva acquistato
l'intensit di una passione irresistibile. Nel rantolo dell'agonia,
il padre mi aveva supplicato di proteggere sua figlia. Io lo aveva
promesso.

--Voi la sposerete! fu l'ultima parola del vegliardo.

--La sposer! fu l'ultima parola che egli pot udire sulla terra.

Che promessa avevo io fatta!

Il deportato in Siberia non si pu ammogliare che nella classe la pi
infima e la meno rispettabile della societ. Se egli vuole contrarre
altri legami, il concubinaggio, per esempio, egli  libero. Ma, se
vuole sposare una giovinetta di condizione elevata, o anche nella
posizione di Cesara, e' bisogna dimandare ed ottenere il permesso dello
Czar. In un modo e nell'altro per, i suoi figli restano egualmente
servi della Corona. Se egli  amnistiato, i suoi figliuoli non possono
accompagnarlo: e' sono esclusi dall'amnistia, e non cessano di esser
servi.

L'ukase dell'emancipazione ha migliorato un po' le condizioni di questi
miserabili.

Potevo io dunque tenere la mia promessa?

D'accordo unanime, Cesara ed io, aggiornammo la nostra unione, la quale
non poteva essere benedetta che sur una terra libera. Infrattanto,
accelerammo i preparativi della fuga.

Essendo ad Yrkutsk, e non volendo esporre Cesara alle avventure di ogni
sorta di una traversata del deserto, inevitabile per recarsi a Pekino,
io aveva risoluto che avremmo provato di arrivare al mare di Okhotsk,
sul Pacifico, costeggiando i contrafforti del Baikal e dei Sablonoi, e
che avremmo cercato imbarcarci sur un naviglio europeo.

Questo itinerario, gremito altres di pericoli, lungo, irto di
difficolt, era un atto di disperazione. Nondimeno, non andavamo a
tentare Dio.

L'ordine della partenza per Yrkutsk si abbatt sulle nostre speranze, e
le stritol.

Cosa fare? Scrissi la dimanda allo Czar per isposar Cesara, e la
portai al generale Jukowski. Gli confessai il mio amore. Gli parlai
della promessa che avevo fatta al padre. Gli dipinsi la situazione di
questa giovinetta restata sola. Madama Jukowski si trovava presente.
L'avevo prevenuta ed interessata in mio favore. Ella ottenne da suo
marito e dal generale Ozeroff che la mia fidanzata mi accompagnasse a
Yakutsk. Rividi il cielo aprirsi sul nostro capo.

Incaricai uno dei miei compatriotti di vendere la nostra casetta ed i
pochi arredi e mobili che non potevamo trasportare, ed affagottai il
resto.

Partimmo da Yrkutsk il 17 settembre 1864.

Percorremmo dapprima un'assai bella strada, fiancheggiata di rododendri
e di campi coltivati. Ma il d vegnente, il paese cangi, e divenne
triste e sterile. Avevamo lasciato a sinistra le sponde dell'Angara. A
Katsciugsk, c'imbarcammo, il 19, in un povozok sulla maestosa Lena.

Questo fiume prende la sua sorgente nei monti che circondano il Baikal,
e da questa sorgente fino al mar Glaciale, ove si getta, percorre 1240
leghe. Ne avevamo percorse gi circa 660 fino a Yakutsk. Le sue acque
sono torbide e scapigliate. Il suo corso  seminato di risucchi, di
isolette, di banchi di sabbia, di oasi. In qualche sito essa  larga
nove chilometri; a Yakutsk ne ha ben sette. La Lena traversa il paese
dei Tungusi, dei Yakuti, trib nomade della famiglia dei Mantsci.
Essa riceve parecchi affluenti considerevoli: l'Orlenga, la Kuta; dei
laghi numerosi riempiono gli intervalli dei corsi di acqua. La vallata
della Lena si compone di strati di terra gelata, alternati da strati
orizzontali di puro ghiaccio. Gli  nelle _toundras_ di questi laghi
che si rinvengono gli avanzi di elefanti e di altri mammiferi, che
Adams raccolse per il primo, il mammuth che si vede all'Accademia di
Pietroburgo.

Il paesaggio variava poco, quando non scompariva affatto, talmente gli
argini della riviera sono alti. Da Katsciugsk fino a Riga, 400 verste,
il paese  montuoso, imboscato, pittoresco, coltivato, quasi ridente.
A Riga, le montagne si schierano, e divengono rocciose; ma la Lena se
ne sbriga, e continua il suo corso fra due rive basse. Ad Ust-Kutsk,
scivoliamo sopra banchi di sabbia. Da Zaborya a Kirensk, la Lena
descrive delle grandi curve. Traversammo Kirensk, dai bei giardini,
la notte. A Tcheki, famoso pel suo eco, a 250 verste da Kirensk,
cominciano le rocce calcaree, che penetrano nel letto del fiume, la cui
dimensione aumenta fino a Olekma, sur uno spazio di 350 verste. Poi la
coltura cessa, e le sponde si abbassano di nuovo per 150 verste. Qui
le rive divengono erte, ed il talco del suo suolo si colora a verde
pallido.

La Lena si allarga sempre, divenendo pi calma. Scendemmo ad Olekminsk,
ove il governatore aveva non so che ordini a dare. Povero borgo, reso
pi triste ancora dall'aspetto dei Tungusi: grosse teste difformi,
coperte di una zazzera lunga, arruffata, sporca, con larghe spalle
donde piove una cascata di cenci, e gambe esili terminate da piedi
enormi. Vicino alla stazione di Batomoy, 180 verste da Yakutsk, le
rocce della sponda destra s'innalzano a picco. Un poco pi innanzi,
ebbimo lo spettacolo sorprendente di una foresta, che brucia e
rischiara la nostra traversata di notte: dei fantasimi strani prodotti
dalle nuvole di fumo, penetrate di luce purpurea! Ad Ulakhani, a 50
verste da Yakutsk, cessa la dimora del contadino russo, e comincia il
paese dei Yakuti.

Il 21 ottobre, arrivammo a Yakutsk, con grande pena e non senza
pericoli, considerevolmente avariati dalle zanzare.

La Lena correggiava gi i suoi giovani ghiacci, e parecchie fiate
ebbimo ad aprirci la via, rompendo le prime lamine di ghiaccio.

Alle tre, era notte.

Mi avevano relegato a Yakutsk per lavorare nella cancelleria del
governatore di questa provincia, con 70 rubli di stipendio, come
l'inverno precedente io aveva lavorato alle miniere. Le lezioni di
musica, e pi tardi le lezioni d'inglese e di piano, e la partita di
scacchi col generale non figuravano nel catalogo dei miei obblighi. Era
un piccolo cumulo, pel quale io rifiutai ogni specie di retribuzione.

--Se lo Czar mi ha fatto forzato, dissi al generale, Dio mi ha fatto
gentiluomo, come egli aveva fatto granduca Alessandro II, prima di
essere imperatore. Per quanto io sappia, le lezioni di musica e il
disegno non entrano nella categoria dei lavori forzati in Siberia.
Permettetemi dunque, generale, di non allogarveli, e lasciatemi l'onore
d'insegnare alle vostre figliuole il poco che ne conosco.

Il generale Ozeroff, da uomo bene educato, di carattere umano, istrutto
ed onesto, sorrise, e soggiunse:

--Per il favore che dimandate e che vi accordo, mi farete bene il mio
ritratto, spero bene?

--A piedi ed a cavallo, generale, risposi io: ci siamo intesi.

Il generale, vedovo adesso, aveva due figliuole: la primogenita,
Alice, un cotal che di cosacco, di venti anni, alta, violenta, col
naso all'ins, le labbra carnose e frementi, gli occhi neri, ardenti,
altieri, audaci, provocatori.... un turbine! L'altra, Elisabetta,
una piccola miss inglese, di dieciotto anni, dolce, carezzevole,
bellissima, ipocritissima, ghiottoncella, dai capelli cenere,
dagli occhi grigiverdi.... il languor sano! Elleno governavano il
governatore. E non debbesi che a me, se io non ne governai almen una.
Ma io avevo il cuore preso altrove.

Fui ricevuto dalle due damigelle come la confettura sul pane. Elleno
avevano infine un uomo, un giovane di assai buon lignaggio, per
diventare il loro cavaliere di compagnia; non molto brutto, divertevole
per ordine, pieno di riserbo, che aveva molto viaggiato, ed era
abbastanza atto a sostenere il loro cicalo nelle interminabili sere
d'inverno. Il mio solo torto, forse, era di amare qualcuna. Ma, chi
sa? gli uomini sono cos volubili! Non era che da due anni soli che le
signorine Ozeroff abitavano Yakutsk.

Prima di entrare in funzione, dimandai due giorni di congedo per
installarmi. Affittai una piccola casa in legno, all'estremit della
citt, sulle sponde di un ramo della Lena. Io mi misi subito a
costrurre un nuovo mezzano di tavole alla bell'e meglio, per staccarne
una stanzuccia, un'alcova per Cesara. Noi non eravamo ancora maritati.
In Siberia, i letti sono un arnese incognito, perfin nelle case dei
governatori, che giungono di Europa. Si dorme tra due strati di
pelli o di tappeti, e vi si dorme assai bene e assai caldamente. Io
aveva portati da Yrkutsk gli oggetti i pi costosi del mobilio del
colonnello. Comperai qualche utensile indispensabile, e fummo bentosto
in famiglia.

Ma era provvisorio.

La nostra evasione restava ferma pi che mai, sotto il deso della
libert ed il soffio ardente dell'amore.

Eravamo in novembre. I giorni non avevano che tre ore, e due di
crepuscolo. In decembre e gennaio, il sole non si vede affatto pi: la
notte  eterna.

Un funebre lenzuolo di neve copriva il mondo a perdita di vista. E ci
per otto mesi dell'anno. La neve si accumulava fino all'altezza delle
case, cui essa talvolta schiacciava. La violenza del vento gittava per
terra le pi solide. Un freddo di 30 a 40 gradi sotto lo zero (Raumur)
tagliava la respirazione, e provocava un impeto di tosse ad ogni parola
che si tentava pronunziare. Per fortuna, le legna costavano poco. La
contrada  circondata di selve, ove un cane non si aprirebbe il passo.
Gl'indigeni risentono appena questa inclemenza della natura, e non si
lamentan guari di questo cielo di ferro. Essi vivono di caccia, battono
un mare di neve di parecchie centinaia di miriametri di circuito
per uccidere delle renne, dei zibellini, degli alezani morelli,
onde pagare il loro tributo allo Czar; poi delle volpi dalla gola
scura, delle volpi rosse, delle volpi dei ghiacci, degli scoiattoli,
degli ermellini, degli orsi bianchi e neri. Nei due mesi di state si
vive di pesca; perocch le numerose correnti di acqua ed i laghi di
queste contrade sono ricchi di _salmo nelma_, di _salmo lavaretus_,
di storioni, di ablette, di sterleti, di amuli ed altri pesci, che
mangiano putrefatti e crudi.

La primavera  la stagione pi dura e pericolosa: le nevi ed i ghiacci
cominciano a fondere. Le paludi sono un'imboscata ad ogni passo;
perocch non si pu penetrare neppur nelle foreste, senza sprofondare
in un suolo mobile ed acquitrinoso, talvolta fino al petto. Non si
mangia allora che le bacche raccolte: l'airella rossa, la camerina
nera (_empetrum nigrum_), il lampone rosso, l'uva orsina ed il frutto
della rosa canina. Nei due mesi di state, il sole occupa il cielo in
permanenza, ed allora la prateria sboccia a vista, il grano nasce,
matura, ed  raccolto; il ricolto dei fieni si opera a furia onde
approvvigionare gli stab del magro pasto dei bestiami e dei cavalli
per otto mesi dell'anno.

Io m'ebbi queste ed altre cognizioni dai nostri compatriotti, confinati
nelle selve paludose della Lena. Da tutto quanto appresi, da quanto
vidi, mi formai il criterio dell'epoca che avevo a scegliere e della
strada a battere nella mia fuga. Ottenni dal generale il permesso di
cacciare, e mi servii dei suoi fucili. Io aveva comperato a Yrkutsk
secretamente, prima di partire, due revolver ed una carabina a due
canne: ci che aveva aperta una bella breccia nel mio tesoro. Ma,
siccome queste armi dovevano essere l'istrumento di mia salvezza, cos
io le tenni preziosamente celate, e le custodii con amore.

Feci, durante l'inverno, parecchie escursioni, accompagnato altres due
o tre volte dalla signorina Alice e da un manipolo di Cosacchi. Partivo
in slitta a cavalli, e restavo fino a tre giorni assente. Volevo
abituare il generale a non vedermi per parecchi giorni. Raddoppiavo
poi di zelo per compensare il tempo perduto. Io passava le mie sere
in casa sua, e vi portavo la gaiezza con la musica, le caricature,
le sciarade in azione che improvvisavamo, le partite di scacchi o di
picchetto. Il generale mi trattava con affabilit, ma io non obbliai
giammai che io era un forzato, onde non farmelo ricordare, se per
avventura mi permettessi o lasciassi prendere un po' di dimestichezza.
Il contegno dalla mia parte gli imponeva rispetto. Organizzammo perfino
qualche balletto, quantunque le signore non fossero numerose a Jakutsk.
La _siberienne_, al suono del _gausli_, specie di salterio, ci mise
sovente in vena di _cancan_. Ma io non condussi giammai Cesara con me.
Chi avrebbe creduto ch'essa non mi fosse altro che una sorella? La
feci passare per tisicuzza, onde giustificare il suo ritiro. Io divenni
dunque indispensabile pel generale e per le sue figlie; troppo forse,
perch l'uno e le altre mi pigliavano il tempo di cui io avevo mestieri
per lavorare ai miei apparecchi.

Non potendo pi evadermi questo anno, io aveva aggiornata la nostra
partenza al mese di novembre 1865: in novembre, perocch, tutto
calcolato, l'inverno eliminava gli ostacoli insormontabili. A
quell'epoca dell'anno, gli stagni, i fiumi sono gelati; le foglie
degli alberi nelle foreste sono cadute, e tutto il paese  divenuto
una strada. Io poteva allora correr dritto dinanzi a me, senza seguire
i tragitti governativi. Potevo risparmiarmi di passare per le case di
rifugio, le stazioni, ed evitare sopra tutto gli _ostrogs_--posti di
Cosacchi disseminati nella contrada, piccole fortezze perdute in mezzo
alle nevi--senza parlare degli altri agenti della polizia russa, pronti
sempre a dimandar passaporti ed estorcere mancie. Il mio solo nemico
serio oggimai era il Russo officiale, od il suo cane, il Cosacco.

In seguito ai ragguagli pi minuti raccolti, io vedeva aprirsi innanzi
a me due vie: discendere la Lena fino alla foce dell'Aldan, rimontar
questo fiume fino alla foce dell'Utsciur, risalire questo corso di
acqua fino alla sua sorgente, varcare i monti Stanovoi e recarmi ad
Udskoi, alle sponde del mare di Okhosk, per trovarvi una nave europea;
ovvero tirar dritto, a traverso i deserti di neve e di ghiaccio, i
boschi e le trib dei Jakuti, dei Tsciuvani, degli Jukaghiri, dei
feroci Tsciuktscias, e raggiungere il golfo di Andyr, nel mare di
Behring. La prima strada era la pi corta, la pi facile, la meno
pericolosa; imperciocch, quantunque il letto dei fiumi gelati fosse
soppannato di un materasso formidabile di neve, una slitta poco carica,
tirata da tre renne, poteva bene o male trionfare di tutte queste
difficolt. Non pertanto, io mi decisi per la via a traverso le steppe
ed a recarmi allo stretto di Behring. I porti sul mare di Okhotsk sono
frequentati da bastimenti da guerra russi, sopratutto da qualche anno
in qua; il commercio in questi porti  praticato dal cabotaggio russo
e dalla Compagnia russo-americana, ed il naviglio europeo ed americano
bazzica piuttosto i porti del Kamtsciatka. I posti dei Cosacchi sono
pi numerosi tra Yakutsk ed Udskoi od Ayan, che tra Yakutsk ed il
capo Orientale od il capo Navarino nello stretto di Behring. Questa
risoluzione irrevocabilmente presa, mi misi all'opera.

Io aveva reso qualche servigio ad un tal signor Jodelle, vedovo poco
desolato di una modista parigina, venuta da Mosca e morta a Jakutsk.
Il signor Jodelle si diceva repubblicano, come tutti i commessi
viaggiatori che fanno cattivi affari, ma e' sobillava ci dall'orecchio
all'orecchio, e non favoriva mai i Russi della confessione dei suoi
principii politici. Egli continuava a fabbricare cappellini da donna
con delle modiste Jakute, ma fabbricava sopratutto dello Sciampagna,
che spumava e schioppettava, col succhio fresco della betulla; ei
comperava pellicce, vendeva degli oggetti di vetro e del th a
pani, insegnava la mazurka ed i _lanciers_ e perfino gli sgambetti
di Chicard, commetteva dei _calembours_, e componeva le liste dei
desinari. Al postutto, bravo uomo, discreto, odiante i Russi, e felice
di render servigio alle persone, fossero desse perfino Cosacchi.

Mi era indispensabile avere un complice per certe compere, che, fatte
da me, avrebbero destato sospetti sulle mie intenzioni. Io risolsi
confidarmi ad un uomo che mi sembrava incapace di tradimento, e
che, anche scoverto, il governatore non poteva far morire sotto lo
Knut. Aiutato da Jodelle e da Cesara, i miei preparativi avanzarono
bellamente. Durante lunghe sere d'inverno, che non passai dal
governatore, mi costrussi una slitta leggera, una specie di barella
ad angolo ottuso, ove due persone potevano restare coricate in tutta
la loro lunghezza, avente una predella ed una cassa. Io la foderai
accuratamente di pelli d'orso e di cuscini di piume, e vi adattai un
mantice e delle bandinelle di pelle di renna. Quanto a me, un abito
di forte rascia sotto un astuccio di pelle di renna che mi copriva
dalla testa ai piedi, a mo' dei Jakuti, un _chest-protector_ di pelle
di volpe sul petto, una specie di pelliccia, un berretto a pelo,
bastavano, credeva io, per preservarmi contro un freddo di 50 gradi.
Poi, dei grossi guanti, due paia di usatti di pelle di lepre dentro
lunghi stivali tuffati essi stessi entro dei _chiravar_ di pelle di
orso, compievano l'abbigliamento.

Cesara cuc per lei tre vestiti di flanella, sovrapposti l'uno
all'altro, adattati alla pelle; su questa epidermide di flanella
una camicia di pelle di renna col pelo dentro, tinta a rosso con la
corteccia dell'ontano; un abito di pelle di volpe sotto un altro di
pelle d'orso camosciata, col pelo dentro anch'essa: sopra tutto ci due
pellicce. Coricata nella slitta, imbacuccata cos, coverta di pelle
d'orso, Cesara poteva sfidare i freddi polari i pi selvaggi. Ci era
l'essenziale. Se trovavamo per via delle _yurte_ d'indigeni, potevamo
poi dimandar loro un ricovero per le ore di riposo; se le _yurte_
mancavano, la si sarebbe restata coricata nella slitta, guarentita
contro tutte le intemperie, o sotto la _pologue_--piccola tenda in
pelle di renna di due metri quadrati sopra tre di altezza, che io
avvolsi ed allogai nella slitta. Mettemmo nella cassa, sotto il letto
del veicolo, due abiti di state. L'estate precedente avevamo avuto un
caldo di 34 gradi Raumur.

Io aveva le mie armi: due revolver ed una carabina a due colpi, vale a
dire dodici colpi, dodici vite, prima di esser obbligati a ricaricare.
Cesara tirava la pistola altrettanto bene che io stesso. Con ci, 470
cartuccie. Siccome la cacciagione e la carne non costavano quasi nulla
la state, cos Cesara aveva preparato una trentina di kilogrammi di
_pemmican_, o estratto di carne, ci che, da solo, avrebbe bastato per
nudrirci quattro mesi; poi una quantit sufficiente di carne e pesce
secco. Io non poteva caricare la slitta al di l di 350 kilogrammi,
perch le renne non trascinano un forte peso. Ebbi dunque a rinunziare
ad una buona provvigione di acquavite. Presi un po' di farina, del
sale, del biscotto, del tabacco, e sopratutto del th. Poi due accette,
una sega, un laccio, una rete, due coltellacci, un calderino, uno
spiedo, una marmitta, una lamina di rame per collocarla sulla neve ed
accendervi su il fuoco, ed altri minuti oggetti.

La costruzione della slitta ed il suo approvvigionamento si fecero
lentamente, nascondendo il tutto dietro l'alcova di Cesara. Io contavo,
al peggio andare, sul viaggio di un anno, restando, bene inteso, nei
recessi di un bosco nei mesi di giugno, luglio e agosto, ovvero dal
mezzo maggio al mezzo settembre. Io credevo potermi dispensare di una
guida e camminare dritto davanti a me, orientandomi colle stelle. Ma,
dopo nuove informazioni prese e storie udite, risolsi di assoldare
un Jakuto che il signor Jodelle conosceva da anni, e di cui aveva
sperimentato la sagacia, la fedelt e le cognizioni esatte delle steppe
che io aveva a traversare nella Siberia del nord fino allo stretto
di Behring. Il mio Jakuto aveva fatto il mestiere di cacciatore e di
_promichleniks_, cercatore di denti di mammuth, per venti anni, ed
abitava Killaem, a due _hoes_ e mezzo (50 verste) al nord di Jakutsk,
sulla Lena.

Io aveva dati tanti passaporti agli altri, in nome del governatore,
potevo dunque bene appropriarmene uno alla mia volta, sotto nome
russo. Feci anche di pi: mi detti, per ogni ventura, una commissione
del Governo di Pietroburgo: studiare e tracciare i piani della costa
del golfo di Anadyr ed altri punti nello Stretto, richiedendo,
all'occorrenza, l'aiuto e la protezione degli uffiziali dello Czar.
Nulla mancava alla lettera di commissione: l'avevo calcata sur un'altra
simile, che avevo trovata negli archivi della cancelleria. A dir vero,
mi vergognavo di questa falsit; ma la tirannia ingenera logicamente
e fatalmente il delitto. Contavo, del resto, non valermi giammai n
dell'una n dell'altra di queste carte. Cangiai quattrocento rubli
di oro in biglietti da cinque e dieci rubli. Insomma, presi tutte
le precauzioni, previdi tutti gli avvenimenti e le venture.... Non
sospettavo ancora che la fatalit prendesse tanta parte nel destino
umano, e che, se l'uomo si agita, Dio lo mena.

L'inverno pass gaiamente. Alla primavera, le figlie del generale
vollero provarsi a dipingere il paesaggio preso dalla natura, e facemmo
lunghe corse in slitta nelle superbe praterie che si stendono lungo
la Lena--quando questo fiume non ne fa dei paludi--e nelle splendide
foreste. Alice cacciava, mentre Elisabetta dipingeva. Nella state,
accompagnai il generale nelle sue escursioni attraverso la provincia di
suo governo, ed ebbi l'occasione di studiarne un poco la topografia e
segnare i punti pi vicini di Jakutsk, che dovevo evitare. L'autunno,
pescammo e cacciammo di nuovo, facendo progetti per l'inverno; perocch
io aveva definitivamente acquistato la stima e l'amicizia del generale,
e l'una delle sue figliuole pregava Iddio di tutto cuore--se pur mai
pregasse--che il permesso del mio matrimonio con Cesara non arrivasse
giammai.

Il 1. novembre spunt. Il cielo mostrava talvolta il suo sole freddo
e giallastro, e spiegava la notte le stelle del suo mantello turchino.
La tempesta, l'uragano, le trombe di neve scorrevano l'aere sbrigliate.
L'ora suon.

Io pregai Jodelle di comperarmi tre renne e di far venire il
suo Jakuto, a notte fissa, al sito designato. Jodelle comprese
probabilmente il mio progetto, poich a bella prima sclam: Viva la
repubblica! Poi, ravvisatosi nel mio interesse, e' mi fece delle
osservazioni indirette sulla sorte terribile che pesava sui deportati
che tentavano fuggire. Io tagliai corto. Tre giorni dopo, e' mi
annunzi che tre magnifiche renne erano a mia disposizione, e ch'ei
m'accompagnerebbe fino a Killaem per mettere il Jakuto al mio servizio,
avendolo gi prevenuto di tenersi pronto a partire. Io domandai al
generale il permesso di andare a caccia dell'orso. Per fortuna, Alice
era indisposta. Questo permesso mi venne accordato, ed io staccai dalla
panoplia dei generale una carabina appropriata a questa caccia: buon
rinforzo, bell'arma inglese, di cui feci poscia rimborsare il prezzo al
signor Ozeroff, che  restato mio amico.

Il 7 novembre 1865, a mezza notte meno dieci minuti, la slitta fu
tratta fuori dall'alcova di Cesara per volare sulla strada di Killaem.

La notte era scura, la neve cadeva a polvere gelata, non una voce
nell'aria, non una creatura vivente svegliata; io udiva il cuor di
Cesara palpitare. Le detti il secondo bacio, dopo il primo che le
presi, quando suo padre me la confid come sorella. Non proferimmo
una parola. Solo, a due o tre verste fuori di Jakutsk, Jodelle
cantarell: _Malbrouk s'en va-t-en guerre!_ La mia iliade, una delle
pi drammatiche della vita di un uomo, cominciava.


VIII.

--Padrone, _toyone_, mi dimand Metek, il Jakuto, ove bisogna dirigerci?

--Al golfo di Anadyr.

--Quale via volete seguire, la pi corta o la pi sicura?

Se io fossi stato solo, non avrei esitato un secondo a rispondere: La
pi corta. Ma io era risponsabile della vita di Cesara. Risposi:

--La pi sicura, ma altres la pi corta possibile.

--In questo caso, bisogna seguire la strada del Governo, riprese
Metek, per Verkho-Jansk, Baralasse, Jobolask, Zakiversk, Saradakhsk,
Sredn-Kolimsk.

--No no. Io amo visitare l'interno della contrada, poco esplorato, poco
noto.

--Sta bene, ma siccome non abbiamo sufficienti provvisioni, siccome
non troveremo ogni d una volpe, una renna, un orso, un uccello di
buona volont che voglia servire ad accomodarci un desinare; siccome
le notti sono _fresche_, ed i lupi potrebbero provare una troppo forte
tentazione alla vista delle nostre belle renne, cos noi non volgeremo
il dorso, quando si pu, alla _yurta_ dell'indigeno, che ci offre
l'ospitalit.

--Questo  pure il mio avviso. Ho visto tante facce russe e cosacche,
che sono assetato di contemplare dei buoni volti mantsci.

--Avete ragione, _toyone_. Possiamo dunque partire.

--Comperatevi il pane, almeno per tre giorni.

--Non occorre, padrone: io non mangio che ogni quattro giorni, e
ancora! Il pane ci caricherebbe, e la slitta  gi troppo pesante per
le nostre bestie. La corteccia del larice non manca lungo la via, e
dessa  eccellente.

--Io pure la penso cos; ma ho qui un giovane fratello che non  mica
altrettanto ruminante. Nondimeno, se ci fa peso...

--S, la nostra corsa ne sarebbe rallentata... Avremo molte, molte
montagne a scalare. Andiamo, colla grazia di Dio!

Io strinsi la mano a Jodelle, che mi parve assai commosso, e partimmo.

I primi giorni passarono a meraviglia. C'intromettemmo per una
cinquantina di verste nell'interno della contrada, poi cominciammo
a seguire, a questa distanza, la direzione parallela al punto
cui miravo. Non ombra di strada. Dei piccoli sentieri, talvolta
praticati attraverso lagune, foreste, steppe, cavati da macchie
spesse e chiuse, colline e montagne erte.... e ci fino al letto
dell'Anadyr--cinquemila chilometri! Incontrammo qualche _ulus_, o
gruppo di cinque o sei case di Jakuti, spalmate di terra grassa; e se
il sole ci salutava di un sorriso, la pietra speculare o il pezzo di
ghiaccio delle loro finestre fiammeggiava come lamina di diamante. Il
paese si sviluppa per un seguito di pianure e di colline alberate,
di piccole vallate, ove la state scorrono chiari ruscelli. Tutto era
bianco adesso: solo di qua e di l un ciuffo di larici o di pini.
Entrammo in una pianura seminata di piccoli laghi, e ne costeggiammo
uno di forma ovale, il Sibeli.

Al di l del lago, appoggiando al sud, procedendo sempre verso l'est,
incontrammo come un deserto: rare yurte a destra, montagne separate
da valli paludose di forma ondulata. Raggiungemmo presto il Bongo, un
fiume che si getta nell'Aldane; ne seguimmo il letto, e, tre giorni
dopo la nostra partenza, eravamo sulla sponda di questo fiume. Non
volli prendere alcun riposo fin qui. Tiravamo dritto, passando su
campi, fiumi, stagni, come sopra una strada liscia, quando le ripe dei
corsi di acqua, troppo alte, non ci obbligavano a piccole svolte per
scalarle. Non volli entrare in alcuna abitazione umana. Avevo detto che
partivo per la caccia. Avevo dunque tre giorni di respiro, prima che
il governatore si accorgesse della mia fuga ed ordinasse d'inseguirmi.
Bisognava quindi fargli perdere la mia traccia.

Voi avete visto certamente una renna, in qualche giardino zoologico, o
in qualche museo di storia naturale. Essa rassomiglia un poco al daino,
avendo il muso, il piede e la taglia di un vitello. Essa ha le corna
come quelle del cervo, palmate in cima; il pelo baio chiaro, talvolta
bianco e brizzolato. Nulla di pi elegante che il suo andare. La
rapidit della sua corsa  favolosa; al contrario dell'alce, essa vola
sugli strati pi sottili di neve senza affondare. Discesa o salita,
nulla arresta o rallenta la sua corsa. Messa sopra una direzione, essa
trova la sua via, senza aver mestieri di esser guidata o condotta. Essa
si affeziona all'uomo, di cui  la vera provvidenza, un benefattore in
quelle contrade ed in quei climi. Quando la renna  stanca, o quando ha
fame, si ferma. La si scapola. Essa va a disotterrare sotto la neve e
pascere un po' di lichene come pu; e quando si  riposata e nudrita,
viene a prendere spontaneamente la coreggia della slitta. Coraggiosa
al lavoro, la renna percorre da trenta a quaranta chilometri di un sol
fiato; poi si corica un istante sulla neve, ed un quarto di ora dopo
riprende il suo volo di rondine. La sua carne  squisita, sopra tutto
la lingua; la sua pelle  preziosa a mille usi.

Mentre le nostre renne andavano a disotterrare il loro nutrimento, noi
cacciavamo un istante. Cesara alimentava il fuoco, che avevamo acceso,
faceva bollire il calderino pieno di neve, e preparava, col th, la
farina ed un po' di sale, una densa polenta. Se la caccia era stata
prospera, aggiungevamo al nostro desinare un arrosto; se ritornavamo
a secco, ci che non succedeva di rado, il pesce e la carne secca
apparivano sul tappeto di neve che ci serviva di tovaglia. Cesara
dormiva nella slitta. Io riposavo a fianco a lei un paio di ore. Metek
non conosceva queste umane debolezze; tutto al pi, ei sonnecchiava
un quarto d'ora ogni due giorni, un occhio chiuso ed uno aperto. La
neve rifletteva, la notte, un crepuscolo scialbo, che ci permetteva di
viaggiare, se il tempo era calmo, il cielo sereno. Incontrammo qualche
povero cacciatore col suo cane, e di tempo in tempo, un lupo o due, che
ci vedevano passare malinconicamente, non sentendosi tanto forti da
attaccarci. Il freddo, quantunque a 28 gradi, non c'incomodava ancora.

A partir dal terzo giorno, io cominciai a respirare pi liberamente.
Avevo qualche centinaio di verste di vantaggio sui cani dello Czar.

La quarta notte profittammo del ricovero di una yurta di cacciatore.
Nevicava cos forte, cos fitto, che non vedevamo dalla predella la
prima renna del nostro tiro. La yurta era orribilmente sudicia e
miserabile. I cinque individui, che l'abitavano, portavano il vestito
di pelle di montone assai frusto. Un buon fuoco per scintillava nel
mezzo della yurta ripiena di fumo. In un vaso bollivano dei pezzi di
argali e qualche kavaky. Si mescol al brodo un po' di scorza di larice
grattato. Metek scelse nel mucchio della cacciagione cruda del nostro
ospite una cicogna bianca magrissima, la spium, e la mise allo spiedo,
che cav dalla nostra slitta. Cenammo. Cesara prefer coricarsi nella
slitta: l'aria del tugurio le parve insopportabile. Metek sorvegli le
renne. Il cacciatore ci disse che vi erano molti lupi e qualche orso
nelle vicinanze.

All'indomani, comprai il resto della cacciagione del mio ospite, e
partimmo. Metek aveva dormito tre ore. Le renne si erano riposate una
notte intera. Cesara aveva avuto freddo. Risalimmo il corso dell'Aldane.

Le sponde di questo fiume, alte ed incassate, ci mettevano al coverto
dal vento violento, che soffiava da due giorni. Quando le renne
sembravano stanche della spessa neve gelata sulla quale scorrevamo,
noi profittavamo di un ribasso degli argini per uscire nel piano. Le
renne pascevano; noi addossavamo il pologue a tre pertiche legate
alla cima, facevamo un buon fuoco e la cucina. I boschetti di larice,
di salice, d'alberella, che corrono lungo le sponde dell'Aldane, si
urtavano sotto i buffi dell'uragano. Metek cacciava o fumava il suo
_ganzi_, una specie di pipa cortissima.

Lasciando l'Aldane, risalimmo la Khandugask fino alla sua sorgente,
a traverso una doppia fila di scogli. Poi incontrammo un sentiero
difficilissimo, in mezzo ad un seguito di alture, tra due catene di
monti. Il corso delle riviere, andando all'ins, era particolarmente
arduo e talvolta pericoloso. Eravamo sovente obbligati a metter piede a
terra ed ajutare le renne a tirar su la slitta, nei siti delle cascate.
Talvolta uscivamo dal letto del fiume, e seguivamo quella delle sue
rive che presentava minori ostacoli. Tal'altra, a pi della montagna
ove il fiume prende la sua sorgente, noi lo lasciavamo, e seguivamo la
valle che la contorna. La discesa di queste montagne pietrose era sopra
tutto perigliosa. Qualche fiata, la met della slitta sorpiombava ad un
precipizio, mentre che, aggruppati all'altra met, noi ne equilibravamo
il peso, e le renne spossate la tiravano.

Dopo aver varcato, a mezza costa, la montagna ove la Khandugask
nasce, sboccammo in una specie di valle seminata di alture. A destra
si prolungava una cortina di alti monti nudi, a sinistra la catena
delle Alpi, che separa il sistema di acque della Jana da quelle
dell'Indighirka. Quelle alture, di cui rasentavamo la base, erano
coperte di pini, di abeti, di betulle, che trattenevano la neve dei
precipizi; sui versanti pietrosi crescevano il cedro nano, ed i cespi
di rododendron. La selvaggina non abbondava, a causa dell'intensissimo
freddo.

Appena avevamo spiegato il nostro _pologue_ ed acceso un allegro fuoco,
noi uscivamo fuori del letto del fiume, e due ore dopo ritornavamo con
una volpe e un meschino gruppetto di magrissimi galli di montagna.
La cena era gaia. Il th caldo sgelavaci, mentre che Metek trovava
la sua delizia in una bocconata di tabacco. Ma io mi accorgeva con
inquietudine che le nostre renne erano stanche e sopratutto incomodate
dal freddo. Eravamo gi al principio di dicembre. La corna dei piedi
delle nostre bestie si screpolava. Metek fece loro delle galosce col
cuore raddoppiato di un lupo che avevamo ucciso il d innanzi. Cesara
non poteva pi fiatare, senza fortemente tossire. Il tempo divenne
crudissimo. Metek non se ne avvedeva neppure; egli cantava, con voce
stridente, un lagno malinconico, che sembrava rianimare le renne:

 Dimmi, piccola colomba,--Dimmi colomba dalla piuma nera:--Ove
 hai tu incontrato coloro che sono iti dalla parte del mare?--Io
 li ho incontrati sulla vasta spiaggia, sui fiotti,--Sulle bianche
 _torose_[3] dell'Oceano.--Gli  l ch'essi hanno scoverto una
 bell'isola!--Gentile colomba, riprendi il tuo volo, e dirigiti verso
 il mare turchino,--Per dire al mio amante--Che tu hai visto la sua
 amica versare lagrime amare.

Facemmo alto un d all'imboccatura della valle, ove l'Arga raccoglie
una parte delle sue acque. Fummo assaliti da un _caccia-neve_, che
faceva dar le volte alla slitta ed alle renne. Per fortuna, eravamo
nella pianura.

Dal 22 novembre era cominciata una notte, che dur _trentotto giorni!_
La forza della rifrazione, la smagliante bianchezza della neve--non
avevamo ancora avuto aurore boreali--temperavano l'oscurit. Ma quando
l'uragano di neve batteva la campagna, non si vedeva pi ad un metro di
distanza.

Ci sembr esser perduti. Impossibile di fare un passo oltre. Un gruppo
di larici e di betulle era ad una mezza versta a sinistra, a pi di
una prominenza; Metek ed io prendemmo le renne per la correggia, e,
sprofondando nella neve fresca, che cadeva come una sabbia di punte
di aghi e ci trapassava, tagliammo la via verso questo ricovero.
Lo raggiungemmo. Legammo la slitta, che girava come una trottola,
e distaccammo le renne. Non bisognava pensare a spiegare la nostra
piccola tenda o accendere il fuoco. Dovemmo contentarci del pesce secco
e del biscotto e bere un sorso di acquavite. Non avevo termometro, ma
sono persuaso che il freddo toccava i 38 o 40 gradi; perocch il legno
era divenuto duro come ferro, e l'accetta sarebbe andata in pezzi come
vetro, se non l'avessimo adoperata con grande precauzione.

I monti che circondavanci, come pure le boscaglie, avevano dei gridi
di laceramento: macigni che si fendevano e precipitavano, alberi che
schiattavano, rami che si spezzavano nella battaglia, sotto la potenza
che li lanciava gli uni contro gli altri. Noi non tremavamo neppure
pi: eravamo agghiadati, irrigiditi. Metek, egli stesso, pigiava il
suolo, e faceva scambietti per darsi un po' di caldo. Seppellita
sotto una montagna di pellicce, Cesara sembrava un pezzo di ghiaccio.
Questa terribile calcitrata del verno dur ventisei ore. Infine si
calm alquanto. Le nostre renne, che accollate l'una all'altra,
accovacciate vicino alla slitta, non avevano osato andare in busca
di una bocconata di crittogama sotto la neve, si allontanarono. Noi
spiegammo la tenda, ed accendemmo un immenso braciere. Il th caldo,
qualche pezzo di cacciagione restatoci, un po' di _pemmican_ sciolto
nell'acqua bollente, che ci diede immediatamente un brodo squisito, ci
rifocillarono e richiamarono a vita.

Non ostante, e' non occorreva pensare a partire per quel d. La gola
della valle, quantunque assai larga, era ostruita dalla neve accumulata
e profondamente agitata ancora. Le nostre renne restarono assenti
per pi lungo tempo del consueto. Io cominciava perfino ad esserne
inquieto, perch udivamo l'urlo dei lupi risvegliar tutti gli echi
delle boscaglie vicine. Ora, quale non fu la nostra sorpresa, quando,
udendo un po' di rumore presso la tenda, misi fuori la testa, ed in
luogo di tre, vidi cinque renne! Tutto indicava che desse avevano gi
servito, e che, per una ragione o per un'altra, avevano disertato
l'antico padrone. Metek non perdette un istante. Usc dalla tenda, e
mise una sbarra ai nuovi ospiti onde non si allontanassero di nuovo.
Infatti quando partimmo all'indomani, noi li aggiogammo tutti al nostro
veicolo. Avventuroso rinforzo! cinque giorni dopo, entrammo nel letto
dell'Arga. La sera, accampammo sul confluente orientale del fiume, in
una yurta di cacciatore Jakuto con la sua famiglia.

Questa famiglia componevasi di cinque individui. Egli  impossibile
imaginare alcun che di pi miserabile, di pi screpolato, di pi
stomachevole di questa dimora e di questi individui. Il cacciatore
aveva avuto il suo cane divorato da un lupo. Le sue lunghe corse
erano dunque adesso spessissimo infruttuose. La piccola cacciagione,
rarissima ancora, non poteva bastare a nudrir quella gente. Le
giovanette portavano una specie di astuccio di pelle d'orso in lembi.
La madre, scarna, squallida, cogli occhi stralunati di fame, somigliava
a bestia feroce, anzi che a donna. L'uomo soccombeva sotto il peso
della rassegnazione, delle privazioni, dei gemiti di questi esseri
affamati. Io diedi loro un po' di pesce secco. Metek sospett di quegli
sventurati, cui la fame poteva cangiare in assassini. E' fum tutta la
notte, fuori della yurta, a guardia delle renne e della slitta. Il d
seguente, cominciammo a discendere l'Arga.

Il vento era violento. Eravamo al 15 dicembre. Il freddo si era un po'
calmato. Il letto del fiume, ora incassato fra due alti margini, ora
a fior di terra, in una steppa immensa che saliva verso il nord, non
offriva accidenti insormontabili. Avanzavamo quindi in media da sette
ad otto chilometri l'ora. Ad un sito, ove il fiume faceva gomito, ci
arrestammo per lasciar pascere le renne e preparare il nostro desinare.
Noi facevamo due pasti caldi al d: l'asciolvere, prima di metterci
in cammino, e la cena la sera. Nel mezzo del d, rosicchiavamo un
biscotto, e strappavamo coi denti un lembo di carne salata. La tenda
era affumicata e rischiarata ad un tempo dal fuoco dei ginepri verdi
che bruciavamo. Io aveva disteso uno strato di piccoli rami rotti
sul ghiaccio, e vi spiegavo sopra le molte pellicce della slitta per
preparare il letto di Cesara, quando udimmo un rumore intorno al nostro
accampamento ed un bramito straziante nel lontano profondo della
foresta. Prendemmo le nostre armi, ed uscimmo. Le nostre tre renne
tremavano, e si avanzavano dietro la slitta per cercarvi un ricovero;
le altre due renne non vi erano pi.

--Qualche belva le divora, grid Metek: andiamo in loro aiuto.

Penetrammo nel boschereccio a gran pena. La neve, meno esposta sotto i
rami degli alberi, perci pi cedevole, ci affaticava. Le branche dei
salici ci opponevano una siepe fitta, come il traliccio di un paniere.
Rompendo questi ostacoli, strisciando a carponi, saltando, brancolando,
facemmo qualche versta dalla parte ove il grido delle nostre povere
compagne aveva risuonato; ma non potemmo trovar nulla.

--Ritorniamo, dissi io, le renne sono state sbranate, e noi non
arriveremmo neppure a tempo per istrappare ai lupi od agli orsi la
nostra parte delle vittime.

Continuammo la nostra strada. Il paesaggio non cangiava. Noi guizzavamo
come ombre in mezzo a questo aere perso, carico di brina, pesante,
cieco, su questo suolo, di cui la stanchevole bianchezza aumentava la
tristezza. Di vita, punto. Senza la demenza degli elementi ed il guaito
delle foreste, un silenzio assoluto ci avrebbe circondati. Le belve
stesse tacevansi, di disperazione forse, forse per non dare l'allarme
alle prede, che esse cacciavano con rabbia e non trovavano. L'orso e
l'aquila, assiderati, restavano in uno stato letargico. Il volo dei
rari uccelli era corto, trascinantesi, timido. Il corvo solo ci seguiva
pesantemente, lentamente, lasciando dietro a s un trascico di vapore,
che si allungava come un filo. Infine, dopo parecchi giorni di viaggio,
sboccammo nella Yadighirka, al punto ove la si confonde con la Moma.

L'immersione, o piuttosto la discesa da una corrente d'acqua in
un'altra, fu penosa. All'imboccatura dell'affluente eravi una barra
di rocce, che formavano una cascata di otto o dieci metri di altezza.
L'acqua gelata e la neve soprapposta cangiavano la cascata in un piano
inclinato assai rapido, per non dire a picco. Fu mestieri distaccare
le renne e farle saltare a parte, poi alleggerire la slitta e farla
scivolar gi, ritenendola per di dietro con le corregge delle renne;
poi operar la discesa, o piuttosto lo sdrucciolo, di Cesara, il mio e
quello di Metek. Ci ci prese lungo tempo, ma ci procur un ricovero
per la notte. Noi eravamo come al fondo di un pozzo, salvo il corso
immenso della riviera, che si apriva dinanzi a noi come un viale a
perdita d'occhio. Il vento, che spirava in questo corridoio di granito,
era intollerabile. Dico corridoio, perch le due sponde del fiume
erano bastionate di rocce merlate. La tenda fu spiegata, il veicolo
raggiustato. Faceva un freddo di 35 gradi, almanco.

Scalammo la ripa a sinistra, la pi bassa, ed andammo a cercar dei
bruscoli. Le renne ci seguivano. Mentre che Metek trasportava il
legno ed allumava il fuoco, e che Cesara si occupava del desinare, io
restai per sorvegliare le renne e cacciare. Rimuginando nel selvatico
dai cespi intrecciati di ginepri e salici, scoversi sul nevischio
gelato della notte precedente una pesta, che mi arrest. Era il
piede di un animale della famiglia dei cervi, che aveva gironzato
per l:--forse--mi dissi--una delle nostre renne perdute. Presi a
seguire la traccia. Ben presto, Metek mi raggiunse. Era difficilissimo
procedere; il chiarore insufficiente limitava la portata dello sguardo.
Ma le peste si seguivano. La speranza di una bella preda ci diede lo
slancio. Penetrammo sempre pi nella macchia, Metek avanti, io dietro a
lui. A un tratto, Metek fermossi, e per di dietro fecemi segno colla
mano di fermarmi altres. Guardammo. A un tratto, un alce sbuca da
una specie di cespuglio di rododendri e di piante fanerogame, di cui
sbioccolava i tralci gelati. I nostri due colpi partirono ad un tempo.
L'alce cadde.

Questo bello antilope  al presente rarissimo in questa contrada. Una
provvigione cos inaspettata e felice ricolmocci di gioia. Ci mettemmo
a modo di trascinarlo all'accampamento. Ma come caricare le nostre
povere renne di questo soprappi di peso? Esse avevano gi tanta pena a
camminare, sia per il freddo, sia per l'insufficienza del nutrimento.
Bisognollo nondimeno. Solo, procedevamo pi lentamente.

Ci fermammo due giorni per far riposare la nostra muta, regalandoci
della carne squisita dell'alce. Poi rimontammo la Moma; e dopo un
giorno di viaggio voltammo la corrente a sinistra.

Dinnanzi a noi spiegavasi, a perdita di vista, a destra ed a sinistra,
una bastionata di montagne, della forma presso a poco simile alle
mezze lune delle piazze forti. Il versante ovest rizzavasi quasi a
picco davanti a noi, in distanza, mentre i versanti nord ed est si
abbassavano, e disegnavano come delle vallate alberate. Risalivamo
la corrente. La superficie della neve gelata era increspata sotto
il soffio del vento, che l'aveva agitata quando cadeva. Procedevamo
quindi con infinito disagio. Una burrasca secca, che sollevava la neve,
ridotta ad un polverio di punte acuminate, ci tagliava la faccia, e
percuoteva i fianchi. Le renne non ne potevano pi. Io apriva ad ogni
momento le store della slitta, perocch avevo notato una specie di
inquietudine sul sembiante di Metek, il quale si volgeva, e guardava
indietro. Egli incoraggiava pi che mai le renne a correre, col suo
lungo scudiscio armato di spuntone.

--Cosa c' dunque? dimandai io, alla fine.

--Guardate! rispose Metek.

Sporsi il capo fuori della slitta, e vidi tre lupi, a due trecento
metri di distanza, seguirci tristamente. Avevano le code abbattute, le
orecchie tese in avanti, la testa bassa, e seguitano la striscia che
lasciava il nostro veicolo.

--Ebbene, sclamai io, se ci fermassimo per dimandar loro notizie dello
Czar?

--Oib! rispose Metek. Stamane era uno solo che ci teneva dietro.
Pi tardi ne ho veduto un altro sbadigliare alla vetta dell'argine,
e poi si  messo alla coda del compagno. Pi tardi ancora, un terzo
si  congiunto alla compagnia. E... guardate, _toyone_, essi sono
gi quattro! E' si fermano quando noi ci fermiamo, e conservano la
distanza con rispetto. Se facciamo alto per andare a presentar loro le
nostre palle devotissime, potrebbe darsi che qualcuno dei loro amici,
nascosto dietro quei ginepraj, profittasse della nostra distrazione per
precipitarsi sulle nostre renne e scannarle. Continuiamo dunque per la
nostra via. Vedremo, alla sosta di stasera, ci che abbiamo a fare.

Mi arresi a questa ragione. Procedemmo, ma io sporgeva di tratto in
tratto il capo fuori della slitta. Il corteggio aumentava. Bentosto
i quattro lupi divennero sei, poi otto, poi dieci, poi dodici, poi
venti: infine, non potevamo pi contarli. La situazione aggravavasi in
modo sinistro. Le renne, non so per quale presentimento, acceleravano
la corsa. Gli stivaletti, che Metek aveva fatti loro, si erano
lacerati, e noi scorgemmo sulla neve la traccia rossa del sangue
dei loro piedi. Gli era appunto questo sangue che allettava i lupi
e li incocciava ad inseguirci. Essi meditavano un attentato, o si
rassegnavano ad aspettare una catastrofe.

La banda dei lupi prendeva, frattanto, proporzioni terribili. Metek
diveniva livido. Il crepuscolo si ottenebrava. Le renne volavano,
saltando sugli ostacoli, di cui il letto della Moma era gremito: quarti
di macigni, alberi, banchi di ghiaccio sovrapposti, formanti torri,
barricate, bastioni. Noi ci trascinavamo dietro un corteggio di almeno
dugento lupi. Riempivano il letto del fiume, marciando parecchi di
fronte, e permettendosi oramai di tempo in tempo un ululato, cui l'eco
ripercuoteva e moltiplicava. Era un appello. Suonavano la carica. Bande
dietro bande dalla foresta accorrevano: le volpi dietro i lupi; i corvi
sull'insieme.

Noi percorrevamo per lo meno quattordici verste all'ora.

Infine raggiungemmo la gola dei due monti, ove la Moma attinge la
sua sorgente. A un tratto le nostre renne caddero al suolo: esse non
potevano andar pi oltre.

E' fu come se un generale avesse gittato il grido: All'assalto!

Metek, io, Cesara stessa, armata di revolver, ci schierammo intorno
alla slitta.

I primi lupi, che avanzarono, furono fulminati. Noi tiravamo nel
mucchio: non un colpo era perduto. Una montagna di cadaveri ci fece
presto una barricata; un ruscello di sangue colava intorno a noi. Nulla
valse: eravamo circondati da gole formidabili, armate, spalancate,
affamate, livide, gettanti urli che ci atterrivano. Cesara caricava
i fucili; col coltellaccio alla mano, noi sventravamo i lupi che si
avvicinavano. Nulla valse: no, nulla valse.

Mentre lottavamo da un lato, altri lupi si precipitavano sulle nostre
sventurate renne, e, con un colpo di zanna, aprirono loro la jugulare.
Esse gittarono un bramito lamentevole, che ci lacer il cuore.
Giammai in vita mia, in alcuna circostanza, io ho risentito un dolore
pi dilaniante. La banda intera si scagli allora sulla preda. Noi
mietevamo le teste come spighe. I brani di carne volavano all'aria....
A un tratto, un grugnito formidabile risuon di fianco a noi, sul
limitare della selva. Erano due orsi, uno bruno ed uno grigio.

--Ah perch non siete arrivati prima--grid Metek con una voce di
rimprovero, arringando gli orsi--briganti.... vigliacchi...

E non continu la sua frase...


IX.

I lupi, incomodamente interrotti nel loro festino da quei parassiti
intrusi, che venivano ad imporsi al banchetto senza aver sostenuta la
battaglia, fecero voltafaccia all'istante. Gli orsi retrocessero di
qualche passo, e si addossarono ad un macigno, onde avere le spalle
sicure; poi si assisero sulle lacche, sporgendo la gola aperta ed
incrociando sul petto le loro zampe anteriori. I lupi si spiegarono
in mezzo cerchio intorno ai loro nemici, alla distanza di tre quattro
metri. Noi restammo indietro, spettatori attoniti, in mezzo a
quell'immenso macello. I combattenti dei due campi si squadravano: i
lupi invitando gli orsi a prender l'iniziativa, provocandoli coi ringhi
quasi beffardi; gli orsi aspettando con pazienza che la flemma dei loro
nemici si esaurisse. Non erano essi padroni del tempo e dello spazio?
Un nugolo di corvi cal sui rami degli alberi, e sembrava incoraggiare,
coll'orrido gracchiare, la collera sorda dei combattenti. Una doppia
fila di volpi si costituiva spettatrice in distanza, senza muoversi,
neutrale. Gli orsi tennero fermo. I lupi, aizzati forse dalia fame o
pi esasperati, perdettero la pazienza. Qualcuno dei pi arditi salt
sui due pilastri di carne e di pelle, che li sorvegliavano. Invece di
fare gomitolo e scagliarsi di un balzo sugli orsi, i lupi si avanzarono
alla spicciolata, e si spiegarono a ventaglio. Questo fu il loro errore
e la nostra salvezza.

Gli orsi cominciarono ad agitare le loro zampe come una clava di
acciaio. A destra ed a manca, a manca ed a destra.... ad ogni sgrugnare
si schiacciava un cranio di lupo.

--Andiamo in soccorso dei nostri amici, disse Metek.

Avevamo caricati i nostri fucili ed i nostri revolver. Facendo un
mezzo giro vicino alle volpi, giudici del campo, andammo a collocarci
a fianco degli orsi. Il nostro intervento inaspettato, non sperato,
cagion un momento di sorpresa in mezzo ai due campi. Ma l'attacco
essendo principiato, era oramai impossibile di rimettersi in guardia.
I lupi si sbrancarono in massa. Noi non avevamo ad occuparci dei
nemici onesti e franchi che si facevano avanti, colla testa alta, e si
trovavano per conseguenza alla portata delle zampe o dei denti degli
orsi. Noi sorvegliavamo i traditori, vale a dire quelli fra i lupi che
strisciavano e miravano al ventre, poco difeso, dei loro nemici. Noi
facemmo fuoco su questi vigliacchi. Gli orsi esitarono un momento,
udendo d'accosto a loro quell'esplosione di cui non comprendevano
l'intenzione. Ma, come videro i lupi fulminati avvoltolarsi ai loro
piedi, essi si persuasero dell'importanza del nostro intervento, e
divennero meno cauti.

Io non saprei dipingervi questa mischia. I lupi, lanciati da tutti i
lati, piovevano a cinquanta metri in circolo, schiacciati, lacerati,
sventrati, col cranio fracassato, cadevano sotto le nostre palle, senza
neppur gettare un urlo. Essi rincularono nella loro prima posizione.

--Se ne andranno? domandai io.

--Eh! non ancora, rispose Metek; essi hanno troppa fame.

Infatti, ritornarono alla carica, ma con minore ardore, e solamente,
si sarebbe detto, per l'onore della bandiera. Sicome io non voleva
sciupare la mia polvere, ora che vedevo la vittoria quasi assicurata,
mi accontentai di appoggiare la canna del mio fucile al fianco
dell'orso che era dal mio lato e proteggere la sua epa. Metek, che
comprese la mia manovra, fece altrettanto. Gli orsi, d'altronde, non
avevano pi bisogno di noi. Essi sostennero il secondo assalto con la
medesima bravura e la medesima fortuna. I lupi retrocessero: gli orsi
caricarono alla loro volta. Era finita. Dieci minuti dopo, non restava
pi intorno a noi che delle carcasse. Ma la mia disperazione non aveva
limite.

La morte delle nostre renne era la nostra morte. Noi non osavamo
neppur parlare. Non avevamo pi freddo, non avevamo pi fame: Dio ci
schiacciava. Il ritorno degli orsi venne a formar diversione alla
nostra agonia.

Essi non sembravano avvedersi di noi. Si misero senz'altro a divorare i
loro nemici morti.

L'orso, in questa stagione, si trincera di ordinario nel campo
fortificato, ch'e' si prepara per irrigidirsi nella sonnolenza
e restare cos sino alla primavera, senza mangiare, pacifico,
inoffensivo. Perch questi due orsi si trovassero cos sulla nostra
via, era stato mestieri che qualche cacciatore li avesse stanati e non
uccisi. Gli urli dei lupi li avevano attirati al sito della zuffa.
Arrivavano dunque terribilmente affamati ed esasperati da un digiuno
di due mesi. Noi restammo a considerarli, ma sotto le armi. Li avevamo
soccorsi, perch i lupi li avrebbero infallibilmente divorati, dopo
aver mangiato le due renne--tanto poca cosa allo spaventevole loro
appetito--, ma non eravamo punto rassicurati sulle buone intenzioni dei
nostri alleati. Certi alleati sono pi a temere che i nemici stessi--e
noi Polacchi ne sappiamo qualche cosa. L'orso bruno si rimpinzava di
carne con voracit. L'orso grigio sceglieva i suoi bocconi, li mangiava
pi lentamente, pi pulitamente, con una certa volutt. Esso era
immenso. Quando l'orso bruno fu sazio, sbadigli, volse le spalle,
e s'inselv nelle macchie. L'orso grigio, invece, si sed sulle sue
lacche, e cominci a dondolarsi, guardandoci. Si sarebbe detto che,
alla frutta, esso avesse voglia di chiacchiere.

Voi sapete che l'orso grigio si nutre di vegetabili, e di pesce,
anzich di carne; non  feroce, al punto che gli Ostiaki della Siberia
occidentale, al principio dell'inverno, li menano a Berezoff in
branchi considerevoli, e la carne loro si vende ai beccaj mentre la
pelle  destinata al commercio delle pellicce. L'orso grigio  dolce,
intelligente, socievole, e sopratutto, quando  sazio o quando qualcuno
s'incarica di nutrirlo, esso pu divenire un animale domestico molto
utile. Il nostro orso grigio aveva probabilmente ronzato attorno alle
_yurte_ degli indigeni, ed erasi familiarizzato all'aspetto dell'uomo.

--Noi stiamo per giocare la vita, mi disse Metek basso all'orecchio:
ma, se Dio ci aiuta, siamo forse salvi.

E' si mise allora a cantare il _lied_ siberiano seguente:

 Non mi occorre n penna n inchiostro per scrivere la mia
 lettera:--Una lagrima bruciante baster!--Questa colomba a gola rossa
 e violetta sar il mio messaggiero.--Gentile colomba, fa presto,
 parti, e spicca il tuo volo verso Jakoutsk, la bella citt.--Tu
 caccerai la mia lettera sotto la sua porta, o la lascerai cadere sotto
 la sua finestra.

Metek, si tacque e guard l'orso. Questo continuava a dondolarsi,
spensieratamente, in cadenza, e quasi sonnecchiando.

--Diavolo! disse Metek, esso  difficile a contentare. Eppure io non
gli ho cantato uno dei nostri _andiltehin_ guerrieri, ma il pi soave
dei nostri lai femminili. Ci non lo tocca. Su, presto, fategli udire
la voce pi infantile del vostro giovane fratello.

 noto che l'orso ha l'udito durissimo. Ma, per una stranezza della
natura, questo bruto, che non percepisce neppure il terribile muggito
del tuono, il fragore delle valanghe ed il ruggito del mare in furore,
resta estatico al gorgheggio di certi uccelletti.

Cesara poteva appena articolare qualche sillaba, accompagnandole sempre
con un _crescendo_ di tosse. Come poteva ella trovare una nota di canto
nella sua gola? Nondimeno la nostra salvezza era a questo prezzo.
Ella fece dunque sopra di s uno di quegli sforzi della disperazione
che divengono miracoli, e si mise a mormorare con voce lamentevole e
sommessa questa dolce _denka_ polacca:

 Mi mandarono in una foresta, in una piccola foresta, per cercarvi
 le coccolle selvagge e cogliervi i fiori della stagione; ma io non
 raccolsi le coccolle, non colsi i fiori. Mi riposai sulla collina
 solitaria, vicino alla tomba di mia madre, e piansi caldamente la sua
 perdita.

 --Chi piange per me lass? chi passa sulla collina?

 --Son io, madre mia amorosa, io abbandonata in questo mondo, io
 orfana miserevole. Chi pettiner oggimai le mie lunghe trecce? Chi
 laver le mie guance? Chi mi dir una parola carezzevole di amore?

 --Torna alla tua dimora, figliuola mia; l un'altra madre, pi felice
 di me, orner la tua fronte coi tuoi capelli, spander l'acqua sul tuo
 bel sembiante; l un giovane sposo ti sussurrer delle tenere parole
 che calmeranno il tuo dolore.

L'effetto di questo canto fu magico. Forse fu anche la potenza
magnetica dello sguardo, di cui i Siberiani attestano l'efficacia
infallibile sull'orso. Il fatto , che il bruto cess di dondolarsi, si
avvicin passo a passo, quasi strisciando, verso la cantatrice, e freg
il suo muso alle pellicce di Cesara.

Ci si fece come in un lampo.

Metek pass al collo dell'orso un collare delle nostre renne, l'annod
alla slitta, caric i due quarti di dietro delle nostre povere bestie
sui pattini della predella, ove egli appoggiava i suoi piedi, e
punse l'orso, incitandolo a mettersi in cammino. Non era il momento
di pensare al riposo, n al pranzo, n al freddo, n a che che sia.
Bisognava profittare dell'ammaliamento del difficile melomano. La mala
per non dur lungo tempo.

L'orso, sentendo il suo collare e la puntura dello zenzero, si rivolse
con aria costernata e stupefatta verso Metek. Questi lo fiss con
tutta la potenza dei suoi occhi vivi e grigi, e, scuotendo le redini
e rinnovando il pungimento, emise un suono gutturale che risuon
nello spazio. L'orso fece qualche passo, saggi il peso che aveva
a tirare--non gravissimo per lui--si rese conto del suo destino, e
fermossi. Per buona ventura, e' non pens a rivoltarsi. Io lo teneva,
del resto, sotto la mira del mio fucile. Fu questa vista che lo decise?
Non so. Il fatto sta che dietro un novello invito di Metek, pi
urgente, pi determinato--lo punse colla punta del suo coltello--l'orso
si rimise in cammino.

Esso and dapprima con un passo maestoso, come un giudice o un
vescovo; poi perd la pazienza, forse in vista di liberarsi del suo
fardello, e cominci a correre. Noi salivamo una vallata fra due
montagne. L'ascensione era ardua; ma la neve indurita ci sosteneva
bene, ed addolciva le difficolt del passo. Per, blocchi immensi di
piperno ci ostruivano talvolta la via. L'orso, fremente di collera
concentrata, dava colla testa in gi contro questi ostacoli, e si
precipitava negli anditi che gli s'aprivano dinanzi. Eravamo scossi
terribilmente.

--L'andr, l'andr, disse Metek, e si mise a cantare.

La stanchezza, piuttosto che il canto, moder l'ardore del nostro
salvatore. Esso regol il suo andare ad una specie di galoppo, che un
vincitore di Derby non avrebbe disdegnato. Temevamo di vedere ad ogni
istante il nostro veicolo andare in pezzi. Il pericolo aument, alla
discesa nella valle che separa il corso delle acque dell'Indighirka
da quello della Kolima. Lambivamo i precipizi, ove l'orso voleva
slanciarsi di partito preso. Metek lo tratteneva con mano di ferro, ed
il collare, stendendosi, lo strangolava. Bisognava allora addolcirlo.
Io uscii dalla slitta e lo carezzai. Cesara fece altrettanto, ad un
passo ove la slitta bilicava sur un baratro, ritenuta unicamente dalla
trazione. Ella os passare la sua mano sul grugno appuntito dell'orso.
Ci fu veramente magico.

--No, sclam Metek con un grido istantaneo, il vostro giovane fratello
 una piccola sorella.

Stupefatto da queste parole, io non trovai nulla a rispondere. Sorrisi.


--Ci  una grande fortuna ed un gran pericolo, rispose Metek. Vedremo.

Infrattanto, la corsa dell'orso si regolava. Solamente, esso fermavasi
di tempo in tempo, e volgeva la testa verso la slitta. A digiuno da
dodici ore, noi osammo allora mordere un biscotto ed un lembo di carne
salata, gelata.

Viaggiammo cos due giorni.

Avevamo traversato sempre paludi gelate, boschi cedui quasi
impenetrabili, montagne dalle creste frangiate, burroni irti, fiumi
torrenziali d'estate, ora gibbosi, e scorgendo di lontano in lontano
qualche _yurta_ affamata. La terribile notte di trentotto giorni
cessava alfine. Eravamo al 28 dicembre, e vedemmo all'orizzonte una
luce, come l'alba del mattino, ma cos pallida, che lo splendore delle
stelle non era punto affievolito. Queste deboli apparizioni del sole
rendevano il freddo pi vivo, senza bandire i _moroki_, o nebbioni
densi, prodotti dai venti del nord. Avevamo avuto rarissime notti
serene. Dinanzi a noi si allineava una formidabile cortina di montagne,
dietro la quale scorre la Kolima. Nella pianura sterminata elevansi
delle colline pi o meno alte, pi o meno coniche e arrotondate a
foggia di cranio. Il paesaggio non cangiava mai; gli accidenti non
diminuivano. La nostra stanchezza era estrema. Una notte di riposo ci
sembr indispensabile. Da sessantasei ore non avevamo preso nulla di
caldo.

Facemmo alto a pi d'un poggio, che ci offriva uno scavato fra due
massi. Distaccammo l'orso dalla slitta, ma non gli demmo la libert.
Mentre io innalzava il _pologhe_ e Metek tagliava le legna pel fuoco,
Cesara dalla slitta teneva la correggia dell'orso, al quale io aveva
presentato amichevolmente un pezzo enorme delle nostre renne. L'orso
parve riconoscentissimo di questa gentilezza previdente, e mangi
il suo pasto pulitamente, senza premura, senza dare alcun segno di
ghiottoneria. Si accostumava esso alla sua sorte? Cesara lo carezz.

--Ma! e' si lascerebbe baciare, senza far troppo lo schifiltoso, se
glielo proponessi, disse ella. Non  vero, nin?

Il fuoco scintillava. Io sollevai il lembo che serviva di porta al
_pologhe_. L'orso, solidamente legato ad un corno della roccia, allung
il capo, e parve incantato del fuoco che ci affumicava come prosciutti.
Cenammo con una parte dell'anca dell'alce, messa sulle brace, che
restavaci ancora. L'orso non volle gustare di carne cotta, ma rotol
fra le sue zampe enormi l'enorme osso scarnato, divertendosene come
di un trastullo. Poi fe' scricchiolar sotto i denti con diletto un
biscotto. Noi bevemmo del th; e' si content fiutarlo con curiosit.
L'aspetto di Cesara, messo a nudo, fece brillare i suoi occhi d'un
insolito scintillio, malgrado ci dolce e tenero. E' si allog
all'ingresso della tenda, e la sbarr.

Metek assicur che l'orso erasi oramai affezionato a noi, e che non si
avviserebbe a riprendere la libert. Non pertanto, siccome esso era
la nostra vita, cos decidemmo che Metek lo sorveglierebbe, mentre io
dormiva, e che alla mia volta, io gli terrei compagnia, mentre che
Metek sonnecchierebbe. Ci fu fatto.

Il d seguente riaccendemmo il fuoco, facemmo colazione, demmo un
pezzo di renna al nostro amico, cui io battezzai col nome di _Czar_, e
partimmo. Lo Czar lasciossi carezzare da Cesara, lasciossi attaccare
alla slitta, senza la minima dimostrazione di cattivo umore, e si
mise a trottar gaiamente, non avendo bisogno di essere toccato dallo
zenzero. Viaggiavamo con una celerit media di dodici chilometri
all'ora.

Percorrevamo una pianura interminabile, qua e l interrotta da
qualche collina. L'intensit del freddo cresceva. Certo, se avessimo
avuto un termometro, esso avrebbe segnato 40 gradi sotto lo zero.
Metek non cessava dal batter i denti: Cesara ed io ci sentivamo
colpiti dal mal del ghiaccio. Respiravamo di tempo in tempo, come di
soppiatto, un boccon d'aria fresca, che ci increspava il petto con
la crepitazione della tela che si lacera, e provocava un impeto di
tosse insopportabilmente doloroso. Nessuna parte del nostro corpo
restava esposta per un minuto solo al contatto dell'aria. Gli occhi
s'injettavano di sangue. La slitta procedeva, avviluppata in una densa
nuvola piombacea, proveniente dalle nostre esalazioni animali. La neve,
restringendosi, scricchiolava, ed i fiocchi leggerissimi di vapore,
prodotti dallo sprigionamento del suo calorico, si trasformavano in una
miriade di pagliuzze ghiacciate che scoppiettavano nell'aria. I laghi
gelati, sui quali volavano, erano numerosi e prossimi. Il ferro che
toccavamo, bruciavaci le dita peggio che se fosse stato rovente; non
potevamo servirci pi dell'accetta, che sarebbe andata in frantumi al
minimo uso.

Arrivammo cos, dopo parecchi giorni di marcia alternati di riposo, ai
pi dei monti, che chiudono all'ovest la vallata della Kolima.

Non avevamo n carta della Siberia, n bussola, n alcuno strumento
per dirigerci. Metek possedeva una memoria locale sorprendente, ed e'
trovava la via, esaminando gli strati di neve, che il vento forma,
spirando nella medesima direzione--ci che la gente del paese chiama
la _zastruga_--, ovvero osservando la corteccia dei larici, la quale,
in tutta la Siberia,  nera dal lato nord e rossastra da quello del
mezzod. Stavamo per intraprendere l'ascensione di un'erta montagna, da
quella parte della catena degli Stanovoi, che termina, traversando le
_tundras_, allo stretto di Behring. E' fu dunque mestieri ora scalare
o girare enormi massi, esponendoci ad ogni istante a scivolare nei
precipizi, ora a varcare crepacci colmi di neve, nei quali talvolta
affondavamo, ora aprirci la via con delle scale. Volgemmo la montagna a
mezza costa, attraverso un selviccio di pini sparuti. Ma, spuntando sul
versante orientale, un colpo di vento, spruzzando dall'imo degli abissi
come un milione di razzi, ci prese di assalto. Ci sentimmo sollevati
da terra ed atterrati: uomini, slitta, orso, tutti fummo capovolti. Se
i pattini della slitta non si fossero appiccati a qualche arbusto di
cedro nano, noi eravamo gittati nei precipizi, o disparivamo in una
tromba verso le nuvole.

Corremmo immediatamente a rialzare l'orso, che era l per fracassar
tutto ed accelerare il nostro capitombolo nei burroni. La correggia
del suo collare erasi svolta: esso salt in piedi, e noi potemmo
raddrizzare meglio la slitta coricata sulla neve. Lavoravamo con una
mano, avvinghiandosi coll'altra agli sterpi, oscillanti essi stessi
sotto la bufera.

Fu mestieri torcer cammino e cercar un ricovero nella macchia, dietro i
macigni. L'uragano dur ventiquattr'ore. Il freddo, malgrado il fuoco
enorme che avevamo acceso, ci penetrava, e c'impediva di uscir fuori
della tenda. E noi avevamo a nutrir l'orso! La carne dell'alce e della
renna era terminata. La nostra provvigione di biscotto toccava la
fine. Il pesce e la carne secca, il pemmican erano una risorsa troppo
preziosa per destinarli ad alimentar l'orso, che divorava due o tre
chilogrammi di carne per pasto e brontolava, non trovando la sua parte
sufficiente. Bisognava vederlo, assiso alla porta della nostra tenda,
allungare la sua terribile zampa al fuoco e dimandare che vi mettessimo
qualche cosa. Egli mangiava ora di tutto, beveva persino il th e
l'acquavite. Era ghiottissimo soprattutto del brodo del pemmican....
Metek si arrischi ad uscire, conducendo seco l'orso, che lo segu con
molta mala grazia. Lo Czar non perdeva mai Cesara di vista. Metek si
rassegn ad uccidere due corvi, non trovando altra preda. Ci bastava
presso a poco per lo Czar: era l'essenziale. Infine, la bufera si
calm. Il cielo si rischiar: la luce apparve. Che spettacolo!

Le roccie avevan forme fantastiche; gli alberi projettavano le loro
ombre sul tappeto di neve, e vi disegnavano arabeschi bizzarri. Il
vapore prendeva aspetti magici, trasformandosi in polvere di ghiaccio.
Si sarebbe detto che nevicassero diamanti. Il freddo, slogando i rami
degli alberi e screpolando i macigni, dava una voce sinistra alla
solitudine, ed interrompeva con questo rumore metallico il silenzio
infinito che ci circondava. Tutto prendeva una fisionomia insolita e
sorprendente: le proporzioni degli oggetti sembravano gigantesche.
Questo paesaggio selvaggio e grandioso ci riconduceva, per un contrasto
doloroso, alla memoria della patria, del focolare paterno, della
societ, dell'agiatezza, dei volti amati, e ci stringeva il cuore.
La vallata della Kolima si apriva alla nostra sinistra, e di fronte
a noi rizzavasi una catena di monti dalle cime raggianti, dalle
sovrapposizioni stravaganti.

All'indomani raggiungemmo il letto della Stolbovayask, che saltella di
roccia in roccia sugli spalti della montagna.

Il versante orientale si presentava meno ripido che quello del sud, cui
avevamo scalato, ma le difficolt raddoppiavano. Nondimeno riescimmo
a cavarcela, a poco a poco, grazie ad un'aurora boreale, che ci
rischiar. Nel mese di gennaio, il chiarore delle aurore boreali 
meno splendente che in novembre e dicembre. Un'iride appena colorata
spunt dapprima verso il nord-est. Poi delle colonne di fuoco si
slanciarono all'orizzonte, percorrendo il firmamento ora lente, ora
rapide. Dei fasci luminosi si appresero al cielo, spandendo zampilli
immensi di luce, che si scarmigliavano. La luna si circond di una
benda, ora verde-azzurra, ora rosa. Le trasformazioni pi imprevedute
si successero, e presero forme strane, di un chiarore vario sul fondo
bleu-nero profondissimo della notte.

Due giorni dopo, ci fermammo all'imboccatura della Stolbovayask nella
Kolima.

Eravamo talmente stanchi, la nostra vettura era talmente avariata, che
io ordinai due o tre giorni di riposo, non fosse che per cacciare e
provvedere ai nostri bisogni.

Adagiammo il _pologhe_ al ricovero in un'imboccatura di basalto,
vicino ad una piccola macchietta di salici erbacei e di rododendri,
costruendogli intorno un riparo di neve per assicurarlo contro la
rapacit dei venti. A qualche distanza apparivano yurte di Jakuti. Un
vento caldo si lev di un tratto, fenomeno singolare, che ha luogo alla
met del verno nelle vallate della Kolima e dell'Aniuy. La temperatura
cangi di botto, e pass dai 35 o 40 gradi di freddo a 5 o 6 gradi di
caldo.

Profittammo di questo sorriso della natura, che non si prolung oltre
ventiquattro ore per cacciare l'intera giornata con una fortuna
mediocrissima, e rientrammo la sera affamati, stanchi e malcontenti.
Eravamo in un vimineto, che orla il fiume, quando sembrommi udire il
sordo brontolo di un orso ed il grido acuto di una voce umana. Il
mio cuore balz forte. Avevamo lasciata Cesara sola ed il nostro orso
libero, affinch e' cacciasse a sua volta e rimuginasse nei buchi dei
sorci e delle marmotte sibilanti. Lo Czar era affatto addomesticato,
e non temevamo neppur pi che ci abbandonasse. Mi fermai sotto, ed
ascoltai. Il grugnire ed il grido risuonarono di nuovo.

--La disgrazia, che temevo,  arrivata, grid Metek, mettendosi a
correre verso il nostro accampamento.

Ne eravamo lontani tre o quattro cento metri ed i cespi dei ginepri ce
lo mascheravano. Io seguii, poi precedetti Metek pi spaventato di lui.
In quattro salti fummo fuori del folto... Orrore!

Innanzi la tenda rovesciata vedemmo Cesara sprofondata nella neve,
dibattendosi contro l'orso, che la scalpitava e la leccava orridamente.
Non fu che un attimo: Metek ed io avemmo la medesima idea, presi dallo
stesso terrore, ed obbliosi delle conseguenze. Prendemmo di mira
l'orso: due colpi partirono nel medesimo tempo, e due palle andarono a
ficcarsi nel cranio della belva. Essa fece un salto indietro, e cadde
supina in tutta la sua lunghezza.

Noi corremmo a rialzar Cesara. Era svenuta.

Metek sollecit a rialzare la tenda, riaccendere il fuoco. Io allargai
le vesti della povera creatura, e la richiamai alla vita. Dio l'aveva
salvata. Cinque minuti ancora, e che sarebbe avvenuto di lei?

Ma la gioia di aver salva la giovinetta si offusc all'istante, e le
successe la disperazione: noi non avevamo pi chi tirasse la nostra
slitta!


X.

Nessuna lingua al mondo potrebbe dipingere l'annichilimento che piomb
su di noi e ci accasci. Assisi attorno al fuoco, noi ci guardavamo
senza trovar parola, non curandoci n di mangiare n di bere. Si figuri
un uomo nella mia posizione, che ha preso in custodia la vita di una
fanciulla potentemente amata, a duemila e quattrocento chilometri
lontano dal termine del suo viaggio, in pieno verno, in mezzo ad un
deserto di ghiaccio, dovendo diffidare di tutto, privo ad un tratto dei
suoi mezzi di trasporto, ridotto all'alternativa di morire presto o
tardi sul sito, di miseria e di disperazione, o di morire per via, di
fame e fatica! Non pi salvezza, n libert, n fuga in prospettiva, ma
forse, o presto o tardi, la cattivit di nuovo. Le prime ore furono una
spaventevole agonia di silenzio e di visioni desolanti. Infine, Metek
dimand:

--Padrone, quale  il vostro avviso per cavarci di qui?

--Lo so io forse? risposi col singhiozzo nella voce, guardando Cesara,
coricata sotto le pelliccie.

--Bisogna nondimeno tirarci di qui, riprese Metek. Si muore anco, ma si
deve lottare contro la morte.

--Conoscete voi bene la contrada ove abbiamo naufragato?

--Perfettamente. Siamo a centocinquanta verste da Verkn-Kolimsk,
il solo sito, nel giro di mille o millecinquecento verste, in cui
potessimo trovare un aiuto qualunque.

--Bisogna recarvisi a piedi, risposi io. Se noi cadiamo spossati, voi
vi salverete.

--Non si tratta di noi, vale a dire voi e me, padrone. Gli uomini della
nostra tempera muoiono sotto la mano di Dio, di raro sotto i colpi
della sventura. Ma vostra sorella?

--Ah! sclamai io, che fare?

--Ebbene, proviamo, disse Metek. Le yurte sulla Kolima erano altravolta
numerose; ora l'epizoozia, la miseria le hanno deserte. Non ne
troveremo una ogni sera al termine della nostra marcia, ma ne troveremo
ancora, senza dubbio, per riposarci un giorno, di tempo in tempo. La
giovane padrona pu percorrere sei o sette verste al d?

--Ne dubito.

--Lo posso, rispose Cesara, che ascoltava la nostra conversazione,
rialzando la testa; senza la neve ed il freddo, potrei camminare anche
di pi.

--Allora proviamo. Chi ci dice che non troveremo in una di queste yurte
una _narta_ con una muta di cani?

--Io sar pronta fra due giorni, disse Cesara. Non domani: sono troppo
affranta.

--Ci occorre questo tempo, riprese Metek. Noi non trascineremo certo
dietro a noi tutto ci che possediamo. Prenderemo dunque quanto potremo
di viveri, ciascuno secondo le sue forze, qualche pelliccia, le nostre
armi, l'accetta, il calderino...... e seppelliremo il resto sotto la
neve, per venirlo a prendere quando avremo cani o cavalli. Bisogna
sottrarre il nostro tesoro alla ricerca dei lupi: i Jakuti non sono da
temere.

--E voi pensate che troveremo cani o cavalli?

--Non so se ne troveremo, che vogliano adattarsi a seguirci fino al
mare di Behring. Ma non dubito punto che ne troveremo per una parte
almeno della via. Dormiamo adesso. L'uomo non  padrone del suo domani;
 dunque inutile preoccuparsene.

Due giorni dopo, eravamo in cammino, sopraccarichi, coi piedi armati
di pattini. Non avevamo fatto una versta, che il tempo ci dichiar la
guerra. Uno spaventevole caccia-neve ci avvilupp. Il turbine ci prese
nel suo grembo: noi giravamo sopra noi stessi, acciecati, soffocati, ci
sentivamo innalzare dal suolo storditi.

--Faccia a terra, grid Metek, che ci apriva la strada, dandoci
l'esempio.

Noi ci lasciammo cadere l'uno accosto all'altro, col viso contro
l'immensa nappa di neve. Qualche minuto dopo, eravamo seppelliti. Per
avere un po' di aria e respirare, elevavamo il braccio alla superficie
dello strato di neve che ci copriva. Quando il fardello diveniva troppo
pesante, noi ci sollevavamo di un grado. Faceva caldo. Udivamo stridere
sul nostro capo come milioni di seghe di giganti, che addentassero il
granito. Impossibile dire o far intendere una parola. Ci toccavamo
la mano, sotto un metro di neve, per farci de' segni. Ci dur sette
o otto ore. Quando il turbinio si acquet, noi uscimmo dalle nostre
tane, ed il freddo intenso che incontrammo alla superficie, all'aria
aperta, c'irrigid di un colpo come una verga di acciaio. Ci rimettemmo
in cammino per ripigliare un po' di calorico; ma il cuore era pi
ghiacciato ancora che il corpo.

Facemmo cos cinque verste; poi Cesara cadde sulla neve. Cercammo
un ricovero sotto un cespuglio di spine, ed a forza di grattare,
sbarazzammo il sito fino alla superficie del suolo: vi posammo la
nostra lamina di rame, secondo il solito, ed accendemmo il fuoco.
Il caldarino, pieno di neve, cant; il pemmican ci offr un brodo
rifocillante. Ma come passare la notte? Non avevamo pi la tenda.
Scavammo, dietro un ciuffo di pini nani, un tunnel sotto la neve,
assicurandoci bene ch'essa era solidamente gelata, affinch la vlta
non ci cadesse sopra; poi ci calammo sotto quell'arcata, a mo' dei
Samojedi, coi piedi verso il fuoco, bene avvolti nelle nostre pellicce.
Poco dopo, avevamo, per cos dire, troppo caldo.

Viaggiammo in questa guisa tre giorni, e facemmo circa venti verste. Al
quarto giorno, Cesara cadde ai miei piedi, e sclam:

--Uccidimi, e salvatevi. Io non posso andare pi oltre.

Mi sentii annientato. Mi lasciai piombar sulla neve, e gridai alla mia
volta:

--Ebbene, figliuola, moriamo insieme.

Metek ci guard senza proferir sillaba, e si assise accosto a noi. Il
silenzio, l'inerzia disperata dur quindici minuti: quindici secoli! a
traverso i quali l'anima valic abissi di dolore senza nome, terrori
frenetici. Infine Metek si lev, e disse:

--Padrone, ecco il mio pensiero. Ritorneremo l donde movemmo tre
giorni sono. Rizzeremo la tenda, e la guarentiremo di una bella
difesa. Il fuoco non mancher. Di provvisioni ve n' ancora abbastanza.
La cacciagione  rara, ma non manca del tutto. Voi resterete l, e
mi aspetterete. Io andr solo a Verkn-Kolimsk, e vi condurr una
narta e dei cani. Mi occorrono per andare e tornare quindici giorni
al pi. Trover in quel villaggio il delegato dell'_ispravnik_--il
commissario del distretto di Kolimsk dimora a 350 verste pi al nord, a
Sredn-Kolimsk--ovvero il capo del vecchio ostrog, che resta ancora in
piedi, ovvero l'_esaule_, l'uomo di confidenza della tappa di Verkn.
Io m'indirizzer loro. In nome di chi debbo loro domandare soccorso e
protezione?

In nome di chi? Ecco dunque l'uomo, chiamato ad intervenire a sua volta
per complicare il disastro del destino! Io riflettei un istante, poi
dissi a Metek:

--Ricordatevi bene questo, che io non voglio nulla per prestazione
forzata, se ci pu essere. Voglio comperare una narta ed una muta di
dodici cani. Caricherete la narta di ci che occorre per nudrire i cani
per un mese, di un poco di provvigioni per noi, soprattutto polvere e
piombo, se ne trovate. Aggiogheremo la slitta alla narta.

--Sarebbe troppo pesante. Bisognerebbero ventiquattro cani, ed in
questa stagione dubito che trover nel borgo pesce secco, quanto basti
per nutrire una cos numerosa muta. Riflettetevi.

--Farete ci che potrete. Partiamo tosto.

Costruimmo una specie di barella per trasportare Cesara sul nostro
dorso, quando ella si sentisse troppo stanca. Il di pi del peso
non era enorme, e noi procedevamo pi spediti. Due giorni dopo,
arrivammo al nostro accampamento, e disotterrammo la slitta, la tenda,
le provvigioni. Siccome noi dovevamo restare in quel sito un mese
circa, cos scegliemmo un posto convenevole, bene ricoverato. Rizzammo
la tenda; ed affinch fosse pi solida, ci mettemmo all'indomani a
rinchiuderla in una specie di casa--una casa costrutta di aste e rami
intrecciati, spalmata di strati di neve, sui quali versammo dell'acqua,
che, gelandosi, le fece uno splendido intonaco di diamante. La slitta
fu collocata nella casa, di cui assicurai l'approccio, praticandovi
feritoie. Eravamo, insomma, confortevolmente alloggiati.

Metek calz le sue _lija_--pattini da neve--e part il d seguente.
Prese alcuni viveri, un po' di tabacco e di acquavite, e 300 rubli:
pi, un fucile. La speranza ritorn in noi. Ma, calcolando tutto al
meglio, Metek non poteva esser di ritorno che alla fine di gennaio.
Venti giorni di angoscia, rallegrata da qualche raggio di fiducia nella
giustizia e misericordia di Dio.... Non ridete, o signori, io sono
Polacco: dunque cattolico.

Nell'intervallo, io cacciai molto e con qualche fortuna: cicogne,
lepri, linci, argali, una renna selvaggia, volpi...; ne avrei ucciso
ancora, ma non rischiavo mai un colpo per un solo uccello--gli uccelli,
del resto, erano rarissimi. Praticai un buco nella riviera, e pescai
qualche _salmone larareto_, che tagliai a fette sottilissime, le quali,
gelate, ci somministrarono una squisita _struganina_. Presi, nei cavi,
dei topi e delle marmotte, una buona bica di radici di _sanguis-orba_ e
di _rubus chamemorus_, il cui gusto zuccherino  gradevolissimo. Cesara
si rimise della sua immensa stanchezza e della terribile emozione che
le aveva cagionato l'orso. Che scena!

Ella si sent presa alle spalle, all'improvviso, e rovesciata sulla
neve, mentre che l'alito bruciante e fetido del bruto l'asfissiava. Si
dibatt a lungo, e riesc a sottrarsi alla stretta ed a cercar rifugio
nella tenda. Ma l'orso l'atterr, posandovisi sopra; ripresa poi
Cesara, la trasport a due passi sulla neve, leccandola orridamente,
e brontolando una specie di _ruru_ lamentevole e modulato. Cesara,
terrificata, cacci le sue unghie negli occhi dell'orso, il quale,
sentendosi acciecare, mont in collera, mand un urlo spaventevole, e
cominci a pigiarla colle sue quattro zampe, che sembravano quattro
martelli a pilone di un opificio di ferro. Quella gola schiumante, quel
fiato appestato, quella testa mostruosa, inchinata sulla testa livida
della fanciulla, davano il racapriccio. L'orso esitava tra la smania
di divorarla e quella di carezzarla. Il grido di Cesara lo faceva
fremere.... Due detonazioni, simili al fulmine di Dio, avevano posto
fine a quella orribile scena e salvato Cesara.

Godemmo degli splendidi effetti del miraggio, prodotto dalla
refrazione. La piccola foresta ci sembr, animata da raggi azzurri
e violetti, camminare intorno a noi. Le montagne, ora rovesciate,
ora ritte in piedi, prendevano forme di fortezze o di cattedrali dai
mille comignoli. Le sponde della Kolima si ravvicinavano. Un giorno,
una nuvola isolata, grigia, in mezzo ad un cielo turchino profondo,
s'infiamm di un tratto, e lanci intorno, nell'interminabile
firmamento, vapori biancastri. Un altro giorno, il sole si mostr con
un corteggio di quattro altri soli, legati fra loro da un arcobaleno
dai colori stupendi. Il fenomeno dur due ore.

Io feci una corsa ad una yurta lontanissima dalla nostra _isba_--se
mi  permesso piaggiare cos la nostra tana.--Il povero cacciatore si
affrett di gran cuore a regalarmi della sua polenta di larice--la
parte tenera e delicata della scorza di un giovine larice bollita
nell'acqua, ma senza sale n pepe. Il Siberiano abborre il sale.

E dire che il Governo russo esige da questi affamati il _yosak_, ossia
tributo in pellicce di circa nove franchi per testa!

Quindici giorni scorsero senza troppa ansiet. Ma, da quel momento, non
fu pi che un'agonia spasmodica la nostra. Ci dur quattro giorni. La
sera del quinto d, ci eravamo gi ritirati nella nostra casa, attorno
al _sciuuvale_ fiammeggiante, il focolaio, quando udimmo un rumore alla
nostra porta.

Hurr! era Metek, che arrivava con due _narte_, di cui una tirata da
ventiquattro cani, l'altra da dodici. Ma quale non fu la mia sorpresa,
quando vidi discendere da quei veicoli due Cosacchi!

Ecco di che trattavasi.

Metek non aveva potuto compiere la sua commissione senza attirare la
curiosit dell'_esaule_, il capo della truppa di Verkn-Kolimsk, il
quale faceva le funzioni di delegato di Sredn-Kolimsk. Era stato
mestieri allora dire il mio nome al rappresentante dello Czar. La
strada straordinaria che percorrevamo, il racconto un po' _gascon_ che
Metek fece forse delle nostre avventure--i Russi sono essenzialmente
esageratori--parvero sospetti all'_esaule_. E' non volle permettere il
reclutamento dei cani e la compera delle provvisioni, ma somministr
una _narta_ per condurci a Verkn, e mand due dei suoi cinque Cosacchi
per far eseguire l'ordine, promettendo, del resto, di occuparsi egli
stesso dei nostri apparecchi.

Se Metek avesse portato di che nudrire la nostra muta di ventiquattro
cani per due mesi, egli  certo che mi sarei sbarazzato dei due
Cosacchi in un modo o in un altro, ed avrei continuato il mio viaggio.
Ma, senza scorta, noi non potevamo marciare che un giorno e poi restare
seppelliti nelle tundras. E le zanzare ci avrebbero succhiati vivi
l'estate. Bisogn dunque fare buon viso, avvegnacch il cuore battesse
con violenza.

Partimmo all'indomani, una delle _narte_ tirando al rimorchio la
slitta, ove Cesara ed io ci tenevamo.

Tre d pi tardi arrivammo a Verkn-Kolimsk, miserabile borgo, ove evvi
un piccolo ostrog, esile fortezza in legno, circondata di palizzata e
grossi tronchi. L'ostrog, cadendo in ruina, ricoverava male i cinque
Cosacchi che l'occupavano per dare mano forte all'offiziale del bailo
nella esazione del _yusak_ nel distretto.

L'_esaule_ era un Russo, invecchiato nel paese, lupo un d
formidabilmente affamato, ora un po' addimestichito.

Presi immediatamente con lui un'aria insolente ed in collera, lo
minacciai di portare i miei lamenti al governatore della Siberia
orientale. L'esaule non si mostr per troppo turbato, e mi chiese il
mio passaporto. Io glielo presentai. Ei lo lesse e rilesse, lo volt e
rivolt nelle sue mani, mi guard in maniera sospettosa, mi squadr con
insolenza.

--Il passaporto  in regola, disse egli alla fine. Vediamo adesso la
lettera di commissione dell'Ammiragliato di Pietroburgo.

--Ci non vi riguarda, risposi io; il vostro officio si limita alla
visita del passaporto.

--Ci  vero, replic l'_esaule_.

--Nondimeno, soggiunsi io, non ho alcuna difficolt a mostrarvi il
dispaccio del ministro della marina.

--Vi chieggo scusa, mormor l'_esaule_, leggendo la lettera
dell'Ammiragliato. Ma il governatore di Jakutsk ci ha segnalato la fuga
di un Polacco deportato, col quale, per disgrazia, voi avete qualche
tratto di somiglianza.

--Ci non mi stupisce: io sono dell'Ukrania.

--D'altronde, perch, in una stagione come questa, vi scostate voi
dalla strada ordinaria?

--Gli  semplicissimo, rispos'io. Io sono incaricato dal
generale Ozerof di fare uno studio geologico della catena degli
Stanovoy-Grebete, ove prendono la sorgente l'Indighirka, la Kolima e
l'Omolone. E siccome io ritorno in Russia pel Kamtsciatka, imbarcandomi
a Petropaolowki, cos non potevo osservare queste montagne che
costeggiandole il pi d'appresso possibile.

--Avete voi questa commissione in iscritto?

--No: n ci era necessario.

--Eppure! disse l'_esaule_. Poi, perch avete voi un passaporto datato
da Jakutsk, mentre la commissione del ministro della marina viene da
Pietroburgo?

--Per la ragione che io mi trovava ad Olekminsk, quando la commissione
mi  giunta, e che Jakutsk , mi sembra, pi vicino di Pietroburgo per
farmi dare questo passaporto.

--Per un'altra strana coincidenza, continu l'_esaule_, il Polacco
fuggito  accompagnato da una giovinetta, i cui connotati corrispondono
a quelli di vostra sorella.

--Che posso farci?

--Voi, niente. Ma io debbo fare ci che la prudenza esige in queste
circostanze: io vi arresto, e scrivo al governatore di Jakutsk per
domandargli delle istruzioni.

Io era fulminato. Nonostante feci uno sforzo su me stesso, e risposi:

--Voi compirete il vostro dovere come l'intendete. Ma nel medesimo
tempo che il corriere porter le vostre lettere al governatore di
Jakutsk, egli porter altres la mia protesta contro la violenza che mi
fate, e i miei dispacci al ministro della marina, in cui gli racconter
gli ostacoli che un esaule si permette di opporre ai suoi ordini. Non
vi sar che un anno perduto e qualche migliaio di rubli sciupati pel
Governo; ma, al postutto, io mi riposo.... ed avr l'onore di fare il
vostro ritratto.

L'_esaule_, a sua volta, mi sembr perdere staffa. Io aveva aperta la
breccia; perci continuai:

--Infrattanto, mentre il vostro corriere si reca a Jakutsk, io vi
consiglio ad occuparvi dei preparativi pel mio viaggio--di cui intendo,
del resto, compensarvi largamente. Vorrei arrivare allo stretto di
Behring prima del mese di giugno, onde non essere per via divorato dai
tafani.

La venalit dei funzionarii russi  proverbiale in Europa, a causa
dell'impudenza ch'essi vi mettono. La parola ricompensa suon dolce
all'orecchio dell'_esaule_.

Eravi nella stanza ove parlavamo un vecchio prete, che, senza lo
strepito e la iattanza dei missionari cattolici, converte ogni
anno, all'epidermide egli  vero, numerosi Tungusi e Jukaguiri al
cristianesimo, e fa ogni anno un viaggio di 2500 verste a cavallo
per visitare i suoi catecumeni. L'_esaule_ parl qualche minuto
all'orecchio del prete, il quale gli rispose, mi sembr, con vivacit.
Da quel colloquio segreto risult questo:

--Io comincio ad occuparmi da domani, disse l'esaule, per procurarvi
una buona narta e la migliore muta di cani, che sar possibile riunire
in questa stagione. Resterete in casa mia. Io far partire, fra un
giorno o due, un Cosacco per Jakutsk, che porter il mio rapporto al
generale Ozerof e le vostre lettere per l'Ammiragliato. Saremo cos
in regola tutti due, e, se ho fatto male arrestandovi, ne subir le
conseguenze.

Io sospettai un tranello in questa risoluzione. Quindi risposi
alteramente:

--Sta bene. I miei dispacci saranno pronti fra un paio di ore.
Solamente, siccome il carceriere ed il prigioniere non potrebbero
vivere insieme in un eccellente accordo, cos pregovi di assegnarmi
un'altra dimora, fosse anche nell'ostrog, come conviensi ad un forzato
fuggito dal Bagno. Non domando alcuna concessione, alcuna transazione
al vostro dovere che v'impone un sospetto, pel quale mettete
impedimento agli ordini dello Czar.

Questo linguaggio lo scosse. Il colloquio dell'_esaule_ e del prete
ricominci. Clsi in aria questa frase del prete: Chi lo sapr?

--L'ostrog  inabitabile per persone come voi e vostra sorella, rispose
l'_esaule_. Restate qui per oggi. Domani procurer di avere una
casipola per voi.

Io non dimandava di meglio che restare, onde compiere la compera del
mio uomo.

Per ben rappresentare la mia parte, sollecitai a scrivere al
ministro della marina, e la sera, prima di pranzo, diedi il mio plico
all'_esaule_, sollecitandolo a far partire il corriere. E' si mostr
poco pressato. Al contrario, esager la pena che doveva darsi per
somministrarmi i mezzi di viaggio. Avevo detto che io non infliggeva
alcuna prestazione forzosa ai poveri e poco numerosi indigeni, e che
pagherei--imprudenza da mia parte, essendo ci insolito agli uffiziali
del Governo! Questo per allett l'_esaule_. E' poteva esigere una
commissione dalle persone cui impiegava. In breve, io passai a
Verkn-Kolimsk tre giorni in una viva ansiet quantunque constatassi
che il corriere non partiva, e che gli approvvigionamenti pel mio
viaggio si eseguivano. Ebbi una nuova conversazione coll'_esaule_,
nella quale mi lamentavo delle sofferenze che avrei a subire in un
viaggio di primavera, a causa della sosta che si metteva alla mia
partenza.

--Il bel vantaggio, soggiunsi io, quando sapr che sarete stato
severamente punito per il vostro abuso di autorit! Ci mi risparmier
forse una sola puntura di zanzara, un tundras, lo scioglimento del
ghiaccio delle riviere, le difficolt infinite della via, che, la
contrada essendo gelata, sono in parte rimosse in questo momento?

--Che posso farci adesso? rispose l'_esaule_, con accento significativo?

--Non far nulla, per Dio! non saper nulla, non veder nulla, e....

Apersi il portamonete, facendo vista di cercarvi alcun che.

--Sia, riprese l'_esaule_. Non mander corriere. Ripartite domani.
Obliate tutto. Schizzate il ritratto di mia moglie, stasera.... Tutto
 in punto onde partiate domani.

Infatti, partii all'indomani. Una narta, carica di viveri, di pesce
secco per i cani e di una parte delle nostre provvigioni, ci precedeva.
Era tirata da dieciotto magri cani di Siberia, dalle orecchie rotonde
come gli orsi. La slitta, allestita con otto altri cani, seguiva la
narta. Cesara ed io conservavamo il nostro veicolo.

Viaggiammo con celerit incredibile.

I pattini delle vetture erano guarniti di osso di balena; e siccome
le asperit dei paludi gelati che traversavamo occasionavano qualche
ritardo, cos si fe' uso dei pattini di ghiaccio--vale a dire, si
versava dell'acqua sui pattini, la quale, gelando la notte, li copriva
di una crosta di solido cristallo, che sdrucciolava celere e diminuiva
lo stropiccio. Io aveva indossato un abito di pelliccia pi caldo, per
mettermi al coperto dal freddo, e Cesara era, alla lettera, seppellita
sotto pelli di orso, di volpe polare e di renna. Qualche giorno dopo,
arrivammo alle sponde dell'Omolone, al sito ove la Knodutuna sbocca
nella riviera.

Percorrevamo una solitudine di neve. Il salice cessa di vegetare
all'Omolone. Fummo assaliti dalle medesime bufere di neve, le quali
divenivano tanto pi veementi, inquantoch la contrada non era pi
frastagliata di alte catene di montagne. Era una rete di prominenze ora
nude, ora gremite di sterpio, nelle spaccature, di cedri nani, la cui
piccola bacca saporosa forma la delizia degli orsi, degli scoiattoli e
degl'indigeni. I lupi ci dettero ancora una caccia vigorosa; ma questa
volta non lasciammo loro il tempo di formarsi in battaglione: quando ne
vedevamo tre o quattro riuniti, tiravamo sopra di loro. Ogni tre giorni
facemmo sosta per cacciare e far riposare i nostri cani, che soffrivano
molto pel freddo. Avevamo dugento verste da percorrere ancora, prima
di arrivare all'Avadyr.

Il paese abitato dai Tungusi e dai Jakuti restava indietro. Eravamo
gi nella regioni dei Kosiaki e dei Tsciuktscias, trib indipendenti,
gelose della loro libert, sospettose, feroci, viventi di caccia, di
pesca, delle loro renne, e, quando possono, di furto. Avevamo avuto la
buona ventura di cansar l'incontro dei banditi, vale a dire i forzati
evasi, che percorrono le foreste vivendo di brigantaggio e mettendo a
ruba le yurte sparpagliate ed i villaggi. Avremmo noi questa cattiva
sorte, traversando steppe inesplorate e inospitali? Parlavamo di ci
con Cesara, quando un giorno, verso il mezzod, entrando in una gola
di colline, la nostra guida, che conduceva la narta, fece osservare a
Metek delle tracce di racchette da neve, che mostravano la loro riga
cristallizzata sulla neve della notte precedente.

--Tenete le armi in ordine, mi disse Metek, sporgendo la testa nella
slitta; ci va dinanzi un selvaggiume, che potria essere pericoloso.

--Che selvaggiume?

--Ma, che so io! I Tsciuktscias forse, i Kosiaki, peggio ancora, i
_vors_ scappati da Okhotsk o da Ayan.... qui non si  sicuri di nulla.

Malgrado l'allarme, viaggiammo il giorno intero senza accidenti,
trovando sempre per le orme dei pattini da neve dei viaggiatori che
passano per la contrada.

Eravamo nel febbraio 1866. Il tempo era orribile: il vento e la neve
ci davano battaglia. Non avevamo potuto percorrere pi di cinquanta
verste. Uomini e bestie cadevano di spossamento. Il conduttore della
narta aveva scrto un sito sotto una sporgenza di roccia, ai limiti
di una steppa di spine, di parecchie decine di verste, cui avevamo a
traversare, ed erasi vlto a Metek per dimandargli se non gli sembrasse
conveniente di accampar quivi la notte. Di un tratto, udimmo un sibilo
seguto da un grido. Il sibilo era prodotto da una freccia: il grido
partiva dalla nostra guida, che sclamava:

--Sono morto!

La spiegazione di questo avvenimento non si fece attendere. Di dietro i
macigni, vicino alle steppe, sbucarono come un turbinio dodici uomini
vestiti di pelle di renne, che si precipitarono sopra di noi. Un
nugolo di freccie fischi allora intorno a Metek, che salt di botto
dalla predella della slitta, e prese il fucile. Io pure uscii fuori.
Cesara si alz, tenendo in mano i due revolver muniti di capsula per
passarceli. I due colpi di Metek ed i miei partirono insieme. Quattro
briganti caddero supini. Gli altri non pensarono a continuare la lotta:
si gettarono sulla narta ancora attaccata ai cani, e scomparvero. Noi
scaricammo sopra di loro i revolver, ne ferimmo forse taluno, ma il pi
chiaro della disgrazia era questo: avevamo perduta la narta, caricata
della parte pi considerevole delle nostre provvigioni.


XI.

La perdita era irreparabile. Non avevamo salvo che il pemmican, e
fortunatamente il calderino, la lamina di rame, l'accetta... ed altre
piccole provvigioni nel fondo della slitta. Ma che dar a mangiare ai
cani?

--Ho di che nudrirli per tre giorni, mormor Metek. Noi cacceremo.
Siamo in un paese che abbonda di renne selvagge, argali, orsi, che
stanno per isvegliarsi presto e ci daranno, se Dio vuole, non poco
travaglio. Frattanto giungeremo alle sponde de l'Anadyr.

--L'Anadyr non  una citt, dissi io. Ed una volta col, abbiamo ancora
circa mille verste di fiume da discendere. Quanto ad Anadyrskoi-Ostrog,
non voglio approssimarmivi.

--Nondimeno, soggiunse Metek, noi non possiamo restar qui. Saremo
inseguiti. Questa notte bisogna viaggiare.

--Ma i cani sono sfiniti.

--Vado a regalarli, disse Metek.

Io vidi allora, con forte fremito, ch'egli, preso il coltello, and a
tagliare quanta pi carne pot dalle parti pi polpute dei cadaveri
dei briganti. Egli l'accatast tutta sotto i suoi piedi, nella slitta;
poi si mise a tondere i muscoli delle braccia e delle spalle, e ne
gett a manate ai cani affamati. Che festa! Mentre quei lupi un po'
addomesticati si davano ad una vera orgia, Metek accese il fuoco. Ben
presto il calderino risuon, e il pemmican ci fece un brodo in cui
stemperammo un po' di farina di segale. Nient'altro; ma era un liquido
caldo, e ci rifocill.

Due ore dopo, giravamo la steppa macchiosa.

La notte era estremamente fredda, ma chiara; le stelle palpitavano di
luce azzurrina. La neve, indurita come marmo, offriva una strada solida
e sdrucciolevole. Ai primi passi, i cani caddero sulle orme di un
selvaggiume. Ci fu buona ventura: quelle bestie, che di solito fanno
dieci o dodici verste all'ora, oltrepassavano in questo momento le
quindici verste--il massimo della loro velocit. Un'ora e mezzo dopo,
li lasciavamo respirare per una mezz'ora; poi la corsa ricominci. Due
giorni dopo, eravamo all'Anadyr, nel sito ove la Travyanaija ha le sue
foci.

Bisogn riposarci un giorno. I cani non avevano pi fiato. Ci credemmo,
del resto, liberi dall'inseguimento degli assassini.

Non ci restavano che novecento verste di fiume da discendere.

Io mi credeva quasi al termine del mio viaggio.

--Egli  impossibile raggiungere il golfo d'Anadyr col nostro
equipaggio, mi disse ad un tratto Metek. I nostri cani, quasi tutti,
hanno i piedi malati. Se sanguinano, siamo spacciati.

--Che fare allora?

--Anzi tutto li calzer di stivaletti, e continueremo con essi fin dove
potremo. Ma  mestieri pensare ad altro.

--Per esempio?

--Per esempio, cacceremo alle renne, ma non col fucile, col laccio.
Queste bestie se la svignano verso il mare Glaciale a primavera,
onde sottrarsi al calore ed alle zanzare, e ritornano nelle foreste
della pianura il verno per trovarvi un po' di caldo. Le steppe dei
_torendras_, della sponda sinistra dell'Anadyr, ne formicolano.
L'immensa contrada che principia all'Omolone e si stende fino allo
stretto di Behring, tra la via sinistra dell'Anadyr ed il mare
Glaciale,  abitata dei _Tsciuktscias a renne_. Arriveremo quindi a
procurarci una muta, il cui nutrimento non ci coster nulla, e la cui
forza e l'abitudine di soffrire sono superlativi. I nostri cani ci
serviranno a cacciare le renne. Imperocch non basta di giungere alla
baia d'Onemene, nel golfo; ma bisogner forse risalire verso il nord, o
costeggiare il mare all'est per...

Metek si tacque. Aveva egli indovinato il mio segreto, al pari
dell'_esaule_ di Verkn-Kolimsk? Io penso che s...

Le ripe dell'Anadyr sono molto erte a destra, appiattate in parte a
sinistra. Da un lato si osserva la catena degli Stunovoi, che comincia
l verso il mare di Okhotsk, e prolunga i suoi picchi fino al mare
di Behring. Dall'altro lato, sono stagni frastagliati da piccoli
laghi, numerosi torrenti e fiumi, e parecchie colline del paese dei
Tsciuktscias. Vi  ancora a destra qualche selva, ma lontana, e non
raggiunge n i torendras a sinistra n le rive del mar Glaciale. Il
corso dell'Anadyr  seminato qua e l di isole, e riceve un gran numero
di affluenti. Gli ostacoli, che sbarrano il suo letto, si rinnovellano
di frequente, ma non sono insormontabili. Incontrammo tutti i pericoli,
tutte le sofferenze, tutte le fatiche che avevamo affrontate fin
qui: freddo, guerra di elementi, privazioni, inseguimenti di bestie
affamate, la vista di qualche orso bruno, che ci fiutava con una
volutt sibaritica; poi un silenzio spaventevole dappertutto. I cervi
stessi ci accompagnavano come se avessero seguto un funebre corteggio.

Il cane siberiano ringhia ed urla, ma non abbaia.

Siccome diveniva sempre pi urgente di dar la caccia alle renne--due
dei nostri cani sanguinavano gi ai piedi--cos ci fermammo al sito,
ove il Kholole si precipita nell'Anadyr, il sito sembrava propizio.
Un cespuglio di arboscelli si prolungava quasi fino alle sponde. La
spaccatura delle rocce ci presentava una grotta, che aveva servito,
prima di noi, a non pochi orsi, ma che al presente trovavasi vuota. I
cani digiunavano da trenta ore. Issammo dunque la slitta sul margine
destro del fiume, ed accampammo nella grotta.

Il freddo era feroce, bench in febbraio. I cani ci aiutarono a
cacciare. Fummo tanto fortunati, da uccidere un lupo ed una volpe per
il desinare, atteso da cos lungo tempo dalla nostra muta. Ma non una
renna, neppure una lepre si present ai nostri sguardi. Bisogn, per
quel d, contentarci di due o tre Karaki, smarriti in que' paraggi.
All'indomani, l'istessa mala ventura; ma trovammo la traccia delle
renne. Questa traccia per, andando dall'est all'ovest, ci consigli a
cacciare sulla riva sinistra del fiume. Facemmo dunque gli apparecchi
pel d seguente.

In fatti, verso il mezzod, la vista nell'aria di qualche aquila ed
altri uccelli da preda, che si librano sempre sulle gregge di renne
che emigrano, ci segnal la vicinanza di queste bestie. Continuammo ad
andare nella medesima direzione, e, poco dopo, un branco di renne si
offerse al nostro sguardo.

Se si fosse trattato semplicemente di ucciderne una o due, la preda
era sicura. Ma trattavasi di avvicinarle, di tenerle ad una distanza
convenevole per lanciare loro il laccio. Un colpo di fucile le avrebbe
fatte partire come il vento! La steppa, coperta di neve, si allargava
dinanzi a noi a perdita di vista, zebrata di cespi di ginepri ed altre
piante fanerogame, malescie e nane, di cui le renne mangiavano i
rimettiticci pi teneri. Il capo-renna, che dirigeva il piccolo branco,
il _vojati_, quasi sempre una renna femmina magnifica, grande come
un bisonte, ci scrse, e rizz il superbo suo capo, ma non diede il
segnale della partenza.

--Se quelle renne non appartengono a qualche Tsciuktscia, disse Metek,
esse hanno avvicinato per l'uomo. Ci sar quindi facile forse di
strisciare dolcemente fino ad esse e tentare di accalapiarle.

Chiamammo i cani, che ci obbedivano con estrema difficolt, ed io
m'incaricai di ritenerli presso di me, mentre Metek si approssimava a
carponi verso il piccolo gregge. Le renne non si spaventarono. Esse
guardavano con attenta curiosit quell'essere ravvolto in una pelle
simile alla loro, che rotolava lentamente nella loro direzione. E
Metek avanzava sempre: il mio cuore batteva. Metek accelerava il suo
approccio, infine il mio cuore salt di speranza. Metek arrivava a
portata di lanciare il laccio e si rizzava infatti dietro una macchia,
quando una freccia fend l'aria con un sibilo lamentevole, ed and a
conficcarsi nel cuore della renna-capo. Essa gett un bramito lacerante
e cadde. Il piccolo branco fugg come uno stuolo di uccelli spaventati.
Immediatamente, di dietro un'altra macchia si mostr un Jukaghir, che
aveva abbattuto il selvaggiume. Ei s'incontr faccia a faccia con Metek.

Il Jukaghir rassomiglia un po' al Russo: capelli ed occhi quasi neri,
viso lungo abbastanza regolare, una bianchezza straordinaria di pelle,
ben fatto, di statura media. Poi, gaio, ospitale, suonando quasi tutti
il violino o la _balalayka_, o mandolino.

Io sopraggiunsi. Il povero cacciatore non sospettava neppure il male
immenso che ci aveva fatto. Metek glielo spieg. Il Jukaghir gett un
grido di gioia, e c'inform che a 50 verste pi lontano, all'est, quasi
sulla riva del fiume, si trovava una yurta di Tsciuktscias, abitata
da una famiglia che possedeva delle renne domestiche. Il Jukaghir ci
ced la met della sua preda, ci che noi non eravamo in grado di
rifiutare, e si allontan. I nostri cani furono nudriti, e noi facemmo
un eccellente desinare colla lingua della renna.

Partimmo all'indomani alla ricerca della yurta. Ell'era, del resto,
sulla nostra via.

Arrivati la sera al sito, ove la yurta provvidenziale doveva
essere--Metek aveva presi dei ragguagli precisi--, ci fermammo. La
giornata era stata orribile. Avevamo seguto una valle profonda, nella
quale l'Anadyr scorre, nell'estate, quasi incassato fra due argini
fiancheggiati da rupi a picco, minacciose, e sporgenti.

Intorno a noi si dondolava un vapore azzurrastro, che dava
forme bizzarre alle rupi. Dall'alto di questi picchi, colle cime
fantasticamente dentellate, slanciavansi delle cascate, ora rapprese
dal gelo nel loro salto e formanti sulle costole del granito delle anse
di diamante. La crosta del fiume presentava una superficie fortemente
aggrinzata, quasi scompigliata. Verso sera, il vento si lev, e soffi
s forte, che ci riesc impossibile dirizzare la tenda ed accendere
il fuoco. I nostri denti battevano un galoppo formidabile. I cani
sbranavano i resti della renna. Noi mordemmo un po' di pemmican.
Un po' pi gi, innanzi a noi, si apriva un gorgo, ove l'Anadyr si
precipitava. La notte del 19 febbraio 1866 fu una delle pi terribili
del nostro viaggio, quantunque avessimo scavato un tunnel nella neve,
ove, avvolti nelle nostre pellicce, ci eravamo cacciati.

Sollecitavamo l'arrivo dell'alba per metterci alla ricerca del casolare
indicato.

Il tempo si ammans. Si levarono anzi i venti tiepidi, e la temperatura
si riscald. Un barlume di sole freddo colpito d'itterizia si avventur
all'orizzonte.

Prima di partire per cercammo di un sito coperto, ove addossare la
tenda a qualche pilastro di ghiaccio--non vi erano pi alberi--, ed
accendemmo un magnifico fuoco, che ci permise di avere un buon brodo,
ove immergemmo qualche rimasuglio di biscotto. Cesara si accocol
presso il fuoco. Le spine stesse cominciavano adesso a divenire pi
rare.

Uscimmo dunque a caccia. Due ore dopo, la yurta dei Tsciuktscias si
offr ai nostri sguardi. Corremmo. Era vuota! Ma le ceneri del focolaio
vi erano calde ancora: il che significava che l'abitante era assente,
o aveva cangiato di posto il mattino. Il nostro dubbio non si prolung
di molto. Poco dopo, due donne, cariche di bruscoli di rododendro,
arrivavano al casolare. Elleno si mostrarono alquanto spaventate della
nostra presenza: Metek le rassicur. L'uomo loro cacciava, e non
arriverebbe che a sera. Vicino alla yurta stavano due piccole slitte.
Era dunque evidente che lo Tsciuktscia possedeva o aveva posseduto
delle renne. Anche questo dubbio fu presto rischiarato. Alla domanda di
Metek, la donna confess che essi avevano dieci renne, forse le stesse
vedute da noi qualche giorno innanzi.

Volendo ad ogni costo parlare all'abitante di quel luogo, cacciammo,
aspettando l'ora del nostro colloquio con lui. Uccidemmo una volpe, due
corvi, una grue, rarissima in quella stagione, e in quelle contrade.
Io ritornai alla tenda, correndo. Metek ritorn alla casipola per
parlare allo Tsciuktscia. I miei abiti erano umidi di traspirazione: li
cacciai sotto la neve, che assorb l'umidit e me li rese secchi come
se uscissero di un forno.

Metek non riusc nella commissione, in questo senso, che l'indigeno
dimandava, in cambio delle tre renne cui consentiva cederci, del
tabacco di Tsciukscia, fortissimo, o dell'acquavite di cui noi
mancavamo affatto. E' non sapeva che farsi dei rubli, cui non avrebbe
potuto barattare che recandosi alla fiera di Ostrovnorse, vale a dire
ad 800 verste all'ovest. L'indomani nonpertanto il Tsciuktscia, venne a
vederci, e ci port un mezzo argali, montone selvaggio. Ne aveva uccisi
due la vigilia.

Io non fui pi fortunato di Metek nel negoziato. Il selvaggio
domandava adesso un fucile, o per lo manco un revolver e delle
munizioni. Io non poteva disfarmi delle mie armi. Mi decisi quindi a
continuare la strada coi cani, facendoli riposare qui: perocch il
Tsciukstcia mi assicurava che la contrada non mancava di selvaggiume.
Ora, noi avevamo cani e fucili. L'indigeno cacciava colla picca, colle
frecce, e venne armato del suo _batase_--una lama di ferro in cima di
una lunga asta.

Il Tsciuktscia mangi con noi, spiando cosa potesse rubare e toccando
tutto. Egli venne in seguito ogni d, mattina e sera, nella sua slitta,
tirata da quattro renne. Egli contemplava Cesara con occhi carichi di
scintille. La sua famigliarit cominciava a stancarmi. Avevamo fatta
una buonissima caccia di argali ed ucciso un orso, avvegnacch ci fosse
stato impossibile avvicinare le renne selvagge e pigliarle al laccio.
Fissai dunque la nostra partenza per il domani. I cani erano, se non
guariti interamente, in istato di viaggiare. Una copiosa panciata di
orso li mise in galloria. La giornata, relativamente calda, fu spesa
nella caccia. Verso sera, Metek si ostin a seguire le peste di un
argali; io rientrai per fare qualche rattoppo alla slitta. Fui stupito
nel vedere, a poca distanza dal nostro accampamento, la slitta del
vicino. Accelerai il passo. Ad un tratto, lo scoppio di una pistola mi
giunse all'orecchio. Corsi... mi precipitai nella tenda.

--Al soccorso, mi grid Cesara, con le vestimenta lacere, e rovesciata
al suolo.

Il Tsciuktscia lottava con lei. Vedendomi, e' si raddrizz, e si
scagli sopra di me, colla _batase_ alla mano. Era stato ferito alla
guancia dalla pistola di Cesara, e gliela aveva strappata di mano. Io
rinculai fuori della tenda, ed afferrai l'accetta. Avevo il fucile:
avrei potuto abbattere quel miserabile con una palla nella fronte come
avevo fatto dell'orso; ma mi sembr vigliaccheria. Ero forse ridicolo;
ma infine la fu cos. Un duello in regola cominci tra noi due. Il
selvaggio aveva il vantaggio dell'arma, io quello della ginnastica e
della scherma. Per buona ventura, e' non si avvis di servirsi del
revolver. Io parai a lungo, volendolo disarmare e prendergli cos
le renne in cambio della vita. Ma egli mi attacc con rabbia, con
acciecamento: io saltava a destra ed a manca. Ei credette che io mi
avessi paura di lui, e divenne pi accanito, pi furibondo. Cesara
usc, e grid:

--Gurdati, gurdati!

Lo Tsciuktscia, infatti, si abbassava per cacciarmi il _batase_ nel
ventre. Io non mi contenni pi: un colpo di accetta gli apr il cranio
in due, e lo rovesci fulminato.

Metek sopraggiunse.

Voi comprendete il resto.

Io ripresi il revolver rubato a Cesara, e mi impossessai delle renne e
della slitta dell'indigeno.

Aggiogammo, come potemmo, cani e renne, e partimmo la notte stessa.
Un'aurora boreale ci aiut a tirarci dal letto dell'Anadyr, per evitare
lo sdrucciolo a picco di una delle sue cascate gelate.

Il resto del viaggio si compi senza accidenti umani, ma le difficolt
naturali ci opposero ancora mille ostacoli. Li superammo tutti
finalmente, ed il 7 di marzo 1866 ci arrestammo all'imboccatura della
Krusnaia, uno degli affluenti dell'Anadyr, a 300 verste dal mare.

Ci riposammo in quel sito. La contrada era divenuta sempre pi
selvatica. Gli alberi erano interamente scomparsi, la selvaggina presso
a poco. Tenemmo consiglio. Bisognava continuare, od aspettare quivi lo
scioglimento dei ghiacci?

Dopo aver bene riflettuto, pesate tutte le probabilit, considerati
tutti i casi, ci decidemmo ad avanzare fino al filo, ove l'Anadyr cessa
di essere fiume e diviene la baia di Onemene. Il 13 marzo, infatti,
eravamo nel paese abitato dagli Tsciuktscia-Onkiloni, Tsciuktscias
sedentari, mentre i nomadi, i Tsciuktscias a renne, sono accampati
nella parte montagnosa della contrada, al nord-ovest del mar Glaciale.

Per quale considerazione mi era io deciso a recarmi in questa contrada,
piuttosto che sulle sponde del mar Pacifico, o nella Cina, traversando
il deserto?

Per le seguenti principalmente:

Io dovevo incontrare meno agenti russi sulla mia via; questa via, nel
verno, era quasi sempre letto di fiumi e superficie di laghi gelati;
arrivato nel golfo di Anadyr, io aveva tre probabilit di salvamento:
o traversando durante l'inverno, in slitta, gli ottantaquattro
chilometri che separano l'Asia dall'America, il capo Orientale dal
capo del Principe di Galles, vale a dire lo stretto, come fanno ogni
anno gli Tsciuktscias, che si dedicano al commercio; o, traversando lo
stretto durante l'estate, approdare all'isola delle Spezie, e recarmi
di l nell'America russa, come fanno nelle loro cattive baydares gli
Tsciuktscias, intrepidi marini; ovvero io poteva, arridendomi la
fortuna, trovare un baleniere americano od inglese, venuto alla pesca
della morsa, dell'orso bianco, del vitello marino e della balena,
abbondantissimi in que' paraggi alla rottura dei ghiacci.

Questa parte della costa nord-est dell'Asia  pi popolata,
precisamente perch gli anfibi e le balene la frequentano di pi.

Avrei potuto avventurarmi nell'America russa e nelle regioni dai
Samoiedi, quando l'avessi voluto, in due giorni; ma ci era quello che
mi conveniva meno. La mia speranza era proprio d'installarmi a bordo
di una baleniera e di toccare cos un porto dell'Arcipelago del re
Giorgio, dell'Arcipelago del principe di Galles, nel nuovo Norfolk,
nella nuova Cornovaglia, nel nuovo Hanovre, in qualche porto del mare
di Hudson, all'isola Vancouver, o infine in un porto del territorio di
Washington.

Le trib del golfo di Anadyr non sono cattive, ma sospettose, ladre ed
interessate. Io voleva avere con questi indigeni il meno di attinenza
possibile. Quindi mi stabilii nell'interno delle terre, non lontano dal
fiume, per aspettare il mese di giugno e l'arrivo delle baleniere. Se
questa buona fortuna mi falliva, io avrei preso allora una risoluzione
definitiva. Infrattanto, mandai Metek alla costa, nella baia di
Onemene, per pigliar lingua, ed io mi diedi a cacciare ed a pescare.

Per pescare, forai il ghiaccio del fiume e vi cacciai dentro la
rezzuola. Le renne se la cavarono da sole, come potevano, poveramente,
leccando il muschio o scavando il lichene, quest'ultimo dei vegetali
che copre l'ultima delle terre, come dice Linneo. Ma diveniva quasi
impossibile nudrire i cani. Non potevo, pertanto, lasciarli morire di
fame. Il pi prezioso e il pi raro oggetto del nostro mantenimento
per era il legno. L'ho detto: non incontravamo pi selve; bisognava
andare alla ricerca dei tronchi trasportati dai flutti, che arrivano
persino dalle coste di America.

Metek ritorn dopo sei giorni di assenza, seguto da un Kamakay, il
capo di una trib di Tsciuktscias, della baia di Notchene, e da due
altri indigeni, in due slitte. Mi portarono in regalo una foca. Metek
li aveva completamente rassicurati sulle mie intenzioni pacifiche,
confermate, del resto, dalla mia posizione. Egli aveva detto loro che
io non veniva per assoggettarli o cacciarli da quella contrada; che io
era un inviato dello _Czar bianco_; che i ladri ci avevano spogliati
delle nostre narte, ove erano le provvigioni ed i regali di tabacco e
di vetrerie, che io portava loro; che la mia missione era di disegnare
il paesaggio di queste coste desolate.

Ora, e' non avevano compreso questa singolare missione. Venivano quindi
ad assicurarsi coi loro occhi della verit del racconto di Metek. Il
Kamakay si chiamava Ethel.

Non volendo espormi ad uccidere altri Tsciuktscias, n esporli
a rinnovare l'attentato infame che avevo punito, ricevei i miei
visitatori fuori della tenda, dicendo che mio fratello era molto
malato. Il Kamakay sembrava imbarazzato. La nostra storia, i nostri
disegni non gli parevano troppo chiari. Per cancellare ogni cattiva
idea dalla sua mente, io entrai nel pologhe, e ne uscii con un album e
delle matite. Mentre io parlava, e Metek gli spiegava bene o male le
mie parole, io schizzai il paese che ci circondava ed il ritratto di
Ethel, perfettamente riesciti. Gli mostrai il foglio.

Quando egli vi ebbe gittati gli occhi, divenne livido e come preso da
terrore: mi prese per uno _sciaman_, che gli gittasse un sortilegio. Lo
rassicurai. E gli promisi di dargli lo schizzo contro cinque vitelli
marini, dieci narte di legno galleggiante, ed una tenda pi larga in
pelle di renna, il tutto trasportato nel sito che io gl'indicherei
bentosto. Ethel sembr incantato del negozio. E se ne and quasi
in estasi, quando gli dissi che lo Czar bianco, _figlio del sole_,
non potendo recarsi in quelle contrade, voleva avere le immagini dei
Kamakay suoi amici, e ch'essi tutti passerebbero sotto gli occhi dello
Czar, il quale manderebbe ad ognuno d'essi un Kamley in panno rosso.

Non ebbi mestieri aggiunger altro ed occuparmi di altro. Tutti i
Kamakay del paese, a quattrocento verste intorno, accorsero per avere
il loro ritratto e mi portarono regali. Ebbi tutti i ragguagli che
volevo; ma sventuratamente, non affatto di mia soddisfazione.

I balenieri visitavano que' paraggi molto irregolarmente, n ogni anno,
n ad epoche fisse; lo stato del mare e la fortuna della pesca sopra
altre coste decidevano dei loro viaggi.

Questa conoscenza pi precisa della mia desolata situazione mi
determin a portare il mio accampamento sulla riva sinistra
dell'Anadyr, mentre era ancora gelato, ed andare a stabilirmi pi
vicino del capo Orientale e della baia di San Lorenzo. Mandai Metek a
scegliere il sito meno tristo di quella steppa, ove si rinvenisse un
po' di muschio per le nostre renne, ed ove il legno galleggiante non
fosse n troppo raro n troppo lontano. Si trattava di aspettare fino
al mese di agosto, forse; perocch io aveva risoluto di non tuffarmi
nell'incognito dell'America russa se non all'ultimo estremo.

Metek compi la commissione in modo ammirabile. E alcuni giorni dopo,
verso la fine di marzo, io andai ad occupare con Cesara il padiglione
in pelle di renna, che Ethel mi aveva fatto innalzare vicino ad una
delle numerose caverne dietro al monte Zerdzi-Kamen, tra la baia di
Onemene e quella di San Lorenzo, proprio nel sito ove gli Tsciuktscias
si nascosero per assassinare i Russi infami, che seguivano
Paulowski--a circa _quattordici mila chilometri_ da Varsavia!

La nostra dimora si addossava ad un monticello di 300 metri di altezza
a picco. Esso formava una dalle pareti del burrone, ove si slancia, di
roccia in roccia di granito rosso, un torrente, nel mese di giugno, e
che adesso rassomigliava ad una scalinata di cristallo per un gigante.
Qualche aborto di larice nero ed informe tremava dal freddo sull'altro
versante del precipizio; ma la vallata, che si apriva innanzi al
torrente, si abbelliva nell'estate di piante, e di poche bacche di un
verde-giallo clorotico. Di gi sulla neve le cellule del _protococcus_
cominciavano ad animarsi ed aggrupparsi. I paperi selvaggi venivano a
fare la loro muta nei ruscelli, i palmipedi marittimi vi arrivavano in
partite di piacere. Vi si pescava un po' lo _sterlet_, la _nelma_, il
_mauksune_ e lo _tscir_--tutti grossi pesci della specie della trota
e del salmone. I vicini non erano gente trista. Le donne vi venivano
la state a raccogliere un po' di frutti del _vaciet_ di montagna,
quando maturava. Nelle tane dei topi abbonda la radice farinosa della
_makarcha_, ci che mi procurava il sollazzo della visita curiosa degli
orsi bruni, i quali venivano a scavare i topi, cui inghiottivano con
una soddisfazione sibaritica, tirando fuori la radice.

Io non era lontano dalla costa, ove s'incontrava qualche _casipola di
rifugio_ per i cacciatori, ed ove io poteva godere dello spettacolo del
mare e darmi _ai miei studii topografici_. Potevo andare alla caccia
dell'isatis bianco o turchino, dell'orso bianco, dell'argali, della
volpe, del lupo, del leone e del vitello marino, e di tutta la trib
degli uccelli viaggiatori ed acquatici, e dei quadrupedi che fuggivano
innanzi al flagello divoratore dei dipteri succhiatori. Il ghiaccio
rompevasi al mese di giugno. I blocchi di ghiaccio cumulati, formavano
delle dighe, cagionavano delle inondazioni che, ritirandosi, lasciavano
un letto di piccoli pesci, cui si disseccavano per i cani.

Io non avevo bisogno di tutto codesto, perocch, in qualunque modo, io
non avevo a passar l'inverno sul mare Glaciale. Ma Metek? Ma _chi sa?_
D'altronde, io dovevo giustificare la parte cui rappresentavo.

Io non saprei esprimervi lo stupore atterrito che mi prese contemplando
per la prima volta, verso il principio di aprile, lo stretto di
Behring. Avevo lasciato Metek e Cesara all'accampamento ed ero partito
con Ethel e con alcuni altri Tsciuktscias per andare alla caccia
dell'orso bianco e della foca. L'aria sembrava pura; ma eravamo appena
in cammino che il vento nord-ovest ci scaten su un nebbione denso
e nero come il fumo, chiamato _morok_. Noi non vedevamo il compagno
assiso a fianco a noi sulla stessa slitta. I cani andavano d'istinto.
Avevamo a scalare un monticello conico per sboccar poi, per un
torrentuolo, sulle sponde del mare. Facemmo alto alla vetta della balza
onde fare riposare i cani. Ad un tratto il vento salt al sud-est, e
come un sipario di opera che si leva, il nebbione si dissip, non so
dove, ed il mare si schier innanzi ai miei sguardi abbagliati.

Era il mare?

Figuratevi la Svizzera vista dall'alto di un pallone aerostatico, a
mille metri al disopra del monte Bianco. Figuratevi la cattedrale di
Milano cento volte pi grande che Londra, vista dalle regioni ove
spazia l'aquila, ed avrete appena un'idea di quel magico spettacolo.
Dei milioni di guglie d'ogni forma, bianche, verdi, azzurre, forate
a giorno, ricamate, frangiate sul fondo grigio dell'aria! Un campo
interminabile di picchi, di rocce, di piramidi di montagne, prendendo
gli aspetti i pi sinistri, i pi strani, i pi fantasticamente
impossibili di castelli merlati, di templi greci, di pagode, di
minareti! Qui la forma dell'orso, dell'elefante, pi gi la forma
del dragone, a lato la sega, o una tavola di marmo per giuocarvi la
partita dei Titani, sur un tripode sottile come quello dei candelabri
antichi. Poi, palle, poligoni scintillanti, un alce del mondo
antidiluviano con le sue corna maravigliose, tutta la creazione dei
mostri della primavera del mondo--i mammuth, i pterodattili, gli
archeopterix, gl'ichtyosauri--tutta una creazione di delirio ammalato.
Poi, valli profonde ove una neve rosea scintillava, o ponti sospesi;
un arcipelago cosparso di fantasimi opachi e traslucidi, curvi, in
piedi, inclinati, oscillanti; arcati, appoggiandosi gli uni sugli
altri, ad ogiva, a pieno centro. Di lontano, un gruppo di _torose_ di
formazione recente-- questo il nome dei blocchi di ghiaccio--avendo
ciascuno sul dorso uno o pi orsi bianchi, derivando verso una
spalancata _polinas_--crepaccio--che li inghiotte l'uno dopo l'altro.
Pi lontano ancora delle isole che camminano e vanno all'incontro l'una
dell'altra, si urtano col rumore del tuono, si aggraffano, si frangono,
s'inabissano. Uno scricchiolamento metallico formidabile di tempo in
tempo, come migliaia di tuoni rauchi. Una battaglia di montagne in
marcia. Degli interstizi di acqua azzurra, leggermente spolverati di
brina. Pi al di l ancora, lo spazio. Sulla costa, un seguito di
balzi dentellati e merlati. E con ci, non sole, ma un giorno di una
bianchezza cadaverica, attristata da un riverbero verdognolo.... Ecco
lo stretto di Behring ed il mare polare della Siberia. Mi sentivo
circondato del vago, del vuoto! Era spaventevole e splendido! Mi fermai
per schizzare un abbozzo e, quel giorno l non volli andare pi lontano.

Verso sera, una magnifica aurora boreale dai raggi luminosi di
colori diversi, illumin il cielo e rischiar la mia strada fino ad
un'ora avanzata della notte. Vi erano circa venti gradi di freddo. I
Tsciuktscias trovavano che faceva caldo. Io arrivai alla mia tenda
ove mi attendevano il sorriso amato di Cesara, un'_oukha_ succulenta
di _tscir_ alla cipolla selvatica, qualche radici che Metek aveva
dissotterrate dal ghiaccio, ed un piccolo fuoco di muschio e di ossa di
balena.

Percorrendo il _tundras_, alle sponde del lago Yukney, Metek aveva
trovato una _sayba_--o cassa di ghiaccio innalzata su due pilastri di
pietre--contenente uno di quei depositi di pesce, di carne di renna
o di orso e talvolta anche delle pelli, che si trovano soventi nella
Siberia abitata da orde nomade. Si mette un segno a questi depositi
onde possano essere utili ad altri viaggiatori. I nostri cani ne ebbero
sollazzo e noi pure. Perocch noi non eravamo certo ghiotti della carne
di morsa, di orso bianco, o della pelle di balena di cui si regalano
gli indigeni....

Arrivammo cos, bene o male, al mese di maggio.

La miseria degl'indigeni della Siberia, ho potuto constatarlo,
 occasionata in grande parte dal rigore feroce del clima. Ma
l'imprevidenza, l'inesperienza, lo spirito di fatalismo, l'incapacit
dell'uomo, vi contribuiscono largamente. Non si evita ci che deve
essere! ecco il motto ordinario che riassume tutta la scienza, tutta
la fede del Siberiano. Metek erasi spigliato e dirozzato. Accoppiando
quindi alla sua forza ed alla sua costituzione di bronzo di Yakuto,
l'agilit, la volont, l'energia, l'ingegnosit europea, ei faceva
miracoli.

Il mare  tutto per lo Tsciuktscias: prato, campo, foresta, fiume;
egli vi pesca di che riscaldarsi, mangiare, vestirsi. Noi guardavamo,
al contrario, la terra, per quanto lugubre la potesse essere, e
le strappavamo di che vivere. La caccia dell'argali, della renna,
dell'orso, ci arrise. Le androsacee, le genziane, le sassifrage, le
achillee _millefolium_, spuntavano di gi. Di gi si intravedeva il
grazioso _cornillet_ dai fiori rossi, delicatamente adagiato sur un
cuscino di muschio verde. La neve sembrava venata di sangue, colorata
qua e l dalla tinta di ruggine dei licheni, o in rosso, in verde, in
giallo, da una flora di cryptogami rudimentari. Rompendo la corazza
ghiacciata del fiume, la pesca ci provvedeva largamente. Metek scopr
che la radice del _boursault_ rampante era un eccellente condimento
alla carne; che si poteva ottenere un th non troppo cattivo, da un
certo muschio del granito verde e da una specie di felce aromatica dal
gusto gradevolissimo; ed un giorno egli arriv in aria trionfale con
un cavolo marino--_crambe maritima_--che ci dette un _stchi_, o zuppa
saporitissima. Prevedendo l'ignoto, noi cumulavamo le provvigioni. Ma
la fusione dei ghiacci cominci per bene.

Avevamo fatte parecchie corse verso il mare, un poco per sorvegliare
le numerose trappole agli isatis, ai lupi, alle volpi, che Metek, alla
moda degl'indigeni, aveva accomodate d'ogni banda, cifrandole con un
segno che dinotava la sua propriet, ma principalmente per osservare il
progresso della liquefazione. Al di qua della collina era il silenzio,
l'immobilit, l'uniformit maestosa e religiosa che s'incontra per
migliaia e migliaia di verste percorrendo la Siberia; dall'altra
banda, era l'Oceano che si svegliava dal suo sonno di nove mesi; era
l'ebbriet vertiginosa della vita.

A destra e a manca sormontavano, alla superficie di un oceano di
vapori, delle creste nere e slanciate che foravano la loro guaina di
diamante e salutavano il sole, avendo i loro fianchi solcati di neve
eterna, o niellati di fili di argento brunito--i ruscelli. Il sole
lanciava di gi raggi porpurei che coloravano tutto di tinte rosee ed
animavano di uno scintillio tremolante le nappe bianche della neve,
la superficie azzurra dei ghiacci. La luce scomposta dalle molecole
nevose, che impregnavano l'aria, lanciavano sul fondo vaporoso una
miriade d'archi-baleno. Il vento, di una violenza furiosa, animava
il paesaggio. L'eco dei baratri ripercoteva gli urli del vento.
La sabbia ed il polviglio della neve si levavano, si mischiavano,
turbinavano, davano l'assalto al cielo. Di fronte era l'Oceano che
rompeva la sua camiciuola di forza con un ululato terribile. I campi
di ghiaccio voltolavano, correvano alla deriva, s'incontravano e si
precipitavano gli uni sugli altri con una demenza che atterriva. Il
masso affondato scompariva negli abissi, inzaccherando tutto della sua
schiuma furibonda; ma poco dopo e' risaliva a galla, lordo di limo
verde e di sabbia, per ricominciare la lotta, avendo ripreso forza al
contatto dei fondi desolati. L'immensa stesa immobile entrava, a sua
volta, anch'essa in furore, si metteva in moto di un sol pezzo, di un
sol tratto, brontolava sordamente e poi terribilmente, si screpolava,
si fiaccava, e delle montagne, sollevate dalle onde, portate sul
loro dorso, solcavano lo spazio, spruzzavano verso il cielo come
raggi. Il flutto corrucciato del suo lungo imprigionamento, del suo
lungo silenzio, della sua lunga impotenza, era terribile adesso ed
invadeva lo spazio, borbottava, gridava, correva, rovesciava, rompeva,
polverizzava, urtava, distruggeva. Lo spazio illimitato diveniva
un campo di battaglia, ove la nebbia che si sollevava un po' sul
ghiaccio, teneva luogo di fumo. Uno spesso vapore bleu innalzavasi
allora dal fondo delle acque, come il fiato di un mare, che rinveniva
dall'asfissia. L'orso bianco esso stesso era esterrefatto. Tutto si
torceva sotto il dilaceramento. La creazione fantastica dell'onda,
sorpresa ed immobilizzata nella vertigine che le davano i venti e le
forze cosmiche, questa creazione si annientava nello scompiglio della
battaglia. Dei pilastri di vapore turchino indicavano le irreparabili
ferite dei campi di ghiaccio continuo, cui lo sguardo contemplava in
lontananza. Si sarebbe detto che le valli delle Alpi si gonfiassero e
gittassero lungi di fuori le montagne che correvano l'una sull'altra.

Il sole restava adesso in permanenza all'orizzonte--per cinquanta
giorni--ma si sollevava a poca altezza, riscaldava appena. Il suo
disco aveva la forma ellittica e lo si poteva fissare senza esserne
abbagliati. Verso l'ora che doveva essere la notte, esso si abbassava
un cotal poco, poi, due ore dopo, risollevavasi sull'orizzonte, tanto
pi chiaro quanto faceva pi freddo, e la natura intera si apriva ad un
sorriso fecondo.

Non crepuscolo, come non primavera n autunno.

Ma la state non  un beneficio per il regno animale, uomo e bestie;
imperciocch appena, in giugno, spira un soffio di calore, che le
miriadi di zanzare compaiono e, sotto forma di nuvola densa e scura,
oscurano il cielo. Bisogna allora tuffarsi nel fumo infetto dei
_dimokur_, quando si ha muschio o legno verde da bruciare sotto il lato
del vento, e rinunziare cos all'incanto della luce pura, dell'aria
fresca. Gli animali fuggono verso le sponde del mare, ove il vento
freddo dissipa questi insetti sanguinari. Noi fummo obbligati ad
abbandonare il nostro accampamento e trasportarlo incontro allo Stretto.

Gl'indigeni ci regalarono abiti leggeri, costrutti delle budella della
morsa.

Infrattanto la stagione avanzava. L'ora della speranza, e l'agonia che
essa sveglia, sonava: ecco giugno. Il mare carreggiava sempre i suoi
_ice-bergs_ o torosi, ossia monti di ghiaccio. Si vedevano ancora di
lontano degli spazi immobili di ghiaccio continuo; ma l'azzurro dei
fiotti rivaleggiava con quello del cielo, l'acqua ribolliva, saltava,
fremeva, viveva; il naviglio prendeva il posto della narta e della
slitta.

Ecco il mese di luglio: e non un baleniere!

Ecco il mese di agosto: e non un baleniere!--

Abbrevio.

Io non potrei giammai comunicarvi il sentimento di ansiet spasmodica
che, per quaranta giorni, oscur le nostre veglie e popol di fantasimi
il nostro riposo. Noi eravamo giunti a considerare come una delle
venture le meno lugubri il ritorno a Yakutsk, vale a dire, il disonore
per Cesara e per me la morte sotto lo knut.

I progetti del nostro salvamento s'incrociavano: approdare all'America
Russa ed andare incontro all'incognito dei Samoiedi; risalire l'Anadyr,
traversar le montagne e sboccare verso il mare di Okhotsk, al golfo di
Penjinsk, recarci alle isole Aliutine, nel Kamtsciatka e di l, come
Benyowski, salpare verso Canton; passare il verno alle sponde dello
stretto di Behring ed attendere l'anno prossimo; o recarci nell'America
russa con gli Tsciuktscias che vi vanno a cercar pelliccerie...
Tutto ci era tenebre, dolore, disperazione. Infine, io mi decisi a
traversare lo Stretto in una _baydara_ indigena, barca costrutta di
costole di balena e pelli di foca, ed approdare pi al sud che potessi
del Capo del Principe di Galles. Ethel era pronto a condurmivici,
contentandosi, per tutto prezzo, di uno dei miei revolver e di un
po' di polvere. Io potevo condurre meco Metek, la tenda, le renne, i
cani, la slitta: quattro o cinque di quelle barche si mettevano a mia
disposizione. Non avevo che un centinaio di leghe marine da navigare.
I nostri sguardi non si distaccavano pi dal mare. La mia vista aveva
acquistata un'acuit incredibile. Io comprendevo il linguaggio di ogni
fiotto, di ogni soffio, di ogni onda, di ogni cangiamento di tinta
d'ombra e di luce. Il giorno della partenza era fisso al 7 agosto. I
fagotti erano allestiti. La rassegnazione era caduta sopra di noi come
il coperchio di una tomba. Lo scorruccio ci annichilava l'anima. Io
cominciavo a dubitare dell'intervento divino nella vita del mondo, che
la mia religione insegnavami.

--Bont di Dio! Misericordia eterna! L' una nuvola? L' una vela? L'
un punto nero! No: l' una delle tre isole dello Stretto! No: l' un
masso di ghiaccio che sorge dagli abissi! Che? esso si approssima. Esso
ingrandisce e prende forma. Esso avanza dalla nostra parte....

Cesara ed io cademmo in ginocchio e baciammo il suolo. I nostri occhi
nuotavano in lagrime di gioia. L'era una nave....

Io distinguevo la bandiera.

--No, non  la bandiera russa.  dessa inglese, olandese, americana?
Guarda, guarda ancora, guarda meglio, Cesara... Le stelle americane!

S, era un brick di guerra degli Stati-Uniti che bordeggiava al
vento per entrar nella baia. Esso aveva seguto la costa delle isole
Aliutine, facendo osservazioni idrografiche ed astronomiche. Le
trattative della cessione dell'America russa agli Stati-Uniti, erano
cominciate e Lincoln aveva ordinato delle verifiche.

Un'ora dopo, la nostra baydara era in mare. Tre ore dopo, io parlava
al capitano dell'Ocean-Queen. Cinque minuti dopo, Cesara ed io eravamo
ricevuti in mezzo agli evviva entusiastici dell'equipaggio. Un
deportato polacco che aveva traversato tutta la Siberia per scappare
allo Czar? che festa! che trionfo! che strepito nel mondo intero!

Un'ora dopo, Cesara ed io avevamo ricevuto degli abiti da marinaio. Le
nostre pelli, i nostri arnesi di Yakutsk, i nostri intestini di morsa
erano orrendi!

Metek non volle seguirmi. Egli pensava passar l'inverno fra
gl'indigeni, recarsi con loro alla fiera di Ostrovnoye, e con i Yakuti,
che frequentano questa fiera, ritornare a Yakutsk. Io gli diedi tutto:
provvisioni, viveri, armi, abiti, tenda... e dugento dei trecento
rubli in oro che mi restavano.

Sciogliemmo dallo Stretto cinque giorni dopo. Costeggiammo lo
Kamtsciatka. Da Petropaulowski, scrissi a mia madre, e la mia lettera,
nel plico del capitano pel console americano a Varsavia, fu trasportata
dalle poste russe...

Sposai Cesara a New-York, ove ricevei lettera e danari da mia madre e
da... mio fratello!




LA POLONIA E LA RUSSIA


I.

Noi dividiamo le idee del marchese Wielopolski[4].

I polacchi, e coloro che considerano la quistione al punto di vista
esclusivamente della Polonia, respingono la teoria della disperazione
proclamata da questo patriotta. Ma noi dobbiamo esaminare la questione
al punto di vista dell'Europa e degl'interessi generali dell'umanit.
Non dobbiamo quindi preoccuparci dei lamenti, e, se volete, neppure
dei dritti di un popolo che ci ha abbarbagliati delle sue imprese
cavalleresche, commossi dei suoi infortuni. Esso espia le colpe della
sua aristocrazia--cui non troviamo giammai nella storia al servizio
della libert, della giustizia per tutti, avendo piet del popolo,
risparmiando il debole.

L'Italia ha espiati i delitti delle due Rome--l'imperiale e la
cattolica.--

I filantropi da congressi, i democrati da parata, attestano le loro
simpatie ai vinti. Noi offriamo loro, di pi, ci che ci sembra la
verit. Perocch noi scriviamo con coscienza, noi che eravamo ieri
ancora nei ranghi dei vinti e che siamo ancora oggid nella posizione
di minacciati.

L'esercito francese guarda a Roma, l'austriaco campa a Trento.

L'attitudine dell'Europa verso la Polonia sarebbe oltraggiante se
la fosse volontaria. La stampa, che s'interessa alla vittoria di
Gladiatore e si entusiasma ai gargarismi della Patti, registra con
indifferenza l'annichilamento della Polonia. E noi vediamo passare in
mezzo a noi, senza provare il minimo turbamento, il minimo rimorso,
l'esiliato polacco, che porta, d'ordinario, cos degnamente il peso
della sua sventura. Non pertanto, malgrado questa indifferenza, si
sente che la coscienza pubblica ha nel fondo un'inquietudine dolorosa,
e che vi restano ancora delle anime generose le quali sclamano: No: la
non pu durare cos! Gli  impossibile, non si pu lasciar distruggere
la Polonia dalla Russia, come si lasciano gli americani terminare la
distruzione dei Pelle-rossi! E si cerca all'orizzonte se vi  una
nuvola dal lato dell'Oriente che si oscuri, e cui si possa considerare
come il precursore della tempesta. Eppure non bisogna dissimularlo:
questa tempesta che taluni invocano, l'immensissima maggioranza la
paventa.

La faccia dell'Europa  cangiata. L'Inghilterra si  ritirata sotto
la tenda, non come Achille il quale tiene il broncio ad Agamennone,
che digerisce nelle braccia di Briseide, ma come il Nestore della
politica europea, per preoccuparsi degl'interessi seri della comunit
e lavorare. L'Austria, smozzata, cura le sue lividure e le sue
piaghe al regime dell'acqua di Jouvence della libert. La Francia
si prepara alla riscossa pel ricupero delle provincie e dell'onore
militare perduto. L'Alemagna, costituita, termina lentamente la sua
opera--pronta, un d, a lasciare andare, se occorre, Posen e la Galizia
onde annettersi l'arciducato di Austria. Le idee economiche e sociali
hanno preso il posto delle idee politiche nel regime internazionale.
Il sistema delle alleanze, divenuto barbogio, ha ceduto il posto ai
trattati di commercio. La riconoscenza del fatto compiuto  inserita
come un principio nel dritto pubblico europeo. La ricostruzione
delle nazionalit  considerata come una misura di ordine pubblico;
ma unicamente quando ci si compie senza turbare la pace generale e
contro nazioni di razza diversa, non mica quando trattasi di nazioni
consanguinee, tra le quali ei sarebbe pericoloso intervenire, fazioso
pronunziarsi.

Questi cangiamenti dell'idiosincrasia dei popoli e dei governi pesano
singolarmente sulla quistione polacca e sulla politica generale, al
punto, che se la quistione italiana fosse ancora da risolvere, egli 
pi che probabile che la non sarebbe neppur sollevata. E nondimeno,
e' trattasi della razza teutona e della razza latina, l'una incontro
all'altra, e non di due rami della razza slava, come nella quistione
polacca!

Io so che quest'ultima asserzione--la consanguineit della razza--
contestata. Perocch la scienza ethnologica sopratutto non poteva
sottrarsi all'idrofobia della politica ed alle allucinazioni dei
partiti. Ma, l'ho detto, io non mi colloco n al punto di vista della
Russia, n a quello della Polonia, ma al punto di vista europeo, e
quindi sul terreno dell'imparzialit--se fuvvi mai storia imparziale!
Imperciocch, ove la coscienza  sincera, vi  il sistema scientifico,
cui ogni istorico si  formulato, che pu essere iniquo.

Io quindi non prover neppure di ricostruire la razza slava. Ci mi
condurrebbe inoltre troppo lontano ed escirebbe dalle proporzioni delle
conclusioni di un racconto romanzesco. Per ei mi sembra indispensabile
toccarne qualche motto, onde giustificare su quale base e per
quali ragioni io ho creduto arringarmi ai consigli che il marchese
Wielopolski d ai suoi compatriotti.


II.

L'unit della razza slava ha il suo elemento di certezza
nell'uniformit della lingua--uniformit spinta s lontano, che
gl'indigeni del Don e della Volga possono comprendere e quasi
conversare con quelli della Pomerania, della Boemia, della Polonia,
della Dalmazia, e col Bulgaro del mar Nero. La razza slava  la seconda
espressione della natura europea, indigena ancora sul suolo che occupa
oggid e non venuta dall'Asia, poco modificata. Dappoich lo slavo, cui
ci dipinge la cronaca di Nestor all'XI secolo,  esattamente lo stesso
che quello dei nostri d, non avendo che due variet un po' spiccate:
al nord, la sotto-razza scandinava; al sud, la sotto-razza ellenica.

La slava  stata sempre una razza conquistata. I popoli dell'Asia e
quelli della Germania occidentale l'hanno, a volta a volta, calpestata
e dominata; perocch dessa invocava l'aiuto degli uni per sottrarsi
all'oppressione degli altri--come fecero i popoli delle penisole itala
ed iberica. I Kimris, o Cimbri, furono i primi a passare sulla razza
slava. I Sarmati--nomadi dagli occhi di lucertola, di origine mongolica
e di razza puramente asiatica--vennero a cacciar via i Kimris, e furono
cacciati a loro volta dai Goti--popoli usciti dalla Scandinavia,
trascinando dietro a loro un'accozzaglia di Celti, di Slavi e di
Germani. Questi dominatori, portanti una civilt cui Odin aveva forse
ricevuta dalla Persia o dall'India, fondarono un impero slavo, assiso
sul Danubio e sul Dnieper, nell'Ukrania, ed alle sponde del mar Nero,
risuscitarono la dominazione cimbrica, e riaserrarono la frontiera
romana, sotto il nome di Daci e di Marcomanni. Nomadi, essi imperavano
a cavallo sui popoli indigeni, coltivatori sedentanei, e vivevano
a cavallo--come i polacchi nella convenzione della _pospolite_. Se
la loro potenza avesse durato, forse i Goti si sarebbero fusi con
gl'indigeni. Ma queglino fra gli slavi, che avevano emigrato sotto la
dominazione gotica, ritornarono come vanguardia degli Unni--popoli
asiatici--e respinsero lo straniero dal suolo della loro patria.

Gli Unni rimpiazzarono i Goti, che retrocessero sulle possessioni
romane ed annunziarono Attila. Questi si manifest all'Europa come
la folgore, dominando dalle frontiere della Cina fino al Baltico e
procedendo sopra Roma, menando con lui un miscuglio di guerrieri di
tutte le nazioni e di tutte le stirpi cui aveva traversate. I Goti
batterono gli Unni sulle sponde del Netad e li ricacciarono in Asia.
Poi si divisero dagli slavi: questi rivennero nelle loro contrade e
conservarono le loro abitudini ed il loro organamento sociale; i Goti
seguirono la loro attrazione naturale verso l'Occidente.

La razza slava ed i suoi rami ellenici erano attirati verso l'Oriente e
Costantinopoli.

Lasciamo da banda la variet ellenica, o dorica, la quale, in faccia
delle concezioni gigantesche e mostruose della Caldea e dell'Egitto, si
concentr e s'isol, e seguiamo il movimento della variet Tsciuda.

Questo ramo della razza slava del nord, occupava le sponde orientali
del Baltico, si stendeva lungo il mare Bianco fino alle foci dell'Oby
e nei profondi del continente Asiatico. Queste contrade, quasi deserte
oggid nella parte che forma le vaste solitudini della Siberia,
mostrano nelle tombe e nelle gallerie delle mine dell'Altai le tracce
di una civilt, il cui sovvenire storico  perduto. Questa variet
della razza slava abitava il doppio versante della catena degli Ural,
di cui l'uno discende verso l'Oby e l'altro verso la Volga. Queglino
che accampavano sull'Oby, e formavano l'Obdoria o l'Ugoria discesero,
verso l'XI secolo, alla volta del bacino del Danubio, e costituirono
la razza dominante dei Maggyari in Ungheria. Queglino che guardavano
la Volga, andarono a formare la Bulgaria o Volgaria. Questa corrente
d'invasione settentrionale, sul fuoco centrale della razza slava, si
opponeva alla corrente meridionale, la quale, trascinando seco dei
brani della razza mongolica, partiva dall'Oriente e dalle sponde del
Caspio. La sede dell'impero, Costantinopoli, trovavasi cos allogata
fra due osti.

Carlomagno, avendo distrutto gli Avari, residui di razze asiatiche, gli
slavi restarono liberi. Gli Ugri Maggyari si spiegarono nel mezzod
fino al di l delle Alpi e nell'Italia. I Normanni, scandinavi,
svilupparono la loro supremazia sulla razza slava del Nord e fondarono
l'impero Russo--sulle contrade occupate un d dai Goti--sotto il nome
di Polanieni, o abitanti della pianura--appellativo conservato di poi
da uno dei rami della razza slava quando essi si separarono.

Con un istinto ammirevole, fin dai suoi incunabili, questo impero
russo ebbe coscienza del destino che lo spingeva e guidava. La sua
aspirazione  l'Oriente. Il suo centro, Costantinopoli. Esso abbraccia
il cristianesimo bizantino e mantiene i legami naturali tra i popoli
conquistati ed i popoli della medesima razza slava annessi. E quando
Costantinopoli, al XV secolo, cadde in potere dei Turchi, l'idea
morale, i frantumi tradizionali e materiali dell'impero di Oriente, si
trovano agglomerati in lui. L'unit orientale fu cos rappresentata
dall'impero russo in faccia dell'occidente sbocconcellato. Questa
posizione, queste tendenze assorbenti, sarebbero di gi esse sole
bastate per svegliare la rivalit delle nazionalit nascenti della
medesima razza: l'Ungheria, la Polonia, la Svezia.

Gli Stati slavi dell'Europa centrale per non si fondarono con la
medesima facilit e con la medesima celerit! La Polonia, la Boemia,
l'Ungheria, la Prussia, la Transilvania, la Lituania, la Moravia
avevano la medesima costituzione politica--vale a dire, il principio
elettivo dei popoli primitivi sfuggiti alle strette di Roma. Essi
avevano la stessa legge del suolo e dei costumi; e quindi una
vicissitudine tempestosa di principati locali e passaggeri.

La Boemia, cittadella dell'indipendenza slava, legata agli slavi per
la razza ed ai Germani per gl'interessi, sempre irresoluta in fra i
due, attaccata dagli uni quando la si collegava agli altri, non seppe
padroneggiare la situazione e profittare della sua civilt brillante
e precoce. Sotto Ottocaro III, la Boemia rifiut l'Impero e lo fece
passare nella casa d'Austria. Sotto Carlo IV, al momento di divenire
il centro della potenza imperiale, ripugnando, a causa della sua
natura slava, da tutte le combinazioni artificiali, la Boemia ricadde
nell'irresolutezza e divenne la preda dell'inflessibile ascendente
austriaco.

Una sorte eguale, per le medesime cause, tocc all'Ungheria. Centro,
sotto Attila, della dominazione delle razze asiatiche, essa fu sempre
un punto di attrazione per questi popoli. I maggyari, slavi, ma della
famiglia semi-asiatica delle razze dell'Ural e della Volga, dominarono
la razza slava indigena. Poscia, organizzati a casta conquistatrice e
guerriera, respinsero le invasioni asiatiche. Essi avrebbero potuto
dirigere, in luogo della Russia, lo slavismo dell'impero orientale; ma
il cattolicismo che avevano abbracciato, li tenne a parte e li condann
all'inferiorit politica.

Il cattolicismo non  simpatico alla natura slava; e l stesso ove
lo si  impiantato, esso ha cangiato di carattere. Sradicata senza
sforzi, presso gli Scandinavi, alterata nel suo spirito in Polonia,
in Ungheria, in Boemia, la dottrina cattolica ha contribuito alla
caduta di questi Stati sotto la pressione dell'invasione tedesca e
dell'ascendente russo, mentre che dessa paralizzava la loro influenza
sull'impero d'Oriente. Gli  al cattolicismo altres che la Polonia
deve le sue vicissitudini ed una parte delle sue sventure.

In uno Stato di quasi anarchia per parecchi secoli sotto i suoi dodici
woivodi o palatini, la Polonia si presenta col nome di regno al XIV
secolo e forma uno stato, mediante la sua riunione con la Lituania,
sotto il dominio dei Jagelloni. La sua rivalit colla Russia comincia
alla sua culla e riempie la sua storia--passando per le medesime
fasi della lotta che s'impegna tra l'Inghilterra e la Francia. E
forse questa rivalit avrebbe finito in una fusione violenta sotto
l'invasione degli antichi Unni di Attila, divenuti i Tartari di
Gengis-Khan, se un baratro profondo e fatale non li avesse divisi
per sempre, il cattolicismo, alimentato dall'influenza astuta ed
interessata della corte di Roma.

Il ritorno degli Asiatici arrest per lungo tempo lo slancio della
civilt slava.

La razza slava ha dovuto lottare perpetuamente contro i popoli
nomadi, arrivando dalla medesima direzione, ma non essendo sempre
della medesima razza, puramente asiatica. La razza bianca occup
originariamente tutta quella parte dell'Asia che guarda l'Europa,
ove la presenza della razza gialla  recentissima: la Siberia, il
Caucaso, le contrade della Transoxiana e del Caspio.... quelle contrade
insomma che la Russia conquista adesso l'una dietro l'altra, con
grande spavento della Turchia, della Persia, e dell'Inghilterra,--la
quale vede le sue possessioni indiane separate dalle russe, nell'Asia
Centrale, unicamente dal Punjab. Le sabbie che sterilirono paesi un d
fertili, e l'indebolimento consecutivo di queste popolazioni, incapaci
di difendersi contro le invasioni asiatiche, determinarono il ritorno
della razza bianca nell'Occidente dell'Europa.

Questi popoli--Sciti degli antichi--per gli slavi e gli orientali
ora i Petscienequi, i Torqui ed i Polovtzi, ora i Turcomanni ed i
Tartari, erano una variet della razza bianca europea, che reagivano su
questa, in virt della legge dell'affinit. Il nome di Tartaro  stato
attribuito ora alla razza mongolica che lo porta ancora al presente--e
che, al contrario, distrusse la potenza dei Tatari con i quali li si
confonde. I Tatari avevano molestato la razza slava. Sotto la pressione
delle orde mongoliche, i differenti rami degli slavi si collegarono,
si fusero. Le regioni lasciate vuote dai Tatari furono occupate dai
Cosacchi dell'Ukrania, del Don, e dell'Iaik--un miscuglio di soldati,
di avventurieri e di cacciatori, che ebbero l'incarico di difendere
questa frontiera contro gli stabilimenti fissi dei Tatari della Crimea
e delle orde formidabili dei Kan del Kaptsciac o dell'Orda Dorata.

La razza mongolica si scaten contro la Russia con una ferocia senza
merc. La divisione dei popoli slavi favoriva la sua invasione; ma
l'invasione provoc, per controcolpo e per necessit di difesa, l'unit
slava e la creazione affatto asiatica dell'autocrazia dello Tzar.

L'unit inghiott la libert.

In questi scompigli, Kief, la culla religiosa e civilizzatrice delle
razze slave, perd la sua superiorit. Si era visto, del resto, i
sovrani russi, per una preveggenza politica particolare, trasportare
successivamente la loro capitale su i punti ove il progresso del
loro dominio sembrava richiedere la loro presenza. All'origine, essi
avevano abbandonata Novgorod, la citt della civilt scandinava, per il
soggiorno di Kief, che inocul alla razza slava lo spirito bizantino.
Souzdal li mise, in seguito, in contatto diretto con gli Tsciudi
della Permia e dell'Ural; Volodimir, con quelli della Volga; Moskou
divenne infine la testa di ponte della razza slava, che salv l'Europa,
respingendo gli urti delle razze asiatiche. Pietroburgo ebbe il suo
torno quando la Russia si rivolse verso l'Occidente, provocata dalla
Svezia: e Varsavia  una tappa verso Costantinopoli.

La caduta di Novgorod apr il passo all'ordine Teutonico, il quale, col
nome di conversione religiosa, applic un feudalismo feroce ai popoli
slavi del Baltico. La ripulsione grondante odio, che questi cavalieri
religiosi incontrarono, li fece sottomettersi alla Polonia. Essi
salvarono cos la conquista ma compromisero la potenza protettrice.

L'unione scandinava non ebbe effetto, perch fondata sopra elementi
diversi. La Danimarca e la Norvegia erano attirate verso l'Inghilterra,
a causa delle loro affinit cimbriche. La Svezia, dopo la rottura del
trattato di Colmar, spinta dalla sua natura slava, si avanz verso le
Provincie slave del Baltico.

Avendo abbracciata la Riforma, la Svezia ne ricav una grande
importanza militare, intervenendo in Alemagna sotto Gustavo Adolfo
nella guerra dei Trenta-anni. Carlo XII volle anche egli spiegare la
sua ascendenza sulle province slave, ma si trov in presenza della
Russia. Questa lo retrospinse, si distolse cos dalle guerre oscure
dell'Asia e si rivel all'Europa stupefatta.

La Russia si rivel avendo i piedi sulle tre sue rivali: la Turchia,
la Polonia e la Svezia. Si rivel, avendo alla sua testa un principe
riformatore, d'origine germanica, che sopraponeva la civilt
occidentale alla civilt slava, cui n la Prussia, n l'Ungheria, n
la Polonia, n la Russia essa stessa, non avevan potuto realizzare. La
civilt di Pietro il Grande, eterogenea e superficiale, non neutralizz
la pressione, cui nell'interesse slavo le facevano, e fanno, le masse.
Essa mantiene quindi la Russia in un eretismo continuo ed in lotta con
il movimento che si sviluppa nel resto dell'Europa. Ma ci appunto
crea sordamente una rottura irreparabile tra lo Tzarismo, istituzione
asiatica germanizzata, e la razza slava.

Contro lo spirito di questa razza l'Austria tenne il patibolo rizzato
in permanenza per sei mesi in Ungheria; chiam, pi tardi, lo Tzar per
schiacciare i Maggyari; consacr la servit della Boemia per supplici
rinnovellati. Contro lo spirito di questa razza, le tre potenze che
possedevano popoli slavi, si divisero la Polonia--tra le quali potenze
la meno colpevole fa sicuramente la Russia, che obbediva alla sua
natura slava e che covava dei lunghi odi e delle gelosie implacabili.
Ma l'anima slava  restata inconcussa. Lo spirito occidentale della
dinastia dei Romanof  adesso la pietra d'intoppo della razza
slava--par gli uni, perch lo trovano eccessivo, per gli altri, perch
non lo trovano abbastanza audace.


III.

Al di l dell'Oder e delle Alpi Giulie comincia un altro mondo,
diverso affatto da quello che abita l'Occidente. L'Europa vera
termina col. Col stesso comincia l'Oriente. Quivi  il dominio
indigeno della razza slava. L'Ungheria, la Polonia, la Boemia, i
Principati Danubiani, la Grecia han bene a darsi istituzioni europee,
affusolarsi dei nostri abiti e dei nostri costumi. Tutto ci resta
all'epidermide. Quell'Europa geografica non  l'Europa reale, ma un
Europa semi-asiatica, che serve di transizione tra l'Occidente e
l'Asia. Tutto ci che  essenzialmente europeo, non ha toccato che le
classi aristocratiche. Il popolo ha conservato quello stampo slavo che
l'imperio austriaco non ha saputo svellere dall'Ungheria, dall'Illiria,
dalla Boemia, e la dinastia germanica non ha saputo cancellare nella
Russia e nella Polonia. Il tipo, restando permanente ed imperibile, il
posto, la fisonomia, l'ufficio della Russia si disegnano da s stessi.

La Russia  virtualmente la primogenita della razza. Essa manifesta la
sua superiorit con la sua capacit politica. Essa tiene il suo primato
a causa dell'immensa portata del suo scopo; e la sua potenza s'impone
a causa della massa dei destini, cui porta nella sua mano ed ai quali
d l'impulso. L'idea impulsiva a cui la Russia ha obbedito finora 
stata: la ristaurazione delle sub-razze slave cadute sotto il dominio
straniero asiatico ed occidentale; la liberazione di tutti i rami di
questa razza; la loro unione intorno ad uno stipite che le rappresenti
e le conduca. La Polonia, non pi che l'Europa, non sopprimeranno
questa missione della Russia--missione omogenea alla sua natura,
conforme al suo genio, utile alla sua politica.

La Russia  la sola nazione di Europa che sa ci che fa e dove va; che
ha uno scopo determinato, lucido, fisso, naturale, inesorabile; che ha
un piano per raggiungerlo--ed alla effettuazione del quale concorrono
la natura cosmica, il carattere e la costituzione fisica dei suoi
popoli, l'abilit della sua politica. Ecco il segreto dei suoi successi
e del suo progresso.

Gli altri popoli brancolano nell'incognito, alla ventura. Essi seguono
meno i loro interessi di razza--perch la razza celtica, detta latina,
la razza teutona, la razza sassone, hanno esse stesse i loro--e corrono
dietro interessi fittizi ed effimeri, creati ora dal sentimento
religioso, ora dalla pressione storica, ora da un fenomeno economico,
ora da un'aberrazione diplomatica, ora dal diritto passaggiero che d
la conquista.

La Russia ha carpiti tutti gli approposito per continuare il suo
sistema di assimilamento. E la si  vista allungar la mano alla
Svezia ed acciuffargliene un lembo--la Finlandia. La si  vista
abbattere il dominio dei Kan tartari--retroguardia dell'invasione
mongolica--aprendosi cos il passo verso l'Asia e l'impero Ottomano.
La si  vista appropriarsi province di questo Impero ed i primi brani
della Polonia, per consumare l'assorbimento di questa disgraziata
nazione, anche dopo quando la Francia e l'Inghilterra l'avevano fermata
in sulla sua marcia verso Costantinopoli e le avevano strappati i
Principati.

Questa sosta imposta sar dessa pi seria che i protocolli del
congresso di Vienna, per il regno di Polonia, e le stipulazioni di
Napoleone I, il quale abbandon alla Russia, senza discussione, la
possessione della Finlandia onde ottenerne il riconoscimento della sua
dinastia in Spagna? Noi nol crediamo punto. Nulla opporr ostacolo
all'incedere della Russia, nulla lo frastorner.

Lo Czarato di Mosca aveva nel 1328, all'avvenimento d'Yvan (Kaletu)
un'estensione di 4656 miglia geografiche ed una popolazione di
6,290,000 abitanti. L'impero russo, all'avvenimento di Catterina I,
1725, si stendeva sur una superficie di 273,815 miglia geografiche, con
una popolazione di 20,000,000 di anime. Alla presa di Varsavia, 1831,
la Russia possedeva un territorio di 369,764 miglia geografiche ed una
popolazione di 60,000,000. Oggi essa abbraccia una superficie di circa
21,000,000 di chilometri quadrati con una popolazione di 75,000,000
di abitanti. Se il concetto dell'impero greco-slavo di Pietro il
Grande si realizzasse e la Russia si annettesse i popoli slavi della
Turchia, della Grecia, dell'Austria, della Prussia, la Moldo-Valachia
e la Serbia, essa aggiungerebbe altri cinquanta milioni di abitanti ai
settantacinque milioni che ora possiede.

Li aggiunger dessa?

Noi crediamo questo avvenimento lontano, ma inevitabile.

Per il momento, sorvegliata, limitata in Europa, la Russia rode il
continente dell'Asia centrale e si approssima all'India britannica.
Il mese di luglio 1869, il Parlamento inglese s'intrattenne di questo
progresso costante della Russia. E non cel le apprensioni, direi quasi
il terrore che ispira all'Inghilterra questo colosso misterioso, che
avanza lentamente, persistentemente, pertinacemente, come una nuvola
gigantesca, e che avvilupper un giorno il suo Impero orientale e lo
coprir di fitta notte. Il signor Grant Duft, sotto-segretario di
stato per le Indie, prov di scongiurare lo spettro--come lo faceva
altres non ha guari il signor Tchikatchef innanzi all'_Associazione
britannica per l'avanzamento delle scienze_.--E Gladstone dichiar, che
i due governi sono quasi d'accordo per interporre l'Afganistan, come
territorio neutro ed inviolabile, tra i possessi delle due nazioni.

Questo trattato sar desso rispettato?

S, fino a che circostanze favorevoli non alletteranno la Russia a
violarlo.

Gli acquisti dello Tzar si connettono senza interruzione da Cronstad
fino a Smarkande, dal mar Nero allo Stretto di Behring, dallo
Spitzberg al Kamtsciatka. La Russia non conquista, come conquist
l'Inghilterra, adottando per i suoi nuovi possessi il sistema
coloniale ed il _self-reliant government_. La Russia si annette come
province, si assimila e smaltisce i paesi invasi. Poi, mediante la
sua colonizzazione militare ed agricola, la s'insinua, s'impianta,
s'irradica nella societ e nel suolo conquistato. L'Asia, del resto,
 il campo di azione ove la razza slava esercita la sua attivit, ed
ove scaricher, nell'avvenire, la sua sovrabbondanza di energia e di
vitalit.

Essa prende la rivincita delle invasioni mongoliche.

La Russia possiede una civilt superiore a quella delle popolazioni che
si aggiudica con la forza. In oltre, la forza ha un prestigio divino
che abbarbaglia popoli, i quali non riconoscono altro dio. E la Russia
ne usa con abilit--abbastanza per rompere le resistenze, non troppa
per creare odi nascosti, indelebili, eterni, come ne incontr l'Austria
dovunque la s'impose a popoli di razza straniera. Infatti, tranne la
Polonia, tutte le province slave che la Russia si  appropriate, le
sono restate fedeli ed attaccate. Esempio la Finlandia, la quale, al
tempo delle guerre napoleoniche ed all'occasione delle rivoluzioni
polacche, avrebbe potuto tentare di distaccarsi, e fece, al contrario,
causa comune con il capo della razza. I Principati Danubiani, malgrado
l'autonomia che fu loro regalata, e checch il partito governativo
rumeno ne dica, rimpiangono e desiderano la Russia.

Le risorse della civilt russa sono inesauribili. La Germania e
l'Inghilterra hanno raggiunto il loro sviluppo, nel circolo ristretto
che la natura loro tracci. La Russia, al contrario,  al suo inizio.
Essa pu accrescere a volont l'estensione del suo territorio dal
lato della Cina e del Giappone, ed accelerare la fecondit della sua
popolazione mediante la ricchezza interna dell'Impero, essenzialmente
agricolo, e favorito egualmente su tutti i punti per essere altres
industriale. Il suo immenso territorio riunisce tutte le diversit
di clima;  proprio ad ogni sorte di produzione utile. L'Impero
russo  bagnato dai pi bei fiumi del mondo, quasi tutti navigabili,
che, aspettando la rete delle ferrovie, possono costituire linee di
comunicazioni facili e poco costose del nord dell'Europa col centro
dell'Asia e le frontiere della Cina. La Russia ha posto per tutti e per
ogni mestiere.

All'esteriore, essa ne impone. Ma sopra tutto la  inviolabile in
casa sua. Napoleone penetr fino a Mosca; la Francia e l'Inghilterra
hanno bombardato Sebastopoli. E poi? Si umili un uomo, il quale si
suicid, ma non si graffi neppure l'epidermide della nazione. Meglio
ancora. Alessandro I venne a dettar la legge a Parigi; e la caduta di
Sebastopoli ha preluso all'organamento pi moderno dell'esercito russo
ed alla creazione delle ferrovie, che, fra dieci anni, solcheranno il
paese da una estremit all'altra--da Cronstad al Caspio, dalla Gallizia
all'Amur forse, sul Pacifico.

Il lato debole dell'Impero russo  il non avere sbocchi su i grandi
Oceani. Perocch il Sund, bench aperto, lo strangola da un lato,
i Dardanelli lo bloccano da un altro. Ma ci costituisce altres
il pericolo dell'Europa; dapoich un giorno la Russia reagir onde
sottrarsi al soffoco che prova come potenza mediterranea.

La Russia ha rinunziato all'Europa occidentale, vale a dire ad uscire
di casa sua. Operando in Asia, se la si vorr soffermare, saranno la
Francia, l'Inghilterra, l'Austria, l'Alemagna, che dovranno andare ad
attaccarla sul suo territorio--vale a dire, andarsi a collocare nella
gola del mostro. E ci, mediante spese ruinose, cui i popoli non paiono
disposti a tollerare. Imperciocch, gli  mestieri constatarlo: noi non
giudichiamo pi la Russia oggid con i pregiudizi del XVIII secolo, n
con l'arroganza di Napoleone, n sotto l'incubo del misterioso terrore
che dessa ispirava ai tempi di Nicola I. La Russia ha acquistate
proporzioni naturali, e per conseguenza la  di altrettanto pi
formidabile. No: noi non temiamo pi il Kosac; noi temiamo lo Tzarismo.
Abbiamo noi ragione?


IV.

La situazione della Russia  chiara: essa  allo stato di aggressione
all'esteriore, di protezione all'interno. Questa situazione  ancora
normale attualmente; perch, quanto allo straniero, la Russia non ha
finito ancora di strappargli tutti i membri della famiglia slava,
e quanto all'interno, lo tzarismo tranne da soli alcuni anni, il
suo organismo  omogeneo allo spirito, al carattere della razza.
D'altronde, vi  egli esagerazione nelle pretensioni della Russia per
la rivendica che dessa proclama?

E' basta considerare freddamente a quale condizione di nullit
politica sono cadute le parti staccate della razza slava, quelle
che sono rimaste indipendenti, come quelle che restano sottomesse
allo straniero. La Boemia, l'Illiria, i Principati, la Serbia, la
Grecia, Posen, la Gallizia.... non hanno pi ragion d'essere, n un
valore politico qualunque, non per s stessi, non nell'agglomerazione
composita di cui forman parte.

Lo tzarismo  l'espressione di questa situazione, perch  temibile
e minaccioso, per lo straniero; ed all'interno, esso  ancora
una protezione per le classi inferiori, un legame fra le classi
aristocratiche.

Lo tzarismo esso stesso poi non  cos autocrata come d'ordinario lo
si suppone. Esso non ha a sua merc, come in Francia, il maneggio
del potere giudiziario, il cui esercizio appartiene all'aristocrazia
locale. L'amministrazione subisce il controllo di questa medesima
aristocrazia, la quale, quando lo voglia, potria cangiarsi senza sforzo
in un'oligarchia governativa, come nella repubblica di Venezia un
d, e come nel governo inglese fino al 1830. Un potere esecutivo che
non dispone in maniera assoluta, come in Francia, del giudice e del
funzionario, non pu dunque esser tirannico che fino a quando e per
quanto coloro che possono controllarlo, glielo consentono, o sono suoi
complici. Il giorno in cui l'aristocrazia russa sar penetrata dalla
necessit di prendere la direzione degli affari, il giorno in cui essa
sentir la dignit della sua casta ed avr uno spirito di corpo pi
generoso, la  finita per lo tzarismo.

In Russia non esiste quella classe media, ove nasce e muore la libert,
per ristabilire l'equilibrio o servir di contrappeso. L'affrancamento
della servit mira forse a questo scopo: sottrarre il contadino al
suo padrone, dargli da prima una personalit, poi collocarlo sotto la
dipendenza completa della corona. La nobilt perder altrettanto che
guadagner lo tzar; ma godr desso lungo tempo, lo tzar, di questo
acquisto? Evidentemente no. La borghesia si costituisce presto, e
l'interesse, che  lo spirito di corpo di questa classe, si sveglier
presto altres. La borghesia dimander allora la sua propria autonomia
ed il controllo dei suoi affari.

Lo tzarismo, inerente alla razza slava, ha digi succombuto tutto
intorno alla Russia, ove questa classe intermedia, la borghesia, ha
cominciato a formarsi: in Grecia, in Ungheria, in Boemia, in Gallizia,
a Posen. Ma quantunque lo si tenga come troppo assorbente, e che lo si
sospetti come essendo di origine straniera, il sentimento e l'istinto
della razza sono troppo imperiosi per volerlo assolutamente abbattuto,
prima che esso abbia compiuta la sua missione. Lo tzarismo non sar
dunque demolito prima che l'agglomerazione dei popoli slavi non sia
presso a poco compiuta e che lo spirito di Europa non abbia disarmato
contro la Russia.

Lo tzarismo  il solo rappresentante degli interessi della razza slava.
Esso tiene in iscacco l'Europa; serve di centro di gravitazione alle
parti distaccate della razza, di protezione al contadino contro la
nobilt, di garentia ai nobili contro l'invasione del proletario, di
centro di azione comune, fino a che la questione non sar risoluta
nel senso slavo. Ed i popoli che circondano la Russia, avvegnach
profondamente turbati della sua vicinanza e della sua pressione,
trovano ancora una specie di sicurezza nel mantenimento dello tzarismo
contro l'inondazione slavo, mediante la compressione interna.

Lo si vede quindi, lo tzarismo  stato providenziale nella fase della
conquista e della ristaurazione slava, ed ha servito ammirabilmente
come compressore per ammadiare le molecole distaccate da questa razza
in un solo elemento, amalgamarle, penetrarle dal medesimo spirito,
volgerle al medesimo scopo. Ma esso addiverr evidentemente uno
ostacolo allo sviluppo, quando la riunione sar completa e la fusione
terminata. Quando la massa, adesso in ebollizione, sar condensata,
la pressione eccessiva potria frangerla; e gli  di questo che gli
slavi si preoccupano gi, per la loro propria conservazione e per la
stabilit dell'opera che lo tzarismo avr terminata.

Bisogna quindi che lo tzarismo subisca una trasformazione radicale,
sia per evoluzione propria, sia per una rivoluzione. Lo Tzar, tal
quale , malgrado la creazione della Germania,  ancora un potere
formidabile: all'esteriore, a causa dell'attrazione che desso esercita,
della pressione che infligge, del pericolo che pu far correre
all'indipendenza degli Stati vicini, dell'esagerazione dell'ambizione
che d sovente il capogiro, dell'influenza che prende nella condotta e
nella vita intima degli altri popoli; all'interno, per la sua origine
straniera che non cessa di tradirsi, e per l'assorbimento della
libert. La nazione intera non  che un corpo di cui lo tzar  l'anima.
Ed e' la soffoca, la galvanizza, la muove, l'addormenta, l'annienta, la
spinge, la ritiene, la maneggia a voglia sua. Che sar dunque quando
l'emancipazione avr compiuta la sua evoluzione, e la nobilt, che al
postutto rappresenta la propriet e l'intelligenza, sar scomparsa?

La ricostruzione della Russia s'impone, a causa di ci, ogni giorno
di un modo pi urgente--per la nobilt essa stessa, per la nobilt
sopratutto, la quale, perdendo il potere della casta, deve cercare un
compenso nella parte di potere sociale che le spetta di diritto.

Questa palingenesi dello tzarismo diventer d'altronde un novello
elemento di forza per la razza slava--nel senso che dessa non attirer
pi oggimai certe parti staccate, come l'Ungheria, la Polonia, la
Grecia, la Boemia, che per la libert. Per la libert, la Russia
romper le ultime resistenze della Polonia. Imperciocch il movimento
che ha luogo nella razza slava  doppio: vi  il movimento generale
di concentramento della razza, ed il movimento secondario politico
o nazionale, di quei rami della Slavia che godono di un'esistenza
autonoma. Donde segue, che per aumentare la potenza del movimento
panslavista, bisogna annullare il movimento diversivo delle nazionalit
ed il movimento per la libera costituzione politica, che complicano la
situazione.

Per decidere lo tzarismo alla sua trasformazione, o spingervelo, una
rivoluzione  inevitabile. Ma non  necessario la guerra o le barricate
per effettuarla, questa rivoluzione, quando la pu compiersi altres
per la pressione morale. Ed ecco ove comincia precisamente la nuova
missione della Polonia--missione di grandezza per lei, di sicurezza per
l'Europa. Imperciocch, per la Polonia, una situazione analoga a quella
dell'Ungheria nell'Impero austriaco, non  possibile che con una Russia
costituzionale o repubblicana.


V.

La Polonia non solo non si rassegna alla sua sorte, ma la si compiace
di renderla intollerabile. Essa aspira al conquisto di quell'autonomia
nazionale di cui god per secoli e che le fu rapita, per astuzia e per
forza, dalla diplomazia e dalla guerra. Questa ristaurazione non pu
realizzarsi che per due mezzi: o col concorso dello straniero, o per
uno sforzo d'iniziativa interna.

Da chi pu venire, dallo straniero, l'affrancamento della Polonia?

Noi l'abbiamo detto: lo spirito di Europa si  modificato. Napoleone I
ha spossate le ultime molle della politica di ambizione.

L'Inghilterra ha fatto prevalere i princip della sua politica di
economia sociale; il _self-government_, il _self-reliant_.

Napoleone III, aveva, senza accorgersene, rotta la tempera del
carattere dei francesi, i quali, vedendo nello _chauvinisme_ militare
il Pantagruel della libert, si rassegnavano ad occuparsi dei loro
propri affari e rinunziavano alle avventure dei conquistatori. Lo
scacco del Messico, aveva, grazie a Dio, rudemente profittato.

L'ultima guerra ha provato la decadenza dello spirito militare della
Francia. Ora, si tenta rifocillarlo. Ma, quando che sia che la Francia
faccia la guerra, essa la far per s, non per andare a risuscitare
popoli lontani, da cui non pu sperare un sussidio immediato
nell'impresa terribile e rischiosa del ricupero delle sue provincie
perdute.

La Polonia non potria dunque sperare un aiuto della Francia che, tutto
al pi, nel caso di una conflagrazione generale di Europa. Ora, questa
catastrofe diviene di pi in pi problematica, a misura che gli Stati
si equilibrano, e che si sopprimono i germi di guerra--germi alimentati
un d dalla dominazione austriaca su i popoli che l'odiavano, dallo
sminuzzolamento illogico dell'Alemagna, dall'avidit nello spartimento
della Turchia. La Francia non pu quindi nulla per la Polonia, quando
pur lo volesse e l'occasione se ne offrisse.

La Polonia, in oltre, non  sulla frontiera francese, come l'Italia.
Una guerra marittima sarebbe senza effetto, quando anche la fosse
possibile. D'altronde, la guerra inutile di Crimea basterebbe per
scoraggiare la Francia da queste intraprese.

L'Inghilterra non si occupa pi della politica continentale.--Essa
non incoraggia pi le rivoluzioni, come al tempo di Canning e di
Palmerston; non sostenta le reazioni, come al tempo di Pitt. La
si rassegna ai fatti compiuti, anche quando la danneggiano, come
nell'affare dello Schleswig. Un'agressione sul suo Impero delle Indie
potrebbe forse obbligarla a rompere con la Russia. Ma anche in questo
caso, cui essa prevede, a cui si prepara, l'Inghilterra localizzerebbe
la guerra in Asia, ove i suoi mezzi di resistenza sono pi efficaci,
meno costosi, pi sicuri e pi numerosi. Tutto al pi, l'Inghilterra
somministrerebbe del danaro alla Polonia per provocare una rivoluzione
come diversione.

L'Austria non s'impegner giammai in una guerra per la ricostruzione
della Polonia. Essa ha troppo a perdere--essa che fu e che, fino ad
un certo punto,  ancora la violazione flagrante delle nazionalit;
essa il cui impero numera ventidue milioni di slavi; essa che al primo
d dell'esistenza nazionale polacca avrebbe a vedersi estirpar la
Gallizia. In caso di guerra tra la Russia e l'Austria, questa potr
fomentare l'insurrezione polacca, ma i soccorsi che le darebbe sariano
troppo esili per contarli come elementi di successo. Ed ancora, e'
non bisogna perder di vista che i governi sono tutti naturalmente
conservatori e che, anche spinti alla disperazione, essi non si legano
alla rivoluzione che per moderarla da prima, profittarne e tradirla in
ultimo.

La Polonia pu dessa sperare la sua liberazione dalla Germania,
anche nel caso di un conflitto rinnovellato tra la Germania e la
Francia, in cui la Russia stesse a lato di quest'ultima? E' sarebbe
forse nell'interesse della Germania di trovare una nazione libera,
indipendente, guerriera, interposta tra lei e la Russia, la cui
vicinanza  un incubo doloroso. Ma l'Alemagna costituita nella sua
unit, soddisfatta nelle sue aspirazioni, rassicurata nei suoi
interessi, sicura nell'avvenire, non  una nazione da incoraggiare o
da alimentare avventure. Minacciata d'altronde all'occidente dalla
Francia, il cui rancore  inestinguibile, l'Alemagna eviter tutte
le occasioni di spiacere alla Russia, che le ha resi di cos grandi
servigi nell'ultima guerra, ne coltiver l'alleanza preziosa, ne
paventer il contraccolpo fulminante. Imperciocch egli  mestieri non
obbliarlo, che la Pomerania  slava, la Posnania  Polonia, la Boemia 
appostata ai suoi fianchi come una fortezza.

La Polonia non pu quindi aspettare soccorso da alcuna delle potenze
occidentali.

L'Europa non avrebbe che due mezzi per metter sosta alle invasioni
della Russia, e perci all'inghiottimento della Polonia: quello di una
coalizione, direi quasi, una crociata, per riedificare la Polonia, una
Svezia, una Turchia istoriche; quello di combattere piedi a piedi, con
la diplomazia, l'influenza russa dovunque la tenti stabilirsi, dovunque
la crei una forza, dovunque la prepari un pericolo. Napoleone I,
Napoleone III e l'Inghilterra riuniti, hanno sperimentato l'inutilit,
l'impotenza, i danni delle alleanze e della guerra. L'azione dei
gabinetti europei non  riescita nell'opera di contenere la Russia
nel circolo che il congresso di Vienna e quello di Parigi le avevano
tracciato.

Si limita lo sviluppo degli Stati, quando questo sviluppo  fittizio
come quello dell'Austria; non si pu, tutto al pi, che rallentarlo,
quando questo sviluppo  naturale, come quello della Russia, della
Germania, della Italia--ancora incomplete. La coalizione per la guerra
dunque e l'assicurazione mutua degli Stati per la diplomazia non
raffreneranno il progresso della Russia, e non verranno per conseguenza
in aiuto della ricostruzione della Polonia.

L'unica probabilit di autonomia per questa nazione sarebbe una
confederazione provocata dalla Russia essa stessa, sotto la sua
supremazia. Ma anche in questa eventualit insperata la Russia non
affrancherebbe la Polonia; perocch rompere i ceppi della Polonia e'
sarebbe mettere in piedi una rivale.

La Polonia pretende alla egemonia sulla razza slava, per i medesimi
titoli storici che la pretende la Russia--titoli consacrati dalle
sventure, dalla persistenza, dalla gloria, dal valore--specie di
consacrazione meno effettiva che il successo ma che non  meno
abbarbagliante. Se per distaccare l'Ungheria e la Boemia dall'Austria e
la Posnania dalla Germania, se per attaccarsi la Grecia ed i Principati
Danubiani, una confederazione di popoli slavi fosse necessaria, la
Russia non vi vorrebbe entrare che tirandosi dietro la Polonia, ma
una Polonia assimilata, come dessa si assimil la Finlandia, come la
Polonia si aveva assimilata la Lituania.

La Polonia non deve dunque contare che su s stessa, su i suoi propri e
soli sforzi.

I Polacchi lo hanno compreso, del resto, e la Russia nol sa che
troppo--pruova i dispacci alteri e schernevoli di Gortschakof nel
1863 e 1864. La Polonia ha saggiato tutti i mezzi che erano alla sua
portata. Essa ha provato la guerra, alligandosi allo straniero, sotto
Napoleone I. Essa ha provato la guerra con le sue proprie forze,
sotto Kosciusko. Essa ha provata l'insurrezione, nel 1830 e nel 1863.
Essa ha provato la ricostruzione nazionale sotto la protezione russa,
consacrata dal congresso di Vienna, al tempo di Alessandro I. Essa
ha provato lo statuto amministrativo di Nicola I. Essa ha provato la
forza. Essa ha provato la resistenza passiva e l'attestazione del
dritto. Essa ha provato di svegliare le simpatie dell'Europa e di
provocare la protesta dei governi e la pressione diplomatica. Essa ha
provato l'opposizione morale.... Tutto ci che un nobile popolo, un
gran popolo, un popolo coraggioso, convinto, deciso, poteva fare, la
Polonia l'ha praticato. Essa ha soccombuto. Tutto le  venuto manco. Le
circostanze, Dio, gli uomini, la politica, la religione, si son messe
nella partita per ischiacciarla. Ed essa  stata sopraffatta, rotta,
annientata. Che le rimane a fare adesso? L'ultima prova--quella della
disperazione, quella che il marchese di Wielopolski le ha consigliata,
quella che la logica della situazione impone: associarsi alle viste ed
all'impulsione della sua rivale, lavorare per lei a fine di lavorare
nel medesimo tempo per s stessa.


VI.

La superiorit morale della Russia  incontestabile. Essa possiede, fra
gli altri rami della razza slava, la convenienza della posizione che la
mette a portata di soddisfare ad un tempo gl'interessi della civilt
ed i sentimenti della tradizione naturale. Essa pu agire a suo placito
in Asia ed in Europa. Essa  organizzata. Essa possiede la confidenza
degli slavi e la fede in s stessa. Essa domina. Essa occupa colle
sue colossali dimensioni tutta la contrada della razza e brilla al
centro. Essa  temuta dallo straniero. Essa risponde alle aspirazioni
dei popoli e rappresenta ed incarna lo spirito slavo, malgrado la
macchia germanica della dinastia. Essa maneggia interessi naturali
ed omogenei alla tempera del suo popolo. Essa  liberale nell'ordine
economico, sociale, industriale. Essa  tollerante, quasi atea, quando
il culto non inalbera bandiera politica, come in Polonia..... Che le
manca? Realizzare l'indipendenza delle famiglie slave adagiate sotto
l'imperio tedesco e turco, per organizzare la razza intera sul tipo
moderno, mediante la trasformazione della propriet e lo stabilimento
della libert. L'affrancamento dei servi rende quest'opera pi facile e
pronta, e promette l'avvento della libert senza scosse, senza ruine,
senza rivoluzione insanguinata nell'ordine delle caste, distribuendo
la libert economica da prima alle classi minute e la libert politica
alle classi emancipate di gi.

La parte della Polonia in questa situazione  bella e tracciata. Non
potendo svellersi dalla Russia con la forza, bisogna assimilarsela con
la libert, sterpando lo tzarismo o cangiandone la natura. I popoli non
sono ambiziosi come le dinastie. Ma, al contrario di queste, i popoli
smaniano di libert--anche quando questa libert non profitta loro
guari, come nell'America del Sud; non la si comprende, come in Irlanda;
se ne usa poco, come in Italia e Spagna: se ne  presto stucchi, come
in Francia. Tutto ci che la Polonia potria ottenere dalla diplomazia,
e la diplomazia e la Russia concedere, non la soddisfer. L'alleanza
di nazione a nazione, di una Polonia costituzionale e di una Russia
autocrata,  una chimera, non solamente perch la Polonia  vinta e
la Russia vi si opporrebbe, ma perch l'equilibrio della reciprocit
non esisterebbe. Laonde, presto arriverebbe una di queste due cose:
o la Polonia sarebbe assorbita dallo Tzar, come lo  al presente;
o lo Tzar soccomberebbe alla libert--ci che devesi tentare.
Quest'unione d'altronde,  stata sperimentata sotto Alessandro I e non
riesc. Alessandro II sperimenta in questo momento l'efficacia della
connessione violenta. Sar egli pi avventuroso? Io nol penso. Bisogna
dunque apparecchiarsi per il periodo dell'assorbimento, che non pu
mancare di giungere. Ed  questo che si consiglia alla Polonia, onde la
non sia ingoiata dallo tzarismo come un elemento morto, neutralizzato,
infecondo, senza ragion d'essere, senza avvenire, senza efficacia,
ma come un corpo vivente che esercita sur un altro corpo l'azione
magnetica del dominatore di certe belve feroci--io stava quasi per
dire, l'azione del tossico.

La questione tra la Polonia e la Russia non  sociale, e perci
radicalmente insolubile. Essa  nazionale e politica, e quindi appunto
essenzialmente pratica. La Polonia  incivilita; la Russia lo  meno:
ecco la causa intima e grave della lotta e della ripulsione. La Polonia
ha due cose dell'Europeo occidentale: lo spirito e la fede: ecco le
asperit della soluzione della difficolt. Ma la conciliazione  bella
e trovata, pronta affatto, sulla terra promessa della libert.

La Polonia pu conservare il suo culto, il quale non spiace che in
quanto che esso  un simbolo, in questa fase dell'insurrezione, di uno
spirito nazionale in rivolta. La Polonia pu godere delle sue tendenze
europee, del _self-government_. Ma la Russia spiegher in Polonia
altres, senza ostacolo, il suo istinto di razza: sostituire, cio, il
mondo slavo al mondo occidentale. In Polonia pure, la Russia non vorr
vedere sommerso, sotto la petulanza oligarchica della nobilt polacca
ed a suo unico profitto, quello tzarismo che ha salvata, costrutta,
rilevata, costituita, fatta grande e potente la razza slava.

La Polonia deve essere il Piemonte, la Prussia del mondo slavo. Per
conseguenza, la non deve mettersi in lotta con i russi, che sono i suoi
strumenti, i suoi complici, i suoi associati, i suoi co-interessati. I
polacchi debbono portare, entrando nella famiglia, la rivoluzione in
Russia, non accendere la rivoluzione in casa propria. La rivoluzione in
casa  una ribellione: ed i russi la spezzano e spengono nel sangue.
La rivoluzione in Russia  un'opera di salute comune; ed i russi la
salutano.

Rompere lo tzarismo quale  al presente, ecco dove deve mirar la
Polonia--ed in _hoc signo vincis_. I polacchi vogliono una patria:
ci  giusto, ci  bello. Ma prima di essere cittadino di qualche
contrada, gli  mestieri esser uomo. Ora, non si  uomo che per
la libert. Dunque, guerra allo tzarismo! Su questo terreno,
polacchi e russi sono fratelli. Ma perch il russo riconosca questo
fratello, e che ne accetti lo aiuto e l'iniziativa nell'opera comune
dell'affrancamento politico--come gl'italiani accettarono l'opera del
Piemonte--gli  d'uopo che il polacco cessi di esser polacco e nemico
e che si fonda nella razza slava rappresentata dalla Russia, come il
piemontese si fuse nel popolo della sua razza.

Poi, prima di guardare a Pietroburgo, ove  il padrone, il polacco non
dovrebbe egli guardare a Posen ed a Lemberg ove sono i fratelli? Il
polacco  pi straniero al tedesco che al russo. Perch dunque questa
trascurata inazione per sollevare i polacchi della Posnania e della
Galizia contro l'alemanno, e questa attivit aspra e persistente per
liberarsi dal russo?

I polacchi, diceva il marchese di Wielopolski, debbono preferire
di procedere con la Russia alla testa della civilt slava, anzi che
trascinarsi alla coda dell'occidente.

Noi crediamo che il marchese aveva ragione.

La Polonia, fusa nella Russia, vi porta il dissolvimento--non
il dissolvimento degli elementi naturali propri alla razza,
ma dello tzarismo, che  stata l'opera terribile della
conquista,--provvidenziale per la ricostruzione della razza, necessaria
alla conservazione di lei fino a che la fu nell'infanzia. Ora la Russia
ha raggiunta l'et virile, che le permette di vivere da s stessa, e di
occuparsi della sua bisogna.

Questa riforma dello tzarismo  altres una garentia per l'Europa.
Perocch la guerra e la conquista, per un popolo libero, non sono
mica un istrumento di regno, il balocco di un principe teatralmente
glorioso, od un deposito del cattivo umore di un ministro, ma un'opera
di fatalit e di polizia, a cui si ricorre all'ultima estremit...

Si  sempre considerata la Polonia come una specie di materasso tra
l'Europa occidentale ed il mondo orientale, rappresentato dalla
Russia. La Polonia non potrebbe rendere miglior servizio all'Europa,
all'umanit ed alla libert, che cooperando alla metamorfosi della
Russia, mediante il trasformamento dello tzarismo.

Ma, si dir, perch voi, che avete cooperato alla libert dell'Italia e
trovate legittima la sua indipendenza e la sua unit, non vi ribellate
contro il consiglio del marchese Wielopolski, il quale vuole il
contrario di quello che fu fatto da voi?

La ragione , che le due emancipazioni hanno un carattere radicalmente
differente.

La rivoluzione d'Italia ebbe un marchio puramente nazionale; quella
della Polonia ha il carattere della supremazia di un ramo di razza sur
un ramo consanguineo. L'Austria era un _Impero_ di razza teutonica;
l'Italia, una _nazione_ di razza latina. L'Austria non poteva
assimilarsi l'Italia, la cui civilt valeva la sua, ma dominarla,
trafficarne, tenerla divisa. Mentre che in Polonia trattasi di
completare la razza slava, e che la Polonia confondasi con un popolo,
alla cui civilt essa servir di locomotiva. L'Austria non faceva
all'italiano la sua parte eguale, come la fa oggid all'Ungheria, come
la Russia l'offre alla Polonia; ma essa considerava Milano e Venezia
come suoi possessi, come conquista. Infine il Piemonte fu nobilmente,
francamente italiano in mezzo ad italiani; la Polonia resta polacca in
mezzo agli slavi. La fortuna, per ultimo, sorrise all'Italia dandole
Vittorio Emmanuele, e Cavour, chiamando Napoleone III all'impero; e la
non ha, sventuratamente, ripetuto per la Polonia lo tzar Alessandro I.

Ma, in presenza delle necessit, della fatalit, il dritto esso stesso
ringuaina la sua efficacia. Per i polacchi e' non si tratta pi del
modo di esistere, ma di esistere. Lo tzar--la Russia complice--sembra
determinato a sterminarla, come i coloni inglesi operano lo esterminio
dei maori nella Nuova Zelanda. L'Europa non torce pi il capo verso
quelle contrade della desolazione e del dolore. Il modo di resistenza
consigliato dal conte Andrea Zamoyski  una formidabile puerilit:
l'annientamento volontario  un delitto. Che fare allora? Lo ripetiamo:
esistere! Scomparire come corpo e rinascere come il cuore ed il
cervello di un grande organismo, per farlo palpitare di una vita e di
un pensiero nuovo. Cessare di essere una nazione per essere un popolo,
il cui stato di civilt esige un regime pi libero, e stendere questo
beneficio al resto della razza. Spegnersi come polacchi per risuscitare
uomini e slavi, cittadini di un immenso impero, il quale ha il succhio
della giovinezza ed a cui l'avvenire appartiene, come all'America.

Parigi, Aprile 1871.

IL MARCHESE DI TREGLE




IL MARCHESE DI TREGLE


I.

 Eppure  vero!

.....Sono oramai undici anni, disse Tiberio, marchese di Tregle,
ponendo il suo bicchiere sulla tavola ed asciugandosi i baffi che
incominciavano ad incanutire. Era il 1848. Sua Maest siciliana aveva
fatto mettere alla porta il _suo_ Parlamento dai _suoi_ Svizzeri,
mitragliare il _suo_ popolo dal _suo_ esercito e coricare sotto
lo stato d'assedio il _suo_ reame. Io era insorto. Era la moda di
quell'anno, del resto. Io mi trovava in Calabria.

In mia vita non ho mai esercitato un mestiere pi dolce e pi gradevole
di quello d'insorto. Non ho mai tanto dormito. Non ho mai tanto goduto
della beatitudine della postura orizzontale, quanto durante il tempo
in cui sono stato rivoluzionario fra le bande calabresi. Avrei potuto
dettare dei versi, se le mosche me l'avessero permesso.

Questo insetto arrogante scompigliava le mie rime.

Noi eravamo duemila bellimbusti, e occupavamo la gola formidabile che
separa la provincia di Basilicata da quella di Cosenza, alla testa del
ponte di Campotenese. Questi due mila messeri non avevano preso affatto
la cosa sul serio, non comprendendola guari. Essi non erano insorti per
alcuno interesse speciale. Passavano dunque le loro giornate a giuocare
alle carte, a dar la caccia ai pidocchi di cui formicolavano e ad
arrostire dei montoni--montoni naturalmente realisti. Essi erano poco
o niente pagati e pieni di abnegazione.

I soldati di Sua Maest, dall'altra parte del ponte, occupavano i loro
ozi presso a poco nella stessa guisa. Solamente, come diversione, essi
scorrevano di quando in quando pei villaggi, si facevano servire dai
contadini, e pagavano a colpi di calcio di fucile.

Il generale Busacca, che comandava questa colonna mobile, stanziava
a Castrovillari. Questo generale sarebbe pur stato il pi feroce e
brutale ubbriacone del suo secolo, se Gregorio XVI non lo avesse
preceduto. Egli si coricava fra due bottiglie, quando non cadeva,
messo fuori di combattimento, sopra un campo di battaglia seminato di
orciuoli e di fiaschetti di ogni forma. Busacca non avrebbe giammai
punito un soldato che si fosse divertito a bastonare un contadino. Se
incontrava un soldato ubbriaco fracido, egli dimandava a s stesso se
non bisognasse proporlo per la decorazione dell'ordine di Francesco I.
In ogni caso, lo citava nei suoi ordini del giorno.

Ei si ubbriaca, diceva Busacca, dunque egli  bravo! Sua Maest, che 
un guerriero, va matto per i buoni soldati.

Non vedendosi attaccato da noi, Busacca non si curava punto di mettere
un termine a questa vita di cuccagna. I gesuiti gli avevano insegnato
il famoso: _cunctando restituit rem_.

Noi godevamo dunque della pi perfetta tranquillit. D'altronde, io non
so proprio perch noi eravamo insorti, facendo quello che si faceva.
I nostri uomini davano la caccia al gregge dei realisti. Costoro
fucilavano, impiccavano, incarceravano tutti quelli dei nostri che
loro cadevan tra le mani.

Il capo nominale della spedizione era un tale Pietro Mileto, un
vegliardo che aveva una magnifica testa da patriarca e bestemmiava e
mentiva, come l'aveva fatto, in un giorno memorabile, l'apostolo suo
patrono. Spendeva le sue giornate in dispute con il suo domestico,
quando non cantarellava un'aria favorita, ch'egli aveva appresa al
bagno. Poich questo eccellente patriota aveva roso la sua catena
venticinque anni al bagno di Nisida, per delitto politico.

Diciamolo qui: Mileto per miserabilmente. Dopo la nostra disfatta,
una banda di zingari lo scopr travestito da mendicante, e gli mozz
il capo onde guadagnare il prezzo di cinque mila ducati,--22,250
franchi,--cui re Ferdinando l'aveva valutato. Questa testa fu inviata
a Sua Maest nella sua reale residenza di Gaeta. Lo scaltro monarca,
che aveva delle ragioni per sospettare la fedelt del suo ministro
Bozzelli, tre volte rinnegato, arm il suo occhio di occhialino, si
circond della sua numerosa nidiata di bimbi rachitici, e rest durante
qualche minuto a contemplare, a girare e rigirare quella povera testa,
per bene assicurarsi della sua autenticit, prima di sborsarne il
valsente.

Nella mia qualit di dilettante, mi avevano attaccato allo stato
maggiore. Io portava una sciabola formidabile, due pistole, un pugnale,
che mi serviva a trinciare le mie costolette, una casacca di velluto
nero, un cappello all'Ernani con galloni d'oro, e brache di fantasia.
Che cosa non avrei io dato per avere una sciarpa rossa intorno alla
mia vita sottile! Avrei avuto l'aria pi da _trovatore_. Io aveva al
mio servizio, in qualit di ordinanza, un Siciliano che si vantava
di essere stato pasticciere, ma che era, in realt, un perfetto
predatore, uno snidatore di ogni specie di selvaggina. Avevo inoltre,
come domestici, due Albanesi, alti cinque piedi e dieci pollici, di
cui comprendevo appena qualche parola. Erano stati briganti nella
banda di Talarico,  vero, ma sapevano cuocere in punto una braciuola,
imbiancare e stirare la biancheria s da invogliare una duchessa a
confidar loro i suoi merletti. Sono i soli famigliari fedeli ch'io mi
abbia mai avuto in mia vita.

Io aveva vissuto quindici giorni in questa gradevole posizione, non
udendo altri colpi di fucile, che quelli tirati contro le lepri, e non
vedendo altri nemici che le vipere. Noi eravamo, noi altri capi, tutti
fraternamente riuniti in un fortino costruito dai briganti, in cima ad
un rialzo,--un ridotto druidico,--circondato di pietre ciclopiche.

Su questo recinto si era intessuto un pergolato di rami e di foglie per
ripararci dal sole di luglio. Le nostre coperte, i nostri mantelli,
stesi sul suolo, ci servivano di tappeto, di tovaglia, di tovagliolo,
di materasso. Coricato supino durante tutto il tempo che non restavo
seduto per pranzare, io contemplava, a traverso i buchi del soffitto,
il cielo eternamente e monotonamente azzurro.

Il nostro pranzo ordinario si componeva di un montone o di un
piccolo vitello infilzato allo spiedo, cio a dire ad un ramo
d'albero acuminato. Gli ex-briganti, divenuti cittadini, difensori
della legalit e della _Carta_, erano i nostri cucinieri, i nostri
guerrieri, le nostre cameriere, i nostri domestici. Gli altri contadini
sembravano stupidi. Non ebbi affatto l'occasione di sperimentare se
erano buoni ad altra cosa.

Un giorno, verso le cinque della sera, le nostre bande manipolavano
la loro cena, quando, tutto ad un tratto, si spande il rumore che il
generale Du Carne ci prendeva ai fianchi.

Il nostro comandante in capo aveva tutto previsto per custodire la
porta; non si era punto curato delle finestre. Ora, i realisti, avendo
convenevolmente divorato il paese fedele, sguizzavano adesso per i
fianchi e venivano a ficcare il naso nelle nostre pentole. Vedendo che
il nemico penetrava per Normanno e per Torraca, alla nostra destra e
alla nostra sinistra, noi trovammo che il nostro mestiere diveniva una
sinecura, e lasciammo degnamente il posto.

Forse lo lasciammo un po' al passo accelerato. Ma ci  un affare di
ginnastica. Forse avremmo dovuto difenderci. Non ci si pens guari:
non si pu pensare a tutto; e d'altronde, perch incomodarci? Il
fatto  che noi partimmo. Io fui, per pigrizia, uno degli ultimi a
sloggiare, con i preti e i cappuccini, che facevano parte della colonna
rivoluzionaria. Ve ne erano sessantacinque; essi ed i briganti si
sarebbero certamente ben battuti.

Sellato il mio cavallo, l'ordinanza e i miei Albanesi pronti:

--Ove andiamo, capitano? mi dimand il mio Siciliano.

--Al diavolo: tu lo vedi! gli risposi.

--S, al diavolo, mio capitano, ma per quale strada?

--Per la pi corta.

--Per andar dove, infine?

--Per bacco! ove vanno gli altri.

--Ma, capitano, mi sembra che gli altri fuggono.

--Ah! e tu vuoi dunque rimanere, insubordinato?

--Giammai, mio capitano.

--Avanti allora, e _abbasso_ chi cade, e _viva_ chi  in auge!


II.

La pianura era animata da piccoli gruppi di gente, ciascuno dirigendosi
verso il suo paese; e non so se non gridassero gi: Viva il re! Ognuno
aveva attaccato al suo fucile una pelle di montone e le sue scarpe.
Le scarpe, per i contadini dell'Italia meridionale, sono un oggetto
di lusso, un arnese di parata. I pi arditi erano rimasti un po'
indietro.... per raccogliere delle casserole, delle pignatte, della
roba infine. Lo spettacolo diventava lugubre e ridicolo. Eccolo gi
deserto questo accampamento, ove i fuochi ardevano ancora, ove un
momento prima una gente spensierata cucinava la sua pappa. Le capanne
di felci e di rami, vte; gli utensili rotti, sparsi per terra; tutto
devastato, nudo, bruciato. E nella pianura, uomini di grande statura,
dalla bruna carnagione, dai lineamenti pronunziati, fatti da Dio per
compiere delle grandi cose, che se ne vanno al passo ginnastico, col
nastro tricolore sui loro cappelli puntuti, non rimpiangendo altro che
la minestra mancata. Dal canto loro, i realisti si affrettavano ad
arrivare: l'odore dell'arrosto infondeva loro del coraggio.

Io presi lo stradale, alla grazia di Dio, non conoscendo il paese, n
sapendo ove dirigermi. A Spezzano Albanese, incontrai il Consiglio
municipale di Cosenza ed il vescovo, i quali, due giorni prima, avevano
gridato: Viva la Costituzione, abbasso i Borboni! Essi si recavano ora
a presentare i loro omaggi ai generali Du Carne e Busacca. Monsignore
mi diede per cortesia la sua benedizione, sbirciando il mio cavallo
che, quindici giorni prima, egli aveva offerto _per la salute della
patria_. Io non aveva agio di raccogliere delle benedizioni. Avevo
fretta. Non potendo continuare sulla strada di Cosenza, presi il
cammino delle montagne dei miei Albanesi. La mia ordinanza, vedendo che
non vi era pi nulla a spigolare con me, rimase un po' indietro, poi si
smarr col mio sacco da notte, in cui vi era un po' di danaro e alcune
camicie. E non ne ebbi pi nuove. Gli Albanesi mi seguirono bravamente
e fedelmente. Essi avrebbero potuto assassinarmi e essere nominati
cavalieri dell'ordine del _Merito civile_.

La notte era caduta. Noi c'ingolfammo in mezzo alle montagne,
incontrando di qua di l dei fuggiaschi, i quali, avendo nascosto i
loro fucili, se ne ritornavano ai loro villaggi, come se venissero
dalla mietitura. Io passai per boschi di castagno, per oliveti
magnifici. Il rumore dei ruscelli animava il silenzio della notte. Un
leggiero venticello dava alle foglie una voce lamentevole. La luna non
era ancora sorta, ma un numero immenso di stelle spandeva la debole e
pallida luce di certi giorni nella Svezia. I viottoli erano orribili.
Le lucciole venivano ad urtarsi storditamente al nostro viso.

Traversammo alcuni poveri villaggi e qualche casolare senza fermarci.
Gli abitanti dormivano per terra, davanti le loro porte aperte, per
sottrarsi agl'insetti che, di dentro, li avrebbero divorati. Niente di
pi cupo, di pi desolato: un tale uomo, su di una simile terra, sotto
un simile cielo! I cani abbaiavano un poco senza incomodarsi, e poi si
riaddormentavano. Di tratto in tratto una donna, quasi nuda, sollevava
il capo dalla soglia della sua porta che le serviva di guanciale, e ci
chiedeva l'elemosina. I fanciulli ed i maiali dormivano nelle braccia
gli uni degli altri--quando il maiale non mangiava il fanciullo.
L'asino vigilante, presiedeva la trib, il clan.

A misura che noi salivamo queste alture della catena degli Appennini,
la brezza diveniva pi fresca, il cielo pi sereno, il silenzio
pi completo. Entravamo nella regione dei pini, degli abeti, degli
olmi, dei frassini secolari. Il sentiero si perdeva. Noi camminavamo
guidandoci sulle stelle.

A mezzanotte, sorse la luna. Lo spettacolo incominciava a divenire
seducente. Gli abeti, rivestiti di bianche corteccie, prendevano
l'aspetto di scheletri, di statue di marmo, di fantasmi avvolti in
bianchi lenzuoli, secondo la loro posizione e il riflesso della luna
che li rischiarava. I vecchi tronchi bruciati somigliavano sentinelle
poste in imboscata. La luce, stacciata dalle foglie, pareva coprire
il suolo d'un bianco merletto steso sopra un panno verde. Dei raggi
di neve scintillavano sulle alte cime, e niellavano d'argento il
granito rossiccio degli erti picchi. Gli alberi immensi, qui scarni, l
fronzuti, varii, oltraggiati dalla mano dell'uomo e del tempo, colti
dal fulmine e squarciati dagli uragani, davano al luogo qualche cosa di
fantastico.

L'aere era imbalsamato d'un profumo indefinibile. La campanella
attaccata al collo delle vacche e delle pecore--che nella state
pascolano all'aria libera su questi monti--tintinnava da lontano,
dall'altra parte della montagna, e riempiva l'animo di tristezza.
Questo suono patriarcale risvegliava in me il ricordo del mio focolare,
di mia madre, della mia innamorata. Lepri, volpi, conigli, cerbiatti,
capriuoli, gatti selvatici, scappavano davanti i nostri passi. Il
cuculo si lamentava stupidamente.

Pi noi salivamo, pi il bosco diveniva fitto e spesso, e meno la luna
vi penetrava, s che io camminava a piedi, non potendo pi restare a
cavallo, a causa dei rami intrecciati che intercettavano il cammino.
Tutto ad un tratto, nel girare un picco, che non avevamo asceso, fui
sorpreso da un magnifico spettacolo.

Dapprima una voce, uscendo non so da qual luogo, grid: chi  l? chi
vive?

I due Albanesi si volsero verso di me, non sapendo che rispondere.

--Viva la patria! gridai.

Io sapeva che i soldati di Sua Maest Siciliana non annidavano s
alto il loro coraggio e la loro devozione, e che questi imboscati non
potevano essere che bande d'insorti, o briganti dispersi, cio degli
amici. Il brigante parteggia sempre: ieri, per la repubblica, oggi per
il re, sempre per colui o per ci che non  pi.

--Avanzate, rispose la voce.

L'uomo era invisibile.

Sopra una specie di piattaforma, dei frassini secolari s'innalzavano
ad una altezza prodigiosa, il tronco bianco e pulito, somigliante a
delle colonne; i rami e le foglie coprivano il luogo d'un baldacchino
magnifico. Si sarebbe detto la moschea di Cordova tappezzata di
lampasso verde. Una dozzina di fuochi immensi, l disseminati,
crepitavano gioiosamente, e facevano come una corona al fuoco di
mezzo pi considerevole degli altri. Attorno a questi roghi vi erano
degli uomini che, al grido di chi vive! si erano tutti alzati. Essi
mi parvero dei giganti. Il riverbero spiccato delle fiamme, addolcito
dal lume della luna, dava a questi uomini una statura colossale, cui
la foggia del vestito e l'atteggiamento rilevavano potentemente. Tutti
avevano preso le armi che scintillavano a questo barlume. Questi
cacciatori del Signore, vestiti di grosso velluto nero, portavano delle
uose di panno sino a mezza coscia. Un panciotto di velluto a bottoni di
argento si apriva in sul petto: una larga fascia di tela di cotone,
a righe bianche e rosse, raddoppiata a parecchi giri, stringeva loro
la vita. Sul loro capo civettava un piccolo cappello a punta, adorno
di molti nastri e di penne di pavone, inclinato su l'orecchio destro,
e ritenuto sotto il mento da un cordone. Il collo nudo, il colletto
della camicia leggermente rovesciato. Questi uomini avevano un aspetto
di straordinaria virilit. Degli occhi, che avrebbero fuso le monete
d'oro d'un avaro. Senza baffi; delle basette enormi, nere come le
notti di dicembre. Il tipo greco, indorato al colore indiano. Le loro
labbra respiravano ogni specie d'ebbrezza, ogni specie di appetiti: dei
denti bianchi come il marmo di Carrara. Alla cintura, dei coltelli;
in bandoliera, una scatola di cuoio per mettervi le cartuccie, un
bicchiere di latta, una piccola otre di pelle per il vino.

Io mi sentii sotto una potenza magnetica inesprimibile quando tutti
questi occhi si appuntarono su di me. Nessuno pi pensava alla cena
che arrostiva, sotto forma di agnelli, davanti a questi focolari
improvvisati. La fiamma rischiarava di gi in su queste singolari
figure, mentre la luce cenerea della luna li bagnava d'alto in
basso, producendo in questo contrasto un effetto sorprendente, un
vigore di tinte, una potenza di riflessi, di angoli, di rimbalzi, di
ombre, che nessuna tavolozza, niun ingegno saprebbero riprodurre. Io
restai abbarbagliato. I miei due Albanesi, abituati a questi quadri,
dettero allora la parola d'ordine, nella loro lingua. Gli amici,
riconoscendoli, gridarono di una sola voce:

--Siate i benvenuti, fratelli!

E sedettero di nuovo sul suolo, allestendosi a sparecchiare la cena.

Dal fuoco di mezzo si staccarono allora due uomini: uno che tennesi a
due passi indietro, la mano sulle pistole della sua cintura; l'altro
che proced incontro a me. E' mi sbirci un momento, poi sciolse il
suo mantello e mi stese le due mani. Io riconobbi il mio amico, il
colonnello Costabile Carducci.

Questo bravo, nobile, disinteressato patriotta--oggi obliato dai
martiri scialosi rimpinziti--aveva spigolato una sessantina di
Albanesi, e con questo manipolo di gente determinata, recavasi nel
Cilento per ravvivarvi l'insurrezione. Io provai condurlo meco in
Basilicata. Ricus--ed e' fu il suo cattivo od il mio buon genio che se
ne mischi.

Carducci manc il suo intento.

Una sera, egli and a dimandare ospitalit al suo vecchio amico, il
prete Peluso di Sapri. Questo manigoldo l'accolse a braccia aperte;
poi, la notte, quando Carducci dormiva, e' s'introdusse nella camera di
lui, l'uccise e gli tagli il capo.

Peluso adagi quindi bellamente questa testa in una cassetta di latta,
la contorn di bambagia e di una pezzuola di seta bianca, e corse
a Napoli per presentarla a re Ferdinando. Era la seconda--e non fu
l'ultima--cui S. M., aveva la delizia di contemplare e di mostrare alla
regina ed alla sua progenitura. Il prete Peluso rest nella reggia per
sollazzare i piccoli principi, abbeverar di benedizioni l'austriaca
regina e manipolare, a parte col re, negozi di danari lucrosissimi.

Il compagno di Carducci era il barone Porcari, il quale, avendo passato
tutta la sua vita negli ergastoli per delitti politici, s'annoia a
Napoli oggid. E' trova che vi  troppo sole, troppa aria, troppo
spazio, troppi visi, troppa folla. La libert lo inceppa, un letto
lo tedia, una figura ridente lo fa trasecolare. Egli sospira il suo
sotterraneo come la talpa; ha la nostalgia della galera e della secreta.

Io lasciai questi due amici dopo la cena. Io era ammalato. Andai a
sdraiarmi sur un letto di felci odoranti e di mantelli che i miei
_aiducchi_ mi avevano apparecchiato.

Quando apersi gli occhi all'indomani,..... gli uccelli cantavano, il
fiore espirava i suoi profumi voluttuosi, gl'insetti dai vivi colori
volteggiavano nell'aria, un leggiero velo di vapore copriva di una
garza arancio il mondo circostante, le foglie immobili scintillavano di
una luce castamente soffice.

Mi levai di botto.

Carducci e gli Albanesi se l'avevano spulezzata alle due del mattino.

Guardai a me d'intorno. Sugli spaldi della montagna, gli alberi
magnifici della foresta come un esercito di giganti, e lontano,
lontano, a traverso il colonnato delle betulle, scrsi come una coppa
d'oro, tuffata nell'azzurro e corruscante come la clamide del monte
Bianco--il mare. Restai una mezz'ora ad inebriarmi di questa armonia
della natura. Poi Spiridione, il pi attempato dei miei Albanesi, che
sapeva tutto codesto a menadito, mi riscosse, presentandomi il mio
cavallo allestito di tutto punto.

Partimmo.


III.

Non avendo pi nulla a fare in Calabria, pensai ritornare in casa
di mia madre, in una provincia pi centrale ove sono le nostre
terre. Imboccammo dunque la via, la pi corta e la pi sicura,
quella del mare. Io aveva delle conoscenze in questa provincia, che
potevano, credevo, facilitare la mia fuga e sottrarmi ai realisti.
La disfatta, o per dir meglio, la rotta, aveva in ventiquattro ore
cangiati in realisti gli uomini i pi ardenti della vigilia, e costoro
raddoppiavano adesso di zelo onde farsi perdonare dal re il loro
amoruccolo di un d per la libert. La guardia civica ed i gendarmi
inondavano la contrada, tendendo contro noi delle trappole, mentre i
patrioti di ieri si trasformavano in segugi. Ogni passo divenne un
pericolo. Ma, per ventura, i miei ex-briganti conoscevano tutti i
sentieri, che non son mica i sentieri di chiunque, e pur nondimanco
sono i pi belli. Ond' ch'egli  incredibile quanti precipizi di
queste montagne varcammo, quanti abissi costeggiammo sdrucciolando sur
una terra sminuzzolata, quanti picchi scalammo, quante coste a scesa
rapida e quasi perpendicolari scendemmo, quanti folti squarciammo a
traverso felceti alti come selve cedue, quanti torrenti spumosi come
vino di Champagne valicammo, quante corremmo di praterie belle come un
paesaggio di Croop, di vigneti splendidi, i di cui frutti avrebbero
fatto credere ai tropi della _Cantica dei Cantici_, di olivi grossi
come vecchie querce dalle foglie verdi, sbiadite, verniciate da un
lato, da un altro vellutate come il labbro superiore di una fanciulla,
infine, quanti questa cavalcata di quindici ore ebbe di accidenti
imprevisti, di variet, di sorprese, di quadri incantevoli, di estasi,
di pericoli..... Io mi sentiva trasportato. L'uomo politico era di gi
restato al Parlamento, dopo il guazzabuglio del 15 maggio; l'insorto
era restato nel fortino di Campotenese; qui, io mi trovava poeta.

Il mio cavallo calabrese aveva della capra: esso scivolava come un
_pattinatore_, si arrampicava come un gatto; si faceva piccolo, si
raggroppava, si allungava, passava dovunque. I suoi garretti di
acciaio si tenevan fermi sopra un viottolo stretto come un filo di
refe, sul labbro di un burrone, a cinquecento piedi di altezza. Era
davvero un cavallo fazioso, avvegnacch uscisse dalla scuderia di un
vescovo.

Ma per bella che fosse la natura, per palpitante che fosse la
situazione, ad una certa ora l'appetito si risvegli.

--Ehi! Spiridione, sai tu, mio bravo ragazzo, che io ho fame?

--Ed io dunque, capitano?

--Diavolo, amico mio, perch non l'hai tu detto pi presto?

--Non si confessa di aver fame, quando il padrone non ne ha punto.

--Ma, figliuolo mio, il padrone divorerebbe in questo momento il cuoio
del tuo zaino, e pi volentieri ancora una costa di montone.

--Scherzi a parte, se vi piace, capitano! Il mio zaino ha avuto l'onore
di figurare sulle spalle di Talarico, ed io non lo darei per il
pastorale del vescovo di Cosenza.

--Io non ne voglio davvero del tuo zaino, amico mio. Ma qualche cosa
che rassomigliasse ad un pollo arrosto o ad una braciuola, eh! Se
uccidessimo Demetrio, che da due giorni non schiude labbro? Che ne dici
tu, Spiridione?

Demetrio mi guard con due occhi che mi tolsero la voglia della
celia per due giorni. E non rispose punto. Ma io lo vidi ritirare il
fucile dal suo dorso, esaminarne lo scudellino--il suo fucile era
ancora a pietra--poi accoccarlo. Io non garentisco che, nel mentre
costui eseguiva lentamente queste operazioni, io fossi completamente
tranquillo. Non dissi nulla pertanto e continuai a camminare. Ad un
tratto, Demetrio si ferm, accost il suo fucile alla guancia, mir e
tir.

--E val meglio uccidere codesto, disse egli, che la gente battezzata, e
mangiare di codesto che  pi tenero.

Ed egli and a raccogliere un colombo, cui aveva ucciso di una palla
asciutta, ad una distanza prodigiosa. Il colpo lev uno stuolo di
piccioni selvatici. Spiridione, che aveva il fucile carico a capriole,
spar a sua volta e ne stramazz cinque o sei. In meno di dieci
minuti il fuoco era acceso, e la cacciagione spiumata, rosolava sulle
braci. Per me, Spiridione appese un piccione dai piedi, con una corda
attaccata ad un ramo di albero, e lo lasci arrostire girellando
innanzi al fuoco. Mentre i volatili cuocevano, Demetrio varc una siepe
ed and a cogliere alcune spighe di gran turco, che cacci sotto le
ceneri. Era il nostro pane. Il cavallo ebbe le foglie del granone, e
non son mica sicuro se il suo intimo amico Spiridione non gli diede
altres a gustare un'ala o due di colombo.

Questi due esseri se la intendevano come una buona coppia parigina, in
cui la moglie  il compare del marito ed il marito completa la moglie.
Lungo la strada, Spiridione gli contava delle storie, gli zufolava
delle canzoni. Imperciocch, per fermo, ci non poteva indirizzarsi a
me, che non comprendevo verbo di albanese, e meno ancora a Demetrio il
quale traversava un'estasi eterna.

La vita di questo bel giovane, silenzioso e tristo, era una
memoria--l'amore per Aspasia che aveva lasciata a Lungro.

Finito il pasto--e che pasto! io non ne feci mai di migliori, n alle
tavole diplomatiche, n a quelle dei cardinali, neppure a quella di
Sua Eminenza Tosti, neppure alla tavola tua, mio caro Dumas, che eri
il Shakespeare della cucina.--Il pranzo terminato, ci rimettemmo in
via. Il sole era implacabile. Non un sospiro di brezza, non una nuvola
in un cielo che sembrava un soffitto dipinto d'inesorabile oltremare.
La terra di queste vigne dai grappoli di oro, di questi campi di gran
turco, frastagliati di siepi alle quali delle belle more selvagge
formavano un monile nuziale, questa terra biancastra era screpolata. Su
tutta la vegetazione stendevasi _un oeil de poudre_. Si respirava un
soffio che rassomigliava ad una fiamma. E noi andavamo sempre, evitando
i borghi, le case, l'uomo. Verso la sera per il viaggio divenne
delizioso. Il caldo era diminuito. Il sole si coricava nel mare, a
perdita di occhio spaziato dinanzi a noi. Ci avvicinavamo a Belvedere,
ove io dirigevo i miei passi.

Ad un certo luogo ci fermammo. Bisognava anzi tutto aspettare che la
luna si levasse; perocch, se egli era mestieri di non esser visti, lo
era per lo meno altrettanto di vedere. Bisognava lasciar rientrare nel
borgo le pattuglie realiste, che nel giorno davano per la campagna la
caccia ai liberali, e lasciar coricar la gente. Ma, alle undici della
sera, non vi era pi un'anima in piedi a Belvedere.


IV.

Io andavo in casa di un amico--un liberale, un repubblicano di ieri
l'altro.

Don Francesco era uno dei caporioni del paese ed abitava una specie
di palazzotto, all'estremit della cittadina, sulla via scoscesa che
conduce al mare. Arrivati dinnanzi la sua dimora, le mie due guardie
fecero un vivo strepito col martello di bronzo della porta e con i
calci dei fucili. Quella bella palazzina, tutta bianca, dalle persiane
verdi e dai balconi di ferro bellamente intrecciati, trem sotto i
picchi. Un allocco, messo in croce sulla porta, scossa la testa e
le estremit delle ali, come per dirci: Andate a farvi impiccare
altrove! Una dozzina di cani risposero all'appello. Nel tempo stesso,
un lume pass per un seguito di appartamenti interni e si ferm dietro
una finestra che sovrastava al nostro capo. La persiana si apr
dolcemente ed una voce stridente, scappando fuori d'un viluppo di
pezzuole, dimand.

--Chi  l?

--Amici, rispose Spiridione, poggiando il fucile sul lastrico.

--Amici, amici! riprese la medesima voce, accompagnata da una piccola
tosse secca. Gli amici, a quest'ora, e per i tempi che corrono, hanno
un nome.

--S, risposi io, di' a don Francesco che il suo amico Tiberio,
marchese di Tregle,  qui.

--Zitto! sclam di un tratto un'altra voce, uscendo di dietro la
persiana ove tossiva la voce femminina. Vado a fare aprire.

Era don Francesco in persona che aveva parlato. Un minuto dopo, eravamo
dentro e si davano i chiavistelli alla porta.

Questo nobilastro campagnuolo oltrepassava i suoi trenta anni. Era
piccolo, tozzo, bruno, giallo, sempre raso come un prelato. Aveva
capelli folti, occhi biliosi, le braccia pi lunghe delle gambe, le
gambe pi corte che il tronco, il tronco prolungato di un collo, che
non terminava mai, il tutto coronato di una testa a mitra.

Malgrado ci, don Ciccio Lettieri aveva delle pretenzioni. Si reputava
economista, romanziere, poeta; aveva pubblicato non so che sulla
storia della Rivoluzione di Thiers--infetto intingolo--e sui fratelli
Bandiera, i quali avrebbero potuto morire con pi dignit! Don Ciccio
aveva inventato una gomma per fissare una lente in un _pince-nez_,
senza laccio, ed una zuppa economica per i poveri--economicissima,
perch la si confezionava di semplice acqua pura. Suonava il corno da
caccia, e parlava sempre di un _toast_ portato al ministro Bozzelli in
un banchetto solenne.

Quando questo modello di galantuomo politico--che accampa oggi il suo
_martirio_ nel ventre del bilancio--mi vide, e' rest come fulminato.
Era in maniche di camicia ed in pianelle, facendo rincontro a madama,
la quale, in semplice gonna, prodigava dei tesori cui i miei occhi,
carichi di sonno, non sapevano apprezzare.

La signora Lettieri aveva un mezzo pollice di barba. come una vecchia
carpiona, capelli rari sulla fronte e sulle tempia, e quarant'anni.

Mi assisi senza complimenti, da uomo stanco e desideroso di riposo, e
dissi:

--Buona sera, signora. Come stai don Francesco? Vengo a dimandarti
asilo fino al momento in cui mi avrai trovato ci che occorre, per
andarmene via senza pericolo.

--Impossibile, amico mio. La mia casa  sorvegliata.

--Ah! mio caro signore, cominci a crocidare madama don Ciccio, di gran
cuore, con tutta l'anima, noi vorremmo tenervi con noi; ma......

--Ah! ma?

--Ma, gli  impossibile. Il sindaco, il capitano della guardia
civica, i gendarmi..... mio marito  sospetto. Io te lo diceva bene,
Francesco, tu lo vedi, che saresti ridotto a cattivo partito con la tua
cospirazione, la tua nazione, la tua dannazione.... Eccoti a bel porto
adesso. Tu non sarai sindaco, neppure decurione.... Impossibile, caro
signore: bisogna partire.

--Certo, signora.

--Lauretta, grid madama, di' ai guardiani del signore di non togliere
la sella al cavallo.

--Nulla di tutto ci, ordinai io alla mia volta alla serva di
ottant'anni che spiava alla porta. Io partir domani. Adesso ho sonno,
e sfido il diavolo e la sua mogliera a scacciarmi di qui. Signora, non
avreste per caso un letto da farmi preparare?

Il marito e la moglie scambiarono un'occhiata, che io non volli
comprendere. L'una diceva:

--Eh! ecco l uno dei tuoi scapestrati di amici, dei tuoi vagabondi
sfrontati, dei tuoi mendicanti che s'impongono come i gabellieri.

Ed il marito rispondeva:

--Pazienza, amor mio, una notte  presto passata. Non  colpa mia. Che
posso farci?

Io mi stesi sul canap e soggiunsi:

--Ebbene, don Ciccio, amico mio, animo, su, mio caro, fammi dare un
letto.

--Non vuoi cenare?

--Non mi oppongo a ci, per non mancar di cortesia verso la signora.
Una fetta di mortadella, una frittata, un bricciolo di cacio, un
elefante, due beccacce, un fagiano ai tartuffi.... che so io! Spiega
al vento tutte le tue virt, e presto, non importa che, cui divider
con i miei Albanesi, e che ci addormissimo. Abbiamo fatto non so quante
miglia in quindici ore di marcia.

Preso fra due fuochi, don Ciccio rest neutro. Infine, la signora,
vedendo la mia determinazione ben ferma di non andarmene, si sacrific,
sprigionando dal petto un sospiro simile al gogolare del tacchino.

--Sta bene, signore. Li volete altres alla vostra tavola, i vostri
Albanesi?

--Senza alcun dubbio, signora. Io onoro codesti due uomini, come voi
onorereste il vescovo di Cosenza, se venisse a dimandarvi ospitalit.

Lauretta scomparve. Io respirai. Credevo che la cena arrivasse.
Lauretta venne con un paio di pianelle, s'inginocchi ai miei piedi
e si pose a cavarmi gli stivali. In quei paesi non si comprende che
si possa cenare con gli stivali ai piedi. Lasciai fare. Ella usci di
nuovo e ritorn, portandomi questa volta il mio cappello, che io aveva
gettato nell'anticamera.

La signora volle che io conservassi il mio cappello, perch non
prendessi un raffreddore. Ed io che detesto il cappello e la cravatta,
quasi altrettanto che S. M. Siciliana, obbedii: avrei messo una delle
sue gonne, se me lo avesse dimandato, par accelerare l'ora di andar
a cacciarmi nelle lenzuola. Infine, la cena comparve. Componevasi di
rimasugli di due o tre pasti.... Ingollai un boccon di qui, un di l,
bevvi un gotto e dissi... (in verit, io pagava di buona moneta questo
bestione e la sua orribile femmina).

--Adesso, don Francesco, un buon letto. Vi auguro buona notte, madama.

Non avevamo schiuso labbro nei tre minuti che dur l'operazione della
masticazione. Ritirandomi, soggiunsi:

--A proposito, caro, pensa che voglio andarmene a casa, tu sai, per
mare fino a Scalea. Io prendo meco Demetrio, che non pu camminare.
Spiridione verr a raggiungermi a cavallo. Dunque, una barca sicura
e.... avanti la guardia! Buona notte madama.

Seguii Lauretta, zufolando la _marseillaise_. Non guardai n la camera,
n il letto, sul quale avrebbe potuto manovrare un reggimento di
bersaglieri, n altro. Strappai dal mio dosso le spoglie d'insorto e
buona sera. Lauretta mi consigliava ancora di recitare un buon _Pater_
ed un _Ave_, secondo le intenzioni del nostro Santo Padre il papa, che
io russava di un sonno profondo.

La mia minaccia di restar l, fino a che non mi avessero trovato un
mezzo di partenza, dette dello zelo alla signora. Ella promise una
buona ricompensa--a mie spese--ai doganieri di S. M. e questa brava
gente, con la loro barca di servizio, sotto la bandiera di Sua Maest,
mi condussero fedelmente--la mia sciabola, Demetrio ed il suo fucile
compresi--fino a Scalea. La bandiera copriva la mercanzia.

Arrivammo a mezzod, quasi al tempo stesso in cui Spiridione giungeva
col cavallo e che la mia valigia capitava da Cosenza, mandatami
dall'albergatore.

A Scalea pure avevo degli amici--un bravo giovanotto chiamato Alberto,
che erasi trovato nelle fila degl'insorti. Appena che il vecchio padre,
la giovane sorella ed egli mi videro arrivare, la fu una festa. Il
fascio luminoso dei tre sorrisi mi rischiar e mi riscald il cuore.
Il vecchio mi abbracci come se fossi stato il suo figliuolo, il
giovanotto mi strinse la mano, la giovinetta mi invilupp in uno di
quegli sguardi che sono un poema pi vasto e profondo della Divina
Commedia. Tutto rideva in questa casa. Anche il cane di Alberto si lev
sulle sue zampe e freg il suo bel muso sul mio petto. Cinque minuti
dopo, l'asciolvere era servito. E la conversazione camminava a vapore,
cos alla buona, come se fossimo stati in un palco del teatro di San
Carlo. Ad un tratto, udimmo un rumore lontano come il gorgoglio delle
acque di un fiume in mezzo della notte. Tesi l'orecchio per ascoltare.
Serafina and alla finestra.

--L' la messa cantata che termina, disse ella: il popolo esce dalla
chiesa.

La conversazione e l'asciolvere continuarono, ma il rumore aumentava e
si avvicinava.

Alberto and alla finestra alla sua volta, vi rest un momento, poi si
precipit nel cortile per assicurarsi se la porta fosse ben chiusa, e
risal estremamente pallido.

I miei _haiduchi_, armati da capo a piedi, lo seguivano.

--Che cosa  dunque! domand babbo Cataldo, anch'egli commosso.

--Gli , gli ..... mormor alfine Alberto esitando, gli  che la
guardia civica, il giudice di pace, il sindaco, il capitano sono alla
porta e chieggono di entrare, e che tutta la bordaglia del Comune li
segue.


V.

Ecco ci che era accaduto.

Alcuni individui mi avevano visto sbarcare alla marina, in un'assisa
di uffiziale di stato maggiore. Il governo provvisorio di Cosenza
mi avrebbe nominato papa, se lo avessi dimandato, onde sbarazzarsi
della mia persona. Io non dimandai che un grado, senza soldo n
funzione, per aver l'occasione di osservar le cose da vicino, con mio
comodo. I pescatori di Scalea mi avevan preso nientemeno che per il
comandante in capo della insurrezione, per un generale, un maresciallo
forse. Essendosi poscia recati nel piazzale della chiesa, di dove la
domenica, nelle belle giornate, il popolo dell'Italia meridionale vede
celebrare la messa, questi pescatori avevano comunicata la notizia
al popolaccio del borgo. La novella della nostra disfatta vi era gi
capitata da due giorni. La medesima gente, la settimana precedente,
aveva coraggiosamente fucilato il busto in gesso di re Ferdinando sulla
piazza pubblica--quel busto augusto che presiedeva alle udienze del
giudice di pace ed ispirava le sentenze di questo magistrato.

Nel medesimo tempo si era visto passare la mia valigia.

--La  zeppa di oro! si avvis di dire un uomo di spirito, il barbiere
del villaggio.

--Davvero? gridarono tutti, cogli occhi lucenti.

--Zeppa, zeppa. Il generale va ad attizzare la rivoluzione in
Basilicata. Io mi so questo...... da una persona che lo sapeva.

Occorreva altro? Il giudice, il sindaco, il capitano della guardia
civica, appresero dalla medesima voce che il generale siciliano era
entrato appunto allora nel paese.

--_Santu diavolone!_ susurr il giudice di pace all'orecchio del
capitano, ecco un'occasione che Dio ci manda, per riscattare l'affare
del busto, e salvar vostro figlio, che era egli pure tra i rivoltosi.
Questo paga quello.

--Verissimo! grid il capitano, colpito da quella luminosa idea.

E senza metter tempo in mezzo, popolo e capi, ciascuno col suo intento,
gli uni per rubarmi, gli altri per transigere col governo, eccoli l
tutti dirigersi in tumulto verso casa Cupido, ove io dimorava. Il
sindaco si fe' avanti e buss. Alberto, che era alla finestra co' miei
due bravi Albanesi, coi moschetti in ordine, mise fuori il capo, si
cav pulitamente il berretto e domand:

--Che cosa volete, signor sindaco?

--In nome del re, rispose il degno magistrato, io richiedo il
rivoluzionario, il nemico di S. M. il re nostro signore e della
nazione, che si cela in casa vostra.

--Eh eh! fece Alberto voltando la cosa in celia. Incognito! una bestia
di questa sorta qui dentro. Andate in casa del capitano piuttosto.

Questi impallid e replic:

--Io constato che voi resistete al nome del re e user la forza.
Popolo, diss'egli poscia, vengono qui per spingerti all'insurrezione
contro il re, nostro augusto padrone; abbasso i traditori, a morte i
giacobini!

Il popolo fedele, che fiutava l'oro della mia valigia--ahim! non vi
era che qualche vestito e delle cartacce--bruciando di amore per il
trono, per l'altare, per la propriet e per la famiglia, grid, rugg
come un'eco terribile:

--Abbasso i giacobini! morte alla nazione!

L'era edificante. Io restava, colle braccia incrociate, dietro Alberto,
e contemplava Serafina.

--Come l' bella! mi dicevo, sentendo il sangue rifluire verso il cuore.

Il rossore, il pallore, si alternavano, come i fiotti del mare
alle spiagge, sul sembiante della fanciulla. I suoi grandi occhi
riflettevano il cielo ed avrebbero rischiarato la prigione di Ugolino.

--Andiamo a cercar l'accetta e atterriamo la porta, urlava la plebaglia
rigenerata.

--Insomma, dissi io ad Alberto, dimanda a codesti bravi cittadini, che
diavolo vogliono e per chi mi piglian dessi!

Alberto ripet la domanda. Il giudice, scegliendo l'accento pi
ufficiale, dichiar che io era il generale Ribotti, e che era suo
dovere impedire la conflagrazione del regno.

--Non si tratta che di ci? gridai io, tirando da parte Alberto e suo
padre e mettendomi alla finestra a mia volta.

Poi, indirizzandomi a quell'onesto pubblico ed al suo organo officiale:

--Tu la pigli grossa, sclamai, cio, voi v'ingannate, signor
funzionario. Il general Ribotti, a quest'ora, digerisce, fuma, beve e
se la batte in ritirata con i nostri _valorosi fratelli_ di Sicilia.
Io sono il marchese di Tregle, deputato al Parlamento e mi reco alla
Camera.

--Voi andate dunque alla Camera per le vie scorciatoie? osserv
l'arciprete della Comune.

--Vegliardo, risposi io con prosopopea, imparate che tutte le strade
sono buone, quando conducono l'uomo a compiere il suo dovere. Io mi
reco alla Camera... erborizzando per le vostre montagne.

--Ah! voi fate della botanica in assisa d'insorto!

--Oh che? andreste per avventura a cercarmi taccole adesso sul taglio
e la moda del mio abito? Augusto vecchio, apprendete che questo qui 
proprio l'uniforme dei membri del Parlamento della regina Vittoria.

--Ohib! ohib! egli  il generale Ribotti; lo si conosce, lo si 
visto. In prigione, alla ghigliottina! Consegnatecelo, o metteremo
fuoco alla porta della casa.

--Piano, eh! dissi io....

E qui, via! mi misi ad improvvisare uno _speech_ serio. Era proprio
serio? Nol so, per dio. Ma insomma, parlai. M'interruppero. Io dimandai
il silenzio e l'ordine. Mi fischiarono. Ripresi la parola. Mi gettarono
dei limoni. Io li presi al volo e continuai. Coprirono la mia voce di
urli, d'ingiurie, di bestemmie, di ogni specie di grida di bestia. Io
mi coprii infine con dignit, protestai e mi ritrai dalla finestra.

Intanto le accette cominciavano a dar rovello alla porta. Non vi era
tempo da perdere. I due Albanesi, Alberto, suo padre, Serafina ella
stessa, volevano tirar moschettate sull'udienza in disordine. Io mi
opposi. Abbottonai la mia casacca di velluto, calcai sul capo il
cappello, misi i guanti.... s, i guanti gialli che dovevano servirmi
per prestare il giuramento alla Costituzione di Ferdinando II... ed
ordinai di aprire la porta.

Ed eccomi in mezzo alla moltitudine. Vi erano l duemila persone. Tutti
si precipitarono sopra di me ad una volta. Un furfante mise la mano
alla mia cravatta--una bella cravatta tricolore.

--Villano! gridai io sdegnato, non disfare il mio nodo.

E gli applicai una ceffata. Una mano carica dei destini di una nazione,
dev'essere pesante: la si rispetta. E' rincul. Il capitano, il
giudice, il sindaco mi circondarono. Ma era impossibile di avanzare.

--Fate largo! gridava la guardia civica.

--In prigione! alla ghigliottina! braitava la canaglia--i fanciulli e
le donne pi alto degli altri.

Povere creature! esse hanno cos di raro uno spettacolo nella rude loro
vita dei campi! Un'impiccaggione, l' una rugiada: fa epoca. Facemmo
qualche passo. Ad un tratto, un uomo si precipita sopra di me, con un
trincetto di calzolaio alla mano.

--Lasciatemi bere il sangue di codesto nemico del mio re! grugniva il
manigoldo, scoccandomi un colpo della sua terribile arma.

Io aveva riconosciuto nella folla un giovane chiamato Galvani, un d
mio compagno di studi a Napoli. Questo ragazzo gridava, a rompersi le
costole, che io non era mica il Ribotti, che io era il marchese di
Tregle, quando il ciabattino si slanci su di me. Galvani arriv a
tempo per ritenere il braccio dell'assassino; di guisa che non vi ebbe
altra disgrazia, che una bella fessura alla mia bella assisa.

Allora la guardia civica, che si era infine aperta una via, mi circond:

--Gli  meglio che andiate in prigione, mi susurr all'orecchio
Galvani. Quivi, sarete salvo.

Io parlai, protestai, presi a testimonio uomini e bestie, sulla
violenza che si adoperava contro un rappresentante della nazione che
recavasi al Parlamento, e rotolai, o piuttosto mi rotolarono verso la
prigione.

Ed eccomi l.

Non era proprio la prigione ove mi avevano condotto--quelle prigioni di
Calabria ove una palla di cannone prenderebbe una flussione di petto e
la febbre putrida! M'installarono nel corpo di guardia; al primo piano.
Io avevo una guardia che faceva sentinella alla mia porta.

Appena in gattabuia, io rifaceva il nodo della mia cravatta innanzi
ad un vetro, quando il capitano della guardia civica si present. Si
chiamava don Prospero. Era un informe cubo di carne: non braccia,
non gambe, non collo. Una zucca popona, mitragliata dal vaiuolo,
tenevagli luogo di testa. Dei mustacchi pi formidabili di quelli di
Vittorio Emanuele. Gli occhiali verdi nascondevano gli occhi. Le falde
dell'uniforme a coda di rondine, aprendosi, mostravano i rattoppi ed
i rabberci delle sue brache. Un naso lungo, molto lungo, lunghissimo,
quasi altrettanto lungo che quello dell'ex Imperatrice dei francesi.
Quando parlava, la sua bocca era una cascata a getto continuo.

--Ebbene, signor marchese, eh! l'abbiamo scappata bella. Voi direte
alla Camera che io ho fatto ammirabilmente il mio dovere, eh! Cosa
posso fare adesso per servirvi, eh!

--Andate a farvi..... No, prendete carta ed inchiostro, e scrivete.

Il capitano and gi a cercare quello che occorreva e ritorn. Io gli
dettai una protesta in regola. E' scrisse.

--Ora, gli dissi io quando egli ebbe finito, portate codesto in mio
nome al giudice di pace.

--All'istante, signor marchese. Il mio figlio vi conosce. Voi direte
alla Camera che io sono un buon patriotta, eh! Come vi ho protetto! Vi
bisogna altro?

--Mandatemi tutto ci che  necessario qui: un letto prima d'ogni cosa.

--Vostro umilissimo servitore, signor marchese. Vi mander da pranzo da
casa mia....

--Non andare ad intossicarmi, per lo meno, vecchio galuppo! Va, va.

Lo spinsi.... e caddi affranto sur uno sgabello.


VI.

Io aveva rappresentato la mia parte, il meglio che avevo potuto; ma non
nasconder che il mio cuore andava al galoppo e che tutto mi sembrava
orribilmente nero. Mi sentii alleviato, trovandomi solo. Per io non mi
faceva la minima illusione sul finale del dramma. La mia prigione era
la cappella del condannato. Io abbracciai di un colpo d'occhio, come i
raggi solari al centro di una lente, tutta la mia vita passata, tutto
ci che mi era caro nel mondo, mia madre, mia sorella, il mio vecchio
padre, la mia innamorata, poi mi vidi nel fondo d'un cortile, innanzi
a quattro uomini ed un caporale, sul punto di essere fucilato come un
cane arrabbiato, senza spettatori, e gettato alle gemonie. Io vidi dei
quadri fantastici messi come un riverbero, in faccia della mia vita
della vigilia, ricca, felice, amata, libera, scettica. Io vidi tutto
ci al di fuori di me, sentendomi sospeso al di sopra del mio essere,
come si dipinge l'angelo custode aleggiando sul suo protetto. Non potei
gustar nulla. Mi coricai e mi addormentai.

Il sole anch'esso coricavasi in un mare magnifico, cui tingeva di
porpora.

Aprendo gli occhi all'indomani, all'aurora, esaminai la camera ove mi
trovavo. Un luogo infame davvero, annerito, deturpato da caricature
orribili disegnate al carbone, senza carta alle pareti, senza soffitto,
quasi senza vetri alle finestre, ed un buco orrendo in un angolo.

Il domestico del corpo di guardia scopava, in onor mio, la camera di
fuori. Lo chiamai. Venne e mi port dell'acqua. Poco dopo, si present
il capitano.

--Ebbene, signor marchese, state allegro. Avete ben dormito, eh!... Oh!
ieri sera abbiamo segnalato a Napoli per telegrafo il vostro arresto.
Il ministro vi far mettere in libert immediatamente, e voi direte,
eh! che siete stato trattato con ogni riguardo.

Questa notizia era per me un colpo di fulmine. Essa sollecitava
la lugubre soluzione che io aveva intravisto il d innanzi. Era
inevitabile. Il ministro Bozzelli m'invierebbe al generale Busacca, e
questo amabile ubbriacone mi avrebbe fatto fucilare in men di tempo che
non ne metteva a cioncare un gotto di Madera. Malgrado ci mi contenni
e risposi:

--Avete fatto benissimo. La risposta  arrivata?

--Il telegrafo non parla mica la notte, signor marchese (nel 1848 il
telegrafo elettrico non esisteva negli Stati di Ferdinando II). La
risposta per pu arrivare da un istante all'altro.

--Sta bene, andatevene adesso.

--Volete che vi faccia portare del caff?

--Grazie. Vedremo pi tardi.

E' part dondolandosi, le mani dietro il dorso, e lo vidi traversare
la piazza. Un'idea solc il mio spirito come un lampo. Ero perduto:
bisognava tutto osare. Terminai la mia toilette, misi i guanti,
raccolsi un mozzicone di sigaro gettato via dal capitano, calcai il
mio cappello sul capo, ed uscii. Il domestico terminava di scopare
l'anticamera; le porte erano aperte. La guardia civica occupava il
pian terreno, donde io doveva passare. Scesi la scala e mi rivolsi al
sergente:

--Sergente, datemi del fuoco per accendere il mio sigaro.

Il sergente mi guard senza rispondere ed obbed. Io accesi il
mozzicone e presi la via della porta.

--Ma, ove andate, signore? mi dimand il sergente.

--Come, dove vado? Me ne vado, per bacco!

--Ve ne andate, ve ne andate..... ma voi non potete andarvene.

--Ah! grazie. Eccone un'altra che  proprio bella. Fo i miei
complimenti al vostro paese.

--Bella brutta, e' bisogna restar l, signore, e risalire.

--Davvero?

--Ma....

--Il capitano non vi ha dunque detto, signor sergente, ch'egli  venuto
ad annunziarmi che il ministro aveva segnalato da Napoli, che io potevo
continuare il mio cammino?

--Neppure una parola di tutto ci, signor marchese.

--Ebbene, caro voi, andateglielo a dimandare allora a codesto idiota, e
vi auguro il buon giorno....

Il sergente rest perplesso, mentre io mi diressi di nuovo verso
l'uscio.

E' disse infine, alzando le spalle:

--Poich voi mi assicurate che il capitano vi ha detto codesto, non
sar io che vorr trattenervi. Servitore umilissimo, signor marchese, e
buon viaggio.

--Per la vostra gente, dissi io, dandogli una moneta d'oro.

E partii, a passo lento, esaminando, da uomo che non ha fretta, la
piazza, la caserma, la casa comunale, i contadini che se ne andavano ai
campi ed i loro ciuchi. La guardia dinanzi la porta mi seguiva degli
occhi: io sentivo il suo sguardo bruciarmi il dorso. Appena per mi fui
sottratto ai loro occhi, io non feci che un salto fino alla casa del
mio amico Alberto. E vi metteva il piede, quando alla porta, per una di
quelle venture, che non sono inverosimili che nei romanzi, io mi sentii
avvinghiato dalle braccia di un vecchio prete da un lato, e dall'altro
da quelle di un giovincello. Io resistetti. Essi mi baciavano sulle
guance, ciascuno dal suo lato, il prete sclamando: Io sono tuo zio,
Tiberio! ed il giovane echeggiando:

Tiberio, io sono tuo cugino!

--Ehi feci io, ma....

Io non avevo davvero il tempo di andarmi ad informare donde mi
piovessero quello zio e quel cugino provvidenziali. Li credetti sulla
parola, e rendendo loro ingenuamente l'amplesso, dissi:

--Benissimo, poich siete mio zio e mio cugino, all'opera. Me la sono
svignata dalla prigione: salvatemi, adesso.

--Presto, Gabriele, grid lo zio, prendi Tiberio con te, gettatevi
nelle vigne, nascondilo in qualche sito e ritorna per compiere il resto.

Gabriele mi prese dal polso.

--Presto, andiamo, e' grid.

--Un istante, risposi io, sfuggendogli dal pugno.

Salii la scala, saltando i scaglioni quattro a quattro, e via nella
camera di Serafina.

In questo frattempo, ecco ci che avveniva al corpo di guardia.

Il sergente, dopo avermi veduto partire, dopo aver diviso tra i suoi
uomini la moneta che io gli aveva lasciata per mancia--facendosi la
parte di.... sergente, non senza una lunga discussione--fu preso da un
accesso in ritardo, di sentimento del dovere. E' se ne and dunque dal
capitano per domandargli se io gli aveva detto la verit!

Il capitano era stato proprio allora chiamato dal giudice di pace, a
proposito di un dispaccio telegrafico arrivato da Napoli. Il sergente
respir. Continu dunque lentamente la sua via verso la casa del
giudice. Alla porta di questo onorevole magistrato, il sergente
incontr il capitano che usciva, affannoso, frettoloso, con un
dispaccio alle mani.

--Ah! arrivi a proposito, sergente, sclam il capitano. Va a metterti
un paio di scarpe nuove; devi partire fra un'ora.

--Partir per dove, capitano? dimand il sergente, un poco sciancato
quantunque sergente, e per ci appunto detestando di marciare.

--Per dove, per dove? grid il capitano d'un'aria burbera: per affar di
servizio, per Dio! Bisogna che te ne dica il bello ed il meglio, eh!
che ti dimandi il permesso e ti faccia le scuse di scomodarti? eh?

--Mille perdoni, capitano, replic il sergente con voce contrita, ma,
per andare, bisogna pur sapere, mi sembra, ove si va.

--Al diavolo, eh! a Cosenza se non ti dispiace. Diciotto miglia con
i gendarmi alle calcagna, e gli uni e gli altri ad accompagnare
quell'infernale rivoluzionario che abbiamo acchiappato ieri. Ah! se lo
avessero messo in brani, eh! Sua Maest avrebbe fatto cavaliere tutto
il paese, compreso il campanone, e te pure, e ci avrebbe esentati dalle
imposte per venti anni, eh!

--Come, capitano, borbott il sergente, diventando orribilmente livido,
il marchese.... dunque....

--Ebbene, s, sissignore. Il ministro Bozzelli si  levato di
buon umore e di buon'ora stamane, e ci fa segnalare di spedire il
prigioniero al generale Busacca, a Cosenza. Comprendi, adesso? Otto
uomini ed un sergente.... in mezzo di una piazza... portate, arma!
caricate, arma! arma, fuoco! Al diavolo i rivoluzionari. Viva il re,
nostro adorato padrone!

Io non saprei descrivervi il grido di disperazione gettato dal
capitano, quando apprese che io me l'era dato a gambe. Una montagna
si abbatteva sul suo capo e lo schiacciava. Immediatamente, gendarmi
e guardie civiche sono sotto le armi, la chiamata batte, la campana
a martello d rintocchi, il popolo.... per fortuna, il popolo era
ai campi. Immediatamente la casa ove io era  circondata. Io doveva
esserci ancora, perch un'ora non era per anco passata che io aveva
lasciato il corpo di guardia.

La prima persona che il capitano incontr all'uscio della casa, fu mio
zio.

Il vecchio prete era l'uomo il pi litighino della provincia. Egli
sapeva i suoi codici a menadito, e lo si temeva come il colera. Egli
si era minato a far processi; ma ci malgrado, quando non ne aveva dei
suoi, egli prendeva a patrocinare quelli di altrui--le cause obliate,
abbandonate come impossibili.

Trovandosi d'incontro a quest'uomo, il capitano esit.

--Ah! mio vecchio amico, sclam mio zio con una voce tutto mele: come
Dio vi manda a proposito! Come va la salute? ed i vostri piccoli?
ed i bachi da seta? Fatemi dunque aprir questa porta. Io spasimo di
abbracciar mio nipote.

--Che nipote?

--Ma, il marchese di Tregle, dunque! Voi nol sapevate?...

--Egli  dunque ancora col?

--Lo credo bene! Non faceva che entrare, ero l per raggiungerlo,
quando, bum! mi si chiudono le porte sul muso.

Il capitano respir. E' cominci allora a bussare ed a gridare:

--In nome del re! aprite, in nome del re....

Infrattanto la forza pubblica si accalcava e circondava casa e
giardino. Impossibile di fuggire. Pi il capitano bussava per, pi
l'uscio restava chiuso e la gente di dentro silenziosa. Il padre di
Serafina si trovava innanzi al portone come gli altri. Si era rimarcato
che il mio cavallo era ancora alla scuderia. Dunque, io era in
trappola. Il capitano fece un'ultima intimazione, dichiarando, che egli
stava per rovesciar tutto, anche i muri, e si chiam un chiavaio.

Quest'artefice arriv. Il capitano gli ordin di aprire.

--Piano, piano, prese a dire allora il mio eccellente zio; la legge
 la legge, mio vecchio amico, ed essa  legge per tutti. Voi dovete
entrar l dentro per affar di servizio. A meraviglia. Io lo desidero
pi che voi, per abbracciare il marchese mio nipote. Un deputato che va
al Parlamento, cappita? gli  interessante di essere zio di codesto,
capite! Ma facciamo le cose in regola, senza che, io mi costituisco
parte lesa, e vi chiamo responsabile di tutte le irregolarit.
L'articolo 23 della Costituzione dice: il domicilio  inviolabile.
Per l'articolo 38 poi, i deputati sono sottratti alla giurisdizione
del potere giudiziario, civile e militare, senza il consentimento
previo della Camera. Ora, chi sa, mio vecchio amico? Vi sar ancora un
Parlamento a Napoli: avete visto nella _Gazzetta officiale del Regno_,
che  stato convocato....

Il capitano impallid. Si trovava preso tra un telegramma del ministro
e due articoli dello Statuto. E' fece chiamare il sindaco.

Questo funzionario era lungo e sottile come un filo di telegrafo
elettrico, strangolato nella sua cravatta, muto come una buca da
lettere, notaio di professione, suonando l'organo alla chiesa per
un salario di ventiquattro carlini l'anno. Egli giunse alla fine,
tirandosi a rimorchio il giudice di pace ed il di lui piede sinistro
addolenzito dalla podagra. I tre funzionari scarabocchiarono un
processo verbale, lo fecero firmare dai testimoni, tra i quali mio
zio, che dopo di averne sorvegliato la redazione, ebbe altres la
soddisfazione di firmarlo come teste. Quindi, il portone fu scardinato.
Quella gente si precipit nella corte, non senza una tale quale
trepidazione. Una parte scese in cantina, un'altra sal la scala. Ma,
paf! sul ballatoio, l'uscio del primo piano si chiude loro sul naso.
Si batte di nuovo, si vocia un'altra intimazione, si redige un nuovo
processo verbale, poi il magnano fa saltare la stanghetta della toppa
ed introduce il magistrato nell'anticamera. La porta della sala da
pranzo si chiuse come e' mettevano il piede nell'anticamera. Bisogn
rinovellare l'intimazione in nome del re, il processo verbale ed il
resto. Breve, dopo avere violate cos legalmente cinque o sei porte, si
arriv a quella della camera di Serafina.

Due ore erano passate.

Si buss anche alla porta di Serafina.

--Chi  l? dimand la giovinetta.

--Aprite, in nome del re.

--Non lo conosco.

--Aprite, o rompiamo tutto.

--Ma, non posso.

--E perch non potete?

--Sono col mio innamorato.

Il chiavaiuolo apr, ed i magistrati della piccola citt di Scalea
trovarono la giovinetta decentemente vestita, assisa sur una seggiola
vicina alla finestra, che sporgeva sul giardino a mezza vita di
altezza, il visino inquadrato fra due vasi di garofani, infilzando le
maglie di un paio di calze, pacifica e sola.

--Ebbene, signorina, grid il capitano schiumando di rabbia, perch
avete voi resistito al nome del re? perch avete voi serrate tante
porte? perch non avete aperto alla nostra intimazione? perch vi siete
voi rinchiusa qui, eh! eh! eh!

--Magari, ch'eccone l dei _perch_! replic Serafina senza
commuoversi. Ebbene eccovene un altro adesso: _perch_ io era in casa
mia.

--In casa vostra, in casa vostra! il re entra dovunque signorina....

--Come i cani dunque...?

--...... Ed anche in casa vostra.

--Se mi aggrada, e quando il mio innamorato non vi .

--Che innamorato! ove  codesto vostro innamorato, alla fine?

--Cercatelo.

Le guardie rovistavano e rimuginavano di gi da per tutto, dietro il
piccolo letto, nell'armadio, nello stanzino di toilette, negli stipi
e nelle scatole. Serafina li guardava fare ed una leggera smorfia
sarcastica sorvolava per momenti sulle sue labbra. Infine ella fece un
segno ed indic che il suo amoroso se' l'era sfumata dalla finestra.

Il capitano lasci andare un malannaggia. Mio zio gli batt sulla
spalla e gli disse:

--Voi siete un eccellente capitano; vi far nominare maggiore alle
prossime elezioni.


VII.

Quando entrai nella camera di Serafina, ella si alzava allora allora.
Era ancora in _neglig_ di mattino, in ginocchio d'innanzi ad una
madonna grossolanamente miniata, e pregava.

Se voi non aveste mai in vostra vita, amici miei, uno di questi
_colpi-di-sole_ d'amore fulminante, che s'infiamma in uno sguardo,
che nasce radioso come l'aurora, tutto armato, subito, infinito,
quest'apoplessia del cuore in una parola, vi compiango: voi non
conoscete l'amore. Serafina mi aveva irradiato di questo amore
abbarbagliante. Vedendola per la prima volta, credetti averla di gi
vista, di gi amata, e l'amai. Io era, in oltre, in una fase della vita
in cui i minuti contano per anni.

Entrai dunque nella camera di lei e le dissi semplicemente cos:

--Serafina, io fuggo. Verranno a cercarmi qui. Non so se ci rivedremo
pi mai. Ma prima di lasciarti, permettimi dirti, che oggimai non vi
saranno pi nel mio cuore che tre immagini di donna: quella di mia
madre, quella di mia sorella e la tua.

E dicendo ci con voce soffocata, la baciai, e saltai dalla finestra.
Mio cugino mi segu.

La storia di quella disgraziata Serafina  dolentissima storia. Non la
rividi pi... Ella  morta......

Traversammo il giardino che si prolungava fuori del borgo, poi un
piccolo rigagnolo, ove delle donne lavavano dei pannilini. Brancolammo
come serpenti di sotto le siepi e ci aprimmo il passo in mezzo ai
vigneti, i di cui sarmenti, ricchi di pampani, serpeggiavano al suolo.
Una volta quivi, procedemmo carponi, sguizzando ventre a terra sotto le
foglie ed ascendemmo la collina, sempre in vista di Scalea.

Ci trascinammo cos per un pezzo fino ad un certo sito, dal lato
opposto all'altura. L, una siepe spessa, terribilmente irta di
ronchi, mi concesse un ricovero. Mio cugino mi cacci l sotto come
una lucertola. Aggiust i virgulti della siepe, di guisa che alcuno
non avrebbe mai sospettato che la nascondesse un demagogo. Mi disse
di uscir da quel ricetto alle due pomeridiane e discender in un
boschetto ceduo, vicino la strada consolare, ove egli sarebbe giunto
verso le due e mezzo, menando seco il mio cavallo, per continuare la
via. E' mi diede altre istruzioni, poi, carponi sempre, discese di
nuovo fino gi al sentiero, si raddrizz, scosse la polvere, accese il
sigaro, incroci le mani dietro il dorso, e se ne ritorn a Scalea con
l'indifferenza di un uomo che ha fatto una passeggiata per digerire. Io
lo seguii dello sguardo per quanto potei... ed il mio cuore si chiuse.

Era desso mio cugino? La storia genealogica ch'egli mi aveva abbozzata
era poi vera? La risaliva ad ogni modo alla terza moglie del mio
bisavolo. Egli e suo zio avevano il d innanzi udito parlare del mio
arresto, nel loro paesello vicino Scalea, ed al mattino erano venuti
nobilmente in mio soccorso.

Serafina aveva capito in un lampo, che occorreva darmi il tempo di
allontanarmi, prima che i gendarmi e le guardie civiche mi venissero
alle calcagna. Suo fratello Alberto era partito la notte, onde andare,
con i miei due Albanesi, a portare a mia madre il tristo annunzio del
mio arresto. Il vecchio padre, don Cataldo, era uscito di buon'ora per
annasare nel borgo ci che dicevasi e cosa decidessero sul conto mio.
Serafina era subito corsa a chiudere il portone di strada ed aveva
tirati li chiavistelli, dopo una parola che mio zio le aveva gettato
nell'orecchio, ed ella aveva poscia sbarrato l'uno dopo l'altro gli
usci di tutte le camere, fino alla sua, dove la si rinchiuse e preg.

Un'ora dopo questa scena, io udii i gendarmi e le guardie civiche
passar davanti al mio cespuglio, andando al mio inseguimento. E' si
erano sparpagliati in ogni verso, non sapendo qual sentiero avessi
io preso. Le lavandaie avevano negato di avermi veduto--io aveva,
passando, gettato una moneta di argento a quelle povere tupine, che
la vigilia avevan voluto sbranarmi. D'altronde, in Italia, la donna
 ancora la sola creatura che si abbia un'anima, una coscienza, del
patriottismo senza interesse, ed un po' di senso morale. Stanchi,
esausti, abbattuti da trentotto gradi di caldo, i gendarmi fecero sosta
proprio innanzi la siepe sotto la quale io era appiattato. Io udii una
conversazione sul conto mio--che mi d la pelle d'oca anche in questo
momento, innanzi ad un _bol de punch_.

E ci dicendo, Tiberio bevve ridendo un altro bicchiere del liquido
delizioso; e poi continu:

--I gendarmi restarono quivi una mezz'ora--ed io imparai, che un uomo
pu restare una mezz'ora senza respirare.--Poscia e' si rimisero in
cammino.

L'orecchio attaccato al suolo, udii da prima il suono della loro voce,
poi il rumore dei loro passi estinguersi in lontananza. Io aveva
sentito il ventre freddo dalle lucertole strisciar sul mio sembiante,
e non mi ero mosso per non denunziarmi. Le mosche, le zanzare, le
vespe, mi avevano divorato, ed io non aveva battuto palpebra. Una
catalessia morale aveva irrigidito il mio corpo. Tutta la vita si era
allora concentrata nella vista e nell'udito. Udivo battere il cuore
degli uccelli poggiati sul mio roveto. Vedevo dei millepiedi rossi
correre su i pampani, ad un tiro di fucile. Rimarcavo mille tinte
nella gradazione della luce del sole, a misura ch'esso s'innalzava
sull'orizzonte--osservazione curiosa e singolare, che mi ha fatto di
poi pigliare il broncio cento volte contro i pittori di paesaggio, che
non capiscono nulla, proprio nulla, del cielo. E come il tempo mi parve
lungo! e quanto il pigolo degli uccelli mi assassinava!

Ogni rumore era per me un nemico, una trappola forse. Io aveva sete
come se avessi tutta la notte mangiato aringhe o bevuto liquori
spiritosi. Lo stomaco  un organo implacabile ed immorale. Una grossa
serpe nera--serpe innocente--si cacci all'ombra sotto la siepe. Gli
occhi maravigliosamente belli del rettile ed i miei s'incontrarono, si
fissarono.

La serpe si ferm, sollev un po' la sua testa civettuola, piena di
curiosit e di stupore, e prudentemente si ritir. Pi tardi, gli
 un grosso lucertolone verde, pesante, brutale,--un pievano,--che
si avvicina al mio viso. Io sputai su di lui. Infine, osai fare un
movimento. Presi il mio orologio. Segnava mezzod. E poi, restai gli
occhi inchiodati sul quadrante.

Mio Dio! come un'ora  lunga a scorrere! Un'ora? Ma la non termina mai,
non passa mai. Non pertanto, la cadde anch'essa nel baratro del tempo.
Quando io vidi le due sfere accavallarsi l'una sull'altra sul numero
II, respirai. Era l'ora convenuta con mio cugino. Dovevo mettermi in
cammino. Io fermai per cinque minuti ancora la mia respirazione, onde
meglio ascoltare, poscia lasciai libero giuoco ai miei polmoni ed uscii.

Avrei desiderato che una notte eterna avviluppasse l'universo: ed e'
brillava un sole di Oriente, fulgidissimo, implacabile. Mi guardai
intorno. Non un'anima. Guardai lontano. Nessuno. Andiamo, mi dissi,
cangiando d'un tratto di umore, non so perch; andiamo dunque! E
cominciai a cantare: _Malbrough s'en va-t-en guerre.... en guerre....
en guerre...._ ripetendo l'_en guerre_ in tuono sempre pi basso.
Quindi mi arrestai corto e ridivenni timido.

Io marciavo trascinandomi quasi sul ventre, fra i vigneti e le
boscaglie. Alle due e mezzo, mi fermai al sito indicatomi da mio
cugino. Lo esaminai bene. L'era proprio quello. Vidi la vecchia quercia
decapitata, circondata da olivi, sul piazzale della vecchia casa,
a cima del monticello. Impossibile di sbagliare. Verificai che non
m'ingannavo, mi assisi ed incrociai le braccia.

Scorse un'ora. L'orecchio teso lontan lontano, io osservava
macchinalmente una fila di formiche rosse. Mi coricai supino e fissai
gli occhi al cielo. Come il cielo  bello! Quindi chiusi gli occhi
provando di addormentarmi, e mi addormii.

Ero restato una mezza ora in quello stato di torpore, quando principiai
a sentire un forte malessere, una specie di oppressione, quasi fossi
stato allogato sotto la potenza di un succhiamento che mi aspirava. Non
era dolore: era la sensazione strana di un'estrazione del me fuori di
me. Apersi gli occhi diretti allo zenit di un cielo di cobalto. Guardai
senza vedere da prima, poi ben presto la mia attenzione si concentr
sur un globo nero, librato perpendicolarmente sul mio capo. Questo
punto mi sembr dapprima immobile, poscia compresi ch'e' si moveva,
vedendolo ingrossare ed approssimarsi. Poco dopo, distinsi un'aquila
immensa che, cangiando allora la sua discesa verticale, cominci a
descrivere sul mio corpo dei circoli spirali, larghissimi da prima, pi
ristretti in seguito, a guisa d'imbuto.

Il mio malessere aumentava, si pronunciava, diveniva poco a poco
doloroso. Si sarebbe detto che mi vuotassero. L'aquila discendeva
sempre. Essa poteva essere in quel momento a due o trecento metri,
perocch io misurava di gi cogli occhi la formidabile tesa delle sue
ali, la testa proiettata in avanti, gli artigli terribili contratti
sotto il ventre, ma aperti, i suoi occhi spalancati e fissi. Volli
rialzarmi: provai uno stento forte a scuotere il peso invisibile che
m'inchiodava al suolo.

Io aveva tolto la mia veste, a causa dell'afa opprimente, aveva tolto
la cravatta, aperta la camicia sul petto, di guisa che il busto restava
quasi nudo.

Un formicolamento, davvero penoso, arrovellava adesso tutto il mio
corpo. E l'aquila si avvicinava. I nostri occhi, egualmente devaricati
ed immobili, s'incrociavano, si penetravano. Io compresi alla fine
che mi trovavo sotto una potenza magnetica feroce, che aumentava di
secondo in secondo. L'aquila era a meno di cento metri lontana da me,
silenziosa, ma col rostro terribile mezzo aperto, quasi avesse avuto
bisogno di respirare pi vivamente. I suoi circoli concentrici erano
adesso talmente ristretti che sembravami la si lasciasse calare in
linea retta, senza batter ala, del suo solo peso, e la si precipitasse
sopra di me.

L'imminenza di quest'attacco imprevisto ed inaudito, mi fece ribalzare.
Feci uno sforzo come se avessi avuto a sollevare un soffitto cadutomi
sopra, e saltai in piedi, prendendo il revolver alla mia cintura.
L'aquila si arrest per un secondo, poi avanz ancora. Io tirai su di
lei, ed agitai il mio pastranello, violentemente. L'aquila si ferm
di nuovo per un minuto circa, lasciandomi dibattere per forte paura,
poi la fece come un salto indietro, e la vidi rialzarsi lentamente di
nuovo verso il cielo, descrivendo le medesime curve che aveva descritte
scendendo.

Essa si lev, si lev sempre. Io cominciai a non pi distinguere il
fulvo colore delle sue piume, poi i suoi membri, poi le sue ali, non
ha guari come due vele latine. Essa si rimpiccioliva, si rimpiccioliva
ancora. Io non scorgeva pi il suo movimento, ma la vedevo perdersi
nelle alte regioni, confondersi con i raggi luminosi, infine sparire
affatto, fondendosi con l'azzurro del firmamento. Respirai, mi vestii e
guardai al mio orologio. Segnava le quattro.

Le quattro, e nessun cugino! Avrebbe egli dimenticato l'ora? Alle
quattro e mezzo: non uno strepito nell'aria. Avrebbe egli dimenticato
il convegno? Sono le cinque: gli uccelli si svegliano, il moto
degl'insetti ricomincia; ma il mio cavallo non giunge. L'avessero
arrestato? Alle cinque e mezzo, non c'era essere vivente intorno a
me. Ci che io almanaccava, ci che io sentiva in quel momento, non
saprei esprimerlo: era un ditirambo di bassezza, di dolore, di paure,
di sospetti, di scoraggiamento, di dilaniamento che non mi farebbe
stimare l'uomo, se egli fosse un essere stimabile. L'uomo in faccia
di s stesso, solo, senza l'elettricit morale che gli comunica il
contatto della societ, la quale mette in giuoco l'amor proprio di lui,
 obbrobioso. No: e non  la fattura di un Dio!

Ed il mio cugino? Non sarebbe egli passato prima che io giungessi, o
durante il mio combattimento con l'aquila! Quel giovanetto era egli
davvero mio cugino? No: e mi vendeva in quel momento. I gendarmi
l'avevano arrestato.... Il vecchio prete era una spia.... E poi che
cosa fare? Io non conoscevo i sentieri per andarmene a piedi a casa
mia, a traverso le montagne...... E sempre l'orrida fisima, l'indegno
delirio: mi hanno tradito! sono solo in mezzo all'incognito, cacciato
come un lupo!

Alle sei, nessuno ancora.

Nessuno ancora, alle sei e mezzo.

Quell'agonia avrebbe invecchiato Catone--il Catone di Plutarco.

Mi levai. Il sangue correva nelle mie vene come un gruppo di bruchi.
Feci parecchie fiate il giro del vecchio tronco d'albero sotto il
quale ero assiso. Ed ascoltavo sempre! ascoltavo! Ma nulla, ma
assolutamente nulla! Non un soffio. Il canto degli uccelli, il fruscio
delle ali degl'insetti, il leggiero strepito delle foglie sotto la
respirazione della brezza, tutto si andava tacendo, poco a poco, l'un
dietro l'altro. La notte spiegava le sue vele. Ed il mio cuore batteva
a spezzare le costole. Infine mi slanciai di un balzo sulla strada,
come una tigre che si precipita sur una preda, senza saper perch,
n che mi facessi. Erano le sette. Vidi allora un uomo, un pescatore.
Per un movimento istintivo, rinculai di un passo. La vista dell'uomo
mi richiamava al pudore della dignit. Quell'uomo mi vide anch'egli e
venne a me.

--Brav'uomo, gli dissi, non potendolo evitare, mi sono smarrito nel
mettermi sulla via di Lauria. Vuoi accompagnarmi? Ti pagher la tua
giornata.

Il contadino sorrise. Si guard con precauzione intorno, poi mise
l'indice sulle labbra.

--Zitto! io vi conosco. Io era a Campotenese con voi. Non abbiate
paura. Che volete?

--Ebbene, amico mio, s. E poich tu mi conosci, salvami. Conducimi in
casa mia, e ti si dar di che vivere per due anni.

--Non posso, signore. Ho in casa mia moglie che l' ridotta al _pan
di frumento_ (all'agonia). Il _curioso_ (il confessore)  al suo
capezzale. Che si direbbe se la lasciassi? Non potrei pi rimaritarmi:
alcuna donna non vorria pi di me.

--Ma almeno..... ma questo.... ma quello....

Tutto che gli dissi, fu inutile. Nulla lo tocc, nulla lo tent, nulla
riscosse quell'uomo. E' si limit a condurmi alla riva del mare, in un
vecchio casolare abbandonato dalla dogana, e mi lasci quivi per andare
in casa sua a cercarmi del pane e vedere se sua moglie era morta. Quel
vecchio aveva la testa di San Pietro: una testa ostinata, tenace,
violenta, bronzata.

Una mezz'ora dopo, e' torn, portandomi del pane ed un pesce fritto.
Mi dimand scusa di avermi fatto aspettar tanto.--E soggiunse: che non
era colpa sua, che sua moglie veniva giusto allora di spirare, che
egli aveva chiusa la porta, coperto il fuoco, allumato una lucerna
innanzi la morta, che aveva qualche ora libera da spendere e che poteva
accompagnarmi fino a.....

Io udii uno strepito lontano. La notte era venuta completamente.
Udii qualche cosa di appena percettibile, che marciava sulla strada
consolare. Il rumore si avvicinava, diveniva pi distinto. Era una
cavalcatura che camminava, un cavallo che galoppava. Il cuore si
chiuse, si allarg, si ristrinse di nuovo: Sono le genti che vengono
a catturarmi; il vecchio S. Pietro  andato a denunziarmi.... Che? un
nitrito? un nitrito!....

Mi precipitai fuori, uscii sulla grande strada....

Il mio cavallo mi aveva fiutato. E' mi chiamava

Mio cugino era stato sorvegliato tutto il d e non aveva potuto partire
senza farsi scoprire.

Io saltai come un tigre sul mio cavallo. Senza toccare n crine n
staffe, mi sentii in sella. E mio cugino inforcava le groppe. Ero
salvo! ero salvo!

Io obliai perfino di dir grazie al mio S. Pietro e di dargli la mia
borsa. La gioia  brutale ed ingrata. Quell'uomo  desso restato onesto
dopo codesto? Questo pensiero mi ha perseguitato non poche notti. Io
credo che s.

In tutta l'odissea di astuzie che mi ebbi a correre in seguito per
sottrarmi alla caccia della polizia, prima di toccar il suolo francese,
dovunque, gli  il contadino che io ho trovato il pi devoto, il pi
disinteressato, ed a cui mi sono confidato con pi abbandono.

Ma la borghesia!

Ahim!.....


IX.

Abbrevio.

Quando giunsi in Basilicata, la reazione vi fioriva. Non vi era
altro a fare che nascondermi, uscire dal regno, o farmi impiccare.
Quest'ultimo partito mi sorrideva meno di ogni altro, e lo misi da
banda senza pi.

Mi nascosi dunque e cercai il modo di espatriarmi.

Era mestieri, per questo, d'imbarcarmi. Due mari mi offrivano una via
di scampo: l'Adriatico ed il Tirreno, l'uno per condurmi a Roma, ove la
mano amica della Francia non aveva ancora strangolata la repubblica;
l'altro per lasciarmi arrivare in Francia ove la repubblica agonizzava
ancora.

Io mi decisi per Roma.

Nel frattempo in cui mi allestivano un imbarco, io dimorava in
un castello ove la gendarmeria mi fece l'onore di parecchie
visite, avvegnach io non le contraccambiassi l'onore di riceverla
personalmente.... No, la ricevei una volta.

Un giorno, sibariticamente coricato nella spessezza di un muro,
leggendo i _Pamphlets politiques_ di Cormenin--un repubblicano morto
non ha guari senatore!--io udii quella buona gendarmeria lamentarsi
forte della mia poca creanza di non permetterle di guadagnare il premio
di 25,000 lire, prezzo a cui l'eccellente prefetto Caracciolo aveva
messa la mia testa. Quando quella brava gente ebbe dunque terminato la
sua ventesima visita, e la si fu ritirata, la signora della casa invit
il capitano a desinare. Egli accett.

Il gendarme ed il prete mangiano sempre.

Si chiusero le porte. Dodici domestici della casa, guardiani di
campagna, armati fino ai denti, si tenevano nel cortile e nel tinello.
Il rispettabile funzionario li aveva sbirciati. Si chiam a tavola.
Seduto a destra della baronessa, ella mi present il capitano seduto
alla sua manca.

Io non ho mai conosciuto, negli Stati di S. M. siciliana, un pi
grande galantuomo che quel birro! Cosa strana! in quel paese, le pi
gangrenite sono le _persone da bene_!...

Partii infine per recarmi a Barletta.

A qualche chilometro da Bitonto, svolgendo ad un angolo di strada,
eccoci faccia a faccia con la gendarmeria. Si aveva avuto sentore che
io andava ad imbarcarmi e mi volevano risparmiare il mal di mare. Io
portavo, d'ordinario, tutta la barba. Era quindi bastato tagliare
i baffi, radere il cranio alle parti volute, prendere una tonaca,
procurarmi una lettera di obbedienza, per trasformarmi in capuccino;
il pi zucco, zuccone, zucconato dei zoccolanti. Un amico si era
travestito in mulattiere.

--_Zzi m_, mi disse interpellandomi il luogotenente di gendarmeria,
siamo bene qui sulla via di Bitonto?

--Mai no, signor capitano, risposi io balbuziando un cotal poco. Vi
siete forviati ove  la croce di pietra. Invece di prendere all'est,
avreste dovuto imboccare la via al sud. Voi andate a Modugno, per col.

--Io lo diceva bene, rispose il luogotenente, dando l'ordine di
retrocedere.

Io offersi loro dei sigari e del tabacco a fiutare, e mandai la forza
pubblica di S. M. precisamente a Modugno.

Noi andammo dritto a Bitonto, ove eravamo attesi.

A mezzanotte, la gendarmeria faceva il diavolo a quattro alla nostra
porta. Noi l'aspettavamo cenando. Il padrone di casa fece girare una
parte del solaio, ed una piccola scala si offerse ai nostri sguardi.
Discendemmo, e ci trovammo in una bella camera di sottosuolo, preparata
per riceverci, il mio compagno e me. La gendarmeria entr, perquis,
bevve, si confuse in scuse, mangi parte della nostra cena, e se ne
torn cospettando.

Bisogn rinunziare ad imbarcarmi nell'Adriatico. Mi decisi pel Tirreno.

Traversai tre Provincie e mi recai nel Cilento, in casa di parenti.
Fui ricevuto come uno zio povero! Io era adesso travestito da prete,
ma che prete!.... Era proprio un gusto a contemplarmi. Ero sporco come
una gerla da cenciaiuolo, e con un tantin di zafferano e di succo di
liquirizia mi ero dato una squisita itterizia. Io andavo, alla fiera,
del resto, per comperar maiali.

Lasciai la notte stessa la casa dei miei cari cugini, che tremavano a
scardina denti.

Ritornai a casa questa volta. Quarant'otto ore dopo la gendarmeria
capit di notte a sorprendermi. Essa ebbe perfino il diletto di
sfogliare il volume di Victor Hugo, cui io leggeva il d innanzi, e
rimugin perfino sotto il letto di mia cognata, che agonizzava, e che
infatti mor il d seguente.

Io ero accoccolato sul tetto, in una grondaia, ove ero giunto per una
via altra che quella dei gatti, cui avrebbero dovuto prendere anche i
gendarmi se avessero avuto la fantasia di venirmi a trappolare. E' se
ne andarono borbottando contro i loro spioni--i miei cari compatriotti.

Mi risolsi infine di andarmi ad imbarcare a Napoli, sotto le finestre
proprio di S. M. Siciliana, cui Dio abbia nella sua gloria! Traversai
quattro provincie, vestito da calderaio adesso, perfettamente
imbrattato di carbone, ma perfettissimamente incapace di stagnare una
casseruola, quantunque mi avessero dato tre lezioni sulla bisogna.
Io per facevo andare i mantici a meraviglia, e seducevo le fanti,
affinch dessero vasellame in copia ad aggiustare. Poi le baciava per
mancia.

Entrai a Napoli la sera del 7 settembre 1849, la vigilia della famosa
festa di Piedigrotta.

Un'immensa moltitudine arrivava quella sera dai contadi vicino Napoli
per avere il sollazzo di ammirare, all'indomani, il _suo adorato
padrone_ che si recava in grande gala, in mezzo ad una doppia siepe di
Svizzeri, ad un santuario di non so quale Vergine. Io mi indirizzai
in casa di uno zio, in via di diventar vescovo, per dimandargli
l'ospitalit per una notte. E' mi ricevette come un Turco che ha il
gavocciolo, e mi mise fuori dell'uscio alla prima parola. Io turbava la
sua pinzocchera o scomodavo la sua serva-padrona. L'amico, che aveva
tutto preparato per la mia fuga, mi accolse pi decentemente; e la
sera seguente, sera di orgia pel popolaccio napolitano, vestito questa
volta da dandy, dando il braccio ad una bella signorina, mi andai ad
imbarcare a Santa Lucia.

Avevo ora a trattare con contrabbandieri, fior di pesca di
galantuomini.

Il capitano del battello a vapore. _La ville de Bastie_, che doveva
condurmi a Marsiglia, non aveva consentito a ricevermi a bordo che in
pieno mare, nello stretto di Procida. Le navi francesi erano guardate a
vista dalla polizia di S. M. I contrabbandieri mi presero quindi nella
loro barca la notte, mediante sessanta ducati. Passai la notte coricato
in quella barca, sulla spiaggia, e dormii come un canonico. All'alba,
sciogliemmo al largo, e mi andarono a nascondere in una delle grotte
sotto il promontorio di Posilipo, ove dovevo restare fino alle quattro
pomeridiane.

Io non ho mai visto nulla di cos splendido che quelle rifrazioni delle
onde del mare scomposte dal sole e riverberate nell'ombra. Una trib di
granchi in bell'umore, diventando un po' troppo famigliari, m'inquiet
mica male e m'imped di dormire.

Alle quattro, i contrabbandieri ritornarono. Ci dirigemmo allora
verso il sito convenuto, remando lontano da Nisida, donde i doganieri
sorvegliavano, d'accordo, i contrabbandieri.

Il vapore partiva da Napoli alle sei.

I nostri sguardi erano fissi all'orizzonte. Un pennacchio di fumo
per il mondo, avrei sclamato io, se io mi fossi stato Filippo II o
Carlomagno. Ma quel pennacchio non compariva. Il sole, ripercosso
dal mare, mi aveva bruciato il viso. Avevo la febbre e mi sentivo
svenire. L'ora pass. Il vapore non compariva. Che sventura era dunque
sopraggiunta?

La _pazza della casa_ trottava, galoppava, volava con la celerit della
luce. Mille dubbi, mille sospetti, come a Scalea. I contrabbandieri
bestemmiavano come dei teologi ravveduti. Giammai io non aveva udito
trattare il paradiso con tanta poca civilt.

Due ore di ritardo!

I contrabbandieri, vedendo che la _Ville de Bastie_ non giungeva, che
le barche della dogana si staccavano e vogavano verso di noi, volevano
senz'altro gittarmi al mare e continuare la pesca delle sardine. Io
li addolciva. Aff di Dio! io non mi sapevo che fossi cos eloquente
e persuasivo! Infine, eccolo codesto fumo tanto sospirato! Il vapore
avanza, va presto, presto, prestissimo; e' vola.... E' ci sorpassa.

Il capitano Cambiaggio aveva avuto non so che riotta con la polizia,
aveva a bordo un carico di vescovi e di gesuiti, che tornavano al
loro nido dopo la caduta della repubblica romana, ed era forte in
collera.... Insomma, il capitano mi aveva obliato. Figuratevi, quindi,
l'ansia, il terrore che si accasci su di me vedendo il naviglio
allontanarsi a tutto vapore. Avevo creduto aggrapparmi ad un ramo
ed avevo stretto un boa! Cominciammo a gridare, ad agitare pezzuole
bianche. Infine, un medico francese, il dottore Adolfo Richard, scorse
i nostri segni e li fece rimarcare al capitano. Questi si risovvenne
allora, pest e _stopp_. Ci avvicinammo.... mi lanciai sul ponte....

Io non avrei mai creduto ad una simile potenza d'avvelenamento dello
sguardo umano, se non avessi sostenuto gli sguardi di quei monaci e di
quei vescovi, che gremivano le banchette, vedendomi cos piovere in
mezzo di loro. E' compresero chi io mi fossi, e si sentivano impotenti
a bordo. Tre giorni dopo io mettevo il piede sul suolo francese; otto
giorni pi tardi io mi sentivo sicuro come un re sotto la bandiera
della fiera Inghilterra.


                                 FINE.




                                INDICE

 Maurizio Zapolyi                  Pag.  1

 Il conte Giovanni Lowanowicz          105

 La Polonia, e la Russia               267

 Il Marchese di Tregle                 303

                ERRATA.                          CORRIGE.

_Pagina a linea_                            _Leggete_

   6 --  7     del pranzo                   pel pranzo

  id.-- 27     sull'orizzonte               l'orizzonte

  12 --  1     ad uno squadrone             uno squadrone

  18 -- 13     scivol sulla pozza          nella pozza

  62 -- 13     lama                         onda

  65 -- 25     e mai a coscienza            e mal coscienza

  70 -- 17     a cui mancata                che l'aveva mancata

  72 --  1     decine                       decime

  80 -- 16     si trascuravano              si trascinavano

 128 --  6     Ribitka                      Kibitka

 129 -- 12     dato                         dato ancora

  id.-- 15     Zchoukos                     Tsciuktscias

 141 -- 15     l'altro nel partito figlio   l'altro figlio nel partito

 145 -- 18     Kiu                          Kiew

 152 --  8     Mi vi assisi                 Mi riassisi

 153 --  4     quando condannati            quando i condannati

 158 -- 26     Toru                         Tom

 160 --  1     Oltai                        Altai

  id.--  2     Irkeretsk                    Yrkutsk

  id.--  4     Pekia                        Pekin

  id.--  7     fa assai                     fa affari

  id.-- 28     fosforico                    solforico

 162 -- 12     obrupte                      abrupte

 163 --  3     Vablonoi                     Yablonoi

  id.-- 15     Tchita                       Kiahkta

  id.-- 23     caimano                      nibbio

 164 -- 20     esperto                      aperto

 166 -- 30     Sablonoi                     Yablonoi

 167 -- 12     squallido di freddo          squallido e freddo

 170 -- 25     moto                         vuoto

 175 -- 20     non male                     mica male

  id.-- 25     lavorare                     esplorare

 176 -- 15     dietro da redigere           dietro a redigere

 182 -- 29     non andavamo                 noi andavamo

 185 --  6     correggiava                  carreggiava

 189 --  7     gausli                       gouzli

 190 --  7     Jakuti,                      Yakutski,

  id.--  9     Andyr.                       Anadyr

 197 -- 21     cavati da                    sbarrati da

 202 --  7     cuore                        cuoio

 206 -- 30     Yadighirka                   Yndighirka

 207 -- 1      che formavano                che formava

 222 -- 8      scale                        pale

 225 -- 13     sotto                        di botto

 228 -- 25     nappa                        stesa

 239 -- 30     sterpio                      sterpi

 240 --  7     Avadyr                       Anadyr

  id.-- 32     passano                      avevan passato

 244 --  4     torendras                    tundras

  id.-- 20     Stunovoi                     Stanovoi

 249 -- 21     Ostrovnorse                  Ostrovnoye

 251 -- 33     filo                         sito

 261 -- 19     lasciavano                   lasciava

 280 --  3     non soprimeranno             non sopprimer

 294 -- 14     su se                        su di se

  id.-- 20     _et passim_--provato          la provato della


_Una grande parte di questo volume fu stampato quando l'autore era
chiuso in Parigi dai versagliesi. Di qui, questi ed altri errori
tipografici, che l'intelligenza del lettore corregger da s._


E. TREVES, EDITORE.--MILANO.


                          CORRIERE DI MILANO

                           ESCE OGNI GIORNO
     FORMATO GRANDISSIMO, COME I FOGLI FRANCESI. A CINQUE COLONNE

  CENTESIMI 5 IL NUMERO

Questo giornale tiene sopratutto a dare il maggior numero di
informazioni attinte imparzialmente a tutte le fonti. Giornale
moderato,  indipendente cos dal governo, come dai partiti, come
dalla folla. Riviste politiche, riviste dei giornali, riviste
parlamentari, riviste scientifiche, agrarie, letterarie, artistiche,
teatrali, industriali, ecc. Diretto dal sig. E. Treves conta fra i suoi
collaboratori P. Lioy deputato, prof. C. Boito, dott. P. Schivardi,
A. Caccianiga, Eugenio Camerini, F. D'Arcais, F. Petruccelli della
Gattina, E. Corbetta deputato, E. Navarro, G. Celoria, L. Trevellini,
E. Torelli, ecc.

CORRISPONDENZE PARTICOLARI da Roma, Firenze, Napoli, Palermo,
Torino, all'interno; da Parigi, Berlino, Monaco e Vienna, all'estero.
=Telegrammi particolari.=

Col 1. gennaio 1872 pubblicher in appendice:

                              IL RE PREGA

                        NUOVO ROMANZO ORIGINALE
                   di F. PETRUCCELLI DELLA GATTINA.

Il prezzo d'associazione al CORRIERE DI MILANO  il pi buon mercato di
tutti:

  Milano (a domicilio)  Anno  L. 18 -- Sem.  9 -- Trim. 4 50
  Regno d'Italia               24 --     12 --      6 --
  Per l'estero aggiungere le spese di posta.

Inoltre chi si associa al CORRIERE DI MILANO riceve _gratis_
=L'ILLUSTRAZIONE POPOLARE= per tutta la durata della sua associazione.
L'ILLUSTRAZIONE POPOLARE esce il gioved e il sabato in un numero di 8
pag. con 4 a 5 incisioni.

PREMIO STRAORDINARIO ai soci annui: la STORIA ILLUSTRATA DELLA GUERRA
DEL 1870-71.

Un volume di 700 pagine con la cronaca della guerra, narrata giorno per
giorno, dal 19 luglio 1870 al 30 gennaio 1871, col testo dei bullettini
ufficiali, dei proclami e dei documenti diplomatici, con 2 grandi
panorami di Parigi, e suoi dintorni, 50 ritratti e biografie, 24 vedute
di battaglie, 32 vedute di assedi e bombardamenti, e luoghi importanti
del teatro della guerra, 9 grandi quadri storici, ed altre incisioni.

Aggiungere 50 cent, per l'affrancazione del premio.

E. TREVES, EDITORE.--MILANO.

                           IL GIRO DEL MONDO
                GIORNALE DI GEOGRAFIA, VIAGGI E COSTUMI

La celebrit di questa splendida e importante pubblicazione 
universale. Essa esce contemporaneamente in 13 capitali del mondo
vecchio e del mondo nuovo, in 13 lingue: fatto senza uguale. L'edizione
italiana vive gi da 8 anni; e ha pubblicato 14 volumi, che formano
una magnifica collezione di scienza e d'arte, ugualmente istruttiva e
dilettevole. Gli ultimi tempi hanno mostrato la grande importanza degli
studi geografici, e nulla giova pi a diffonderli che questo giornale.

NEL 1872

il Giro del Mondo pubblicher fra gli altri viaggi, le avventure di
Madamigella Tinn nell'Africa ove la bella e intrepida viaggiatrice fu
assassinata, le descrizioni dei Confini Militari, un viaggio fra gli
Slavi del Sud, ecc.

  L. 25 l'anno--13 il semestre--7 il trimestre

L'annata 1872 comprender due volumi (il XV e il XVI). Ogni volume fa
opera da s.

Ogni semestre forma un volume di 416 pagine a due colonne con oltre
=_200 magnifiche incisioni._=

La pubblicazione segue a dispense settimanali: la dispensa di 16 pagine
illustrata esce ogni gioved, ed ha una copertina ricca di notizie
geografiche.

Gli associati ricevono alla fine di ogni volume, ossia di ogni
semestre, il frontispizio e la coperta del volume.

I 14 volumi pubblicati costano L. 180. Se ne manda l'indice a chi ne fa
richiesta.

_Dirigere commissioni e vaglia all'editore E. Treves, in Milano._




                                 NOTE:


[1] Questa cifra  ufficiale, presa dai documenti pubblicati dallo
stato-maggiore dei due eserciti.

[2] I fatti raccontati dal conte Zapolyi sono registrati egualmente
nelle _Storie_ e nelle _Memorie_ di Grgey, Klapka, Iranyi, Imrefi,
Czetz, Ramming, Kossuth, Szemere, Thaly, De Gerando, e nella
corrispondenza diplomatica inglese. Il giudizio sopra Grgey  unanime.

[3] Montagne di ghiaccio nel mar Glaciale.

[4] Qui  l'autore che parla e non pi Giovanni Lowanowicz.






End of the Project Gutenberg EBook of Le notti degli emigrati a Londra, by 
Ferdinando Petruccelli della Gattina

*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LE NOTTI DEGLI EMIGRATI A LONDRA ***

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